Chi ha paura dell’Islam? Islam e ISIS, tra ignoranza e luoghi comuni (Modena, 26 apr. 2016)

paura_islamIn seguito ai diversi attentati terroristici che hanno colpito l’Europa recentemente, Azione Universitaria Modena e Reggio ha organizzato questo evento per fare chiarezza sulla situazione geopolitica medio orientale e sull’ISIS (da chi è composto e chi lo combatte) con l’aiuto di relatori esperti: Stefano Vernole, Stefano Bonilauri, Ali Reza Jalali e Amin Mohamed Attarki. Modererà l’incontro Cristiano Puglisi de “Il Giornale”.
Vi aspettiamo Martedì 26 Aprile alle 21 presso la Sala ASCOM in via Piave, 125 a Modena!

 

Panama Papers: bambole russe e servizi americani

di Michele Rallo

matrioska-classicaTutti sanno cos’è una matrioska. È una di quelle tipiche bambole russe che si compone di più pupazzette di varia dimensione, concentriche – diciamo così – che si collocano una all’interno dell’altra. All’esterno, l’involucro più grande, la “madre”. Al suo interno una bambola più piccola, che ne racchiude una ancora più piccola, e così via fino alla più piccola di tutte, il cosiddetto “seme”.

È un meccanismo ingenuo ma efficace: serve a presentare l’immagine esterna di una bambola-madre, ed a nascondere l’origine vera dell’oggetto, il “seme”. Un po’ come le “scatole cinesi”, e un po’ – anche – come certe notizie diffuse dalla grande stampa internazionale.

Prendete i cosiddetti Panama Papers, per esempio. Sono una “madre” formata da 11 milioni e mezzo (mica bruscolini!) di documenti riservati, che uno smaliziato hacker avrebbe sottratto ai blindatissimi archivi dello studio legale panamense-israeliano Mossack Fonseca, per farli poi pervenire – bontà sua – all’International Consortium of Investigative Journalists.

Il Consorzio – con sede a Washington – è la seconda bambola della serie: è costituito da un pool di 165 giornalisti “d’inchiesta” appartenenti ad un centinaio fra le maggiori testate liberal americane ed europee. E, tuttavia, il Consorzio non è nato da uno spontaneo afflato cooperativistico di giornali e giornalisti, ma da un lungimirante impulso ricevuto nel 1997 dal Center for Public Integrity.

cpiE siamo alla terza matrioska, americana anche questa. Il CPI è una specie di “esercito della salvezza” della politica internazionale, la cui missione ufficiale è di vigilare sugli abusi delle classi dirigenti del mondo intero. Naturalmente, nella loro immensa saggezza, i moralisti del Centro si riservano di decidere loro quali siano i “cattivi” da tenere d’occhio, da seguire con particolare attenzione, alla ricerca spasmodica di un qualunque indizio che ne riveli abusi o debolezze. In particolare, sono i loro analisti a stabilire chi governa in modo democratico e chi no. E nel mondo di oggi – si tenga presente – un sospetto di mancata democrazia può anche costare una rivoluzione “spontanea” modello Ucraina, o un esercito “liberatore” che si materializza dal nulla con tanto di carri armati e di missili, come in Libia o in Siria.

Ma c’è una quarta bambola, il “seme”. O meglio – nella fattispecie – i “semi” che nel lontano 1989 finanziarono la nascita del Centro e che, a tutt’oggi, ne sono i principali supporter. Fra questi – apprendo dal prezioso blog di Giampaolo Rossi – il Rockefeller Fund e la Ford Foundation, due organizzazioni che sono note per rappresentare, oltre ai grandi poteri finanziari di Wall Street, anche storici e consolidati legami con il Dipartimento di Stato USA e con le “agenzie” che ne supportano l’azione. Ma c’è un terzo “seme”, fra gli altri, che a me sembra particolarmente significativo: è l’Open Society Foundations, organizzazione politico-filantropica che fa capo a George Soros, magnate americano (ma ebreo-ungherese d’origine) protagonista di alcune speculazioni finanziarie che hanno impoverito intere nazioni: ivi compresa l’Italia, vittima del suo attacco speculativo del 1992 che ci costò una svalutazione della lira del 30% ed una perdita valutaria di 48 miliardi di dollari. Questo fior di filantropo ha impiegato una parte dei suoi miliardi per sostenere certe strane “rivoluzioni colorate” in varie parti del globo, incurante dei rischi per la pace mondiale che potrebbero derivare da una politica di destabilizzazione generalizzata. L’ultimo suo pallino è l’Ucraina, da lui concepita come potenziale casus belli che potrebbe propiziare una guerra fra Russia ed Unione Europea: «I membri dell’Unione Europea sono dei paesi in guerra – ha dichiarato – ed essi devono cominciare ad agire come tali». L’ultima sua bordata contro l’odiato Putin, il finanziere l’ha lanciata in una intervista al quotidiano inglese “The Guardian”, che – guarda caso – è stato una fra le maggiori casse di risonanza dell’affare dei Panama Papers. Come a dire: dalla madre al seme e dal seme alla madre. Come volevasi dimostrare.

