Sepehr Hekmat – Ali Reza Jalali, Giustizia e spiritualità. Il pensiero politico di Mahmoud Ahmadinejad, Anteo Edizioni, Cavriago (RE) 2013

di Enrico Galoppini

hekmat_jalali_ahmadinejadQuale interesse può rivestire un libro dedicato al “pensiero politico dell’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad”? Ragionando superficialmente e facendosi prendere dai facili entusiasmi per le recenti “aperture” della cosiddetta “comunità internazionale” nei confronti dell’Iran, si potrebbe infatti ritenere che questa recensione giunga oramai fuori tempo massimo.

Ma il libro è del 2013, l’anno dell’elezione del “riformista” Rouhani, pertanto nell’intento degli autori, Sepehr Hekmat ed Ali Reza Jalali, si tratta di un tentativo di delineare come minimo un bilancio della doppia presidenza di quello che tutta la stampa occidentale filo-americana e di stretta osservanza sionista ha presentato dal primo all’ultimo minuto come una specie di dittatore pazzo con la camera a gas pronta all’uso.

Ad ogni modo, il libro è molto più di questo, e lo si capisce dal titolo.

“Giustizia e spiritualità” sono stati i costanti riferimenti dell’azione politica di Mahmoud Ahmadinejad, del quale Hekmat e Jalali ripercorrono le diverse tappe della vita, dall’infanzia, povera, contadina ed improntata ai valori tradizionali, alla gioventù universitaria ed ai primi incarichi istituzionali di rilievo nelle province azere, fino all’ascesa ad una delle cariche più importanti della Repubblica Islamica, passando per altri importanti ruoli come quello di sindaco di Teheran.

Ahmadinejad è stato un presidente o molto amato o molto odiato.

iran_eurasiaDall’Occidente ha ricevuto solamente ostracismo ed insulti, mentre col resto del mondo (Russia e Cina in primis) egli ha saputo intessere ottime relazioni su ogni piano. Il perché è evidente anche solo leggendo le pp. 101-125 del presente libro, nelle quali vengono fornite le coordinate essenziali della politica estera – mediorientale ed eurasiatica – della presidenza Ahmadinejad (2005-2009 e 2009-2013). A tale proposito è da evidenziare uno dei meriti del testo che recensiamo: chiarire il ruolo strategico, sempre più centrale in Eurasia, dell’Iran, sotto ogni aspetto, dalle fonti di energia alle rotte commerciali.

Il tentativo di isolare l’Iran (anche per danneggiare Russia e Cina) è però fallito, il che non esclude affatto che l’America ed i suoi alleati intendano smettere di complottare contro una potenza regionale che nella forma statuale che si è data ha il torto, agli occhi di quelle che qualcuno definì “plutocrazie”, di coniugare ciò che per la mentalità moderna deve restare rigidamente separato: politica e religione.

Mahmoud Ahmadinejad non ha mai deflesso, nel suo pensiero e nella conseguente azione politica, dal suddetto binomio “giustizia e spiritualità”. Questo, unito alla sua costante attenzione ai bisogni dei più bisognosi (leggendaria la sua disponibilità quando era sindaco della capitale e febbrili le continue ispezioni in ogni parte del Paese per avere sempre il polso della situazione) lo ha certamente reso inviso ai traditori e alle serpi annidate nello stesso Iran. Quelli che sotto lo slogan delle “riforme” in realtà non aspettano altro che il momento d’inscenare la prossima “Onda verde” da mandare in onda nel prossimo “film” sull’Iran.

chavez-ahmadinejadQuesta tensione verso il popolo è – come spiegano gli autori – diretta filiazione della fede dell’uomo, più a suo agio, come il suo grande amico Hugo Chavez, con le persone umili piuttosto che coi privilegiati.

Questo libro, scritto apposta per far capire l’essenziale e non per atteggiarsi ad “espertoni”, ha inoltre il pregio di far comprendere anche al lettore poco informato sull’Iran che non ha alcun senso utilizzare categorie come “progressista” o “conservatore” in una scena politica nazionale che ha sviluppato, a partire dalle intuizioni geniali ancorché radicate nella tradizione dell’Islam sciita dell’imam Khomeyni, un complesso sistema istituzionale al vertice del quale vi è la Guida Suprema e che, al di là delle personalità succedutesi alla presidenza della Repubblica, ha saputo dare mostra di una dialettica interna molto più articolata di certe sedicenti “democrazie” che manu militari e con la sovversione più o meno subdola hanno la pretesa di dare lezioni al mondo intero.

Ahmadinejad, oltre ad essere il figlio di un fabbro (ricorda qualcuno?) e figlio del suo popolo, si può dire a pieno titolo figlio spirituale dell’imam Khomeyni, del quale ha sempre cercato di seguire le orme, a differenza di altri che, magari sotto il turbante, celavano intenzioni ben poco “ortodosse” rispetto alle linee guida dell’unica nazione islamica a pieno titolo “rivoluzionaria”.

Per il resto, rimandiamo il lettore di queste righe al libro, impreziosito da una chiara e partecipata introduzione di Davood Abbasi, già direttore della sezione in lingua italiana dell’Irib.

anteoConcludendo questa segnalazione, vogliamo infine rivolgere un plauso alla giovane casa editrice Anteo, la quale ha pubblicato numerosi testi di geopolitica, di politica internazionale e di teoria politica, i quali – sebbene la solita stampa “autorevole” fa come se non esistessero, preferendo perdere tempo con le fandonie dei soliti “analisti” di regime – non dovrebbero mancare nelle biblioteche di ogni cultore di queste materie, tanto più che, trovandoci in un mondo in rapido ed inatteso mutamento rispetto alle “sorti” preconizzate da alcuni think tank d’Oltreoceano, sarà bene farsi trovare preparati quando la situazione che ci si presenterà coinciderà a grandi linee, e probabilmente anche in vari dettagli, con quanto descritto in questi libri.

Quanto ad Ahmadinejad, va da sé che avvicinandosi le elezioni presidenziali iraniane del 2017 il personaggio, lungi dall’esser consegnato sbrigativamente al passato, potremmo trovarcelo di nuovo in lizza, amato da chi l’ha amato ed odiato da chi l’ha odiato.

Jean-Marie Benjamin, Iraq. Effetto Boomerang, Editori Riuniti, Roma 2015

di Enrico Galoppini

iraq-l-effetto-boomerang_742_benjaminChe cosa potrebbe fare nella vita un giovane che per i primi venticinque anni della sua esistenza non ha visto altro che guerra, embargo, fame, e poi ancora guerra?

Le prospettive, in effetti, non sono molte: emigrare altrove (nell’Occidente che gli ha rovinato la vita!), sopportare e barcamenarsi in attesa di tempi migliori, fare da lustrascarpe agli invasori, ingrossare le fila della resistenza armata.

Ma quale che sia la scelta, è assai probabile che dentro di lui covi un rancore tremendo verso i responsabili delle sue pene.

Questi responsabili hanno un nome e un giorno saranno chiamati a rispondere del male che hanno sparso: l’America e i loro tirapiedi inglesi e sionisti.

Che prima ci hanno infagottato il cervello con le menzogne sul quarto (o quinto o sesto) esercito del mondo (per effettivi), le “armi di distruzione di massa”, l’antrace eccetera, rinforzando il pregiudizio secondo il quale l’Iraq, esattamente come l’Isis (ma guarda un po’), era seriamente intenzionato ad aggredirci. E dunque andava annientato (anche se non lo ammettevano in maniera così palese).

Tra le poche voci estranee ai latrati delle iene affamate di carogne si è sempre stagliata, nitida e ammirevole, quella del padre Benjamin, che forse qualcuno ricorderà ospite di memorabili puntate di “Porta a Porta”, quando il politicante-zerbino di turno della colonia-Italia si accalorava per difendere l’indifendibile, e cioè l’operato della cricca di affaristi senza scrupoli riunita sotto i vessilli della “democrazia” e della “libertà”.

Se sappiamo qualcosa del martirio del popolo iracheno dal 1990 lo dobbiamo a poche anime coraggiose come quella di questo prete, che nemmeno ha avuto la soddisfazione di vedersi riconosciuto il bene fatto dai suoi superiori, che anzi si sono quasi sempre defilati o han fatto quel che si dice “il minimo sindacale”.

Sì, padre Benjamin ha fatto il bene, perché dire la verità equivale a fare il bene.

Gli altri, dagli “studiosi” con cattedra assicurata, agli “opinionisti” pallone-gonfiato delle comparsate televisive e degli editoriali, per non parlare di certi “inviati” ripeti-veline, sono solo un’accozzaglia di mentitori patentati, che come tutti i mentitori finiranno un giorno dove devono finire.

uranio_impoverito_iraqIl lettore mi perdonerà per la rabbia che trapela da queste mie righe, ma quando uno viene a sapere che c’è una terra, abitata da esseri umani come noi, che viene martoriata da venticinque anni coi pretesti più assurdi, non può che sentirsi esplodere il cuore in petto.

