Precisazioni sull’Islam

Siccome non ne posso più di sentire stupidaggini sull’Islam, ripropongo una breve intervista al sottoscritto, di ben diciotto anni fa, che credo possa essere d’una qualche utilità per chi ancora ha le idee molto confuse al riguardo. La inserii in «Islamofobia. Attori, tattiche, finalità», pubblicato nel 2008.
Per quanto riguarda il passaggio in cui parlo del turismo nei Paesi arabi ed islamici, nel 2005 non avevo ancora cominciato a curare dei viaggi in prima persona. Avevo solo svolto la funzione di accompagnatore per alcuni operatori turistici, nei quali la mia funzione era piuttosto marginale. E, soprattutto, non avevo alcuna voce in capitolo sulla ricerca dei partecipanti.
E.G.

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INTERVISTA SULL’ISLÂM (*)

D: Negli ultimi tre anni si è parlato continuamente di “mondo islamico”, tanto che nelle masse si è creata l’illusione di sapere molto, quasi tutto, su questa religione. Ad avviso di chi scrive, questo genere di conoscenza è ancora più pericolosa della totale ignoranza; ti chiedo perciò una cosa molto impegnativa: “Che cosa è l’Islàm”?

R: Già negli anni Novanta esisteva una discreta mole di pubblicistica divulgativa sull’Islâm, sollecitata dal fenomeno dell’immigrazione di aderenti a questa religione (che, cercherò di spiegarlo, è una completa visione del mondo). L’approccio, in quei testi, era generalmente molto rispettoso, talvolta addirittura lusinghiero. E questo, ricordiamolo, quando ad ogni buon analista appariva chiaro che con l’Occidente coalizzatosi nel 1990 contro il “cattivo” Saddam Hussein si preparava lo schema da “scontro di civiltà”. Ma ancora il lavoro dei vari “pensatoi” (i think tank…) non aveva scavato a fondo nelle coscienze, e l’islamofobia manifesta rimaneva un fatto di nicchia, appannaggio di coloro che l’hanno da sempre coltivata sognando le Crociate e Lepanto. Non era, insomma, un fenomeno di massa, anche se, ad onor del vero, “il Turco”, “il Saraceno”, “il Maomettano” sono incubi che abitano nel profondo della “psicologia collettiva” europea, in specie quella meridionale, e che perciò, facilmente, possono sempre essere riportati in superficie. Ad un livello, appunto, di “psicologia collettiva”, con l’11 settembre è stata effettuata un’operazione di riattivazione di questo “materiale psichico” sedimentatosi nel corso dei secoli (non solo a causa di pregiudizi, per carità, perché le scorrerie dei corsari barbareschi sulle coste italiane sono un fatto, anche se questo argomento è complesso e non c’è lo spazio per svilupparlo qui).
Questa premessa per dire che in tutto il parlare che dopo l’11 settembre occupa intere serate d’intrattenimento e nella valanga di instant book, opuscoli e dossier sull’Islâm nei quali si sono cimentati un po’ tutti spesso traspare l’intento (compiacendo i relativi committenti…) di nuocere all’Islâm e ai musulmani. Non si tratta ad ogni modo di un serio tentativo di conoscenza, ma, come di norma accade, di una scorciatoia per “farsi un’idea”. Ora, questo non è detto che porti inevitabilmente a risultati negativi: dipende sempre dall’intenzione che muove chi scrive e chi legge. Per di più, ovviamente, non possiamo conoscere tutto, e difatti non si conosce mai completamente niente di tutto ciò che appartiene al mondo fenomenico. Io stesso, all’inizio dei miei corsi all’Università, dico sempre “qui ci facciamo un’idea sull’Islâm”, e non “alla fine del corso conoscerete l’Islâm”. Siccome però mi chiedi “che cosa è l’Islâm”, ti risponderò partendo dall’etimologia. Le parole arabe hanno quasi sempre una radice triconsonantica che nel caso del termine “Islâm” è sîn-lâm-mîm (s-l-m), le cui forme verbali veicolano i seguenti significati: essere sano, in buona salute, consegnare, consegnarsi, arrendersi. Tra queste forme verbali, quella da cui deriva il nome “Islâm” è una di quelle che esprime un atteggiamento attivo, per cui, ricorrendo ad una perifrasi, si potrebbe definire l’Islâm un “consegnarsi volontariamente al volere divino (espresso a chiare lettere nel Corano)”. Spesso si leggono delle spiegazioni approssimative: “salâm” (pace) ha certo la stessa radice di “Islâm”, ma “Salâm” e “Islâm” non sono la stessa cosa, né ha senso dire che l’Islâm è “la religione della pace”. La Pace (con la P maiuscola) è una conseguenza dell’Islâm, e as-Salâm (“la Pace”) è uno dei 99 Nomi divini “più belli”. Per non parlare della “sottomissione (a Dio)”, che dà l’idea di un credente tiranneggiato da un dispotico Signore.
In estrema sintesi, è musulmano colui che riconosce l’Unità e l’Unicità di Dio (tawhîd) espresse nella shahâda, la testimonianza di fede che recita: “Non c’è divinità se non Iddio, e Muhammad è l’Inviato d’Iddio”. A questo punto, il credente (al-mu’min; Îmân = fede), colui che crede in Dio, nei Suoi Angeli, nei Suoi Libri, nei Suoi Inviati, nell’Ultimo Giorno (il “Giorno del Giudizio”), esprime il suo Islâm nella pratica dei cosiddetti cinque “pilastri dell’Islâm”, che sono, dopo la shahâda: la salât, la preghiera canonica rituale cinque volte al dì; la zakât, una vera e propria tassa esatta dallo Stato per conto della comunità secondo precise indicazioni a seconda dei beni (tipologia, minimo imponibile, aliquota) e ridistribuita a beneficio di precise categorie di aventi diritto; sawm Ramadân, ovvero l’astinenza (piuttosto che “digiuno”) durante il mese di Ramadân (il 9° del calendario lunare islamico), dall’alba al tramonto di ogni giorno; il hajj, il Pellegrinaggio alla Casa Santa (il “Centro del mondo”, il “santuario” di Mecca che contiene anche la Ka‘ba con la Pietra Nera) in precisi giorni dell’anno, almeno una volta nella vita.

D: Pensi che gli opinion makers abbiano in fin dei conti evidenziato cose giuste o pensi che abbiano solo fatto confusione?

R: Se si riflette sul significato di “opinion makers”, “fabbricanti di opinioni”, in pratica ci si è già dati una risposta. Questi personaggi, in numero tutto sommato esiguo, onnipresenti e presentati come degli autentici oracoli (anche grazie al fatto che li si sottrae ad ogni autentico contraddittorio), svolgono alla perfezione il compito cui sono stati delegati, ovvero la fornitura di un ‘corredo’ intellettuale, una sorta di sapere prêt à porter funzionale alle esigenze politiche dei loro committenti. Che difatti li pagano profumatamente… Non si tratta perciò d’interrogarsi in merito a quel che propongono di volta in volta ad un pubblico in massima parte sprovveduto e che li considera la necessaria ‘porta’ per ottenere delle informazioni sul mondo arabo-islamico. I loro argomenti alla fin fine ruotano sempre attorno ad un’unica esigenza: creare allarmismo attorno all’Islâm, ponendolo al centro della scena dicendo: “il problema, oggi, è l’Islâm”, quando invece gli italiani – e non solo – avrebbero ben altri bersagli cui indirizzare le loro preoccupazioni di carattere politico, sociale ed economico.

D: La conoscenza diretta del variegato mondo islamico è quasi interamente affidata ai canali del turismo di massa. Non credi che anche un genere di contatto simile non faccia altro che alimentare luoghi comuni e pregiudizi?

R: Il turismo di massa è una parodia dell’incontro tra culture e genti diverse. Per esperienza diretta, avendo avuto occasione di accompagnare dei gruppi di turisti nel Vicino Oriente, posso affermare che sebbene i partecipanti a questo tipo di viaggi siano generalmente discretamente motivati e posseggano un livello di “cultura” piuttosto elevato, queste fugaci esperienze in loco non li ‘vaccinano’ dal contagio da “scontro di civiltà”, magari a loro stessa insaputa. Mi spiego: avendo apprezzato il valore dell’arte islamica e la straordinaria profondità delle culture dei Paesi visitati, provano sincera indignazione alla notizia della distruzione di un importante museo sotto le bombe americane, ma si dimostrano completamente vulnerabili sul piano della propaganda di tipo politico essendo pronti a condannare qualsiasi resistenza armata all’invasore, come se questi popoli – i reali popoli arabi e islamici, e non quelli dei libri e dei musei – non fossero capaci di scegliere l’opzione politica che più si confà al loro sentire e alla loro cultura, e perciò degni di rispetto per le scelte che fanno in quello che ritengono essere il loro interesse.
Anche in questo si riflette una grave incapacità a concepire l’Altro da sé. Più di vent’anni fa Pascal Bruckner – di certo non un “progressista” – scriveva ne Il singhiozzo dell’uomo bianco che “l’indigeno è accettato solo se bisognoso (di carità missionaria) o rivoluzionario (marxista-leninista)”, e la situazione è senz’altro peggiorata perché ciò significava che almeno entro certi schemi gli si riconosceva il diritto di ribellarsi!
Il turista, sebbene armato delle migliori intenzioni, cerca inoltre una realtà contraffatta, imbevuta d’esotismo, nella quale il rapporto con la gente del posto si limita ad una serie ritualizzata di situazioni-tipo, qual è ad esempio la tipica scorribanda in un sûq. Oppure, che dire di quell’autentica “barbarie del comfort” che caratterizza questi costosissimi viaggi? Il turista mangia razioni doppie o triple di cibo rispetto alle gente del posto, vive in ambienti dove si pulisce sul pulito, è causa – con la complicità di affaristi locali legati a catene multinazionali – dello scempio di molti paradisi naturali. Per di più, agli occhi dei locali, tutto questo sfarzo alimenta il pregiudizio per cui noi “occidentali” siamo tutti dei piccoli Paperon de’ Paperoni, con buona pace dei bei discorsi sulla comprensione reciproca di cui s’ammanta l’industria turistica… .

D: È innegabile che nella religione musulmana si sia innestata una componente guerresca. Non sto a sindacare se questa componente sia comprensibile o meno, tuttavia mi chiedevo se tali caratteristiche non siano un prodotto di una certa “colonizzazione di ritorno”. Quale che sia il nostro giudizio su Bin Laden, non pensi che sia difficile ritrovare in lui un reale atto di rivolta, vista la sua profonda appartenenza ai miti dell’Occidente?

R: L’Islâm parte da una base realistica, e non descrive il mondo così come ci piacerebbe che fosse, con gli agnellini accarezzati da belve feroci, tipo l’iconografia di certe chiese statunitensi. La vita contempla anche il combattimento, la lotta, e chiunque lo sperimenta ogni giorno. La guerra fa parte della vita degli uomini e delle comunità. Ma l’importante è stabilire delle regole che assicurino il rispetto di alcune garanzie fondamentali e, soprattutto, contribuiscano a ristabilire al più presto le condizioni per una pace con giustizia e quindi duratura .
Dunque, per evitare fraintendimenti, bisogna spiegare che cosa è il jihâd, nel 99% dei casi tradotto con “guerra santa” senza aggiungere altro, senz’altro in malafede quando si tratta di inviati che da anni stanno al Cairo o a Gerusalemme (senza sapere l’arabo!). Di nuovo, dobbiamo rivolgerci all’etimologia. La radice triconsonantica jîm-hâ’-dâl (j-h-d) veicola i significati di “sforzo”, “impegno”, “assiduità”, “applicazione con zelo”. La forma verbale jâhada significa “combattere qn.”, ma al-jihâd fî sabîl Allâh è “il combattimento sulla Via di Dio”, un “sacro sforzo” per avvicinarsi a Lui. Qui l’Islâm distingue due tipi di jihâd: il “grande jihâd”, che è quello contro le proprie passioni, contro l’anima concupiscente dispersa nella molteplicità, ed un “piccolo jihâd”, quello da svolgere con le armi in difesa della comunità. Quest’ultimo, come è scritto nel Corano, non ha niente a che vedere con la guerra indiscriminata o “totale” moderna, dove le prime vittime sono le popolazioni civili proprio perché non esiste più la distinzione tra militari e non, essendoci un solo soggetto che svolge operazioni di “polizia internazionale” a caccia di ‘fuorilegge’ (e i popoli lo sono nella misura in cui sostengono i “dittatori”: per questo c’è l’embargo…), come nella migliore tradizione western. Tutto nel jihâd è sottoposto a regolamentazione: dal trattamento del prigioniero, alla spartizione del bottino eventualmente preso al nemico. Ma, ribadisco, il jihâd interiore deve prevalere su quello esteriore, anche mentre si svolge quest’ultimo, il che – s’intuisce – preserva il combattente dal commettere inutili efferatezze.
Purtroppo – e qui è evidente un processo degenerativo influenzato dall’importazione di una prassi politica non islamica – molti movimenti islamisti (lo studioso, invece, è un “islamologo”) assolutizzano il concetto di “piccolo jihâd” e ne fanno il jihâd tout court: in ciò sono assimilabili ai gruppi rivoluzionari laici, con l’unica differenza che cercano una legittimazione di tipo religioso. Detto questo, non vuol dire che i vari Bin Laden s’inventino dei problemi dal nulla: è semmai il tipo di risposta che danno che andrebbe sostituita con altre più genuinamente islamiche, ma non certo far finta che tutto vada bene e limitarsi a conformistiche e rituali pubbliche condanne, comprese quelle di “musulmani moderati” talvolta davvero patetici nel loro goffo tentativo d’ingraziarsi i nemici dell’Islâm. Già che ci sono, “musulmano moderato” non significa niente, se non “musulmano funzionale”, poiché l’Islâm ricerca sempre la moderazione, la “via mediana”, rifuggendo le esagerazioni.