panama_papersNaturalmente, non occorre dire che tutta questa gigantesca operazione made in USA (a proposito, avete notato che non è coinvolto un solo nominativo americano?) aveva un obiettivo preciso: Vladimir Putin. Peccato che non siano riusciti a trovare neanche un file a suo nome, e che i giornalisti investigativi e filantropici abbiano dovuto ripiegare su personaggi “a lui vicini”; in particolare su un amico violoncellista, il quale sembra accantonasse fondi per comprare uno Stradivari ed altri preziosi strumenti da museo.

Intanto, pochi giorni fa, è stata resa pubblica la situazione patrimoniale del leader russo. Il suo stipendio è grosso modo equivalente a 10.000 euro al mese, diciamo la metà di quanto guadagna un deputato regionale siciliano. Case: può naturalmente contare su tutta la sterminata dotazione degli immobili pubblici che sono a disposizione del Presidente della Repubblica Russa, ma la sua residenza di riferimento è un’abitazione di 150 metri quadri, più o meno un quinto dell’attico di un cardinale romano.

Metti una sera, magari il “25 aprile”, chez Pannella, tracannando Coca Cola e “diritti umani”…

di Paolo Borgognone

vota_radicaleIl Partito Radicale è stato, sin dalla sua fondazione, nel lontano 1955, l’attore politico privilegiato del processo di privatizzazione della politica e di normalizzazione conformistica dei ceti medi italioti. Questo partito è a pieno titolo espressione della cultura politica, elitaria e improntata alla dissoluzione dei legami tradizionali e comunitari, della “fine capitalistica della Storia”. Il PR è infatti un partito liberale, liberista e libertario per definizione stessa del suo leader, Marco Pannella. E il liberalismo politico, il liberismo economico e il libertarismo sociale costituiscono la “triade progressista” attorno a cui si articolano le nuove forme di colonialismo contemporaneo. Il PR è il partito che veicola, presso i ceti medi sinistrorsi lettori de la Repubblica, La Stampa, Left e il manifesto, le idee delle classi dominanti. In questo senso, in Italia, la mediatizzazione del PR quale “partito delle battaglie” per i cosiddetti “diritti civili” è stata oltre ogni modo ipertrofica.

Come detto, il Partito Radicale è il megafono degli odierni processi di flessibilizzazione consumistica delle masse e di colonizzazione, anche per via militare, dei popoli e degli Stati a vario titolo resistenti. Emma Bonino è una sorta di sacerdotessa del culto della liberalizzazione (dei costumi, dell’economia, delle frontiere etiche, nazionali, politiche). Marco Pannella è il guru del politically correct declinato in versione populistica, demagogica, caciarona, spettacolarizzata oltre ogni limite e “arzigogolata” fino al ridicolo parossismo. In un libro dal titolo Verità e relativismo, Costanzo Preve aveva a riguardo criticato, giustamente secondo l’opinione di chi scrive,  «una sinistra ormai del tutto privata di una visione sociale e politica alternativa al sistema». Una sinistra che, travisando il progresso capitalistico della Storia in chiave prettamente emancipazionista, «deve trovare la sua unica ragion d’essere nel cosiddetto “libertarismo dei costumi”, nelle quote rosa per le donne in carriera, nell’inseguimento grottesco del duo musicale relativistico Pannella-Bonino, eccetera». È questa la sinistra della Dissoluzione, del Costume e del Capitale, antiautoritaria ma ultracapitalistica (e cosmopolitica), antifascista ma seguace dell’ideologia clintoniana dell’esportazione della democrazia di libero mercato (e libero desiderio consumistico) all’estero.

