Due note su “Allâhu akbar”

di Enrico Galoppini

Bene, spieghiamo due cose.
L’Arabo, come le altre lingue semitiche, ha la caratteristica di avere quasi tutte le parole derivanti da una radice triconsonantica. Quella K-B-R veicola l’idea di grandezza.
KaBuRa = essere o diventare grande
KaBBaRa = ingrandire
istaKBaRa = sentirsi grande (in senso figurato, negativo).
KaBîR = grande (pl. KiBâR, inteso anche come “adulti”).
muKaBBiR = che ingrandisce (da cui anche “amplificatore” se si aggiunge la parola “suono”).

Detto questo, poiché la disposizione delle vocali, brevi o lunghe, più altre eventuali consonanti, dà la forma della parola e dunque il suo significato preciso rispetto al senso generale veicolato dalla radice, la parola aKBaR, che è ricalcata sulla forma in uso per l’elativo, utilizzata per rendere sia il comparativo di maggioranza che il superlativo relativo, significa letteralmente “più grande”. La si potrà utilizzare, come detto, per dire per esempio che il tale è più grande di un altro (servirà allora la preposizione “min” che precede il secondo termine di paragone), oppure per esprimere, previo articolo determinativo o speficificata da altro nome o pronome, per esprimere il nostro superlativo relativo.

Pertanto Allâhu akbar non vuol dire né “Iddio è grande” né “Iddio è il più grande” (il verbo essere in Arabo, al presente, è sottinteso). Allâhu akbar è da tradursi con “Iddio è più grande”. D’altra parte se traducessimo con “Iddio è il più grande” porremmo pur sempre un paragone con altri da Lui, il che non è possibile perché Allâh è all’origine di tutto ed è la causa delle cause.

Dunque, affermando col taKBîR (l’infinito di KaBBaRa) che “Iddio è più grande” si afferma che nulla e nessuno Gli è paragonabile. Allâhu akbar viene ripetuto in apertura e chiusura della chiamata alla preghiera, giusto per ribadire Chi è l’oggetto dell’adorazione.

Il nome d’Iddio viene ripetuto in ogni occasione tra i musulmani, non essendoci alcun interdetto al riguardo e, anzi, essendone incoraggiata il più possibile la diffusione poiché in questo modo tutto un mondo, dalle persone alle cose, e le loro interazioni, viene per così dire sacralizzato.

(*) Prima che qualcuno venga a mettere i puntini sulle “i” al riguardo di questioni linguistiche, sottolineo che questo non è un post per specialisti, bensì per chi, non sapendo nulla o quasi della materia desidera capire qualcosa in mezzo a un mare di disinformazione.

Alcune considerazioni sul concetto di “custodia” nella cultura arabo-musulmana

di Enrico Galoppini

Tra numerosi i luoghi comuni negativi e destituiti d’ogni fondamento relativi all’Islam ed ai musulmani si annoverano quelli che puntano a cogliere pretese “radicali” differenze col Cristianesimo. Tra i più diffusi di questo tipo citiamo “l’assenza” del perdono o della misericordia. Oppure il mancato rispetto della “persona umana”. Fiumi di parole sono state usate per sottolineare che, in opposizione al cristiano, il musulmano è incapace di perdonare o di provare sentimenti come la pietà o la misericordia, in quanto egli sarebbe plasmato ad immagine e somiglianza di un Dio “tirannico, geloso e vendicativo”.

Due osservazioni, prima di procedere. Quali differenze vi sarebbero col Dio della Torah se la comprensione del divino dovesse fermarsi alla lettera di un testo sacro? Eppure nessuno si azzarda a stigmatizzare gli ebrei come alieni da queste nobili qualità. Segno che quando si vuol dare addosso a qualcuno ogni pretesto è buono e si fa dire al testo sacro quel che si vuole. Esattamente come fanno, all’altro estremo, i seguaci dei movimenti più accesamente fanatizzati dell’Islam ‘battagliero’, per i quali, invertendo di fatto l’ordine dei fattori, la collera di Allah precede la Sua misericordia. Quando è vero semmai il contrario, come non è vero (giusto per rintuzzare le ‘illusioni’ di certo buonismo a tinte religiose) che ad Allah non sia pertinente la collera, perché negargliela sarebbe come limitarLo per ridurlo a nostre categorie sentimentali e consolatorie. Di qui, la seconda osservazione. Tutta questa preoccupazione di definire alcuni esseri umani costretti in “categorie” ed incapaci di perdonare a ragione della loro religione deriva, oltre che dall’ignoranza sulle cose di cui si ha la pretesa d’occuparsi, dalla riduzione di tutto alle fisime moderne, per le quali non si è religiosi se non si è – per esempio – capaci di perdonare prima di aver elaborato un perdono che si estorce, col sangue ancora caldo della vittima, ai suoi familiari, pena l’accusa di “barbarie”. Lo stesso dicasi per tutte le nobili qualità che al musulmano, in base ad una lettura faziosa e selettiva del Corano (e della tradizione profetica), vengono negate per farne risaltare l’assoluta irriducibilità coi valori del “mondo moderno”, del quale il cristiano – un cristiano debitamente “rieducato” – sarebbe il perfetto cittadino-modello con la sua “superiorità morale”.

Sembrerebbe di assistere a delle bagattelle preelettorali, invece no. Con tutto questo j’accuse all’indirizzo di circa due miliardi di persone ci si prefigge, da parte della quasi totalità dei media “globali” e di una discreta rappresentanza delle “istituzioni culturali”, di depennare dalla “umanità” i fedeli di Allah in quanto non “al passo coi tempi” e dunque incapaci, oltre che indegni, di stare in mezzo agli altri.

Scopo di questo breve scritto che non ha alcuna pretesa di esaustività al riguardo è perciò quello di apportare un piccolo granello di verità per contrastare questa macchina dell’odio di cui conosciamo abbastanza bene il perché e il per come, anche se questi ultimi aspetti esulano dai motivi per cui ci è stato chiesto di scrivere e pertanto soprassederemo momentaneamente da quello che, comunque, è un altro lavoro da fare.

Qui, in particolare, vorremmo esporre che cosa ci dicono la cultura arabo-musulmana e la lingua araba al riguardo del concetto di “custodia” (e di quello di  “fiducia”, ad esso intimamente correlato).

La lingua araba ci è di grande aiuto in questa ricerca, poiché classificando i vocaboli per radici triconsonantiche assolutamente evidenti presenta in maniera chiara i concetti ed i relativi termini per esprimerli. Parole come amîn (“fededegno”, “segretario”), amâna (“pegno”, “fedeltà”, “deposito di fiducia”), amân (“salvacondotto”), amn (“sicurezza”), mu’min (“credente”), îmân (“fede”) eccetera condividono la radice triconsonantica hamza-mîm-nûn. Radice che, per proseguire nell’esposizione di alcuni lemmi presenti sul dizionario arabo-italiano, ci offre parole moderne come ta’mînât (“assicurazioni”), mu’ammin (“assicuratore”) e mu’amman (“assicurato”). Persino âmîn, il corrispondente del cristiano “amen” che va pronunciato distintamente al termine della recitazione della sura al-FâtiHa, deriva dalla medesima radice, il cui senso generale adesso risulta chiarito.

Nel Corano, nella sura XXXIII, vv. 72-73, si trova per la prima ed unica volta il termine amâna (“pegno”, “fedeltà”, “deposito di fiducia”) in relazione a ciò che, mostrato ai cieli (simbolo della manifestazione “sottile”), alla terra (simbolo di quella “grossolana”) e alle montagne fu rifiutato da questi, mentre fu l’uomo – preposto, in quanto essere centrale della manifestazione, alla realizzazione metafisica – ad accollarsi una simile enorme responsabilità. Ma prima d’ogni altra considerazione, proponiamo una traduzione dei due versetti summenzionati: «(72) In verità proponemmo ai cieli, alla terra e alle montagne il deposito di fiducia, ma essi si guardarono bene dal caricarsene avendone paura; se n’è incaricato l’uomo, oppressore ed ignorante, (73) affinché Iddio punisca gli ipocriti e le ipocrite, e gli associatori e le associatrici, ma perdoni [facendo ritornare a Lui] i credenti e le credenti: Iddio è perdonatore e clementissimo».