Ciò premesso, il libro di cui ci occupiamo, e che è stato scritto con la consueta passione che contraddistingue l’Autore, è arricchito da alcune testimonianze di Carlo Remeny, direttore di Arabmonitor.info e collaboratore di Famiglia Cristiana per le questioni mediorientali.

Il testo alterna pagine del “tempo presente” ed altre di “flashback”, cosicché il lettore viene immerso ‘sincronicamente’ nella tragedia irachena, della quale Jean-Marie Benjamin è stato testimone d’eccezione fin dall’inizio.

Stiamo parlando di milioni di morti, di malati gravi (anche per le scorie di uranio impoverito disseminate dalle armate del “bene”), d’invalidi permanenti, di orfani inconsolabili, di famiglie distrutte… Non di “diritti dei gay”, tanto per intenderci sulla falsità ontologica dell’Occidente cosiddetto.

Che padre Benjamin fosse una persona per bene l’ho capito subito, quando mi fece avere il suo primo libro sul tema: Iraq: l’apocalisse. Sottotitolo: Una regione contaminata da armi radioattive. Un embargo assassino. Più di un milione e mezzo di morti. Ed era solo il 1999… Il contenuto del libro bastava ed avanzava per far “indignare” anche il più insensibile dei politici, ma tant’è, nel 2003, a parte l’ultimo grande movimento “pacifista” registrato da queste parti, nessun “responsabile” si adoperò per evitare l’immane catastrofe a compimento della tragedia già consumatasi in abbondanza.

benjamin_iraq_eurasiaNel 2002, il battagliero sacerdote già operativo nell’Unicef (e per questo un capitolo del nuovo libro è dedicato alle sofferenze particolari dei bambini) dava alle stampe due libri. Il primo, Obiettivo Iraq. Nel mirino di Washington, che mi faceva l’onore di ringraziarmi in una nota, e che usciva subito dopo il documentario-verità Iraq, il dossier nascosto, proiettato in prima visione in una saletta “istituzionale” (devono alleggerirsi la coscienza); il secondo, Iraq, trincea d’Eurasia, libro-intervista a cura di T. Graziani del quale scrissi volentieri la prefazione.

Ciascuno, coi suoi limitatissimi mezzi, si adoperò per evitare quest’ennesimo crimine, che invece andò avanti come da copione preparato ben prima dell’11 settembre 2001 (altra enorme mistificazione): anche l’Iraq, udite udite, era in un certo modo coinvolto in quegli “attentati”, sempre a credere alla “autorevole” stampa filo-americana. Ma che dico, americana e basta, con tanto di cappello da cowboy e cinturone.

Il resto della storia lo conosciamo: il simbolo è il passaggio di ufficiali ed effettivi ba’thisti nelle file della “resistenza islamica”, che piaccia o non piaccia non poteva che essere la risposta di quella gente – che non ci aveva fatto nulla – ad un male ed una cattiveria inaudita abbattutasi sulla sua testa.

Dopo il 2003 padre Benjamin ed io ci perdiamo di vista, sapendo comunque che stiamo e staremo sempre dalla stessa parte della barricata.

Ed è con mia grande e piacevole sorpresa che scopro che le nostre ‘strade’ si sono di nuovo incrociate, alle pp. 80-82 dell’ultimo libro, dove l’autore, per spiegare l’inconsistenza di un “califfato” dell’Isis, parafrasa ampie parti di un mio articolo sull’istituto del Califfato pubblicato sulla rivista “Eurasia”.

Ne sono lusingato, e, perché no, stuzzicato nella mia vanità. È anche segno che in fin dei conti val la pena scrivere e mettere a disposizione della causa della verità quel poco che si sa. È una forma di dono anche questa. Il sapere circola e finisce dove non te l’aspetti.

Ci sarebbero tantissime cose da dire e commentare sui contenuti specifici di Iraq. L’effetto boomerang, ma non vogliamo togliere il gusto della scoperta al lettore di questa atipica segnalazione, ché di recensione in senso stretto non si tratta.

padre-benjamin-e-tareq-azizTra i numerosi spunti di riflessione, ne cogliamo uno, che si svolge come un fil rouge lungo le pagine del testo: il rapporto privilegiato del prete francese, devoto di Padre Pio, col vice primo ministro iracheno Tareq Aziz, che – forse qualcuno lo ricorderà – lo stesso Benjamin fece venire a Roma per incontrare l’allora Papa, Giovanni Paolo II. Una visita durante la quale al diplomatico e politico cristiano iracheno le autorità francesi fecero pervenire una proposta di asilo politico che Tareq Aziz rifiutò dignitosamente senza battere ciglio, per poi finire prigioniero degli americani e trattato come una bestia fino alla sua morte.

D’altronde questa è la Democrazia export cantata da Jean-Marie Benjamin: musicista, artista, autore di documentari, scrittore, ambasciatore di pace e molto altro.

Grazie padre Benjamin, una parola di verità vale infinitamente più delle tonnellate di menzogne dei… “bugiardi e criminali, arroganti e superpotenti”!

A. James Gregor, Giovanni Gentile. Il filosofo del fascismo, Pensa Multimedia, 2014

di Antonio Messina

gentile_fascismoIn un libro pubblicato nel 2002, lo storico Emilio Gentile ha esordito la sua Introduzione con una domanda che ai più potrà forse sembrare buffa o superficiale. La domanda che si poneva l’autore era: “è esistito il fascismo?”. Notando l’esistenza di una “questione omerica” attorno al fascismo, l’autore ha evidenziato come «il fascismo sembra essere ancora un oggetto alquanto misterioso, che sfugge alla cattura di una chiara e razionale definizione storica», in quanto al fascismo viene contestata una sua ideologia, un suo sistema politico e una sua dimensione culturale e autonoma[1].

Il rilievo di Emilio Gentile è tutt’altro che assurdo e superficiale. Per molti decenni una vasta schiera di intellettuali si è affannata a negare l’esistenza di una ideologia fascista, vedendo nel fascismo un epifenomeno della borghesia industriale, il risultato di una “malattia morale” o la conseguenza di deficienze psicologiche e patologiche di una «società malata»[2]. Per comprendere appieno questo clima, basterà citare i “classici” giudizi espressi da alcuni intellettuali nel corso degli anni: nel 1924 il leader comunista Antonio Gramsci aveva definito l’ideologia del fascismo come «un trastullo per i balilla»[3], Croce la definiva un «morbo intellettuale e morale»[4], Gobetti la vedeva come frutto di «trasformismo, di insincerità, di compromessi, di ricatti»[5], Eugenio Garin la considerava reazionaria e di matrice cattolica[6], infine Bobbio definiva i fascisti come «intellettuali di mezza tacca… produttori di ciarpame»[7].

Nel corso degli anni questo clima si è gradualmente capovolto, ed oggi ci sono studiosi di grande valore i quali sostengono che l’essenza del fascismo consiste principalmente nella sua ideologia, e che se vogliamo comprendere il fascismo dobbiamo anzitutto capire la sua ideologia[8].

Tra gli studiosi del fascismo che più spiccano per originalità e importanza c’è sicuramente l’americano Anthony James Gregor, i cui lavori hanno rappresentato l’inizio di una nuova stagione storiografica. Gregor ha insistito sull’idea che il fascismo abbia posseduto un «fondamento razionale», ossia una base dottrinaria tutt’altro che eclettica e improvvisata, ma articolata in un complesso sistematico solido e coerente, indicandone le fonti principali nel pensiero di Giovanni Gentile, che a suo avviso aveva fornito al regime «il fondamento razionale normativo più solido e valido»[9].

gregor_gentileProprio sulla centralità e l’importanza rivestita da Giovanni Gentile quale filosofo e ideologo primo del fascismo, Gregor ha dedicato un volume apparso negli Stati Uniti nel 2001[10], e solo di recente pubblicato in Italia col titolo Giovanni Gentile. Il Filosofo del Fascismo[11].

Sulla scia degli studi di Augusto Del Noce, che per primo sostenne l’importanza del filosofo siciliano in veste di principale teorico del fascismo, Gregor ribadisce la tesi che «Gentile fornì al fascismo alcuni dei suoi elementi fondamentali, elementi senza i quali il fascismo, come un corpo di pensiero, non avrebbe avuto gran parte della sua identità, integrità e capacità di persuasione»[12].