pannella_droga-400x240Nell’attuale frangente storico, la malattia di Pannella è stata e viene tuttora utilizzata quale grimaldello mediatico per legittimare, attraverso il pellegrinaggio, presso la corte dell’anziano leader infermo, sessant’anni di conformismo capitalistico di massa in questo Paese. Sessant’anni in cui i radicali si sono prodigati in “battaglie politiche” sui cosiddetti “diritti civili” che appaiono, oggi, col senno del poi, perfettamente in linea e compatibili con i postulati culturali di un capitalismo “di terza fase”, “maturo”, “avanzato”, “assoluto”, laddove il termine assoluto dev’essere interpretato nell’accezione di «svincolato» da qualsivoglia legame tradizionale di sorta. I radicali sono infatti i veri e più autentici interpreti della controcultura libertaria di massa, antiautoritaria e antiborghese ma ultracapitalistica, del movimento del Sessantotto. Non a caso, il Partito Radicale, profondamente ammirato dal “Dottor Faust” dell’anarchismo cosmopolitico e confusionario all’italiana, l’ex presidente della Camera F. Bertinotti, è stato l’autentico “movimento comunistico d’opinione” in questo Paese, laddove per “comunismo” s’intende un chiliasmo messianico rivoluzionario di omogeneizzazione sociale attraverso la liberalizzazione integrale dei costumi, dei consumi e dei desideri individuali. I radicali hanno rappresentato, e rappresentano, la “mano sinistra del Capitale”, il lato più oscuro di una globalizzazione centrata sul consenso di monadi neotribalizzate e totalmente dedite al culto pubblicitario, materialistico e individualistico del consumo che, strumentalmente, avvalendosene dunque come un talismano, un amuleto o un ansiolitico, riscoprono il Sacro e la Divinità soltanto nei momenti di estrema prostrazione, magari dopo la diagnosi del primo tumore o in seguito a un incidente stradale potenzialmente letale. Il Partito Radicale è stato ed è l’attore politico privilegiato per coloro i quali, disgraziatamente, da sinistra, auspicano e intendono il socialismo come approdo cosmopolitico finale di una società consumistica, di spettacolo e di dissoluzione compulsiva di ogni legame tradizionale. Il materialismo pratico, anarchicheggiante e ultracapitalistico, è la filosofia di riferimento dei radicali, laddove il materialismo dialettico, censorio e hobbesiano, fu la filosofia di riferimento dei comunisti staliniani dopo il 1931. Il chiliasmo messianico comunistico dei radicali è stato, da chi scrive, sottolineato ne L’immagine sinistra della globalizzazione. Critica del radicalismo liberale (p. 779):

borgognone_immagine_sinistra_globalizzazioneImportante sottolineare come i radicali, per dichiarazione stessa di Pannella, rivendicassero, apertamente, la propria internità alla storia del comunismo intesa come soteriologia deterministica, apocalittica e tesa alla unificazione totalizzante della storia e delle comunità storiche, popolari e nazionali, nell’ambito di un monoclassismo cosmopolitico assoluto, ossia slegato da riferimenti e legami identitari collettivi tradizionali (Stato, religione, nazione, famiglia, genere sessuale). In questo senso, esattamente come Karl Marx, Fausto Bertinotti, Toni Negri, Slavoj Zizek, le Pussy Riot e tutta l’odierna masnada comunistica postmoderna, Pannella pensava realmente che il capitalismo e la globalizzazione fossero positivi fattori di totalizzazione di numerose determinazioni (storiche, politiche, sociali, economiche, culturali, religiose) che avrebbero in futuro inverato il comunismo (mentre invece, contrariamente a quel che sosteneva Marx, il capitalismo non produce alcunché, tantomeno il comunismo, al massimo implode).

