Due parole sui “social network” e la libertà

di Enrico Galoppini

Va bene che ufficialmente sono nati per ritrovare “gli amici di una vita”. Ma se si eccettua chi posta solo foto di mogli, mariti, figli, vacanze, acquisti e manicaretti, va detto che queste reti sociali vengono utilizzate da molti per esprimere le proprie idee.

Ora, in un ambiente che ogni tre per due si dichiara libero la cosa più banale del mondo sarebbe il poter esprimere liberamente le proprie idee, su qualsiasi argomento.

Accade invece che la maggioranza dei moderni, benché inebriata dall’illusione della libertà, non riesce assolutamente a sopportare l’espressione, anche a mezzo di questi strumenti, di idee non conformiste (cioè non conformi al “moralmente corretto“). Al primo comparire di qualche idea “strana” certi psicopoliziotti volontari s’indignano e se la prendono come se gli fosse stata offesa la mamma. Però sono convinti che qui ci sia la libbertà (questa volta con due B). Questo tipo d’individui va preso con le molle: può toglierti “l’amicizia” (cosa di cui m’interessa men che zero) e potrebbe “segnalarti” agli amministratori del giocattolo, che così provvederanno a metterti nel “cattiverio” per un po’ (altra cosa che alla fine non ha nessun valore, prima che qualche “autorità” s’inventi un “rating” per le persone basato sulle idee espresse in pubblico). Ed è quello che sta accadendo ad alcuni miei amici, tra i quali si annoverano studiosi e pensatori di notevole spessore, che però, a causa di omuncoli insignificanti, ogni tanto si vedono precluso l’accesso su Facebook, dove sono ammessi anche animali vestiti e pagliacci in servizio permanente. Questi signori, insomma, stanno in “castigo” per le loro idee, nella speranza che col tempo si autocensurino sempre più (ma non lo faranno!).

È per questo che, sebbene a qualcheduno possa sembrare incredibile (dato che non la mando certo a dire), il sottoscritto sta attento a non esprimere pubblicamente tutto quel che veramente pensa su parecchie questioni “calde”. Calde, intendiamoci, solo perché c’è troppa gente – schiava dentro – che per l’appunto si scalda subito per un nonnulla, mentre ci sarebbe un gran bisogno di ragionare a mente fredda… Se ci fosse libertà, s’intende…

Integrazione: “non c’è trippa per gatti”

di Michele Rallo

L’ultima frontiera della strategia immigrazionista passa attraverso un banale giochetto di parole. Avevano iniziato con “accoglienza” e con “solidarietà”, fidando sulla bontà d’animo degli italiani. E, fino a un certo punto, sono riusciti a prenderci per i fondelli.

Poi, quando i ritmi dell’invasione sono diventati terrificanti, il castello di carte buonista è crollato miseramente, travolgendo i trafficanti dell’accoglienza e i predicatori dell’inclusione. Alla fine lo hanno capito anche loro: gli italiani non ne vogliono più sapere, si sono rotti i cosiddetti, vogliono riappropriarsi dei loro treni, dei loro giardini pubblici, delle loro periferie lasciate in mano alla delinquenza d’importazione, delle loro case popolari, dei loro posti-letto in ospedale, dei loro posti di lavoro sempre più contesi da una concorrenza spietata, dei loro soldi gettati nella fornace di una solidarietà pelosa che ci costa fior di miliardi (che paghiamo con i “sacrifici”).

È così. Se ne son dovuti fare una ragione anche i chierichetti di el General e i maggiordomi dei miliardari filantropi. In attesa che il concetto riesca a penetrare anche le teste di coccio di certa sinistra italiana, che galoppa gagliarda verso il suicidio elettorale.

A questo punto, però, gli strateghi dei poteri forti hanno suggerito ai loro seguaci italiani una tattica alternativa: non parlare più di “solidarietà”, di “accoglienza”, di “disperati in fuga dalle guerre e dalle dittature”, e fingere di voler venire incontro alla popolazione italiana. Le tappe di questa strategia le abbiamo viste negli ultimi mesi: stretta sull’anarchia ONG, un ministro degli Interni travestito da “duro”, espulsione di qualche jihadista colto con le mani nel tritolo, promessa (solo promessa) di effettuare i rimpatri degli irregolari, e – soprattutto – l’immissione nel circuito giornalistico-televisivo di una nuova parola magica: “integrazione”.

