G. Fasanella, M.J. Cereghino, Colonia Italia, Chiarelettere, Milano 2015

di Maurizio Barozzi

colonia_italiaPremessa

Per introdurre adeguatamente quest’importante libro, dobbiamo fare una necessaria premessa storica.

La disgrazia per il nostro paese (se avessimo avuto una sufficiente potenza economica e militare, avrebbe potuto essere una fortuna), si determinò a metà dell’Ottocento, quando venne scoperto il petrolio che in poco tempo divenne la principale materia energetica per l’industria e i trasporti, e al contempo fu aperto il canale di Suez.

In quegli anni l’Italia, una portaerei naturale nel Mediterraneo, assunse una dimensione strategica enorme per il controllo delle rotte da e verso i paesi produttori di petrolio e altre materie prime: il Medio Oriente e l’Africa. Controllare l’Italia, averla nella propria sfera di influenza, significava controllare il processo geopolitico del futuro ed assicurarsi buona parte del predominio internazionale. Lo capirono immediatamente gli inglesi, soprattutto, e i francesi, e quindi fu da quel momento che il sostegno verso i fremiti e le istanze risorgimentali che si manifestavano in Italia, da ideal-massonico divenne ancor più concreto e intenso: finanziamenti, intelligence e armi.

Il Risorgimento ci assicurò una certa dimensione nazionale e la possibilità di unire genti eterogenee in una unità nazionale e spirituale che diede vita alla Nazione italiana.

Il lato negativo dell’apporto anglo-francese al nostro Risorgimento, fu quello che il paese si trovò invischiato da una specie di “protettorato” soprattutto britannico e quindi buona parte della nostra economia e finanza e della nostra editoria che attendeva alla cultura nazionale si svilupparono sotto l’egida massonica da sempre forte in quei paesi.

Furono soprattutto gli inglesi che si avvantaggiarono e riuscirono a mettere un piede in pianta stabile in casa nostra, potendo contare su larghi mezzi e sulla monarchia Sabauda, un tumore incistato nella nazione, che di fatto era una loro creatura. Casa Savoia da una parte e il Vaticano dall’altra, furono due corpi estranei agli interessi nazionali e il paese si trovò anche pervaso da una cultura di stampo massonico bilanciata da un’altra di stampo cattolico, entrambe sostanzialmente antinazionali e non fu un caso che quando il Fascismo tento di valorizzare una cultura “nostra” negli interessi italiani queste forze si misero decisamente di traverso.

Non essendo comunque l’Italia un vero e proprio protettorato ed avendo il paese sviluppato istituzioni e un suo assetto socio economico, il colonialismo inglese dovete indirizzarsi verso il controllo sottile mascherato e quasi invisibile delle intelligence e della propaganda. In questo senso fu soprattutto l’editoria, e in particolare i grandi mezzi di informazione, giornali e riviste, che furono oggetto della invadenza e del controllo trasversale dei britannici. Gli inglesi ebbero gioco facile in quanto la loro editoria, i loro giornali, erano al tempo quanto di più efficiente e moderno possa esserci, e di conseguenza la nostra editoria cercava spesso di copiarne lo stile e le tecniche di comunicazione. Inviati, cronisti, giornalisti o direttori che venivano mandati in Inghilterra acquisivano le capacità manageriali e le conoscenze adeguate per fare un grande giornale, ma al contempo erano preda della cultura anglosassone, delle loro tradizioni, e spesso erano infeudati da legami massonici o di intelligence con le conseguenze che anche buona parte della nostra editoria, di fatto, diventava filo britannica.

rule_britanniaE gli inglesi, è bene specificarlo subito, non regalavano niente: ogni loro atto, ogni loro “amicizia” e concessione era finalizzata ai loro interessi di grande nazione colonialista che aveva un Impero da governare.

In tutto questo non agiva solo uno spontaneo andazzo di rapporti umani, imprenditoriali e culturali, ma vi erano anche apposite strutture di intelligence e organismi si Stato impiegati per la propaganda e il controllo sulle nazioni straniere.

Questo colonialismo, sottile e perverso, durò almeno fino alla fine della Seconda guerra mondiale, ma anche successivamente gli inglesi non persero mai l’interesse a condizionare ampi strati della nostra nazione, a proteggere i loro interessi a scapito dei nostri, ad intervenire anche pesantemente e violentemente tutte le volte che gli era necessario. La Seconda guerra mondiale però sancì il passaggio della Colonia Italia nelle mani degli Stati Uniti d’America. E il servaggio continua tutt’ora.

Anche qui ci sarebbe da raccontare un’altra storia fatta di colpi bassi e di rapporti di forza tra britannici e statunitensi, che alla fine venne vinta dagli americani in virtù di un grande accordo mediato dalla massoneria finanziaria americana con il Vaticano, per il quale il nostro paese finì nella sfera d’influenza della nuova grande potenza statunitense che si era accollata, con Jalta, il dominio di mezza Europa. La liquidazione della monarchia sabauda, la rinascita e la ristrutturazione delle nostre strutture di sicurezza ad opera della intelligence americana, le reti Stay Behind e le Gladio, ecc., il tutto ancora pagato in termini di servaggio, di strategie della tensione per perpetuarlo, di omicidi eccellenti e di stragi. Ma questa è un’altra storia.

Il libro Colonia Italia

La politica britannica nei nostri confronti può essere riassunta in una frase dell’ambasciatore inglese a Roma nel 1971: “L’obiettivo primario della nostra opera informativa consiste nell’influenzare l’opinione pubblica italiana in funzione degli interessi britannici”.

Ed è questa l’ottica che ha sempre guidato, con impiego di uomini e larghezza di mezzi, le strategie britanniche. Di conseguenza il testo di Cereghino e Fasanella ricostruisce le ingerenze inglesi nei nostri confronti, soprattutto nell’ambito diplomatico, editoriale, giornalisti e scrittori, ovvero tutte quelle personalità, quei circoli culturali in grado di influenzare l’opinione pubblica italiana.

Vengono invece trascurati altri episodi quali interventi di intelligence cruenti, veri e propri crimini, operazioni sporche di servizi, ma del resto la desecratazione dei documenti e il reperimento degli stessi nei National Archives a Kew Gardens, a sud di Londra, negli scaffali del Public Record Office, non potevano di certo fornire informazioni e segreti di questa portata.

golpe_ingleseQui è anche bene accennare ad un limite che si riscontra sempre nel leggere la Storia attraverso questo genere di documentazioni, perché una cosa è certa: i documenti veramente compromettenti, quelli di ordine “criminale”, ammesso che ci siano in quanto certe operazioni spesso non lasciano tracce documentali, non si reperiscono di certo negli archivi di Stato. Quindi bisogna accontentarsi di quello che passa il convento che magari a volte consente di arrivare a ricostruire per deduzione anche questi avvenimenti. In questo senso qualcosa di più le troviamo in un altro libro, a questo omogeneo, pubblicato sempre da Chiarelettere: Il golpe inglese, ancora di G. Fasanella e M.J. Cereghino, del 2011.

Per tornare a Colonia Italia, se l’obiettivo era di promuovere e proteggere gli interessi di Sua Maestà nel Mediterraneo, che gli inglesi consideravano un loro lago, uno spazio vitale per le rotte petrolifere e le strategie militari, e questo obiettivo dev’essere conseguito influenzando l’opinione pubblica italiana consentendo di far assurgere a posizioni di potere personaggi favorevoli agli inglesi, è naturale che il massimo degli sforzi si indirizzarono verso giornali, radio e, dal secondo dopoguerra in avanti, la televisione.

La strategia britannica, di conseguenza, prese ad agire su intellettuali, scrittori e giornalisti anche di fama, facendogli pervenire materiali, informazioni e, se il caso, finanziamenti i cui beneficiari, come premettono gli autori, a volte forse non erano “nemmeno al corrente della fonte dei materiali che ricevevano”. Troviamo così i grandi giornalisti del Corriere della Sera, i Barzini, i Benedetto Croce, gli Indro Montanelli, e tanti altri intellettuali che comunque gli inglesi considerano “amici” o persone di grande talento ed influenza che gli possono tornare utili…

Il libro pubblica anche un clamoroso elenco di giornalisti, scrittori e intellettuali che hanno orbitato in questi traffici, ricevuto prezioso materiale informativo e riservato, se il caso finanziamenti. Occorre però precisare che non sempre siamo in presenza di veri e propri atti di “corruzione” o di “assoldamento di penne”, ma di una “rete” di interessi, di rapporti e relazioni nella quale far affluire informazioni, magari taroccate, ma sempre di spessore, linee culturali, in grado di influenzare queste personalità, mettendole al contempo in grado di utilizzarle nel loro lavoro e quindi nella carriera. L’uso che poi effettivamente ne fecero cambia da personaggio a personaggio.

Spesso comunque queste operazioni provocavano scandali che travolgevano personalità politiche o di governo sgradite agli inglesi.

Tanti gli intellettuali considerati “amici” dagli inglesi e per i quali – anche questo è bene specificarlo – in certi casi si è in presenza di veri nemici dei nostri interessi nazionali.

Lo si evince in un dispaccio inedito di sir Ashley Clarke, l’ambasciatore inglese in Italia: “Se al Dipartimento informativo dell’ambasciata viene chiesto di dare ampio risalto a un determinato argomento, è consuetudine stabilire un contatto con giornalisti amici per enfatizzarne i punti più importanti”. Viene così ad essere documentata una luce sinistra sulla storia italiana dall’unità in avanti con tanto di perfide manovre che ci portarono in guerra a fianco dell’Intesa nel 1915, ci boicottarono durante il “Ventennio” nella nostra crescita di sia pur piccola media potenza, e ci danneggiarono seriamente durante la Seconda guerra mondiale.

matteiNel secondo dopoguerra, a parte certi scandali procurati per ridimensionare De Gasperi, per distruggere Enrico Mattei, per osteggiare Aldo Moro e molte sporche manine nella stessa “strategia della tensione”, l’ingerenza inglese assunse un aspetto più defilato, trasversale, avendo dovuto gli inglesi lasciare il bastone di comando agli Stati Uniti.

In ogni caso, nel 1975, quando la Tripoli di Gheddafi e l’Eni siglarono un ulteriore accordo petrolifero che danneggiava gli interessi inglesi, Londra aumenta i suoi sforzi propagandistici e compromissori, come riportato da un suo documento, per moltiplicare “i contatti personali con giornalisti, funzionari della radio e della televisione, agenzie di stampa, esponenti del governo e via dicendo per assicurarci il sostegno dei media nel momento del bisogno”.

Le documentazioni e le ricostruzioni di questa sporca attività britannica nel nostro paese sono tante per cui rimandiamo alla lettura del libro.

Mussolini e gli inglesi

Dispiace notare che gli autori Fasanella e Cereghino non sono nuovi dall’insinuare sospetti atti a dipingere Mussolini come un “agente inglese”, finanziato dagli stessi, e persino implicato nel delitto Matteotti. Non lo si dice chiaramente ma lo si intende, per qualche collusione con gli inglesi in sintonia con i teoremi, perché altro non sono, dello storico Mauro Canali.

È quindi necessario spendere qualche parola per precisare e considerare queste insinuazioni.

Premettiamo intanto che il finanziamento, da parte di chicchessia, a partiti o figure rivoluzionarie, non sempre costituisce una forma di corruzione. Tutt’altro. Questi traffici rientrano in una legge storica: ogni volta che alla ribalta delle cronache, della Storia emerge una forza, una figura sopra le righe, sempre e comunque ci sono poteri o contropoteri che hanno interesse a finanziare per timore o per propri interessi. Al contempo i rivoluzionari non hanno difficoltà ad incassare questi finanziamenti perché la politica, le rivoluzioni, si fanno con i soldi, tanti, e i soldi si trovano o con gli espropri armati o con i finanziamenti. Ma questa non è corruzione, sono le necessità della politica.

