Il nemico è uno solo

di Enrico Galoppini

Il nemico… l’unico vero nemico sta dentro di noi: “In verità Satana per voi è un nemico, pertanto prendetevelo come nemico”. La parola araba per “nemico” è ‘aduww (عدوّ), della stessa radice di mu’tadûn/în, che in certe traduzioni un po’ troppo “militanti” è reso con “aggressori” dove Allâh afferma che “non ama” costoro. Ma se consideriamo l’etimo di queste parole di radice ‘ayn-dâl-wâw (ع د و), esso è piuttosto qualcosa che va ben oltre quello di “aggressori”, perché ci parla del superamento, del travalicamento del “limite”. Perciò è nemico colui che ci aggredisce, certo, ma perché oltrepassa i limiti posti da Allâh (hudûd Allâh), cioè quelli delle Sue leggi, che non vanno superati.
Che cosa fa, infatti, il Satana (Shaytân) interiore? Induce chi non lo tiene a bada a superare il limite e dunque ad incorrere proprio in quella hybris che i Greci avevano individuato come la tracotanza che induce l’uomo a sentirsi onnipotente ed a ribellarsi contro l’ordine divino.
Tracotanza che verrà punita da Dio stesso. Per questo Shaytân, essendo il “nemico” per eccellenza, va combattuto incessantemente in quel jihâd an-nafs che, lungi dall’essere la cosiddetta “guerra santa” dei giornalisti e del pubblico che li segue, è la lotta contro quell’io irrisolto che porta, a causa del “sussurro” di Shaytân, a superare “i limiti di Allâh” mandando così in rovina chi insiste su questa strada.

Due note su “Allâhu akbar”

di Enrico Galoppini

Bene, spieghiamo due cose.
L’Arabo, come le altre lingue semitiche, ha la caratteristica di avere quasi tutte le parole derivanti da una radice triconsonantica. Quella K-B-R veicola l’idea di grandezza.
KaBuRa = essere o diventare grande
KaBBaRa = ingrandire
istaKBaRa = sentirsi grande (in senso figurato, negativo).
KaBîR = grande (pl. KiBâR, inteso anche come “adulti”).
muKaBBiR = che ingrandisce (da cui anche “amplificatore” se si aggiunge la parola “suono”).

Detto questo, poiché la disposizione delle vocali, brevi o lunghe, più altre eventuali consonanti, dà la forma della parola e dunque il suo significato preciso rispetto al senso generale veicolato dalla radice, la parola aKBaR, che è ricalcata sulla forma in uso per l’elativo, utilizzata per rendere sia il comparativo di maggioranza che il superlativo relativo, significa letteralmente “più grande”. La si potrà utilizzare, come detto, per dire per esempio che il tale è più grande di un altro (servirà allora la preposizione “min” che precede il secondo termine di paragone), oppure per esprimere, previo articolo determinativo o speficificata da altro nome o pronome, per esprimere il nostro superlativo relativo.

Pertanto Allâhu akbar non vuol dire né “Iddio è grande” né “Iddio è il più grande” (il verbo essere in Arabo, al presente, è sottinteso). Allâhu akbar è da tradursi con “Iddio è più grande”. D’altra parte se traducessimo con “Iddio è il più grande” porremmo pur sempre un paragone con altri da Lui, il che non è possibile perché Allâh è all’origine di tutto ed è la causa delle cause.

Dunque, affermando col taKBîR (l’infinito di KaBBaRa) che “Iddio è più grande” si afferma che nulla e nessuno Gli è paragonabile. Allâhu akbar viene ripetuto in apertura e chiusura della chiamata alla preghiera, giusto per ribadire Chi è l’oggetto dell’adorazione.

Il nome d’Iddio viene ripetuto in ogni occasione tra i musulmani, non essendoci alcun interdetto al riguardo e, anzi, essendone incoraggiata il più possibile la diffusione poiché in questo modo tutto un mondo, dalle persone alle cose, e le loro interazioni, viene per così dire sacralizzato.

(*) Prima che qualcuno venga a mettere i puntini sulle “i” al riguardo di questioni linguistiche, sottolineo che questo non è un post per specialisti, bensì per chi, non sapendo nulla o quasi della materia desidera capire qualcosa in mezzo a un mare di disinformazione.

Precisazioni sull’Islam

Siccome non ne posso più di sentire stupidaggini sull’Islam, ripropongo una breve intervista al sottoscritto, di ben diciotto anni fa, che credo possa essere d’una qualche utilità per chi ancora ha le idee molto confuse al riguardo. La inserii in «Islamofobia. Attori, tattiche, finalità», pubblicato nel 2008.
Per quanto riguarda il passaggio in cui parlo del turismo nei Paesi arabi ed islamici, nel 2005 non avevo ancora cominciato a curare dei viaggi in prima persona. Avevo solo svolto la funzione di accompagnatore per alcuni operatori turistici, nei quali la mia funzione era piuttosto marginale. E, soprattutto, non avevo alcuna voce in capitolo sulla ricerca dei partecipanti.
E.G.

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INTERVISTA SULL’ISLÂM (*)

D: Negli ultimi tre anni si è parlato continuamente di “mondo islamico”, tanto che nelle masse si è creata l’illusione di sapere molto, quasi tutto, su questa religione. Ad avviso di chi scrive, questo genere di conoscenza è ancora più pericolosa della totale ignoranza; ti chiedo perciò una cosa molto impegnativa: “Che cosa è l’Islàm”?

R: Già negli anni Novanta esisteva una discreta mole di pubblicistica divulgativa sull’Islâm, sollecitata dal fenomeno dell’immigrazione di aderenti a questa religione (che, cercherò di spiegarlo, è una completa visione del mondo). L’approccio, in quei testi, era generalmente molto rispettoso, talvolta addirittura lusinghiero. E questo, ricordiamolo, quando ad ogni buon analista appariva chiaro che con l’Occidente coalizzatosi nel 1990 contro il “cattivo” Saddam Hussein si preparava lo schema da “scontro di civiltà”. Ma ancora il lavoro dei vari “pensatoi” (i think tank…) non aveva scavato a fondo nelle coscienze, e l’islamofobia manifesta rimaneva un fatto di nicchia, appannaggio di coloro che l’hanno da sempre coltivata sognando le Crociate e Lepanto. Non era, insomma, un fenomeno di massa, anche se, ad onor del vero, “il Turco”, “il Saraceno”, “il Maomettano” sono incubi che abitano nel profondo della “psicologia collettiva” europea, in specie quella meridionale, e che perciò, facilmente, possono sempre essere riportati in superficie. Ad un livello, appunto, di “psicologia collettiva”, con l’11 settembre è stata effettuata un’operazione di riattivazione di questo “materiale psichico” sedimentatosi nel corso dei secoli (non solo a causa di pregiudizi, per carità, perché le scorrerie dei corsari barbareschi sulle coste italiane sono un fatto, anche se questo argomento è complesso e non c’è lo spazio per svilupparlo qui).
Questa premessa per dire che in tutto il parlare che dopo l’11 settembre occupa intere serate d’intrattenimento e nella valanga di instant book, opuscoli e dossier sull’Islâm nei quali si sono cimentati un po’ tutti spesso traspare l’intento (compiacendo i relativi committenti…) di nuocere all’Islâm e ai musulmani. Non si tratta ad ogni modo di un serio tentativo di conoscenza, ma, come di norma accade, di una scorciatoia per “farsi un’idea”. Ora, questo non è detto che porti inevitabilmente a risultati negativi: dipende sempre dall’intenzione che muove chi scrive e chi legge. Per di più, ovviamente, non possiamo conoscere tutto, e difatti non si conosce mai completamente niente di tutto ciò che appartiene al mondo fenomenico. Io stesso, all’inizio dei miei corsi all’Università, dico sempre “qui ci facciamo un’idea sull’Islâm”, e non “alla fine del corso conoscerete l’Islâm”. Siccome però mi chiedi “che cosa è l’Islâm”, ti risponderò partendo dall’etimologia. Le parole arabe hanno quasi sempre una radice triconsonantica che nel caso del termine “Islâm” è sîn-lâm-mîm (s-l-m), le cui forme verbali veicolano i seguenti significati: essere sano, in buona salute, consegnare, consegnarsi, arrendersi. Tra queste forme verbali, quella da cui deriva il nome “Islâm” è una di quelle che esprime un atteggiamento attivo, per cui, ricorrendo ad una perifrasi, si potrebbe definire l’Islâm un “consegnarsi volontariamente al volere divino (espresso a chiare lettere nel Corano)”. Spesso si leggono delle spiegazioni approssimative: “salâm” (pace) ha certo la stessa radice di “Islâm”, ma “Salâm” e “Islâm” non sono la stessa cosa, né ha senso dire che l’Islâm è “la religione della pace”. La Pace (con la P maiuscola) è una conseguenza dell’Islâm, e as-Salâm (“la Pace”) è uno dei 99 Nomi divini “più belli”. Per non parlare della “sottomissione (a Dio)”, che dà l’idea di un credente tiranneggiato da un dispotico Signore.
In estrema sintesi, è musulmano colui che riconosce l’Unità e l’Unicità di Dio (tawhîd) espresse nella shahâda, la testimonianza di fede che recita: “Non c’è divinità se non Iddio, e Muhammad è l’Inviato d’Iddio”. A questo punto, il credente (al-mu’min; Îmân = fede), colui che crede in Dio, nei Suoi Angeli, nei Suoi Libri, nei Suoi Inviati, nell’Ultimo Giorno (il “Giorno del Giudizio”), esprime il suo Islâm nella pratica dei cosiddetti cinque “pilastri dell’Islâm”, che sono, dopo la shahâda: la salât, la preghiera canonica rituale cinque volte al dì; la zakât, una vera e propria tassa esatta dallo Stato per conto della comunità secondo precise indicazioni a seconda dei beni (tipologia, minimo imponibile, aliquota) e ridistribuita a beneficio di precise categorie di aventi diritto; sawm Ramadân, ovvero l’astinenza (piuttosto che “digiuno”) durante il mese di Ramadân (il 9° del calendario lunare islamico), dall’alba al tramonto di ogni giorno; il hajj, il Pellegrinaggio alla Casa Santa (il “Centro del mondo”, il “santuario” di Mecca che contiene anche la Ka‘ba con la Pietra Nera) in precisi giorni dell’anno, almeno una volta nella vita.