È una parola che si presta ad un uso duro, austero, quasi di difesa dei tanto vituperati “muri”. Chi vuole restare in Italia, deve accettare di “integrarsi”, deve – cioè – accettare le leggi e gli usi del paese che lo ospita, deve capire che in Italia ci sono ancora dei cristiani – Bergoglio permettendo – e deve quindi concederci di festeggiare il Natale di Nostro Signore e la Pasqua di Resurrezione, deve rinunziare a picchiare la moglie se mette un rossetto, deve pagare il biglietto sugli autobus, e così via dicendo. Deve anche cercarsi un lavoro, un alloggio e tutto quanto connesso ad una civile sistemazione. Tutto ciò – aggiungono i più duri fra i duri – solo dopo essere stati ammessi fra chi “ha diritto” di restare in Italia.

Dunque, cominciamo dalla coda: nessuno straniero “ha diritto” di restare in Italia. È il nostro Stato che, avendo sottoscritto delle convenzioni internazionali, concede oggi a talune ristrette [?] categorie di migranti (ma non è detto che continui a farlo domani) la possibilità di soggiornare in Italia per un periodo più o meno lungo.

Una sola categoria di stranieri ha pienamente diritto di rimanere in Italia: quella di coloro che hanno un rapporto di parentela (anche acquisita) con cittadini italiani. Per il resto, sono tutti ospiti; anche quei pochi che rispondano ai requisiti di cui alla convenzione ONU che abbiamo sottoscritto: coloro, cioè, che abbiano abbandonato il proprio paese «per fondato timore di persecuzione per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinione politica».

Ma, attenzione: anche costoro, i pochi veri “rifugiati”, non hanno “diritto” ad essere accolti; hanno “i requisiti” per essere accolti. A norma del diritto internazionale, nessuno ha diritto di entrare in uno Stato di cui non ha la cittadinanza. Esattamente come, secondo le più elementari norme del diritto civile, nessun soggetto ha il diritto di entrare a casa d’altri. È il padrone di casa ad avere il diritto di ammettere o meno qualcuno entro le proprie mura, di imporre delle condizioni per essere ammesso (per esempio, delle regole di comportamento) e di stabilire se l’ospite possa fermarsi per un’ora, un giorno o un anno. Ed è esattamente così anche in scala maggiore: lo Stato, ogni singolo Stato, ha il diritto inalienabile di accogliere o di respingere chicchessia.

Accertato così che nessuno straniero “ha diritto” di venire in Italia, torniamo alla “integrazione”. Vero capolavoro di tecnica subliminale: vogliono farci accettare come positivo il punto maggiormente negativo del fenomeno migratorio. Infatti, l’aspetto peggiore dell’assalto dei migranti ai nostri confini non è la “accoglienza”: facciamo bene a “salvarli”, a nutrirli, a vestirli, anche a regalar loro biciclette e telefonini. Ma, poi, il nostro interesse primario è quello di rimandarli indietro nel più breve tempo possibile: prima che si “integrino”, prima – cioè – che si trovino un lavoro (togliendolo agli italiani), che si trovino un alloggio popolare (togliendolo agli italiani), che vadano ad incidere pesantissimamente sul sistema sanitario, sul sistema previdenziale, sul sistema carcerario, su tutti i settori della nostra vita nazionale; settori per cui i migranti, lungi dall’essere “una risorsa”, sono un peso aggiuntivo che è oggettivamente insostenibile da parte delle nostre scassatissime finanze.

È un peso che non ci possiamo accollare. Esattamente come – ritornando ad un parallelo casereccio – una famiglia in ristrettezze economiche deve dedicare ogni risorsa per sostenere la propria prole, e non può decidere di accogliere uno o più figli adottivi.

Di primo acchito, ci sembra un fatto positivo vedere un africano “integrato” che veste l’uniforme di carabiniere, o una asiatica “integrata” che fa la ballerina in tv. Ma – se ci riflettiamo un momento – ci rendiamo subito conto che questo significa un ragazzo italiano che non riuscirà a fare il carabiniere, o una ragazza italiana che non riuscirà a fare la ballerina di fila.

Il nostro interesse – e spero che i governanti di domani lo comprendano – non è quello di integrare, di “includere”. Il nostro interesse è di rimandarli a casa loro. Qui – come dicono a Roma – “nun c’è più trippa pe’ gatti”.

 

Perché continuare a scrivere?

di Enrico Galoppini

Quest’articolo, potenzialmente, potrebbe essere il primo e l’ultimo che scrivo per questa nuova testata informativa alla quale m’è stato chiesto di collaborare. E, perché no, l’ultimo mio articolo in senso assoluto, dopo più di quindici anni di febbrile produzione nella quale ho affrontato vari temi, dalla politica internazionale alla storia, dalla religione alla critica del costume.

