Renato Pallavidini, Fascismo o fascismi?, Ed. all’Insegna del Veltro, Parma 2013 (Prefazione di A. Colla)

Per gentile concessione dell’Editore ripubblichiamo la Prefazione di Alessandra Colla al libro di Renato Pallavidini Fascismo o fascismi?, uscito nel 2013 per le Edizioni all’Insegna del Veltro.

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Prefazione a Fascismo o fascismi?

 

pallavidini_fascismoLo studio scolastico della storia ci ha abituato a pensare per epoche, e questo spesso ci impedisce di apprezzare i fenomeni storici nella loro dimensione contestuale e strettamente temporale.

Così, per esempio, se è vero che l’età romana imperiale è durata secoli è altrettanto vero che l’età elisabettiana, alla quale si deve un riassetto planetario imponente e pari, per importanza, a quello realizzato dalla Roma dei Cesari, è durata soltanto lo spazio della parabola regale di Elisabetta I e del suo successore Giacomo I — meno di settant’anni.

In tempi più recenti e per noi emotivamente più intensi, il periodo storico che senza ombra di dubbio ha maggiormente inciso sulla storia d’Italia (“nel bene e nel male”, come si usa dire) è il fascismo: vent’anni o poco più. Due decenni, quattro lustri: un lasso di tempo che può voler dire molto nella vita di un uomo, e ancor di più nella vita di un popolo e di una nazione, come suggeriva Oswald Spengler definendo le civiltà come veri e propri organismi che si sviluppano attraverso «le stesse fasi dell’individuo umano. Ognuna ha la sua fanciullezza, la sua gioventù, la sua età virile e la sua senilità» (O. Spengler, Il tramonto dell’Occidente, Longanesi  2008, p. 174).

Il fascismo, dunque, è uno di quegli argomenti che hanno fatto versare i proverbiali fiumi di inchiostro, in Italia e all’estero, e non soltanto in grazia della novità assoluta rappresentata dalla costruzione mussoliniana: il ruolo cruciale dell’Italia fascista nel conflitto che travolse l’Europa fra il 1939 e il 1945 ha fatto sì che studiosi di tutti i paesi dedicassero al fenomeno un’attenzione talvolta maniacale. Proprio per questo potrebbe non essere del tutto pellegrino interrogarsi sulla reale necessità di un altro libro sul fascismo: e la cosa non sembri riduttiva o insultante. In realtà, il lavoro di Renato Pallavidini affronta uno dei temi più spinosi legati allo studio e all’analisi di questo momento storico così complesso, così apparentemente sviscerato eppure ancora così denso di zone d’ombra — un’ombra che forse dovremmo rassegnarci a considerare imperscrutabile. “Dovremmo”, o meglio (peggio?) “dovremo”: nell’ultima intervista rilasciata a Pasquale Chessa nel 1995, prima di morire, lo storico Renzo De Felice dichiarò testualmente di aver accettato anche e soprattutto

«perché è mia convinzione che lasciar tempo al tempo non è possibile: lo spazio per una effettiva chiarificazione storica aperto dalle vicende internazionali e nazionali di questi ultimi anni si sta in Italia richiudendo [il riferimento è alla caduta del Muro di Berlino nel 1989, alla conseguente conclusione de_felicedella guerra fredda e al nuovo assetto planetario impostosi nel quinquennio successivo — N.d.R.]. Una vulgata sta morendo, con buona pace dei suoi superstiti sostenitori ed epigoni, ma se ne sta sostituendo giorno dopo giorno un’altra, in parte diversa, ma altrettanto refrattaria alla verità storica e probabilmente altrettanto perniciosa. Ché se la vecchia tendeva a squalificare e invalidare alcune verità a tutto vantaggio dell’esaltazione e della legittimazione di una vulgata politica di comodo, la nuova par di capire tenda a legittimare le une e le altre in funzione di un immobilismo politico e culturale che — come in passato — ignori le esigenze di una società veramente moderna ed escluda un’effettiva partecipazione di larghissimi settori della popolazione, non mediata dal “vecchio” solo formalmente messo a nuovo. Col risultato di diffondere sfiducia, lacerare vieppiù ciò che resta del tessuto nazionale e far perdere quindi, a un numero sempre più vasto di italiani, ogni punto di riferimento nazionale e di orientamento etico» (R. De Felice, Rosso e Nero – a cura di Pasquale Chessa, Baldini&Castoldi 1995, pp. 8-9).

