Sulle turiste scandinave sgozzate in Marocco

di Enrico Galoppini

Forse qualcuno non lo sapeva (ignoro se la cosa è stata riferita dai tg). Ma è accaduto che due turiste scandinave sono state sgozzate da tre individui sull’Atlante marocchino. C’è anche un filmato dell’accaduto, ma mi rifiuto di guardarlo perché c’è un limite a tutto, anche alla curiosità morbosa.
Premesso che disavventure gravi, pure col morto, accadono ai turisti in ogni luogo del mondo, e premesso anche che il Marocco, da questo punto di vista, è sempre stato un posto molto sicuro, la questione che vorrei affrontare è la seguente.

È mai possibile che ogniqualvolta che in fatti di sangue ci sono di mezzo degli arabi e musulmani, gli uni, di sentimenti antislamici, si producono in commenti del tipo “bestie islamiche” mentre gli altri, filo-islamici o musulmani, non sanno altro che ripetere come un disco rotto che “l’Islam non c’entra nulla”?
Si offrirebbe un gran servizio all’intelligenza se invece i primi, per par condicio, si scatenassero con analoghi commenti quando gli assassini di persone inermi ed innocenti, quale che sia la giustificazione addotta, sono ebrei, cristiani, sudamericani, europei, italiani eccetera; mentre i secondi dovrebbero fare solo una cosa: prendere atto che esiste un “Islam” malato da prendere senza indugi come nemico, evitando patetiche arrampicate sugli specchi.

Perché – sempre ammesso che questa triste storia si sia svolta come pare – un conto è ergersi a tutori dei buoni costumi (e ci può stare), un altro arrogarsi il diritto di ammazzare delle persone, le quali, se proprio le si volesse ricondurre sulla “retta via” (tanto più che sono di una religione diversa!) potrebbero essere invitate a “regolarsi” con modi decisi ancorché rispettosi dell’inviolabilità della persona umana quando questa non viene da te per attentare alla tua incolumità! 

Infine, vorrei far notare che se è stato girato un video, questo potrebbe far propendere per l’ipotesi di un assassinio motivato “religiosamente”, perché non si capisce a che pro comuni criminali dovrebbero filmare questa loro “impresa”.

Ancora sui padri e le famiglie…

di Enrico Galoppini

Dicevamo… in campagna elettorale son tutti “per la famiglia”. Ci mancherebbe altro. Mica vogliono colare a picco. Poi, però, quando si tratta di dare un sostegno, buonanotte ai suonatori!

Ora, chiunque abbia o abbia avuto bimbi piccoli – a meno che non abbia ricevuto una grazia dal Cielo – sa che si risvegliano, anche più volte, e che anche farli riaddormentare può essere un serio problema. Il sonno dei genitori (specialmente quello delle mamme), e dunque la loro tenuta psico-fisica, va a ramengo, eppure tutto, “là fuori”, non deve dare l’impressione di aver subito turbamenti. “Tutto va bene”, che diamine!

Stiamo parlando di gente che tira la carretta, non di Fedez-Ferragni che avranno otto tate a servizio che si occuperanno anche della notte col pupo. Allora mi chiedo: se si vuole davvero “aiutare le famiglie”, aiutarle concretamente, per alleviare la loro immane fatica, e non con discorsetti “da prete”, vogliamo o no istituire una forma d’assistenza per quello che è il problema probabilmente più comune tra le famiglie con prole?

Pare invece che l’unico problema concepibile, in questa civiltà del denaro, sia quello economico, ed è per questo che gli unici pallidi aiuti sono di questo tipo. Gli italiani, per come la vedo io, non è che non fanno figli perché non hanno soldi, o almeno non è questo il problema principale. Non li fanno perché da una parte preferiscono “godersi la vita”, la vita del “single”, e dall’altra sono tremendamente spaventati dalla fatica che i figli piccoli comportano, tanto più che possono constatarla quando vedono i loro amici con figli (o non li vedono più perché sono completamente “brasati”). I due problemi, di fatto sono due facce della stessa medaglia.

E vengo al dunque. Visto che siamo nel mondo delle “proposte” (anche un ministro ormai vive di proposte, di “sarebbe” e “dovremmo”, quindi perché non posso farlo io?), ne faccio una a titolo di provocazione ma non troppo. Perché non istituire una sorta di “servizio civile” obbligatorio per giovani, tenuti ad aiutare le famiglie in difficoltà sollevandole dalla fatica, specialmente quella notturna? Le giovani ragazze, in particolare (ma senza escludere i maschi “bamboccioni”), potrebbero così rendersi conto che la vita non è tutta un drink con gli amici, e che l’eroismo dei tempi moderni non è fare l’Erasmus. Se comandassi io, ecco, queste “nottatine” gliele farei assaggiare, così si misurerebbero con la vita vera e non con le fantasie da Instagram. Forse il risultato potrebbe essere catastrofico. e cioè che, scioccate, non ne vorrebbero più sapere di mettere al mondo figli… Ma chissà, le vie del Signore sono infinite, potrebbero invece prendere atto che una cosa è la vita che, per la maggior parte di loro, le attenderà dopo le albagie e i frizzi e lazzi dei vent’anni, un altro il perenne “divertimento” in cui questo sistema le immerge come in uno stato di trance.