D: Quello che sta accadendo è da molti considerato uno “scontro di civiltà”. A mio avviso questa è una idea perniciosa, ma quello che desideravo comprendere è se ritieni che categorie risorgimentali come i concetti di “destra” e “sinistra” siano in qualche modo utili per districarsi nei conflitti in atto.

R: Onestamente, devo ammettere di non aver ancora capito cosa sia questo famoso “scontro di civiltà”. La questione è stata posta all’ordine del giorno per il tramite di un superpagato “analista” solo perché l’Occidente (e quando scrivo “Occidente” parlo dell’azione solidale di tre gruppi: l’élite WASP anglo-americana a capo delle grandi multinazionali, una componente ebraico-sionista che controlla la cultura e i media ed ha forti influenze in campo finanziario, la componente clerico-massonica – forte sia in Europa che in Sud America – che mediante l’Opus Dei ha messo il suo universalismo al servizio del progetto mondialista) nel progetto di espansione planetaria del suo dominio si trova tra i piedi l’Islâm, sia dal punto di vista ‘ideologico’ (e qui il discorso si amplierebbe a considerazioni su quella che Guénon indicava come la “contro-iniziazione”) sia da quello geopolitico . In tutto questo, i popoli europei (ed alcuni loro esponenti politici), che sono i naturali vicini di casa dei popoli arabo-islamici, vengono allarmati, ricattati, abbindolati con questa favola dello “scontro di civiltà”, la cui presa è facilitata dall’aumentato afflusso d’immigrati di religione islamica, che pone inevitabilmente dei problemi (ma va osservato che i problemi li pone un’immigrazione eccessiva, e non una “immigrazione islamica”). Per di più, lo “scontro di civiltà” non descrive una situazione di fatto, oggettiva, ma solo uno stato di tensione indotto permanentemente finché farà comodo, poiché chiunque recandosi in un paese arabo-islamico può constatare come i popoli che li abitano, in specie quelli vicino-orientali, siano tra le persone più aperte e cordiali del mondo, né è sostenibile che un qualsivoglia paese arabo-islamico intenda conquistarci o sottometterci. Sfido chiunque a provare con argomenti razionali che è il mondo arabo-islamico a voler sottomettere l’Occidente – nel quale, ripeto, l’Europa sta a far da comparsa – e non, come sta avvenendo, il contrario.
Detto questo, va da sé che “destra” e “sinistra” non offrono alcuno strumento utile per orientarsi nella situazione attuale. Basti osservare l’indecoroso atteggiamento di entrambi gli schieramenti-fotocopia: quando uno grida “guerra”, l’altro risponde “pace”, ma se il primo ha un ripensamento, il secondo non lo asseconda come ci sarebbe da aspettarsi: si arrampica sugli specchi pur di fare il bastian contrario. Probabilmente i tifosi calcistici sono più obiettivi! A parte gli scherzi, come avviene negli Usa – e spiega magistralmente John Kleeves -, la “destra” è il capitalismo arrivato, soddisfatto, la “sinistra” quello insoddisfatto, che rappresenta i ceti emergenti , ragion per cui il “lavoro sporco” – qual è stato ad esempio l’attacco a Belgrado del 1999 – lo compie la “sinistra”, ed il “popolo” – che in pratica non c’è più, ma esiste, come scrive Costanzo Preve, una “classe media globale” – è così disposto ad accettare quel che mai accetterebbe se promosso dalla “destra”. Se nel 2003 si sono viste milioni di persone nelle strade per manifestare il loro dissenso (col riflusso attuale che la dice lunga sulla solidità delle loro posizioni, vagamente “pacifiste” ma refrattarie a riconoscere che resistere ad un’aggressione è giusto e sacrosanto), nel 1999, quando la guerra venne portata in Europa con la sinistra al governo, furono veramente pochi quelli che manifestarono contro quella guerra.

D: Una domanda più metafisica: da studioso immagino che proverai una forte fascinazione per il portato religioso musulmano.

R: Naturalmente, altrimenti sarei certamente passato ad altro. In effetti, non capisco come si possa dedicare una vita di studio a qualcosa che si detesta o, nel migliore dei casi, ci rimane indifferente. Il mio accostamento allo studio di quella che potremmo definire una “visione del mondo direttamente dettata da Dio” va di pari passo con l’approfondimento della conoscenza della lingua araba, lingua nella quale, lo ricordo, è scritto il Corano – da Qur’ân, “recitazione (salmodiata)” – essendo stata la lingua della Rivelazione. È perciò una lingua sacra, che ha inoltre la peculiarità d’essere una lingua viva, parlata in una ventina di Stati e ovunque si trovano comunità d’emigrati arabofoni.

D: Quale corrente dell’Islam ti affascina di più? Quale è il tuo giudizio sul Sufismo?

R: La corrente alla quale più mi sento vicino è quella sunnita “ortodossa”, quella mediana sistematizzata da al-Ghazâlî definita della ahl as-sunna [l’insieme delle tradizioni profetiche] wa l-jamâ‘a (“la gente della sunna e della comunità”), con ciò stabilendo che l’autorità risiede nell’interpretazione comunitaria dei dati della Rivelazione con l’ausilio dei dotti versati nelle scienze religiose (coloro che compiono l’ijtihâd, dalla stessa radice di jihâd), e non in qualche personaggio carismatico magari dotato di chissà quali poteri… In questo modo, l’unità della comunità è salva, e si evita il frazionamento in mille sette, tanto più ingiustificate se si pensa che nell’Islâm si ripete sovente che fî l-ikhtilâf rahma (“nella differenza c’è una misericordia”). Il sufismo (at-tasawwuf), non è invece una “corrente” dell’Islâm, ma ne costituisce piuttosto l’essenza, il nocciolo, la via lungo la quale ci si può incamminare per raggiungere, grazie ad un’iniziazione, una dottrina e un metodo sotto la guida di un maestro (shaykh) di una tarîqa (lett. “via”, tradotto spesso con “confraternita”) ortodossa, un grado di conoscenza più intimo della Rivelazione della cui luce comunque il credente partecipa attenendosi alla pratica dei cinque pilastri summenzionati e all’osservanza della sunna del Profeta. Difatti, dev’essere chiaro che non è pensabile seguire il Sufismo e non essere musulmani, poiché il Sufismo è l’approfondimento della “testimonianza di fede” (“Non c’è divinità se non Iddio, e Muhammad è l’Inviato d’Iddio”), per estinguere il sé individuale ed identificarsi col Sé universale. In pratica il sufi per questo mondo è già morto, sebbene sia ancora in vita, non avendo altra preoccupazione che la contemplazione e la glorificazione di Dio, il cui nome (Allâh) ricorda incessantemente col dhikr (“menzione”). In una pubblicazione islamica integralista-modernista (i due punti di vista sono apparentemente antitetici) ho letto una volta che “il sufismo non è Islâm”: si deve invece affermare che il Sufismo ortodosso, quello cioè trasmesso attraverso catene iniziatiche ininterrotte che partono dal Profeta, e che conta ancora numerosi aderenti in tutto il mondo islamico alla ricerca di un sincero percorso di rigenerazione spirituale, è non solo genuinamente islamico, ma è il miglior antidoto contro qualsiasi forma d’estremismo.

(*) Intervista a cura di Antonello Cresti, pubblicata col titolo «Che cosa è l’Islam? Discutiamone con Enrico Galoppini», “Guide Controcultura di Supereva”, 5 aprile 2005. Ripubblicato su “Eurasia-rivista.org”, 8 aprile 2005; “Aljazira.it”, 10 aprile 2005; “Italicum”, marzo-aprile 2005.

Convegno “Evola-Guénon: incontro o scontro?”. Intervista a Enrico Galoppini

Sabato 12 Maggio si svolgerà, a Brescia, il convegno dal titolo “Julius Evola, René Guénon. Incontro o scontro?”, organizzato dal Centro Studi Internazionale Dimore della Sapienza. L’evento, oltre a vedere la partecipazione di relatori di prim’ordine fra cui Claudio Mutti (Eurasia), Enzo Iurato (Heliodromos), Paolo Rada (rappresentante del Centro Studi “Dimore della Sapienza”), ed Enrico Galoppini (scrittore), si caratterizzerà per la partecipazione ufficiale di Rigenerazione Evola che ha dato la propria adesione e sarà presente all’evento. Inoltre, da qui al 12 maggio pubblicheremo una serie di interviste ai relatori, nonché, dopo la conferenza bresciana, i loro interventi, foto e recensioni.

A seguito della bella esperienza del convegno dedicato ad Evola nel 2016, infatti, Rigenerazione Evola ha convintamente raccolto questa opportunità, ritrovandosi ancora una volta, spalla a spalla, con amici e camerati coi quali – al di là di specifiche differenze di indirizzo – condivide una analoga visione del mondo. E’ questo lo spirito che ci caratterizza ed è con l’impersonalità che anima il nostro Progetto che sosteniamo iniziative come queste. In marcia per il Fronte della Tradizione, sempre.

Rimanete dunque connessi con noi e, contestualmente, invitiamo caldamente tutti gli amici e camerati che ne avranno la possibilità ad aderire all’evento bresciano, che ci vede fra i promotori.

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Enrico Galoppini, saggista e traduttore dall’arabo, diplomato in lingua araba a Tunisi e ad Amman, ha lavorato nell’ambito di progetti internazionali (ad es. in Yemen) ed ha insegnato per alcuni anni Storia dei Paesi islamici presso le Università di Torino e di Enna. È nel comitato di redazione della rivista di Studi geopolitici “Eurasia”.

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A differenza degli altri relatori del Convegno, alla conoscenza di Guénon ed Evola lei è arrivato in età più adulta, grazie al suo percorso di studi. Eppure, a differenza dell’errore in cui molti altri sono occorsi, non è rimasto imbrigliato in una lettura “culturale” o, peggio, “filosofica” di questi autori, riuscendo ad andare in profondità rispetto al loro messaggio. Il rischio c’è e come si può evitare?

In verità sono arrivato alla lettura degli scritti di questi due autori nel periodo dei miei studi universitari. Non so se ciò sia da considerare come particolarmente “tardi”, fatto sta che ho fatto in tempo, anche grazie a queste letture, a non farmi fagocitare da una visione del mondo improntata al “materialismo storico” e allo “scetticismo” che imperversava nella mia facoltà.

Ad Evola e Guénon, se non ricordo male, sono arrivato attraverso alcuni testi, di taglio giornalistico, che trattavano della cosiddetta “strategia della tensione”. Vi si parlava del “terrorismo nero”, i cui esponenti di punta sarebbero stati influenzati (se non addirittura ‘imbeccati’) dal Barone Nero. Questo, secondo autori “di sinistra” pregiudizievolmente ostili a Evola così come a tutta la “cultura di destra”, la quale non avrebbe potuto altro che sfornare bombaroli e stragisti. In questi libri venivano riportate ampie citazioni evoliane, che ebbero su di me – che evidentemente ero in una fase di ‘ricerca’ – l’effetto d’incuriosirmi sul pensiero di quello che veniva tratteggiato coi contorni del classico “cattivo maestro”. Scoprii che nel dipartimento di Scienze Politiche dell’ateneo pisano un professore aveva fatto acquistare praticamente tutti i testi di Evola, per cui mi misi a leggerli avidamente perché, come sapete, Evola delinea un mondo totalmente “altro” rispetto a quello “moderno” nel quale ci troviamo fondamentalmente a disagio. Evola, insomma, era un autore che poteva dare delle risposte (o aiutare a farsi delle domande…). Il passaggio a Guénon è stato consequenziale, in quanto Evola è stato uno, se non il principale, divulgatore in Italia del pensiero del metafisico francese, avendolo per esempio fatto collaborare ad una pagina culturale da lui diretta. Sua fu la traduzione de La crisi del mondo moderno e, se vogliamo essere onesti intellettualmente, possiamo riconoscere che il passaggio alla Tradizione da parte di Julius Evola lo si deve principalmente al suo incontro con l’opera di Guénon.

Ma poiché nessuno è uguale ad un altro, Evola assorbì la lezione guénoniana nella misura in cui la sua sensibilità ed il suo temperamento potevano consentirlo (io credo profondamente al fatto che “ognuno diventa ciò che è”…). Lo stesso dicasi per ciascuno di noi, lettori di Evola e Guénon. Questo per precisare che l’atteggiamento corretto che va mantenuto anche di fronte a giganti del pensiero di questa levatura non dev’essere quello di pedissequi imitatori, alla lettera, dei contenuti dei loro testi; di automi illusi di trasformarsi in tanti piccoli Evola o Guénon per il solo fatto di aver letto e riletto i loro libri ed articoli. Altrimenti si dà vita al noto fenomeno degli “evoliani” e dei “guénoniani” di ferro (una sorta di “marxisti della Tradizione”), peraltro sempre a rischio di conflitti reciproci basati, ufficialmente, sulla corretta lettura, e loro trasposizione nella prassi, dei “sacri testi”. La lezione di questi due autori non può che essere reinterpretata alla luce delle nostre rispettive ed irripetibili “equazioni personali”, per dirla con Evola. D’altronde, anche gli aderenti ad una religione non sono tutti fatti con lo stampino, perché ciascuno si carica del suo credo, dei suoi precetti e della sua morale nella misura in cui può farlo, sebbene qualcuno pensi che i cristiani, i musulmani eccetera siano (o dovrebbero essere) tutti uguali!