Le ragioni di quest’affermazione un po’ spiazzante sono evidenti già nel titolo. Accingendomi a metter giù delle considerazioni meritevoli d’esser lette da altri, mi sono infatti posto un amletico quesito: possibile che con tutto quel che s’è letto, visto e sentito, ma soprattutto provato sulla propria pelle, ci sia ancora bisogno di scrivere articoli per spiegare ed interpretare il tal fatto o il talaltro fenomeno di questo mondo sempre più “impazzito”?

Possibile che i miei abituali lettori non abbiano sviluppato la capacità di vedere per conto proprio un po’ più in là, di annusare la fregatura, di non farsi abbindolare dalle versioni ufficiali? Possibile che ci sia ancora bisogno che il sottoscritto (o altri, ben più letti di me) metta giù altre considerazioni su questo o quell’argomento? Tempo fa, Maurizio Blondet, in preda a medesime sensazioni angosciose ma comprensibilissime, scrisse un pezzo divertente ed amaro intitolato pressappoco “fatevi il vostro  articolo”, nel quale metteva a disposizione dei suoi lettori una serie di “notiziole” significative, che dopo un pluriennale allenamento coi suoi scritti essi avrebbero dovuto decriptare ed interpretare senza alcun aiuto del loro “punto di riferimento”, cioè lo stesso Blondet.

Stefano Anelli (ovvero lo scomparso John Kleeves), mi confidò, poco prima di uscire dalle scene, d’essere stufo di scrivere per gente che legge tanto per passare il tempo. Gente che leggeva i suoi formidabili articoli sull’America strabuzzando gli occhi per le “rivelazioni” contenutevi, per poi fare, dopo averli letti, come nulla fosse. Continuando a fare la vita di prima, cercando di sgomitare e farsi una “posizione” (con tutti i compromessi che ciò comporta) in questa Colonia Italia made in Usa. Una cosa da restare allibiti ma molto istruttiva, effettivamente, tanto che l’autore di testi fondamentali come Vecchi trucchi e Un paese pericoloso si sarebbe di lì a poco ridotto al silenzio, tenendo per sé un libro sugli italiani che – diceva – aveva finito ma che gli italiani stessi non meritavano di leggere perché non l’avrebbero capito (e, forse, gradito).

C’è poi un altro motivo ancora più grave per il quale avrei sinceramente voglia di smettere di scrivere e di partecipare a conferenze di qualsiasi sorta. Se dopo che spiriti illuminati del calibro di Guénon, Evola, Schuon, Burckhardt, Coomaraswamy e tutti gli altri “tradizionalisti” hanno pubblicato le loro opere; se dopo che i classici del pensiero “controrivoluzionario” sono stati diffusi da un Cattolicesimo che non aveva ancora alzato bandiera bianca; se tra le due guerre mondiali si è verificato il tentativo d’imprimere, a livello politico e filosofico, finanche nel tipo umano e nel carattere, una brusca sterzata alle peggiori deviazioni del “mondo moderno” che solo una sconfitta militare ha ricondotto nell’alveo del più spaventoso nichilismo; ebbene, se dopo tutto ciò siamo ancora al punto di prima, e cioè alla constatazione che i nostri contemporanei, in massa, sono felici di partecipare al gran galà organizzato su questo Titanic che è la civiltà moderna, significa che non c’è santo che tenga e che evidentemente lo sviluppo di determinate “possibilità” deve compiersi, con buona pace di chi, come il sottoscritto, auspicherebbe una condizione generale improntata ad altri principi e valori.

A che pro, allora, continuare a scrivere? Una bella domanda, effettivamente.

Si potrebbe dire (ma ci sta che mi sbagli) che essenzialmente non si scrive per un pubblico, ma per se stessi, per “sfogarsi” e perciò non “impazzire”, ma più che altro per chiarirsi, mettendo  nero su bianco, le idee che elaboriamo e le intuizioni che ci arrivano. Ad un altro livello meno ‘egoistico’ si potrebbe aggiungere che, senza peccare di superbia, chiunque abbia “capito” qualche cosa è tenuto a metterla a disposizione degli altri, affinché si sveglino dal torpore. Ma è poi così importante (e possibile) che tutti, fino all’ultima “capra” irredimibile, si diano una salutare svegliata? Sì e no. La storia non la fa certamente la folla, che al limite serve come onda d’urto e massa di manovra, anche a fin di bene, s’intende. La storia è sempre fatta da delle élite consapevoli. Ebbene, siccome ciascuno è dotato in varia misura di differenti talenti, ci sta che la “missione” di chi è chiamato a scrivere sia anche quella di aiutare altri ad intraprendere un cammino di consapevolezza al riguardo della realtà in cui viviamo. Una realtà nella quale, oggigiorno più che mai, niente è come appare.