Come noto, Lenin venne finanziato dalla Finanza di Wall Street, e per giunta rientrò nel 1917 a Mosca in un treno blindato, carico di denaro, messo a disposizione del Kaiser di Germania. Hitler da parte sua ebbe finanziamenti finanche da banche ebraiche, mentre Mussolini venne finanziato, tramite la Massoneria, da coloro che erano interessati all’interventismo italiano, poi come vedremo dagli inglesi e così via.

Ma solo uno storico sprovveduto o sciocco può sostenere che Lenin, Hitler e Mussolini furono corrotti o furono pedine di chi li ha finanziati. Che a sua volta, in quel momento, aveva interesse, per ragioni o strategie sue, all’agitazione rivoluzionaria di Lenin, Hitler o Mussolini.

churchill_mussoliniDetto questo, vediamo quindi i finanziamenti inglesi a Mussolini.

Si era nel 1917, e nel paese stava montando l’opposizione alla guerra che poi, dopo Caporetto, minacciava di far crollare il fronte interno. Inglesi e francesi già paventavano l’uscita dell’Italia dalla guerra. Gli inglesi individuarono nel giornale di Mussolini, Il Popolo d’Italia, un deciso sostegno per tenere il fronte interno, e quindi presero a finanziarlo.

Non vediamo dove sia il problema, visto che Mussolini accettando quei finanziamenti non faceva altro che sostenere le sue note ragioni politiche e veniva finanziato da una nazione in quel momento nostra alleata, per una causa comune: le sorti della guerra. Sarebbe stato diverso se avesse accettato denaro dai nemici in guerra con noi, gli austroungarici o i tedeschi: in quel caso sarebbe stato un vero e proprio tradimento esattamente come per quegli antifascisti che nell’ultima guerra servirono gli interessi degli Alleati andando contro il proprio paese.

Finita la guerra, negli anni successivi, durante la rivoluzione fascista e gli scontri dei fascisti contro i “rossi”, il giornale di Mussolini e il Fascismo ebbero, come tutti i movimenti in circostanze simili, finanziamenti da più parti, ovvero da coloro che avevano interesse a sostenerli o ad ingraziarsi una forza che dimostrava di poter prendere il potere.

Ai britannici, per esempio, non dispiaceva che in Italia si affermasse un Stato forte e si chiudessero le porte a qualsiasi possibilità di sovvertimento bolscevico. Gli inglesi – e ce lo mostra chiaramente l’esame delle loro relazioni internazionali – avevano interesse alla stabilità del nostro paese per via della sua delicata funzione strategica sulle rotte petrolifere. Come fu poi evidente, sbagliarono il “cavallo”, perché Mussolini dimostrerà ben presto di avere a cuore gli interessi politici del paese.

Non fu un caso che intellettuali e giornalisti che il libro di Fasanella e Cereghino ci indica essere strenui filo-britannici – come Barzini jr. o il direttore del Corriere della Sera, fatto senatore del Regno, Luigi Albertini – dopo aver appoggiato Mussolini fino alla marcia su Roma, si trovarono poi con lui in dissidio. Nel caso di Albertini, essi erano legati ad ambienti liberali e finanziari che, con buone ragioni, cominciavano a paventare l’operato dirigistico del Duce, impegnato a difendere le ragioni dello Stato contro ogni ingerenza liberista e della finanza speculatrice. Allo stesso modo della famigerata Banca Commerciale di Toeplitz entrarono in collisione con Mussolini, anche se poi Barzini, evidentemente facendo il doppio gioco, rimase come “penna” a disposizione del regime e venne usato da Mussolini stesso per i rapporti con gli inglesi. Anni dopo, quando durante la nostra “non belligeranza” Barzini jr., corrispondente da Londra del Corriere della Sera, in una relazione mostrata poi a Mussolini mostrò acquiescenza e supervalutazione degli inglesi, Mussolini, andando su tutte le furie non ebbe esitazioni a definirlo “un cretino”. Veramente avrebbe dovuto definirlo assai peggio.

perfida_albioneNel corso del Ventennio, Mussolini, da capo dello Stato ebbe modo di intrecciare accordi o di avere dissidi, di essere in sintonia o di traverso con i britannici, come ovviamente avviene nelle vicende internazionali. In ogni caso ben sappiamo che gli interessi geopolitici inglesi erano opposti ai nostri, laddove questi atavici “pirati internazionali” consideravano il Mediterraneo un loro lago. Mussolini difendendo sempre le nostre ragioni e i nostri interessi finì inevitabilmente, nonostante ogni tentativo di accomodamento, per trovarsi in guerra con loro. Ma c’è anche dell’altro: Mussolini indirizzò lo Stato fascista, nonostante compromessi e debolezze che non mancarono, in una prassi e conformazione ideale laddove gli interessi economici e finanziari erano subordinati a quelli etici e politici.

Una conformazione queste che gli tirò addosso l’odio della potente massoneria finanziaria ed ovviamente della City di Londra e di Wall Sreet. Altro che Mussolini “agente inglese”!

Tra i documenti elaborati dal War Cabinet a Londra da Churchill in persona ne emerge uno del dicembre 1940, segreto e titolato: “Il collasso dell’Italia: le ragioni propagandistiche britanniche”. Vi si invita a mettere in campo ogni mezzo ed espediente possibile, e il bersaglio principale è Mussolini contro cui, Londra, vuole scatenare una “campagna personale” da condurre però con attenzione perché gli italiani, si avverte, amano il Duce.

Non crediamo ci sia ulteriore bisogno di mostrare come Mussolini difese sempre e soltanto gli interessi del nostro paese fino ad arrivare allo scontro armato con i britannici e ci perse la vita.

Il caso Matteotti

copertina-Storia-in-Rete-n104Gli autori mostrano di condividere i teoremi di Mauro Canali circa le responsabilità di Mussolini nel delitto Matteotti, e su questo ci sarebbe molto da dire, ma soprassediamo non essendo questa la sede. Rimandiamo a due nostri lavori:
Il delitto Matteotti (http://fncrsi.altervista.org/il_delitto_matteotti_150218.pdf);
e Delitto Matteotti: il teorema di Mauro Canali (http://fncrsi.altervista.org/Delitto_Matteotti_Il_teorema_d…).

Qui, nel loro testo, gli autori apportano due insinuazioni per puntellare il teorema Canali, in riferimento ai britannici.

Si parte dalla considerazione, del tutto superficiale, che i conservatori inglesi appoggiarono Mussolini durante la sua ascesa al potere e che poi quando a Londra salirono al potere i laburisti di McDonald, costoro ci vollero veder chiaro e fornirono scottanti documentazioni a Matteotti nel corso del suo viaggio a Londra dell’aprile del 1924 circa certi traffici petroliferi, e questi, divenuto un pericolo, dovette essere eliminato.

Tutto un teorema insomma, per mettere in mezzo Mussolini, che si regge su congetture, ma, come detto, non è questa la sede per confutarlo.

Il libro riporta che il consigliere britannico William McClure seppe che De Bono era tra i capi della Ceka (il gruppetto di sicari, guidato da Dumini, che spesso svolgeva lavori sporchi e violenti). L’informazione gli venne procurata da personaggi legati al mondo liberale e filo-britannico attorno al Corriere della Sera, che lo indirizzarono, per averla, dal Duca Giovanni Antonio Colonna di Cesarò, altro personaggio ambiguo, ministro nel governo fascista, ma filo-britannico e legato a certe sette esoteriche anglofile.

Di conseguenza, De Bono, venuto a conoscenza che Matteotti sarebbe stato in possesso di pericolosi documenti, avuti a Londra, che avrebbero inchiodato il Re Vittorio Emanuele III e Mussolini, attivò la Ceka per eliminarlo.

In realtà, probabilmente, De Bono, in qualche modo, era implicato in quel delitto, ma non di certo come “capo della Ceka”, ed in ogni caso De Bono agiva per obbedienza massonica, per il suo essere anche lui filo-britannico e per rendere servigi a Vittorio Emanuele III. Quel delitto, come è facile dimostrare, fu contro Mussolini, ed è del tutto campato in aria volerci implicare per forza il Duce.

De Bono era a capo della Polizia, e servendo Mussolini e il Fascismo (ma ancor di più casa Savoia), serviva se stesso e la sua carriera, ma in casi di tale importanza e criminalità De Bono era di certo gestito da ben altre forze.

silvestri_mussoliniUn altro episodio ricordato dagli autori si svolse a Derna, in Libia, nel 1941, quando gli inglesi in casa di Dumini (il sicario a capo della spedizione che uccise Matteotti), ben nascosti, trovarono documenti molto importanti sul delitto Matteotti. Trasmessi a Londra, venne chiesto di pubblicarli per colpire il regime fascista.

Sembra però che Churchill si oppose decisamente, sostenendo che quella pubblicazione avrebbe ancor più potuto danneggiare gli inglesi. La storiografia antifascista legge questo episodio nel senso che probabilmente gli inglesi ebbero a suo tempo: una parte nelle presunte speculazioni petrolifere di Mussolini, pertanto colpire Mussolini voleva dire autoaccusarsi.

Ma sono solo congetture in contraddizione con il fatto che, semmai, le speculazioni petrolifere del 1924 erano avvenute con l’americana Sinclair; che ambienti della massoneria e laburisti inglesi fornirono a Matteotti documenti proprio per denunciare i traffici sporchi con la Sinclair, e questi traffici probabilmente riguardavano il Re Vittorio Emanuele III, da sempre impelagato con gli inglesi anche per i giacimenti di petrolio in Libia (si era impegnato a non renderli ancora noti). Non Mussolini.

Churchill sapeva bene che uno scandalo in piena guerra avrebbe travolto il Re che ben sapeva fosse filo-britannico e su cui contava per defenestrare Mussolini e ribaltare il fronte, e che quindi tale scandalo avrebbe coinvolto e danneggiato anche gli inglesi.

Né si può avanzare il sospetto che Churchill temesse solo che uscissero fuori vecchi appoggi e sostegni propagandistici al regime di Mussolini da parte dei Tories, perché questi sostegni erano noti e comunque non potevano di certo mettere in crisi i britannici. Quindi se vere sono le preoccupazioni di Churchill di temere qualcosa, egli temeva implicazioni inglesi negli scandali petroliferi e nel delitto Matteotti, e se queste implicazioni ci sono, esse riguardavano Casa Savoia e i britannici.

La storiografia antifascista che tende a leggere questi avvenimenti contraddittori spiegandoli con le differenze che potevano esserci tra i precedenti governi conservatori di Londra favorevoli a Mussolini, e il nuovo governo Laburista di McDonald durante il delitto Matteotti non favorevole, non si rende conto che trattasi di distinzioni relative, nel caso ci fossero veramente stati dietro grandi interessi industriali, petroliferi e massonici. Laburisti e conservatori non sono mai stati in netta e irriducibile opposizione, e neppure potevano essere in contraddizione nella comune necessità geopolitica di avere in Italia un governo forte e stabile.

italia_libera_dio_lo_vuolePer concludere consigliamo decisamente la lettura di Colonia Italia, un libro indispensabile per comprendere la nostra storia recente.

