Enrico Insabato, infaticabile cultore dell’amicizia italo-islamica
di Enrico Galoppini
Enrico Insabato, nato a Bologna il 21 settembre 1878, Laurea in Medicina e Chirurgia, Medico chirurgo, Pubblicista e Giornalista, ed anche Deputato per il Partito dei Contadini (1924), può dirsi a tutti gli effetti uno dei più illustri cultori dell’amicizia italo-islamica che mai abbiamo avuto in Italia nel secolo scorso.
Sue, iniziative quali la rivista bilingue Arabo-Italiano “an-Nâdî/Il Convito”, pubblicata al Cairo dal 1904 al 1913, nonché numerose attività diplomatiche; di quella diplomazia “profonda” tesa a stabilire un’intesa duratura, perché fondata “sui principî”, tra l’Italia ed il mondo musulmano.
Insabato, di concerto con le autorità succedutesi in Italia prima, durante e dopo il Fascismo, seppe tessere, in virtù di rapporti di fiducia stabiliti coi rappresentanti autentici dell’Islâm (ovvero quelli del Tasawwuf), relazioni assai fruttuose per gli interessi dell’Italia e della controparte islamica.
Italia ed Islâm, si badi bene, non “Cristianesimo ed Islâm” o “Italia e Mondo arabo”. La precisazione è necessaria, in quanto, pur trattandosi di realtà in apparenza disomogenee, Insabato ed i suoi qualificati collaboratori (tra i quali figurava lo stesso René Guénon) sapevano che il punto essenziale stava nell’intesa profonda tra Roma – una Roma restituita alla sua funzione di polo spirituale “occidentale” – e l’Islâm tradizionale, in antitesi a quello “modernista” e “fondamentalista” alimentato in primis dall’Inghilterra tramite i suoi agenti “contro-iniziatici”.
Di Insabato sono noti, tra chi s’interessa di queste cose, alcuni studi pubblicati sia come articoli che monografie. Tra questi si annovera “L’Islâm vivente nel nuovo ordine mondiale”, pubblicato prima su “Espansione imperiale” e poi come opuscolo nel 1941-XX, in piena guerra, in una fase nella quale la “politica islamica” del Fascismo sperava di raccogliere i suoi frutti dall’Egitto all’Iraq, dal Maghreb alla Palestina.
Quella storia sappiamo com’è andata a finire (anche se ha avuto notevoli continuatori come Giorgio la Pira). Insabato, anarchico in gioventù, poi fascista, infine democristiano (dopo trascorsi partigiani), non deflesse mai da quella che per lui fu una vera e propria missione: l’intesa tra l’Italia e l’Islâm, fino alla sua morte, avvenuta nel 1963.

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Del Dr. Enrico Insabato ho in libreria ” L’Islam et la Politique des Allies” , sottotilo : ” L’Islam mystique et schismatique , Le probleme du khalifat ” , Berger- Levrault Editerurs , 1920 , consigli agli ” Alleati ” della prima guerra mondiale su come approcciarsi al mondo arabo, prendendolo per il verso del pelo e non, aggressivamente, alla maniera amerikana ( e dei suoi “media” compiacenti ) inventandosi nuovi Hitler in costume locale . Con i consigli di Insabato, i wasp, ai pozzi di petrolio, ci arrivavano ugualmente, ma in punta di piedi, con tanto di “salam ” verso i locali , da persone comprensive, colte e ben educate.