Intendiamoci, a questo mondo tutti ci diamo una mano reciprocamente. Chi in un modo e chi in un altro. C’è chi lo fa scrivendo, rendendo una sorta di “servizio” a chi è intento a fare altro d’importante con competenza e dedizione. C’è chi non ha l’attitudine alla scrittura nelle sue corde. E chi potrebbe scrivere ma non ha tempo o voglia, e tuttavia gradisce che altri lo facciano. C’è, poi, un problema di “reputazione”. Molti che potrebbero mettere per iscritto cose senz’altro più degne ed interessanti di quelle che scrivo io non lo fanno perché hanno paura di metterci la faccia. La questione è vecchia come il cucco: il coraggio non se lo può dare chi non ce l’ha.

Sì, perché di questi tempi – se proprio non vogliamo parlare di coraggio – ci vuole una buona dose di “incoscienza” per continuare a mettersi contro quella che ha tutte le sembianze d’una “invincibile armata”. Ma come ha recentemente scritto Francesco Lamendola in un suo memorabile articolo che suona come un colpo di frusta, questi non sono più tempi nei quali si può far finta di nulla, che tutto in qualche modo si accomoderà. Tempi nei quali è pensabile farla franca nascondendosi come il classico struzzo.

Ma c’è, sentita sempre più distintamente, anche la sensazione che non basti più scrivere. Perché quello che si doveva sapere si è saputo. Nel senso che da qualche parte – anche se non lo sappiamo – qualcuno ha già scoperto questo o quell’altarino, ha denunciato la radice di questo o quel problema, ha chiamato per nome e cognome i responsabili, palesi ed occulti, dei vari disastri del mondo moderno. Sappiamo (cioè, è possibile sapere) oramai tutto su tutto con la mole mai vista prima di libri ed articoli pubblicati su carta o in rete. Forse c’è l’esigenza di selezionare, di fare il punto della situazione, di riassumere o meglio sintetizzare le informazioni che, a ritmo sempre più serrato, circolano tra chi ha fame di sapere.

Per questo il potere, ultimamente, ha messo in circolazione le parole d’ordine delle “fake news” e della “post-verità”. Occhio ai “bufalari”! Occhio ai “cattivi maestri”! Guai a chi si fida di informazioni che non provengono da “fonte certificata”, “autorevole” ed “affidabile”!

Ma il fatto è che sempre più gente non si fida più di questo potere e delle sue espressioni ed articolazioni. È un processo irreversibile che se nella sua parte distruttiva è in massima parte chiaro perché in corso, non si sa ancora dove potrà condurre una volta che si potrà affermare di aver voltato “pagina”.

Al peggio non c’è mai fine, dice un noto adagio. Per questo, se proprio serve ancora scrivere, una buona ragione per farlo può stare nell’esigenza sì di mostrare gli inganni e le macchinazioni dei cosiddetti “poteri forti” che ci dominano, ma anche d’indicare una via che conduca ad un approdo sicuro, fuori dalle tempeste di questo mondo moderno che rischia di ridurre l’essere umano ad una controfigura di se stesso o ad un automa disanimato.

Fonte: “Pergiustizia.com”, 2 agosto 2017

L’antifascismo è una malattia mentale?

di Enrico Galoppini

Ieri, a Bologna, è stato impedito, presso la facoltà di Giurisprudenza, un convegno dal titolo “Guerra in Siria. Tra geopolitica e diritto“. Ascritti a parlare, Stefano Vernole, responsabile delle relazioni esterne del Cesem – Centro Studi Eurasia-Mediterraneo e vicedirettore della rivista di studi geopolitici “Eurasia”; Sebastiano Caputo, blogger e reporter di guerra (nonché creatore ed animatore de “L’Intellettuale Dissidente” e del Circolo Proudhon Edizioni); Francesco Cunsolo, ricercatore di Diritto Internazionale. Convegno organizzato dal gruppo bolognese di Azione Universitaria, presente come altri nel “parlamentino” dell’Università. Sala concessa ed autorizzazioni a posto. Relatori con ottime credenziali e conferenza che si preannuncia interessante e ricca di spunti.

I relatori (perlomeno i primi due: del terzo non so) sono pro-governo di Damasco, o quantomeno non parteggiano per la “rivoluzione siriana”, né per le “primavere arabe”. Ma tant’è, ciascuno ha o non ha, specialmente quando è preparato in materia, il diritto di esporre le proprie opinioni?