Da giovane Gentile aveva pubblicato due studi sul pensiero di Karl Marx, proponendo una lettura in chiave “idealistica” del marxismo, rigettando le componenti materialistiche introdotte da Engels. È così che per il Marx di Gentile erano gli uomini gli artefici del proprio destino, ed in quanto tali costantemente protesi a cercare di cambiare il mondo più che interpretarlo. L’opposizione al determinismo materialista si enucleava attorno al concetto rivoluzionario della prassi come prodotto dell’attività cosciente degli uomini. Per Gentile «è l’uomo, in breve, che fa la storia e le leggi che la governano». Queste idee non potevano che cozzare contro un materialismo che concepiva un mondo in cui «gli individui al suo interno avevano poca o nessuna scelta morale»[13].

Negli anni seguenti Gentile scrisse una serie di articoli in cui formulò il suo pensiero politico. Esso partiva da una critica al positivismo che considerava una «debolezza intellettiva e morale», un ostacolo per la creazione di una “Grande Italia”[14] . Per il raggiungimento di quest’obiettivo sosteneva la necessità di un rifacimento morale degli italiani, impresa filosofica e pedagogica di «travolgente grandezza».

gentileGli “uomini nuovi” pensati da Gentile erano indispensabili per la creazione di una nazione rinnovata e redenta. Con crescente ardore faceva appello alla volontà, alla fede, all’impegno e alla disciplina per fare dell’Italia una grande nazione, protagonista e creatrice di una nuova “civiltà millenaria”.

Criticava la democrazia, i partiti e il parlamento in quanto deleteri per lo sviluppo morale e materiale della nazione. Per Gentile lo Stato doveva essere concepito come una realtà morale che si realizza attraverso il volere etico dei suoi cittadini. Per fare questo, l’Italia vittoriosa di Vittorio Veneto «doveva abbandonare la vecchia nozione liberale che vedeva gli individui come nient’altro che creature particolari senza radici, indifferenti e opposti ad una vita vissuta in comunità»[15].

La riforma morale degli italiani era quindi – per Gentile – un caposaldo fondamentale nella creazione di una comunità nazionale armonica e compatta. Il filosofo riteneva che gli individui, in quanto esseri sociali, potevano realizzare sé stessi solo in comunità, e quindi che essi dovessero identificarsi con lo Stato, sua espressione manifesta. Negli anni successivi arrivò a sostenere che la Nazione non esiste se non in quanto «creata» dallo Stato. Quest’ultimo doveva essere animato da una “concezione religiosa della vita”, necessaria a instillare un nuovo «spirito» nei suoi cittadini. Per Gentile – che si richiamava espressamente a Mazzini – la politica doveva essere vissuta come fede, e la sua finalità ultima consisteva nella trasformazione delle coscienze e nella creazione di una nuova realtà nazionale.

In tal senso Gentile poté affermare con ragione di non aver scoperto le “idee fasciste” dopo la marcia su Roma, ma di essere stato un “precursore” del fascismo anni prima del suo avvento, e per ciò si impegnò attivamente nella costruzione del nuovo Regime totalitario. La simbiosi tra il fascismo di Mussolini e l’attualismo di Gentile fu del tutto naturale, in quanto entrambi condividevano un comune orizzonte culturale: il rifiuto dell’individualismo liberale, la concezione dell’uomo quale “essere collettivo”, la critica al materialismo, l’esaltazione e la preminenza assegnata ai “valori spirituali”.

sasso_gentileIn Le due Italie di Giovanni Gentile, Gennaro Sasso ha cercato di spiegare l’adesione di Gentile al fascismo leggendola alla luce della sua peculiare interpretazione della storia d’Italia. Per Sasso, Gentile non aderì al fascismo in virtù della sua filosofia, ma perché vide in esso la possibilità di portare a termine un disegno politico iniziato con il Risorgimento, il quale non era riuscito completare il processo di creazione di una coscienza nazionale unitaria. Sasso, in breve, nega l’esistenza di un nesso diretto tra le convinzioni filosofiche di Gentile e la sua adesione al fascismo[16].

Al contrario di Sasso, la tesi portata avanti da Gregor tende a dimostrare che Gentile fu a tutti gli effetti il “filosofo del fascismo”, e che il suo attualismo alimentò la dottrina del fascismo. Gentile contribuì a creare un regime che celebrava il mito dello Stato e aveva della politica una concezione integrale e assoluta. Considerava il fascismo come una missione da svolgere, come un impegno politico ed esistenziale costante. A Gentile Mussolini affidò la responsabilità di redigere le Idee Fondamentali della ufficiale Dottrina del Fascismo, testo che De Felice ritenne essere il documento più importante dell’ideologia fascista[17].

Invero, all’interno del Regime fascista, non pochi furono gli antigentiliani che presero posizione contro la consistente egemonia culturale di Gentile. Antigentiliani furono i cattolici, che accusarono l’attualismo di essere una nuova religione laica che aveva divinizzato il pensiero e dato vita ad una mistica moderna che utilizzava un linguaggio simile a quello della religione. Antigentiliani furono anche molti fascisti convinti che accusarono Gentile di essere un liberale che aveva aderito al fascismo solo per realizzare la sua riforma scolastica. Gregor legge queste critiche in ragione di una certa “libertà intellettuale” mai negata dal fascismo, che – a differenza di quanto avveniva nell’URSS di Stalin e nella Germania di Hitler – consentiva il dibattito e la presenza di dispute dottrinali, purché non prendessero di mira Mussolini, il Partito o lo Stato[18]. Secondo Gregor, alcuni fascisti si rifiutarono di identificare l’attualismo come fondamento filosofico del fascismo, ma i loro tentativi di cercare un’alternativa ad esso o risultarono poco convincenti o finirono per assomigliare al sistema filosofico fornito da Gentile[19].

gentile_ghirlanda_fiorentinaUn ultimo aspetto molto importante trattato da Gregor è quello del razzismo fascista che, vagamente basato su “dati biologici”, rigettava una visione “strettamente materialista” ed era inteso come “fondamentalmente spiritualistico”[20]. Questa nuova fase della politica fascista non vide il coinvolgimento di Gentile, che rimase estraneo a qualsiasi tipo di razzismo, sia esso biologico o spirituale. Gentile infatti «non aveva mai mostrato il minimo pregiudizio nei confronti di un qualsiasi gruppo razziale, nazionale o etnico»[21]. Il razzismo era estraneo all’attualismo, e qualsiasi genere di materialismo era antitetico all’idealismo assoluto di Gentile[22].

Gentile continuò la sua attività di intellettuale fascista, fornendo assistenza a studiosi e colleghi ebrei. Le idee di tutta la sua vita lo spinsero ad aderire alla successiva esperienza della Repubblica Sociale Italiana, ove si appellò alla morale e all’intelligenza per scongiurare gli orrori della guerra civile[23].

In qualità di maggior teorico e intellettuale del fascismo, fu assassinato il 15 aprile 1944 da una banda di partigiani. Come Socrate, anche Gentile finì coll’essere trucidato dalla “fiorente democrazia”.

Note:

[1] Emilio Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, Editori Laterza, 2002, pp. V-VI.

[2] Cfr. A. James Gregor, Il Fascismo. Interpretazioni e giudizi, Antonio Pellicani Editore, 1997.

[3] Alessandra Tarquini, Storia della cultura fascista, Il Mulino, 2011, p. 15.

[4] B. Croce, Scritti e discorsi politici (1943-1947), a cura di A. Carella, 2 voll., Bibliopolis, Napoli 1993, vol. II, p. 48.

[5] Piero Gobetti, Scritti politici, a cura di P. Spriano, Torino 1969, pp. 585-90.

[6] Eugenio Garin, Cronache di filosofia italiana. 1900-1943, Bari, Laterza, 1966.

[7] Giuseppe Volpe, Storia costituzionale degli italiani, 2 voll., G. Giappichelli Editore, Torino 2015, vol. II, p. 259.

[8] Emilio Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, cit., pp. 265-302.

[9] A. James Gregor, L’ideologia del fascismo, Il Borghese, 1974, p. 214.

[10] A. James Gregor, Giovanni Gentile: Philosopher of Fascism, Transaction Publishers, 2001.

[11] A. James Gregor, Giovanni Gentile. Il filosofo del fascismo, Pensa Multimedia, 2014.

[12] Ivi, p. 101.

[13] Ivi, p. 98.

[14] Ivi, p. 100.

[15] Ivi, p. 114.

[16] Cfr. Gennaro Sasso, Le due Italie di Giovanni Gentile, Il Mulino, 1998.

[17] Renzo De Felice, Mussolini il duce. I: Gli anni del consenso 1929-1936, Einaudi, 1974, p. 35.

[18] A. James Gregor, Giovanni Gentile. Il filosofo del fascismo, cit., pp. 129-130.

[19] Ivi, p. 139.

[20] Ivi, p. 154.

[21] Ivi, p. 155.

[22] Ivi, p. 156.

[23] Ivi, p. 165.

