L’Islâm e la “libertà”

di Enrico Galoppini

Il problema della “libertà” nell’Islam non può essere affrontato se non si riconduce innanzitutto l’Islam stesso alla sua definizione etimologica. Islâm è un termine ricavato dalla radice triconsonantica S-L-M, la quale veicola i seguenti significati: salute, pace, salvezza; consegnare/consegnarsi, abbandonarsi, arrendersi. Chi traduce sbrigativamente Islâm con “sottomissione” ne coglie solo un limitato aspetto, che peraltro risulta sgradito alla mentalità moderna, la quale non accetta in alcun modo di sottomettersi a chicchessia, tanto meno a un Dio.

Islâm è un “nome verbale” (il corrispondente del nostro infinito) del verbo àslama: “rassegnarsi”; “sottomettersi [alla volontà di Dio]”. La dicitura tra parentesi quadra è fondamentale, perché permette di capire tutti gli altri significati summenzionati correlati alla medesima radice. Solo se ci si “abbandona” e ci si “consegna”, senza opporre resistenze, “sottomettendosi” alla volontà divina, ovvero del Principio, si può ottenere quella Pace interiore indicata nella lingua araba con Salâm (si veda anche l’ebraico Shalôm). As-Salâm (“la Pace”) è inoltre un attributo divino, uno dei Suoi “nomi più belli” (al-asmâ’ al-husnâ), e as-Salâm ‘alaykum (“La Pace [sia]su di voi”) è il tradizionale saluto islamico. Che cosa si può augurare, infatti, di più nobile ed elevato, se non la Pace interiore che scaturisce dalla consapevole ed attiva “sottomissione” al decreto d’Iddio?

Tale adeguamento a ciò che Iddio ha stabilito, nella misura in cui l’uomo riesce a realizzarlo col suo sforzo (jihâd), è, per la dottrina islamica ortodossa, l’unica via indicata all’uomo per conseguire la suprema libertà (ché, in una certa misura, in quanto essere esistenziato, un certo grado limitato e condizionato di libertà gli è inerente e connaturato). Il primo passaggio, obbligatorio, sulla via della suprema libertà, è il riconoscimento che Lâ ilâha illâ Llâh (“Non v’è divinità se non Allâh”), il che non poteva essere espresso altrimenti in quanto l’affermazione assoluta, col linguaggio umano, non può che corrispondere ad una doppia negazione. Parlando in termini metafisici: non v’è principio se non “Il Principio”.

Ora, qualsiasi religione d’origine celeste non può che essere la traduzione in termini dottrinali di quella metafisica che per forza di cose non può che essere una. Come osserva René Guénon nel capitolo La nozione metafisica della libertà posto a conclusione del suo Gli stati molteplici dell’essere (ed. orig. francese 1932), la piena libertà, che è assenza di costrizione (Allâh è anche al-Jabbâr: il Costrittore), deve porsi nell’ambito della non-dualità, il che è come dire che solo la realizzazione dell’Unità garantisce una piena libertà. Tutta la via islamica ortodossa, con la sua sharî‘a (lett. “via che conduce alla fonte”), è mirata al conseguimento del tawhîd (“unificazione”), che tradizionalmente è qualificato come wâhid (“uno”). Solo all’Essere è pertinente l’Unità.

Questa “unità dell’Essere” (wahdat al-wujûd) è il principio della libertà, nell’Islâm così come in ogni altra religione d’origine divina. E – come lo stesso Guénon osserva – più in un essere manifestato (che logicamente porta in sé, fin dalla sua natura, un certo grado di libertà) vi è unità e più può dirsi libero. Cioè affrancato dalle limitazioni della dualità che caratterizza questo stato dell’essere nel quale siamo esistenziati.

Non si può qui ignorare che il problema del “servo arbitrio” e del “libero arbitrio”, dal punto di vista islamico (e tradizionale tout court), è una di quelle questioni mal poste che abbondano nel mondo moderno, e cioè da quando si è ritenuto che con la teologia e/o la filosofia (in poche parole attraverso la speculazione razionale e non con l’intuizione intellettuale) si potesse assurgere ai più sublimi vertici della Conoscenza. All’uomo – creatura “a Sua immagine” – è stata data la capacità d’intraprendere uno sforzo, una lotta (jihâd) contro le tendenze più concupiscenti della sua nafs (“anima”), ovvero quelle che più lo tengono impastoiato nella dualità e tutte le illusioni (“reali” sotto un certo aspetto) che ne derivano.

Sarà bene ribadire che solo l’Essere, che promana dal non-Essere (lo zero che si determina e si fa uno), è pienamente libero. Per questo solo Allâh nell’Islâm può dirsi tale, mentre sulle Sue creature (Allâh è l’unico che può creare dal nulla) incombe un imprescindibile compito se vogliono conseguire la Liberazione: tornare a Lui.