D: Pensi che gli opinion makers abbiano in fin dei conti evidenziato cose giuste o pensi che abbiano solo fatto confusione?

R: Se si riflette sul significato di “opinion makers”, “fabbricanti di opinioni”, in pratica ci si è già dati una risposta. Questi personaggi, in numero tutto sommato esiguo, onnipresenti e presentati come degli autentici oracoli (anche grazie al fatto che li si sottrae ad ogni autentico contraddittorio), svolgono alla perfezione il compito cui sono stati delegati, ovvero la fornitura di un ‘corredo’ intellettuale, una sorta di sapere prêt à porter funzionale alle esigenze politiche dei loro committenti. Che difatti li pagano profumatamente… Non si tratta perciò d’interrogarsi in merito a quel che propongono di volta in volta ad un pubblico in massima parte sprovveduto e che li considera la necessaria ‘porta’ per ottenere delle informazioni sul mondo arabo-islamico. I loro argomenti alla fin fine ruotano sempre attorno ad un’unica esigenza: creare allarmismo attorno all’Islâm, ponendolo al centro della scena dicendo: “il problema, oggi, è l’Islâm”, quando invece gli italiani – e non solo – avrebbero ben altri bersagli cui indirizzare le loro preoccupazioni di carattere politico, sociale ed economico.

D: La conoscenza diretta del variegato mondo islamico è quasi interamente affidata ai canali del turismo di massa. Non credi che anche un genere di contatto simile non faccia altro che alimentare luoghi comuni e pregiudizi?

R: Il turismo di massa è una parodia dell’incontro tra culture e genti diverse. Per esperienza diretta, avendo avuto occasione di accompagnare dei gruppi di turisti nel Vicino Oriente, posso affermare che sebbene i partecipanti a questo tipo di viaggi siano generalmente discretamente motivati e posseggano un livello di “cultura” piuttosto elevato, queste fugaci esperienze in loco non li ‘vaccinano’ dal contagio da “scontro di civiltà”, magari a loro stessa insaputa. Mi spiego: avendo apprezzato il valore dell’arte islamica e la straordinaria profondità delle culture dei Paesi visitati, provano sincera indignazione alla notizia della distruzione di un importante museo sotto le bombe americane, ma si dimostrano completamente vulnerabili sul piano della propaganda di tipo politico essendo pronti a condannare qualsiasi resistenza armata all’invasore, come se questi popoli – i reali popoli arabi e islamici, e non quelli dei libri e dei musei – non fossero capaci di scegliere l’opzione politica che più si confà al loro sentire e alla loro cultura, e perciò degni di rispetto per le scelte che fanno in quello che ritengono essere il loro interesse.
Anche in questo si riflette una grave incapacità a concepire l’Altro da sé. Più di vent’anni fa Pascal Bruckner – di certo non un “progressista” – scriveva ne Il singhiozzo dell’uomo bianco che “l’indigeno è accettato solo se bisognoso (di carità missionaria) o rivoluzionario (marxista-leninista)”, e la situazione è senz’altro peggiorata perché ciò significava che almeno entro certi schemi gli si riconosceva il diritto di ribellarsi!
Il turista, sebbene armato delle migliori intenzioni, cerca inoltre una realtà contraffatta, imbevuta d’esotismo, nella quale il rapporto con la gente del posto si limita ad una serie ritualizzata di situazioni-tipo, qual è ad esempio la tipica scorribanda in un sûq. Oppure, che dire di quell’autentica “barbarie del comfort” che caratterizza questi costosissimi viaggi? Il turista mangia razioni doppie o triple di cibo rispetto alle gente del posto, vive in ambienti dove si pulisce sul pulito, è causa – con la complicità di affaristi locali legati a catene multinazionali – dello scempio di molti paradisi naturali. Per di più, agli occhi dei locali, tutto questo sfarzo alimenta il pregiudizio per cui noi “occidentali” siamo tutti dei piccoli Paperon de’ Paperoni, con buona pace dei bei discorsi sulla comprensione reciproca di cui s’ammanta l’industria turistica… .

D: È innegabile che nella religione musulmana si sia innestata una componente guerresca. Non sto a sindacare se questa componente sia comprensibile o meno, tuttavia mi chiedevo se tali caratteristiche non siano un prodotto di una certa “colonizzazione di ritorno”. Quale che sia il nostro giudizio su Bin Laden, non pensi che sia difficile ritrovare in lui un reale atto di rivolta, vista la sua profonda appartenenza ai miti dell’Occidente?

R: L’Islâm parte da una base realistica, e non descrive il mondo così come ci piacerebbe che fosse, con gli agnellini accarezzati da belve feroci, tipo l’iconografia di certe chiese statunitensi. La vita contempla anche il combattimento, la lotta, e chiunque lo sperimenta ogni giorno. La guerra fa parte della vita degli uomini e delle comunità. Ma l’importante è stabilire delle regole che assicurino il rispetto di alcune garanzie fondamentali e, soprattutto, contribuiscano a ristabilire al più presto le condizioni per una pace con giustizia e quindi duratura .
Dunque, per evitare fraintendimenti, bisogna spiegare che cosa è il jihâd, nel 99% dei casi tradotto con “guerra santa” senza aggiungere altro, senz’altro in malafede quando si tratta di inviati che da anni stanno al Cairo o a Gerusalemme (senza sapere l’arabo!). Di nuovo, dobbiamo rivolgerci all’etimologia. La radice triconsonantica jîm-hâ’-dâl (j-h-d) veicola i significati di “sforzo”, “impegno”, “assiduità”, “applicazione con zelo”. La forma verbale jâhada significa “combattere qn.”, ma al-jihâd fî sabîl Allâh è “il combattimento sulla Via di Dio”, un “sacro sforzo” per avvicinarsi a Lui. Qui l’Islâm distingue due tipi di jihâd: il “grande jihâd”, che è quello contro le proprie passioni, contro l’anima concupiscente dispersa nella molteplicità, ed un “piccolo jihâd”, quello da svolgere con le armi in difesa della comunità. Quest’ultimo, come è scritto nel Corano, non ha niente a che vedere con la guerra indiscriminata o “totale” moderna, dove le prime vittime sono le popolazioni civili proprio perché non esiste più la distinzione tra militari e non, essendoci un solo soggetto che svolge operazioni di “polizia internazionale” a caccia di ‘fuorilegge’ (e i popoli lo sono nella misura in cui sostengono i “dittatori”: per questo c’è l’embargo…), come nella migliore tradizione western. Tutto nel jihâd è sottoposto a regolamentazione: dal trattamento del prigioniero, alla spartizione del bottino eventualmente preso al nemico. Ma, ribadisco, il jihâd interiore deve prevalere su quello esteriore, anche mentre si svolge quest’ultimo, il che – s’intuisce – preserva il combattente dal commettere inutili efferatezze.
Purtroppo – e qui è evidente un processo degenerativo influenzato dall’importazione di una prassi politica non islamica – molti movimenti islamisti (lo studioso, invece, è un “islamologo”) assolutizzano il concetto di “piccolo jihâd” e ne fanno il jihâd tout court: in ciò sono assimilabili ai gruppi rivoluzionari laici, con l’unica differenza che cercano una legittimazione di tipo religioso. Detto questo, non vuol dire che i vari Bin Laden s’inventino dei problemi dal nulla: è semmai il tipo di risposta che danno che andrebbe sostituita con altre più genuinamente islamiche, ma non certo far finta che tutto vada bene e limitarsi a conformistiche e rituali pubbliche condanne, comprese quelle di “musulmani moderati” talvolta davvero patetici nel loro goffo tentativo d’ingraziarsi i nemici dell’Islâm. Già che ci sono, “musulmano moderato” non significa niente, se non “musulmano funzionale”, poiché l’Islâm ricerca sempre la moderazione, la “via mediana”, rifuggendo le esagerazioni.