Enrica Perucchietti, Le origini occulte della musica. Volume I: il sentiero oscuro, Da Mozart agli anni Settanta (Uno, Orbassano 2014)

di Enrico Galoppini

perucchietti_origini_occulte_musica1Il primo volume della trilogia di Enrica Perucchietti dedicata a Le origini occulte della musica ci pone per prima cosa di fronte alla seguente riflessione: di quale musica stiamo parlando?

Certamente non di quella sacra, di quella divinamente ispirata. Di quella che esce da strumenti che già solo per la loro forma ed il loro funzionamento simboleggiano e realizzano una ‘consonanza’ col divino. E nemmeno quella melodia prodotta da voci di esseri puri, o che anelano alla purezza, e che si fanno per così dire strumento della divina Parola.

La musica cui l’Autrice si riferisce è tutt’altro. È la musica moderna (blues, rock, pop ecc.), che affonda ‘incredibilmente’ le sue radici anche in quella per così dire “classica”, la quale conteneva già degli elementi ‘disordinati’ in quanto certi suoi autori di spicco inseguivano tramite la musica il successo in questo mondo, e per tale scopo non s’erano fatti scrupolo di stabilire un patto. Il patto col Diavolo.

Per questo preciso motivo, sebbene l’esistenza di questi musicisti sia stata all’insegna della fama e del successo, essa è stata anche costellata da dolori e sofferenze. E in qualche caso è terminata in maniera tragica.

Eppure, tutto un apparato a sostegno di queste “stelle” ha indotto molte persone, in specie giovani, a prendersele come “modello”: Elvis Presley, Jimmy Page, Bob Dylan, Elton John, i Beatles, i Rolling Stones, i Grateful Dead, Jimi Hendrix, Lou Reed ed altri ancora, esponenti, per tutti gli anni Settanta, di un “ribellismo” funzionale al sistema stesso ufficialmente combattuto, con quest’ultimo che, attraverso i suoi apparati di sicurezza ed i suoi esperti di manipolazione mentale, ha infiltrato ed eterodiretto ora questa ora quella “band”.

Combinazione ha voluto che arrivassi a leggere il capitolo su Bowie proprio mentre “il Duca bianco” andava oltre… Come di consueto, per giorni, non hanno fatto altro che proporcelo in tutte le salse, perché questa cosiddetta civiltà osanna gli “artisti”, anche e soprattutto quando la loro “arte” è assai discutibile…

peace_loveD’altra parte per certi individui basta esporre le loro “prodezze” esistenziali e/o canore per evidenziare quanto possano essere da “guida” e “modello”… In pratica si tratta il più delle volte di poveracci, di dilettanti allo sbaraglio che si sono talmente investiti del loro “ruolo” da non accorgersi più in che baratro sono finiti… facendovi finire gli sciagurati che gli si affidano perché li hanno scambiati per quello che non sono.

Se si riflette sul fatto che masse adoranti e deliranti sono andate dietro a personaggi di tal guisa si ha la misura del disastro che è stato apparecchiato alle più recenti generazioni. La cosa più notevole e malefica è che con la loro condotta e la loro “arte” hanno prodotto delle “aperture” che sono state sfruttate da determinate forze per introdursi in questo mondo. E particolarmente interessante, in questo senso, è il ruolo degli “impresari” musicali, i quali sovente sono molto più addentro a certe pratiche occulte degli stessi cantanti e musicisti.

Negli ultimi tempi, come spesso avviene, dalla tragedia si è passati alla farsa, perché almeno in passato alcuni artisti erano effettivamente coinvolti in prima persona in determinate “pratiche” e si poteva perciò riconoscere loro almeno una sorta di “personalità”, mentre oggi si ha a che fare con individui perlopiù eterodiretti, spesso giovanissimi, che quando non servono più vengono gettati nel cestino.

Così, tra inni a Satana, vampiri, UFO, “spiriti” ed “entità” varie, c’è da chiedersi se non aveva ragione il Mulla Omar quando se la prendeva con la musica per salvaguardare la sanità mentale del suo popolo!

sema_mevleviPer fortuna che accanto a chi si vende al Diavolo con una facilità disarmante esiste anche una musica divinamente ispirata, che purtroppo non trova molto seguito tra i contemporanei ma che è comunque sempre a disposizione di chi intenda suonarla ed ascoltarla, perciò non c’è bisogno di arrivare ad una soluzione drastica come quella, anche se una netta regolata a tutto il resto andrebbe data senza esitazioni, tale è il livello d’allarme attuale, in particolar modo da quando è esplosa la mania dei “video” e cioè della ‘musica guardata’.

Questo libro ci ricorda una verità sovente dimenticata da quei faciloni che sono i moderni felici di esser tali: che nulla è “neutro” e perciò, prima di “abbandonarsi” a qualche “rito di massa” come può essere un concerto dove si osanna il Maligno e si mettono in scena turpitudini varie bisognerebbe porsi il problema se questo tipo di “esperienze” non possa suscitare in noi quella distruzione o “disunione” che da sempre è l’obiettivo dell’Avversario.

L’Autrice di questo primo libro di una trilogia già data alle stampe per intero non prende posizione pro o contro questi “artisti” esplicitamente, tuttavia, seguendo il criterio descrittivo usato per Unisex, già per il solo fatto di esporre alcuni aspetti “compromettenti” delle loro biografie li qualifica implicitamente per ciò che sono: ciechi che guidano altri ciechi.

Alain De Benoist, Alexandr Dugin, Eurasia, Vladimir Putin e la grande politica, Controcorrente, Napoli 2014

di Enrico Galoppini

eurasia_putinLe edizioni Controcorrente di Napoli hanno recentemente dato alle stampe un interessantissimo libro intitolato Eurasia, Vladimir Putin e la grande politica. Coautori, due pezzi da novanta del calibro di Alain De Benoist e Aleksandr Dugin, che in forma d’intervista, la quale a più riprese assume i connotati di un vero e proprio dialogo, esaminano, delucidandole anche al lettore meno esperto, le questioni che ruotano attorno all’idea-forza di “Eurasia”.

L’interesse di queste 142 pagine sta già sinteticamente inscritto nel titolo.

“Eurasia”, per il geopolitico tradizionalista russo, è “una risposta globale ad un problema globale”. Una risposta a suo modo “internazionalista”, anche se le radici del pensiero eurasiatista non possono che trovarsi in Russia.

Per Dugin non vi è dunque alcuna contraddizione tra l’essere russi ed eurasiatisti. Anzi, secondo il punto di vista che egli fa proprio, l’eurasiatismo s’integra alla perfezione, portandola a compimento, con l’anima più profonda del popolo russo, che non è né propriamente “europeo” né esclusivamente “asiatico”.

Dugin, a proposito della Russia, per distinguerla dalle nazioni europee osserva opportunamente che essa non ha mai assunto la forma dello Stato-nazione, perché sentirsi compiutamente russi non ha a che fare con qualsiasi posizione piccolo-nazionalista. Il che ha garantito che la Russia stessa, ieri come oggi, facesse del “pluralismo delle civiltà”, in opposizione al purtroppo celebre “scontro”, un suo irrinunciabile tratto distintivo.

Così non è stato per gli Stati-nazione che, nell’Europa occidentale, si sono formati secondo un processo plurisecolare che ha fatto tabula rasa delle differenze…

Musica per le orecchie di Alain De Benoist, che del paradigma “differenzialista” – aborrito da tutti i cosmopoliti – è forse il massimo esponente nell’ambito del pensiero europeo.

Alain_De_Benoist-640x480De Benoist trova poi un altro punto d’incontro importante col politologo russo: il concetto d’Impero, al quale il francese, nel 1995, ha dedicato un denso saggio (L’impero interiore, trad. it. 1996). L’Eurasia non può che essere imperiale, poiché non ci si può contrapporre agli Stati Uniti – novella Cartagine – con le deboli risorse (sotto qualsiasi aspetto) di uno Stato-nazione.

Dugin è fermamente convinto, dati storici ed escatologici alla mano, che la Russia, dopo il 1453, sia l’erede della “missione bizantina” (p. 117), la quale aveva incarnato la funzione del katechon, ovvero di “colui che trattiene” lo scatenamento delle forze anticristiche e parodistiche dei “tempi ultimi”.

Per quanto riguarda i confini dell’Eurasia propriamente detta, però, ad Occidente Dugin esclude che ne possano far parte le popolazioni che costituiscono lo zoccolo duro dell’Unione Europea, la quale rappresenta, nel quadro di un mondo multipolare, “un polo geopolitico a sé” che però per estrinsecare tutte le sue potenzialità deve smarcarsi dalle grinfie dell’atlantismo (p. 101); mentre verso l’Europa Orientale – così come tutta la sua “cintura di sicurezza” che arriva fino al Pacifico – la Russia ha un particolare occhio di riguardo, che consiste nell’evitare assolutamente che essa cada sotto un potere ostile ad essa (p. 102).