Non ci pare superfluo, per comprendere meglio questi due versetti, ricorrere di nuovo al dizionario della lingua araba.

«(72) Innâ ‘araDnâ [In verità mostrammo, esponemmo] l-amânata [la fedeltà; il pegno, il deposito di fiducia] ‘alâ s-samâwâti wa l-arDi wa l-jibâli [ai cieli, alla terra e alle montagne] fa-abayna [ma si rifiutarono di; declinarono (l’invito a)] an yaHmilna-hâ [portare ciò] fa-ashfaqna min-hâ [e si preoccuparono di; stettero in ansia per ciò] wa Hamala-hâ l-insânu [mentre lo portò/se ne fece carico l’essere umano] inna-hu kâna Zalûman jahûlan [in verità egli è iniquo/oppressore/tiranno ed estremamente ignorante]; (73) li-yu‘adhdhiba Allâhu [affinché Allah castighi] l-munâfiqîna wa l-munâfiqâti wa l-mushrikîna wa l-mushrikâti [gli ipocriti e le ipocrite, gli associatori/idolatri e le associatrici/idolatre] wa yatûba Allâhu ‘alâ [e perdoni (facendo tornare a Lui)] l-mu’minîna wa l-mu’minâti [i credenti e le credenti] wa kâna Allâhu ghafûran rahîman [Allah è tutto perdonatore e clementissimo]».

L’edizione del Corano intitolata Kalimât al-Qur’ân (“Le parole del Corano”) e pubblicata nel 1420 dell’Ègira dalla casa editrice siriana Dâr al-Ma‘rifa, alle note a margine della sura XXXIII (p. 427) riporta alla spiegazione del termine amâna: at-takâlîfu min fi‘lin [“azione”, “agire”] wa tarkin (“abbandono”, “omissione”]. Che, considerato il senso della radice kâf-lâm-fâ’ (“assegnazione”, “incarico”; “onere”, “spesa”, “costo”) ci permette di tradurre tale spiegazione con “l’onere [che comporta] il fare e il non fare”. Abayna viene invece fatto corrispondere al senso di  imtana‘na, dal verbo imtana‘a (“stare alla larga”; “astenersi dal fare”; “declinare”, “non accettare”), dunque è corretto tradurre abayna con “rifiutarsi di” a seguito di una proposta. Ultima nota proposta da questo succinto tafsîr (“commento”) a margine di questi versetti del Corano, quella concernente il verbo ashfaqa min, messo in relazione con la paura di “tradire” (khiyâna) la parola data assumendosi l’incarico della amâna.

Non si va lontano dal vero, pertanto, affermando che il concetto di amâna ha a che fare con un qualche cosa che implica un tale responsabilità che nessuno, eccetto l’uomo, questa creatura esistenziata persa nella sua “oscurità” (questo è il senso della radice Zâ-lâm-mîm da cui Zalûm, ovvero “iniquo”, “oppressore”, “tiranno”, principalmente verso se stesso perché privo di nûr, “Luce”) e nella sua ignoranza (probabilmente della sua “dignità”), se ne fa carico. Dall’esito del compito di cui l’uomo s’è fatto carico dipenderanno o il suo castigo (‘adhâb, della stessa radice del verbo ‘adhdhaba visto nel versetto 73: “punire”, “castigare”), se egli si rivelerà ipocrita ed idolatra (la rad. shîn-râ’-kâf implica l’idea di “associare”, da cui la traduzione di shirk con “associazionismo” di altri dei ad Allah, ovvero “idolatria”), oppure il premio consistente nel “ritorno a Lui” (questo il senso del verbo tâba, da cui anche il nome tawba, “pentimento”), se egli invece si dimostrerà mu’min, cioè “fedele” (dalla medesima radice di amâna).

Ora, il termine mu’min, grammaticalmente parlando, è un “nome d’agente” (cioè che corrisponde grosso modo al nostro participio presente) del verbo âmana bi-, “rimettersi a”, “riporre fiducia in”; “credere” (nel senso di aver fede). Per questo al-mu’minûna e al-mu’minât sono “i credenti” e “le credenti”. Ma non, come si suol ritenere secondo la mentalità moderna, nel senso di coloro che “credono” a qualcuno o qualcosa purché sia, come dei… “creduloni”; né come sinonimo di tutte le persone che seguono i precetti di una religione e, nello specifico, come equivalente di “musulmani” (quasi due miliardi di persone, a prescindere). Il Corano, da questo punto di vista per così dire “democratico”, lascia ben pochi spazi alle illusioni, come qualsiasi altro testo rivelato o comunque ispirato dallo Spirito Santo: la qualità di “credente”, cioè di colui che “si affida” e ripone la sua fiducia nell’unico Dio (Uno ed Unico) non è appannaggio di chiunque si professi “musulmano”. Le qualità negative dell’ipocrisia (nifâq) e dell’idolatria (shirk) che, ricordiamolo, comportano il castigo divino, sono attribuibili anche ai “musulmani” che non si affidano e non si rimettono completamente ad Allah. Fintanto che residua nel cuore del musulmano (e di qualsiasi seguace di un’altra religione) un granello di “ipocrisia” e di “idolatria” non si è sicuri del “perdono”, e cioè del “ritorno a Lui”, che poi è l’obiettivo unico di tutta l’ascesi (jihâd) cui è chiamato l’homo religiosus. La îmân (“fede” assoluta ed incondizionata) opera di concerto, integrandosi, con lo iHsân (l’operare secondo il bene, da una radice Hâ’-sîn-nûn che veicola l’idea congiunta di “bello” e “buono”) e lo islâm (l’abbandono fiducioso, come in una “resa” senza più “opposizione”, al decreto divino).

Âmana r-Rasûlu… (L’Inviato di Allah “crede”, cioè “ripone la fiducia”) è l’incipit di uno dei versetti (il 285 della sura II) più recitati (abbinato al successivo v. 286) a margine delle orazioni rituali (Salât). Forse varrà la pena di proporlo qui: Âmana r-Rasûlu bi-mâ unzila ilay-hi min Rabbi-hi wa l-mu’minûn; kullun âmana bi-Llâhi wa malâikati-hi wa kutubi-hi wa rusuli-hi; lâ nufarriqu bayna aHadin min rusuli-hi; wa qâlû sami‘nâ wa aTa‘nâ ghufrâna-ka Rabba-nâ wa ilay-ka l-maSîr”. Traduzione: «L’Inviato di Allah crede in ciò che è stato fatto scendere (nel senso di “rivelato”) a lui dal suo Signore, e così i credenti; ciascuno crede in Allah, nei Suoi angeli, nei Suoi libri e nei Suoi inviati; non facciamo distinzione tra alcuno dei Suoi inviati; ed han detto: “abbiamo udito ed obbedito; perdono Signor nostro, ché verso di te è il divenire”».

Al-Mu’min (“il Fedele”) è anche uno dei nomi più belli d’Iddio (asmâ’u Llâhi l-Husnâ), il che può risultare ‘strano’ se si pensa che si tratta dello stesso termine che indica coloro tra gli uomini che si affidano a Lui. Ma in questo “gioco di specchi” che è la “fede” nel quale anche Iddio affida all’uomo la amâna vi è probabilmente una traccia della natura teomorfica dell’essere umano, il quale, solo se è completamente “fedele” a se stesso, cioè alla sua natura più profonda (la coranica fiTra, per la quale non si trova meglio che renderla con “natura connaturata” in quanto faTara significa, nel processo divino di creazione, l’atto di Allah col quale Egli pone la “natura” di ogni cosa), può riuscire nell’unico ed improrogabile compito di fare ritorno (tawba, che significa anche “perdono”) all’Origine di tutto ciò che è esistenziato, ma anche dell’Essere e del non-Essere. Al Principio, insomma.