Dunque, per chiudere con la prima domanda, direi che il rischio di restare imbrigliati in letture di tipo “culturale” o “filosofiche”, per non dire ‘religiose’, del contenuto dei testi di Evola e Guénon (ma il rischio c’è anche per altri, penso a Schuon o a  Gurdjeff), lo possiamo evitare ricordandoci che ciascuno di noi non è un Evola o un Guénon in miniatura che deve per forza fare della propria esistenza una replica di quella di due personalità cui si può tributare rispetto ed ammirazione ma che non possono assurgere in tutto e per tutto a modelli da imitare alla lettera, pena situazioni di vera e propria dissociazione e/o alienazione che possono condurre persino ad esiti tragici per la propria stabilità psichica.

In un suo libro pubblicato nel 2008 ha parlato, giustamente, di “Islamofobia”. Oggi quel libro sembra a tratti profetico, essendosi compiuta quasi del tutto la teorizzazione dello “scontro di civiltà” che è alle base dei progetti mondialisti odierni. Indagare i rapporti Evola-Guénon, anche alla luce dell’adesione di quest’ultimo alla religione islamica, potrebbe essere utile per accedere in questo preciso momento storico ad una più chiara comprensione del vero Islam?

Dieci anni fa, ed anche prima (direi almeno dal 2001), l’obiettivo della creazione del “nemico islamico” era già chiarissimo, sempre che si fosse in possesso di adeguati strumenti analitici non disgiunti dalla diposizione a guardare la situazione senza gli occhiali del condizionamento ideologico pro-occidentale. Il tempo ha dato ragione alla disamina contenuta negli articoli raccolti in quel libro, in particolar modo nel saggio finale che ne costitutiva la sintesi (Islam come “problema” e strategie geopolitiche atlantiche: un rapporto necessario).

Ad una corretta comprensione dell’Islam e ad un onesto inquadramento dei musulmani, in tutte le loro sfaccettature, ha certamente contribuito l’opera di René Guénon, mentre quella di Evola, com’è noto, si è soffermata solo marginalmente sulla religione trasmessa agli uomini dal Profeta Muhammad. Anche altri autori, benché alcuni “guénoniani” storceranno sicuramente il naso, hanno a mio avviso scritto pagine importanti per avvicinare un pubblico euro-occidentale all’Islam: penso ai summenzionati Schuon e Gurdjeff, ma anche a Burckhardt e Lings (questi due sono comunque, dal punto di vista “guénoniano”, del tutto “ortodossi”).

Penso soprattutto – parafrasando il nome del vostro sodalizio umano e culturale – che una “rigenerazione” dal punto di vista spirituale dei popoli occidentali (meglio sarebbe dire “occidentalizzati”, ovvero conquistati alla Modernità) non possa non passare dalla meditazione della domanda essenziale posta da questi pensatori allo scopo di fornire adeguati strumenti per tale rigenerazione: la “crisi del mondo moderno”, la cui constatazione a livello profondo, intimo, non può che suscitare una radicale “rivolta”, che poi è l’incipit del libro forse più famoso di Evola.

Che questa “rivolta contro il mondo moderno” debba condurre per forza di cose all’Islam non lo credo. Credo tuttavia che non vi sia alcuna possibilità di ristabilire una qualsiasi normalità (e la normalità esiste!) fintantoché non si accetterà quel che – meglio se leggendoli e meditandoli – Evola e Guénon scrivevano in pagine che, da un lato, appaiono “profetiche” (penso a quelle de Il regno della quantità e i segni dei tempi), dall’altro, se messe a confronto con i recenti epifenomeni di questa “crisi”, possono sembrare non del tutto esaurienti (intendiamoci, nel dettaglio!) per ciò che concerne la descrizione dello sfacelo contemporaneo.

L’Islam (certamente un Islam alieno dal letteralismo e dal modernismo che caratterizzano il cosiddetto “Islam politico”) è un potente antidoto contro le derive della Modernità. Su un piano collettivo, si pensi al divieto assoluto del prestito ad interesse e della moneta creata dal nulla; su quello individuale, ad una vita che – se si è ben orientati e non lasciati ad un “Islam fai da te” – dev’essere – come asseriva al-Ghazali – un costante sforzo teso alla vigilanza e all’esame di coscienza, nella speranza che le nostre azioni riscuotano la “soddisfazione” divina.

In tutto ciò, qual è il posto della lezione dei pensatori del cosiddetto Tradizionalismo? Ritengo che sia essenziale per comprendere a fondo quale tipo di pericolo comporti per l’integrità dell’essere umano la deviazione – ripeto, rispetto alla normalità – rappresentata dalla Modernità (che potremmo riassumere nella “dimenticanza d’Iddio”, per porre al centro del tutto l’uomo), ma che non sta scritto da nessuna parte che l’unica via per trarsi fuori da questa palude sua per forza di cose l’adesione all’Islam. L’importante è che in un ‘vestito’ ci si senta a proprio agio, e la religione, dato che rappresenta un ‘abito’, sia mentale che pratico, deve donare a chi la ‘indossa’, altrimenti è meglio rivolgersi ad un’altra ‘sartoria’. L’importante – per proseguire nella metafora – è non restare nudi, ma non in un senso moralistico, bensì nel senso di non farsi trovare impreparati quando arriverà la prossima stagione “finale”, che certo non si preannuncia con il cinguettio degli usignoli e i profumi della primavera…

Chiudiamo con una domanda comune a tutti i relatori del convegno. Prima di questa intervista conosceva il progetto RigenerAzione Evola? Cosa pensa di questa iniziativa e, più in generale, del tentativo di restituire Evola alla “militanza” liberandolo dall’asfittica dimensione dell’ “accademia”?

Purtroppo devo ammettere di non aver seguito sin qui, come certamente merita, le attività del Vostro progetto. Non per volontaria negligenza, beninteso, ma perché il tempo, quando si ha famiglia con figli, è quel che è (specialmente nel… “mondo moderno”!).

Evola e Guénon non sono mai stati considerati troppo dal mondo accademico. Forse con “accademia” volevate intendere un approccio troppo “intellettualistico” al loro pensiero?

Bisogna intendersi. Guénon, in particolare, è suscettibile di provocare in chi ne fa propria la lezione (senza dimenticare che alla fine la reinterpreterà alla luce delle proprie disposizioni) un distacco radicale dal “mondo”, soprattutto in termini politici e, dunque, di militanza. Però bisogna anche evitare, a mio avviso, dall’illudersi che sia facile tradurre in termini strettamente “politici” ciò che Guénon ha scritto. Il rischio di prendere delle cantonate è forte, anche se, per ora, il fenomeno più osservato tra i “guénoniani” è stato quello della cosiddetta “apolitia”. Così come, se invece si considera Evola, c’è il rischio, che conoscete meglio di me, della “torre d’avorio” sulla quale va a stabilirsi chi, diventato “evolomane”, si considera ipso facto un “individuo differenziato”. Ecco, a costui andrebbe ricordato che una delle principali squalificazioni dal punto di vista spirituale è la tendenza a vedere negli altri persone da disprezzare o, ragionando all’inverso, a considerarsi, trovandosi una qualche giustificazione, migliori degli altri. Chi ha “capito” qualcosa, oltre a doverlo mettere in pratica, in primis nel quotidiano, è chiamato a mettere a disposizione degli altri ciò che per l’appunto ha “capito”. D’altra parte, non è scritto nel Corano: “E non vi è stato dato in fatto di Scienza se non un poco”?

Se comunque s’intende un’azione politica (o metapolitica?), volta cioè ad incidere direttamente sulla mentalità di un pubblico il più ampio possibile, e che impieghi gli strumenti messi a disposizione dei pensatori tradizionalisti… bene, su questo sono d’accordo, perché per convincersi dell’opportunità dell’iniziativa basta dare uno sguardo al presente panorama politico, che anche quando propone “il nuovo che avanza” pare non solo non aver mai letto una pagina di Evola o Guénon, ma dà tutta l’impressione di una nave senza timoniere o, se preferite la metafora ferroviaria, di un treno lanciato a folle velocità senza il macchinista, in attesa dello schianto finale. Sia nell’uno che nell’altro esempio è evidente che il problema è la mancanza di una guida, che indichi dove andare e come andarci (ed anche con chi!), il che è l’esatto contrario del mondo moderno, dove ciascuno naviga a vista o crede che alla fine, una qualche “mano invisibile”, parodia della Provvidenza, ci metterà comunque una pezza.

Fonte: RigenerAzionevola.it, 21 aprile 2018

Intervista a Stefano Fabei sul 25 aprile

a cura di Enrico Galoppini

Qual è il quadro complessivo della situazione in Italia nella primavera del 1945? Quali le forze in campo e, soprattutto, il loro peso effettivo dal punto vista strettamente militare? Ci potresti parlare in particolare degli italiani in armi nelle fasi finali di quella “guerra civile” inserita nella guerra più generale in corso, per ciò che ci riguardava, dal 10 giugno del 1940?

stefano_fabeiAl di là delle cifre, spesso diverse a seconda delle fonti, circa le forze belligeranti, nella primavera dell’ultimo anno di guerra il quadro sul piano militare per i fascisti e per i tedeschi era drammatico, a causa di varie ragioni. In aprile gli Alleati avevano dato inizio all’offensiva finale per sfondare la Linea Gotica e dilagare poi dalla Pianura Padana verso tutta l’Italia del nord. Le forze germaniche avevano in qualche misura perso la determinazione a resistere; alcuni dei loro vertici, a cominciare da quelli delle SS, prevedendo la sconfitta, erano da tempo entrati in trattative con il nemico e stavano facendo il possibile per portare a casa la pelle ritirandosi in molti casi prima dei loro alleati della Repubblica sociale. Questi ultimi erano in uno stato di confusione, frammentati in varie forze − dalla Guardia nazionale repubblicana alle divisioni dell’Esercito nazionale repubblicano rientrate in Italia dopo l’addestramento in Germania, dalle Brigate nere alla X MAS, alle varie organizzazioni − comandate da uomini che da tempo mancavano di una visione politica e strategica comune, della volontà e della capacità di coordinamento tra loro, e con i tedeschi, per resistere all’avanzata alleata. Una situazione caotica quindi, sia per i rapporti di forza sul campo, sia per le conflittualità tra i comandi delle varie armi presso i quali c’era chi, motivato politicamente, intendeva resistere e cercare «la bella morte» e chi invece, come nel caso della GNR − al cui interno, va ricordato, insieme alla MVSN (Milizia volontaria per la sicurezza nazionale) era stata inquadrata l’arma dei Carabinieri −, si proponeva di presidiare il territorio per un trapasso quanto più possibile indolore dei poteri alle forze nemiche avanzanti, nella convinzione di dover garantire una continuità dello Stato ed evitare il bagno di sangue.

Perché è stata scelta proprio la data del 25 aprile per simboleggiare la “Liberazione”?

arrendetevi_CLNAIIn quel giorno il Comitato di liberazione nazionale alta Italia (CLNAI), il cui comando con sede a Milano era presieduto da Luigi Longo, Emilio Sereni, Sandro Pertini e Leo Valiani, proclamò l’insurrezione in tutti i territori ancora occupati dai tedeschi e dai fascisti, indicando alle formazioni partigiane facenti parte del Corpo volontari della libertà di attaccare i presidi fascisti e tedeschi imponendo la resa, giorni prima dell’arrivo delle truppe alleate. Contemporaneamente il CLNAI assunse il potere “in nome del popolo italiano e quale delegato del Governo italiano”, stabilendo tra l’altro la condanna a morte per i gerarchi fascisti e Mussolini. Quest’ultimo, il 21 aprile era stato informato dal comando della GNR di una comunicazione riservata, secondo la quale alle ore 12 del 25 aprile il CLN avrebbe dato il via all’insurrezione su tutto il territorio della RSI. Mentre i vertici di questa discutevano tra loro, gli Alleati proseguivano l’offensiva verso nord: Bologna era liberata il 21 aprile, Modena il 22, Genova e Reggio Emilia il 24. In questo giorno fu diffusa la notizia che gli anglo-americani avevano superato la Linea Gotica e che dappertutto i tedeschi erano in rotta. L’indomani a Mussolini non rimanevano pertanto che due soluzioni: un accordo con i vertici dell’antifascismo, in vista della trasmissione del potere, o partire verso il lago di Como e la Valtellina.