Vladimir Putin, in questa specifica fase, sebbene non sia un eurasiatista al 100%, secondo Dugin ha progressivamente fatte proprie alcune delle suggestioni principali del pensiero eurasiatista. Certo, resta da fare molto per ‘migliorare’, perché egli ancora indugia in certe illusioni del “libero mercato”, che Dugin vedrebbe volentieri sacrificate a favore di un’economia e di una società più solidarista improntata ai valori della cosiddetta “Rivoluzione Conservatrice” che, guarda caso, ebbe i suoi massimi esponenti in Germania.

duginProprio al rapporto tra Russia e Germania, sottoposto dai nemici dell’Eurasia (e dell’Europa) a continue provocazioni, la conversazione tra De Benoist e Dugin dedica alcune pagine chiarificatrici: “L’alleanza russo-tedesca è dal punto di vista eurasiatista un imperativo strategico essenziale” (p. 103). E poiché la Germania rappresenta una sorta di Heartland dell’Europa, allo scopo di ostacolare le mene dei nemici della pax eurasiatica Dugin si dichiara “un sostenitore convinto dell’Europa” (p. 104).

Certo non di questa Unione Europea, che antepone le ragioni della finanza a quelle dei popoli che la abitano e che si presta docilmente alla provocazione ucraina. Al riguardo della quale, la lettura delle pagg. 92-97 chiarisce le idee più di ore ed ore di fuorvianti “approfondimenti” di trasmissioni e giornali asserviti all’America.

Dugin, che nelle pagg. 114 e seguenti spiega l’importanza speciale della religione nella sua visione eurasiatista (egli stesso aderisce al Cristianesimo Ortodosso nella versione più “moderata” dei Vecchi Credenti), ci parla di un’Ucraina che di fatto non è mai esistita e che naturaliter si spaccherà in due perché due sono le sue inconciliabili componenti. Da una parte gli occidentali, cattolici, vicini ai polacchi (e alle loro “provocazioni”); dall’altra gli orientali, ortodossi, di fatto indistinguibili dai russi. E la Crimea appartiene senza alcun dubbio alla Russia.

eurasiaQuanto alla “grande politica”, in accordo con l’interlocutore francese, Dugin auspica per qualsiasi entità che intendesse stabilire una sua propria sovranità in uno spazio imperiale una politica improntata a valori “di destra” ed un’economia “di sinistra”. Egli concepisce persino una forma di “democrazia” che tuttavia non può andar disgiunta dal principio di sovranità, pena la trasformazione in una plutocrazia o oligarchia del denaro.

Ma l’Europa sta andando in direzione diametralmente opposta. Quella già intrapresa dagli Stati Uniti d’America, per i quali Dugin vede, in un “mondo multipolare”, un futuro da potenza regionale ridimensionata nello spazio delle Americhe. In fondo – sostiene il pensatore russo – ciascuno ha il diritto di vivere secondo i propri valori, e se quelli dell’America sono quelli del “mercato” e del corrispondente tipo umano, che essi se li coltivino a casa loro senza imporli al mondo intero.

Ma questa, chiosiamo noi, potrebbe anche essere una pia illusione, perché – come c’insegna la storia – non può esistere alcun compromesso tra Roma e Cartagine. Tra il sangue e l’oro.

Sta alla Russia, a questo punto, dimostrarsi all’altezza del grave compito che Dugin, e con lui la corrente di pensiero eurasiatista, pare averle assegnato.

Fonte: “Eurasia”, 3/2015, pp. 150-152.

Alfredo Macchi, Rivoluzioni S.p.A. Chi c’è dietro la primavera araba, Alpine Studio, Lecco 2012

di Enrico Galoppini

rivoluzioni-spaIl pregio di questo libro è presto detto. È il titolo a chiarire fin da subito che non si tratta della solita sviolinata sulla “libertà” e la “democrazia” in salsa araba.

Rivoluzioni S.p.A. Chi c’è dietro la primavera araba, di Alfredo Macchi, non ha ricevuto, a differenza di altri testi sull’argomento che inneggiano a senso unico alle “rivoluzioni”, l’attenzione che avrebbe meritato. E per questo, forse, molte copie sono finite nelle librerie che offrono libri nuovi a metà prezzo…

Né c’è da sperare che qualcuno, tra i cosiddetti “decisori” occidentali, l’abbia letto nemmeno di striscio. Tutti presi come sono a dare credito alle baggianate dei professionisti della disinformazione che ruota intorno alla narrazione sui “diritti umani” e le “liberazioni” americane.

Per essere onesti, però, Macchi non sposa la tesi di carattere diametralmente opposto a quella che vede nella “Primavera araba” l’alba di un “mondo nuovo” fantastico e lanciato verso le proverbiali magnifiche sorti e progressive. Il suo reportage di prima mano – ché di questo, fondamentalmente si tratta – contiene nel finale alcune riflessioni di carattere geopolitico che inquadrano ciò che è scoppiato tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011 nello scontro in atto tra potenze “atlantiche” e potenze “eurasiatiche” per il dominio mondiale. Senza però parteggiare per nessuno. E quando cita l’Iran concede più di una giustificazione ai manifestanti dell’Onda verde (sorta di anticipazione della “primavera araba”), cedendo parzialmente ad una retorica “democratica” che gran parte ha in tutto ciò, se solo si pensa al peso del cosiddetto soft power nel quale rientra a pieno titolo la “guerra dell’informazione” e quella, altrettanto incruenta ma decisiva, per accaparrarsi le menti e i cuori delle popolazioni che le élite occidentali intendono attrarre nella propria orbita egemonica.

Ad ogni buon conto, bisogna dare atto all’inviato delle reti Mediaset che si è trovato in Nord Africa proprio in quei mesi cruciali di aver smascherato, con dovizia di documentazione, il ruolo delle organizzazioni statunitensi che, parandosi dietro sigle dai nomi suadenti e rassicuranti, nascondono la precisa volontà degli Stati Uniti di sovvertire tutta un’area fondamentale per la loro strategia di “contenimento” delle potenze del “Vecchio mondo”.

La pratica della “resistenza non violenta”, sostenuta da un mare di soldi, è così inquadrata da Macchi nella giusta cornice, ovvero quella di un sistema accuratamente studiato per coinvolgere “attivisti” e provocatori vari nella destabilizzazione di Stati dei quali dev’essere assolutamente indirizzato lungo binari rassicuranti il “regime change”.

soros_incPiù precisamente, la sovversione di sistemi sia amici che nemici, tutti più o meno caratterizzati da una forte presenza dello Stato nell’economia, conferma che alla fine queste “primavere” hanno il compito fondamentale di preparare le condizioni necessarie a che si possa esplicare, anche in quelle realtà, una “economia di mercato”. Con la “minoranza rivoluzionaria” locale, sia “laica” che “religiosa”, la quale non vedendo l’ora di poter “fare impresa” con meno lacci e lacciuoli, svolge la funzione, ampiamente studiata da sociologi e storici, di quelle classi sociali emergenti che sentendosi insoddisfatte hanno da sempre premuto affinché si compiesse un cambiamento favorevole ai loro interessi.

Questo cambiamento, che al momento in cui Macchi dava alle stampe il suo libro sembrava dover essere guidato dalle dirigenze del cosiddetto “Islam politico”, consiste nella modifica dei fondamentali paradigmi esistenziali dell’uomo arabo e musulmano. Il che, se pensiamo alla china tragica che, in nome della “libertà” e dei “diritti”, sta prendendo l’Occidente, non infonde troppo entusiasmo di fronte a queste manifestazioni di ribellione che suscitano ancora dei sentimenti positivi tra giovani sprovveduti e vecchi reduci della “contestazione”.

Cosa abbia guadagnato finora il mondo arabo da questa “primavera” è a tutti gli effetti un mistero. Un mistero che, con le sue pagine coinvolgenti e documentate, l’Autore contribuisce in buona parte a svelare.

Franco Cardini, Istanbul. Seduttrice, conquistatrice, sovrana, Il Mulino, Bologna 2014

di Enrico Galoppini

cardini_istanbulLa bibliografia dei testi disponibili in lingua italiana dedicati a Istanbul si arricchisce di un nuovo libro che, nelle intenzioni del suo autore, Franco Cardini, non è né un libro di storia né una guida di viaggio.

I volumi sin qui pubblicati sono, infatti, o studi di carattere storico o percorsi turistici più o meno approfonditi e ricercati1.

In questo caso, invece, il noto studioso fiorentino, che s’era già cimentato con un altro testo dalla medesima impostazione ‘ibrida’ (Gerusalemme. Una storia, Il Mulino, Bologna 2012), ha inteso vergare delle pagine in grado di accontentare sia l’appassionato di storia sia il viaggiatore in cerca di cultura e d’emozioni.