Al-Amîn (“il degno di fiducia”, da cui anche “segretario”) era, d’altronde, il nome con cui il Profeta Muhammad era noto a Mecca prima della sua “missione” di latore della risâla (“messaggio”, della stessa radice di rasûl, “inviato”). A tal proposito i tradizionisti, tra cui at-Tabarî, menzionano l’episodio della posa della pietra nera presso la Ka‘ba, dopo che era stata ricostruita daccapo. Tutti i capi dei vari clan influenti di Mecca – già sede d’una sorta di “pantheon” panarabo – volevano avere l’onore di posare quel portentoso ed enigmatico betilo (da Bet El: “la casa del Dio”) di provenienza celeste, quindi non riuscivano a mettersi d’accordo. Così, per un caso ‘fortuito’, venne scelto, per procedere a questo onorevole compito, il primo che fosse passato di lì. A quel punto, con un gesto simbolico che avrebbe prefigurato la sua missione di “paciere” tra gli arabi divisi tra mille culti, clan e partigianerie, al-Amîn prese il suo mantello (una delle sua reliquie più “potenti” ancora oggi conservate e venerate: si pensi al “Poema del mantello” di al-Busîrî), ne porse i quattro lembi ai quattro capi più influenti e, una volta giunti al punto in cui la pietra era da incastonare, la prese con le sue mani e la mise al suo posto.

Âmina (lett. “pacifica”; “al sicuro”; “che vive tranquilla e serena”) era, oltretutto, il nome della madre di Muhammad, la quale morì quando il Profeta era ancora bambino. Ma è tutta la famiglia dell’Inviato di Allah che è connotata e circonfusa da un’idea di custodia. Difatti, il nonno ‘abd al-MuTTalib era il sâdin (“custode”, nel senso del nostro “sagrestano”) della Ka‘ba, di cui deteneva la chiave d’accesso. Incarico, quello della sidâna, di spettanza del clan dei Banû Hâshim della tribu dei Banû Quraysh. Hâshim, che significa letteralmente “colui che sbriciola”, era il bisnonno del Profeta, al quale fu assegnato tale epiteto perché una volta, essendo lui il “custode” della Ka‘ba, e comprendendo tale funzione quella di provvedere al vettovagliamento dei pellegrini, di fronte ad una situazione emergenziale determinata da un massiccio afflusso di questi ultimi ebbe lo spunto di preparare con le sue mani, evidentemente aiutato dall’Alto, una zuppa che prodigiosamente sfamò tutti quanti.

Sul concetto di “custodia” nella cultura arabo-musulmana si può poi passare ad indagare un’altra radice: Hâ’-fâ’-Zâ’. Qui troviamo infatti termini quali HafîZ, attributo di Allah in quanto invocato nella Sua qualità di “custode” e “preservatore”, tant’è che HafiZa-hu Llâh (“Iddio lo preservi”) è espressione abituale usata per augurare lunga vita ad un sant’uomo di cui vi è, evidentemente, gran bisogno per la baraka (“influenza spirituale”) di cui è provvisto e che diffonde nel suo ambiente. Yâ HafîZ (“O Preservatore”) dirà il fedele che invoca Iddio per ricevere protezione da un danno o un pericolo, o, semplicemente, da se stesso, ché, com’è risaputo, i peggiori pericoli per l’uomo derivano nient’altro che dal suo ego “insoddisfatto”.

Uno HâfiZ al-Qur’ân, se il verbo HafiZa significa, oltre che “preservare” e “custodire”, “tenere a mente”, è colui che manda il Libro sacro a memoria. Obbligo, questo, necessario solo a livello comunitario, nel senso che nella umma (la “comunità”) basta che alcuni conoscano a memoria il Corano. A livello individuale, naturalmente, ciò è altamente meritorio e fonte di benedizioni, dato che se il Corano è il vero “miracolo” dell’Islam (l’equivalente del Cristo nel Cristianesimo, con l’Inviato d’Iddio, suo “ricettacolo purissimo”, che corrisponde alla Vergine Maria), custodire in se stessi, nella propria memoria (dhâkira, ma anche HifZ), l’intera Parola divina non può che avvicinare alla condizione del Profeta che di quella si fece custodia e ‘megafono’.

HâfiZ è, inoltre, nome proprio maschile (basterà citare il celebre sufi e poeta persiano Hafez o, in tempi recenti, il padre dell’attuale presidente siriano, HâfiZ al-Asad). MaHfûZ (“custodito”) ci ricorda invece un altro personaggio celebre della letteratura araba contemporanea, insignito del Premio Nobel: l’egiziano Neghib Mahfuz. Proseguendo con una carrellata dei lemmi sub radice Hâ’-fâ’-Zâ’ troviamo infine, tra gli altri, istaHfaZa (“affidare a qn. qc.”), MuHâfiZ (il “governatore” di una regione, MuHâfaZa), miHfaza (“custodia”, da cui miHfaZatu n-nuqûd: “borsellino”, “portafogli”) eccetera.

HifZu l-amn, che in “annessione” contempla due nomi delle due radici che qui abbiamo scandagliato, significa “Pubblica Sicurezza”, il che prova per l’ennesima volta come queste due terne di consonanti radicali siano strettamente correlate ai concetti di “custodia”, “sicurezza” e “fiducia”.

E con questo, ripetiamolo, senza alcuna pretesa di completezza, né d’aver scritto alcunché di “originale” (cosa ben diversa dal senso di “originario”), concludiamo questo breve e modesto contributo ad una migliore conoscenza della tradizione islamica e dei suoi tesori spirituali.

 

(*) Nota sulla traslitterazione dei termini arabi.

Qui è stata adottata una traslitterazione di tipo semplificato che fa uso di lettere maiuscole per indicare i cosiddetti suoni “enfatici” dell’Arabo, per i quali nelle pubblicazioni specialistiche vengono utilizzate lettere dell’alfabeto latino (s, d, t, z, h) accompagnate da un punto sotto. Si tratta del medesimo sistema di traslitterazione in uso nel seguente libro: D. Halbout e J.-J. Schmidt, L’Arabo, (ed. it.) Assimil Italia, Chivasso (TO) 2008 (e succ. rist.), in part. alle pp. XIV-XVI.

La “salute integrale” nella prospettiva del Tasawwuf

di Enrico Galoppini

Alla base della concezione islamica (ed anche “sufica” in quanto il Tasawwuf altro non è che una via ascetica islamica) del benessere psico-fisico vi è l’idea che ogni “bene” ed ogni “male” provengono da Allâh, il Principio “uno” (ahad) ed “unico” (wâhid) dal quale promanano sia l’Essere che il non-Essere e tutti i gradi dell’esistenza (o stati dell’Essere) tra i quali vi è anche quello umano.

La relazione tra Allâh (lett. “Iddio”) e l’uomo (insân), creato “secondo la Sua forma” (‘alâ sûrati-Hi) dall’argilla (tîn), è concepita nell’Islâm come una relazione di servitù unidirezionale nella quale il servitore è l’uomo, esortato per la sua riuscita in questa vita a servire il suo Signore con la fede e le opere, le quali vanno sempre considerate in equilibrio ed in reciproca interazione, evitando squilibri in un senso o nell’altro. Questa natura servile dell’uomo rispetto al suo Signore, Che l’ha creato e gli ha affidato – come fa il padrone col servo quando deve assentarsi – il Suo “deposito di fiducia” (amâna) che persino gli angeli hanno rifiutato, è centrale per comprendere la natura del “benessere” nell’Islâm.