D: Quello che sta accadendo è da molti considerato uno “scontro di civiltà”. A mio avviso questa è una idea perniciosa, ma quello che desideravo comprendere è se ritieni che categorie risorgimentali come i concetti di “destra” e “sinistra” siano in qualche modo utili per districarsi nei conflitti in atto.

R: Onestamente, devo ammettere di non aver ancora capito cosa sia questo famoso “scontro di civiltà”. La questione è stata posta all’ordine del giorno per il tramite di un superpagato “analista” solo perché l’Occidente (e quando scrivo “Occidente” parlo dell’azione solidale di tre gruppi: l’élite WASP anglo-americana a capo delle grandi multinazionali, una componente ebraico-sionista che controlla la cultura e i media ed ha forti influenze in campo finanziario, la componente clerico-massonica – forte sia in Europa che in Sud America – che mediante l’Opus Dei ha messo il suo universalismo al servizio del progetto mondialista) nel progetto di espansione planetaria del suo dominio si trova tra i piedi l’Islâm, sia dal punto di vista ‘ideologico’ (e qui il discorso si amplierebbe a considerazioni su quella che Guénon indicava come la “contro-iniziazione”) sia da quello geopolitico . In tutto questo, i popoli europei (ed alcuni loro esponenti politici), che sono i naturali vicini di casa dei popoli arabo-islamici, vengono allarmati, ricattati, abbindolati con questa favola dello “scontro di civiltà”, la cui presa è facilitata dall’aumentato afflusso d’immigrati di religione islamica, che pone inevitabilmente dei problemi (ma va osservato che i problemi li pone un’immigrazione eccessiva, e non una “immigrazione islamica”). Per di più, lo “scontro di civiltà” non descrive una situazione di fatto, oggettiva, ma solo uno stato di tensione indotto permanentemente finché farà comodo, poiché chiunque recandosi in un paese arabo-islamico può constatare come i popoli che li abitano, in specie quelli vicino-orientali, siano tra le persone più aperte e cordiali del mondo, né è sostenibile che un qualsivoglia paese arabo-islamico intenda conquistarci o sottometterci. Sfido chiunque a provare con argomenti razionali che è il mondo arabo-islamico a voler sottomettere l’Occidente – nel quale, ripeto, l’Europa sta a far da comparsa – e non, come sta avvenendo, il contrario.
Detto questo, va da sé che “destra” e “sinistra” non offrono alcuno strumento utile per orientarsi nella situazione attuale. Basti osservare l’indecoroso atteggiamento di entrambi gli schieramenti-fotocopia: quando uno grida “guerra”, l’altro risponde “pace”, ma se il primo ha un ripensamento, il secondo non lo asseconda come ci sarebbe da aspettarsi: si arrampica sugli specchi pur di fare il bastian contrario. Probabilmente i tifosi calcistici sono più obiettivi! A parte gli scherzi, come avviene negli Usa – e spiega magistralmente John Kleeves -, la “destra” è il capitalismo arrivato, soddisfatto, la “sinistra” quello insoddisfatto, che rappresenta i ceti emergenti , ragion per cui il “lavoro sporco” – qual è stato ad esempio l’attacco a Belgrado del 1999 – lo compie la “sinistra”, ed il “popolo” – che in pratica non c’è più, ma esiste, come scrive Costanzo Preve, una “classe media globale” – è così disposto ad accettare quel che mai accetterebbe se promosso dalla “destra”. Se nel 2003 si sono viste milioni di persone nelle strade per manifestare il loro dissenso (col riflusso attuale che la dice lunga sulla solidità delle loro posizioni, vagamente “pacifiste” ma refrattarie a riconoscere che resistere ad un’aggressione è giusto e sacrosanto), nel 1999, quando la guerra venne portata in Europa con la sinistra al governo, furono veramente pochi quelli che manifestarono contro quella guerra.

D: Una domanda più metafisica: da studioso immagino che proverai una forte fascinazione per il portato religioso musulmano.

R: Naturalmente, altrimenti sarei certamente passato ad altro. In effetti, non capisco come si possa dedicare una vita di studio a qualcosa che si detesta o, nel migliore dei casi, ci rimane indifferente. Il mio accostamento allo studio di quella che potremmo definire una “visione del mondo direttamente dettata da Dio” va di pari passo con l’approfondimento della conoscenza della lingua araba, lingua nella quale, lo ricordo, è scritto il Corano – da Qur’ân, “recitazione (salmodiata)” – essendo stata la lingua della Rivelazione. È perciò una lingua sacra, che ha inoltre la peculiarità d’essere una lingua viva, parlata in una ventina di Stati e ovunque si trovano comunità d’emigrati arabofoni.

D: Quale corrente dell’Islam ti affascina di più? Quale è il tuo giudizio sul Sufismo?

R: La corrente alla quale più mi sento vicino è quella sunnita “ortodossa”, quella mediana sistematizzata da al-Ghazâlî definita della ahl as-sunna [l’insieme delle tradizioni profetiche] wa l-jamâ‘a (“la gente della sunna e della comunità”), con ciò stabilendo che l’autorità risiede nell’interpretazione comunitaria dei dati della Rivelazione con l’ausilio dei dotti versati nelle scienze religiose (coloro che compiono l’ijtihâd, dalla stessa radice di jihâd), e non in qualche personaggio carismatico magari dotato di chissà quali poteri… In questo modo, l’unità della comunità è salva, e si evita il frazionamento in mille sette, tanto più ingiustificate se si pensa che nell’Islâm si ripete sovente che fî l-ikhtilâf rahma (“nella differenza c’è una misericordia”). Il sufismo (at-tasawwuf), non è invece una “corrente” dell’Islâm, ma ne costituisce piuttosto l’essenza, il nocciolo, la via lungo la quale ci si può incamminare per raggiungere, grazie ad un’iniziazione, una dottrina e un metodo sotto la guida di un maestro (shaykh) di una tarîqa (lett. “via”, tradotto spesso con “confraternita”) ortodossa, un grado di conoscenza più intimo della Rivelazione della cui luce comunque il credente partecipa attenendosi alla pratica dei cinque pilastri summenzionati e all’osservanza della sunna del Profeta. Difatti, dev’essere chiaro che non è pensabile seguire il Sufismo e non essere musulmani, poiché il Sufismo è l’approfondimento della “testimonianza di fede” (“Non c’è divinità se non Iddio, e Muhammad è l’Inviato d’Iddio”), per estinguere il sé individuale ed identificarsi col Sé universale. In pratica il sufi per questo mondo è già morto, sebbene sia ancora in vita, non avendo altra preoccupazione che la contemplazione e la glorificazione di Dio, il cui nome (Allâh) ricorda incessantemente col dhikr (“menzione”). In una pubblicazione islamica integralista-modernista (i due punti di vista sono apparentemente antitetici) ho letto una volta che “il sufismo non è Islâm”: si deve invece affermare che il Sufismo ortodosso, quello cioè trasmesso attraverso catene iniziatiche ininterrotte che partono dal Profeta, e che conta ancora numerosi aderenti in tutto il mondo islamico alla ricerca di un sincero percorso di rigenerazione spirituale, è non solo genuinamente islamico, ma è il miglior antidoto contro qualsiasi forma d’estremismo.