Il tema, dunque, è l’eterno dilemma che appassiona gli estimatori e attanaglia i denigratori del fascismo, perfettamente compendiato nel sottotitolo di questo scritto: Fascismo o fascismi? Un monolito inscalfibile o un prisma dalle infinite sfaccettature? “La più audace, la più originale e la più mediterranea delle idee” (come lo stesso Mussolini definì la sua creatura politica nel Testamento raccolto da Cabella), o un coacervo di molte anime non sempre concordi e anzi fin troppo spesso in aspro conflitto fra loro?

A un esame sommario, sembra di poter dire che l’immagine monolitica del fascismo mussoliniano fa buon gioco a quanti si professano antifascisti: poiché permette di criminalizzare, gettandolo nello stesso calderone, chiunque si rifaccia anche soltanto a un singolo aspetto del fenomeno — accomunando disinvoltamente, per esempio, il compunto studioso del sindacalismo corporativo e il feroce torturatore della banda Carità. Ma, d’altro canto, la medesima immagine fa buon gioco anche a chi (per i motivi più vari) del fascismo sembra prediligere l’ortodossia un po’ ottusa in perfetto stile credere-obbedire-combattere, dimenticando volentieri le feconde eresie di Berto Ricci o di Stanis Ruinas. Insomma: di questa intricata matassa è davvero difficile trovare il bandolo, e dipanarla senza ingarbugliarla di nuovo è impresa tutt’altro che facile.

Mussolini_direttore_dell'Avanti!L’Autore ci prova (se sarà riuscito nel suo intento, giudicherà il lettore), e lo fa partendo da una prospettiva inconsueta: introducendo, cioè, una scansione temporale né irrilevante né ovvia. Pallavidini, infatti, offre qui una ricostruzione storica dell’Italia mussoliniana fra il 1912 e il 1945 — laddove, quando ci si occupa di studiare il fascismo con annessi e connessi, si comincia  invariabilmente ad affrontare il discorso partendo dal 1919: l’anno in cui, il 23 marzo, Mussolini fondò a Milano i Fasci di combattimento. Pallavidini, invece, assume a ragion veduta il Congresso socialista di Reggio Emilia del 7-10 luglio 1912 come l’evento che segna ufficialmente l’ingresso di Mussolini  nella vita politica nazionale: il 1° dicembre dello stesso anno, non ancora trentenne, Mussolini diviene direttore del quotidiano “Avanti!”, storico organo del partito socialista. Benché giovane, il futuro duce degli italiani non era certamente uno sconosciuto nel panorama politico dell’anteguerra: aveva cominciato a farsi notare nel 1909, a Forlì, dove dirigeva il settimanale “La lotta di classe” e aveva già scalato i vertici della federazione locale del partito; nel 1911 aveva guidato le manifestazioni di protesta contro la guerra di Libia, ricavandone una condanna a cinque mesi di carcere. Alla direzione dell’“Avanti!” resterà poco: dopo lo scoppio della guerra nel giugno del 1914, in aperta opposizione con l’orientamento del partito Mussolini si schiera sempre più a favore dell’intervento in guerra dell’Italia; il 15 novembre 1914, nove giorni prima dell’assemblea di partito che si concluderà col voto favorevole alla sua espulsione, il direttore ribelle ha già dato vita a un altro giornale, tutto suo — “Il Popolo d’Italia”. Un nome, questo, particolarmente significativo per una testata che contiene in nuce, e forse inconsapevolmente, il manifesto programmatico del futuro capo del Governo: divenuto Primo Ministro all’indomani della Marcia su Roma, Mussolini si premurò di formare un governo di coalizione nel quale trovarono posto, accanto ai fascisti, anche nazionalisti, popolari, liberali, democratici e demosociali — espressioni delle istanze diverse di un unico popolo.