Se la Storia infatti non può essere letta solo con l’ottica “complottista”, perché vi agiscono azioni e reazioni, cause e concause che cambiano sempre il quadro generale degli avvenimenti, che scombinano piani e trame ordite da tempo, è altrettanto vero che il complottare, il corrompere, l’agire per vie traverse, le operazioni false flag, ecc., sono una componente inalienabile della natura umana e quindi della Storia stessa.

Quello che si svolge dietro le quinte dei fatti apparenti di cronaca occorre comprenderlo, averne conoscenza, perché niente accade per caso.

Il nostro paese fu un importante bastione strategico della dominazione imperiale britannica, e come tale venne considerato e trattato. Noi ne subimmo le conseguenze, in quanto i britannici, considerandoci una Colonia, non ebbero scrupoli.

Le vicende del nostro Risorgimento, l’apporto ad esso dato dalla massoneria e dagli anglo-francesi, contribuirono a creare un substrato culturale, economico e finanziario dove gli elementi filo-britannici nascevano per “germinazione spontanea”. E gli inglesi sfruttarono senz’altro questi elementi, tanto che si può dire che nella Seconda guerra mondiale gli inglesi in Italia ebbero bisogno di pochissime spie effettive, in quanto non pochi erano gli ambienti e i personaggi filo-britannici per natura.

Le cose non cambiarono quando poi siamo trasbordati sotto il dominio statunitense. Se oggi ci ritroviamo totalmente privi di ogni minima sovranità nazionale, le cause vanno ricercate partendo da lontano.

 

Alain De Benoist, La fine della sovranità, Arianna Editrice (trad. it.), Bologna 2014

di Enrico Galoppini

la-fine-della-sovranita-libro-71692Il titolo dell’ultimo libro di Alain De Benoist mette sul chi va là chiunque vada in cerca di spiegazioni “facili” dell’attuale crisi in cui versano gli Stati europei. Tutto è da ricondurre al “peccato originale” di questa “Europa”: la fine della sovranità.

È pensabile, si chiede il pensatore francese autore di altri importanti saggi quali Visto da destra, Il male americano, Democrazia. Il problema, L’impero interiore ed altri ancora, un’Unione Europea senza un briciolo di sovranità?

No che non lo è, eppure essa è stata concepita e realizzata da chi, per togliere il potere ai popoli, ha inteso stabilire una ferrea dittatura del denaro.

Mi dispiace ripetermi, specie per chi ha in odio i dejà-vu, ma piuttosto che cercare l’originalità preferisco insistere su un punto essenziale: senza sovranità, tutto il resto è inutile. È una perdita di tempo ed un inganno. Dalla “lotta all’immigrazione” alle campagne per la “moralizzazione” della politica. Dalle battaglie sindacali alle varie trovate del giorno per contrastare la “crisi”.

Questa “crisi”, agita tramite strumenti per l’appunto finanziari, è essenzialmente deficit di sovranità, sotto ogni aspetto. A partire da quella monetaria, checché ne pensino coloro che appena sentono parlare di “moneta” corrono con l’immaginazione agli Ufo e ai Rettiliani, per poi tacciare chi evidenzia l’attuale aberrante politica monetaria occidentale di far parte della nutrita schiera dei “visionari” e “complottisti”.

Il complotto, al contrario, dati alla mano e risultati disastrosi sotto gli occhi di tutti, è proprio quello di ci ha ficcato nella “gabbia europeista”, perseguendo un disegno ideologico nel quale la finanziarizzazione dell’economia è cresciuta esponenzialmente a svantaggio dell’economia reale. Speculazione contro investimenti (p. 29). E produzione per l’esportazione, non per il mercato interno, per prima cosa, come dovrebbe essere in ogni ordinamento normale.

de_benoistIl processo di globalizzazione nel quale le imprese transnazionali (non “multinazionali”) hanno fatto di tutto per rendere gli Stati impotenti, lungi dall’apportare quei benefici messianicamente decantati per anni dalle élite occidentali, si è tradotto nella trasformazione dello Stato stesso, senza più vera “autorità”, in una macchina tenuta in piedi al solo scopo gestire la repressione ed il controllo dei sottomessi, dissociandosi perciò sempre più dal popolo (pp. 33-34). Un popolo tenuto a credere alla favola del “debito pubblico”, che solo per restare al caso francese sta portando la voce “interessi sul debito” al primo posto tra quelle del bilancio dello Stato. Da qui sempre nuove tasse e nuovi tagli di spesa, in nome del mitico “abbattimento del debito”.

Tutti oramai sanno che “debito pubblico” non è sinonimo di “sacrifici necessari”. Si pensi al Giappone, che ha un debito stratosferico ma essenzialmente nelle mani dei giapponesi stessi. La catastrofe è, semmai, la globalizzazione del debito, cosicché quello negoziabile della Francia è finito in mano per il 68% a stranieri, i quali lo usano come arma di pressione e di ricatto. Con la “legge” – colmo dello scandalo – che proibisce di sapere chi sono per filo e per segno (p. 41)!

In nome di che cosa, e nell’interesse di chi, dunque, i francesi, come gli altri popoli europei, sarebbero chiamati a “tirare la cinghia”?

Con Stati, o meglio simulacri di Stati, ai quali è fatto assoluto divieto di procurarsi autonomamente le somme di denaro di cui hanno bisogno, non sorprende che le cosiddette “agenzie di rating” siano state fatte assurgere al rango di colui che dà la vita e dà la morte. I giornali, oggidì, pubblicano queste “quotazioni” manco fossero gli esami del sangue di entità per la verità dissanguate dalle stesse politiche di “rigore” e di “austerità” che, in una spirale infernale (pp. 59-60), conducono dritte alla fine della sovranità che dà il titolo a questo libro (pp. 44-45).

de_benoistA suggello della capitolazione totale degli Stati europei, è poi stato architettato il MES – Meccanismo Europeo di Stabilità, ispirato al famigerato Fondo Monetario Internazionale: per non rovinare la sorpresa, s’invitano tutti coloro che si procureranno La fine della sovranità a leggere per prima la pagina 50, davvero sconvolgente.

Roba da togliere il sonno, eppure i “nostri” politici non mostrano segni di turbamento, tanto sono stati cooptati in questo crimine culminante nella svendita delle loro patrie.

Conseguenza logica dei maneggi della grande finanza è lo scippo di ogni politica economica e finanziaria ai singoli Stati (p. 56). Oggi non esiste più la Legge di Bilancio, ma un’anodina Legge di Stabilità.

In queste condizioni, la “marcia verso la miseria” è assicurata (pp. 62-63), con le popolazioni sottomesse a questa gogna che mentre riducono le loro pretese dovranno mostrarsi felici e raggianti per i “conti in ordine”, il “deficit zero”, le “leggi del mercato” ed altre parole d’ordine messe in circolazione da chi ha tutto l’interesse a far credere che esiste una “economia pura” (pp. 70-71).

Alla luce di quanto sta accadendo, si capisce definitivamente la lungimiranza di chi, già oltre un secolo fa, denunciava appassionatamente, inascoltato dai falsi profeti del “proletarismo”, i danni del “capitalismo finanziario”; estrema degenerazione di una tendenza già anormale ad anteporre le istanze economiche al di sopra di quelle politiche e spirituali.

Il tempo, tuttavia, è gentiluomo, quindi darà a tutti la possibilità di constatare come anche la “guerra del sangue contro l’oro” non fosse una trovata pubblicitaria, ma la sintesi di una battaglia metastorica che da sempre viene ingaggiata tra gli usurai, senza patria per definizione, e chi non è affatto disposto a vendersi per un punto di “spread”.

de_benoist_orlo_baratroIl dramma, stando a quello che documenta De Benoist, è solo agli inizi, anche se gli autori del “complotto” (quello vero) hanno già portato a segno alcuni colpi decisivi. Il TTIP – Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti, il quale è in fondo il frutto del fallimento dell’OMC – Organizzazione Mondiale del Commercio (p. 90), si staglia come l’incubo di una sorta di NATO economica, con l’Europa-mercato a detrimento di un’Europa-potenza. L’incubo finale è ben descritto a pag. 92: un’Unione Transatlantica che dovrebbe produrre un blocco politico-culturale dal Pacifico alla frontiera dell’area d’influenza russa.

Questa famosa “globalizzazione” o “mondializzazione”, si chiede l’Autore, non è forse sinonimo di “americanizzazione”?

Al di là delle definizioni, sempre inadatte a descrivere la complessità della realtà, resta il fatto che non si vede all’orizzonte, all’interno dello spazio euro-atlantico, un soggetto in grado di opporsi decisivamente a quest’esito catastrofico. I cosiddetti “altermondialisti” meno che mai, poiché, vittime dei loro tabù ideologici, “deplorano le conseguenze di cui continuano a coltivare le cause” (p. 112). La “società civile”, l’umanitarismo astratto, i “diritti umani”, “l’individuo”, già oggetto delle passate riflessioni critiche di De Benoist, rientrano nelle storture che andrebbero sanate, e non rappresentano alcuna alternativa praticabile con successo.

Qualche forma di resistenza alla “mondializzazione” può sorgere a livello “locale”, per esempio a livello alimentare, ma è sinceramente troppo poco quando la forza corruttiva del denaro è in grado d’imporre, sulla testa dei popoli, decisioni aberranti eppure osannate da tutto l’apparato politico-mediatico nazionale ed europeo.

ttipIl pericolo della fagocitazione dell’Europa nell’Unione Transatlantica (ovviamente condotta nella massima omertà) mostrerà il suo volto più mostruoso quando l’allineamento normativo interesserà settori quali la giustizia, la sanità, il lavoro: le norme più “liberiste” saranno quelle che avranno la meglio.

E quando i servizi d’urgenza, l’acqua (malgrado gli esiti referendari), gli ospedali, il gas, l’energia elettrica e addirittura il patrimonio culturale (già affidato a “super manager” stranieri) sarà “liberalizzato”, in che mondo vivremo?

Che razza di follia è quella nella quale il “mercato” (cioè le banche) entra nella gestione dei Comuni, delle Provincie, delle Regioni e dello Stato?

Ma attenzione, perché gli Stati Uniti, che sarebbero al culmine di questa tendenza “mercatista”, in base ad una legge del 1933 (guarda caso), hanno solo il 30% dei loro settori pubblici aperti ad imprese estere. Mentre a noi predicano che il “protezionismo” è sbagliato… e che dovremmo “aprire” tutto a tutti.

Ecco, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. E le bugie hanno le gambe corte. Questo libro di De Benoist è un potente strumento per metterle a nudo e da lì ripartire per riconquistare la nostra sovranità.

Pagine di Benedetto Croce di estrema attualità

a cura di Bennato Bennati

2anni-vita-politica-italiana-1946-1947Ho reperito sulla solita bancarella dei libri vecchi ed usati un aureo volumetto (204 pagine, indice compreso) di uno dei maggiori italiani (se ne condividano o meno tutte le opinioni: ad esempio, quando parla di religioni, andrebbe precisato che, sempre che si tratti di religioni autentiche, conducono al fanatismo solo quando in esse lo spirito viene scavalcato dalla lettera) partoriti dal Bel Paese dalla fine del XIX secolo ad oggi, oggigiorno non ricordato (e non onorato) come si dovrebbe (soprattutto, dai tanti, spesso e volentieri, sedicenti “liberali” dell’ultim’ora), Benedetto Croce, dal titolo “Due anni di vita politica italiana” (1946- 1947) che fu pubblicato da Laterza nel 1948 nella celebre (e benemerita) collana “Biblioteca di cultura moderna”.