E ora che l’ho detta, via, comincino gli ululati di chi mi vuol imbavagliare!

L’uomo come padre: il grande assente dal “dibattito”

di Enrico Galoppini

In queste “reti sociali”, almeno tra i miei contatti me compreso, è tutto un parlare di questioni religiose, politiche, culturali, economiche e sociali. Mai una volta che qualcuno accennasse a se stesso in quanto genitore. Al massimo lo si fa indirettamente, in occasione dei compleanni o dei successi scolastici o sportivi dei figli (io no perché mi guardo bene dal pubblicare le foto dei miei figli qui).
Invece bisognerebbe parlare eccome dell’esser genitori, perché la nostra vita vera non è la “crisi in Medioriente” o l’ultima uscita di Saviano… Quelli (e sono in quantità indefinita) sono problemi che certo possono avere dei riverberi, anche importanti, sulle nostre vite, ma non sono la nostra vita. Cioè, non sono il banco di prova sul quale, fondamentalmente, si misurerà se abbiamo fallito o meno la nostra missione (se abbiamo messo al mondo dei figli, beninteso).

Padri e madri lo siamo sempre, e ciò ci mette alle prova dalla mattina alla sera, e pure la notte, quando si hanno dei bimbi piccoli che non dormono. Per le madri, almeno loro, il discorso è un attimo diverso, in quanto loro dell’esser madri e della fatica e della responsabilità (e della gioia e delle soddisfazioni, intendiamoci) che ciò comporta parlano e scrivono quando s’incontrano e quando scrivono su Facebook eccetera. Ma per i padri è come se la questione non li sfiorasse. No, loro sono lì che discutono e discutono, fino allo sfinimento di tutto e di più, anche dell’estinzione dell’ultimo esemplare di orango tango o della guerra fra Tutsi e Hutu, ma mai un problema sollevato al riguardo dell’esser padri. Che c’è? Vi vergognate? Non ve ne frega nulla? V’illudete che la questione non vi tange perché tanto non c’è da dire nulla?

Scrivo questo perché sono fermamente convinto che se esistono delle sciagurate come quella che dà a tutti gli uomini del “pezzo di merda” o quell’altra che vaneggia fuori tempo massimo di “patriarcato” è perché gli uomini in quanto padri sono come evaporati dalla scena pubblica. Un po’ per quieto vivere, un po’ per un malinteso senso di discrezione, e forse anche perché hanno la tendenza a mostrarsi per quello che non sono.

Ecco, a me piacerebbe invece che se ne parlasse più spesso, ma per andare un po’ in profondità nella faccenda, altrimenti è veramente inutile lamentarsi di tutto quel che non funziona e, comprensibilmente, ci va storto e ci dà sui nervi. Fate mente locale a quanto disordine vi è nel mondo moderno e chiedetevi se questo avviene anche perché la figura del padre (che non è un concetto astratto ma siamo noi, esseri in carne ed ossa) è stata silurata e, per pigrizia e per comodità, ha deciso di colare a picco con la famiglia, blandita e vezzeggiata dai lestofanti delle campagne elettorali che ovviamente si sperticano sempre in promesse da marinaio d’aiuto e sostegno.

I padri in quanto tali hanno un’enorme responsabilità in quanto tali, in tutti quei campi che citavo all’inizio e che occupano ore ed ore di messaggi su questi “social”. Alla politica. ai religiosi di professione, agli addetti alla cultura che cosa può importare dell’uomo come padre? L’importante è che lavori, consumi e crepi senza rompere le palle, perché tanto ai figli ci pensa la scuola e tutto il resto ad impostarli secondo le regole assurde e perverse di questa società degli spettri.
È tutto un piagnucolare sulla Finis Italiae, ma se non la pensiamo per prima cosa come Terra dei Padri, degli Avi, quale idea d’Italia abbiamo in mente per risollevarne le sorti? Allora, cari papà e babbi, fatevi sentire almeno qualche volta!

Fenomenologia (o psicopatologia?) dell’“amico” di Facebook

di Enrico Galoppini

Facebook, come altre reti sociali ma forse più di altre, non è poi così diverso dalla vita ordinaria. I rapporti che s’instaurano su questa piattaforma telematica nascono, si sviluppano e, talvolta, muoiono. Perché gli esseri umani son fatti così. Sono “animali sociali”, ma l’incomprensione e il bisticcio sono perennemente dietro l’angolo.

Con Facebook, poi, l’epilogo di una relazione è anche più facile, perché il mezzo la facilita. Come ne facilita l’inizio, perché non c’è bisogno di conoscersi di persona lì per diventare “amici”.