E quindi?

mussolini_arcivescovadoNel pomeriggio del 25, accompagnato da una delegazione di governo della RSI, il Duce incontrò presso la curia arcivescovile milanese gli esponenti del CLNAI, che rappresentava il governo Bonomi al nord, e del Corpo volontari della libertà, ovvero il braccio armato della Resistenza. Nell’incontro organizzato dal cardinale Schuster, il quale si era proposto per la mediazione, a Mussolini, accompagnato da Barracu, Bassi, Cella e Zerbino, cui si aggiunse poi Graziani, la delegazione della controparte, composta dal generale Cadorna, da Achille Marazza e Riccardo Lombardi, chiese una resa senza condizioni entro il più breve tempo possibile, dato che era imminente l’ordine dell’insurrezione generale. Il dittatore chiese garanzie per i fascisti e le loro famiglie e Marazza, con l’approvazione degli altri due delegati, cercò di rassicurare a proposito Mussolini che però doveva arrendersi. Nel momento in cui l’accordo parve possibile, Graziani affermò che, come comandante supremo dell’esercito, prima di firmare qualsiasi cosa, voleva metterne al corrente gli alleati. Il prefetto Bassi intervenne dichiarando di essere stato informato che le trattative intavolate da giorni dai tedeschi con il CLNAI erano sul punto di giungere a conclusione. Pressati dalla delegazione fascista, Marazza e Schuster non poterono fare altro che confermare i fatti. Il secondo, mostrando e leggendo qualche documento, scatenò la rabbia del Duce, che si lanciò in un duro attacco contro i tedeschi, nei cui confronti egli avrebbe ripreso liberta d’azione. Chiesta un’ora per decidere, disse che sarebbe tornato in prefettura. Convinto di essere caduto in un’imboscata, il dittatore parlò sul da farsi con Bassi, Graziani, Pavolini, Pisenti e Colombo: resistere in prefettura, come consigliato da Bassi, e attendere gli Alleati, o arrendersi senza condizioni al CLNAI, i cui capi lo aspettavano in arcivescovado per trarlo in arresto e tradurlo davanti a un tribunale del popolo il cui verdetto non era difficile prevedere. Deciso a evitare un altro 25 luglio e a raggiungere la Valtellina, intorno alle ore 20 Mussolini lasciò per l’ultima volta, da vivo, la città dove il 23 marzo 1919 aveva fondato il fascismo. Fu quindi il 25 aprile il giorno della Liberazione. Alla luce degli eventi che ho cercato di sintetizzare, non risulta casuale la scelta da parte degli antifascisti di questo giorno come data per l’insurrezione.

Che senso ha, oggi, festeggiare ancora quest’ultima? Può essere, il 25 aprile, una festa in grado di unire gli italiani o non è, piuttosto, il pretesto per tenerli perennemente divisi? Che cosa significa la “memoria condivisa” di cui molti  parlano?

25aprileMalgrado siano passati molti anni, la ricorrenza suscita ancora oggi polemiche e forse questo può essere considerato normale in un Paese in cui ci si divide ancora sui Borboni, su Garibaldi, sul Risorgimento e su pagine della nostra storia cronologicamente ben più lontane. Il fatto è che, anche tra quanti ne promuovono la celebrazione, il 25 aprile, invece di unire, divide. Le polemiche tra ANPI, Partito democratico e Comunità ebraica sono all’ordine del giorno. Per ragioni legate al trascorrere inesorabile del tempo, l’Associazione nazionale partigiani d’Italia non è più quella di una volta, nel senso che la maggior parte di coloro che hanno combattuto nella Resistenza è scomparsa e all’ANPI − che alcuni anni fa, per non estinguersi naturalmente e fatalmente, cambiò il suo statuto − sono state associate persone che non possono essere state partigiani, essendo nate dopo la Seconda guerra mondiale. Il fatto di voler aggregare tutto e il contrario di tutto, di voler in qualche modo rappresentare “resistenze” sviluppatesi in contesti geopolitici e cronologici diversi, storicamente parlando non ha senso; ha causato una sorta di snaturamento e una perdita di prestigio dell’ANPI, nata, ripeto, come associazione di partigiani italiani. Pretendere di far sfilare fianco a fianco ebrei e palestinesi, senza che emergano polemiche tra le due componenti, mi sembra francamente una pretesa eccessiva. Va da sé, comunque, che tutte le lotte di liberazione abbiano dignità e diritto alla propria visibilità.

Manifestazione_antifascistaQuanto alla “memoria condivisa”, la ritengo un’utopia poiché quei tragici eventi non sono poi così lontani da permettere un punto d’incontro tra i congiunti di coloro che caddero da entrambe le parti. Pacificazione e perdono fanno parte della sfera religiosa e/o morale di ciascuno: il fatto poi che ci si speculi sopra per ragioni politiche certamente non aiuta. Inoltre va considerato questo: molto più di un conflitto contro una potenza straniera, una guerra civile – che, come quella combattuta in Italia tra il 1943 e il 1945, è divisoria per sua natura e in certi casi spacca in due una stessa famiglia − ha sempre e ovunque comportato l’insorgere di efferatezze, facendo emergere gli istinti più bestiali. I familiari dei caduti di entrambe le parti non dimenticano facilmente e spesso non sono disposti a perdonare; né, credo, sia giusto chiederglielo; ognuno ha una propria coscienza e si comporta in base a quanto questa gli detta.

Che cosa pensi delle polemiche che, puntualmente, vengono imbastite intorno al corteo del 25 aprile?

Ritengo siano determinate soprattutto da ragioni di visibilità e opportunità politica, che niente hanno a che fare con la Storia.

 

Da storico, che idea ti sei fatto delle ragioni “ideali” di coloro che si schierano da una parte e dall’altra? Il rischio è sempre quello di semplificare, sia considerando la contrapposizione (che non era certamente solo tra “fascisti” e “comunisti”) sia se guardiamo all’interno dei rispettivi schieramenti, dove troviamo individualità d’eccezione, anche dal punto di vista umano, così come dei delinquenti comuni che col pretesto della guerra si macchiarono di crimini orrendi. Ma perché mai dobbiamo continuare a commemorare, anche nei nomi delle vie, i fratelli Cervi e mai i fratelli Govoni?

vae_victisSemplificare la Storia per cercare di strumentalizzarla a fini politici è cosa tanto diffusa quanto assurda; costituisce il tradimento stesso dei fini ultimi di una disciplina che, in quanto scientifica, dovrebbe mirare costantemente e progressivamente a una rappresentazione obiettiva del passato, per conoscerlo e − utopia!? – trarne insegnamento. Uomini in buona fede, onesti e leali credo ci siano stati da entrambe le parti, così come ladri, assassini e canaglie. Un discorso particolare meritano i giovani, anche quelli che abbracciarono fino al termine del conflitto la causa della parte sconfitta; per venti anni il regime li aveva educati a certi valori e non ad altri. Quanto alla commemorazione soltanto di alcune delle vittime, quelle appartenenti al fronte uscito vittorioso, è una questione antica come il mondo.

 

Perché la “staffetta partigiana” si studia ancora sui banchi di scuola mentre gli studenti non hanno mai sentito parlare delle “ausiliarie” schieratesi con la RSI?

Per le ragioni che ho sopra illustrato, per il persistere della damnatio memoriae, il che è storicamente assurdo.

 

Come giudichi l’opera di Giampaolo Pansa? Ritieni che Il sangue dei vinti e i successivi libri siano serviti ad aprire gli occhi a un pubblico più vasto di quello che aveva letto le opere di Giorgio Pisanò?

pansa_sangue_vintiPansa ha compiuto una vasta, e redditizia, opera di diffusione di storie che per decenni erano state volutamente ignorate od ostracizzate in quanto scritte da persone, come Pisanò, che avevano combattuto nello schieramento sconfitto. Quelle testimonianze erano, nel migliore dei casi, ritenute “di parte” e poco attendibili, soprattutto nella misura in cui mettevano in discussione la rappresentazione mitica della Resistenza. Sarà opportuno ricordare in merito due fatti che segnarono un’inversione di tendenza, mirante a una lettura più obiettiva della storia. Il 29 agosto 1990 Otello Montanari, presidente dell’Istituto “Alcide Cervi” e dirigente dell’ANPI, pubblicò sul “il Resto del Carlino” un articolo, «Rigore sugli atti di “Eros” e Nizzoli», ribattezzato «Chi sa, parli», dove invitava finalmente a far luce sui delitti compiuti nel dopoguerra a danno degli sconfitti. Da allora cominciarono a essere rivisti alcuni processi, tra cui quello per l’omicidio di don Pessina. Montanari fu espulso dal suddetto istituto e dal comitato provinciale dell’ANPI, aspramente contestato ed emarginato all’interno del PCI, malgrado fosse difeso da alcuni importanti esponenti del mondo partigiano, come Maria Cervi, e del partito, come la Iotti, Trombadori e Fassino, i quali dopo quindici anni, rivalutarono ufficialmente la sua figura, mentre all’istituto “Cervi” fu riammesso l’anno successivo. Altro fatto che segnò un mutamento di rotta nella lettura della storia della Resistenza fu poi il discorso d’insediamento di Luciano Violante a presidente della Camera, il 10 maggio 1996. Violante chiese una riflessione sulle ragioni che, dopo l’8 settembre, avevano portato molti giovani a scegliere la RSI. Colpì soprattutto che quell’invito venisse da un uomo dell’ex-Pci.

Non soltanto Pansa, quindi, ha contribuito a rivedere certi giudizi. Indubbiamente, il grande successo dei suoi libri ha favorito in modo esponenziale una certa rilettura della storia. Credo che sottoporre quest’ultima a revisione, come ha scritto Angelo Del Boca, sia il compito stesso degli studiosi, essendo la storiografia nient’altro che una costante riscrittura della storia.

Hai mai pensato di scrivere qualcosa espressamente dedicato al tema della “Guerra civile”? Hai già pubblicato I neri e i rossi, incentrato sui tentativi finali di riavvicinamento tra fascisti e socialisti nella speranza di far vivere ancora, nel dopoguerra, le realizzazioni del Fascismo, in special modo quello repubblicano. Ma un libro complessivo sul 1943-1945 te la sentiresti di scriverlo?

fabei_neri_rossiPremesso che la maggior parte degli archivi è stata resa pubblica, oggi rimane da far luce non più sui grandi fatti, ma su singoli episodi. Come ricercatore storico preferisco impegnarmi su altri temi.

L’ultima domanda è questa, più da futurologo che da storico: quando avremo il piacere in Italia di festeggiare un’autentica “Liberazione”?

Quando nel nostro Paese non ci saranno più esponenti politici che, per dimostrare la validità delle proprie tesi, cercano di piegare la Storia a fini di bottega, ossia di partito.

Perché i media italiani sono così russofobi? Intervista a Paolo Borgognone

L’ultimo attentato che ha colpito cittadini innocenti della Federazione russa intenti alle normali faccende della vita quotidiana ha posto in risalto la russofobia del nostro apparato mediatico, in particolare di quello italiano, che trasuda livore e astio nei confronti della dirigenza russa e del popolo russo. Quali sono le radici, politiche e culturali, di questo pregiudizio antirusso diffuso dalle “nostre” classi dirigenti e dai loro addetti alla propaganda?

RussofobiaLe origini del pregiudizio russofobico sono ataviche e vengono descritte nel bel libro di Guy Mettan, Russofobia. Mille anni di diffidenza (prefazione di Franco Cardini, Sandro Teti Editore, 2016). In questo testo l’autore, che tra l’altro è un giornalista svizzero di cultura cristiano-democratica e per cui in nessun modo etichettabile come avversario ideologico preconcetto dell’Occidente, esamina nel dettaglio tutte le componenti sociali, politiche ed economiche dell’odio nutrito dalle élite europee prima e americane poi nei confronti della Russia come erede geopolitico e spirituale dell’Impero romano d’Oriente e, certamente, anche del khanato mongolo dell’Orda d’Oro. La russofobia è infatti una vera e propria guerra di religione, un conflitto tra culture, mossa dai ceti possidenti europei nei confronti dei popoli slavi cristiano-ortodossi, considerati tout court “barbari” e potenziali “invasori” di una “civiltà europea” in realtà fortemente debitrice nei confronti della tradizione greco-bizantina e slava. Mettan scrive infatti che «Bisanzio è stata il grembo e lo specchio dell’identità europea» e fa risalire le origini della russofobia moderna alla redazione, da parte della corte francese di Luigi XV (con l’aiuto di alcuni nobili polacchi), del cosiddetto falso testamento di Pietro I il Grande. In questo documento, che risale alla seconda metà del XVIII secolo, i redattori francesi e polacchi fabbricarono ad hoc «il mito dell’espansionismo russo», attribuendo allo zar Pietro I le seguenti, e da lui mai pronunciate, parole: «Il grande Dio al quale dobbiamo la nostra esistenza e la nostra corona […] ci permette […] di guardare al popolo russo come chiamato, per il futuro, al dominio generale dell’Europa». Il mito, russofobia2tuttora intramontabile, della tirannide russa esercitata dallo zar su di un popolo di “schiavi” fu invece coniato nel 1549 dal diplomatico tedesco (imperiale) Sigismondo von Herberstein, il quale scrisse, nelle sue Note sui Moscoviti, che quello russo era de facto un popolo talmente barbaro e crudele che al contempo subiva e meritava la tirannia zarista. Tuttavia, l’ostilità del mondo occidentale nei confronti dell’Oriente romano-imperiale, volgarmente squalificato con l’epiteto “bizantino” dalla storiografia moderna e contemporanea (mai i “bizantini” si sarebbero definiti tali, così come neppure greci, bensì “romani”), affonda le sue radici nella falsa donazione di Costantino (IX secolo d.C.) con cui, de facto, l’Occidente “papista” diede vita a uno scisma con l’eredità imperiale, attribuendo poi a Costantinopoli la responsabilità di tale lacerazione. La russofobia, dunque, è un insieme di cliché para-razzisti fondati sulla geopolitica della menzogna e dell’interesse delle classi dominanti proprietarie occidentali. A questo scopo fu costruito, nel corso dei secoli, il mito negativo del russo “barbaro”, stupratore, infanticida e potenziale anticristo.

