Ha vinto il Brexit. A ottobre il Renxit (Renzi exit)

di Michele Rallo

panico_ue_brexitLo so, non è elegante. Ma non posso fare a meno di dire: ve l’avevo detto.

E non mi riferisco tanto all’esito del referendum inglese. Anzi, confesso che il tourbillon dell’ultima settimana (terrorismo mediatico sulle conseguenze economiche, crescendo di isteria “antirazzista”, per non parlare di un delitto che pareva concepito apposta per intorbidare le acque)… il tourbillon – dicevo – mi aveva fatto temere che gli elettori inglesi potessero farsi infinocchiare quando ormai la vittoria era a portata di mano.

Dunque, il “ve l’avevo detto” non si riferisce tanto alla pur clamorosa vittoria del Brexit, ma alla reazione dei popoli europei che – ho ripetuto fino alla noia – alla fine sarebbe arrivata. E sarebbe arrivata nell’unico modo possibile in democrazia, con il voto popolare. Data questa premessa d’ordine generale, avevo indicato quelli che mi sembravano gli snodi più importanti, quelli che avrebbero potuto segnare il colpo di grazia per questa spompata e sbertucciata Unione Europea: il referendum inglese del 2016 e le elezioni presidenziali francesi del 2017.

Il referendum inglese è andato. Le presidenziali francesi ci saranno fra meno di un anno, ad aprile. In mezzo, tanti turni elettorali minori: a cominciare dalle innocue elezioni spagnole di questa domenica (in Spagna non esiste un partito nazional-populista e antieuropeo) e senza dimenticare il referendum italiano di ottobre per quello che alcuni già chiamano il Renxit, ovvero Renzi exit.

Ma – da qui all’appuntamento francese – ci sarà anche l’assedio della speculazione finanziaria internazionale all’Inghilterra, in uno con la corsa contro il tempo dei vertici UE per perfezionare l’uscita di Londra da tutti gli organismi europei quanto più presto possibile, prima che il governo britannico possa rimodulare la sua politica economica alla luce del nuovo stato di fatto. Il disegno bullistico di Junker e delle altre zitelle inacidite è chiaro: devono cercare di far male all’Inghilterra, tanto male, in modo da poter dimostrare che lasciare l’Unione equivalga a un suicidio, che porti crisi, miseria e disoccupazione: tutte cose – sia detto per inciso – che fin’ora sono state portate proprio dai funesti parametri europei.

Marine-Le-PenMa – attenzione – il messaggio terroristico anti-exit non sarà indirizzato tanto ai cittadini britannici, bensì a quelli degli altri paesi europei, per scoraggiare ogni possibile tentazione di seguire l’esempio inglese. E soprattutto – da qui all’aprile 2017 – ai cittadini francesi. Se Marine Le Pen, infatti, dovesse diventare Presidente della Repubblica, indirebbe subito un referendum analogo a quello inglese, e il risultato sarebbe scontato: una valanga di SI all’exit, essendo la Francia forse il paese più antieuropeo dell’intera Unione. Non si dimentichi che Parigi ebbe a pronunciarsi già nel 2005 (quando la situazione non era tragica come adesso) sui “valori” dell’Europa. E il pronunciamento – già allora – fu inequivocabile: il 55% di NO alla Costituzione Europea. Immaginatevi cosa succederebbe se si votasse oggi, con una crisi alle stelle, con il governo “socialista” che vuole imporre un Jobs act alla parigina, con il paese letteralmente invaso da “migranti” di prima, seconda o terza generazione.

Ecco perché gli inglesi devono attendersi un assedio finanziario (e politico) senza esclusione di colpi: ricordate la congiura dello spread contro l’Italia nel 2011, per abbattere il recalcitrante Berlusconi e per chiamare Monti e Fornero? e ricordate le sporche operazioni politico-finanziarie che hanno messo in ginocchio il Brasile di Dilma Rousseff e il Venezuela di Maduro, rei di lesa maestà statunitense? Altro che la ridicola raccolta di firme per ripetere il referendum! Ed altro che il ridicolissimo credito che certa stampa italiana sembra dare a questo “non ci gioco più” per bambini cretini!

Ma, se gli inglesi devono attendersi – per dirla con Churchill – “lacrime, sudore e sangue”, i francesi potranno finalmente avere un po’ di respiro per quanto riguarda l’economia e i flussi migratori: per cercare di far passare l’idea che in fondo la UE non sia così cattiva. Certo, non mancheranno scandali e tenebrosi affaires, e forse anche qualche tempestivo fatto di sangue che possa muovere a compassione l’opinione pubblica, magari una o due settimane prima delle elezioni. Marine Le Pen – poi – da qui alle presidenziali sarà accusata di tutto il pensabile e l’impensabile; e, se i sondaggi riservati continueranno a darla in testa, dovrà stare attenta anche alla propria personale incolumità.

Non va esclusa, infine, una variabile di non secondaria importanza: prima delle presidenziali francesi ci saranno – a novembre di quest’anno – le presidenziali americane. E chi può escludere che l’onda lunga del Brexit valichi l’Atlantico, giungendo a tarpare le ali di quell’insopportabile Hillary che, notoriamente, è la candidata sostenuta da quei medesimi potentati finanziari che sono stati spernacchiati dagli elettori britannici?

donald-trumpIn fondo – come ho già scritto – il compito assegnato agli USA è quello di semplice braccio armato dei poteri forti. In compenso di questo “lavoro sporco” non saranno certo esentati dalla macelleria sociale dei “mercati”. Semplicemente, il loro turno verrà dopo quello dei paesi europei, ma anche loro sono in lista d’attesa per finire nel grande tritacarne del mondialismo finanziario. Gli americani hanno cominciato ad accorgersene. Da qui, l’ascesa di candidati alternativi all’establishment: Sanders a sinistra, Trump a destra. Sanders non ha potuto reggere l’urto della concorrenza miliardaria dell’ex first lady; ma Trump – che è miliardario di suo – è uscito indenne dalle primarie repubblicane, e adesso è diventato improvvisamente un concorrente pericoloso, pericolosissimo per l’attempata donzella tanto amata dall’alta finanza.

E in Italia? In Italia è già un’orgia di veline e fogli d’ordini, in piena atmosfera da Minculpop del ventunesimo secolo. Deve assolutamente passare il messaggio che la nostra crisi non potrebbe attenuarsi uscendo dall’Unione Europea, che dobbiamo continuare ad andare a prendere i migranti fino sotto le coste libiche («accogliamoli tutti», incalza Bergoglio) e che parlare di un exit all’amatriciana sia un pericoloso esercizio di populismo e di razzismo. Berlusconi, naturalmente, è della partita europeista, insieme a verdiniani, alfaniani e onorata compagnia. In zona Cesarini si sono aggiunti anche i grillini, impegnati in un forcing disperato per apparire moderati, presentabili e pronti per andare al governo. Non per nulla, qualche settimana fa Di Maio si è recato in visita ufficiale nella Londra pre-Brexit, capitale dell’alta finanza europea. Lo stesso pellegrinaggio – si ricorderà – fu compiuto da Gianfranco Fini nel lontano 1995. Con i risultati che tutti conoscono.

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