fascistiDal 1912, dunque, inizia il percorso di un uomo e di un’idea che non si arresterà il 28 aprile del 1945, ma proseguirà idealmente continuando a fornire spunti (talvolta, è vero, disattesi o travisati). Il che può sorprendere soltanto quanti sono convinti (in buonafede) o si ostinano a sostenere (in malafede) che il fascismo, secondo la famosa definizione crociana, fu una mera parentesi nella storia dell’Italia unitaria: dimenticando che, se la parentesi è un elemento del discorso che non lo interrompe né tantomeno ne inficia la continuità, bisognerebbe pure giustificare in qualche modo plausibile il passaggio dalla monarchia alla repubblica — transizione che in Italia, com’è noto, non fu né fluida né indolore.

Chi scrive propende per l’interpretazione fornita, a suo tempo, dallo storico israeliano Zeev Sternhell: il quale, rifiutando ogni ricorso alle categorie dell’emergenzialità o della straordinarietà per spiegare la nascita del fascismo, afferma invece con chiarezza che

«il fascismo non rappresenta un fenomeno eccezionale, e neppure il semplice risultato della crisi seguita al cataclisma bellico del 1914-1918. Il fascismo, per dirla tutta, non può essere affatto confinato al periodo tra le due guerre, né tantomeno ridotto ad una anomalia, oppure, per riprendere le celebri espressioni di Benedetto Croce, ad una “parentesi” della storia contemporanea, ad un’“infezione” che segnerebbe, dopo la Grande Guerra, un periodo di “abbassamento nella coscienza della libertà” […]. Infine, esso non è neppure il prodotto di un qualche rigurgito “machiavellico”, che avrebbe investito l’Europa del Novecento. […] il fascismo è parte integrante della storia del nostro secolo. […] Chiunque persista, quindi, a considerare il fascismo nient’altro che un portato della Grande Guerra, un semplice riflesso difensivo della borghesia di fronte alla crisi seguita al conflitto, si condanna con ciò stesso all’incomprensione di questo fenomeno cruciale del Novecento.» (Z. Sternhell, Nascita dell’ideologia fascista, Baldini&Castoldi 1993, pp. 9-13).

sternhell_nascita_ideologia_fascistaA distanza di un quarto di secolo (il testo di Sternhell uscì in edizione originale nel 1989), lo studio di Renato Pallavidini sembra dimostrare la correttezza di quell’intuizione: il fascismo riassume in sé tutte le suggestioni dell’ultimo Ottocento — come provano le innumerevoli sfumature di teoria e prassi riscontrabili in tutte le fasi del fenomeno, dal “movimento” al “regime”, per utilizzare la partizione defeliciana — e le travalica in una sintesi di ampio respiro.

In questa prospettiva, dunque, si conferma la bontà della scelta operata dall’Autore: identificare il prisma ideologico e concettuale del fascismo con l’esperienza personale e politica di colui che tentò, fino alla morte, di conferire compiuta organicità ai fermenti di tutta un’epoca per traghettare l’Italietta sabauda nel mondo del XX secolo. Fin qui, è Storia; la cronaca del dopoguerra dice altro: le pagine che seguono si confermano, a sommesso avviso di chi scrive, strumento efficace per orientarsi nel mare magnum di contraddizioni e menzogne che circonda un’Italia ancora drammaticamente incapace di leggere e comprendere il suo passato — le sue radici.

Alessandra Colla – ottobre 2013

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