Piuttosto che chiederti chi potrebbe aver ordito questi attentati alla metropolitana di San Pietroburgo, vorrei sapere da te un parere sugli “esperti” che, da ieri pomeriggio, imperversano su giornali e tigì per “approfondimenti” al riguardo. Trovo che siano letteralmente scandalosi (o peggio, se si pensa che la Rai prende soldi da tutti e che i giornali beneficiano di sovvenzioni pubbliche): da quello che insinua l’ipotesi dell’autoattentato a quell’altro che, all’apparente opposto, dà credito alla versione del “terrorismo islamico” (e ti pareva!) ma chiosa che, con la sua politica (quale, di grazia?), la Russia “se l’è cercata”. Chi potrebbe essere invitato (oltre a te, naturalmente!) a parlare di Russia in simili frangenti – ma non solo – affinché gli italiani vengano informati correttamente su questo grande Paese?

kazan_moscheaL’ipotesi del terrorismo “islamico” è funzionale a chi alimenta l’islamofobia, che viaggia di pari passo con la russofobia come pretesto ideologico per cercare di tenere in vita il mantra autoapologetico della cosiddetta “civiltà progressista occidentale” (open society). In realtà, in Russia vivono 20 milioni di musulmani, sono cittadini della Federazione russa, sono lì da sempre, non sono immigrati ma parte costituente dello Stato federale, con pari diritti e doveri rispetto ai popoli di altre confessioni religiose. Kazan, nel Tatarstan, è una delle più importanti città russe, tradizionalmente musulmana. La Russia è anche un Paese musulmano! E ciò contribuisce all’arricchimento del suo patrimonio identitario. Posta questa premessa, passiamo all’ipotesi (ventilata da personaggi come Edward Luttwak) dell’autoattentato, che trovo grottesca ma strumentale a chi, nei media e nel ceto politico sistemico, considera prioritario il rovesciamento del governo russo, o perlomeno la sua delegittimazione su scala planetaria presso l’opinione pubblica teledipendente, al fine di rimuovere uno tra i principali ostacoli sulla via della strategia neoliberale di promozione del caos geopolitico e morale “costruttivo”. Vorrei ricordare quanto scritto ieri su L’Huffington Post dal giornalista Andrea Purgatori, certamente un esponente dell’apparato mediatico liberal-progressista e dunque uno legittimato, secondo la vulgata dominante, a parlare in nome della “verità”, ossia di chi attribuisce centralità all’implementazione delle politiche obamiane di soft power basato sulla narrativa dei “diritti di libertà individuali”. Purgatori riconosce che «l’alleanza di Putin col regime di Assad e la teocrazia sciita iraniana è ciò che il Califfato teme di più, e anche la forza sul campo e dal cielo che gli ha inflitto le perdite maggiori nell’ultimo anno e mezzo di guerra». In altri termini, la Russia, la Siria legittima (laica, nazionalista e socialista), l’Iran ed Hezbollah combattono il terrorismo jihadista con volontà ed efficacia assai maggiori di quanto non abbia fatto, fino a questo momento, una coalizione a guida americana che, segnatamente sotto Obama, ha utilizzato guerrieri_diole milizie islamiste in Siria (in parte composte da mercenari caucasici veterani delle guerre separatiste in Cecenia e Daghestan) per cercare, in combutta con i Paesi più fondamentalisti e reazionari dell’area (Arabia Saudita e Qatar), il regime change a Damasco. Sono, dunque, Stati e partiti “armati” musulmani, nella fattispecie sciiti (ma nell’Esercito siriano combattono con valore anche molti sunniti), a lottare, a costo di perdite notevoli in fatto di vite umane, contro miliziani jihadisti troppe volte utilizzati dall’Occidente quali risorse di intelligence in chiave antirussa, antiserba, antisiriana e anti-iraniana. Invito a questo punto a leggere non soltanto il tuo Islamofobia (Edizioni all’Insegna del Veltro, 2007) ma anche il recente libro di Stefano Fabei e Fabio Polese, I guerrieri di Dio. Hezbollah: dalle origini al conflitto in Siria, pubblicato da Mursia. Da letture come queste emerge sicuramente un quadro storico obiettivo e colto dei conflitti, dei riferimenti ideologici e spirituali e delle direttrici di politica estera intrinseci al complesso e interessantissimo panorama mediorientale a maggioranza musulmana.

Non pensi che in qualche modo potremmo far pressione, quantomeno sulla Rai, per pretendere di essere informati meno parzialmente al riguardo di un Paese vicino ma che, per una serie di motivi che ti chiedo di riassumere, gli italiani devono percepire come distante ed ostile?

mediaLa Rai è totalmente infeudata alle logiche dominanti, veicola il messaggio politico più confacente a perpetuare lo status quo pro-Ue, pro-Merkel, pro-Renzi e pro-neocon. Non può andare oltre perché i giornalisti Rai rispondono ai loro datori di lavoro e, se sgarrassero, a patto che abbiano gli strumenti culturali e l’intenzione di farlo, verrebbero immediatamente rimpiazzati. Basti vedere col caso Trump… Contro il presidente Usa è stata scatenata una gazzarra mediatica senza pari, e tutto perché il tycoon repubblicano neoinquilino della Casa Bianca ha osato elogiare la Brexit, introdurre elementi di protezionismo nei commerci transnazionali e cercare di vendere a Putin un accordo sulla questione siriana. Ebbene, per queste ragioni, il circo politico-mediatico-economico globalista ha tacciato Trump di fascismo! E lo hanno fatto starlette dell’infotainment che conoscono assolutamente nulla della storia dei movimenti fascisti americani, altrimenti non si sarebbero andate a impegolare in discorsi che potrebbero esser loro rovesciati contro da chi, sul tema, conosce qualcosa in più. Infatti, come scrive l’insigne linguista e storico delle religioni Marcello De Martino nell’Introduzione al libro di Scott Beekman, William Dudley Pelley. Una vita nell’estremismo di destra e nell’occulto (Settimo Sigillo, 2007), sin dagli anni Trenta del secolo scorso, «i movimenti “fascisti” americani avevano una caratteristica che li rendeva diversi dai loro omologhi europei: erano tutti contrassegnati da un elevato senso di spiritualità, nella fattispecie cristiana millenarista». Bene, ai giorni nostri, questo millenarismo caratterizzato, come scrive De Martino, «da elementi religiosi cristiano-protestanti», è maggiormente rintracciabile nei propositi imperialistici, ossia volti alla conversione, anche manu militari, dei popoli di differenti origini e peculiarità storico-culturali, di cui è impregnata l’ideologia americana declinata in versione “neocon” (quando non direttamente “teocon”). E sono proprio, nei media come nel ceto politico liberal dei Paesi della Ue, coloro che oggi imprecano contro trump_hitlerTrump al grido di “dagli al fascista” che, ieri, tenevano bordone alle politiche espansioniste di Clinton (marito e moglie), Bush II e Obama in aree strategiche quali Medioriente, Europa centrorientale, ex Urss e America Latina. Politiche neocoloniali motivate proprio dalla loro intrinseca adesione alla vulgata millenaristica cristiano-protestante di cui s’è detto. Il businessman Donald Trump ha molto poco a che vedere con l’anima neocon o teocon dell’establishment americano e le correnti identitarie di destra, un po’ settarie e misticoidi, che lo hanno sostenuto durante la campagna elettorale sono minoritarie negli Usa e poco o nulla incisive in ambito politico. Trump deve invece il suo successo elettorale al voto, massivo, a suo favore, da parte degli sconfitti dei processi di globalizzazione liberale. Credo che l’esempio che ho posto più sopra dimostri come oggi viviamo nel regno dell’ignoranza, dove ciascuno “dice la sua” senza sapere molto dell’argomento di cui parla perché, in Rai come altrove, il sensazionalismo prevale sul diritto-dovere del servizio pubblico di fare cultura e informazione.

Che cosa può leggere e/o ascoltare chi intendesse saperne di più meglio sulla Russia e le sue ragioni nell’attuale situazione internazionale?

congiura_lituanaVoglio citare, a guisa di risposta, due libri che sfatano altrettanti idoli propagandistici e negativi basati sulla costruzione del “barbaro” russo e sovietico sterminatore e plagiatore di popoli e dame “innocenti”. Il primo di questi libri è La congiura lituana, di Galina Sapožnikova, pubblicato da Sandro Teti Editore nel 2016. In questo volume l’autrice ricostruisce, attraverso una serie di interviste ai protagonisti delle vicende narrate, i retroscena dei passaggi cruciali dello smantellamento dell’Urss, attuato con la piena complicità di Gorbaciov e dei cosiddetti riformisti della perestrojka, in connubio con gli elementi sciovinisti (in realtà, tutti politicanti ex comunisti in grado di fiutare, prima di altri, le opportunità economiche e di status derivanti, per loro, dallo Zeitgeist contingente) dei Paesi baltici, Lituania in testa, e le centrali americane della manipolazione e dell’esportazione della free market democracy attraverso la pratica del golpe postmoderno camuffato da “rivoluzione di velluto”. Il secondo libro che mi preme consigliare è Uccidere Rasputin. Vita e morte di Grigori Rasputin (Settimo Sigillo, 2013), scritto da Andrew Cook, un testo capace di restituire onore e dignità a un personaggio storico, Rasputin appunto, sprofondato dalla propaganda russofobica, interna (i russi infatti, quando ci si mettono, sanno essere non meno russofobi degli occidentali) e internazionale, nel baratro della demonizzazione più retriva e ignorante. È d’uopo pertanto citare quanto scrive, nell’Introduzione a Uccidere Rasputin, il già citato linguista Marcello De Martino, commentando la fama di Rasputin come “monaco uccidere_rasputinnero” ed emblema, nel mondo, del mugik russo infervorato di spiritualità cristiano-ortodossa, incredibilmente virile e letteralmente posseduto da una diabolica sete di potere, occultismo e bramosia di carne umana da soggiogare e violentare a proprio piacere: «[…] ormai Rasputin fa parte del mito ove ha assunto i contorni di una figura diabolica: non è possibile attuare nessuna correzione prospettica a questa diffrazione, poiché il “mito di Rasputin” vive di vita propria. Non si contano i casi di sfruttamento del suo personaggio come protagonista o deuteragonista ovvero ancora antagonista sulla carta stampata, cioè nei romanzi e nei fumetti, per non parlare dei film più o meno dell’orrore – in tutti i sensi». L’idolo negativo di Rasputin è utilizzato dalla propaganda occidentale come lo spettro, che rigorosamente si aggira per l’Europa, di un popolo russo contadino barbaro, manipolatore, delinquente e insaziabile. Restituire a Rasputin la dignità, che si era meritata in vita, di sant’uomo, equivale a emendare la Santa Russia, con la sua storia e le sue tradizioni, dai falsi stereotipi continuamente diffusi, a suo detrimento, dal discorso pubblico delle pseudo-élite liberali di ogni dove.

Per concludere, vorrei rilevare una questione cruciale per ciò che concerne la disinformazione sulla Russia: che essa serve essenzialmente delle politiche concrete, poiché se si trattasse solo di “discorsi” potremmo anche disinteressarcene. Invece il pregiudizio anti-russo e le sistematiche denigrazione e diffamazione della Russia sono funzionali alla manovra offensiva che l’Occidente conduce senza sosta, in un modo o nell’altro, allo scopo di sottomettere una realtà refrattaria ad adeguarsi alla cosiddetta “agenda” mondialista. Come vedi il ruolo della Russia quale baluardo di resistenza al mondialismo?

borgognone_capire_russiaLa Russia non è uno Stato ideocratico ma al suo interno si possono rintracciare correnti politiche e spirituali fortemente in opposizione al liberal-globalismo. Ciò origina dal fatto che, come scrive Guy Mettan nel libro Russofobia, «i russi considerano la libertà come un potere capriccioso e discrezionale che immerge l’uomo nella depravazione e lo allontana dalla salvezza» mentre per gli occidentali, individualisti, «la libertà è un modo per raggiungere la perfezione di se stessi e la salvezza eterna». Emerge, nelle parole qui citate, l’imprinting prettamente conservatore e legato all’idea di patriottismo e sovranità dei russi, a fronte di un approccio occidentale più conforme e compiacente, e per cui maggiormente disposto a prestarsi come consenziente fiancheggiatore, nei confronti dell’ideologia dei diritti cosmetici quale fulcro del soft power americano contemporaneo. È più difficile, per i think tank della East Coast e di Bruxelles, finanziare una “rivoluzione colorata” a Mosca che non a Kiev poiché i russi sono meno propensi all’individualismo rispetto agli ucraini. Per questa ragione le agenzie americane per la promozione della free market democracy all’estero puntano molto sul sostegno alla loro causa da parte dei teenager moscoviti e pietroburghesi nati e cresciuti sotto Putin, i Millennials in salsa russa più facilmente abbordabili e ricettivi alle promesse occidentali di un futuro di successo individuale, scambio e interazione con i loro omologhi statunitensi e dei Paesi della Ue, soldi facili, felicità sessuale (per chi riesce, in un modo o nell’altro, in un mondo in cui il business è il valore supremo, a ottenere il denaro necessario a potersela permettere) e carriera “assicurata”. Questa “giovane classe media” privata è in espansione in Russia e nei prossimi anni potrebbe rappresentare persino un problema per Putin ma oggi, elettoralmente parlando, vale il 5 per cento a essere oltremodo generosi. L’opposizione della Russia al mondialismo è scolpita nei lavori di pensatori del passato e del presente, da duginKonstantin Leont’ev ad Aleksandr Dugin, passando per Igor Safarevic e Gennadij Zjuganov e vale la pena di conoscerla anche per un pubblico occidentale poco avvezzo a confrontarsi con la “voce dell’altro”. Di Dugin, in particolare, ovvero del più prominente tra gli intellettuali russi antiglobalisti, mi permetto di consigliare i seguenti libri: Continente Russia (Edizioni all’Insegna del Veltro, 1991); Eurasia. Vladimir Putin e la grande politica, scritto a quattro mani con Alain de Benoist (Controcorrente, 2014); Eurasia. La rivoluzione conservatrice in Russia (Pagine I Libri de Il Borghese, 2015); La Quarta Teoria Politica (Nova Europa Edizioni, 2017). Credo che ripartire dallo studio degli autori russi espressione della grande tradizione conservatrice/rivoluzionaria autoctona sia l’antidoto più efficace per scrollarci di dosso ogni scoria russofobica imputabile a mille anni di retorica autoapologetica di una civiltà occidentale che, di per sé, può esistere come civiltà europea ed eurasiatica soltanto ricomponendo una frattura geopolitica, storica, ideologica e dottrinaria (si pensi alle controversie cristologiche del Tardo Antico e del Medioevo) in nessun modo riconducibile a responsabilità russe o slave ma alla bramosia di potere, crociata e ricchezza di taluni imperatori germanici, pontefici romani e mercanti veneziani.