Evidentemente no, perché un gruppuscolo di “antifascisti” e fautori di un “Kurdistan libero” hanno fatto sapere di non tollerare la presenza nei locali dell’Università di questa conferenza, perché, udite udite, i relatori sarebbero “fascisti” e perché non sarebbe ammissibile parlare di Siria senza citare i “diritti dei curdi”.

Cosa c’entrino queste argomentazioni con il concreto svolgersi dei fatti e la pura e semplice verità lo sanno solo questi “rivoluzionari” cosiddetti, che non si scompongono mai se vengono a sapere di un convegno, poniamo, smaccatamente filo-americano. No, il problema per questi “studenti” (spesso fuori tempo massimo tanto sono presi dalla “contestazione”) sono “i fascisti” ed il “regime siriano”.

Colpisce, ma non troppo, la coincidenza con le posizioni di certi amici della Siria” (particolarmente attivi proprio a Bologna), per i quali anche Assad è “fascista” e tutti quelli che appoggiano il governo di Damasco lo sono per la proprietà transitiva. Peccato che – tanto per dirne una – il Partito Comunista Siriano (insieme ad una sessantina di partiti comunisti nel mondo!) stiano dalla parte del deprecato (dall’Occidente) “regime siriano”. Ma questi “antifa” con ogni evidenza non sono “comunisti”, come superficialmente potrebbero essere bollati, bensì solo dei personaggi con le idee un tantino confuse. Si esaltano, come l’inviata della Rai, per le “guerrigliere curde”, ma ignorano le donne siriane che combattono nelle fila dell’Esercito Arabo Siriano. Che strano “femminismo” il loro…

Detto questo, il clou della protesta di questi individui che sembrano arrivati tra noi, nel 2017, con la macchina del tempo direttamente dal Sessantotto (o dal ’77), è stata l’irruzione nell’ufficio della Presidenza della facoltà di Giurisprudenza, mentre la preside stessa era in riunione. Di questa irruzione (che se fatta da altri comporterebbe provvedimenti disciplinari) esiste anche un filmato di una decina di minuti, girato dagli stessi “occupanti”, i quali si sono prodotti in una monotematica serie di illazioni nei confronti degli organizzatori del convegno, tra i quali (vedasi la locandina), figuravano i suddetti Cesem e la rivista “Eurasia”, alla quale mi onoro di contribuire sin dalla sua fondazione, nel 2004. Una rivista alla quale lo sviluppo degli eventi a livello planetario ha dato costantemente ragione (mentre all’inizio molti ironizzavano), tale è stata la lungimiranza del suo editore (ed oggi direttore) Claudio Mutti, al quale ho dedicato, per i suoi settant’anni, un libro, “Il professore militante”, scritto a più mani e pubblicato da Irfan Edizioni. Questo signore è stato più volte definito da questi analfabeti della politica, della geopolitica (e delle basilari regole dell’educazione) come “stragista”, il che essendo falso varrà come elemento per una querela per diffamazione dello stesso professore, che già in passato ha dovuto difendere la sua onorabilità da simili contumelie apparse anche a mezzo stampa.

Quanto ai due conferenzieri “silenziati” che conosco (Stefano Vernole e Sebastiano Caputo) e che non hanno potuto parlare all’Università (nella stessa università che elargisce lauree ad honorem a uomini di spettacolo e speculatori di borsa), posso dire che l’unico commento adatto in questi frangenti è che è davvero deprimente che gli studenti dell’ateneo non abbiano potuto ascoltare uno dei massimi esperti di politica internazionale che abbiamo in Italia, ospite in tutto il mondo di prestigiosi simposi, ed un reporter che non si abbevera alle veline, ma va a cercarsi ancora la notizia in mezzo alle pallottole dei cecchini.

Ma l’importante è aver “cacciato i fascisti dall’università”, con tanto di lenzuolata e una decina (!) di “mi piace” su Facebook.

Adesso uno potrebbe chiedersi perché mai mi accalori così tanto per una vicenda che non mi ha riguardato in prima persona. È presto detto: se fossi stato io invitato a parlare in quell’università sarebbe successa la stessa cosa. Perché l’importante non è quello che si è o si ha da dire, ma la sigla, l’involucro, o peggio ancora la diceria, il sentito dire di decenni di favole e Indymedia, per non parlare di stati realmente allucinatori nei quali versano alcuni che sinceramente hanno troppo “peso” negli atenei, come quelli che una decina fa, per il semplice fatto che mi ero recato a sentire una conferenza sulla Palestina in una palazzina dell’università non mi volevano far entrare, minacciandomi di chissà quali ritorsioni fisiche qualora vi fossi entrato (quella volta approfittai della provvidenziale presenza “ingombrante” dell’amico Fabrissi Vielmin, che subito squadrò questi “vigilanti” facendo capire loro l’antifona).