Gli “amici” di Facebook possono essere migliaia. C’è chi conosci per davvero, ma i più non li hai mai incontrati, e probabilmente mai l’incontrerai. E che problema c’è? Anzi, con molti di questi ultimi ti trovi molto d’accordo, perché se ti hanno chiesto “l’amicizia” l’han fatto perché gli piace il tuo “profilo”, cioè la tua immagine pubblica. Insomma, sono attratti dalla tua persona virtuale che traspare da Facebook. O da ciò che scrivi ed hai scritto in altre sedi. Si tratta di una versione aggiornata e riprodotta su scala maggiore di quello che per gli scrittori d’un tempo erano i “rapporti epistolari”. Negli scambi di lettere tra pensatori si trovano spunti interessantissimi, al pari di quelli contenuti nelle loro opere. Quindi non è strano avere “amici” su una rete sociale per veicolare idee e riflessioni.

Il problema è semmai un altro. Che Facebook e simili sono democratici. Chiunque dice la sua. Ma non sulla sua “bacheca”, ché questo è uno degli scopi, se non il principale, di questo speaker’s corner elettronico. No, il problema sono i commenti e la possibilità d’intervenire su quel che qualcuno ha pubblicato.

Di fatto, su Facebook va in scena la democrazia dei saperi e dei punti di vista. A parte i “mi piace”, che possono confluire a caterve su contenuti discutibili e/o futili, il problema vero, dicevo, sono i commenti. Alcuni dei quali sono pertinenti, compresi quelli di coloro  che non ti danno ragione, beninteso. Altri sembrano scritti solo per sfogarsi (e ci può stare, anche con qualche parola sopra le righe). Altri ancora sono senza capo né coda, fuori luogo, usciti persino tra quelli che sono d’accordo con te.

E sopra tutto questo mondo di ciarle, che però il mio amico Aliotta considera giustamente un ‘barometro’ della società utile per misurarne il polso, c’è “l’amicizia”. Una cosa talmente nobile perché se è vera è totalmente disinteressata, ma qui svilita ad un quotidiano democratico plebiscito sul gradimento o meno delle tue opinioni.

Ed è qui che vorrei sviluppare un discorso sulla fenomenologia, se non proprio la psicopatologia che governa questo tipo di “amicizia”, che in più d’una circostanza percepisco attaccata a un filo perché condizionata a ciò che vi è di più mutevole nel sentimento degli uomini: il consenso.

Questo lo sanno bene i cacciatori di followers, perché quelli sono come le galline dalle uova d’oro. Ogni clic sono monete sonanti, ancorché scritturali. Pertanto nessuno di questi influencer si sognerà mai di pubblicare un qualche cosa suscettibile di rovinare il consenso certosinamente raccolto. Ma ai comuni mortali come il sottoscritto che cosa può interessare del consenso su Facebook, tanto più che non facendo politica in senso stretto non sono interessato ad avere dei seguaci?

Da quando ho deciso di trastullarmi con questo gingillo mi sono posto nella medesima posizione che ho sempre assunto da quando scrivo: esprimere ciò che penso, nella maniera più precisa possibile, cercando di rendere un servizio alla Verità. Che poi ci sia mai riuscito fino ad ora è un altro paio di maniche, ma questo ad ogni modo è il mio intendimento.

Non m’interessa dunque tenermi stretto Tizio, Caio o Sempronio evitandogli qualche cosa di “sgradevole”. Chi mi ama (o meglio, chi mi capisce) mi segua.

Sì, perché il problema, collegato a quello dei commenti, è proprio quello di capire.

La comunicazione scritta, più di quella verbale, ha dei limiti, chiaramente (mancano l’espressione del volto, il tono eccetera). Ma se uno compie la fatica di usare le parole più atte ad esprimere il suo pensiero, le cose sono due: o si fa lo sforzo di capire oppure si prende atto che non si capisce e si tace.

Da qui la sensazione che quella della “amicizia” su Facebook sia una questione da analizzare secondo una chiave di lettura psicologica.

Partiamo da quelli che sono sempre d’accordo con te. Potresti anche scrivere: “Ora scendo in strada e ammazzo il primo che passa” e quelli ti mettono il like e pure commentano “bravo!”. Questi indubbiamente ti riempiono l’ego di orgoglio, ma a pensarci bene sono anche un po’ inquietanti, perché tu pensi di essere unico e originale, mentre invece in giro esistono dei tuoi cloni! Scherzi a parte, dai fedelissimi mediamente non c’è da temere niente: sono la tua guardia del corpo su Facebook e se arriva un “intruso” puoi lasciare a loro l’onere e il gusto di sbranarlo.

Poi ci sono quelli che la maggior parte delle volte gradiscono quel che hai pubblicato. Al che ti prende il dubbio su come mai altre volte non approvano. Che cosa mai gli sarà andato di traverso (sempre che non abbiano avuto di meglio da fare che stare su Facebook)? Avendo però capito come la intendono, uno per uno, puoi immaginare il perché… Ma sono persone garbate e intelligenti quanto basta per non puntare i piedi quelle poche volte che non sono d’accordo con te. Ti stimano lo stesso anche nella divergenza d’opinioni, e non è poco di questi tempi. Qui siamo senza dubbio ancora nell’ambito di coloro che elargiscono un consenso, ma bisogna stare attenti che ogni tanto qualcuno si potrebbe indispettire perché il livello di ‘clonazione’ non è completo come per i fedelissimi.