(*) Intervista a cura di Antonello Cresti, pubblicata col titolo «Che cosa è l’Islam? Discutiamone con Enrico Galoppini», “Guide Controcultura di Supereva”, 5 aprile 2005. Ripubblicato su “Eurasia-rivista.org”, 8 aprile 2005; “Aljazira.it”, 10 aprile 2005; “Italicum”, marzo-aprile 2005.

Alcune considerazioni sul concetto di “custodia” nella cultura arabo-musulmana

di Enrico Galoppini

Tra numerosi i luoghi comuni negativi e destituiti d’ogni fondamento relativi all’Islam ed ai musulmani si annoverano quelli che puntano a cogliere pretese “radicali” differenze col Cristianesimo. Tra i più diffusi di questo tipo citiamo “l’assenza” del perdono o della misericordia. Oppure il mancato rispetto della “persona umana”. Fiumi di parole sono state usate per sottolineare che, in opposizione al cristiano, il musulmano è incapace di perdonare o di provare sentimenti come la pietà o la misericordia, in quanto egli sarebbe plasmato ad immagine e somiglianza di un Dio “tirannico, geloso e vendicativo”.

Due osservazioni, prima di procedere. Quali differenze vi sarebbero col Dio della Torah se la comprensione del divino dovesse fermarsi alla lettera di un testo sacro? Eppure nessuno si azzarda a stigmatizzare gli ebrei come alieni da queste nobili qualità. Segno che quando si vuol dare addosso a qualcuno ogni pretesto è buono e si fa dire al testo sacro quel che si vuole. Esattamente come fanno, all’altro estremo, i seguaci dei movimenti più accesamente fanatizzati dell’Islam ‘battagliero’, per i quali, invertendo di fatto l’ordine dei fattori, la collera di Allah precede la Sua misericordia. Quando è vero semmai il contrario, come non è vero (giusto per rintuzzare le ‘illusioni’ di certo buonismo a tinte religiose) che ad Allah non sia pertinente la collera, perché negargliela sarebbe come limitarLo per ridurlo a nostre categorie sentimentali e consolatorie. Di qui, la seconda osservazione. Tutta questa preoccupazione di definire alcuni esseri umani costretti in “categorie” ed incapaci di perdonare a ragione della loro religione deriva, oltre che dall’ignoranza sulle cose di cui si ha la pretesa d’occuparsi, dalla riduzione di tutto alle fisime moderne, per le quali non si è religiosi se non si è – per esempio – capaci di perdonare prima di aver elaborato un perdono che si estorce, col sangue ancora caldo della vittima, ai suoi familiari, pena l’accusa di “barbarie”. Lo stesso dicasi per tutte le nobili qualità che al musulmano, in base ad una lettura faziosa e selettiva del Corano (e della tradizione profetica), vengono negate per farne risaltare l’assoluta irriducibilità coi valori del “mondo moderno”, del quale il cristiano – un cristiano debitamente “rieducato” – sarebbe il perfetto cittadino-modello con la sua “superiorità morale”.

Sembrerebbe di assistere a delle bagattelle preelettorali, invece no. Con tutto questo j’accuse all’indirizzo di circa due miliardi di persone ci si prefigge, da parte della quasi totalità dei media “globali” e di una discreta rappresentanza delle “istituzioni culturali”, di depennare dalla “umanità” i fedeli di Allah in quanto non “al passo coi tempi” e dunque incapaci, oltre che indegni, di stare in mezzo agli altri.

Scopo di questo breve scritto che non ha alcuna pretesa di esaustività al riguardo è perciò quello di apportare un piccolo granello di verità per contrastare questa macchina dell’odio di cui conosciamo abbastanza bene il perché e il per come, anche se questi ultimi aspetti esulano dai motivi per cui ci è stato chiesto di scrivere e pertanto soprassederemo momentaneamente da quello che, comunque, è un altro lavoro da fare.

Qui, in particolare, vorremmo esporre che cosa ci dicono la cultura arabo-musulmana e la lingua araba al riguardo del concetto di “custodia” (e di quello di  “fiducia”, ad esso intimamente correlato).

La lingua araba ci è di grande aiuto in questa ricerca, poiché classificando i vocaboli per radici triconsonantiche assolutamente evidenti presenta in maniera chiara i concetti ed i relativi termini per esprimerli. Parole come amîn (“fededegno”, “segretario”), amâna (“pegno”, “fedeltà”, “deposito di fiducia”), amân (“salvacondotto”), amn (“sicurezza”), mu’min (“credente”), îmân (“fede”) eccetera condividono la radice triconsonantica hamza-mîm-nûn. Radice che, per proseguire nell’esposizione di alcuni lemmi presenti sul dizionario arabo-italiano, ci offre parole moderne come ta’mînât (“assicurazioni”), mu’ammin (“assicuratore”) e mu’amman (“assicurato”). Persino âmîn, il corrispondente del cristiano “amen” che va pronunciato distintamente al termine della recitazione della sura al-FâtiHa, deriva dalla medesima radice, il cui senso generale adesso risulta chiarito.

Nel Corano, nella sura XXXIII, vv. 72-73, si trova per la prima ed unica volta il termine amâna (“pegno”, “fedeltà”, “deposito di fiducia”) in relazione a ciò che, mostrato ai cieli (simbolo della manifestazione “sottile”), alla terra (simbolo di quella “grossolana”) e alle montagne fu rifiutato da questi, mentre fu l’uomo – preposto, in quanto essere centrale della manifestazione, alla realizzazione metafisica – ad accollarsi una simile enorme responsabilità. Ma prima d’ogni altra considerazione, proponiamo una traduzione dei due versetti summenzionati: «(72) In verità proponemmo ai cieli, alla terra e alle montagne il deposito di fiducia, ma essi si guardarono bene dal caricarsene avendone paura; se n’è incaricato l’uomo, oppressore ed ignorante, (73) affinché Iddio punisca gli ipocriti e le ipocrite, e gli associatori e le associatrici, ma perdoni [facendo ritornare a Lui] i credenti e le credenti: Iddio è perdonatore e clementissimo».

Non ci pare superfluo, per comprendere meglio questi due versetti, ricorrere di nuovo al dizionario della lingua araba.

«(72) Innâ ‘araDnâ [In verità mostrammo, esponemmo] l-amânata [la fedeltà; il pegno, il deposito di fiducia] ‘alâ s-samâwâti wa l-arDi wa l-jibâli [ai cieli, alla terra e alle montagne] fa-abayna [ma si rifiutarono di; declinarono (l’invito a)] an yaHmilna-hâ [portare ciò] fa-ashfaqna min-hâ [e si preoccuparono di; stettero in ansia per ciò] wa Hamala-hâ l-insânu [mentre lo portò/se ne fece carico l’essere umano] inna-hu kâna Zalûman jahûlan [in verità egli è iniquo/oppressore/tiranno ed estremamente ignorante]; (73) li-yu‘adhdhiba Allâhu [affinché Allah castighi] l-munâfiqîna wa l-munâfiqâti wa l-mushrikîna wa l-mushrikâti [gli ipocriti e le ipocrite, gli associatori/idolatri e le associatrici/idolatre] wa yatûba Allâhu ‘alâ [e perdoni (facendo tornare a Lui)] l-mu’minîna wa l-mu’minâti [i credenti e le credenti] wa kâna Allâhu ghafûran rahîman [Allah è tutto perdonatore e clementissimo]».

L’edizione del Corano intitolata Kalimât al-Qur’ân (“Le parole del Corano”) e pubblicata nel 1420 dell’Ègira dalla casa editrice siriana Dâr al-Ma‘rifa, alle note a margine della sura XXXIII (p. 427) riporta alla spiegazione del termine amâna: at-takâlîfu min fi‘lin [“azione”, “agire”] wa tarkin (“abbandono”, “omissione”]. Che, considerato il senso della radice kâf-lâm-fâ’ (“assegnazione”, “incarico”; “onere”, “spesa”, “costo”) ci permette di tradurre tale spiegazione con “l’onere [che comporta] il fare e il non fare”. Abayna viene invece fatto corrispondere al senso di  imtana‘na, dal verbo imtana‘a (“stare alla larga”; “astenersi dal fare”; “declinare”, “non accettare”), dunque è corretto tradurre abayna con “rifiutarsi di” a seguito di una proposta. Ultima nota proposta da questo succinto tafsîr (“commento”) a margine di questi versetti del Corano, quella concernente il verbo ashfaqa min, messo in relazione con la paura di “tradire” (khiyâna) la parola data assumendosi l’incarico della amâna.