Per i cultori dei disturbi del carattere e della personalità le scorribande di certi invasati sono davvero un caso di studio: c’è un momento, nel predetto filmato, nel quale una ragazza rinfaccia alla preside che aver concesso la sala a Azione Universitaria equivale ad averla data ad un gruppo di studenti dell’Isis. C’è da chiedersi a chi faccia comodo questa presenza stantia e mummificata, che stabilisce, manco fosse il Padreterno, chi può parlare e di cosa può parlare (ripeto, con competenza e cognizione di causa) in spazi che fino a prova contraria sono pubblici ma che per l’ennesima volta – stante, pare, la sospensione delle lezioni nel medesimo pomeriggio per motivi “d’ordine pubblico” – alcuni si sono presi per sé per farne il palcoscenico dove inscenare il proprio teatro dell’assurdo.

Lo “sciopero della fame” di chi odia la propria stirpe

di Enrico Galoppini

Fare lo sciopero della fame (per davvero o per finta, a staffetta o in solitaria non importa) perché non si approva la nuova legge sullo “ius soli” è qualcosa di talmente grottesco e demenziale che anche da solo, se non bastasse tutto il resto, qualifica per quello che è la presente classe politica al governo: una manica di cialtroni e pezzenti.

Quando mai hanno disertato la sontuosa buvette di Montecitorio quando un sacco di italiani, ‘sti stronzi dello “ius sanguinis”, aspettavano invano le casette e i soldi dopo il terremoto? Si sono mai privati anche solo dell’antipasto quando hanno saputo di attività che chiudono ed imprenditori si suicidano? Hanno mai fatto almeno lo sciopero del rutto dopo la consueta abbuffata quando gli è passata davanti la notizia di italiani disperati senza casa o lavoro? 

Si sono mai tolti il pane di bocca per facilitare un minimo la vita a tutte quelle famiglie che hanno in casa ammalati cronici gravi?

Chi inscena e pubblicizza simili pagliacciate non solo è un monumento all’ipocrisia (quella di chi ostenta una “sensibilità” a comando per farsi bello con chi ha dato l’ordine di scuderia del’Italia “a colori”). È soprattutto uno che odia la sua stirpe e che farebbe di tutto per danneggiarla.

“Israelizzazione” delle società europee e compattamento del “fronte occidentale”

di Enrico Galoppini

Voi ridete e scherzate, ma là fuori, all’apparenza “normale” ed “integrato”, c’è qualcuno che all’improvviso “impazzisce” e sgozza un tuo familiare.

Quello che è accaduto alla stazione di Marsiglia, dove una “risorsa” pluripregiudicata già residente (e sposato) in Italia ha preso un coltello e ha ammazzato – sgozzandone una! – due ragazze di 17 e 20 anni, è un fatto di una gravità inaudita che solo il baccano mediatico per la strage di Las Vegas (avvenuta all’altro capo del mondo, ricordiamocelo ogni tanto…) e i fatti di Catalogna sono riusciti a far passare in cavalleria.

Ve l’ho già detto che cosa è questa situazione. Si chiama “israelizzazione della società”, nella quale si vive in perenne stato d’assedio, pieni di controlli e magari armati (contro un nemico “invisibile” quando quello vero finge di difenderci), allo scopo di farci sentire tutti, dagli Usa alla Francia, da Israele alla Germania eccetera, “sulla stessa barca” dell’Occidente (opposto ovviamente all’Oriente, cioè all’Islam, quindi, pretestuosamente, alla Siria, all’Iran ecc.).

Chi dobbiamo ringraziare di questa fantastica prospettiva che si profila come la “normalità” per un tempo indefinito? La lista è lunga, ma in cima ci metterei “l’Europa”, il “papa Francesco”, i dirittumanisti laici e non con in testa la Boldrini e le ONG, i mammalucchi delle “primavere arabe” e naturalmente la Nato (paravento degli Usa), senza la quale la Libia di Gheddafi sarebbe ancora dov’era e forse queste orribili scene ce le saremmo risparmiate.

