L’antifascismo è una malattia mentale?

di Enrico Galoppini

Ieri, a Bologna, è stato impedito, presso la facoltà di Giurisprudenza, un convegno dal titolo “Guerra in Siria. Tra geopolitica e diritto“. Ascritti a parlare, Stefano Vernole, responsabile delle relazioni esterne del Cesem – Centro Studi Eurasia-Mediterraneo e vicedirettore della rivista di studi geopolitici “Eurasia”; Sebastiano Caputo, blogger e reporter di guerra (nonché creatore ed animatore de “L’Intellettuale Dissidente” e del Circolo Proudhon Edizioni); Francesco Cunsolo, ricercatore di Diritto Internazionale. Convegno organizzato dal gruppo bolognese di Azione Universitaria, presente come altri nel “parlamentino” dell’Università. Sala concessa ed autorizzazioni a posto. Relatori con ottime credenziali e conferenza che si preannuncia interessante e ricca di spunti.

I relatori (perlomeno i primi due: del terzo non so) sono pro-governo di Damasco, o quantomeno non parteggiano per la “rivoluzione siriana”, né per le “primavere arabe”. Ma tant’è, ciascuno ha o non ha, specialmente quando è preparato in materia, il diritto di esporre le proprie opinioni?

Evidentemente no, perché un gruppuscolo di “antifascisti” e fautori di un “Kurdistan libero” hanno fatto sapere di non tollerare la presenza nei locali dell’Università di questa conferenza, perché, udite udite, i relatori sarebbero “fascisti” e perché non sarebbe ammissibile parlare di Siria senza citare i “diritti dei curdi”.

Cosa c’entrino queste argomentazioni con il concreto svolgersi dei fatti e la pura e semplice verità lo sanno solo questi “rivoluzionari” cosiddetti, che non si scompongono mai se vengono a sapere di un convegno, poniamo, smaccatamente filo-americano. No, il problema per questi “studenti” (spesso fuori tempo massimo tanto sono presi dalla “contestazione”) sono “i fascisti” ed il “regime siriano”.

Colpisce, ma non troppo, la coincidenza con le posizioni di certi amici della Siria” (particolarmente attivi proprio a Bologna), per i quali anche Assad è “fascista” e tutti quelli che appoggiano il governo di Damasco lo sono per la proprietà transitiva. Peccato che – tanto per dirne una – il Partito Comunista Siriano (insieme ad una sessantina di partiti comunisti nel mondo!) stiano dalla parte del deprecato (dall’Occidente) “regime siriano”. Ma questi “antifa” con ogni evidenza non sono “comunisti”, come superficialmente potrebbero essere bollati, bensì solo dei personaggi con le idee un tantino confuse. Si esaltano, come l’inviata della Rai, per le “guerrigliere curde”, ma ignorano le donne siriane che combattono nelle fila dell’Esercito Arabo Siriano. Che strano “femminismo” il loro…

Detto questo, il clou della protesta di questi individui che sembrano arrivati tra noi, nel 2017, con la macchina del tempo direttamente dal Sessantotto (o dal ’77), è stata l’irruzione nell’ufficio della Presidenza della facoltà di Giurisprudenza, mentre la preside stessa era in riunione. Di questa irruzione (che se fatta da altri comporterebbe provvedimenti disciplinari) esiste anche un filmato di una decina di minuti, girato dagli stessi “occupanti”, i quali si sono prodotti in una monotematica serie di illazioni nei confronti degli organizzatori del convegno, tra i quali (vedasi la locandina), figuravano i suddetti Cesem e la rivista “Eurasia”, alla quale mi onoro di contribuire sin dalla sua fondazione, nel 2004. Una rivista alla quale lo sviluppo degli eventi a livello planetario ha dato costantemente ragione (mentre all’inizio molti ironizzavano), tale è stata la lungimiranza del suo editore (ed oggi direttore) Claudio Mutti, al quale ho dedicato, per i suoi settant’anni, un libro, “Il professore militante”, scritto a più mani e pubblicato da Irfan Edizioni. Questo signore è stato più volte definito da questi analfabeti della politica, della geopolitica (e delle basilari regole dell’educazione) come “stragista”, il che essendo falso varrà come elemento per una querela per diffamazione dello stesso professore, che già in passato ha dovuto difendere la sua onorabilità da simili contumelie apparse anche a mezzo stampa.

Quanto ai due conferenzieri “silenziati” che conosco (Stefano Vernole e Sebastiano Caputo) e che non hanno potuto parlare all’Università (nella stessa università che elargisce lauree ad honorem a uomini di spettacolo e speculatori di borsa), posso dire che l’unico commento adatto in questi frangenti è che è davvero deprimente che gli studenti dell’ateneo non abbiano potuto ascoltare uno dei massimi esperti di politica internazionale che abbiamo in Italia, ospite in tutto il mondo di prestigiosi simposi, ed un reporter che non si abbevera alle veline, ma va a cercarsi ancora la notizia in mezzo alle pallottole dei cecchini.

Ma l’importante è aver “cacciato i fascisti dall’università”, con tanto di lenzuolata e una decina (!) di “mi piace” su Facebook.

Adesso uno potrebbe chiedersi perché mai mi accalori così tanto per una vicenda che non mi ha riguardato in prima persona. È presto detto: se fossi stato io invitato a parlare in quell’università sarebbe successa la stessa cosa. Perché l’importante non è quello che si è o si ha da dire, ma la sigla, l’involucro, o peggio ancora la diceria, il sentito dire di decenni di favole e Indymedia, per non parlare di stati realmente allucinatori nei quali versano alcuni che sinceramente hanno troppo “peso” negli atenei, come quelli che una decina fa, per il semplice fatto che mi ero recato a sentire una conferenza sulla Palestina in una palazzina dell’università non mi volevano far entrare, minacciandomi di chissà quali ritorsioni fisiche qualora vi fossi entrato (quella volta approfittai della provvidenziale presenza “ingombrante” dell’amico Fabrissi Vielmin, che subito squadrò questi “vigilanti” facendo capire loro l’antifona).

Per i cultori dei disturbi del carattere e della personalità le scorribande di certi invasati sono davvero un caso di studio: c’è un momento, nel predetto filmato, nel quale una ragazza rinfaccia alla preside che aver concesso la sala a Azione Universitaria equivale ad averla data ad un gruppo di studenti dell’Isis. C’è da chiedersi a chi faccia comodo questa presenza stantia e mummificata, che stabilisce, manco fosse il Padreterno, chi può parlare e di cosa può parlare (ripeto, con competenza e cognizione di causa) in spazi che fino a prova contraria sono pubblici ma che per l’ennesima volta – stante, pare, la sospensione delle lezioni nel medesimo pomeriggio per motivi “d’ordine pubblico” – alcuni si sono presi per sé per farne il palcoscenico dove inscenare il proprio teatro dell’assurdo.

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