Dal volume, ritenendo di fare cosa gradita a lettori, estraggo la recensione dedicata dal filosofo ed uomo politico abruzzese–napoletano (fu anche Presidente del Partito Liberale Italiano), al libro di Arthur Koestler “Buio a mezzogiorno”, Milano, Mondadori, 1946, di un’attualità senza tempo, ché ben potrebbe essere intitolato “Del fanatismo, delle sue cause e fenomenologia”.

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Questo romanzo, o questa storia in veste di romanzo, ha colpito vivamente,

e, direi, turbati, i lettori italiani, facendoli assistere al processo di pressione psicologica onde nel regime bolscevico si ottiene che innocenti si accusino di delitti che non hanno mai commessi e si porgano alle condanne di morte, sotto la suggestione che quel loro sacrificio è necessario ed è meritorio per il trionfo della causa bolscevica, alla quale essi, per concetti manifestati anche in cose meramente tecniche, sono di ostacolo o di pericolo: il che offre la spiegazione dei processi e delle esecuzioni dei più antichi comunisti, compagni di Lenin, che rimasero misteriosi fuori della Russia. È naturale che un racconto di questa sorta dia il brivido che si prova innanzi a un precipizio, un misto senso di orrore e di attrazione. – Potrebbe accadere anche in me lo stesso? – si domanda il

lettore. – Homo sum, con quel che segue.

koestler_buio_a_mezzogiornoMa, considerando a mente fredda il caso, che il libro del Koestler ci presenta e che ora ha luogo in un vasto paese dell’Europa, non è nuovo, perché rientra nella storia, antica e medievale e moderna, ed europea e asiatica e di altri continenti, di quel che già presso i romani prese il nome, che ancora ritiene, di “fanatismo”.

Il fanatismo, nel suo intrinseco, è l’assunzione di una regola unica o suprema, che sopprime o soverchia e mette a tacere il pensiero che pensa e che esercita la critica, e la coscienza morale, che moralmente si risolve e crea le azioni solo a sé conformi. Che quella regola, la quale disumana l’uomo traendolo fuori di sé stesso, si fondi sopra una rivelazione religiosa o sopra un falso raziocinio o sopra un concetto astrattamente concepito e unilaterale, o sopra un’immaginazione scambiata per realtà, o sopra l’autorità di un uomo o di un istituto, comunque essa sia nata, comunque si impianti e si fissi nell’animo, l’essenziale, come si è detto, sta nella soppressione e sostituzione che essa esegue del pensiero critico e della coscienza morale.

E nella misura in cui questa soppressione e sostituzione è non intera ma più o meno parziale e, sia pure contraddittoriamente o in modo indiretto, lascia ancora operare pensiero e moralità, il caso è meno grave e sovente sta piuttosto nelle parole e nelle inerti credenze che non nel fatto. Ma quando è intera, quando si ha il vero e proprio fanatismo, si apre un processo di follia, di lucida follia, che percorre tutti i gradi fino alla più terribile pericolosità.

Il caso studiato dal Koestler ha il carattere essenziale di sopra enunciato, tanto che la regola onde si attuerebbe il rinnovamento totale e radicale della società umana e si produrrebbe il pieno affratellamento degli uomini, non viene derivata né sorretta ne corretta dalle forze spirituali che si sono ricordate, ma, asserita dommaticamente, è affidata per l’esecuzione alla “Storia”, la quale, usa a compiere i grandi rivolgimenti col versar fiumi di sangue, anche d’innocenti, anche di uomini degni, che potrebbero in qualche modo contrastare e ritardare e infiacchire il suo rettilineo andamento, impone quella regola. Sennonché la Storia, nella sua semplice, nella sua realistica verità, non è altro che la tela tessuta dei sentimenti, dei pensieri, della volontà degli uomini, proponenti, dibattenti, contrastanti, modificanti le loro idee, e in nessuna parte di essa s’incontra la persona della signora Storia, il nuovo Geova o il nuovo Moloch, che impera e comanda quello che può nascere come risultato solo dalla testa e dal cuore dell’uomo, nella pienezza dell’umanità e degli umani dolori e delle miserie altresì e degli impeti generosi e sublimi, la storia che non ha termine finale, ma in ogni suo momento si soddisfa e non si soddisfa, si adempie e continua. La conosciamo l’altra, la “Signora Storia”, o “Signora Necessità storica”, quando dal arthur-koestlercampo dell’intendimento è trasferita all’altro, che non le spetta, della risoluzione morale; l’abbiamo conosciuta in formato minore e l’abbiamo vista fiorire per un ventennio sulle labbra di coloro che non osavano né accettare come cosa del loro pensiero e della loro coscienza il cosiddetto fascismo né opporvisi, ma pur gli cedevano contro coscienza e in quest’atto procuravano di salvare, con quella formula, la loro faccia. E quanto all’argomento della disumanità della storia, testimoniata dalle stragi che approva e attua nelle guerre e in altri modi, è sofistico, perché le guerre con mosse, in circostanze date, da bisogni, sentimenti, ideali e doveri degli uomini, e non già fatte in ubbidienza a un idolo stupido e feroce. E non è vero che i fanatici, che chiudono gli occhi alla verità e alla moralità, compiano i fecondi rivolgimenti storici, perché questi dove furono fecondi erano sostenuti da altre ragioni e intimamente condotti da altri motivi, e la parte del fanatismo fu infeconda o feconda solo nel preparare reazioni e restaurazioni.

Contro il fanatismo, che ebbe il suo campo principale nelle divisioni e lotte religiose (tipico e leggendario insieme rimase tra l’undecimo e il tredicesimo secolo il capo degli Assassini, soprannominato il Vecchio della Montagna), spiegò l’opera sua l’illuminismo del Settecento in nome di una forza che avrebbe dovuto fugarlo per sempre, la Ragione; ed è noto, per restringere la citazione a un solo testo di quella copiosa letteratura polemica, l’articolo che in proposito scrisse il Delegre nell’Encyclopédie e che il Voltaire rifuse poi nel Dictionnaire Philosophique.

Ma poiché la Ragione o Raison dell’ illuminismo riteneva alcunché di trascendente a causa della sua astrattezza e della sua provenienza matematica e questa la predestinava a diventare la Dea del giacobinismo, che una famosa cerimonia religioso teatrale, accadde che proprio a un nuovo violento fanatismo, al quale seguì una lunga e varia reazione, e poi una trasfigurazione che serbò la libertà seppellendo il giacobinismo.

ghigliottina2Un letterato di molto nome, Giovan Francesco Laharpe, o giacobino, voltosi dipoi al contrario, alla vecchia chiesa, 1797 un libro col titolo: “Du fanatisme dans la langue rivolutionnaire”, contro la persecuzione che “les barbares du dix-huitième siècle” facevano della chiesa e dei suoi ministri. Tutti ricorderanno la rappresentazione che del fanatismo giacobino diè nel suo romanzo: “Les dieux ont soif “, Anatole France; e Giorgio Sorel non risparmiò i suoi sarcasmi alle “grandi anime” che avevano molta simpatia per il carnefice, e che, a furia di ghigliottina, preparavano la “felicità del Genere umano”. Ma se il caso che è oggetto del libro del Koestler risponde di tutto punto allo schema tradizionale, così teorico come storico, del fanatismo, nella sua particolarità si lega alle disposizioni morali dei giorni nostri, e soprattutto allo scemato spirito d’ intrapresa morale e politica, d’inventiva, di libertà, e al tentativo di sfuggire allo sforzo e all’impegno che esso chiede a noi di noi stessi, alla responsabilità, donde l’adattamento al quadro di una società burocratica nella quale non si ricerca e non si discute ma si ubbidisce ad istruzioni precise e ad ordini. Perfino i poeti ora “humiliter se subjiciunt”: ma, in verità, sono in genere tali che la poesia non perde niente con la loro accettazione di un còmpito burocratico, sebbene sia da temere che al fanatismo rechino qualche loro contributo di torbido decadentismo. Più ingenuamente, una gentile signorina che si era fatta bolscevica, mi diceva anni addietro in Parigi: – Credetemi, sono felice: ho risoluto di un colpo tutti i miei problemi, cioè non ne ho più: mi sento il pezzo di una macchina che compie il suo lavoro. È proprio il contrario di quel che volevamo e ci proponevamo noi giovani e che avevamo accolto dall’insegnamento degli anziani, dei De Sanctis, e dei Carducci. Non esser felici così: essere inquieti, cercando il meglio che il nostro pensiero riusciva a conquistare, ponendo alla nostra volontà il segno che avevamo scelto e mantenevamo saldo, e insieme plastico, con la meditazione. Così ci pareva di vivere da uomini e non sognavamo felicità da pezzi di macchina. Come si è passato a un desiderio e a un ideale che ne è il preciso opposto? La meravigliosa fioritura politica, economica, intellettuale, artistica del glorioso ottocento ha prodotto una stanchezza, della quale sono stati effetti le “conflagrazioni”, come furono chiamate, o le guerre caotiche e contradittorie, in cui dalla parte dei vincitori e dei vinti erano le stesse tendenze buone e cattive, progressive e regressive (onde la parola “inutili stragi”, che fu pronunziata da un papa), e ora questo mondo sfiduciato e agitato, pauroso e ferocemente pronto a tutto.

Siamo prossimi a una crisi benefica o bisognerà che la società umana passi ancora per altre fasi patologiche? Nessuno di noi sa ciò; ma, per fortuna, ciascuno sa come deve condursi, per suo conto, per non troppo arrossire dentro sé stesso. Sehe jeder, wo er bleibe, Und wer steht, dass er nicht falle! come Goethe consigliava. “Veda ciascuno dove egli se ne rimanga, e chi sta, che egli non cada!”. Dicembre 1946 (Fondazione “Biblioteca Benedetto Croce”).

11 settembre 2001. Inganno globale

di Enrico Galoppini

11Settembre2001 -Inganno Globale«L’Islam ha commesso l’11 settembre». Questa è, in fin dei conti, la convinzione che a forza di sentir ripetere la «versione ufficiale» dei fatti di quel giorno di sei anni fa si è sedimentata nella mente della maggior parte delle persone del cosiddetto «Occidente»[1], di quella parte del mondo «informata» (nel senso che «prende forma») dai «mass media», un oligopolio mediatico sostanzialmente monocorde e refrattario ad ogni autentico confronto.

Per esistere un «Occidente» deve esistere un «Oriente»: l’uno è il consueto, la libertà e la Civiltà, l’altro l’ignoto, il dispotismo e la Barbarie. «Occidente» ed «Oriente» hanno bisogno l’uno dell’altro, come due gemelli siamesi. Dal nostro punto di vista di «occidentali» obtorto collo (non è qui il caso di esaminare l’«Occidente visto dall’Oriente»), il secondo termine non potrebbe sussistere se non svolgesse per il primo la funzione di attribuire all’altro tutti i «difetti», esorcizzando illusoriamente tutto ciò che non si vorrebbe essere. C’è un bel libro di Norman Daniel, da poco ristampato (Gli Arabi e l’Europa nel Medio Evo), che, esempi storici alla mano, mette impietosamente a nudo questo meccanismo ideologico e psicologico. Quando gli «Occidentali» tenevano a concepirsi come pii, timorati di Dio e, soprattutto, lontani dai «desideri della carne» e strenui difensori dell’eterosessualità, «gli Arabi» erano dipinti come sfrenatamente lussuriosi, immersi nei piaceri dell’harem «in accordo coi dettami della loro (perversa) religione». Erano anche tutti potenziali omosessuali! Oggi abbiamo (!?) la «libertà sessuale», così l’Islam diventa «sessuofobo» e «omofobo». C’è stato anche un periodo in cui «gli Arabi», che nella plurisecolare confusione seminata ad arte fan tutt’uno coi «Musulmani», erano i «filosofi»: ergo «razionalisti», quindi poco «religiosi». Oggi, sono «troppo religiosi»! Troppo musulmani, quindi, così «i cristiani sono in pericolo», né più né meno come strillavano i propagandisti delle Crociate… Un paradigma manicheo che si rinnova di continuo che si compendia nell’«opposizione» tra l’«Occidente», che rappresenta il paradigma della razionalità («scientifica»), applicato in tutti i campi, e l’«Oriente», emblema di quello dell’irrazionalità («superstiziosa»).