La pazienza ha un limite

di Enrico Galoppini

In questi mesi abbiamo sentito e letto dichiarazioni di famosi “scienziati” del seguente tenore:

– l’essere umano è in grado di sopportare anche 10.000 vaccini;
– cosa volete che sia pagare una piccola multa [da 100 a 500 a bambino, per ciclo vaccinale… Forse voi “scienziati” strapagati queste cifre ve le spendete in una cena al ristorante];
– la tachipirina e l’aspirina sono più pericolose dei vaccini [peccato che entrambe non siano obbligatorie];
– speriamo che i bambini non vaccinati vengano ghettizzati, anche dalle feste di compleanno;
– i danneggiati da vaccino non esistono [qui si va oltre il grottesco perché esistono anche casi di risarciti, benché i danneggiati siano moltissimi di più];
– era bene lasciare nella legge la sospensione della patria potestà [oggi ridotta a patetica “responsabilità genitoriale”].

E mi fermo qua, per decenza, perché se si va oltre si potrebbe pensare che sto istigando qualcuno ad imitare l’anarchico Bresci.

Vorrei solo soffermarmi sul fatto che queste idiozie sono uscite dalla bocca di “autorevoli scienziati”.

Ora, tali dichiarazioni con la Scienza non hanno nulla a che fare, avendone invece parecchio con la peggiore politica nella quale Lorsignori sono inzuppati fin sopra i capelli. Ecco perché costoro si trovano a loro agio con un ministro che non solo verrà ricordato come il peggior ministro della Salute della storia d’Italia, capace persino d’insultare tutte quelle famiglie che stanno soffrendo per questa follia che chissà se un giorno avrà fine.

La patata bollente dell’esclusione dei bambini passa ai dirigenti scolastici (ex presidi)

di Enrico Galoppini

Se invece di perdere tempo con questioni che non vi riguardano faceste l’unica cosa che vi “immunizza” dalla tirannide, e cioè INFORMARVI, avreste saputo, leggendo la circolare (l’ennesima) del MIUR – Ufficio Scolastico Regionale del Piemonte Ufficio III Affari giuridici, contenzioso e disciplinare n. 0008705 datata 14/9/2017che gli architetti di quest’infame legge hanno rivogato la patata bollente dell’esclusione da nidi e materne dei bambini “non in regola” con le vaccinazioni nelle mani dei dirigenti scolastici.

Che adesso – complice la pressione cui sono sottoposti, il “coraggio” che difetta all’italiano medio e l’abitudine a conformarsi all’autorità, giusto o sbagliato che sia ciò che dispone – si stanno comportando MALISSIMO, rendendosi corresponsabili di una situazione ben oltre l’incredibile.

La predetta circolare, firmata dal Direttore Generale Fabrizio Manca, a pag. 5 ha l’ardire di menzionare, dopo la dimensione strettamente giuridica (le “autonomie” di cui gode il dirigente scolastico), quella “più prettamente pedagogico-educativa”, citando a tal proposito i suoi “imprescindibili riferimenti”:

– il benessere a scuola
– l’inclusione e l’integrazione
– il rispetto delle regole

Ora, ciascuno può rendersi conto che giustificare l’esclusione di un bambino SANO sulla base dei predetti “riferimenti” (in particolare il secondo) configura il superamento di ciò che comunemente viene definito “orwelliano”.

Il documento cita poi il “patto di corresponsabilità educativa stipulato tra gli alunni, le famiglie e la scuola”, elencando infine gli strumenti che la scuola ha a disposizione per renderlo operativo, tra i quali – cito ancora la circolare – una “commissione per l’educazione alla salute”. 

Che cosa sarà mai questa commissione? Ci viene fatto capire dopo due capoversi: “L’azione delle Istituzioni scolastiche può, anzitutto, avvenire in raccordo con i referenti dei servizi vaccinali della ASL territorialmente competente”. 

Quindi: OKKIO, state all’erta e vigilate, e soprattutto, se intuite una mal-aria (!), diffidate formalmente i nidi e le scuole dal far anche solo avvicinare i vostri bambini da personale sanitario, quale che sia lo scopo ufficialmente dichiarato.

Pericolo “wahhabita” in Italia

di Enrico Galoppini

State tranquilli, l’Arabia Saudita e le sue appendici culturali non c’entrano nulla.

Vorrei solo farvi osservare, anzi, gridare ai quattro venti, che il “pericolo fascista” che giustificherebbe la condanna, fino a due anni di reclusione (con l’aggravante se fatta su internet), della “propaganda del regime fascista (e nazifascista)”, ha la medesima consistenza della “epidemia di morbillo” che dovrebbe dare un perché alla recente legge che istituisce dieci vaccinazioni obbligatorie (con le relative esclusioni da nidi e materne e le multe per chi non s’adegua).

La diagnosi per questa classe politica – la peggiore classe politica mai vista nella storia d’Italia – è una sola e senza possibilità di revisione: DELIRIUM TREMENS.