(intervista a cura di Enrico Galoppini)

borgognoneNota Bibliografica: Paolo Borgognone, storico e saggista, autore dei volumi Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche (Zambon, 2015); L’immagine sinistra della globalizzazione. Critica del radicalismo liberale (Zambon, 2016); Deplorevoli? L’America di Trump e i movimenti sovranisti in Europa (Zambon, 2017).

Intervista a Enrico Galoppini sulle elezioni negli Usa (a cura di A. Lano)

Enrico Galoppini,  Trump ha vinto le elezioni presidenziali USA. Possiamo dire, come tutti i media mainstream, che le ha vinte imprevedibilmente?

donald-trumpSinceramente, devo dire che mi aspettavo la vittoria del candidato Repubblicano, fosse solo per un banale indizio: tutti – e sottolineo tutti – i media occidentali (che, non lo si dimentichi, sono espressione di quella stessa “finanza globale” che sta portando il mondo alla rovina) tifavano per la Clinton in una maniera che definirei esagerata e ‘sospetta’. Nella loro sperticata partigianeria, specialmente nei giorni che precedevano il voto, si percepiva la loro sicumera di cartapesta, la falsa coscienza di chi stava inseguendo un pio desiderio, un wishful thinking, malgrado i “sondaggi” dessero per spacciato Donald Trump. Ma stavano mentendo tutti spudoratamente. A mezza bocca, persino alcune “pasionarie” dell’informazione cosiddetta “progressista”, due giorni prima della débacle, davano come finalmente possibile un esito “imprevedibile”, il che mi confermò in un’impressione che avevo avuto per tutta la campagna elettorale.

Come spiega l’informazione compatta nel sostegno a Hillary Clinton? E lo sgomento di gran parte dei giornalisti mainstream di fronte al risultato delle elezioni?

Come accennavo, i media occidentali sono la fabbrica del consenso al servizio della finanza “globale” (o “apolide”, il che è lo stesso). Questi potentissimi ambienti in grado di corrompere tutti col denaro perseguono un disegno di dominio planetario che prescinde dagli interessi specifici di questo o quello Stato, di questa o quella Nazione. Essi, pertanto, non si fanno scrupolo alcuno di mandare in crisi (una crisi permanente che descrive un’intera epoca!) anche quegli Stati che una lettura superficiale della storia e delle relazioni internazionali vede come gli unici soggetti della politica. Nell’era del dominio della finanza, gli Stati, col loro potenziale demografico, industriale e militare, sono un mero strumento di una hybris che travalica i semplici interessi economico-finanziari per mirare dritto alla riduzione di tutto e tutti ad una massa informe di individui senza qualità, di contenitori da riempire di ogni astruseria e follia contro natura.

trump_hitlerQuesta premessa, che andrebbe sviluppata e che potrebbe sembrare fuori tema, è necessaria per comprendere il comportamento di quei ‘burocrati’ che in fondo sono i giornalisti arruolati (il termine non casuale) nella fabbricazione del consenso ricorrendo ad una miscela venefica di luoghi comuni, suggestioni, idee fisse e pretese “questioni di principio” usate tatticamente a seconda del compito assegnato dal committente. Ma stavolta non ce l’hanno fatta, ed ecco spiegato il loro livore misto a vendetta che trasuda persino dalle loro espressioni facciali: esso altro non è che il riflesso dello stato d’animo di chi, dietro di loro, è stato sconfitto sonoramente, per giunta attraverso una consultazione popolare. Certo, si può discutere su come il sistema e la legge elettorali sono architettati affinché tutto resti entro determinati limiti ‘rassicuranti’, ma un fatto è che questa volta la “consultazione democratica” si è rivolta contro chi pensava di usarla per inscenare la consueta mistificazione del consenso popolare uscito dalle urne. Ecco perché alcuni di questi “professionisti” dell’informazione (o della menzogna!) adesso schiumano di rabbia e, contraddicendo i loro “principi”, rimettono in discussione – come è già avvenuto per la Brexit – la legittimità di una politica affidata al giudizio delle urne.

 

Ci spiega quali sono le differenze nei programmi dei due candidati? La vittoria di Trump cosa potrebbe significare?

Hillary-Clinton-regina-del-caosPer prima cosa bisogna ricordare che Trump ha dovuto lottare parecchio, all’interno del Partito Repubblicano, per imporre la sua candidatura. Evidentemente, certi poteri, prevedendo la disfatta, gli avevano predisposto attorno un “cordone sanitario”, affinché emergesse un candidato repubblicano meno “alternativo” rispetto alla Clinton.

Quest’ultima, di fatto, si presentava in politica interna come la continuatrice della “linea Obama”: mantenimento della “riforma sanitaria”, allargamento dei “diritti civili”, politica di “accoglienza” verso gl’immigrati irregolari, attenzione alle “politiche ambientaliste”. Ma a parte queste istanze gradite ad un’opinione pubblica “progressista”, la vittoria della “prima donna candidata alla Casa Bianca” (definizione ossessivamente ripetuta per tutta la campagna elettorale) avrebbe significato soprattutto altri regali suddetti finanzieri senza Patria, altre “lacrime e sangue” (specialmente per la classe media) ed altre guerre “democratiche” in giro per il mondo.

Trump ha dato voce a quell’America che, spregiativamente, i radical chic chiamano “populista” (lo fanno anche in Europa) e che secondo loro si esprime solo e sempre con “la pancia” (i “progressisti”, invece, sono “colti” e “ragionevoli”). È l’America che lavora sodo, ma che a fronte di tanto sudare vede una classe dirigente che, da quasi vent’anni, con le sue imprese “messianiche” all’estero e il suo favore per il mondo dei “vip”, ha ignorato quelle che sono le basilari esigenze del cittadino americano medio, che non vuole essere tartassato oltremisura, pretende un barlume di “sicurezza” e non ne vuol sapere di sperperare le vite dei suoi figli e denaro pubblico per andare ad “esportare la democrazia”.

Sappiamo che i politici e i leader occidentali non sono soggetti autonomi, ma hanno alle spalle corporazioni potenti. Cosa ha reso possibile la vittoria di Trump e come la spiega?

Questo forse “lo sappiamo” noi, ma in giro non c’è molta consapevolezza, se con ciò s’intende un’informazione che vada oltre i mugugni contro “la casta” (peraltro alimentati dal sistema stesso con libri e trasmissioni ad hoc). Trump ha poi dalla sua parte il non trascurabile vantaggio di essere straricco di suo, il che lo rende senz’altro più autonomo rispetto al classico politico-marionetta ligio ai desiderata di chi gli ha predisposto la carriera.

Così titola "il manifesto" del 12 nov, 2016
Così titola “il manifesto” del 12 nov, 2016

La vittoria di Trump la si può inoltre spiegare a partire dagli “scandali” che, inevitabilmente, sono emersi in campagna elettorale. Il tycoon è stato accusato in poche parole di due cose: “razzismo”, in quanto vorrebbe usare il pugno duro verso i clandestini; “sessismo”, in quanto sarebbe – né più né meno come Berlusconi – un inguaribile ed incorreggibile “donnaiolo” (il che è oltretutto ridicolo in quanto proprio il marito dell’altra candidata è un noto tombeur de femmes). La Clinton, di contro, ha visto la sua immagine completamente massacrata dalle e-mail che, “provvidenzialmente”, qualche ‘manina’ portava allo scoperto, segno che in certi importanti gangli dell’apparato statale c’era chi non ne poteva più della linea intrapresa, prima dall’amministrazione Bush, e poi da quella Obama, con tutti i cosiddetti neocon in posizioni-chiave. Da una parte, così, avevamo un Don Giovanni ricco sfondato (caratteristiche esecrabili quanto si vuole, ma ancora “legittime” e per certi aspetti “simpatiche”), dall’altra, una persona dal rapporto coniugale burrascoso che non aveva dimostrato alcuno scrupolo nel rovinare la vita ad intere nazioni (Siria e Libia, fra le altre), senza alcun ritegno per la stessa sicurezza del personale americano (emblematica la vicenda dell’ambasciatore a Bengasi fatto massacrare dai “ribelli”). Ma c’è dell’altro, perché sono anche emersi legami inquietanti tra certo mondo “progressista” in prima linea per le “libertà illimitate” ed ambienti in odor di “satanismo” ufficialmente dediti a forme estreme di “arte”. In estrema sintesi, Trump per chi l’ha votato incarnava “il sogno americano” (la libertà di fare i miliardi senza tanti problemi), la Clinton l’ulteriore degenerazione e la pratica fine di esso, e cioè “l’incubo americano”.

Nella prospettiva dei rapporti con la Russia, l’amministrazione Trump potrà rappresentare un’alternativa alla linea finora attuata da Obama?

trump_putinQuesto, innanzitutto, in Europa e in Italia ce lo auguriamo tutti vivamente. Se con “tutti” non intendiamo certi ambienti che, che ad elezioni appena svolte, affermano che “il possibile asse Trump-Putin non può che preoccupare l’Europa”.

Abbiamo capito bene?! In otto anni di presidenza Obama siamo arrivati al fondo delle relazioni tra i due Paesi, coi paesi europei che – anziché approfittarne per rafforzare il legame con Mosca – si sono appiattiti sul diktat euro-americano applicando alla Russia – come all’Iran… – delle “sanzioni” giustificate da una “punizione” per il comportamento di Mosca in Ucraina e in Siria… L’Italia, nello specifico, s’è attenuta alla linea euro-americana in maniera ridicola, tanto che i danni per vari settori della nostra economia sono stati molto rilevanti.
Ed ora che – con l’elezione di Trump – si preannuncia una “distensione” tra Usa e Russia, di che cosa si dovrebbero preoccupare gli europei? Di poter, finalmente, togliere le “sanzioni” (ovviamente applicate in maniera più zelante degli stessi americani)? C’è di che sbalordirsi: anziché rallegrarsene, hanno “paura” di essere “scavalcati” dall’America nelle relazioni con Mosca!

Ma anche stavolta è necessaria una precisazione. Gli “europei” che qui ho nominato sono le cricche cooptate nella dirigenza dell’Unione Europea, non i leader riconosciuti dai vari popoli europei (difatti i vari euro-burocrati sono personaggi che a casa loro, qualora si presentassero a delle elezioni, non supererebbero la soglia dello zero virgola per cento). Questi signori sono “preoccupati” a ragion veduta: sono i “tecnici” dell’euro, tanto per dirne una, quelli cioè che devono tutto alla loro amicizia con le medesime classi dirigenti americane succedutesi negli ultimi tre lustri.

Che direzione prenderà la situazione in Siria? 

nemici_siriaSe la “distensione” con la Russia, in nome della guerra (per davvero) al “terrorismo” non sarà una mera promessa da marinaio, in Siria (e in Iraq) la rotta dei “ribelli” d’ogni ordine e grado pagati coi petrodollari sarà assai rapida. Con grave scorno di chi, Arabia Saudita e Qatar in testa, hanno pensato di poter approfittare della solida alleanza con gli Usa (e gli altri occidentali) per inseguire il sogno di asfaltare, sotto una spessa coltre di “letteralismo” e “modernismo”, quattordici secoli di tradizione.

 

Trump e il mondo islamico, che cosa prevede?

Prevedo qualche problema, perché con Obama era tutto uno scambio di effusioni, sin dal famoso discorso del Cairo della “mano tesa” che, in apparenza, andava in controtendenza rispetto alla linea Bush.

Naturalmente, parlare genericamente di “mondo islamico” non basta, ma è doveroso operare dei netti distinguo. La linea dell’ultima presidenza è stata incentrata sull’alleanza coi Fratelli Musulmani: ove era possibile metterli al comando per via elettorale (Tunisia, Egitto) ci si è risparmiati l’insurrezione armata, che invece è quel che è accaduto, col determinante aiuto americano, in Libia e in Siria.