Chiariamo però una cosa, prima di proseguire: il gradimento di un pensiero espresso con una certa articolazione esprime anche e soprattutto il riconoscimento della capacità di aver sistematizzato ciò che ronzava in maniera ancora disarticolata nella mente del lettore. Dunque un certo consenso deriva da coloro che approvando quel che scrivi sono in una certa qual misura riconoscenti del fatto di averli aiutati a dare forma ad un loro pensiero più strutturato e solido. Che è cosa diversa dal “pensare per gli altri”, anche se c’è chi, passivamente, s’accontenta di questo.

Gli “amici” di Facebook li possiamo classificare inoltre in quelli che sono amici per davvero o che comunque conosci (anche solo per averli incontrati una volta) ed in quelli che non hai mai visto in faccia. Tra i primi ci sono gli amici di vecchia data, ma anche i più recenti, che ti hanno conosciuto nel tuo successivo sviluppo intellettuale. I primi sono solitamente i più restii ad ammettere che tu ti sia un minimo evoluto dai tempi della scuola, mentre i secondi, al contrario, vedono in te solo quel che sei diventato. Anche qui bisogna stare attenti, sia con gli uni che con gli altri. I vecchi amici del bar (che talvolta spuntano su Facebook come dall’armadio dei ricordi) dovrebbero avere la creanza di considerare il tempo che è passato, mentre a quelli nuovi è richiesto di considerare che hanno conosciuto una persona con tutto il suo passato, non una maschera pirandelliana. E poi ci sono gli “amici” che ti ritrovi su Facebook per vie professionali: qui la trappola del litigio è talmente tesa bene, che si esita, spesso, nel concedere a costoro il privilegio di essere “amici” anche in questo frullatore d’idee. Chi te lo dice che poi quello non ti pianta un casino sul lavoro? Infatti succede, e ti penti amaramente d’aver cliccato su “accetta”. Di nuovo, ci ritroviamo a scontarci coi limiti della psiche umana: chi t’aveva assicurato che io e te fossimo d’accordo su questo, quello e quell’altro? Certo, se uno pubblica le foto dei bimbi, delle vacanze e dei manicaretti del ristorante di fiducia, problemi non se ne creano. Ma se si fa un uso un tantino più complesso di questo strumento, il patatrac è dietro l’angolo, con possibili catastrofi a livello professionale se la tua posizione è passibile d’essere attaccata in qualche modo.

Tra i secondi, invece, distinguiamo tra 1) chi, per non avendolo mai visto in carne ed ossa, sai comunque chi è perché la sua ‘fama’ lo precede; 2) chi t’ispira fiducia dopo aver dato una rapida scorsa ai contatti condivisi ed ai suoi post; 3) i veri e propri Mister X. Se i primi non sono problematici sotto l’aspetto dell’accettazione della “richiesta d’amicizia”, al riguardo delle categorie 2 e 3 vi è da dire che possono riservare delle sorprese, sia positive che negative. Non esiste effettivamente un numero minimo di “amici in comune” che valga come criterio infallibile. Forse più che il numero vale la qualità di tali “amici”. Quanto ai perfetti sconosciuti, il consiglio è quantomeno quello di mandargli un messaggio per chiedere lumi, sempre che non si tratti della solita “puppona” o del tizio ubicato in all’altro capo del mondo che scrive in una lingua incomprensibile.

Una volta accettati gli uni o gli altri, esistono poi quegli “amici” che non si fanno mai vivi. Li puoi conoscere personalmente come no. I secondi sono decisamente i più inquietanti. Collezionisti di “amicizie” su Facebook? A volte hanno letto una mezza frase a commento del post di un loro “amico” e subito ti chiedono il contatto, senza alcuna preventiva verifica sull’affinità reciproca o comunque sull’assenza di condizioni che pregiudichino la durata di tale rapporto virtuale. Gli uni e gli altri, come che sia, sono dei fantasmi. Li hai in pancia, ma non proferiscono mai un sibilo. Con ogni probabilità, complici gli algoritmi di Facebook che propongono a periodi sempre gli stessi “amici” anche quando non ne puoi più dei loro post, essi perdono le tue tracce e non si ricordano più manco chi sei. Ma chi ti assicura che non stiano in agguato, pronti a colpiti proditoriamente? Lo capisci dal fatto che, tutto d’un botto, dopo un silenzio di tomba pluriennale, se ne escono con qualche strafalcione, o insulto, persino all’indirizzo di un tuo “amico” che avrebbe commentato, a loro parere, in maniera da richiedere un loro inopinato intervento.