Ma se dobbiamo accettare tutto ciò, come la mettiamo con la «versione ufficiale» dei fatti dell’11 settembre 2001 sostenuta dall’«Occidente»?

corriere911Massimo Mazzucco – regista e animatore del sito Luogocomune.net – questo problema se l’è posto, perché vada pure che si creda che «gli asini volano», però poi non si pretenda d’incarnare la «razionalità»! In effetti, la «versione ufficiale» (che nei suoi elementi essenziali consiste nel dirottamento di quattro aerei di linea nei cieli degli Stati uniti da parte di 19 dirottatori «arabi» armati di taglierino, i quali ne hanno condotti due addosso alle «Torri gemelle» del WTC (poi crollate, più il WTC 7), uno addosso al Pentagono, mentre il quarto per un atto di eroismo dei passeggeri è precipitato in Pennsylvania) non sta proprio in piedi, come le «Torri Gemelle»…

11 settembre 2001. Inganno globale (Macro Edizioni, Diegaro di Cesena (FO) 2006, pp. 136, 12 euro) ed il fondamentale documentario in dvd accluso rappresentano un salutare ritorno alla «razionalità», perché piuttosto che avanzare una «versione alternativa» pongono i fautori di quella «ufficiale» di fronte all’onere di dimostrarne l’effettiva possibilità. Invece l’onere della prova oggi è stato ribaltato, e di fronte agli «asini che volano» tocca a chi non ci crede dimostrare che non è possibile.

L’11 settembre 2001 quale ‘big bang del XXI secolo’ è un evento metastorico, un evento che si pone fuori dal tempo, fuori dalle leggi di questo mondo sin qui conosciute. È, in effetti, un ‘miracolo’, e come tale o vi si crede o non vi si crede.

Non si crede più in Dio, ma nell’«11 settembre» sì (e ad altri «fatti storici» elevati a teologia e la cui ‘profanazione’ comporta la rovina totale).

Nulla delle leggi del tempo e dello spazio sin qui conosciute consente di spiegare la «versione ufficiale», ma non fa nulla: le aggressioni all’Afghanistan e all’Iraq, il ‘colonialismo giudiziario’ in Libano, le minacce all’Iran, l’intensificazione del massacro dei palestinesi (e chissà quant’altro) si giustificano e si giustificheranno sempre con quegli «asini che volano».

Ma quando tutto si ribalta non è detto che sia sempre una cosa negativa: «complottista» non è certo chi mette in dubbio la «versione ufficiale», poiché questa – passata al setaccio di Mazzucco – si dimostra la più incredibile, grossolana e ridicola «teoria della cospirazione» dei nostri tempi.

11_settembre_prime_pagine_giornaliEppure, nel mondo rovesciato dell’«informazione» i «cospirazionisti» sono i Mazzucco, i Blondet, i Thierry Meyssan, i Giulietto Chiesa, questo stesso giornale e i suoi lettori. Anzi, sono tutti «revisionisti». O meglio, «negazionisti». «Eretici» perché negano un «Dio», un fatto elevato a dogma che come tutti i dogmi di questo tipo tutela e garantisce un preciso assetto economico, sociale e politico. Un fatto di potere e di dominio. Ecco il perché del termine «negazionismo»: si può essere «negatori» solo di una pseudo-verità rivelata. Ma che un fatto possa assurgere al rango di «verità» significa appunto che la Storia è finita, come ‘profetizzava’ Fukuyama, che come Huntington sapeva perfettamente quel che scriveva su commissione. Infatti la Storia non esiste più, sostituita dalla diretta televisiva, come quel filmato del secondo aereo che di per sé non «prova» assolutamente nulla, tranne il fatto che un oggetto volante scuro dalla forma di un aereo ha colpito un grattacielo. I Corani nelle auto, i brandelli di carte d’identità, i «testamenti» filmati che ad ogni stagione escono come le prime del cinema risultano maldestri tentativi di puntellare la «madre di tutte le menzogne», alla quale, forse, non credono più nemmeno i familiari delle vittime, tanto erano pochi all’ultima cerimonia…

Dei contenuti del libro e del dvd non anticipo nulla per non togliere il gusto della lettura. È un salutare ritorno alla «razionalità», che non è certo quella «occidentale»… Chi non ha ancora mandato il cervello all’ammasso se li procuri, li segnali agli amici, organizzi proiezioni pubbliche. Tanto gli «asini» (Khaled Sheykh Muhammad si sarebbe incolpato di tutto, dal Ratto delle Sabine in poi) continueranno a volare per un po’…

Note:

[1] Per una considerazione del concetto di “Occidente” a partire da un fatto di cronaca, v. il mio Occidente”: un inganno per tutti i popoli, “Effedieffe.com”, 21 aprile 2007.

Fonte: “Rinascita”, 22-23 settembre 2007, p. 8.

 

 

L’Anticristo dalla Bibbia a Nietzsche

Un’eruditissima scorribanda storico-filosofica di Marco Vannini affronta a muso duro l’argomento: con non poche notizie attendibili, interessanti sorprese ma alcune gravi lacune

di Loris B. Emanuel

anticristo_vanniniSalvo variegate eccezioni, è pressoché impossibile ignorare un libro di Marco Vannini, grande esperto di mistica occidentale, soprattutto quando, come in questo caso, l’argomento è uno di quelli oltremodo “attuali”. La Mondadori ha infatti appena dato alle stampe L’Anticristo. Storia e mito. Non si tratta d’un testo d’apologetica cristiana, bensì d’una scorribanda informatissima, che parte, ovviamente, dalla Bibbia per chiudersi con Nietzsche, passando per tutte le tradizioni occidentali che hanno parte nella trattazione di questo incandescente argomento. A parte una qual certa tendenza a ripetersi, Vannini esplora ogni anfratto in cui si celino tracce profetiche dell’Anticristo, cercando innanzitutto di (s)piegarne il mito alle “ragioni della ragione”, liquidando così ogni simbolismo ad avviso dell’autore falso e bugiardo. Se però da una parte Vannini scioglie, almeno in parte, gli arcani d’un mito che, se preso alla lettera, potrebbe risultare ridicolo, dall’altra la falce semplificatoria rischia talvolta di sferrare colpi piuttosto maldestri, dalle cui procurate ferite sgorgano – soprattutto se si conosce la produzione precedente dello studioso fiorentino – pregiudizi e fonti ben poco attendibili. Ad esempio il capitolo sull’Anticristo nell’Islam fa acqua da quasi tutte le parti e non apporta niente, semmai anzi sottrae, alla conoscenza dell’escatologia musulmana ed è una sezione del saggio da potersi tutto sommato saltare a piè pari.

Tuttavia se dotati di sufficienti anticorpi che constano in qualche lettura pregressa (penso per esempio agli studi di René Guénon e di Ananda K. Coomaraswamy), il saggio è una vera miniera in cui a tratti ci si può imbattere in piccole venuzze aurifere.

Tre capitoli centrali andranno a tal proposito segnalati: «Il messia Anticristo», «L’Anticristo in Russia» e «Il Signore del mondo». Qui Vannini, con un coraggio raro tra gli addetti ai lavori teologici e religiosi, mette nero su bianco alcune prefigurazioni dell’Anticristo, quali per esempio le figure di Sabbatai Zevi, Jakob Frank, Moses Dobrushka, insieme a noti eventi della storia moderna, quali per esempio la Rivoluzione francese. Il capitolo sulla Russia porta il lettore occidentale a sondare un dominio sovente negletto, che è quello apocalittico ed escatologico presente in moltissimi autori russi, dallo “scontato” Dostoevskij a «Tolstoj Anticristo?», a Solov’ev, ai misconosciuti ma interessantissimi (soprattutto il primo) Merezkovskij e Rozanov. Equilibratissimo poi il capitolo sugli ominosi Protocolli dei Savi anziani di Sion.

Un vero vacuum del libro è invece il capitolo dedicato a Lutero: se Vannini fosse dotato di certune informazioni, forse avrebbe osato maggiormente affrontando come si conviene la figura del riformatore tedesco, secondo qualcuno addirittura precursore dell’Anticristo.

Sorpresa finale è proprio il capitolo dedicato a Nietzsche, il cui Anticristo e la relativa visione moraleggiante e disinformatissima sul filosofo tedesco e su alcuni suoi “famigerati” testi sono riletti alla luce d’una visione costante nell’opera vanniniana che però necessita di robuste rettifiche.

storia-della-mistica-occLa tesi di fondo del capitolo, in parte già preconizzata nella Storia della mistica occidentale, è che Nietzsche possa essere annoverato addirittura tra i mistici cristiani. Posizione invero non originale, ché già de Lubac e soprattutto il citato Coomaraswamy s’erano espressi in tal senso, quest’ultimo in maniera magistrale ne La visione cosmopolita di Nizetzsche. Vannini però si spinge, sotto certi aspetti, oltre, anzitutto esplicitando che l’Anticristo nietzscheano «non è affatto un libro anti-Cristo, ovvero contro la figura di Gesù, bensì conto la Chiesa, che ha creato un “cristianesimo” come dottrina teologica e morale, che non deriva affatto dall’esempio di Gesù, ma, anzi, ne è il completo rovesciamento». «Nell’Anticristo Nietzsche – scrive ancora Vannini – sostiene che Gesù, questo gran simbolista, prese per realtà, per “verità”, soltanto le realtà interiori, dando a ciò che sta nel tempo e nello spazio, a tutto ciò che è storico, solo il valore di un segno […]. Il “regno di Dio” non è una cosa che si aspetta, non ha né passato né avvenire; è un’esperienza del cuore; non viene tra “mille anni”, ma è, plotinianamente, dappertutto e in nessun luogo». E ancora: «La buona novella è precisamente la soppressione di ogni distanza tra Dio e l’uomo: sottolineiamo questo punto, che inserisce a pieno diritto Nietzsche nel cuore della tradizione mistica più profonda, quale per esempio Meister Eckhart».

Tutto sommato si tratta di tesi da ritenere, ma il capitolo va ovviamente letto tutto con attenzione per infine riscontrare alcuni imperdonabili errori valutativi. Nel complesso l’atteggiamento di Vannini-Nietzsche è parecchio incauto sotto molteplici aspetti: il pessimo trattamento riservato alla figura di san Paolo, una certa semplificazione per ciò che concerne il simbolismo e una predilezione per vie troppo larghe, che si rivelano pericolosissime scorciatoie.

Purgato però degli elementi devianti, che, ripeto, possono essere intercettati con agio soltanto con robusti anticorpi dottrinari pregressi (ciò che vale per la più parte dell’opera vanniniana), il capitolo dedicato a Nietzsche può senza alcun dubbio fornire il materiale necessario per una riflessione profonda sul rapporto tra l’uomo e Dio, che tuttavia non dovrebbe arenarsi su questa stessa riflessione ma condurre ben oltre.