Non si va lontano dal vero, pertanto, affermando che il concetto di amâna ha a che fare con un qualche cosa che implica un tale responsabilità che nessuno, eccetto l’uomo, questa creatura esistenziata persa nella sua “oscurità” (questo è il senso della radice Zâ-lâm-mîm da cui Zalûm, ovvero “iniquo”, “oppressore”, “tiranno”, principalmente verso se stesso perché privo di nûr, “Luce”) e nella sua ignoranza (probabilmente della sua “dignità”), se ne fa carico. Dall’esito del compito di cui l’uomo s’è fatto carico dipenderanno o il suo castigo (‘adhâb, della stessa radice del verbo ‘adhdhaba visto nel versetto 73: “punire”, “castigare”), se egli si rivelerà ipocrita ed idolatra (la rad. shîn-râ’-kâf implica l’idea di “associare”, da cui la traduzione di shirk con “associazionismo” di altri dei ad Allah, ovvero “idolatria”), oppure il premio consistente nel “ritorno a Lui” (questo il senso del verbo tâba, da cui anche il nome tawba, “pentimento”), se egli invece si dimostrerà mu’min, cioè “fedele” (dalla medesima radice di amâna).

Ora, il termine mu’min, grammaticalmente parlando, è un “nome d’agente” (cioè che corrisponde grosso modo al nostro participio presente) del verbo âmana bi-, “rimettersi a”, “riporre fiducia in”; “credere” (nel senso di aver fede). Per questo al-mu’minûna e al-mu’minât sono “i credenti” e “le credenti”. Ma non, come si suol ritenere secondo la mentalità moderna, nel senso di coloro che “credono” a qualcuno o qualcosa purché sia, come dei… “creduloni”; né come sinonimo di tutte le persone che seguono i precetti di una religione e, nello specifico, come equivalente di “musulmani” (quasi due miliardi di persone, a prescindere). Il Corano, da questo punto di vista per così dire “democratico”, lascia ben pochi spazi alle illusioni, come qualsiasi altro testo rivelato o comunque ispirato dallo Spirito Santo: la qualità di “credente”, cioè di colui che “si affida” e ripone la sua fiducia nell’unico Dio (Uno ed Unico) non è appannaggio di chiunque si professi “musulmano”. Le qualità negative dell’ipocrisia (nifâq) e dell’idolatria (shirk) che, ricordiamolo, comportano il castigo divino, sono attribuibili anche ai “musulmani” che non si affidano e non si rimettono completamente ad Allah. Fintanto che residua nel cuore del musulmano (e di qualsiasi seguace di un’altra religione) un granello di “ipocrisia” e di “idolatria” non si è sicuri del “perdono”, e cioè del “ritorno a Lui”, che poi è l’obiettivo unico di tutta l’ascesi (jihâd) cui è chiamato l’homo religiosus. La îmân (“fede” assoluta ed incondizionata) opera di concerto, integrandosi, con lo iHsân (l’operare secondo il bene, da una radice Hâ’-sîn-nûn che veicola l’idea congiunta di “bello” e “buono”) e lo islâm (l’abbandono fiducioso, come in una “resa” senza più “opposizione”, al decreto divino).

Âmana r-Rasûlu… (L’Inviato di Allah “crede”, cioè “ripone la fiducia”) è l’incipit di uno dei versetti (il 285 della sura II) più recitati (abbinato al successivo v. 286) a margine delle orazioni rituali (Salât). Forse varrà la pena di proporlo qui: Âmana r-Rasûlu bi-mâ unzila ilay-hi min Rabbi-hi wa l-mu’minûn; kullun âmana bi-Llâhi wa malâikati-hi wa kutubi-hi wa rusuli-hi; lâ nufarriqu bayna aHadin min rusuli-hi; wa qâlû sami‘nâ wa aTa‘nâ ghufrâna-ka Rabba-nâ wa ilay-ka l-maSîr”. Traduzione: «L’Inviato di Allah crede in ciò che è stato fatto scendere (nel senso di “rivelato”) a lui dal suo Signore, e così i credenti; ciascuno crede in Allah, nei Suoi angeli, nei Suoi libri e nei Suoi inviati; non facciamo distinzione tra alcuno dei Suoi inviati; ed han detto: “abbiamo udito ed obbedito; perdono Signor nostro, ché verso di te è il divenire”».

Al-Mu’min (“il Fedele”) è anche uno dei nomi più belli d’Iddio (asmâ’u Llâhi l-Husnâ), il che può risultare ‘strano’ se si pensa che si tratta dello stesso termine che indica coloro tra gli uomini che si affidano a Lui. Ma in questo “gioco di specchi” che è la “fede” nel quale anche Iddio affida all’uomo la amâna vi è probabilmente una traccia della natura teomorfica dell’essere umano, il quale, solo se è completamente “fedele” a se stesso, cioè alla sua natura più profonda (la coranica fiTra, per la quale non si trova meglio che renderla con “natura connaturata” in quanto faTara significa, nel processo divino di creazione, l’atto di Allah col quale Egli pone la “natura” di ogni cosa), può riuscire nell’unico ed improrogabile compito di fare ritorno (tawba, che significa anche “perdono”) all’Origine di tutto ciò che è esistenziato, ma anche dell’Essere e del non-Essere. Al Principio, insomma.

Al-Amîn (“il degno di fiducia”, da cui anche “segretario”) era, d’altronde, il nome con cui il Profeta Muhammad era noto a Mecca prima della sua “missione” di latore della risâla (“messaggio”, della stessa radice di rasûl, “inviato”). A tal proposito i tradizionisti, tra cui at-Tabarî, menzionano l’episodio della posa della pietra nera presso la Ka‘ba, dopo che era stata ricostruita daccapo. Tutti i capi dei vari clan influenti di Mecca – già sede d’una sorta di “pantheon” panarabo – volevano avere l’onore di posare quel portentoso ed enigmatico betilo (da Bet El: “la casa del Dio”) di provenienza celeste, quindi non riuscivano a mettersi d’accordo. Così, per un caso ‘fortuito’, venne scelto, per procedere a questo onorevole compito, il primo che fosse passato di lì. A quel punto, con un gesto simbolico che avrebbe prefigurato la sua missione di “paciere” tra gli arabi divisi tra mille culti, clan e partigianerie, al-Amîn prese il suo mantello (una delle sua reliquie più “potenti” ancora oggi conservate e venerate: si pensi al “Poema del mantello” di al-Busîrî), ne porse i quattro lembi ai quattro capi più influenti e, una volta giunti al punto in cui la pietra era da incastonare, la prese con le sue mani e la mise al suo posto.

Âmina (lett. “pacifica”; “al sicuro”; “che vive tranquilla e serena”) era, oltretutto, il nome della madre di Muhammad, la quale morì quando il Profeta era ancora bambino. Ma è tutta la famiglia dell’Inviato di Allah che è connotata e circonfusa da un’idea di custodia. Difatti, il nonno ‘abd al-MuTTalib era il sâdin (“custode”, nel senso del nostro “sagrestano”) della Ka‘ba, di cui deteneva la chiave d’accesso. Incarico, quello della sidâna, di spettanza del clan dei Banû Hâshim della tribu dei Banû Quraysh. Hâshim, che significa letteralmente “colui che sbriciola”, era il bisnonno del Profeta, al quale fu assegnato tale epiteto perché una volta, essendo lui il “custode” della Ka‘ba, e comprendendo tale funzione quella di provvedere al vettovagliamento dei pellegrini, di fronte ad una situazione emergenziale determinata da un massiccio afflusso di questi ultimi ebbe lo spunto di preparare con le sue mani, evidentemente aiutato dall’Alto, una zuppa che prodigiosamente sfamò tutti quanti.

Sul concetto di “custodia” nella cultura arabo-musulmana si può poi passare ad indagare un’altra radice: Hâ’-fâ’-Zâ’. Qui troviamo infatti termini quali HafîZ, attributo di Allah in quanto invocato nella Sua qualità di “custode” e “preservatore”, tant’è che HafiZa-hu Llâh (“Iddio lo preservi”) è espressione abituale usata per augurare lunga vita ad un sant’uomo di cui vi è, evidentemente, gran bisogno per la baraka (“influenza spirituale”) di cui è provvisto e che diffonde nel suo ambiente. Yâ HafîZ (“O Preservatore”) dirà il fedele che invoca Iddio per ricevere protezione da un danno o un pericolo, o, semplicemente, da se stesso, ché, com’è risaputo, i peggiori pericoli per l’uomo derivano nient’altro che dal suo ego “insoddisfatto”.