Di prim’acchito, però, condizionati dalla prospettiva antropocentrica moderna che fa proprio un concetto di “liberazione” autoreferenziale, cioè quello di un uomo “troppo umano” che prescinde dalla sua origine divina e che pertanto va ad applicarsi solo ai più disparati domîni politici e sociali, si è indotti a rigettare la prospettiva di una “schiavitù” dell’uomo rispetto al suo Signore. Tuttavia, l’osservazione del malessere esistenziale, interiore, della maggior parte dei nostri contemporanei ci invita a riflettere sul fatto che, alla fine, dichiarando la “morte di Dio”, l’uomo ha finito per incatenarsi sempre più a qualsiasi altra cosa eretta ad “idolo”, fosse pure un esaltante ideale o una persona cara degna dei nostri affetti. Ma nella prospettiva islamica, “sufica”, del benessere tutto ciò altro non è che “idolatria”; tecnicamente parlando, “associazionismo” (shirk), ovvero l’associare ad Allâh qualsiasi altra cosa che non sia Lui. Ed il peggior “idolo” dell’uomo è senza ombra di dubbio il suo ego (nafs), fonte d’ogni inganno ed ‘allucinazione’ quando non è ricondotto ad una condizione di “soddisfazione” (itmi’nân). L’ego, per la “psicologia” sufi è il tiranno più spietato dell’essere umano, e per questo tutta la pratica ascetica e la tenuta, in ogni istante (waqt), del mutasawwif (colui che lavora per raggiungere lo status del sûfî, del saggio) tiene il mirino puntato contro questa ‘tigre’ che ad uno stadio iniziale comanda il male (an-nafs al-ammâra bi-s-sû’), ad uno successivo di parziale ‘addomesticamento’ biasima (an-nafs al-lawwâma) e ad uno stadio finale diventa “soddisfatta” (mutma’inna) e dunque può “tornare” alla Casa del Signore.

La lingua araba rende perciò con la stessa parola nafs anche ciò che gli antichi greci indicavano con “anima”. In poche parole la nafs (in arabo è femminile, così come i nomi dei fuochi e degli inferni ai quali sono destinate quelle anime bisognose di ulteriore purificazione) è la peggior trappola tesa all’uomo da parte del suo Creatore: da una parte lo può condurre alla rovina, dall’altra, superando indefiniti gradi di purificazione (o di “politura”), lo può elevare al più elevato degli stadi (maqâm), fino a quello del ridwân (“compiacimento”), il quale prelude, nella relazione tra “servo” e “Signore” prima accennata, alla “liberazione”, al “riscatto”, del servo stesso da parte del suo Signore soddisfatto, compiaciuto di lui.

Tale “compiacimento” è reciproco, esattamente come la fede, in quanto uno dei nomi di Allâh è al-Mu’min (Il Fedele), dato che se aver fede vuol dire “affidarsi” è evidente che la fiducia per funzionare dev’esser reciproca. Ricordiamo di nuovo, a tal proposito, il “deposito di fiducia” (amâna, della stessa radice di “fede”) attribuito da Allâh all’uomo ab initio. Uomo che è dichiarato “califfo d’Iddio sulla terra” (khalîfat Allâh fî l-ard), cioè Suo vicario, con tutta la responsabilità che consegue da una simile investitura.

Ora, questa succinta disamina preliminare che forse potrà sembrare poco chiara ai non specialisti (ma che non risuonerà come ‘esotica’ ai cultori delle cose dello Spirito) era necessaria per inquadrare il problema del benessere psico-fisico nella prospettiva del Tasawwuf. Questo benessere ricercato dal discepolo di un Maestro (murîd, lett. “che vuole”… Allâh, poiché “Chi vuole Allâh avrà Allâh e chi vuole il mondo avrà il mondo”) è effettivamente un completo ed integrale “ben-essere”, cioè una condizione nella quale si viene a stabilire una certezza (yaqîn) al di là delle fluttuazioni alle quali il mondo, quando non è considerato per quel che è (“vero” al livello che gli pertiene), sottopone l’anima (nafs) che resta in balia delle sue stesse illusioni e pulsioni ‘animali’. Man ‘arafa nafsa-hu qad ‘arafa Rabba-hu: “Chi consoce se stesso consoce il suo Signore”.

Per coadiuvare il raggiungimento di quest’ambizioso obiettivo (ma in fin dei conti l’unico obiettivo che abbia un senso se si considera questa vita come un banco di prova per il Dì del Rendiconto – Yawm ad-Dîn) Iddio avverte l’uomo che il suo unico nemico è Shaytân, ovvero Satana, che etimologicamente parlando rimanda al concetto di “disunità” e “dispersione”, dunque a tutte quelle tendenze e forze centrifughe che albergano nell’uomo quando questi non è pervenuto ad uno stadio di assoluta certezza – al di là delle produzioni della mente – che “non vi è altra divinità se non Iddio” (Lâ ilâha illâ Llâh); ciò che può anche intendersi come: “Non vi è principio se non Il Principio”. Si tratta dell’attestazione di fede islamica (shahâda, che significa, come in Greco, anche “martirio”), la quale contempla una seconda parte che recita: “Muhammad è il Suo inviato” (Muhammad Rasûl Allâh; in altre versioni si premette a “il Suo inviato” “il Suo servo”, ‘abdu-Hu).

Iddio e l’uomo, dunque, tanto più che Muhammad – “il migliore della creazione” – significa “lodatissimo”, e se la lode appartiene esclusivamente ad Allâh (al-hamdu li-Llâh), il fatto che il Suo prescelto – e modello di vita per i musulmani – abbia questo nome significa che l’Uomo Perfetto o Universale è quello che riceve il massimo della lode dal suo Creatore.

Certamente quest’uomo destinatario della lode divina non è l’uomo ordinario immerso nel suo “sonno”, illuso che basti “comportarsi bene” e “non fare del male a nessuno” per ottenere il premio più ambito; per non parlare di chi – ed ormai si tratta della maggioranza delle persone – si disinteressa alla prospettiva dell’ottenimento del Paradiso e rifiuta, quasi che fosse un insulto alla sua persona, quella dell’Inferno. Stiamo parlando, piuttosto, dell’Uomo Universale, o Completo (al-Insân al-Kâmil); quello che in sé ha realizzato – secondo la “via muhammadiana” che il Tasawwuf ripercorre con tutte le sfumature dovute ai differenti carismi dei Maestri – le qualità divine, ovvero quei Nomi d’Iddio più belli (asmâ’ Allâh al-husnâ) che i pii musulmani (as-sâlihûn) sanno a memoria e recitano in formule “incantatorie”, e che permeano il linguaggio arabo-islamico persino nella vita ordinaria.

La menzione dei nomi d’Iddio oltre a quella di altre formule tra le quali vi è la prima parte dell’attestazione di fede (shahâda) è la forma di adorazione più elevata, persino più della salât, l’orazione “canonica” da svolgersi – per il benessere anche meramente fisico! – cinque volte al dì, in quanto è proprio il “ricordo” (dhikr) di Allâh a costituire il miglior rimedio a tutti i malesseri che colpiscono l’uomo dimentico della sua origine. E che proprio per questo suo oblio non sta bene, a prescindere, il che non ha nulla a che vedere con la “salute” modernamente intesa. Infatti, per testare questo ‘benessere’ che non poggia su solide basi basta vagliare l’atteggiamento di fronte alla malattia di chi non vede altra prospettiva che il mondo e quello di chi sa che oltre questo mondo esiste il Reale. Il primo si preoccupa di “stare bene” di nuovo (che poi coincide col ritorno alla sua precedente condizione, come se la malattia, tra l’altro, non rientrasse in un percorso di “evoluzione”), il secondo si rimette ad Allâh nella speranza non tanto di guarire (perché questo potrebbe non rientrare tra i Suoi piani) quanto di affrontare la malattia senza lamentarsi né deflettere dall’unico obiettivo di questa vita che è la Sua soddisfazione. Detto questo, la ripetizione incessante degli adhkâr (pl. di dhikr), col cuore sgombro da ogni pretesa, può avere, per Sua sola volontà, l’esito di una guarigione dalla malattia, oppure no, ma ciò non deve assolutamente turbare il musulmano, in quanto tutto ciò che promana da Allâh, sia il “bene” che il “male”, è da accettare con pazienza (Innâ Llâha ma‘a s-sâbirîn: “In verità Iddio è con coloro che perseverano”).