Il chiliasmo comunistico rivoluzionario di Pannella è perfettamente compatibile con le esternazioni programmatiche, anarchiche, dei fautori della “democratizzazione” della Spagna “falangista” nel 1974. Tra questi, il noto Salvador Puig Antich, giustiziato per omicidio il 2 marzo 1974 e, in definitiva, più esaltato controrivoluzionario anarco-borghese (perfettamente compatibile con l’incedere dei fattori storici, politici, culturali ed economici che di lì a poco avrebbero determinato il crollo del regime nel baratro della «modernizzazione capitalistica», della «democrazia liberale» esemplare per soddisfare i desiderata delle nuove élite transnazionali globalizzatrici e della «movida» per «giovani di successo» e fanatici della Erasmus Society senza confini e illimitata) che non sovversivo antisistemico vero e proprio. Puig Antich e i suoi compari auspicavano infatti, per la Spagna, una “rivoluzione” fondata sui seguenti riferimenti programmatici: «Non lottiamo soltanto contro la dittatura, vogliamo cambiare tutto, abbattere il vecchio mondo e costruire una società senza classi, veramente libera!». La postsocietà, o società postmoderna, o società liquida, culturalmente senza classi sociali e orientata all’antropologia del desiderio capitalistico illimitato, idealizzata e auspicata da Puig Antich nel 1974, è l’involucro politico (e il modello antropologico) da esportazione prediletto dagli strateghi dell’attuale «internazionale democratica» per il cambio di regime, in chiave liberale, liberista, libertaria e, naturalmente, filoccidentale, nei Paesi (Russia, Cina, Iran, Siria, ecc.) in qualche modo resistenti ai processi di colonizzazione cosmopolitica promossi dai teorici della “fine capitalistica” e “progressista” della Storia.

I liberali, sia manifesti (à la Pannella), sia camuffati da comunisti estremisti (à la Puig Antich, Bertinotti o Toni Negri) perseguono lo stesso orizzonte di rimodellamento cosmopolitico e neoliberale della (da loro auspicata) “società globale”. Un rimodellamento conformistico condotto attraverso la “sollevazione culturale antiautoritaria ma ultracapitalistica” di indistinte “moltitudini comunistiche biopolitiche leont'ev_bizantinismo_mondo_slavoglobalizzate”. L’entusiastica adesione, da parte di questi soggetti politici, ai propositi di “democratizzazione radicale” previsti nel novero dei piani americani di “internazionalizzazione” della “democrazia di libero mercato e libero desiderio consumistico a stelle e strisce”, rende chi scrive molto più propenso a scorgere autentici tratti di rivolta politica anticapitalistica e anticonformista nei movimenti e nei partiti descritti da Gabriele Fergola nel libro Storia della destra spagnola (Ciarrapico Editore, 1979) e nell’opera del «genio controcorrente» Konstantin Leont’ev, Bizantinismo e mondo slavo (Edizioni all’Insegna del Veltro, 1986) che non nelle perorazioni libertarie dei pusher di “diritti civili” e “individuali” (riassunti nella triade “gay friendly, droga liberalizzata e femminismo dei ceti neoborghesi”) quali i sostenitori, da George Soros ai pannelliani e fino ai perdigiorno dei centri sociali “okkupati”, della cultura politica radical-libertaria.

Una cultura politica, quest’ultima, secondo cui «il mondo, così com’è, potenzialmente è già comunista» e dunque dev’essere “assecondato”, cavalcando le “opportunità” messe a disposizione dal mercato dei consumi, del divertimento e dei desideri illimitati, al fine di accelerare e “radicalizzare”, attraverso la promiscuità sessuale, le mode americane di vario genere (dalla musica al vestiario ai gusti in fatto di letture, alimentazione e turismo), la confusione ideologica, l’uso smodato di alcol, droghe e nuove tecnologie, i processi di dissoluzione delle residue identità tradizionali interne. Scopo ultimo della citata cultura radicale conformistica di massa è quello di suscitare la summenzionata “sollevazione culturale ultralibertaria e cosmopolitica” dei contestatori conformisti della Erasmus Generation.

In tale contesto, ossia all’interno di un quadro politico di riferimento dove, come afferma il politologo russo Aleksandr Dugin, «sarebbe utile lasciare “la variante anarco-trotzkista di Negri e Hardt alle discussioni di postmodernisti, gruppuscoli marginali, tossicodipendenti e pervertiti”» (P. Borgognone, Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche, Zambon, 2015, p. 50), prende corpo e trova spazio l’attuale penoso pellegrinaggio di potenti della politica di servizio atlantico (da Matteo Renzi a Silvio Berlusconi), dell’imprenditoria (pubblica e privata) e del “circo mediatico” (Clemente J. Mimun, Vasco Rossi) alla corte dell’infermo Pannella, rappresentazione fisica di un sessantennio abbondante di “battaglie culturali” ultracapitalistiche, filoamericane, filosioniste ed esasperatamente conformiste in questo Paese.