Un viaggiatore che potrebbe starsene comodamente seduto sulla poltrona, gustandosi così la compagnia virtuale d’un accompagnatore d’eccezione, tali e tanti sono gli spunti offerti dal Cardini. Il quale, naturalmente, si rivolge anche e soprattutto al turista vero e proprio, sebbene un tipo particolare, quello “mordi e fuggi”, lo stesso Cardini lo metta in guardia fin dal principio dal non credere di aver esaurito la visita della città nel tempo ristretto d’un tipico “weekend”.

Ma per prima cosa, questo libro che esplora il mito e la storia di una città “fatale” posta, non solo geograficamente, tra Oriente e Occidente, è un invito non eludibile a recarsi colà, per comprendere meglio non solo la Turchia moderna, di cui Istanbul rimane per molti aspetti la capitale di fatto, ma anche qualcosa di più e di meno stereotipato sulla “nostra” storia occidentale, in quanto Costantinopoli (e prima ancora Bisanzio) ha a che fare con le nostre “radici” più di quanto possa pretenderlo una delle metropoli dell’estremo occidente come New York.

Ed è proprio sulla contrapposizione ideale tra “la Grande mela”, New York, e la “Mela rossa”, Costantinopoli, che il lettore più attento dell’ennesima fatica cardiniana potrebbe arguire la differenza fondamentale tra una città che, una volta ‘colta’ dall’albero, ebbe il potere di donare ai sultani ottomani una simbolica signoria sull’Oriente e l’Occidente, ed una metropoli disanimata assurta ad emblema della modernità di tutti gli appassionati dell’american way of life.

A Istanbul, sebbene non sia più la stessa “multiculturale” di almeno un secolo fa osservata e narrata da De Amicis, né quella visitata per la prima volta dall’Autore nei primi anni Settanta, si fa comunque ancora fatica ad abbandonarsi alle sirene del mondo moderno.

istanbulAltre sirene – quelle dei ferry boat che solcano le acque del Bosforo – carezzano le orecchie del visitatore, che non saprà sfuggire ad un’altra ‘musica’, quella dei minareti delle moschee il cui profilo, specie al tramonto, è come un punto fermo dell’immaginario esotista ed orientalista che – in un gioco di specchi – è parte integrante della cosiddetta “identità occidentale”.

Cardini, alternando dotte divagazioni storiche a consigli pratici su come gustare al meglio il fascino della “Seconda Roma”, rievoca col sicuro piglio dello storico e del collaudato frequentatore dei più reconditi angoli della città pagine fondamentali dell’irripetibile vicenda di questa metropoli così ricca di suggestioni ma anche di slancio verso il futuro, tanto da inserirla senza alcun tentennamento in un elenco delle città più belle del mondo.

Quale sia la più bella, nessuno può dirlo.

Di sicuro c’è che prestare ascolto alla proposta di Franco Cardini, e cioè di seguirlo nella “sua” Istanbul, fornirà al lettore – viaggiatore o meno – l’opportunità di apprezzare la profondità e l’unicità della storia di questa città, che tra incendi e terremoti, conquiste e congiure di palazzo, ha sempre mantenuto un suo carattere specifico che ne fa, a pieno titolo, un ponte d’Eurasia.

  1. Sorvolando sulle guide di viaggio, tra gli altri citiamo, in ordine di pubblicazione in Italia: R. Mantran, La vita quotidiana a Costantinopoli ai tempi di Solimano il Magnifico, Rizzoli, Milano 1985; P. Mansel, Splendore e declino della capitale dell’Impero ottomano, 1453-1924, Mondadori, Milano 1997; R. Mantran, Istanbul, Salerno, Roma 1998; B. Lewis, La Sublime Porta. Istanbul e la civiltà ottomana, Lindau, Torino 2007; K. Kreiser, Storia di Istanbul, Il Mulino, Bologna 2012.

 

Fonte: “Eurasia”, 3/2015, pp. 153-154.

Pietro Cappellari, Lo sbarco di Nettunia e la battaglia per Roma. 22 gennaio-4 giugno 1944, Herald Editore, Roma 2010

Per onorare la memoria di quegli italiani che combatterono dalla cosiddetta “parte sbagliata”, Il Discrimine ripropone questa breve recensione di un libro di Pietro Cappellari che, con l’acribia dello storico e la passione del patriota, rende omaggio a uomini tutti d’un pezzo, ad Italiani che, putroppo, non ci sono e, forse, non ci saranno più. Non è questione di fascismo/antifascismo: è tempo ormai, per tutti, di fare i conti con la nostra storia, una storia scritta dai “vincitori”, che hanno imposto la loro versione dei fatti e, soprattutto, han fatto sì, grazie ad un prluridecennale lavaggio del cervello, che noi Italiani, introiettando il “paradigma della sconfitta”, ci riducessimo all’inazione e alla passiva e supina accettazione di un destino imposto. Insomma, la tragedia, la finis italiae che è davanti agli occhi di tutti, “fascisti” ed “antifascisti”.

***

di Alberto B. Mariantoni

cappellari_sbarco_nettuniaTempo di Storia, con la “S” maiuscola. Tempo di immancabile e doverosa rimessa in discussione degli innumerevoli miti e delle vanagloriose leggende di guerra dei soliti “liberatori”. Tempo, in fine, di una oggettiva e salutare rivalutazione di tutti quegli Italiani che, per libera scelta e piena determinazione, rifiutando l’armistizio e il tradimento regio dell’8 settembre 1943, ebbero il coraggio di lanciare intrepidamente il loro cuore oltre l’ostacolo, e di contrastare valorosamente metro per metro, con il loro volontario ed esemplare sacrificio, il rullo compressore dell’incontenibile invasione militare angloamericana, fino dentro le mura di Roma.

In una frase: tempo di ritorno alla realtà dei fatti.

In particolare, in questo suo ultimo (last but not least…) lavoro, Cappellari ci permette di penetrare negli anfratti nascosti e fino ad ora proibiti della genuina ricerca storica e di scoprire, meravigliati e sorpresi, una serie di fatti e di situazioni che smentiscono, in larga misura, la vulgata a proposito del celebre sbarco angloamericano di Nettunia.

Scopriamo, al momento dello sbarco alleato sulle spiagge di Nettunia, l’eroismo dei soldati germanici, dei Paracadutisti del “Folgore”, dei Marò del “Barbarigo”, degli uomini delle SS italiane, degli equipaggi dei barchini esplosivi della X MAS, nel tentativo di contrastare e respingere le forze di invasione angloamericane. L’abnegazione e il coraggio di 40 studenti italiani dei Gruppi Universitari Fascisti, volontari nella Luftwaffe, che furono in grado, nella zona di Cisterna, di ostacolare i reiterati assalti dei Paracadutisti statunitensi. L’eroica morte di Carlo Faggioni dei reparti Aerosiluranti italiani. L’epopea dei cecchini fascisti di Roma che, per ben tre giorni, combatterono contro gli Statunitensi una guerra dimenticata da tutti.

cappellariScopriamo parimenti la fandonia di “Angelita di Anzio” (Angelita non è mai esistita!) e la Resistenza immaginaria… sui Colli Albani e i Monti Lepini (salvo casi di violenza personale ad Ariccia e a Palestrina…).

Pietro Cappellari, in questa sua istruttiva ed accattivante opera, ci parla di moltissimi altri episodi che, fino ad oggi, sono stati volutamente celati e colpevolmente “coperti”, agli ignari cittadini, dall’antifascismo italiano del secondo dopoguerra.

Ci parla, in particolare, dei territori laziali “liberati”; del mercato nero organizzato dai soldati USA con la collaborazione di delinquenti comuni e di incalliti imbroglioni italiani. Ci racconta di Am-Lire e di prostituzione (le famose “signorine”… così care ai GI’s statunitensi).

Insomma – il va sans dire… – è un libro assolutamente da leggere e da fare leggere, da meditare e da fare meditare.