Ogni tanto, nei suoi deliri d’onnipotenza, uno s’illude che questa “maggioranza silenziosa” comunque legga e mediti; ma è assai più probabile che alcune centinaia o migliaia di “amici” siano evaporati involontariamente perché Facebook non ti propone mai alla loro attenzione, e tu non sei il Padreterno. Qualcuno però evapora di sua sponte. E sono quelli che ti tolgono “l’amicizia” se fai un passo falso: erano d’accordo con te praticamente su tutto, ma a un certo punto si girano male perché “scoprono” che su quel punto che per loro non ammette negoziazioni non sei allineato con loro. Sono gli stessi che capita facciano cucù sulla tua bacheca dopo eoni di silenzio e poi se ne vanno facendo un gran fracasso. Ma ci sono anche quegli altri che nel tempo mutano idea, il più delle volte ideologicamente su questioni quali fascismo/antifascismo, Islam sì/Islam no ed altre che ingenerano le passioni più vorticose e travolgenti. Questi sono effettivamente dei tipi pericolosi, perché la loro “amicizia” non era basata sulla disposizione ad accettare la tua onestà intellettuale, pur nella divergenza d’opinioni, ma sull’illusione puerile di trovare un loro perfetto alter ego. Al riguardo di questi ultimi, vi è perlomeno da dire che il più delle volte se ne vanno alla chetichella, e solo a distanza di tempo ti accorgi che ti hanno tolto dalle “amicizie” perché “fascista”, “filo-islamico” eccetera, quando fino a poco tempo prima erano dei veri e propri estremisti dell’idea che poi hanno rigettato. C’è del materiale per gli psichiatri!

Ai loro antipodi ci sono infine quelli che, amici veri o no non conta, intervengono tantissimo, ma per criticare e mettere i puntini sulle “i”. Alcuni lo fanno in maniera costruttiva, e allora sono i benvenuti, ed anzi se non ci fossero me l’inventerei perché la loro puntigliosità sbalorditiva ti consente di operare sempre nuove messe a punto. Ma ci sono anche quelli che intervengono per sviare il discorso dove vogliono loro, e quegli altri che, pretescamente, spuntano per farti la moralina o romperti puramente e semplicemente gli zibidei. E questi sinceramente non li capisco, perché a mio avviso sono un po’ masochisti e narcisisti. Non riesco a darmi conto del perché facciano così, anziché togliere il disturbo, o semplicemente andare oltre il tuo “inaccettabile” post, ma qui le mie capacità di sondare l’animo umano si fermano, perché si dev’essere in presenza altri di casi di studio per specialisti.

Col che, senza alcuna pretesa d’aver esaurito un argomento così vasto e variegato, futile quanto si vuole ma che coinvolge quasi tutti noi, concludo questa disamina sulle “amicizie” su Facebook, ringraziandolo, per una volta, sebbene l’abbia già criticato duramente per il “grande fratello” che contribuisce a stabilire, per le amicizie vere che ho potuto stringere grazie a questo incontenibile ed irrinunciabile bla bla dei nostri tempi.

 

Citazioni mussoliniane che faccio mie

di Enrico Galoppini

Mi accingo a leggere questa monografia su Mussolini appena uscita in edicola.
I sottotitoli delle citazioni in copertina mi fanno storcere il naso (concessioni al politicamente corretto?), poi però leggo le citazioni e mi dico: aveva ragione lui!

Leggiamole insieme:
– “La libertà non è un diritto: è un dovere. Non è una elargizione: è una conquista. Non è una uguaglianza: è un privilegio”.
– “I popoli che non amano portare le armi finiscono per portare le armi degli altri”.
– “Il giornalismo italiano è libero perché serve soltanto una causa e un regime”.

Sulla prima, alla luce di che cosa viene inteso per “libertà” dai contemporanei, non credo ci sia da aggiungere altro.

Sulla seconda, basti considerare che cosa fanno oggi le “nostre” FF.AA.: gli ascari della NATO.

Sulla terza è necessario spiegarsi per non essere fraintesi (sempre dai soliti che amano non capire): a che cosa è ridotto oggi il giornalismo? Nella migliore delle ipotesi, a una fiera delle vanità e delle nullità; nella peggiore, a una ‘pistola in vendita’ pronta a sparare addosso a chi prova, ogni tanto, a combinare qualcosa di buono. La “libertà di stampa” (e Mussolini era un giornalista, e che giornalista!) è un’idea bellissima, in via di principio. In un mondo, cioè, nel quale tutte le idee sono ammesse con pari dignità sui medesimi mezzi d’informazione e dove non esistono oligopoli della stampa e della radiotelevisione che filtrano le notizie e stabiliscono le carriere. Non parliamone poi in una situazione come la nostra, con l’Italia ridotta a colonia angloamericana e dunque piena di giornalisti la cui unica missione è mantenere lo status quo. Questi giornalisti italiani per modo di dire non sono liberi, perciò si può affermare senza tema di smentita che il giornalismo italiano dell’Italia antifascista e “liberata” per finta dai partigiani e per davvero dalle bombe dell’Angloamerica non è libero perché non serve alcuna causa che non sia quella di chi lo mantiene di tutto punto per agitare tra l’altro il fantasma d’un inesistente “regime”. Per questo mi sento di fare propria anche la terza citazione mussoliniana: l’unico giornalismo libero è quello che serve una causa e un regime, nel senso che deve riferire la verità, agire di concerto con le intenzioni di governanti sinceramente dediti alla causa nazionale e smetterla di traviare ed ammorbare i suoi lettori con le sue quotidiane dosi di veleno. Che dire… Mussolini aveva sempre ragione!