In ciò vi è il senso della parola Islâm, ed anche quella del nome d’agente correlato, muslim (“musulmano”), che potremmo rendere con “arreso”, “sottomesso” alla divina Volontà, quale essa sia. Volontà (irâda) che, per riallacciarci a quando dicevamo del discepolo (murîd) di un Maestro di tarîqa (“via”), è una delle qualità divine dell’essenza ed è, non a caso, della stessa radice del termine murîd. La volontà, difatti, non è prerogativa dell’uomo ordinario, letteralmente “irrisolto” perché agito dal desiderio, ma solo di chi, al termine della pugna spirituale contro il suo ego (jihâd an-nafs), raggiunge effettivamente il tawhîd, l’unificazione, uscendo dalla dualità nella quale si producono tutte le opposizioni valide sul piano che compete loro ma non più sul piano dell’origine principiale.

Gli atti del culto (‘ibâdât, della stessa radice di ‘abd, “servo; schiavo”) e l’azione nel mondo (mu‘âmalât), così come la fede in Allâh (îmân) e le opere pie (sâlihât), devono stare per il musulmano in costante equilibrio, perché da queste dipendono la sua salute fisica (sihha), quella psichica (salâma, lett. anche “salvezza”, della stessa radice di Islâm e muslim) ed il raggiungimento di quella “grande Pace” (Salâm) che i musulmani si augurano reciprocamente quando si salutano (as-Salâm ‘alaykum).

Ma tutto questo, benché provenga in ultima istanza solo da Allâh come un Suo liberissimo dono (“Allâh guida chi vuole e travia chi vuole”), non può essere raggiunto senza sforzo, uno sforzo individuale rettamente orientato (la “retta via” citata nella prima sûra del Corano) dal quale nulla è esentato, in quanto nulla è di per sé “profano”, mentre tutto, se lo si valuta nella sua manifestazione (tajallî) divina, è sacro, persino bere un bicchier d’acqua. Per questo prima di ogni atto il musulmano premette almeno un bismillâh (“Nel nome d’Iddio”): perché la vigilanza (murâqaba) – e l’esame di coscienza (muhâsaba) – rispetto a ciò che si fa (e si pensa) è fondamentale nella prospettiva e della salvezza e, su un piano più elevato, della realizzazione, appannaggio di coloro che, timorosi d’Iddio, ma speranzosi in Lui, sanno che “salute”, in ultima istanza, non significa solo “assenza di malattia”, ma raggiungere l’integrazione nel Principio, dove anche “salute” e “malattia” ordinariamente intese perdono il loro significato.

Il problema è sempre quello: l’Inghilterra!

di Enrico Galoppini

Ma voi vi fate infinocchiare sempre ben bene e v’infervorate sulla Francia, la Germania… Per non parlare di quei servi ottusi che credono alle fole russofobe ed islamofobe dei media.

Il problema, a ben vedere, non è nemmeno l’America: semmai è l’american way of life, altrimenti detto “occidentalizzazione del mondo” per le plebi globalizzate. Potrà sembrare strano, ma il problema vero non sono nemmeno i famosi Innominabili, che pure di danni ne fanno.

No, il problema è l’Inghilterra, che detiene una serie di poco invidiabili record: prima rivoluzione con testa coronata mozzata (Cromwell); prima banca centrale che rende il denaro una merce; prima massoneria speculativa (Gran Loggia d’Inghilterra). Ma si potrebbe continuare con le origini del razzismo moderno (Chamberlain), del darwinismo sociale, del disumano sfruttamento dei lavoratori. Della elevazione della proprietà privata al rango di furto ed abuso (qui comincia la pratica delle enclosures, con la fine dei diritti collettivi delle comunità). Della riduzione del mondo intero a “mercato”, con la riduzione di millenarie civiltà (si pensi all’India e alla Cina) a simulacri di se stesse. È in Inghilterra che nascono (coi prodromi a Venezia) i primi servizi segreti, in odor di magia ed inganno ontologico, ed è qui che bolle in pentola la prima “riforma” (Enrico VIII). Ed è sempre in Inghilterra che dilaga il gioco d’azzardo, così come la mania degli sport (da vedere) usati come arma di distrazione di massa.

Vogliamo parlare, inoltre, della giurisprudenza inglese per la quale le sentenze, anche le più assurde, costituiscono un “precedente”? Tutto il contrario del Diritto romano!

Chi ha poi istituito una vera centrale della speculazione mondiale come la City con tutti i vari “paradisi fiscali” da essa dipendenti?

E concludo questa galleria degli orrori con il traffico di droga, vera arma escogitata da quella allegra combriccola oggetto dei pettegolezzi dei tabloid in combutta col solito Innominabile di turno, allo scopo di forzare “l’apertura” di qualche nazione “chiusa” e corromperne nel fisico e nell’animo la popolazione.
Ma all’apice della mistificazione e dell’inganno, si è di fronte a chi, dovendo stabilire un dominio sui mari, ha elevato al rango di “baronetto” veri pendagli da forca come i pirati, salvo poi nobilitarli grazie al monopolio della fabbricazione della cultura dell’intrattenimento per grandi e piccini, nella quale anche uno stupratore d’infanti diventa giustificabile.

L’Inghilterra è il Paese della doppia morale, e con questo abbiamo detto tutto!

Per onestà intellettuale

di Enrico Galoppini

Chi mi conosce sa che non m’accontento di “verità precotte”, né d’una tifoseria politica da stadio che se sulle prime può darti una “botta di vita” alla prova dei fatti risulta sempre deludente e miserabile. Ieri, dopo il discorso di Salvini a Milano ho letto entusiastiche recensioni da parte di chi ne sottolineava i punti a suo dire ottimi: 1) la distinzione tra “liberismo” (buono) e “neoliberismo” (cattivo): di qui l’elogio nientemeno che della Thatcher (quella cioè che mandò sul marciapiede non so quanti inglesi); 2) la contrapposizione tra i “papati buoni” (Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) e quello “cattivo” di Francesco I (come non vedere che il “modernismo” ha attecchito in maniera evidente già sotto Pio XII?); 3) l’insistenza sulle radici “giudeo-cristiane” dell’Europa: di qui la carrellata di personaggi cattolici come Chesterton, recuperati da una certa editoria “di destra” anti-islamica e filo-sionista; 4) la “guerra all’Islam”, come se il problema numero uno degli italiani e degli europei fosse quello, e non la moneta-merce generante “debito pubblico” e giustificante (per i finti tonti) il “pareggio di bilancio”, “i soldi che non ci sono”, un mare di tasse e le immancabili “riforme strutturali”, o l’assenza di qualsivoglia concreta sovranità politica, economica, culturale e militare, sottomessi come siamo all’Angloamerica e alla Nato…

Il tutto sotto la nuova parola d’ordine del “conservatorismo”, sul quale, a margine dei suddetti entusiasmi, mi sono sentito in dovere di scrivere quanto segue:

«Certo che se ci si accontenta, in funzione “anti-sinistra”, di essere “conservatori”… Come si fa a non capire che se “il vento della storia” è il Progresso, questa vera e propria malattia/illusione, non può non essere prevista la supposta antitesi, ovvero la Conservazione?
Son tutte battaglie di retroguardia, quando la stalla è aperta e i buoi sono scappati. Tentativi di tappare i buchi del vascello mentre cola a picco. In tutto questo, il filo-sionismo e l’anti-islamismo parossistico di tutto questo “sovranismo” non sorprende, perché in fin dei conti, da una posizione “conservatrice”, parafrasando Croce, “non ci si può non concepire come Occidentali”. Ma che cos’è “Occidente”? Cardini, che certo non è uno sprovveduto, ma che per costoro avrà la pecca d’essere “islamofilo” (in realtà è solo intelligente ed erudito) l’ha spiegato, peraltro in un libro edito da Solfanelli. Io capisco benissimo ed in buona parte condivido lo stato d’animo di chi, dopo quasi trent’anni di saccheggio “europeista” adesso sogna la rivincita e la riscossa, ma sono sempre più scettico sul fatto che a tutto questo ‘fumo’ corrisponda ‘l’arrosto’, che per dei sovranisti autentici dovrebbe corrispondere almeno a queste due misure; 1) fine d’ogni sudditanza atlantica e delle ingerenze degli apparati sionisti; 2) avocazione allo Stato, nazionale o europeo (la querelle su Euro o Lira, ormai svanita, è del tutto inutile), della proprietà della moneta, emessa senza interesse: ciò significherebbe la fine del “debito pubblico” usato dalla BCE per imporre “riforme”. Ma di ciò non v’è la minima traccia nei programmi dei “sovranisti” bannonizzati, che la buttano sul “culturale” per girare intorno ai problemi fondamentali e raccattare facili voti di un elettorato comprensibilmente incazzato nero contro “la sinistra” (ma anche di memoria corta perché come non è stato un “ventennio berlusconiano” non è stato nemmeno un “ventennio del PD”). Chiudo ricordando agli elettori “sovranisti” di simpatie fasciste (per quel che vuol dire dirsi “fascisti” oggi, quando decenni d’antifascismo e di destrismo hanno steso strati di confusione) come il Fascismo, inteso come ideale suscettibile d’essere riproposto (tempi e uomini permettendo), non possa essere ridotto a qualsivoglia nazionalismo né ad ad alcuna forma di disprezzo verso popoli e religioni. Il che è cosa diversa opporsi giustamente a quest’immigrazione senza capo né coda di cui ormai si sa tutto, sempre che, per onestà intellettuale, si riconosca come essere anti-immigrazionisti e liberisti (la Thatcher!!!) non solo non abbia senso, ma sia l’ennesimo inganno bello e buono se, come i critici più onesti riconoscono, l’immigrazione (che non è solo “islamica”!) serve a massacrare, insieme alle delocalizzazioni e alle facilitazioni per i grandi gruppi esteri quando aprono in Italia, il lavoro italiano.»

Un breve ‘comizio’ alla Lega

di Enrico Galoppini

Fuori dal Salone del libro c’è il candidato della Lega alla Regione Piemonte. Tutti che lo schifano come la peste perché l’avventore medio di questa kermesse è “antifascista” (come se la Lega fosse il Fascismo: ma nella mente dell’antifascista medio lo è).

Decido di fermarmi.
– “Vi dico subito che non ho alcuna ‘pregiudiziale’ nei vostri confronti, ma che se anche voi fate le solite promesse da marinaio, la famosa gente, che è scema fino a un certo punto, si stuferà anche di voi”.
– “Sì, ha ragione, lo so anch’io, però noi siamo diversi… ci dia fiducia”, mi fa una militante che mi porge il volantino.
– “Mah, io, in tutta sincerità, non credo più alle deleghe in bianco. Io credo ai fatti, e fatti se ne vedono pochi. Lasciamo perdere quel concorso ‘Vinci Salvini’, che è qualcosa di macchiettistico… Lo sa che Salvini viene avvicinato, ovunque va, da mamme che hanno i figli esclusi dalle scuole? Eppure lui aveva promesso che nessuno sarebbe stato escluso. Non può nascondersi dietro al fatto che il Ministero della salute non è della Lega”.
– “Io sono farmacista – mi fa la militante – e sui vaccini credo che alcuni siano necessari”.
– “Necessari o no, non si può obbligare nessuno in questo modo, e poi prima della legge Lorenzin quest’argomento non interessava a nessuno, politicamente. Non voglio poi entrare nell’argomento della ‘immunità di gregge’, tanto anche quella non è provata”.
– “Aspetti, parli col nostro candidato”, mi dice la militante.
– “Buongiorno, Lei lo sa, vero, che non ha senso puntare tutto sull’immigrazione, e che il tema è strettamente correlato a tutto il resto? Comunque, tanto per stare solo sul problema ‘sicurezza’, non è che si sia visto tutto questo cambiamento… Glielo dice uno che vorrebbe vedere dei fatti”.
– “Beh, non è vero, la Lega ha fatto questo e quest’altro”.
– “Per carità, non sto contestando questo (e comprendo come la situazione fosse già molto compromessa), dico solo che non si può vedere solo un anello della catena di storture di questo sistema ingiusto e puntare tutto su quello. Voglio dire, come si fa a lottare contro l’immigrazione incontrollata, che lede in primis i lavoratori italiani, ed essere fondamentalmente liberisti?”.
– “Non è vero che la Lega è liberista, perché per esempio ha preso numerose iniziative a difesa delle produzioni italiane. La Lega è contraria ad una certa globalizzazione che ha solo fatto danni”.
– “Su questo siamo d’accordo, anzi Le dirò che secondo me i ‘danni’ della globalizzazione erano già previsti e voluti. Però, mi dica, come fa un governo ad abbassare le tasse se non prende di petto la questione monetaria?”.

Al che gli spiego brevemente che il denaro non può essere una merce venduta ad un costo che non sia quello meramente tipografico. Ed aggiungo: “Ecco, tale questione, ne richiama un’altra, che quella della confusione che fate fra immigrazione ed Islam. Bisognerebbe avere la curiosità intellettuale – e se volete vi vengo a spiegare qualcosa – di andare a vedere se tante volte in ciò che ci fa schifo non ci possa essere qualche elemento cui ispirarsi. Per esempio il modello classico di tassazione islamica, che colpisce il tesaurizzato anziché i redditi. Questa cosa, unita alla sovranità monetaria ripristina una condizione in grado – questa sì – di far ripartire l’economia. Non si può dire alla gente – come faceva Berlusconi – ‘spendete, spendete, così i soldi circolano’ mentre sei massacrato di tasse. Come si fa – mi chiedo – a pensare poi di cambiare quest’Europa dall’interno e, peggio che mai, l’euro, moneta di privatissimi signori che hanno sede a Francoforte da secoli? Sto parlando dei Rotschild e compagnia bella. Sa, il problema è che si parte sempre con tantissime belle intenzioni, ma all’atto pratico anche il politico più idealista se le dimentica perché dovrebbe fare la guerra a questa roba qua…”.

Bene, a questo punto il mio comizio era concluso, e forse gli esponenti della Lega, a giudicare dal progressivo loro corrucciarsi dopo l’iniziale benevolenza, non erano tanto entusiasti…

Uno sconosciuto eroe italiano: Adriano Visconti

Riproponiamo un post di Matteo Murgia a beneficio di coloro che ancora non hanno capito su quali basi poggia questa cosiddetta “Repubblica Italiana”.

Non crediamo di andare lontano dal vero affermando che una delle cause della decadenza italiana nel dopoguerra è da ricercarsi nel fatto che i migliori sono stati tutti ammazzati. Chi è rimasto vivo, salvo rare eccezioni, ha comunque capito l’antifona e si è così messo a suonare una delle “musiche” ammesse (nel PCI, nella DC, nell’MSI).

***
UN EROE

Adriano Visconti di Lampugnano, è stato, senza ombra di dubbio, l’Asso indiscusso della Aviazione italiana nel secondo conflitto mondiale, con 26 abbattimenti certi e 18 probabili. Per Asso non si deve intendere un generico appellativo dato ad un pilota per le sue capacità – come comunemente si pensa – ma rappresenta una qualifica che si ottiene soltanto dopo essere stato accreditato dell’abbattimento di cinque aerei nemici in combattimento ravvicinato.

