L’equivoco dell'”integrazione”
di Gabriele Repaci
A proposito di «integrazione», premetto che il sottoscritto pur essendo italiano puro sangue (fatta eccezione per qualche lontana origine slovena, croata e tedesca) non si sente affatto «integrato».
Non mi riconosco in una società che ritiene lecito chiamare famiglia l’unione fra persone dello stesso sesso o che sia giusto legalizzare certi tipi di droga magari con la scusa di combattere le organizzazioni criminali che lucrano sul commercio di queste sostanze.
Non mi sento «integrato» in un mondo dove una manciata di persone detiene la maggior parte delle ricchezze e la restante parte non riesce a dare da mangiare ai propri figli o dove si possono accumulare enormi quantità di denaro speculando sui risparmi della povera gente.
E aggiungo che non solo non mi sento «integrato» a questa società ma non lo desidero neanche. E come me molti altri.
Allora perché dovrei chiedere a un povero immigrato maghrebino, sudamericano o esteuropeo di «integrarsi» ovvero di accettare questi (dis)valori?

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