Cent’anni fa, un Galoppini al Giro d’Italia

di Enrico Galoppini

giro_italia1909Ieri si è conclusa la 100a edizione del Giro d’Italia.

Alla prima edizione, nel 1909, c’era anche un mio avo, Arnolfo Galoppini, che portò a termine le otto tappe del percorso per complessivi 2.448 chilometri, conquistandosi un onorevole diciassettesimo posto nella graduatoria finale.

Egidio Giuseppe Arnolfo Galoppini, uno zio del mio babbo, era nato a Cecina il 3 maggio 1883. Dopo aver preso parte, nel 1908, alla 7a edizione della Roma-Napoli-Roma (11° posto), a ventisei anni – col ricavo della vendita di una bestia al mercato che la sua mamma gli aveva affidato! – s’iscrisse (punzonatura n. 124) alla prima edizione di una gara a tappe che avrebbe avuto una notevole fortuna, tant’è che quest’anno ha compiuto cent’anni.

Anche se il ciclismo non è mai stato uno sport per “signorine”, non ci vuole molto ad immaginare la fatica immane di quei pionieri, alle prese, dal 13 al 30 maggio, con un percorso irto di difficoltà e di pericoli i più impensabili ai nostri giorni. Basti leggere “l’incredibile” resoconto dell’ottava ed ultima tappa, che il 30 maggio riportava i partecipanti a Milano, da dove erano partiti un paio di settimane prima: di tutto e di più, tra polveroni e cadute degne di un film di Fantozzi. Ma anche tentativi d’imbrogliare clamorosamente la giuria, come quelli di chi – si dice – prese anche il treno di nascosto pur di scalare la classifica. Classifica che alla fine vide in testa Luigi Ganna.

Arnolfo Galoppini, o, semplicemente, “lo zio Arnolfo”, non l’ho mai conosciuto, avendo lasciato questo mondo il 29 maggio 1967. Ma anche se non ne so molto perché il mio babbo ci ha salutato ormai trent’anni fa, è sempre stato un po’ “la leggenda di casa Galoppini”, perché oltre a quell’impresa sportiva si rese protagonista di altre “pazzie”, come quando andò volontario in Abissinia a più di cinquant’anni.

giro-italiaGenio e sregolatezza, come si suol dire, perché non contento di essersi fabbricato da solo quella bici (“Fulmine”) citata ancora tra le “curiosità” di quel primo Giro, ne inventò un’altra, in grado di avanzare sull’acqua, e poi chissà quali altri marchingegni di cui non so.

So solo, per certo, che quell’altra “stramberia” attribuitagli – e cioè quella di aver anche scoperto un farmaco per le “febbri maltesi” (brucellosi) – non era una leggenda, perché quando il mio babbo era degente all’ospedale Santa Maria della Scala di Siena (dove si trovava anche l’attore Adolfo Celi morto pochi mesi prima di lui), un altro lì ricoverato quando sentì il cognome Galoppini s’incuriosì e gli chiese se per caso non si trattasse di un parente di uno che, anni addietro, gli aveva salvato la vita.

Di questo “personaggio” altro no so, anche perché tutti quelli che avrebbero potuto raccontarci altre storie non ci sono più. Sarà stato anche un “mezzo matto”, come si è sempre sostenuto, ma a me alla fine rimane simpatico e me l’immagino da qualche parte, a cinquant’anni esatti dalla morte, mentre si gode l’arrivo dell’ultima tappa del centesimo giro, il giorno prima del suo addio a questo mondo.

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