La grande abilità di Visconti viene poi esaltata dal fatto che volava e combatteva su aerei nettamente inferiori, dei più veloci, meglio corazzati ed armati, Spitfire, Mustang , P.40. Per le sue capacità, per il suo coraggio, per il suo spirito di sacrificio, dovrebbe essere ricordato, onorato e portato come esempio alle nuove generazioni, purtroppo, la sua adesione alla R.S.I. ha provocato la “damnatio memoriae” e su di Lui si è calato un assordante silenzio!

Per avere una vaga idea di quello che ha rappresentato Adriano Visconti per l’Aeronautica Militare, è sufficiente far parlare le cifre, che non mentono mai!
– 1.400 ore di volo in attività bellica
– 591 missioni di guerra
– 72 combattimenti
– 19 abbattimenti prima dell’armistizio
– 7 abbattimenti dopo l’armistizio
– 2 volte abbattuto
– 6 medaglie d’argento
– 2 medaglie di bronzo
– Croce di Ferro di prima e di seconda classe
– 2 promozioni per merito di guerra

A conferma della sua indiscutibile grandezza, Adriano Visconti, assieme a Franco Bordoni-Bisleri, è ricordato in una sala del settore aeronautico del “Mall Memorial Lincoln” di Washington, dedicata gli Assi del secondo conflitto mondiale, divisi per nazione, dove è conservata una sua foto con a fianco il numero degli abbattimenti. La selezione è il risultato del lavoro di una commissione internazionale di piloti che non ha avuto dubbi su chi far cadere la scelta per la parte italiana. Anche New York lo celebra con una sua foto al museo di Ellis. Viceversa, nelle graduatorie italiane non figura e nelle cerimonie non viene mai ricordato, sembra quasi che non sia mai esistito, malgrado la sua partecipazione ininterrotta al conflitto, dal giorno dell’entrata in guerra dell’Italia al sua conclusione.

Nato a Tripoli l’11 novembre 1915 da una famiglia lombarda, allievo del corso Rex in Accademia Aeronautica, nel 1936 consegue il brevetto di pilota militare.
Nel giugno del 1940, allo scoppio della guerra, Visconti viene trasferito con il suo reparto in Africa settentrionale, presso l’aeroporto di Tobruk, dove combatte volando sui Breda B.A 65 e sui Caproni Ca.310. Durante il periodo giugno-dicembre 1940 viene decorato con due Medaglie di Argento al Valor Militare ed una Medaglia di Bronzo per numerosissime azioni di spezzonamento e mitragliamento contro mezzi corazzati nemici e per la sua attiva partecipazione alla battaglia aeronavale del 14-15 giugno ’42.
Dal gennaio 1941 Visconti è in forza alla 76ª Squadriglia del 54º Stormo Caccia Terrestre ed il 29 aprile ’43, nel corso dell’ultimo grande scontro prima della caduta della Tunisia, l’allora ten . Visconti guida dodici Macchi M.C.202, del 7° Gruppo, all’attacco di sessanta – dico sessanta! – tra Supermarine Spitfire e Curtiss P-40. Visconti abbatte un P-40 mentre altri quattro vengono accreditati ad altri piloti del suo Stormo.
Il 20 maggio ’43 viene dislocato in Sardegna, nell’aeroporto di Decimomannu, alla 310ma Squadriglia Autonoma Caccia Aerofotografica ma è ormai considerato un Asso per l’abbattimento individuale di 19 apparecchi nemici (tra cui ben 4 Spitfire ed un Curtiss P.40) nei cieli della Libia, di Malta e della Tunisia.

E’ proprio a Decimomannu Visconti si trova l’8 settembre con soli tre velivoli Macchi M.C.205 da aero-ricognizione -equipaggiati con in una speciale versione modificata a Guidonia – tre piloti e nove specialisti, rimasti senza ordini in seguito alla precipitosa fuga del re, del governo e dei vertici militari. Riunisce i suoi uomini, ascolta i loro pareri decidendo di rientrare a Guidonia per prendere ordini e mettere in salvo gli aerei. Sorge, però, il problema degli specialisti che, da buon comandante, non ha alcuna intenzione di abbandonare. Purtroppo i caccia sono monoposto e gli uomini, compresi i piloti, sono 12. Ordina, allora, di togliere l’ingombrante apparato fotografico e la pesante corazzatura, così da permettere a due uomini di sistemarsi nella fusoliera, seduti uno di fronte all’altro con le ginocchia incastrate. Viene asportato anche il seggiolino assieme al paracadute, per fare più spazio al pilota che siederà in grembo al terzo uomo. I tre piloti, Visconti, il sottotenente Giovanni Sajeva, ed il sergente Domenico Laiolo, molto affiatati tra loro e compagni inseparabili in molte missioni, completano l’approntamento dei tre velivoli. Alle prime luci dell’alba tutto è pronto: i dodici uomini prendono posizione all’interno dei tre caccia. Al segnale del comandante la pattuglia, ala contro ala, decolla. La formazione punta verso Nord, essendo stata concordata la rotta lungo la direttrice Decimomannu-Olbia-Bastia-Isola d’Elba-Civitavecchia-Roma- Guidonia, con la speranza di non fare brutti incontri.

7Il volo a bassa quota si svolge regolarmente e, dopo circa due ore, i tre velivoli si presentano a Guidonia pronti per l’atterraggio. Il primo è Visconti che, data la scomoda posizione ha difficoltà a ridurre il motore e accorgendosi di essere lungo, ridà manetta per un secondo tentativo. Sajeva arriva anche lui troppo veloce e riesce con difficoltà a smaltire la velocità, fermandosi alla fine della pista. Visconti, in coda a Laiolo che ha atterrato quasi regolarmente, riprova e questa volta, pur con molta apprensione, percorre tutta la pista, fermandosi addirittura dentro un hangar per fortuna vuoto. Hanno assistito all’arrivo molti piloti che si stupiscono delle difficoltà mostrate dai tre nel corso di un atterraggio apparentemente molto semplice ma quando vedono venire fuori tutte quelle persone, li portano quasi in trionfo. È il 9 settembre ’43, Adriano Visconti, già popolare per il suo curriculum di valoroso pilota, vede accresciuta la sua notorietà per l’audacissima “fuga” dalla Sardegna.

Adriano Visconti aderisce alla Repubblica Sociale Italiana e partecipa attivamente alla costituzione dell’Aeronautica Nazionale Repubblicana, inizialmente come comandante della 1° Squadriglia, successivamente – promosso maggiore per merito di guerra – del 1° Gruppo caccia, “Asso di Bastoni”. Combatte, in una lotta impari, per contrastare lo strapotere dell’aviazione americana per difendere il Nord dai devastanti bombardamenti che “i liberatori” riversano, non soltanto sui complessi industriali ma anche sulla martoriata popolazione civile, arrivando ad abbassarsi per mitragliare anche singole persone in strada.

Questi bombardamenti, che causano la morte di 64.000 civili (cifra molto più elevata), tra anziani, donne e bambini, tra i quali si ricorda i 196 alunni della scuola elementare del quartiere Gorla di Milano, colpita il 20 ottobre ’44, sono finalizzate a sfiancare e demoralizzare la popolazione e costringere le autorità alla resa incondizionata. Abbattuto due volte e menomato fisicamente per i postumi delle ferite, il 19 aprile ’45 compie l’ultima missione abbattendo il B-24 del capitano Walter Sutton che catturato illeso con il suo equipaggio ha parole di ammirazione per i coraggiosi piloti italiani.