Qui il libro rivelato dei musulmani, il Corano (al-Qur’ân), è assai chiaro: Allâh è l’inizio e la fine, l’origine e il destino. Prima uno riesce a mettere ciò in pratica (abbandonando le illusioni dell’erudizione) è meglio è per lui. Allâh infatti a più riprese insiste sul fatto che Lui sa che cosa è bene o no per le Sue creature. Che praticamente dispongono della libertà di “santificarsi” o “dannarsi” attraverso le loro opere, le quali verranno insindacabilmente valutate sulla Bilancia divina, assai misericordiosa, tuttavia. Le opere però devono integrarsi nella fede, ovvero nella “fiducia” che si ripone in Allâh, Che dev’essere costantemente lodato, glorificato (come fa tutta la creazione) e, soprattutto, ricordato. Il dhikr (“menzione”, “ricordo”) di Allâh di colui che è giunto a piena realizzazione è infatti costante, parte integrante del suo stesso essere: è il Liberato in vita. Vi si perviene innanzitutto per un atto di suprema libertà divina, perché “Egli guida chi vuole e travia chi vuole”, ma, su un piano gerarchicamente subordinato, all’uomo è stata data la facoltà di potersi fare carico (non più della “capacità” della sua anima) di un “lavoro” finalizzato ad estinguere il sé individuale nel Sé universale.

In questo, si comprende bene, l’Islâm ortodosso non è affatto in contraddizione con gli insegnamenti dell’Induismo, del quale gli occidentali moderni ripetono a vanvera alcuni termini quali nirvana, mantra, guru eccetera che trovano naturalmente i loro corrispondenti nella tradizione islamica.

Il musulmano che si tiene saldo alla sua religione ed al modo di vita (dîn) che ne scaturisce è certo che la sua volontà deve arrivare a coincidere il più possibile con quella di Allâh. A questo sono finalizzate le espressioni mâ shâ’a Llâh (“ciò che Iddio vuole [ha voluto]”) e in shâ’a Llâh (“se Iddio vuole”), le quali hanno lo scopo di tenere il fedele stoicamente equilibrato per ciò che concerne il passato e il futuro, attraverso i quali l’uomo ordinario, per non dire “l’infedele” (cioè chi non si “affida”), si dimena in un estenuante lotta contro i classici mulini a vento. Solo il presente, l’eterno presente, è degno di attenzione per il musulmano (muslim): quell’istante oltre il tempo ove si è fuori dalla dualità. Il sûfî (il “realizzato”) è detto, non a caso, ibn al-waqt (“il figlio dell’istante”).

Ora, tutte queste cose sinteticamente esposte qui sono vagamente chiare anche all’uomo moderno che vive a suo agio in un mondo desacralizzato anche quando frequenta “seminari di meditazione” e legge le “massime del sufismo” (dopo l’India, sfruttata oltre ogni limite, adesso tocca ad un Islâm ‘New Age’). Ma egli non si rende conto che alla base di ogni realizzazione non illusoria e dunque permanente vi è un sacrificio. Anzi, il sacrificio per eccellenza che è quello del sé individuale che tutta la pratica islamica – a partire dalla salât (l’orazione rituale, assimilabile ad una pratica yoga), quando con la fronte a terra in prosternazione (sujûd, da cui masjid, “moschea”) si pone il cuore più in alto della mente – aiuta prima a riconoscere, poi ad addomesticare ed infine a debellare per dare spazio al vero Sé. Tutti i cosiddetti “pilastri dell’Islâm” (arkân al-Islâm) contengono in se stessi un aspetto sacrificale: la tassa purificatoria (zakât) sui propri beni tesaurizzati; l’astinenza (sawm) da vari piaceri nel mese di Ramadân; il pellegrinaggio (hajj) alla “Casa di Allâh” (Bayt Allâh) nel quale il settuplice rito circumabulatorio rappresenta il riassorbimento nell’Origine, situata nel “centro del mondo”, la Ka‘ba, simbolo di un cuore purificato dagli idoli.

Tutto, qui, è questione di volontà (irâda), attributo dell’atto eminentemente divino. Per questo il discepolo di un maestro spirituale (shaykh) è chiamato murîd, con un termine che, essendo un “nome d’agente” del verbo “volere” (arâda), fa capire come alla base della via che porta alla Liberazione premessa della quale è l’estinzione (fanâ’) dell’ego c’è uno sforzo di volontà indirizzato verso il murâd (il “voluto”, cioè Allâh). L’uomo, con le sue azioni, se l’intenzione (niyya) è ben posta, può solo sperare di ottenere la “soddisfazione” (ridâ’) di Allâh: la stazione del ridwân (“compiacimento”), se queste cose possono essere in qualche modo descritte, è quella più elevata, perché è solo quando Iddio si compiace del suo “servo” (‘abd) che Egli lo libera.

L’uomo, infatti, se non intende solo inseguire i suoi appetiti indefiniti si deve porre nella condizione di risultare gradito agli occhi del suo Signore, il Quale, con un atto di libertà suprema lo affrancherà. E solo a quel punto l’uomo potrà dirsi pienamente libero.

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There are 2 comments for this article
  1. BENNATO BENNATI at 12:06 pm

    Bravissimo Enrico, sintesi veramente magistrale .
    Ma … non ti pare che il dedicarsi ( poco o tanto) alla “politica” e alle sue ( indefinite nel numero) questioni, sia anch’esso un combattere con quei mulini a vento che sopra citavi ?

  2. BENNATO BENNATI at 6:44 pm

    Se voteremo a ” destra”, come necessariamente , per varie ragioni, sembra che dovremo votare ( non foss’altro per non fare prevalere la ” sinistra”) , se guardiamo a certe dichiarazioni fatte dai gran capi di quella parte politica ( ” no alle moschee”, ” no alla islamizzazione dell’Europa”, ecc. come sta predicando in lungo e in largo una certa signora già distintasi col dire che ” un uomo non può dire ad una donna ciò che deve o non deve fare”), di fronte a tanta ottusità, lo faremo , come si usa dire, “tappandoci il naso” e sperando in meglio.

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