Marco Vannini, L’Anticristo. Storia e mito, Mondadori, Milano 2015

L’Italia in coma nelle memorie e nei giudizi di un testimone d’eccellenza, Piero Buscaroli

di Loris B. Emanuel

Una recensione, o qualcosa di più, su di un libro di qualche anno fa, anche se non molti, che però non ha avuto la ventura d’esser mai pubblicata, non per volontà dell’autore bensì in omaggio al buon senso, ovvero senso comune, che alligna un po’ ovunque. Ma habent sua fata libelli: il presente contributo doveva trovare qui la collocazione naturale.

buscaroliBuscaroli ad alzo zero. Ce n’è (di piombo) per quasi tutti, e non ce n’è (di pietà e di ammirazione) per quasi nessuno, ché, «dal 1793» or son «due secoli», come recitano i frammenti del sottotitolo, hanno ridotto l’Italia a esser Una nazione in coma, come dichiara invece il titolo di questa cavalcata su carrarmato, l’ultima impresa del poligrafo bolognese (e non italiano, ché egli nell’ex patria non si riconosce più, e da tempo). È l’editore Minerva questa volta a farsi carico d’ospitare tra i suoi autori il nome del famigerato fascista Buscaroli, il revisionista totale, dall’arte alla musica, dalla storia d’Europa a quella mondiale. Questo libro, come il precedente Dalla parte dei vinti (Mondadori 2010), è un’antologia, integrata e allargata, di saggi, articoli e contributi i più caleidoscopici che il solitario prosatore – non mi va di chiamarlo giornalista: non sono uso alle offese – ha composto lungo l’arco d’oltre un cinquantennio, dedicandosi con tutto se stesso alla causa principe degli sconfitti, dei vinti irrimediabilmente di quella seconda guerra mondiale, prima e, di poi, del dopoguerra e delle memoria collettiva.

Le oltre cinquecento pagine, con apparato fotografico fuori testo, si schiudono con men di dieci per fissare subito i termini dell’impresa e dell’intendimento. Dopo un incontro deludente e nauseabondo con tal Gaetano Pieracci nel 1946, sindaco di Firenze e parente di Buscaroli per parte di madre, il Piero allora sedicenne ebbe questo colloquio col nobile Giorgio Falorsi, altro zio materno ma d’altra pasta, il quale gli disse: «“È stato il tuoincontro con la democrazia… Coraggio, Pierino, ti ci vorrà d’averne, ma tieni duro”. Glielo promisi, tenni duro… Tenni duro mezzo secolo, fino a questa vecchiaia».

buscaroli2E per mettere sin dapprincipio in chiaro qual è il metodo, Buscaroli dedica un lungo saggio a «Charette, l’eroe proibito», un illustre negletto dalla storiografia ufficiale perché chiave di lettura e comprensione sott’altri rispetto e luce di quell’infame Révolution che squassò la Francia e in seguito l’Europa tutta, le cui nefaste conseguenze ancor oggi scontiamo e viviamo, ma altresì d’eventi e sorti d’Italia. L’abisso in cui giace oggi l’ex patria è la conseguenza di quella ideologia furente e satanica. Nascondendone gli efferati e inutili crimini – i fatti di Vandea, sfondo della vicenda di Charette, sono il culmine dell’effusione di sangue – ed esaltandone i principi ideologici, tutto il derivato è salvo, sui campi di battaglia, nelle cancellerie e nei testi di storia, scolastici e non, quelli che ci appestano da plurimi decenni ormai. E all’interno del saggio troviamo una rivelazione che rovescia, ossia rimette in piedi e al loro posto, tutte le storiografie pseudo-revisioniste novecentesche, quelle che vogliono sullo stesso piano fascismi, reali o falsi, e comunismi nell’esercizio della morte, salvando invece la liberaldemocrazia, terzo scaltrissimo gaudente tra i due scemi litiganti. Nel Dusystème de Dépopulation, ou la vie et les crimes de Carrier, Gracchus Babeuf smentisce «dal principio l’immagine redentrice della Révolution», narrandone le efferatezze, un testo che «gli storici liberali e radicali, massoni e comunisti, avevano intenzionalmente lasciato nell’ombra». Poi Buscaroli seguita: «Ne denunciava il meccanismo intimo, di cui il Terrore era il solo esito possibile, coi caratteri che si mantennero nel passaggio dal giacobinismo liberale e democratico ai furori anarchici e bolscevichi». Attenzione, adesso. Buscaroli trova che il comunismo variamente declinato abbia mantenuto i caratteri della Révolution, quanto a ideologia macellaia. Parleremmo però più volentieri d’ispirazione e di responsabilità prima, ecco il punto revisionista centrale. Se tanto dobbiamo indulgere alle classifiche quantitative e cronologiche, vale che si dicano parole chiare: i primi ad allestire macellerie di massa per motivi ideologici, giustificando (ma poi neppur troppo) il furore assassino con la persuasione di bontà, furono i liberaldemoratici, i comunisti “solo” espandendo, con il sostegno della téchne, spettro e profondità d’azione. Nella Révolution troviamo tutte le parole chiave e tutti i metodi che saranno del comunismo, non meno che delle stesse liberaldemocrazie (Dresda docet e tutto lo squartamento a seguire negli anni a noi recentissimi, Libia, Iraq, Palestina, Siria, etcoetera, da decenni).

vandea_babeuf«I robesperriani che a Parigi inventavano il “popolicidio”, e Carrier, che l’applicava a Nantes, si erano persuasi che, “a conti fatti, la popolazione francese eccedeva le risorse del suolo” e siccome s’era deciso di ridurre il numero, conveniva cominciare con questi cristiani recidivi e realisti incorreggibili». Sostituite il contesto e innestate il concetto in Urss negli anni Trenta o in Cambogia nei Sessanta e i macabri conti torneranno. «L’avo patriarcale dei nostri comunisti poteva ben farci la figura del santone, perché i manovratori del terrore erano i “patrioti” liberali. Ma i clienti di quegl’istituti di rieducazione democratica che poi si chiamarono ufficialmente Glavnoe Upravlenie Legereje familiarmente Gulag, non faticarono a riconoscere il profumo delle origini quando il glorioso bicentenario si mise in moto. Lo disse Aleksandr Solgenitsin, chiamato a inaugurare il Mémorial de Vandée». Questo, e tutto il resto che qui non possiamo condensare, fanno del saggio su Charette pagine da leggersi e rileggersi e da divulgare, come da riprodurre e diffondere sono «La storia che scotta» e «Misera giovinezza di un misero Stato». La prima è una «Lettera a Francesca», una delle figlie di Buscaroli (l’altra femmina è Beatrice, la nota studiosa d’arte), quand’era una piccola scolara. È una lettera aperta in cui Buscaroli, schifato per l’«orgia di menzogne» contenuta nel sussidiario della figliola (ve ne è una discreta stomachevole antologia), risistema a dovere i contenuti laceri di una storiografia gaglioffa e collaborazionista. Un capolavoro di lettera, frammento di rettitudine e amore per un’Italia già rovinata e per una figlia che voleva proteggere dal tanfo. Il secondo documento data agli anni Settanta, ma sarebbe valido anche oggi: i giovani “italiani” dell’Italia democratica e liberata sono estratti dalle notizie di cronaca, nudi e crudi, a tratteggiare la gioventù nuova a fronte di quella vituperata del vituperato Ventennio. «Per recensire l’ultimo film uscito dai ricordi truccati e dalle digestioni pesanti di Fellini, Natalia Ginzburg ha scritto che la sua generazione, “di quelli che sono cresciuti nel fascismo, è una generazione di malinconici… il fascismo era sordido, miserabile, atroce… Tutta l’Italia era allora simile a una provincia”. Stiamo a vedere che cosa verrà fuori da questa Italia, nuova, cosmopolita, sprovincializzata, dal tono festoso e fiducioso delle generazioni nuove. Noi abbiamo l’amaro diritto di opporre a questi ricordi ritoccati e intrisi nel veleno dell’odio, la cui falsità può essere riscontrata da qualunque italiano sopra i cinquant’anni, l’eloquente panorama della nostra gioventù d’oggi, figlia di questo regime. Questa gioventù, allevata nella discriminazione faziosa, nel dileggio sui sacrifici e le speranze delle generazioni precedenti; questa gioventù, cui si sono iniettati ogni giorno il culto della mediocrità e della bassezza, l’apologia dell’opportunismo e del tradimento, l’esaltazione del menefreghismo e del carrierismo, l’adorazione forsennata del proprio vantaggio, del denaro e del sesso come soli e supremi valori della vita, è la più disperata e la più spenta che la storia d’Italia ricordi. Quando mai, se non per eccezioni patologiche, bambine e ragazze sotto i vent’anni cedettero alla prepotente vocazione di farsi prostitute in massa? E quando mai si videro legioni di lenoni ventenni? Minoranze, direte. Ma aggiungete le minoranze corrotte dei convitti, traviate dei riformatori, i giovani delinquenti, a spasso, i drogati, i violenti politici, e avrete un quadro spaventoso. Abbiamo il diritto di chiedere: che cosa avete fatto, o scellerati, che cosa fate dei nostri figli?». E giù con un’antologia da brivido, da cui togliamo: «A Montepulciano, basta che ci si imbatta, durante una lettura in classe, nella parola “circoncisione” perché l’insegnante (ripugna davvero usare questa parola) si precipiti alla lavagna a disegnare organi sessuali davanti a una scolaresca di tredicenni allibiti. I libri che questo sporcaccione di Stato consigliava agli scolari avevano titoli come La lotta sessuale dei giovani, Il diritto di aborto, La parte delle bambine, ecc. Un caso isolato? Non tanto. Prodotto del regime, costui preparava a sua volta le nuove leve per il futuro. All’Università Cattolica di Milano, le ragazze allestiscono una mostra sull’aborto e gli antifecondativi. Un manifesto impreca contro il peso della maternità, mostrando una donna incinta, con al piede la palla di ferro dei galeotti. Una studentessa annuncia che “le ragazze della Cattolica abortiscono molto di più di quelle della Statale”, aggiungendo che “questo è il sintomo della disperazione totale”».

Vi è poi una sezione dedicata a «Maestri, amici», una galleria di ritratti unici: Ardengo Soffici e Leo Longanesi (in cui si chiarisce in via definitiva la leggenda del celebre schiaffo a Toscanini), Vincenzo Cardarelli, il giurista Giovanni de Vergottini e lo scultore Francesco Messina, il latinista Ettore Paratore e Jacques Benoist-Méchin. Superba è poi la sezione dedicata alla «Dalmazia uccisa e perduta». E poi tanto altro, un affresco in chiaroscuro di questi lunghi decenni, l’epicedio per un’Italia amata e ora vissuta solo nei ricordi, nei libri, nei capolavori dell’arte, della letteratura, della musica. C’è persino una presa di posizione, netta e coraggiosa, sulla «macellazione statale dei corpi umani», ovverossia l’espianto-trapianto d’organi. In pubblico gli unici due a prendere posizione contro quest’infame orrore in Italia sono stati, inascoltati, Buscaroli e Ida Magli, e lo scrivente.

BenedettoCroce2Per chi invece volesse sapere di più su fascismo e dopoguerra, due sono i saggi da ben studiarsi: «Fascismo misterioso e incompiuto. A cinquant’anni dal 28 Ottobre 1922» è una summa teorica essenziale dell’invenzione di Benito Mussolini, che i maggiormente avveduti non stenteranno a riconoscere tra le più pertinenti e chiare uscite dalla penna di un osservatore di quel periodo. I liberali e gli antifascisti d’ogni risma invece meditino a fondo «Chi ha ucciso l’Italia», ove Buscaroli riporta ampi stralci, e li commenta, del discorso che Benedetto Croce tenne, il 24 luglio 1947 all’Assemblea Costituente, sulla ratifica del Trattato di pace, che umiliava il nostro Paese. Poche volte, in quell’aula sorda e grigia, si eran udite simili parole, che non si udranno mai più, e per giunta pronunziate da un nemico del fascismo, ma non dell’Italia, come invece erano, e sono, tutti gli altri nati dalla “resistenza”.