Ma il progetto è fallito miseramente in entrambe le modalità, in particolare nella prima, perché in Tunisia e in Egitto, i Fratelli Musulmani sono stati estromessi in pochi mesi dalle stanze del potere. Mentre la sovversione armata ha comunque dato i suoi frutti, perché Libia e Siria, al momento, sono due ‘buchi neri’ nella mappa del mondo, piuttosto che due regioni con le quali i vicini possono prosperare insieme.

Obama-and-Saudi-King-AbdullahQui bisogna capire bene una cosa. E per farlo propongo un esempio istruttivo. Per molti musulmani che inclinano verso una delle varianti del “riformismo islamico” – quello cioè che ha inteso rompere, nella dottrina e nella prassi, con una tradizione di saggi e dotti musulmani, oltre che con una religiosità “popolare” stratificatasi in quattordici secoli ma bollata tutta come “innovazione” e “superstizione” – il presidente russo Vladimir Putin è una specie di “diavolo”, né più né meno come lo dipinge la propaganda occidentale. Eppure a Mosca è sorta la più grande moschea d’Europa (se ancora vogliamo considerare “Europa” la Russia al di qua degli Urali…), i musulmani della Federazione Russa stanno esperendo, come del resto i loro vicini cristiani ortodossi, un revival della loro spiritualità, il presidente ceceno Kadyrov – che ascolta i consigli dei saggi dell’intera umma – rappresenta un baluardo, nel Caucaso, contro ogni forma di modernismo estremista camuffato da “ritorno alle origini”.

Per tornare alla domanda, più che interrogarmi sugli effetti delle sparate “anti-islamiche” del nuovo presidente, soprattutto rivolte all’interno, dove la “questione islamica” viene ricompresa – come fa da noi la Lega Nord – in quella “immigratoria”, mi concentrerei sulla questione seguente: sono i musulmani stessi ad essere chiamati a saper riconoscere, innanzitutto, chi è “il lupo travestito da agnello”, ovvero discernere l’amico dal nemico, che è poi la prima basilare operazione per potersi permettere di fare politica.

Detto questo, è bene anche non farsi soverchie illusioni. Ci sta benissimo che dopo l’appeasement con l’Iran (più scenografico che sostanziale), questa nuova fase della politica estera degli Stati Uniti (che non vorremo certo credere ripiegarsi in uno splendido “isolazionismo”) si caratterizzerà per una ripresa delle provocazioni contro la Repubblica Islamica, anche se non si comprende come ciò potrebbe avvenire volendo contemporaneamente impostare rapporti migliori con la Russia.

Secondo lei, il cosiddetto establishment lascerà che Trump metta in atto il programma, soprattutto in politica estera, o lo “ammaestrerà” in qualche modo? Cosa dobbiamo aspettarci?

Un libro che spiega per filo e per segno chi è Obama e perché è stato "costruito"
Un libro che spiega per filo e per segno chi è Obama e perché è stato “costruito”

In America può succedere di tutto, anche l’assassinio politico fatto passare per “tirannicidio”. Se a Obama hanno dato il “Nobel preventivo per la Pace”, Trump, se certa campagna d’odio rivolta contro la sua persona non cesserà, potrebbe diventare la vittima del “tirannicidio preventivo”, e cioè prima che il personaggio in questione abbia potuto dare prova di essere per l’appunto un “tiranno”.

Un uomo del genere, che già in campagna elettorale ha dato prova di saper incassare molto, andrà avanti diritto per la sua strada, tanto più che, come dicevo, è sostenuto da quell’America che non sopportava più la fine del “sogno americano”. C’è da attendersi che i media si comportino come han fatto qui in Italia con Berlusconi, ovvero attaccandolo di continuo ed anche sulla base dei pretesti più assurdi, anche se negli States, a differenza che in Italia, la magistratura non è infiltrata da elementi ostili perché pronti a recepire input esterni.

Vorrei proseguire il parallelismo con Berlusconi, perché secondo me è assai istruttivo. Nella crisi nera della politica, il mondo economico esprime un personaggio che sbaraglia la concorrenza, contro il quale si scatena tutta la canea del “progressismo” anche quando fa qualcosa di buono per tutti (vedasi l’abolizione dell’IMU sulla prima casa o “l’amicizia” con la Russia e la Libia). Questa storia noi l’abbiamo già vista, perché sebbene non lo si voglia riconoscere, l’Italia, nel bene e nel male, è sempre un ‘laboratorio’ dove gli altri imparano. Non per niente in America studiano (senz’altro più e meglio di noi) la storia dell’Impero Romano e le idee dei “geni” del nostro Rinascimento.

A Trump si presenta l’imperdibile occasione di entrare nella storia. Quello che, alla fine, affondato dallo “spread”, dal sangue ancora caldo di Gheddafi e dalle minacce di vedersi rovinato (e forse anche qualcosa di peggio), Berlusconi non ha saputo fare quando glie se n’era presentata l’occasione. Ma forse, chissà, certi personaggi che hanno fatto una fortuna, o sono “limitati” nella loro forma mentis imprenditoriale o – cosa assai più probabile – non possono spingersi più di tanto nel contestare tutto un assetto di poteri, poiché in fondo – malgrado si ripeta il luogo comune del self-made man – chi accumula ricchezze straordinarie deve sempre rendere conto ad altri della sua invidiabile posizione.

In Italia, queste elezioni hanno scatenato un tifo da stadio pro-Clinton. Come lo spiega?

burqaLo spiego con una frase lapidaria: siamo una colonia americana. Davvero, vorrei invitare i lettori a non prendere sul serio quello che scrivono o dicono i commentatori italiani più “accreditati” ed “autorevoli”, perché se è vero come è vero che l’Italia è una succursale degli Stati Uniti, non può esistere in alcun modo, tranne che in certe nicchie, un’informazione seria, imparziale, e, soprattutto, capace di far comprendere ai nostri connazionali che in occasioni come questa non vi era in ballo una partita tra “la prima donna candidata alla Casa Bianca” e uno schifoso “sessista” e “razzista” miliardario; la battaglia tra la “democrazia”, i “diritti”, la “libertà” e un “fascismo eterno” alla Umberto Eco; la guerra del Bene contro il Male.

C’era dell’altro, ovviamente, ma questo la maggior parte di chi prova ad informarsi non l’ha potuto capire.

Ma per stavolta, lungi dall’illudermi su un’America finalmente “in ritirata” che lascia finalmente in pace il resto del mondo e l’Italia in primis, vorrei godermi, assieme ad altri che l’hanno trovata insopportabile e disgustosa nella sua faziosità e piaggeria, la Waterloo dei mass media “progressisti” e radical chic, pur nella consapevolezza che resta praticamente in gran parte da costruire un’alternativa sovranista al presente stato di cose.

Fonte: “Tempi di Fraternità“, n. 1, a. XLVI, gennaio 2017, pp. 14-17 (per gentile concessione)

Trump ha vinto: due domande a Stefano Vernole

L’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca che cosa significa dal punto di vista della politica estera americana? Sono da attendersi cambiamenti importanti?

vernoleInnanzitutto bisogna sottolineare che con la sconfitta di Hillary Clinton è stata evitata l’ascesa alla Casa Bianca della peggior candidata possibile, quella voluta dall’establishment finanziario e guerrafondaio USA.
Con la Clinton Presidente il futuro del mondo sarebbe stato intriso di conflitti e la sua storia personale, quella di una persona disposta a schiacciare chiunque si metta sulla sua strada, è lì a dimostrarlo.
Donald Trump, che personalmente mi ricorda molto Silvio Berlusconi, è davvero l’outsider che non ti aspetti (ci credevo poco anch’io…) ed ha condotto una campagna elettorale semplicemente strepitosa dal punto di vista comunicativo, incarnando alla perfezione lo stereotipo del classico “americano” ben descritto nei libri di John Kleeves.

L’opinione pubblica occidentale, asservita alle lobby d’oltreoceano, storicamente vede negli Stati Uniti il faro del progresso mondiale, facendoci credere che New York, Los Angeles o Las Vegas siano la vera America… quando in realtà l’identità del cittadino medio statunitense (e i suoi valori di riferimento) sono tutt’altro; il “vero americano” è self-oriented, cioè egocentrico, egoista e non disposto ad accettare (perché non concepisce che possano esistere) gli altrui punti di vista.

paese_pericolosoUtilizza la retorica nazionale non perché ci creda veramente ma perché così conviene fare dal punto di vista personale. In fondo, cantare l’inno o esporre una bandiera a stelle e strisce costa poco.
Trump ha quindi rappresentato questa tendenza, fortemente maggioritaria negli USA, dando voce a quanti ritengono che il “sogno americano” della realizzazione individuale sia ostacolato dalla sovraesposizione militare del Pentagono nel mondo, dall’ideocrazia del “destino manifesto” (gli USA Paese benedetto da Dio), dal ruolo globale che gli Stati Uniti vogliono assumersi a scapitodell’interesse nazionale.
La vittoria di Trump è perciò frutto in gran parte di fattori interni al suo Paese, mentre la politica estera appare adesso un’incognita, perché si tratta di un ambito storicamente condizionato dal complesso militare-industriale-finanziario USA.
Il fatto che Trump voglia depotenziare la NATO, organizzazione al cui budget Washington contribuisce per il 75% (dati riferiti all’aggressione militare alla Libia di Gheddafi, Trump ha parlato del 72%), è sicuramente un vantaggio per la Russia.
Sono abbastanza certo che assisteremo ad un allentamento delle tensioni tra Mosca e Washington; rimangono da capire le intenzioni di Trump nei confronti della Cina e dell’Iran, ma soprattutto quale sarà la sua effettiva libertà di azione.
Anche Bush Jr. iniziò il suo mandato con alcuni propositi isolazionisti, poi arrivò l’11 settembre 2001…

Chi, in America e all’estero, è più preoccupato per la vittoria di Trump?

Obama-and-Saudi-King-AbdullahI primi ad essere preoccupati dall’elezione di Trump sono sicuramente i Paesi “fondamentalisti” del Vicino e Medio Oriente, cioè Arabia Saudita, Qatar, i gruppi wahhabiti e salafiti, le organizzazioni vicine ai Fratelli Musulmani, con i quali sia Obama che la Clinton flirtavano spudoratamente; difficilmente questa liason potrà continuare a lungo.
Russia, Siria e Israele ne sono sicuramente contenti e ne trarranno dei vantaggi, per ragioni diverse.
Cina e Iran rimangono guardinghi e attendono, consci delle numerose incognite rappresentate dalla nuova Amministrazione presidenziale a Washington.
Se è vero che Trump dovrebbe allentare le tensioni non solo in Ucraina e nel Mar Cinese Meridionale, ed è pure contrario a TTIP e TPP, è altrettanto vero che il magnate americano ha più volte minacciato la possibilità di una guerra commerciale contro Pechino e questa sua tendenza potrebbe essere sfruttata dall’establishment che sa bene di non poter condurre una guerra su due fronti (cioè contro Russia e Cina contemporaneamente).
trump_cinaTuttavia anche la Cina preferisce per ora Trump, visto che la Clinton avrebbe senz’altro utilizzato la retorica dei “diritti umani” e portato all’estremo l’ingerenza militare statunitense in Asia ai danni di Pechino. In futuro si vedrà.
Lo stesso può dirsi per Teheran, che teme vada all’aria il suo accordo sul nucleare, in quanto Tel Aviv vorrebbe una “linea dura” nei confronti delle ambizioni regionali persiane e potrebbe premere in tal senso sul nuovo inquilino alla Casa Bianca. Lo stesso discorso fatto per Russia e Cina vale per l’Iran, che nei piani dei neocon statunitensi va o depotenziato o strappato all’alleanza eurasiatica guidata da Mosca e Pechino.
Nella migliore delle ipotesi i più preoccupati potrebbero essere proprio i settori di punta dell’establishment nordamericano che, ricordando quanto avvenne con la Perestrojka russa, vedono in Obama la riedizione di Gorbaciov, e in Trump la controfigura di Eltsin… il loro sogno di dominio mondiale, a quel punto, potrebbe andare definitivamente in pezzi.

Stefano Vernole è giornalista pubblicista. Vicedirettore di “Eurasia – Rivista di studi geopolitici” e Responsabile delle relazioni esterne del “CESEM – Centro Studi Eurasia Mediterraneo”, è autore di Ex Jugoslavia: gioco sporco nei Balcani. Frammentazione nazionale e risiko geopolitico del Kosovo (2013); La questione serba e la crisi del Kosovo (2008). È inoltre coautore di La lotta per il Kosovo (2007) e di tre libri su Il Tibet e La Nuova Via della Seta (2014, 2015 e 2016).

Trump ha vinto: due domande a Riccardo Lala

L’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca che cosa significa dal punto di vista della politica estera americana? Sono da attendersi cambiamenti importanti?

clinton_obamaNonostante la lunghezza e la complessità delle elezioni americane, i candidati non arrivano mai ad esprimere linee programmatiche chiare, ma solo preferenze viscerali, che poi spesso non trovano neppure attuazione in pratica. Per esempio, Obama aveva basato  le proprie campagne sui buoni rapporti con il Sud America, il Medio Oriente e la Russia, ma senza indicare come ciò avrebbe potuto essere raggiunto, e poi si è visto che ciò che intendeva realmente non preludeva a questi migliori rapporti, bensì a una politica di destabilizzazione e di guerre.