Uno HâfiZ al-Qur’ân, se il verbo HafiZa significa, oltre che “preservare” e “custodire”, “tenere a mente”, è colui che manda il Libro sacro a memoria. Obbligo, questo, necessario solo a livello comunitario, nel senso che nella umma (la “comunità”) basta che alcuni conoscano a memoria il Corano. A livello individuale, naturalmente, ciò è altamente meritorio e fonte di benedizioni, dato che se il Corano è il vero “miracolo” dell’Islam (l’equivalente del Cristo nel Cristianesimo, con l’Inviato d’Iddio, suo “ricettacolo purissimo”, che corrisponde alla Vergine Maria), custodire in se stessi, nella propria memoria (dhâkira, ma anche HifZ), l’intera Parola divina non può che avvicinare alla condizione del Profeta che di quella si fece custodia e ‘megafono’.

HâfiZ è, inoltre, nome proprio maschile (basterà citare il celebre sufi e poeta persiano Hafez o, in tempi recenti, il padre dell’attuale presidente siriano, HâfiZ al-Asad). MaHfûZ (“custodito”) ci ricorda invece un altro personaggio celebre della letteratura araba contemporanea, insignito del Premio Nobel: l’egiziano Neghib Mahfuz. Proseguendo con una carrellata dei lemmi sub radice Hâ’-fâ’-Zâ’ troviamo infine, tra gli altri, istaHfaZa (“affidare a qn. qc.”), MuHâfiZ (il “governatore” di una regione, MuHâfaZa), miHfaza (“custodia”, da cui miHfaZatu n-nuqûd: “borsellino”, “portafogli”) eccetera.

HifZu l-amn, che in “annessione” contempla due nomi delle due radici che qui abbiamo scandagliato, significa “Pubblica Sicurezza”, il che prova per l’ennesima volta come queste due terne di consonanti radicali siano strettamente correlate ai concetti di “custodia”, “sicurezza” e “fiducia”.

E con questo, ripetiamolo, senza alcuna pretesa di completezza, né d’aver scritto alcunché di “originale” (cosa ben diversa dal senso di “originario”), concludiamo questo breve e modesto contributo ad una migliore conoscenza della tradizione islamica e dei suoi tesori spirituali.

 

(*) Nota sulla traslitterazione dei termini arabi.

Qui è stata adottata una traslitterazione di tipo semplificato che fa uso di lettere maiuscole per indicare i cosiddetti suoni “enfatici” dell’Arabo, per i quali nelle pubblicazioni specialistiche vengono utilizzate lettere dell’alfabeto latino (s, d, t, z, h) accompagnate da un punto sotto. Si tratta del medesimo sistema di traslitterazione in uso nel seguente libro: D. Halbout e J.-J. Schmidt, L’Arabo, (ed. it.) Assimil Italia, Chivasso (TO) 2008 (e succ. rist.), in part. alle pp. XIV-XVI.

La “salute integrale” nella prospettiva del Tasawwuf

di Enrico Galoppini

Alla base della concezione islamica (ed anche “sufica” in quanto il Tasawwuf altro non è che una via ascetica islamica) del benessere psico-fisico vi è l’idea che ogni “bene” ed ogni “male” provengono da Allâh, il Principio “uno” (ahad) ed “unico” (wâhid) dal quale promanano sia l’Essere che il non-Essere e tutti i gradi dell’esistenza (o stati dell’Essere) tra i quali vi è anche quello umano.

La relazione tra Allâh (lett. “Iddio”) e l’uomo (insân), creato “secondo la Sua forma” (‘alâ sûrati-Hi) dall’argilla (tîn), è concepita nell’Islâm come una relazione di servitù unidirezionale nella quale il servitore è l’uomo, esortato per la sua riuscita in questa vita a servire il suo Signore con la fede e le opere, le quali vanno sempre considerate in equilibrio ed in reciproca interazione, evitando squilibri in un senso o nell’altro. Questa natura servile dell’uomo rispetto al suo Signore, Che l’ha creato e gli ha affidato – come fa il padrone col servo quando deve assentarsi – il Suo “deposito di fiducia” (amâna) che persino gli angeli hanno rifiutato, è centrale per comprendere la natura del “benessere” nell’Islâm.

Di prim’acchito, però, condizionati dalla prospettiva antropocentrica moderna che fa proprio un concetto di “liberazione” autoreferenziale, cioè quello di un uomo “troppo umano” che prescinde dalla sua origine divina e che pertanto va ad applicarsi solo ai più disparati domîni politici e sociali, si è indotti a rigettare la prospettiva di una “schiavitù” dell’uomo rispetto al suo Signore. Tuttavia, l’osservazione del malessere esistenziale, interiore, della maggior parte dei nostri contemporanei ci invita a riflettere sul fatto che, alla fine, dichiarando la “morte di Dio”, l’uomo ha finito per incatenarsi sempre più a qualsiasi altra cosa eretta ad “idolo”, fosse pure un esaltante ideale o una persona cara degna dei nostri affetti. Ma nella prospettiva islamica, “sufica”, del benessere tutto ciò altro non è che “idolatria”; tecnicamente parlando, “associazionismo” (shirk), ovvero l’associare ad Allâh qualsiasi altra cosa che non sia Lui. Ed il peggior “idolo” dell’uomo è senza ombra di dubbio il suo ego (nafs), fonte d’ogni inganno ed ‘allucinazione’ quando non è ricondotto ad una condizione di “soddisfazione” (itmi’nân). L’ego, per la “psicologia” sufi è il tiranno più spietato dell’essere umano, e per questo tutta la pratica ascetica e la tenuta, in ogni istante (waqt), del mutasawwif (colui che lavora per raggiungere lo status del sûfî, del saggio) tiene il mirino puntato contro questa ‘tigre’ che ad uno stadio iniziale comanda il male (an-nafs al-ammâra bi-s-sû’), ad uno successivo di parziale ‘addomesticamento’ biasima (an-nafs al-lawwâma) e ad uno stadio finale diventa “soddisfatta” (mutma’inna) e dunque può “tornare” alla Casa del Signore.

La lingua araba rende perciò con la stessa parola nafs anche ciò che gli antichi greci indicavano con “anima”. In poche parole la nafs (in arabo è femminile, così come i nomi dei fuochi e degli inferni ai quali sono destinate quelle anime bisognose di ulteriore purificazione) è la peggior trappola tesa all’uomo da parte del suo Creatore: da una parte lo può condurre alla rovina, dall’altra, superando indefiniti gradi di purificazione (o di “politura”), lo può elevare al più elevato degli stadi (maqâm), fino a quello del ridwân (“compiacimento”), il quale prelude, nella relazione tra “servo” e “Signore” prima accennata, alla “liberazione”, al “riscatto”, del servo stesso da parte del suo Signore soddisfatto, compiaciuto di lui.

Tale “compiacimento” è reciproco, esattamente come la fede, in quanto uno dei nomi di Allâh è al-Mu’min (Il Fedele), dato che se aver fede vuol dire “affidarsi” è evidente che la fiducia per funzionare dev’esser reciproca. Ricordiamo di nuovo, a tal proposito, il “deposito di fiducia” (amâna, della stessa radice di “fede”) attribuito da Allâh all’uomo ab initio. Uomo che è dichiarato “califfo d’Iddio sulla terra” (khalîfat Allâh fî l-ard), cioè Suo vicario, con tutta la responsabilità che consegue da una simile investitura.

Ora, questa succinta disamina preliminare che forse potrà sembrare poco chiara ai non specialisti (ma che non risuonerà come ‘esotica’ ai cultori delle cose dello Spirito) era necessaria per inquadrare il problema del benessere psico-fisico nella prospettiva del Tasawwuf. Questo benessere ricercato dal discepolo di un Maestro (murîd, lett. “che vuole”… Allâh, poiché “Chi vuole Allâh avrà Allâh e chi vuole il mondo avrà il mondo”) è effettivamente un completo ed integrale “ben-essere”, cioè una condizione nella quale si viene a stabilire una certezza (yaqîn) al di là delle fluttuazioni alle quali il mondo, quando non è considerato per quel che è (“vero” al livello che gli pertiene), sottopone l’anima (nafs) che resta in balia delle sue stesse illusioni e pulsioni ‘animali’. Man ‘arafa nafsa-hu qad ‘arafa Rabba-hu: “Chi consoce se stesso consoce il suo Signore”.