E prima ce la togliamo dai coglioni e meglio è per tutti, compresi quei pitecantropi che insistono nel non vedere il problema.

Fra non molto sarà passato un secolo dalla fine del Fascismo. Eppure a sentire la propaganda di questo regime di abusivi e scendiletto, sembra che sulle nostre teste aleggi il fantasma del Duce e dei suoi “gerarchi”.

Adesso, non contenti di tutto l’ambaradan “legale” per dare una parvenza di senso a tutto “l’antifascismo” delle “istituzioni”, arriva l’accelerata: demolire tutto quel che è rimasto in piedi (e non è poco) dell’odiato regime. A livello di previdenza sociale ci sono praticamente già riusciti. Quanto all’architettura e all’urbanistica, questi wahhabiti piddioti intendono imbracciare il piccone per cancellare la scritta “Mussolini – DUX” impressa sul marmo dell’obelisco del Foro Italico. Poi che faranno i “jihadisti del Pd”? Faranno saltare – come hanno fatto i sauditi in Arabia con i luoghi della storia islamica – la casa natale di Mussolini piazzando una carica esplosiva nella cripta? Istituiranno una loro mutawwa‘a (polizia religiosa “buoncostume”) per entrare nelle case e scandagliare “gadget” e biblioteche?

Additeranno al pubblico takfîr (“scomunica”, accusa di “eresia” e/o “miscredenza” ed “empietà”) chi non intende aderire alla loro ideologia parareligiosa?

Abbiano il coraggio, allora, di essere coerenti fino in fondo. Demoliscano tutti i palazzi di giustizia, le stazioni ferroviarie come quella di Milano (dove anche la sede della Borsa è “fascista”), praticamente mezza Roma (compresi molti palazzi istituzionali), gran parte dei corsi cittadini e dei viali a mare, e riportino le paludi dove il Fascismo le bonificò. E non dimentichino d’inviare un apposito commando di “militanti” (della Festa dell’Unità?) per demolire l’unico palazzo pubblico che restò in piedi dopo il terremoto dell’Aquila.

Finito il lavoro, quando l’Italia sarà ridotta ad un cumulo di macerie, avranno raggiunto il loro scopo: cancellarne la storia e l’identità, ché quella era la loro unica ragione di vita.

Uomini siate, e non pecore matte…

di Enrico Galoppini

No, Dante non c’entra… Sto parlando di quegli uomini, padri di famiglia, che sulla recente legge che impone ben dieci vaccinazioni obbligatorie ai propri figli non sostengono le loro mogli e compagne, lasciandole sole a combattere contro quest’assurdo e disumano provvedimento.

Non sono poche infatti le famiglie nelle quali la donna è stata lasciata praticamente sola a sbrogliarsela, tra raccolta d’informazioni, documenti, moduli e strategie su come “sopravvivere”.
Per questi uomini, se non esistono solo il calcio e la play station, esiste solo “il lavoro”. Vanno “a lavorare”, ed è quanto basta, come se la salute dei loro figli fosse affare delle donne e stop. Quando non s’infervorano per faccende lontane mille miglia dalla loro vita, sulle quali non hanno alcun potere ma che per una sorta d’incantesimo li tengono incollati sugli schermi d’un pc per ore, mentre se si tratta di capire se dieci vaccini sono un toccasana o se c’è da presentare questo o quest’altro documento per intraprendere una strategia di “resistenza” alzano bandiera bianca ammettendo implicitamente tutti i loro limiti, secondo il classico stereotipo del maschio, grossolano e “limitato”.

Sarà che l’istinto di protezione della prole è più forte nella femmina. Sarà anche che per i maschi è più difficile staccarsi dalla “fede nella scienza”, patetico e parodistico surrogato della vera fede. Sarà anche che in un’epoca nella quale ci si è disabituati a combattere per davvero, questa capacità si è atrofizzata ad un punto tale che sempre più uomini si adeguano per paura di qualche “conseguenza” a vivere nel classico e rassicurante gregge di pecore.

Cari uomini, non ci siamo proprio. Sfoderate i famosi “attributi”. Fate vedere che ai vostri figli ci tenete, non solo quando si tratta di spiattellare le vostre foto con loro su Facebook o riempirli di oggetti per surrogare la vostra cronica assenza. State al fianco delle vostre donne in questa sacrosanta battaglia che certo non finisce con l’inizio dell’anno scolastico. Perché questa non è una battaglia delle sole mamme. E ricordatevelo: potete portare a casa i soldi che volete, essere curati e palestrati quanto vi pare, ma non c’è peggior uomo per una donna di uno che quando è il momento di battagliare si rivela essere un pecorone!