Il Sionismo è la vera unica ideologia dell’Occidente

di Enrico Galoppini

Di questa cosa ho avuto svariate controprove (perché alla fine, anche i “sovranisti” devono rendere omaggio al novello ‘vitello d’oro’), ma se serviva la prova finale e definitiva di ciò eccola.
La cosiddetta “strategia vaccinale” di cui l’Italia è “capofila” designata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità altro non è che un tassello dell’avanzamento del progetto mondialista, globale, di “occidentalizzazione del mondo”.

Ma in un’unica parola, si può dire che tutto confluisce nel Sionismo. Un Sionismo planetario, dove tutti, senza alcuna eccezione, devono adorare ciò che rappresenta il Sionismo al di là della mera “questione palestinese”. Sionismo significa, in estrema sintesi, che su tutto, ma davvero tutto quel che importa non decidete voi italiani, tedeschi, francesi eccetera, e manco americani e… israeliani! Sionismo è l’apoteosi di un’élite cosiddetta “ebraica” che vuole sostituirsi a Dio ed avere il controllo su tutto e su tutti.

Ora, le cosiddette “strategie vaccinali” per “eradicare” cose come il morbillo (mentre in giro solo l’alcolismo provoca una strage) altro non sono che uno strumento ad usum delphini che poco ha a vedere con la “salute”, la vera salute, quanto ne ha, piuttosto, con l’imposizione, da parte dello Stato (quel tanto di Stato che ancora serve all’élite), di trattamenti sanitari obbligatori giustificati da inesistenti epidemie e pandemie. E chi viene messo alla gogna, proprio in quell’Israele che per i fautori del Sionismo rappresenterebbe la crème de la crème, ma dove anche lì se non “fili nel verso giusto” sei passibile di T.S.O.? I Neturei Karta, ovvero quei “rabbini ortodossi contro il Sionismo” conosciuti per non aver mai deflesso dall’individuare nel Sionismo il vero nemico e dell’Ebraismo e dell’intero genere umano.
Ecco la prova che mancava. Non conta un fico secco, come credono certi in fissa con “l’ebreo”, se appartieni al “popolo eletto”… No! Conta solo se fai come dicono loro. E loro, come diceva acutamente un Tale, sono “l’oro”!

A proposito di “debito pubblico” ed “evasione”

di Enrico Galoppini

Con “l’Europa” che torna a bacchettare l’Italia per i suoi “conti”, tornano alla ribalta le due questioni del “debito pubblico” e della “evasione fiscale”. Figlie dell’altra, più a monte, che è quella della sovranità monetaria.

Sono dunque necessarie due parole sia sulla prima che sulla seconda questione che tanto danno da discutere più che altro a vanvera.

Sulla prima. La questione non sta nel cosiddetto “debito pubblico”, che pubblico non è, bensì contratto coi privatissimi “signori del denaro”, i quali si sono presi tutto questo potere perché, grazie alla cosiddetta “democrazia”, hanno potuto mettere al governo dei fantocci che hanno reso “legale” un abominio!

Sulla seconda. Né la questione sta nella cosiddetta “evasione”, che rebus sic stantibus (le tasse cioè vanno più che altro a coprire gli “interessi sul debito”, mentre una moneta emessa a debito non può altro che far salire il cosiddetto “debito pubblico”!) è quel che il famoso “uomo della strada” non può altro che escogitare per tirare a campare… Tanto, parliamoci chiaro, la canea che periodicamente fanno sull’evasione – con picchi di isteria come sotto il governo Monti – non è indirizzata a chi gode dei privilegi di un “mondo parallelo” (quello cioè in cui l’evasione non avviene con valigette piene di “contante”, bensì con clic da milioni a botta), ma a tutti noi, considerati a priori “furbetti” e dunque colpevoli dell’attuale stato delle cose!

Ma come abbiamo conciato l’Italia?

MA COME ABBIAMO CONCIATO L’ITALIA?
E, soprattutto, cosa siamo diventati?
Leggete queste tre brevi storie e meditate… (ringrazio gli amici su Facebook che le hanno pubblicate).

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Enrico Toti
(1882-1916)
Patriota ed eroe italiano.

Arruolatosi ad appena quindici anni in Marina, parteciperà a numerose battaglie contro i pirati nel Mar Rosso. Si congederà con onore. Tornato a Roma, città natale, perderà una gamba in seguito ad un incidente tra treni nella stazione in cui lavorava. Allo scoppio della Prima guerra mondiale, chiederà innumerevoli volte di essere arruolato come volontario, domande tutte respinte a causa della sua condizione fisica. Avendo raggiunto in bicicletta (con una sola gamba!) il fronte, parteciperà alla battaglia dell’Isonzo. Il 6 agosto 1916, quando venne dato l’ordine di avanzare, fu il primo a lanciarsi all’attacco. Percorsi 50 metri venne raggiunto da una pallottola. Un commilitone gli si avvicinò per tentare di portarlo al sicuro. Non volle saperne di ripararsi. Rimase al suo posto e continuò a gettare bombe su bombe. Si prese un’altra pallottola in pieno petto. Lo stesso commilitone, pensando che fosse morto, gli si avvicinò per tirarlo da una gamba, ma Toti scalciò. Era ancora vivo. Si rialzò, lanciò la sua stampella verso il nemico e gridò “Io non muoro!”. Verrà colpito da una terza e fatale pallottola in piena fronte. Verrà insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare. Quando un incidente ti porta via la gamba, ma le palle rimangono entrambe ben ferme al loro posto.