E proprio per ciò ci domandiamo il perché Buscaroli abbia scelto quel titolo di «nazione».Una nazione è un’entità politico-geografica autonoma e sovrana, una realtà esistente in sé e per sé, con capacità decisionali, in ogni dominio di azione e pensiero, non sottomessa a giogo straniero. Croce stesso lo rilevò, e lo vediamo noi da settant’anni che l’Italia non è piùquesto, e nemmeno un risveglio dal coma la rivedrebbe nazione. Meglio s’attaglian a descriver questa propaggine dell’Unione europea i versi di Dante: «Ahi serva Italia, di dolore ostello,/nave sanza nocchiere in gran tempesta,/non donna di provincie ma bordello». E Buscaroli e pochi altri fuori, distanti, altro. Ben fuori, ben distanti, ben altro.

Piero Buscaroli, Una nazione in coma. Dal 1793, due secoli, Minerva Edizioni, Bologna 2013

Marco Lenci, Corsari. Guerra, schiavi, rinnegati nel Mediterraneo, Carocci, Roma 2006

di Enrico Galoppini

Marco-LenciLa lettura di questo libro è stata come un tuffo nel passato: quando nei primi anni Novanta, iscritto all’Università di Pisa, ebbi la fortuna di seguire il corso di Storia dell’Africa del prof. Marco Lenci. Era un corso monografico sull’Islam e il mondo arabo, che fu un po’ il mio debutto in queste cose, per cui gli sono in un certo senso debitore se da quel momento ho preso ad interessarmi alla lingua araba, ai viaggi nei Paesi musulmani…

Quel che più mi è rimasto di quelle lezioni è l’entusiasmo che trasmettevano. Entusiasmo che raggiungeva l’apice quando si affrontava la storia dei corsari barbareschi, di quello spauracchio del “mamma li turchi” che un libro giunto a coronamento di meticolose ricerche dell’Autore riconduce a Storia a beneficio di un pubblico di lettori non necessariamente specialistico che si spera numeroso, in un periodo in cui ci vorrebbero far credere “noi” e “loro” siamo destinati solo e sempre a farci la guerra.

“Guerra” è difatti la prima parola del sottotitolo: ma, per esserci, una guerra ha bisogno di due contendenti, ed ecco che Marco Lenci mette in evidenza come sia da parte musulmana (le Reggenze barbaresche di Algeri, Tunisi e Tripoli, più il grande sponsor ottomano) sia da quella cristiana (l’Impero di Carlo V, e le varie marinerie degli Stati italiani, poi gli inglesi, gli olandesi, i francesi quando non furono più alleati della Sublime Porta… ed altri soggetti, tra cui Cavalieri di Malta e corsari privati) il Mediterraneo del Cinquecento e del Seicento[1] venne vissuto come uno spazio in cui esercitare un’egemonia innanzitutto politico-militare, ma anche commerciale e culturale.

lenci_corsariLa lettura di questo libro è senz’altro istruttiva per comprendere come queste due ultime dimensioni potessero comunque esplicarsi (con modalità ed esiti che sovente lasciano sbalorditi)[2] mentre “ci si faceva la guerra”: un insegnamento per chi anche oggi intende ridurre tutto al momento bellico e/o ‘civilizzatore’, senza considerare che l’eterogenesi dei fini è un meccanismo implacabile…

“Schiavi”: per Stati atipici come quelli maghrebini, la cui economia gravitava soprattutto intorno alla guerra di “corsa”, l’uomo era la preda più ambita. Alcuni erano venduti, altri venivano “riscattati”. Di nuovo, uno scontro prepara un incontro: le Compagnie cristiane specializzate nel riscatto, formate da religiosi, relazionavano su quelle contrade, così come i riscattati tornavano a casa e raccontavano quel che avevano visto ed appreso (e a loro volta erano stati fonti di conoscenze per le società maghrebine).

“Rinnegati”: ma c’era anche chi non tornava e sceglieva di “fare carriera” in una società dai caratteri fortemente dinamici (è noto il caso del calabrese Giovanni Dionigi Galeni, ‘Ulûj ‘Alî, uno dei capi della flotta ottomana nella battaglia di Lepanto), oppure chi volontariamente andava tra gli “infedeli” a cambiar vita; ma il libro giustamente parla anche degli schiavi musulmani, con un occhio di riguardo per alcuni casi italiani.

Sull’argomento aveva già scritto pagine importanti Salvatore Bono[3], ma questo libro – che si articola in tre parti: La corsa barbaresca; La risposta europea; Il lato umano: galeotti, schiavi, rinnegati – ha il pregio dell’equilibrio tra la puntualità dell’indagine scientifica e la vivacità della narrazione di una vicenda storica della quale l’Autore evidenzia – a mio avviso opportunamente – una dimensione umana che senz’altro rivelerà numerose sorprese al lettore[4].

Note:

[1] Nel Settecento il fenomeno persiste ma perde vigore per una serie di motivi ben spiegati nel testo, salvo poi riprendere dalla Rivoluzione Francese al 1830, l’anno della spedizione militare francese ad Algeri.

[2] Per questo va bene parlare in un simile contesto di “cristiani” e “musulmani”, purché si stia attenti a non generalizzare, dato che (come già avvenne nelle fasi delle Crociate e della Reconquista) si verificarono alleanze incrociate, tradimenti e scontri nell’un ‘campo’ e nell’altro…

[3] Per una sintesi della sua opera se ne legga Il Mediterraneo. Da Lepanto a Barcellona, Perugia, Morlacchi, 1999, da me recensito proprio su “La Porta d’Oriente”, v.s., n. 1, a. 1, pp. 156-162 (disponibile sul sito “EstOvest”: http://www.estovest.net/letture/bono.html).

[4] L’Autore mi perdonerà un paio di appunti: la mancanza di un glossario dei termini tecnici (nel quale spiegarne l’etimologia araba o turca); lo stupore nel veder reso jihâd con “guerra santa” (certo, il clima, soprattutto nel Cinquecento, quando il Mediterraneo rischiò di diventare un ‘lago ottomano’, era quello, ma nel glossario che non c’è si sarebbe potuto spiegare meglio un concetto tra i più equivocati tra i non musulmani).

Alessandro Vanoli, Andare per l’Italia araba, Il Mulino, Bologna 2014

di Enrico Galoppini

italia_araba_vanoli2Quando visitiamo un Paese o studiamo un periodo storico è sempre bene ricordarsi che noi possiamo o riusciamo a vedere solo quello che i nostri occhi sono in grado di vedere.

Alessandro Vanoli, autore di Andare per l’Italia araba (Il Mulino, Bologna 2014), ciò lo mette in chiaro fin dalle prime battute di questo suo agile e stimolante volumetto, che in 140 pagine, lungi dal pretendere di esaurire l’argomento della presenza araba e islamica in Italia, stimola il lettore ad approfondire una traccia sotterranea della nostra identità.

Che cosa intende esprimere il Vanoli con quell’opportuna avvertenza che riaffiora qua e là nel testo? Che non è affatto scontato che gli uomini che hanno vissuto nella Penisola nei secoli passati abbiano saputo “vedere” quello che per noi, oggi, può risultare di una certa evidenza.

Perché l’interesse per questo o quel “momento” della nostra storia, per esaltarlo o denigrarlo, deriva essenzialmente dal “clima” di un’epoca.

Durante il Fascismo, per esempio, venne incoraggiata al massimo grado la riscoperta delle vestigia romane (e non solo). Poi, col crollo del regime, vi fu un certo ripensamento al riguardo dell’unilateralità di quella prospettiva (per giungere, purtroppo, anche ad eccessi di segno opposto). Insomma, gli uomini di ogni epoca risentono delle idee che circolano, le quali ‘aprono’ loro gli occhi in una direzione o un’altra.

E così, attraverso rapidi e sintetici ‘affreschi regionali’ – dalla Sicilia alla Puglia, dalla Campania alla Toscana, dal Veneto al Piemonte – l’esperto medievista già autore de La Reconquista (2009) e La Sicilia musulmana (2012) ci conduce lungo le tappe a suo parere più significative, storiche ed artistiche, di quella che potremmo definire “l’Italia arabo-islamica”.

Che altri, producendo volumi davvero pregevoli per quantità e qualità d’informazione, hanno indagato con maggior dovizia di particolari[1].

Ma questo libro, come scrivevamo, è un invito. Un invito a scoprire – o riscoprire – quel passato.

Che convive in noi, anche se spesso non lo vogliamo ammettere o riconoscere, succubi come siamo di una propaganda che vorrebbe tracciare una linea di demarcazione netta tra “noi” e “loro”.

AlessandroVanoliInvece le cose sono fortunatamente un attimo più complesse. E di questa complessità della storia (un elemento sul quale Romolo Gobbi ha invitato a riflettere) Vanoli dà perfettamente conto ricordandoci, per esempio, che mentre “il turco” metteva una gran paura c’era chi, senza tanti sotterfugi, ci faceva lauti guadagni, in nome di quel commercio che, assieme alla cultura, non ha mai sopportato troppe barriere.

I limiti e le differenze tuttavia esistono, essendo probabilmente un dono della Provvidenza (il Corano stesso invita a meditare su questo, proponendo l’immagine di una “misericordia” per gli uomini, affinché nel confronto – e, perché no, nello scontro – si migliorino e si avvicinino alla Perfezione). Altrimenti non potremmo neppure parlare di “Italia araba”, bensì, in assenza di qualsiasi “differenza”, di un tutto indistinto dalle sembianze decisamente inquietanti e disperanti.

Per questo, accogliendo con entusiasmo l’invito dell’autore a mettersi in viaggio alla ricerca di questa “altra storia”, vorremmo ricordare a chi ha in orrore le “identità” che più ve ne sono, in una stessa persona o comunità, e meglio è. Mentre la tragedia è quando non ve n’è più alcuna o, variante sul tema, se ne proclama solo e sempre una, in maniera interessata e sclerotica, per bassi fini che non hanno a che vedere in alcun modo con la tanto sbandierata “cultura” e, tanto meno, con la ricerca della Verità.

E allora mettiamoci in cammino, lungo le vestigia e le storie di questa “Italia araba” che Alessandro Vanoli è stato in grado di “vedere”[2].

Note:

[1] Tra i vari titoli che si possono citare da un’oramai corposa bibliografia: F. Gabrieli, U. Scerrato, Gli arabi in Italia. Cultura, contatti e tradizioni, Garzanti/Scheiwiller, Milano 1985 (2a ed.); G. Curatola (a cura di), Eredità dell’Islam. Arte islamica in Italia [Venezia, Palazzo Ducale, 30.10.1993/30.4.1994], Silvana Editoriale, Milano 1993; S. Allievi, Islam italiano. Viaggio nella seconda religione del paese, Einaudi, Torino 2003; L. Scarlini, La paura preferita. Islam: fascino e minaccia nella cultura italiana, Bruno Mondadori, Milano 2005; Venezia e l’Islam. 828-1797 [Venezia, Palazzo Ducale, 28.7./25.11.2007], Marsilio, Venezia 2007; A. Feniello, Sotto il segno del leone. Storia dell’Italia musulmana, Laterza, Roma-Bari 2011.