(da: “Campomarzio19“)

***

SOMMARIO

RINGRAZIAMENTI ………………………..11

ABBREVIAZIONI E SIGLIE ………………15

INTRODUZIONE
Genesi di una ricerca ………………………17
La vulgata anti-italiana …………………19
Una trilogia per la storia d’Italia, di Anzio e di Nettuno …………25
I gendarmi della memoria …………………………26
Alla ricerca della verità ……………………………29
I trafficanti di democrazia ………………………32

CAPITOLO I: L’OPERAZIONE “SHINGLE”
L’intervento americano ……………………41
La guerra in Italia…………………………… 45
Lo spettro di Salerno ………………………59
Lo sbarco angloamericano …………………65
La 3a Divisione USA………………………… 73
Killers a passeggio per Nettunia ………74

CAPITOLO II: LA PRIMA OFFENSIVA ALLEATA
La stasi delle operazioni……………………… 89
Roma che “dorme”…………………………… 94
La Resistenza “immaginaria” ……………117
«Semo de Napuli, paisà!» …………………123

CAPITOLO III: “ALL’ARMI!”
La reazione germanica ………………………………………137
La reazione italiana ……………………………………………144
Prima “fermata”: Aprilia ……………………………………155
L’assistenza fascista alle popolazioni …………………162
Il fascismo repubblicano in prima linea…………………165
“Per l’Italia, solo per l’Italia!” ……………………………173

CAPITOLO IV: LA SECONDA OFFENSIVA ANGLOAMERICANA
L’attacco decisivo …………………………………………185
Un muro d’acciaio chiamato “Hermann Göring” ……189
Il bombardamento di Cori …………………………………199
La disfatta di Campoleone ………………………………200
Aldo Bormida per l’onore d’Italia ………………………205
Il fallimento dello sbarco …………………………………209
La strage dei fratini di Artena …………………………212

CAPITOLO V: LA PRIMA OFFENSIVA GERMANICA
«Una battaglia per la Civiltà europea» …………………219
L’attacco del 3 febbraio 1944 ……………………………220
Annetta, una storia come tante ……………………………227
La riconquista di Aprilia ……………………………………231
La “famosa” 45a Divisione statunitense…………………235

CAPITOLO VI: LA SECONDA E LA TERZA OFFENSIVA GERMANICA
Il Battaglione “Nembo” in prima linea ……………………243
Il sacrilegio di Montecassino ………………………………246
L’Operazione “Fischfang” …………………………………253
Il sacrificio dei Paracadutisti italiani………………………265
L’Operazione “Seitensprung”…………………………… 268
Il fallimento delle offensive germaniche…………………271

CAPITOLO VII: LE VIOLENZE DEGLI ALLEATI
Un tabù da sfatare …………………………………………279
I bombardamenti sulla popolazione civile…………… 282
La fandonia di Angelita ……………………………………286
La “civiltà” americana: un supermercato nero ………288
Una pagina dimenticata …………………………………295
Il martirio di Giulia Tartaglia …………………………306

CAPITOLO VIII: UNA GUERRA DI TRINCEA
“La balena si è arenata” …………………………315
Il Battaglione “Barbarigo” al fronte …………….322
Un silenzioso sacrificio ……………………………334
“Il nostro onore si chiama fedeltà”……………… 335
L’Ala Tricolore in difesa di Roma……………… 339
La guerra nelle “buche” …………………………343
Le Guardie Legionarie sulla Linea Gustav…… 348
Il valore dei soldati italiani ………………………353

CAPITOLO IX: LA BATTAGLIA IN DIFESA DI ROMA
Il crollo della Linea Gustav …………………….361
L’Operazione “Buffalo” …………………………377
L’intervento di Clark …………………………….385
La resistenza sulla Linea Caesar ……………388
Il crollo della Linea Caesar ……………………391
L’ultima battaglia per la Capitale ……………398

CAPITOLO X: L’ULTIMA RESISTENZA
L’intervento della Santa Sede ………………413
Il congedo ……………………………………415
“Ritorneremo” ………………………………432
Roma, 4 giugno 1944 ………………………435
Gli ultimi chilometri …………………………437
L’affanno dei “Diavoli Neri”……………… 440
L’ultima raffica……………………………… 445
I cecchini fascisti ………………………452

CAPITOLO XI: L’OCCUPAZIONE DI ROMA
La conquista dell’Urbe ………………………465
L’epurazione americana ……………………472
Fu davvero una vittoria? ……………………475

APPENDICE
Documento n. 1: Il Campo della Memoria di Nettuno………………………… 487
Documento n. 2: Gli incidenti di Nettuno del 28 maggio 1989……………… 491
Documento n. 3: Tributo ai combattenti della RSI del poeta legionario Bruno Sacchi di Nettuno…………497
Documento n. 4: I caduti del fascismo repubblicano…………………… 498
Documento n. 5: Un omaggio a Peter Tompkins …… 503
Documento n. 6: Il fascismo clandestino romano (1944-1945) ……………505
Documento n. 7: 3 settembre 1939: iniziava così la Seconda Guerra Mondiale ……… 509

BIBLIOGRAFIA………………… 512

INDICE DEI NOMI ………………517

APPENDICE FOTOGRAFICA………527
(37 pagine, di cui 30 a colori)

Dominique Clévenot / Gérard Degeorge, Decorazione e architettura dell’Islam, (trad. it.) Le Lettere, Firenze 2000

di Enrico Galoppini

arte_architettura_islamAccompagnati da due guide d’eccezione, Dominique Clévenot, studioso di arte islamica, e Gérard Degeorge, un fotografo che vanta una lunga esperienza di viaggi nei paesi di arabo-musulmani, attraverso le bellissime pagine illustrate di Decorazione e architettura dell’Islam si viene condotti in un entusiasmante viaggio alla conoscenza della decorazione architettonica dell’Islam.

Lo spettacolare apparato fotografico, che vale da sé l’acquisto del volume, è integrato da testi di elevato valore scientifico e didattico.

La decorazione architettonica islamica viene qui esaminata da quattro diversi punti di vista.

Storico, gli Autori trattando dell’origine e della diffusione della cultura architettonica e decorativa nelle regioni araba, turca, iranica e indiana; tecnico, con la spiegazione dei materiali e delle tecniche utilizzate (mosaico, stucco, mattone, ceramica; bronzo, legno, legno dipinto) dagli abilissimi costruttori e decoratori musulmani; tematico, passando in rassegna i differenti motivi ornamentali, come la figura, la scrittura, i motivi vegetali e geometrici; estetico: ovvero l’arte delle superfici e la creazione dello spazio architettonico (archi, cupole, colonne e capitelli, giochi di luce), alla ricerca dell’equilibrio tra l’edificio e il suo apparato decorativo.

alhambra1Il volume è stato concepito per soddisfare le esigenze di un pubblico differenziato, dall’esperto d’arte e architettura, che troverà un’esauriente documentazione sull’argomento (inclusi un glossario e una tavola delle principali dinastie islamiche) e immagini di monumenti difficilmente reperibili nella bibliografia in lingue europee occidentali [*], al semplice lettore curioso e amante del bello, che rimarrà incantato da veri e propri monumenti dell’arte universale: la Cupola della Roccia di Gerusalemme, l’Alhambra di Granada, la Moschea dello Shah a Isfahan, il Taj Mahal di Agra. Alcuni esempi, questi, di come l’arte islamica, sin dal VII secolo, abbia saputo fondere i differenti patrimoni culturali dei popoli entrati nell’Islam in una sublime sintesi architettonica e decorativa ovunque riconoscibile, dall’Atlantico all’Oceano Indiano, come “arte islamica”.

hunkePer di più, ponendo attenzione a quanto esposto dai due Autori, ciascuno potrà valutare l’influenza di determinati motivi architettonici ed ornamentali dell’arte europea del Medio Evo e non solo: si pensi alle facciate striate del Duomo di Siena e del Duomo di Orvieto, oppure a come i minareti “hanno esercitato un’ulteriore influenza sulla forma delle torri campanarie rinascimentali italiane, i campanili svettanti (haben ferner auf die Form der Renaissance-Glockenturme Italiens, die freistehenden Campanili, eingewirkt), nonché sui meravigliosi e celebri campanili del grande architetto inglese Wren, il quale, al pari di musulmani e italiani, seppe giocare sul contrasto fra torri e cupole. Anche le nicchie rinascimentali a forma di conchiglia riproducono quelle presenti nelle moschee e nei minareti islamici”1.

  1. Sigrid Hunke, Allahs Sonne uber dem Abendland. Unser arabische Erbe, Deutsche Verlags-Anstalt, Stuttgart 1960, p. 294.