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ARALDO DI CROLLALANZA, UN GRANDE ITALIANO

Da: Mario Consoli, “Appuntamento con la Nazione”, in “L’Uomo Libero”, n. 83, marzo 2018, pp. 41-42.

“Il 23 luglio 1930 la terra tremo’ in Basilicata, Campania e Puglia. Epicentro tra Bisaccia e Lacedonia, nei pressi del Monte Vulture. Magnitudo 6.7. Causò la morte di 1404 persone e devasto’ 50 comuni.
Da Roma parti’ immediatamente un treno speciale adibito ai primi soccorsi: con operatori e strumentazioni sanitarie e tecniche, sempre a disposizione su un binario morto dello Scalo San Lorenzo.
Fu subito impiegato l’esercito che, assieme al personale civile, provvide alla rimozione delle macerie, alla cura dei feriti e alla installazione di migliaia di tende. L’acqua potabile fu assicurata da un servizio di autobotti provenienti da Foggia e Avellino, in costante movimento. I 1115 bambini rimasti orfani furono immediatamente inviati in Istituti, Colonie e, in gran parte, presso famiglie affidatarie del territorio limitrofo, per non far perdere ai malcapitati il senso di radicamento con la terra d’origine. Il 7 agosto la fase di emergenza era conclusa e si passò a quella della ricostruzione.
Il governo inviò, per dirigere personalmente i lavori, il ministro Araldo Di Crollalanza* che, fino al raggiungimento degli obiettivi prefissati, alloggio’ su un vagone ferroviario in un treno che si spostava tra le stazioni delle zone terremotate.
Il 28 ottobre, solo tre mesi dopo il tragico evento, furono consegnate alla popolazione 3746 unità abitative asismiche e, contemporaneamente, furono ultimati i lavori di riparazione di 5190 case.
Mussolini accolse il ministro Di Crollalanza, al suo ritorno a Roma, con queste parole:

<Lo Stato italiano la ringrazia non per aver ricostruito in pochi mesi, perché era suo preciso dovere, ma la ringrazia per aver fatto risparmiare all’erario cinquecentomila lire>.
I lavori, a consuntivo, erano costati meno di quanto preventivato.

Cinquant’anni dopo, un altro terremoto, quello dell’Irpinia, colpì la stessa zona e passò alla storia per i mancati soccorsi prestati alla popolazione, clamorosamente evidenziati dallo stesso Presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Ebbene, in occasione di quel sisma nessuna delle case fatte costruire dal ministro Di Crollalanza nel 1930 crollò o subì danni strutturali.
Nei territori interessati ai movimenti tellurici dell’agosto-ottobre 2016 – nella zona dei Monti Sibillini, con magnitudo 6,5 – dopo un anno il 90% delle macerie era ancora accumulato per le strade ed erano state consegnate alla popolazione “senza tetto” meno di 100 “casette” a fronte delle 3620 previste.
Questo è lo spettacolo che si offre quando lo Stato ha perso il collegamento con il popolo e la stella polare della Nazione”.

*”Araldo Di Crollalanza aveva guidato gli squadristi pugliesi nella Marcia su Roma. Nel 1926-28 fu podestà di Bari. Nel 1930-35 ministro dei Lavori Pubblici. Dal 1935 al 1943 fu presidente dell’Opera Nazionale Combattenti, l’Ente preposto alle attività di bonifica nell’Agro Pontino, in Sardegna e in Puglia e alla costruzione di molte nuove città tra cui Littoria (l’attuale Latina), Sabaudia, Pontinia, Aprilia e Pomezia. Tra le opere che diresse Araldo Di Crollalanza vanno ricordate anche la ristrutturazione di Bari e della sua Università, la Fiera del Levante, la trasformazione e fertilizzazione del Tavoliere delle Puglie e la costruzione della Direttissima ferroviaria Firenze-Bologna.
Aderì alla RSI, durante la quale fu Commissario straordinario per il Senato e la Camera. Arrestato nel giugno 1946, dopo un mese di carcerazione, fu processato e prosciolto. Nel 1953 i pugliesi lo elessero senatore – come indipendente nelle liste del Msi – riconfermandolo per sette legislature consecutive fino alla morte, nel 1986. Nonostante il perdurare del clima di criminalizzazione antifascista, a lui è intitolato un tratto del Lungomare di Bari, e piazze e vie di molti paesi e città, tra cui Latina, Aprilia, Altamura e Monopoli”.