[2] Il libro si conclude significativamente con una tappa a Torino, forse la città d’Italia più “araba” dei nostri giorni. A riprova che “l’Italia araba” non è solo questione di testimonianze architettoniche, d’immaginario ispirato all’“Oriente” e di pagine di storia più o meno significative. A testimonianza di un rapporto ed un interesse duraturi che si dipanano tra fasi alterne, luci ed ombre, possiamo annoverare anche la recente rinnovata diffusione dell’editoria specializzata nell’insegnamento della Lingua araba, dopo le prime pionieristiche e per certi versi insuperate grammatiche d’epoca coloniale.

Massimo Jevolella, Le radici islamiche dell’Europa, Boroli Editore, Milano 2005

di Enrico Galoppini

radici_islamicheSgombriamo subito lo spazio da un equivoco che potrebbe ingenerare involontariamente il titolo del libro. L’Autore non intende sostenere che le “radici dell’Europa” siano esclusivamente islamiche. Si tranquillizzino dunque gli islamofobi più scalmanati.

Certo, però, una volta chiarito che oggetto del libro è il riconoscimento di un “travaso di civiltà” verso l’Europa dalle terre dell’Islam mentre la prima faticava ad uscire ancora dal trauma del crollo dell’Impero romano, non siamo del tutto sicuri di aver placato i furori di tutti quelli che, come sentono parlare d’Islam, cominciano ad agitarsi e a sudar freddo.

Ma bisogna farsene una ragione: esistono anche le “radici islamiche” dell’Europa. Non solo quelle greco-romane e/o giudaico-cristiane, tanto per citare le due più gettonate (e strumentalizzate).

Di prim’acchito uno potrebbe contestare che no, non è possibile, perché tutti questi musulmani e le loro moschee non s’erano mai visti da queste parti. Eh, fosse così semplice la questione… E ci voleva qualcuno che si prendesse la briga di spiegarla, con stile divulgativo ma dall’alto di una notevole preparazione in materia.

E con tanta, tanta buona volontà.

Sì, perché di questi tempi, un Massimo Jevolella che si mette a raccontare – rimandando il lettore a fondamentali riferimenti bibliografici – che l’immagine dell’Islam e del suo Profeta è stata condizionata dalle trasformazioni politiche e culturali del “vecchio continente”; che “il sapore dell’estasi” (cap. 2) accomuna Dante Alighieri, la sua Commedia e l’Ascensione proprio di quel terribile “Maometto”…[1] ; che le origini della poesia “cortese” e del relativo concetto di “amore” sono assolutamente islamiche; che tra spiriti elevati non esistono barriere religiose o “culturali” di sorta (Federico II, San Francesco, il massimo_jevolellaSaladino, il sultano ayyubide d’Egitto); che la civiltà islamica al suo apogeo ha sempre esaltato la ricerca della “scienza” – di una scienza primariamente rivolta all’edificazione di sé – ovunque essa fosse disponibile (cap. 5), e che a sua volta l’ha messa a disposizione anche del “nemico” (si pensi alle matematiche, alle conoscenze mediche…); che il viaggio in Oriente, in special modo quello tra i musulmani, ha rappresentato, quando gli europei si sono sentiti più forti, un elemento importante nella definizione della loro identità. Insomma, uno che si prende la briga di condensare in sole 141 pagine la ricchezza e l’inestimabile dono di cultura e sapienza che ci è arrivato dalla civiltà islamica, in tempi di terror panico per ciò che concerne i “seguaci di Allah” non può che appartenere all’evangelica schiera degli uomini di buona volontà.

Quelli che, invece di seminare discordia, cercano di metter pace. Perché la prima è facile a spargersi, anche in mezzo a tanta “erudizione”; la seconda comporta un enorme sforzo di autocontrollo. Non è forse anche questa una forma di jihâd?

Le radici islamiche dell’Europa entra così a far parte di quei libri che non dovrebbero mancare dalla biblioteca di un ministro degli Esteri o di un ministro della Cultura. E, diciamocelo pure, dalle biblioteche di tutti quegli esagitati che in nome di un preteso “Islam delle origini”, assolutamente “puro” ed “incontaminato” che oggi essi sarebbero in grado di riproporre, si permettono d’infamare il nome di Dio perché, anziché “cercare la scienza, fosse pure in Cina” (detto profetico), ricercano con un “martirio” ben poco ascetico e molto “moderno” (perché intriso d’odio) la scorciatoia per il Paradiso.

corano_libropaceForse, a tutti costoro – gli uni adusi ad accodarsi alle “missioni di civiltà” occidentali, gli altri sclerotizzati al punto dal condannare come “innovazione” tutto quello che non s’inquadra nel loro sistema ideologico – farebbe bene ricordarsi che Wa lâ Ghâliba illâ Llâh (Non vi è Vincitore se non Allah).

A questa verità assoluta, scolpita a ripetizione nell’Alhambra, Jevolella dedica il capitolo 3 del suo libro, tra i cui ulteriori pregi si annovera quello di chiarire, pagina dopo pagina, che interminabili querelle come il conflitto tra “scienza e fede” sono puramente oziose perché partono da un presupposto sbagliato. La religione, purtroppo, salvo rari periodi aurei (come quello “islamico” qui indagato che va grosso modo dalle origini alla conquista mongola della Siria), è rimasta a tutte le latitudini ostaggio di persone inadeguate, che per puntellare il loro potere hanno frapposto una miriade di ostacoli ad un “progresso” in determinate scienze che comunque ha innegabilmente migliorato, dal punto di vista materiale, l’esistenza della persone. Mentre a Cordova o a Baghdad si godeva di quelli che oggi chiameremmo i “comfort” e si veniva curati persino per le malattie mentali, in Europa si moriva per un raffreddore e a chi soffriva di qualche turba psichica non si trovava di meglio che impartirgli digiuni e penitenze.

libro_dei_cerchiMa la fine della storia qual è stata? Che oggi, tutto questo “progresso” s’è per così dire inorgoglito, e se agli europei, trasformatisi in “occidentali” in opposizione agli “orientali”, esso ha dato alla testa facendo loro dimenticare che, alla fine, anche di una lavatrice o di un frigorifero dovrebbero sempre ringraziare Iddio, ai musulmani che se lo son visto arrivare tra capo e collo, senza alcuna “metabolizzazione” (nel bene e nel male), esso ha prodotto più d’uno sconquasso cui il cosiddetto “fondamentalismo” tenta di dare una risposta.

Ma forse “la religione non è cosa per tutti”, verrebbe da dire. Col che ci troviamo d’accordo con Jevolella quando qua e là, nel suo affascinante affresco, prende apertamente le parti dell’Islam dei “mistici”, e non di quei “dottori della legge” che, assieme ad una “scienza” e una “tecnica” senz’anima, hanno saputo produrre i peggiori obbrobri “islamici”.

Ma questa è storia di oggi, mentre quella che Massimo Jevolella invita il lettore a ripercorrere per sommi capi è quella che – grazie ad una trasmissione del sapere che proveniva dalla Persia, dall’India e, per l’appunto dalla Cina (non solo dalla Grecia…) – possiamo, senza temere le rimostranze di qualche islamofobo, assumere a pieno titolo tra le radici islamiche dell’Europa.

Note:

[1] Sarà utile ricordare che la Luni Editrice ha riproposto nel 2014 la ristampa della traduzione dello studio di Don Miguel Asín Palacios, Dante e l’Islam, pubblicato per la prima volta in Spagna nel 1919 (prima traduzione italiana: Pratiche Editrice, Parma 1994).

Massimo Fini, Il Mullah Omar, Marsilio, Venezia 2011

di Enrico Galoppini

libro_fini_ mullah_omarChe cosa può avere in comune un uomo di cinquant’anni che ne ha passati trenta a combattere gli invasori della sua terra e i loro collaborazionisti con un altro che ha trascorso la sua esistenza facendosi sostanzialmente i fatti suoi mentre tutto intorno gli crolla addosso?

Aggiungiamoci poi che il primo è devotissimo e consapevole che chi vende la sua terra perde il suo Dio. Il secondo, all’esatto opposto, perde giorno dopo giorno brandelli della sua terra perché s’è dimenticato di Dio.

L’uno è un essere umano sostanzialmente radicato nella sua tradizione, l’altro è l’uomo moderno che con la tradizione ha reciso il legame.

Ecco, credo che stia tutto qui lo “scandalo” che la biografia di Massimo Fini dedicata al Mullah Omar ha suscitato nei commentatori più in voga dei giornali e delle riviste italiane. Di un’Italia che s’è andata a ficcare in una bega, quella afghana, che non le competeva, ma l’ha fatto per compiacere il padr… ehm, “l’alleato” americano.

Quello che non è stato perdonato a Massimo Fini, specializzato nella ‘riabilitazione’ di personaggi consegnati dalla damnatio memoriae (tra questi, Nerone), è dunque questo: che ha sbattuto in faccia ad una pletora di nullità esistenziali la loro più intima essenza, ponendo loro davanti lo ‘specchio’ del Mullah Omar.

Che forse ancora più di Hitler o Stalin, e probabilmente più di Bin Laden (che comunque conosceva bene la “modernità” e l’accettava in buona parte), è l’inconcepibile per eccellenza di coloro che vivono beati e soddisfatti nei loro comfort. Ed istupiditi ad un punto tale dal non capire che i Talebani col cosiddetto “terrorismo” (“islamico” o altro) non c’entrano un accidente. I talebani – come spiega con dovizia di particolari ed aneddoti l’autore di pamphlet memorabili – sono dei patrioti, punto e basta, piaccia o non piaccia.

Certo con la loro particolare weltanschauung islamica declinata secondo l’interpretazione uscita dalle madrase del Pakistan piene di profughi della guerra con l’Urss. Ma in grado di garantire per alcuni anni, in un trentennio di guerre, ad una terra che tutti (pashtun, tagiki, uzbechi, hazara ecc.) sentono propria, un livello di sicurezza che nessuna “missione internazionale” in nome degli altisonanti “valori occidentali” è mai stata capace di stabilire. Semplicemente perché col passare degli anni, dopo una serie inenarrabile di atrocità subite dagli afghani (tra cui le assurde e vigliacche stragi effettuate coi droni), questi non ne possono più di avere stranieri tra i piedi e sono perciò contenti di sopportare quello che al limite – i talebani – sono per essi il male minore.

mullah_omarEppure, proprio per la sua assoluta indisponibilità ai compromessi con gli occupanti tipica dei vari Karzai e dei “signori della guerra, il Mullah Omar è assurto, per un certo periodo di tempo – prima che arrivasse sugli schermi televisivi direttamente da Hollywood il “califfo al-Baghdadi” – a simbolo del “Male assoluto”, di cui l’Occidente ha sempre un gran bisogno.

Dicevamo che questo incredibile personaggio, schivo, a suo modo gentile e alieno da ogni gratuita efferatezza, sintetizza tutto quello che gli occidentali moderni – in particolare i leccapiedi del giornalismo “autorevole” e chi li segue – detestano in maniera assoluta: la religione, il patriottismo, la disposizione al combattimento.

Se a ciò si aggiunge l’amore per una vita sobria e spartana, lontana dalle luci della ribalta, e l’inflessibilità nell’applicare la legge a pro della sicurezza della propria gente, si ricava l’esatto opposto di chi per primo s’è scagliato contro Massimo Fini e, tramite lui, un personaggio eroico dei nostri tempi dal quale noialtri, che tremiamo come foglie alla sola minaccia del declassamento del “rating”, dovremmo solo prendere lezioni per dare avvio alla nostra lotta di liberazione dall’occupante straniero.