Per coadiuvare il raggiungimento di quest’ambizioso obiettivo (ma in fin dei conti l’unico obiettivo che abbia un senso se si considera questa vita come un banco di prova per il Dì del Rendiconto – Yawm ad-Dîn) Iddio avverte l’uomo che il suo unico nemico è Shaytân, ovvero Satana, che etimologicamente parlando rimanda al concetto di “disunità” e “dispersione”, dunque a tutte quelle tendenze e forze centrifughe che albergano nell’uomo quando questi non è pervenuto ad uno stadio di assoluta certezza – al di là delle produzioni della mente – che “non vi è altra divinità se non Iddio” (Lâ ilâha illâ Llâh); ciò che può anche intendersi come: “Non vi è principio se non Il Principio”. Si tratta dell’attestazione di fede islamica (shahâda, che significa, come in Greco, anche “martirio”), la quale contempla una seconda parte che recita: “Muhammad è il Suo inviato” (Muhammad Rasûl Allâh; in altre versioni si premette a “il Suo inviato” “il Suo servo”, ‘abdu-Hu).

Iddio e l’uomo, dunque, tanto più che Muhammad – “il migliore della creazione” – significa “lodatissimo”, e se la lode appartiene esclusivamente ad Allâh (al-hamdu li-Llâh), il fatto che il Suo prescelto – e modello di vita per i musulmani – abbia questo nome significa che l’Uomo Perfetto o Universale è quello che riceve il massimo della lode dal suo Creatore.

Certamente quest’uomo destinatario della lode divina non è l’uomo ordinario immerso nel suo “sonno”, illuso che basti “comportarsi bene” e “non fare del male a nessuno” per ottenere il premio più ambito; per non parlare di chi – ed ormai si tratta della maggioranza delle persone – si disinteressa alla prospettiva dell’ottenimento del Paradiso e rifiuta, quasi che fosse un insulto alla sua persona, quella dell’Inferno. Stiamo parlando, piuttosto, dell’Uomo Universale, o Completo (al-Insân al-Kâmil); quello che in sé ha realizzato – secondo la “via muhammadiana” che il Tasawwuf ripercorre con tutte le sfumature dovute ai differenti carismi dei Maestri – le qualità divine, ovvero quei Nomi d’Iddio più belli (asmâ’ Allâh al-husnâ) che i pii musulmani (as-sâlihûn) sanno a memoria e recitano in formule “incantatorie”, e che permeano il linguaggio arabo-islamico persino nella vita ordinaria.

La menzione dei nomi d’Iddio oltre a quella di altre formule tra le quali vi è la prima parte dell’attestazione di fede (shahâda) è la forma di adorazione più elevata, persino più della salât, l’orazione “canonica” da svolgersi – per il benessere anche meramente fisico! – cinque volte al dì, in quanto è proprio il “ricordo” (dhikr) di Allâh a costituire il miglior rimedio a tutti i malesseri che colpiscono l’uomo dimentico della sua origine. E che proprio per questo suo oblio non sta bene, a prescindere, il che non ha nulla a che vedere con la “salute” modernamente intesa. Infatti, per testare questo ‘benessere’ che non poggia su solide basi basta vagliare l’atteggiamento di fronte alla malattia di chi non vede altra prospettiva che il mondo e quello di chi sa che oltre questo mondo esiste il Reale. Il primo si preoccupa di “stare bene” di nuovo (che poi coincide col ritorno alla sua precedente condizione, come se la malattia, tra l’altro, non rientrasse in un percorso di “evoluzione”), il secondo si rimette ad Allâh nella speranza non tanto di guarire (perché questo potrebbe non rientrare tra i Suoi piani) quanto di affrontare la malattia senza lamentarsi né deflettere dall’unico obiettivo di questa vita che è la Sua soddisfazione. Detto questo, la ripetizione incessante degli adhkâr (pl. di dhikr), col cuore sgombro da ogni pretesa, può avere, per Sua sola volontà, l’esito di una guarigione dalla malattia, oppure no, ma ciò non deve assolutamente turbare il musulmano, in quanto tutto ciò che promana da Allâh, sia il “bene” che il “male”, è da accettare con pazienza (Innâ Llâha ma‘a s-sâbirîn: “In verità Iddio è con coloro che perseverano”).

In ciò vi è il senso della parola Islâm, ed anche quella del nome d’agente correlato, muslim (“musulmano”), che potremmo rendere con “arreso”, “sottomesso” alla divina Volontà, quale essa sia. Volontà (irâda) che, per riallacciarci a quando dicevamo del discepolo (murîd) di un Maestro di tarîqa (“via”), è una delle qualità divine dell’essenza ed è, non a caso, della stessa radice del termine murîd. La volontà, difatti, non è prerogativa dell’uomo ordinario, letteralmente “irrisolto” perché agito dal desiderio, ma solo di chi, al termine della pugna spirituale contro il suo ego (jihâd an-nafs), raggiunge effettivamente il tawhîd, l’unificazione, uscendo dalla dualità nella quale si producono tutte le opposizioni valide sul piano che compete loro ma non più sul piano dell’origine principiale.

Gli atti del culto (‘ibâdât, della stessa radice di ‘abd, “servo; schiavo”) e l’azione nel mondo (mu‘âmalât), così come la fede in Allâh (îmân) e le opere pie (sâlihât), devono stare per il musulmano in costante equilibrio, perché da queste dipendono la sua salute fisica (sihha), quella psichica (salâma, lett. anche “salvezza”, della stessa radice di Islâm e muslim) ed il raggiungimento di quella “grande Pace” (Salâm) che i musulmani si augurano reciprocamente quando si salutano (as-Salâm ‘alaykum).

Ma tutto questo, benché provenga in ultima istanza solo da Allâh come un Suo liberissimo dono (“Allâh guida chi vuole e travia chi vuole”), non può essere raggiunto senza sforzo, uno sforzo individuale rettamente orientato (la “retta via” citata nella prima sûra del Corano) dal quale nulla è esentato, in quanto nulla è di per sé “profano”, mentre tutto, se lo si valuta nella sua manifestazione (tajallî) divina, è sacro, persino bere un bicchier d’acqua. Per questo prima di ogni atto il musulmano premette almeno un bismillâh (“Nel nome d’Iddio”): perché la vigilanza (murâqaba) – e l’esame di coscienza (muhâsaba) – rispetto a ciò che si fa (e si pensa) è fondamentale nella prospettiva e della salvezza e, su un piano più elevato, della realizzazione, appannaggio di coloro che, timorosi d’Iddio, ma speranzosi in Lui, sanno che “salute”, in ultima istanza, non significa solo “assenza di malattia”, ma raggiungere l’integrazione nel Principio, dove anche “salute” e “malattia” ordinariamente intese perdono il loro significato.

Il problema è sempre quello: l’Inghilterra!

di Enrico Galoppini

Ma voi vi fate infinocchiare sempre ben bene e v’infervorate sulla Francia, la Germania… Per non parlare di quei servi ottusi che credono alle fole russofobe ed islamofobe dei media.

Il problema, a ben vedere, non è nemmeno l’America: semmai è l’american way of life, altrimenti detto “occidentalizzazione del mondo” per le plebi globalizzate. Potrà sembrare strano, ma il problema vero non sono nemmeno i famosi Innominabili, che pure di danni ne fanno.

No, il problema è l’Inghilterra, che detiene una serie di poco invidiabili record: prima rivoluzione con testa coronata mozzata (Cromwell); prima banca centrale che rende il denaro una merce; prima massoneria speculativa (Gran Loggia d’Inghilterra). Ma si potrebbe continuare con le origini del razzismo moderno (Chamberlain), del darwinismo sociale, del disumano sfruttamento dei lavoratori. Della elevazione della proprietà privata al rango di furto ed abuso (qui comincia la pratica delle enclosures, con la fine dei diritti collettivi delle comunità). Della riduzione del mondo intero a “mercato”, con la riduzione di millenarie civiltà (si pensi all’India e alla Cina) a simulacri di se stesse. È in Inghilterra che nascono (coi prodromi a Venezia) i primi servizi segreti, in odor di magia ed inganno ontologico, ed è qui che bolle in pentola la prima “riforma” (Enrico VIII). Ed è sempre in Inghilterra che dilaga il gioco d’azzardo, così come la mania degli sport (da vedere) usati come arma di distrazione di massa.

Vogliamo parlare, inoltre, della giurisprudenza inglese per la quale le sentenze, anche le più assurde, costituiscono un “precedente”? Tutto il contrario del Diritto romano!

Chi ha poi istituito una vera centrale della speculazione mondiale come la City con tutti i vari “paradisi fiscali” da essa dipendenti?