Adriano Visconti ritiene che il suo dovere sia quello di combattere fino a quando ne abbia la possibilità e lo assolve fino alla fine. Quando si rende conto che i suoi uomini sono allo stremo delle forze e non possono più continuare per mancanza di mezzi, il 29 aprile ’45 firma la resa del suo reparto, sottoscrivendo un accordo tra rappresentanti dell’Aeronautica Repubblicana e quelli del CLNAI, tra i quali il comandante Iso alias Aldo Aniasi futuro sindaco di Milano, che garantisce la libertà per avieri e sottufficiali mentre prevede la consegna degli ufficiali agli angloamericani come prigionieri di guerra. Condotto nella caserma “Monti” del “Savoia Cavalleria” a Milano e separato dagli altri ufficiali, viene assassinato con raffiche di mitra alla schiena, secondo la consolidata tradizione partigiana. Inutilmente il suo aiutante S.Ten. Valerio Stefanini, che non aveva voluto lasciare solo il suo comandante, cerca di proteggerlo, gettandosi, dopo la prima raffica, alle sue spalle e ricevendo in pieno petto la seconda. Dopo essere stati falciati, Visconti viene finito con un colpo di pistola alla testa. Sopravvissuto a centinaia di missioni cade colpito a tradimento. La sua unica colpa: quella di aver difeso il suo popolo!! Aldo Aniasi viene incriminato per l’omicidio ma non condannato per sopraggiunta amnistia, anzi diventerà sindaco, poi deputato e ministro!

Adriano Visconti, rimasto sempre fedele al suo motto: “Piuttosto morire, per mantenere una parola, che morire da traditore”, con Valerio Stefanini, riposa in pace nel cimitero Musocco di Milano, campo X, detto Campo dell’Onore, assieme a centinaia di aderenti alla R.S.I. trucidati in quei tragici giorni.

Noi non dimentichiamo gli Assi. Noi onoriamo gli Uomini di valore.

– Tratto “quasi per intero” dalla pagina: “Forze Speciali e Corpi di Élite Italiani”.

Un mondo senza “mass media” è un mondo più sano

di Enrico Galoppini

Si fa un gran parlare, in tempi di “governo del cambiamento”, di correttezza dell’informazione e di “fake news” (denunciate più che altro dai suoi oppositori), ma in verità è tutto il mondo moderno, con il suo apparato d’imbonimento e persuasione funzionale al mantenimento dei suoi rapporti di forza, che è una gigantesca “fake news”.

Io, con tutta la più buona volontà per mettermi nei panni di chi “tiene famiglia”, non riesco a provare nessuna empatia per direttori, redattori, titolisti di tutti questi giornali e canali impegnati da mane a sera per creare quelle che, a tutti gli effetti, come in un enorme ospedale psichiatrico, altro non sono che operazioni di condizionamento mentale finalizzate al dominio sugli esseri umani per piegarli al proprio meschino ed indicibile tornaconto.

Ed aggiungo che, dopo averci riflettuto a lungo ed averne anche scritto molto, mi sono convinto che il cosiddetto “mondo dell’informazione” non ha alcuna possibilità di essere riformato in senso positivo.

Sembrerà strano detto da chi, in posizione defilata come la mia, ha comunque dedicato diverse energie a fornire un’informazione più veritiera, ma sono giunto alla conclusione che un mondo più sano è un mondo senza più alcuna forma di informazione, se con questo s’intende una pletora di tv, radio, giornali ed anche siti, che martellano 24 ore su 24 con “notizie” e commenti che, quando non sono pura falsità, partono da premesse sbagliate o sono semplicemente diramati per alimentare un insano ed inconcludente chiacchiericcio che dà l’illusione al pubblico di “sapere” qualcosa.

L’unica cosa da augurarsi davvero in politica

di Enrico Galoppini

Quando parliamo o scriviamo di politica, è un po’ come al bar sport. Tutti ne capiscono, come di calcio. Sessanta milioni di “commissari tecnici”. E così va anche stavolta, col governo giallo-verde, tra entusiasti estimatori, cauti sostenitori, critici diffidenti e acerrimi nemici.

Ma alla fine, gira e rigira, nessuno tira fuori l’unico vero argomento capace di fare la differenza e di riportare le chiacchiere a zero in politica. Perché al di là di tutte le idee, le simpatie e le antipatie, il discrimine sta nel fatto che se un popolo vuol davvero voltare pagina deve con tutto se stesso augurarsi di essere governato dal migliore della sua stirpe. Augurarsi di veder suscitare dal suo seno un individuo in grado di esaltare al meglio le sue qualità, dinamizzando tutte le altre individualità notevoli che tuttavia, senza quella “dinamo”, rischiano di girare a vuoto, finendo per essere inconcludenti. Un po’ come un eccellente direttore d’orchestra, senza il quale i pur valenti strumentisti rischierebbero di prodursi in una cacofonia inascoltabile.

Insomma, si parla, si scrive, ci si accalora e ci si accapiglia, ma alla fine la causa delle sciagure di un popolo sta nel fatto che s’accontenta di ominicchi e mezze calzette. Di gente mediocre, per opportunismo, viltà ed altri mille motivi, tra i quali ha un certo peso il traviamento propagandistico. Quando, al contrario, questo popolo dovrebbe volere con tutto se stesso una sola cosa: un governante che ama incondizionatamente la sua gente e la sua terra. Un capo?

Il problema sta tutto qua; che da quando l’Italia ha perso una guerra ed è stata vinta, occupata, sfruttata e stravolta non c’è stato nessuno, e dico nessuno, che ha governato nel più puro disinteresse, per amore dell’Italia e degli Italiani.

Enrico Insabato, infaticabile cultore dell’amicizia italo-islamica

di Enrico Galoppini

Enrico Insabato, nato a Bologna il 21 settembre 1878, Laurea in Medicina e Chirurgia, Medico chirurgo, Pubblicista e Giornalista, ed anche Deputato per il Partito dei Contadini (1924), può dirsi a tutti gli effetti uno dei più illustri cultori dell’amicizia italo-islamica che mai abbiamo avuto in Italia nel secolo scorso.

Sue, iniziative quali la rivista bilingue Arabo-Italiano “an-Nâdî/Il Convito”, pubblicata al Cairo dal 1904 al 1913, nonché numerose attività diplomatiche; di quella diplomazia “profonda” tesa a stabilire un’intesa duratura, perché fondata “sui principî”, tra l’Italia ed il mondo musulmano.

Insabato, di concerto con le autorità succedutesi in Italia prima, durante e dopo il Fascismo, seppe tessere, in virtù di rapporti di fiducia stabiliti coi rappresentanti autentici dell’Islâm (ovvero quelli del Tasawwuf), relazioni assai fruttuose per gli interessi dell’Italia e della controparte islamica.

Italia ed Islâm, si badi bene, non “Cristianesimo ed Islâm” o “Italia e Mondo arabo”. La precisazione è necessaria, in quanto, pur trattandosi di realtà in apparenza disomogenee, Insabato ed i suoi qualificati collaboratori (tra i quali figurava lo stesso René Guénon) sapevano che il punto essenziale stava nell’intesa profonda tra Roma – una Roma restituita alla sua funzione di polo spirituale “occidentale” – e l’Islâm tradizionale, in antitesi a quello “modernista” e “fondamentalista” alimentato in primis dall’Inghilterra tramite i suoi agenti “contro-iniziatici”.

Di Insabato sono noti, tra chi s’interessa di queste cose, alcuni studi pubblicati sia come articoli che monografie. Tra questi si annovera “L’Islâm vivente nel nuovo ordine mondiale”, pubblicato prima su “Espansione imperiale” e poi come opuscolo nel 1941-XX, in piena guerra, in una fase nella quale la “politica islamica” del Fascismo sperava di raccogliere i suoi frutti dall’Egitto all’Iraq, dal Maghreb alla Palestina.

Quella storia sappiamo com’è andata a finire (anche se ha avuto notevoli continuatori come Giorgio la Pira). Insabato, anarchico in gioventù, poi fascista, infine democristiano (dopo trascorsi partigiani), non deflesse mai da quella che per lui fu una vera e propria missione: l’intesa tra l’Italia e l’Islâm, fino alla sua morte, avvenuta nel 1963.