Ripensare la pretesa di egemonia mondiale

donald-trumpTrump esprime, almeno sul piano teorico, il franco riconoscimento che la politica estera di dominio mondiale perseguita dalle Presidenze precedenti non ha raggiunto i propri obiettivi, in quanto altri Stati (per esempio, la Cina, il Giappone e il Messico) hanno raggiunto, nonostante essa, posizioni migliori rispetto agli Stati Uniti, e questo ha implicato, fra l’altro, un peggioramento del tenore di vita delle classi medie. In quanto “outsider”, Trump si propone come alternativa a questa storia di sconfitte. Tuttavia, a causa dell’intrinseca fragilità delle ambizioni americane e delle scelte già fatte in passato, oggi il Presidente degli Stati Uniti dispone di scarsi leverages per ovviare a queste difficoltà, anche perché il peggior nemico del ceto medio americano è, in ultima analisi, interno all’America, vale a dire il complesso informatico-militare, che sfrutta la globalizzazione per estendere il proprio controllo sul mondo e sugli stessi Stati Uniti. Era inevitabile che, prima o poi, si manifestasse un conflitto fra la maggioranza legata ai valori del secolo scorso e il complesso informatico-militare che li sta scalzando, ma c’è da chiedersi se un Presidente, anche se animato delle migliori intenzioni, sia in grado di spuntarla contro il potere sociale effettivo.


Minimizzare i danni pregressi

ttipIn questa situazione, Trump cercherà probabilmente soprattutto di minimizzare i danni provocati dalle presidenze precedenti, con una politica più negoziale verso la Russia per pacificare il Medio Oriente e con forme tradizionali di keynesismo e di protezionismo in sostituzione degli abortiti TTP e TTIP, e comunque seppellendo definitivamente la retorica liberista, già assai svalutata da Bush e Obama. Infine, la pretesa di ottenere maggiori contributi degli Alleati alla difesa comune provocherà probabilmente delle defezioni, come quella, già minacciata, del Giappone, mentre l’”appeasement” con la Russia diminuirà perfino l’esigenza di nuovi investimenti militari.

Chi, in America e all’estero, è più preoccupato per la vittoria di Trump?

camerierePassate le elezioni, nessuno teme più Trump.

Infatti, la forza trainante dell’ostilità generalizzata verso di lui non era costituita da una reale conflittualità fra il profilo di Trump e gli interessi di questo o di quel gruppo, bensì dal servilismo generalizzato nei confronti degli Stati Uniti. Una volta cambiato il Presidente, l’intero establishment (culturale, politico, economico) che era  “preoccupato” per l’elezione di Trump, riverserà il proprio servilismo a suo favore.

Gli unici che hanno un motivo fondato per temere Trump sono i membri delle multinazionali dell’informatica. Infatti, l’affermazione nuda e cruda, da parte di Trump, dell’“interesse nazionale” americano disperde la cortina fumogena dietro la quale si celava la retorica dell’“ideologia del web”, e, quindi, la conquista silenziosa del mondo. Certo, nel “circo mediatico è in corso una scaramuccia fra la maggioranza conformistica e i pochi anticipatori “pro Trump” su  ciò che si prevede egli farà. Tuttavia, è più importante ciò che “gli altri” faranno della presidenza Trump, e che cerchiamo qui di prevedere.


Un’incrinatura della “memoria condivisa”

nazione_indispensabileDopo la caduta del Muro di Berlino, era invalsa un’ideologia onnipervasiva (la cosiddetta ”memoria comune”), in base alla quale sarebbe  ammissibile un unico punto di vista su qualunque argomento – dalla filosofia alle strategie militari, dalla teologia al diritto del lavoro, dall’ arte all’economia-. Trump ha spezzato almeno uno dei capisaldi di questa ideologia: il messianismo dell’America quale “Sola Nazione Necessaria”. È dubbio se il resto della ”memoria condivisa” potrà reggere senza quest’anello, come dimostrano certi politici occidentali che insistono, come la Merkel, sul fatto che l’America deve restare “la forza trainante dal punto di vista culturale” (cioè il “Paese Guida” della rivoluzione mondiale). Orbene, se il “Paese Guida” rifiuta questo ruolo, così come l’aveva rifiutato la Russia, i satrapi locali avranno difficoltà a difendere l’idea di una  “Rivoluzione Mondiale”. Dovranno, o scomparire, come Honecker, Ceausescu e Jaruzelski, o riciclarsi, come Nazarbayev, Aliyev, Berisha e la stessa Merkel.


Metabolizzare Trump

Siamo perciò persuasi che tutti cercheranno di “metabolizzare Trump” proseguendo le loro rispettive politiche tradizionali.

Come ciò avverrà, dipenderà da caso a caso. Certo, un parallelismo fra quanto sta accadendo in America e nel resto del mondo è difficile da trarsi. Infatti, come aveva osservato Lenin, “il nazionalismo dei popoli oppressi non è eguale a quello degli oppressori”. Per cui, il fatto di “fare grande l’America” significherà qualcosa di diverso per ogni Paese. C’è chi, come la Russia o la Cina, potrà negoziarlo a fronte di vantaggi per se stessi, e chi invece dovrà subirlo, come il Messico, su cui Trump vorrebbe scaricare molti dei guai dell’America.

lala_10.000anni_identità_europeaIn definitiva, la politica di Trump potrebbe obiettivamente favorire una maggiore indipendenza ed assertività dell’Europa, così come avrebbe potuto farlo (ma non lo fece), la ”Perestroika” di Gorbaciov. Dove si situerà l’Europa, dipende dagli Europei, che non dovranno imitare pedissequamente l’America, bensì approfittare del rilassamento del suo controllo ideologico per affermare la propria identità.

Ciò dovrebbe costituire uno stimolo per chi è attento a questa identità, non già perché Trump ci voglia, ci possa, o ci debba spianare la strada, ma semplicemente perché questa strada è divenuta culturalmente un po’ meno ostica.

Riccardo Lala, editore, scrittore e – secondo una sua definizione – “imprenditore culturale europeo”, è il promotore di Alpina Srl ed è l’autore di vari studi, tra i quali 10.000 anni di identità europea, un’opera in tre volumi dedicata ad uno dei grandi temi del nostro tempo. 

Trump ha vinto: due domande a Franco Cardini

L’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca che cosa significa dal punto di vista della politica estera americana? Sono da attendersi cambiamenti importanti?

franco_cardini1Per rispondere correttamente bisogna capire quali interessi sta difendendo e promovendo il multimiliardario Trump; un primo indizio significativo verrà non tanto dai media e dall’opinione pubblica, costruiti e manipolati entrambi, quanto dall’atteggiamento del parlamento. Non affrettiamoci a fantasticar di ribaltoni: io sospetto che quella di Trump sia una Rivoluzione di quelle tipo il Risorgimento italiano, dove tutto doveva cambiare perché tutto restasse come prima. A me non interessa Trump: m’interessa il povero cittadino statunitense che non ha diritto all’assistenza medica se non ha una carta di credito in regola. Spero solo, da cittadino italiano, che Trump decida o provochi l’uscita dell’Italia dalla NATO.

Chi, in America e all’estero, è più preoccupato per la vittoria di Trump?

Probabilmente tutti i “poteri forti”, negli States e fuori di essi. Ma correranno ai ripari e probabilmente prevarranno. Non mi faccio illusioni: anche se accolgo con soddisfazione l’applauso della Duma alla notizia della vittoria del Grande Matto, lo considero un segno della Provvidenza e mi ripropongo di accendere un cero alla Beata Vergine Maria perché protegga la Santa Russia e tutti noi.

Franco Cardini, storico di professione e medievista in ambito universitario, consulente per varie trasmissioni radiotelevisive e strenuo critico dell’ipocrisia della nostra epoca, ha pubblicato oltre cento libri (e migliaia di articoli) di vario argomento, tra i quali alcuni sono a pieno titolo dei “classici”.

Trump ha vinto: due domande a Enrica Perucchietti

L’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca che cosa significa dal punto di vista della politica estera americana? Sono da attendersi cambiamenti importanti?

 perucchiettiPremesso che bisognerà vedere quanto margine di potere decisionale gli sarà concesso, l’amministrazione Trump dovrebbe virare verso un protezionismo e un conseguente isolazionismo, rasserenando inoltre i rapporti con la Russia inaspriti e resi isterici dai democratici e dai Mass Media con un ritorno anacronistico alla Guerra Fredda. Sventato il rischio di un conflitto globale che sarebbe stato inevitabile con l’elezione della Clinton (Trump ha promesso lavoro, pace e sicurezza, vedremo in che modo), attendiamo ora i futuri rapporti con l’Iran. L’Europa (e la NATO) dovrebbero trovarsi quindi isolate con un rischio di contagio: quel voto antisistema che ha portato alla vittoria Trump potrebbe travolgere anche il resto dell’Occidente, ribaltando gli attuali precari equilibri.

Chi, in America e all’estero, è più preoccupato per la vittoria di Trump?

Le grandi Banche, le corporations, la casta dei parlamentari e senatori inamovibili, Loretta Lynch & compagni, le aziende che delocalizzano (se venisse cancellato lo Offshoring Act), chi spinge per il TTIP, la FDA che verrà snellita, la NATO e gli storici Alleati in generale, i sauditi, parte dell’intelligence che aveva sostenuto la Clinton, i radical chic perbenisti, tutti coloro che sono stati cooptati dal clan Clinton e tutti i poteri (Mass Media in primis) che si sono schierati con ferocia inaudita contro il candidato repubblicano.

Enrica Perucchietti, giornalista e scrittrice, nei suoi già numerosi libri si occupa principalmente di temi “scomodi”, dall’Unisex all’Utero in affitto, di manipolazione delle coscienze, ma anche di “misteri” e politica internazionale come in L’altra faccia di Obama e False Flag.

Trump ha vinto: due domande a Paolo Borgognone

L’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca che cosa significa dal punto di vista della politica estera americana? Sono da attendersi cambiamenti importanti?

borgognoneL’elezione di Donald Trump potrebbe costituire un cauto punto di svolta nella politica estera statunitense. Mentre Hillary Clinton, il candidato simbolo dell’intreccio di poteri e di interessi caratteristici del globalismo imperialista, si era infatti apertamente pronunciata in termini bellicosi e russofobici, Trump appare più disponibile a promuovere un’intesa con la Russia per combattere effettivamente il terrorismo in Siria. Trump appare più interessato alla guerra all’ISIS e al ripristino del primato della sovranità degli Stati-Nazione nell’ambito degli scenari di politica internazionale, Hillary Clinton si autodefiniva la paladina di quella globalizzazione unipolare che ha come obiettivo prioritario l’eliminazione di ogni ostacolo al dominio planetario a stelle e strisce. Tra questi ostacoli, ovviamente, l’ISIS, risorsa d’intelligence in funzione anti-russa e anti-siriana di neocon e falchi liberali, non rientra. La priorità dell’agenda clintoniana consisteva infatti nel rovesciamento di Assad, da ottenersi mediante un’accelerazione della guerra per procura inaugurata dagli Usa in Siria sin dal 2011, e nell’accerchiamento geostrategico della Russia (“guerra fredda 2.0”) tramite la sottrazione a Mosca dei suoi ultimi alleati sullo scacchiere internazionale.

Chi, in America e all’estero, è più preoccupato per la vittoria di Trump?

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Sono preoccupati per la vittoria di Trump quei ceti “soddisfatti” della globalizzazione promotori dell’ideologia del progresso capitalistico illimitato della Storia. In America sono preoccupati per la vittoria di Trump le élite di Wall Street e la upper class newyorkese, veicolo principale delle nuove tendenze edonistiche quali stili di vita obbligatori per chiunque brami essere “accettato” e “integrato” nel sistema globalista di relazioni pubbliche. È spaventata da Trump l’America liberal, i ceti trendy, le classi benestanti, “illuminate” e snob, le pseudo-femministe, ecc. In Europa, per sapere chi ha da perdere dal successo elettorale di Trump, è sufficiente citare le parole pronunciate dall’ex premier italiota Enrico Letta: «La vittoria di Trump è la più grande rottura politica dalla caduta del Muro di Berlino». Letta, per inciso, è l’autore di un libro, uscito nel 1997 con il titolo Euro sì. Morire per Maastricht. Credo che la preoccupazione di Letta sia ampiamente condivisa da tutti gli eurocrati di Bruxelles. E che dire di Martin Schulz, socialdemocratico tedesco e presidente del Parlamento europeo, che dinnanzi alla vittoria del candidato repubblicano ha dichiarato: «Con Donald Trump presidente Usa la relazione transatlantica diventerà sicuramente più difficile». Insomma, Trump risulta indigesto alle classi dirigenti liberali (politiche, giornalistiche e accademiche) apertamente sostenitrici dei processi di apertura indiscriminata di ogni frontiera come sorta di neopalingenesi “democratica” in direzione di un “radioso avvenire” dove Alleanza atlantica, capitalismo liberale, libertà consumistiche illimitate, capacità di spesa dei singoli e cultura della mobilità planetaria siano interpretati alla stregua di sinonimi del concetto stesso di democrazia. In altri termini, in America come in Europa, il terrore per la futura presidenza Trump si cela sui volti di chi, fino a questo momento, ha rappresentato la maschera del potere oligarchico globale. Non credo che questi attori privilegiati delle dinamiche di globalizzazione unipolare si rassegneranno a cedere il passo tanto facilmente e temo, da parte loro, metabolizzato lo shock iniziale per la batosta subita, una sorta di controffensiva (innanzitutto mediatica).

Paolo Borgognone, studioso di politica internazionale e delle idee politiche, è autore di vari libri, tra i quali L’immagine sinistra della globalizzazione e Capire la Russia (Zambon Editore).