 [*] Breve bibliografia sulle arti nell’Islam (testi in lingua italiana)

  •  L’arte mamelucca. Splendore e magia dei sultani, Milano, Electa, 2001
  • L’arte mozarabica. Cristiani e musulmani nell’alto medioevo, testo di Jacques Fontaine, fotografie di Zodiaque, Milano, Jaca Book, 1983
  • L’arte mudejar. L’estetica islamica nell’arte cristiana, Milano, Electa, 2000
  • Belting Hans (a cura), Il Medio Oriente e l’Occidente nell’arte del 13. secolo, Bologna, CLUEB, stampa 1982
  • Burckhardt Titus, Fondamenti dell’arte musulmana, in Idem, L’arte sacra in Oriente e Occidente, Milano, Rusconi, 1990, pp. 92-109.
  • Burckhardt Titus, L’arte dell’Islam, traduzione di Luca Tognoli, Milano, Abscondita, 2002
  • Creswell K.A.C., L’architettura islamica delle origini, Milano, Il Saggiatore, 1966
  • Cuneo Paolo, Storia dell’urbanistica. Il mondo islamico, Roma-Bari, Laterza, 1986
  • Curatola Giovanni (a cura di), Eredità dell’islam. Arte islamica in Italia (catalogo), Cinisello Balsamo, Silvana, 1993
  • Curatola Giovanni (a cura di), Arte della civiltà islamica. La Collezione al-Sabah, Kuwait, Skira, Milano 2010
  • Curatola Giovanni, Scarcia Gianroberto, Le arti nell’Islam, Roma, NIS, 1990
  • Curatola Giovanni, Scarcia Gianroberto, L’arte persiana, Milano, Jaca Book, 2004
  • Danby Miles, Stile moresco, Milano, A. Mondadori, 1995
  • Fontana Maria Vittoria, La miniatura islamica, Roma, Edizioni lavoro, 1998
  • Fusaro Florindo, La città islamica, Laterza, Bari, 1984
  • Gabrieli Francesco, Scerrato Umberto, Gli Arabi in Italia. Cultura, contatti e tradizioni, saggi di Paul Balog … et al., prefazione di Giovanni Pugliese Carratelli, 2ª ed., Milano, Garzanti-Scheiwiller, 1985
  • Grabar Oleg, Arte Formazione di una civiltà, Milano, Electa, 1989
  • Grube Ernst J., La pittura dell’Islam. Miniature persiane dal 12. al 16. sec. , Bologna, Capitol, 1980
  • Hattstein Markus, Delius Peter, Islam. Arte e architettura, Colonia, Könemann, 2000 (ed. it. 2001)
  • Hoag John D., Architettura islamica, 2ª ed., Milano, Electa, 1998
  • Hull Alastair, Luczyc-Wyhowska Jose, Storia, tecniche, motivi decorativi, collezionismo, manutenzione, 2ª ed., Milano, Mondadori, 2000
  • Tredici secoli d’arte e d’architettura in Tunisia, Milano, Electa; Tunisi, Demeter, 2000
  • Il Marocco andaluso. Alla scoperta di un’arte del vivere, Milano, Electa; Casablanca, EDDIF, 2000
  • Martínez Montávez Pedro, Ruiz Bravo Carmen, Europa islamica, Novara, Istituto Geografico De Agostini, 1991
  • Monneret de Villard Ugo, Introduzione allo studio dell’archeologia islamica. Le origini e il periodo ommayyade, Fondazione Giorgio Cini, Venezia- Roma 1968, pp. 89-164
  • Mozzati Luca, Islam, Milano, Electa, 2002
  • La nascita dell’arte ottomana. L’eredità degli emirati. Turchia, Anatolia occidentale e Tracia, Milano, Electa, 2002
  • Nelle terre della mora incantata. L’arte islamica in Portogallo, Milano, Electa, 2001
  • Gli Omayyadi. La nascita dell’arte islamica, Milano, Electa, 2000
  • Otto-Dorn Katharina, Islam, (trad. it.) Il Saggiatore, Milano 1964
  • Pagnano Gigi, L’arte del tappeto orientale ed europeo dalle origini al 18. secolo, Busto Arsizio, Bramante, 1983
  • Righini Pietro, La musica araba nell’ambiente, nella storia e le sue basi tecniche, Zanibon, Padova, 1983
  • Stierlin Henri, Arte islamica. L’influenza dell’architettura persiana da Isfahan al Taj Mahal, (trad. it.) White Star, Vercelli 2002
  • Stierlin Henri, Arte islamica nel Mediterraneo da Damasco a Granada, (trad. it.) White Star, Vercelli 2005
  • Talbot Rice Tamara, I selgiuchidi, Milano, Il Saggiatore, 1968, pp.124-266
  • Valcarenghi Dario, Storia del kilim anatolico, Milano, Electa, 1994
  • Zarif Mehdi, Il tappeto orientale. Arte, cultura, tecniche. Grande guida illustrata, Novara, Istituto geografico De Agostini, 1998
  • Zibawi Mahmoud, Orienti cristiani. Senso e storia di un’arte tra Bisanzio e l’Islam, prefazione di Olivier Clément, Milano, Jaca book, 1995

Ali Kazuyoshi Nomachi / Seyyed Hossein Nasr, La Mecca e Medina. Le città sante dell’Islam, (trad. it.) White Star, Vercelli 2004

di Enrico Galoppini

mecca_coverI temi dell’«origine» e del «centro» sono rappresentati nell’Islam dalla Ka‘ba, quel «tempio al centro nel mondo» che ogni musulmano considera, simultaneamente, in un rapporto statico (l’orientamento della salât, cinque volte al giorno) e dinamico (la mèta dello hajj, almeno una volta nella vita per chi è in grado di farlo).

La fondazione della Ka‘ba rimanda ad un tempo originario della ‘storia islamica’ dell’umanità, ed essa sta al «centro» di questo mondo poiché nel Cosmo islamico si situa sull’Asse che unisce il Cielo (dove si situa il «Trono divino») alla Terra.

Svolgendovi attorno il settuplice tawâf (circumambulazione) in senso antiorario, il musulmano percorre un cammino a spirale di rigenerazione verso la sua «origine» (origine dell’uomo tout court, poiché, si ricordi, per l’Islàm ciascun uomo nasce «muslim»), eventualmente fino a toccare la Pietra Nera, il ‘limite ultimo’ del mondo, il suo ‘centro di gravità’, la pietra angolare dell’universo. Sette sono i giri, come sette sono i cicli dell’umanità che ha ricevuto l’Islàm come ultima Rivelazione, e sette sono i Cieli – presidiati dai precedenti Inviati – ascesi dal Profeta durante il mi‘râj (sura XVII).

azraqiLa Ka‘ba, com’è noto, venne svuotata degli idoli dal Profeta dell’Islam una volta che Mecca fu conquistata alla Dîn al-Fitra (la religione della «Natura primordiale dell’uomo»): se la Ka‘ba è simbolo del «centro» del mondo – il che implica «di tutti i mondi» (al-‘âlamîn) -, il suo corrispondente in quel ‘tempio microcosmico’ che è il corpo dell’uomo (haykal) è il cuore, che va, appunto, svuotato degli ‘idoli’. Chiarito ciò, si capisce perché la Ka‘ba è rivestita con quel drappo nero (la kiswa) finemente ricamato con versetti coranici d’oro: essa è una sorta di «corpo vivente», e la kiswa è il suo ‘vestito’.

L’edificio, naturalmente, in ragione della sua forma cubica simboleggia anche l’armonia, la stabilità e l’immutabilità dell’Islam (gli arkân ad-dîn sono in un certo senso quattro – come gli angoli della Ka‘ba – più uno): si noti per inciso che, in ambito islamico, un conto è l’azione tradizionale di «rinnovamento» (tajdîd), un’altra quella, antitradizionale, di «innovazione» (bid‘a).

Che tutto nel hajj rivesta un significato simbolico si capisce perfettamente in questo libro fotografico della serie del National Geographic, i cui testi sono curati da un’autorità quale Sayyid Hussein Nasr, autore di vari studi sull’Islàm pubblicati in italiano dall’editrice Rusconi (Il Sufismo, L’uomo e la natura, Ideali e realtà dell’Islam).

KabaaIl ritorno all’«origine» e al «centro» è anche un ‘morire’ alle cose del mondo, e per questo il pellegrino conserverà, per farne il sudario, l’ihrâm, i due pezzi di stoffa non cucita indossati durante il hajj. E chi muore durante il hajj muore da martire (shahîd): lo stesso vestire l’ihrâm è una sosta di «morte alle cose del mondo», e la piana di ‘Arafât – dove Adamo ed Eva «si ritrovarono» – simboleggia la piana di Mahshar, quella del Dì del Rendiconto.

Se poi si riflette sulle due parti della shahâda (l’attestazione di fede dell’Islam per cui «Non c’è divinità se non Iddio e Muhammad è l’Inviato d’Iddio»), si capisce anche l’importanza e la complementarità di Mecca e Medina. Ecco perché, nel superlativo apparato fotografico di questo libro, opera di ‘Ali Kazuyoshi Nomachi, fotografo giapponese musulmano, alla «Città del Profeta» è riservato un adeguato spazio. I pellegrini – sebbene controllati dalla polizia religiosa wahhabita (s’intravede alle pp. 114-115) – vi si recano per recitare un du‘â’ sulla tomba di Muhammad , il «polo della sua epoca» accanto al quale stanno i sepolcri di Abû Bakr e ‘Umar, i suoi «aiutanti», oltre che primo e secondo califfo: ecco che anche nell’Islàm vi è una rappresentazione di quella gerarchia trifunzionale che forse troppo superficialmente si attribuisce ai soli «Indoeuropei».