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FINE DEL CENTENARIO / 20

IL PADRE SOLDATO SCRIVE AL SUO BAMBINO CHE NON VEDRA’ MAI PIU’

1Somma Lombarda 1916
Amatissimo figlio Giovanni,
benché piccolo ed innocente bambino, tuo padre, tanto lontano, che forse a rivederlo non lo riconosceresti, vuole darti un consiglio che terrai a memoria fino a che avrai conoscenza: per tutta la vita ubbidisci alla tua mamma, siili fedele e affettuoso non mancando mai ai suoi detti, rispetta i vecchi e aiuta i poveri, adempi i tuoi doveri verso il prossimo e verso la tua Patria.
Sii virtuoso nei tuoi sentimenti e vedrai che Dio ti darà la Santa Benedizione come te la offre tuo padre ora che si trova fra la vita e la morte.
Questo sarà un mio ricordo, un mio testamento se la sfortuna a me toccasse di non rivederti assieme a mamma e al tuo caro fratello, e ti raccomando di dare anche a lui i dovuti consigli quando sarai nell’essere di conoscenza. Ma se la fortuna mi assiste per poter ritornare sarà e dovrà restare conservata questa carta come una memoria eterna nell’avvenire.
Con la penna non posso dirti quanto soffre il tuo genitore per sé e per la sua Patria; tutto è dovuto all’istinto di conservazione di questa vita, tutte le sofferenze ed i disagi, la morte momentanea che legge impone, come quella che si impose al nostro Altissimo Creatore Iddio, che morì per noi sul patibolo della Santa Croce.
Amato figlio, avrei troppo da narrarti e benché tuo padre non è tanto padrone della penna e della lingua con questo poco scritto ti inculca generosità ed educazione.
Mi piange il cuore a doverti dire questo e ne avrei ancora, ma non posso perché dovrei rigare queste pagine di pianto.
Stai buono, educato ed obbediente, ama le tue nonne e mostrale sempre ed ovunque il tuo rispetto, abbi per ultimo ancora tanto rispetto per il nonno Nicolaio che il tuo padre tiene in cuore come memoria.
Basta. Baci ad Emanuele e mamma, tanti alle nonne e nonno, zie e zii tutti.
Ti bacia tanto tuo padre che tanto ti pensa.
Rum Stefano fu Giovanni.

NOTA: il figlio minore di Stefano Rum aveva allora 4 anni. Stefano morì a fine guerra per una polmonite contratta al fronte.
(lettera dal sito www.tapum.it)

Per me “destra” e “sinistra” uguali sono

di Enrico Galoppini

Adesso vorrei dire una cosa semplice semplice e lapidaria sulla quale non ho alcun dubbio. Se per me la sinistra e tutto il pensiero “progressista” rappresenta lo stadio dell’effettiva riduzione dell’uomo alla darwiniana scimmia (involuzione!), non per questo la destra e tutto il suo armamentario di pezze che intende sempre mettere ad un edificio che ha contribuito a sfasciare riscuote il mio consenso.

Purtroppo questo lungo, interminabile dopoguerra ha fatto troppi danni, e troppi maramaldi di destra si sono spacciati e sono stati spacciati per quello che non sono. Perché quella cosa lì (quella cosa che non si può nominare ma vi lascio immaginare) è altro sia da destra che da sinistra.
E a buon intenditor, poche parole!

P.S.: ricordatevi che con lo Stato Etico Corporativo sinistra e destra sono messe fuori gioco, perché se l’una non tollera uno Stato etico (dato che in realtà vuole imporre la sua etica invertita rispetto alla normalità) l’altra non può che vedere come il fumo negli occhi il corporativismo, la vera bestia nera del capitalismo col quale in fin dei conti, dopo tanto sbraitare, si schiera sempre la destra.

Rivoluzione e revisionismo

di Enrico Galoppini

Quando un partito intende seriamente “fare la rivoluzione” non può non essere “revisionista”. Per quanto riguarda gli assetti di potere internazionali, in particolare nel Levante arabo-musulmano, il giovane movimento (poi partito) fascista fece capire fin da subito le sue intenzioni.

Ne è prova questa pubblicazione, uscita per i tipi de “Il Popolo d’Italia” nel 1921 (dunque prima della Marcia su Roma) a cura di Alfredo Acito, nella quale l’autore esprime una netta condanna della politica “rinunciataria” dell’Italia nel Vicino Oriente e definisce, senza tanti giri di parole, la formula del “mandato” a vantaggio di Francia ed Inghilterra come una nuova odiosa ed ipocrita forma d’imperialismo.

Questi motivi revisionisti nella politica araba ed islamica saranno sempre presenti nelle linee-guida della politica estera dell’Italia fascista, talvolta più annacquati (come almeno fino ai primissimi anni Trenta), altre volte più espliciti (come durante l’insurrezione palestinese del 1936-38, sovvenzionata anche dall’Italia), fino ai tentativi di cavalcare le rivoluzioni nazionali arabe durante la guerra (per esempio quella in Iraq, nel 1941), quando i nodi vennero al pettine e la politica araba ed islamica del Fascismo fu, una volta cadute le illusioni diplomatiche, mirata a debellare la prepotenza sfruttatrice delle “grandi democrazie”.