E concludo questa galleria degli orrori con il traffico di droga, vera arma escogitata da quella allegra combriccola oggetto dei pettegolezzi dei tabloid in combutta col solito Innominabile di turno, allo scopo di forzare “l’apertura” di qualche nazione “chiusa” e corromperne nel fisico e nell’animo la popolazione.
Ma all’apice della mistificazione e dell’inganno, si è di fronte a chi, dovendo stabilire un dominio sui mari, ha elevato al rango di “baronetto” veri pendagli da forca come i pirati, salvo poi nobilitarli grazie al monopolio della fabbricazione della cultura dell’intrattenimento per grandi e piccini, nella quale anche uno stupratore d’infanti diventa giustificabile.

L’Inghilterra è il Paese della doppia morale, e con questo abbiamo detto tutto!

Elezioni europee: prime impressioni

di Enrico Galoppini

1) il governo resta dov’è, alla faccia dei commentatori nei vari studi televisivi che ‘sta cosa proprio non riescono a digerirla.

2) il dato più incredibile è che c’è ancora un 20% circa d’Italiani che vota il PD. Ma chi siete? Per favore, fate “outing”!

3) il partito della Bonino che non ce la fa… Allora il rosario di Salvini ha funzionato!

4) l’ininfluenza totale di chi ancora gioca a “fascisti e comunisti”.

5) Salvini che in conferenza stampa ha ribadito più volte che non chiederà alcun “rimpasto di governo”, e questo – sebbene sia apprezzabile moralmente – mi dispiace in quanto al ministero della Salute non ce la faccio più a vedere certe scene.

Destra e Islam: l’esempio di Filippani-Ronconi

Pio Filippani-Ronconi è stato senza dubbio un uomo di Destra. Di una Destra premoderna, aristocratica, non di quella liberale o vagamente conservatrice. È stato un uomo d’azione quando fu il momento di esserlo (collaborò con le Waffen SS) ed è incontestabile la sua erudizione nel campo degli studi religiosi. La sua, poi, non era semplice erudizione fine a se stessa, ma era finalizzata ad una comprensione profonda di ciò che sapeva allo scopo di metterla in pratica. Da ciò non va disgiunto il fatto che conoscesse non si sa quante lingue, orientali ed occidentali. 

Bene, un uomo così preparato, così attento alla dimensione del sacro, che non si fermò alla nozionistica ma intese percorrere la sua “via” al divino, mai ebbe, come fanno i “destri” attuali, più o meno eruditi, parole di dileggio o d’offesa verso l’Islam ed musulmani. 

Certo, Filippani-Ronconi era particolarmente interessato ad alcune branche marginali ed “esoteriche” dell’Islam stesso, ma ciò non toglie che mai disconobbe l’origine celeste della rivelazione muhammadiana.

Quindi, cari “fascisti” e/o “destri” anti-islamici, fatevene una ragione: un conto è non essere particolarmente attratti da una civiltà, e ciò è legittimo; un altro è accodarsi alla canea anti-islamica senza rendersi conto di essere dei pappagalli di qualcuno che vi vuol tirare nel suo giochetto.

Per onestà intellettuale

di Enrico Galoppini

Chi mi conosce sa che non m’accontento di “verità precotte”, né d’una tifoseria politica da stadio che se sulle prime può darti una “botta di vita” alla prova dei fatti risulta sempre deludente e miserabile. Ieri, dopo il discorso di Salvini a Milano ho letto entusiastiche recensioni da parte di chi ne sottolineava i punti a suo dire ottimi: 1) la distinzione tra “liberismo” (buono) e “neoliberismo” (cattivo): di qui l’elogio nientemeno che della Thatcher (quella cioè che mandò sul marciapiede non so quanti inglesi); 2) la contrapposizione tra i “papati buoni” (Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) e quello “cattivo” di Francesco I (come non vedere che il “modernismo” ha attecchito in maniera evidente già sotto Pio XII?); 3) l’insistenza sulle radici “giudeo-cristiane” dell’Europa: di qui la carrellata di personaggi cattolici come Chesterton, recuperati da una certa editoria “di destra” anti-islamica e filo-sionista; 4) la “guerra all’Islam”, come se il problema numero uno degli italiani e degli europei fosse quello, e non la moneta-merce generante “debito pubblico” e giustificante (per i finti tonti) il “pareggio di bilancio”, “i soldi che non ci sono”, un mare di tasse e le immancabili “riforme strutturali”, o l’assenza di qualsivoglia concreta sovranità politica, economica, culturale e militare, sottomessi come siamo all’Angloamerica e alla Nato…

Il tutto sotto la nuova parola d’ordine del “conservatorismo”, sul quale, a margine dei suddetti entusiasmi, mi sono sentito in dovere di scrivere quanto segue:

«Certo che se ci si accontenta, in funzione “anti-sinistra”, di essere “conservatori”… Come si fa a non capire che se “il vento della storia” è il Progresso, questa vera e propria malattia/illusione, non può non essere prevista la supposta antitesi, ovvero la Conservazione?
Son tutte battaglie di retroguardia, quando la stalla è aperta e i buoi sono scappati. Tentativi di tappare i buchi del vascello mentre cola a picco. In tutto questo, il filo-sionismo e l’anti-islamismo parossistico di tutto questo “sovranismo” non sorprende, perché in fin dei conti, da una posizione “conservatrice”, parafrasando Croce, “non ci si può non concepire come Occidentali”. Ma che cos’è “Occidente”? Cardini, che certo non è uno sprovveduto, ma che per costoro avrà la pecca d’essere “islamofilo” (in realtà è solo intelligente ed erudito) l’ha spiegato, peraltro in un libro edito da Solfanelli. Io capisco benissimo ed in buona parte condivido lo stato d’animo di chi, dopo quasi trent’anni di saccheggio “europeista” adesso sogna la rivincita e la riscossa, ma sono sempre più scettico sul fatto che a tutto questo ‘fumo’ corrisponda ‘l’arrosto’, che per dei sovranisti autentici dovrebbe corrispondere almeno a queste due misure; 1) fine d’ogni sudditanza atlantica e delle ingerenze degli apparati sionisti; 2) avocazione allo Stato, nazionale o europeo (la querelle su Euro o Lira, ormai svanita, è del tutto inutile), della proprietà della moneta, emessa senza interesse: ciò significherebbe la fine del “debito pubblico” usato dalla BCE per imporre “riforme”. Ma di ciò non v’è la minima traccia nei programmi dei “sovranisti” bannonizzati, che la buttano sul “culturale” per girare intorno ai problemi fondamentali e raccattare facili voti di un elettorato comprensibilmente incazzato nero contro “la sinistra” (ma anche di memoria corta perché come non è stato un “ventennio berlusconiano” non è stato nemmeno un “ventennio del PD”). Chiudo ricordando agli elettori “sovranisti” di simpatie fasciste (per quel che vuol dire dirsi “fascisti” oggi, quando decenni d’antifascismo e di destrismo hanno steso strati di confusione) come il Fascismo, inteso come ideale suscettibile d’essere riproposto (tempi e uomini permettendo), non possa essere ridotto a qualsivoglia nazionalismo né ad ad alcuna forma di disprezzo verso popoli e religioni. Il che è cosa diversa opporsi giustamente a quest’immigrazione senza capo né coda di cui ormai si sa tutto, sempre che, per onestà intellettuale, si riconosca come essere anti-immigrazionisti e liberisti (la Thatcher!!!) non solo non abbia senso, ma sia l’ennesimo inganno bello e buono se, come i critici più onesti riconoscono, l’immigrazione (che non è solo “islamica”!) serve a massacrare, insieme alle delocalizzazioni e alle facilitazioni per i grandi gruppi esteri quando aprono in Italia, il lavoro italiano.»

Pecunia non olet: gridano al Fascismo ma guardano al portafogli

di Enrico Galoppini

Questa è una scena delle colonie balneari di Calambrone (https://it.m.wikipedia.org/wiki/Calambrone),
quando l’Italia provò ad essere Nazione vera e non un Paese di nani e ballerine.

Dopo la guerra persa, gli stabilimenti balneari del litorale tra Pisa e Livorno vennero condannati, con la giustificazione della damnatio memoriae del “regime”, ad un grave stato d’abbandono da parte delle autorità competenti. Abbandono che preludeva, quando se ne sarebbe presentata l’occasione, alla classica operazione di edilizia privata speculativa.

E così è avvenuto. Strutture nate per migliorare la salute del popolo che si trasformano in lotti di appartamenti venduti a caro prezzo, col miraggio della spiaggia esclusiva.

Ecco, anche nel cambiamento della destinazione d’uso di queste ex colonie c’è tutto il senso della costante ed inesorabile parabola discendente dell’Italia.