pannella_vascoIl duo politico-mediatico Marco Pannella-Vasco Rossi, attavolato (tra percentuali da capogiro di nicotina ed ettolitri di Coca Cola, bevanda yankee per eccellenza) nella casa romana del leader radicale il 19 aprile 2016, è tra l’altro molto indicativo del ruolo di agente della normalizzazione, tesa all’addomesticamento conformistico delle masse giovanili (e giovanilistiche), esercitato dalla nomenklatura canora di Mtv, da sempre sponda privilegiata per ogni ipotesi di sostegno politico a “democratici”, “moderati” e ultraliberali di ogni sorta.

Il personaggio Vasco Rossi, da tempo immemore elettore pannelliano e “democratico”, è l’esempio più classico del ludico ribellismo individualistico adolescenziale e postadolescenziale come fattore sistemico di narcotizzazione del conflitto e di ogni opzione autenticamente antagonistica rispetto agli assetti costituiti, politici e pubblicitari, di controllo del pensiero delle nuove e vecchie generazioni di postsessantottini che avvertono se stessi quali “rivoluzionari” in quanto cultori di una “vita spericolata” a base di alcol, tresche e amorazzi di provincia, canne e notti in bianco a “sparare cazzate” in compagnia della bottiglia e di quattro amici al bar.

Il “Pannella-Vasco Rossi pensiero” è riassumibile come ripiegamento nel nichilismo individualistico più docile in luogo della ribellione identitaria collettiva, nel culto del fallimento e della disperazione esistenziali del “tossico all’ultimo stadio” travisato per “rivoluzione”, per atteggiamento “contro”, di rifiuto del “sistema”… Naturalmente è l’esatto contrario, non vi è nulla di più esasperatamente domestico, casalingo, salottiero e perfettamente gestibile, quando non direttamente selezionato ad hoc dalle élite del capitale, del ribellismo eternamente adolescenziale del duo spinellatore e sbevazzone Pannella-Vasco, personaggi assolutamente interni alla società dello spettacolo e impegnati, fino all’ultimo tiro di nicotina e all’ultimo whisky, a giocare il ruolo politico di chi lotta non per cambiare le cose, ma per perpetuare gli assetti (neoliberali) costituiti sine die.

D’altronde, lo diceva già Guy Debord ne La società dello spettacolo (tesi 57, p. 78):

debordLa società portatrice dello spettacolo non domina solo per mezzo della sua egemonia economica le regioni sottosviluppate. Essa le domina in quanto società dello spettacolo. Là dove la base materiale è ancora assente la società moderna ha già invaso spettacolarmente la superficie sociale di ogni continente. Essa definisce il programma di una classe dirigente e presiede alla sua costruzione. Nello stesso modo in cui presenta gli pseudobeni a cui aspirare, offre ai rivoluzionari locali i falsi modelli di rivoluzione.

In un’Italia culturalmente terzomondizzata, la “rivoluzione del SerT”, la “rivoluzione” attraverso lo “spinello libero” propugnata da pannelliani e modaioli à la Vasco Rossi come estrema sovversione “antiautoritaria” propedeutica all’instaurazione del “vero comunismo libertario” e dal “volto umano”, non è che il crepuscolare tentativo di una generazione di falliti e conformisti a 360 gradi di pensare  se stessi come qualcosa di diverso rispetto a quello che, dai tardi anni Settanta a oggi, sono effettivamente stati: utili idioti e lacchè del regime liberaldemocratico, cosmopolitico e ultracapitalistico.

La triade valoriale “gay friendly, droga liberalizzata e femminismo dei ceti ricchi” è l’esatto opposto rispetto a un’ipotesi di trasformazione sociale autenticamente e schiettamente rivoluzionaria e antisistemica, che per essere tale dovrebbe articolarsi su di un complesso di riferimenti non compatibili con la cultura politica del capitalismo contemporaneo, ossia sui seguenti punti:

  • Patria (interpretata nell’accezione originale, tradizionale, di popolo come unità organicamente intesa, per citare il celebre filosofo e matematico russo Aleksandr Zinov’ev);
  • Famiglia (intesa come rifiuto della società liquido-moderna, centrata invece sulla dissoluzione, su base pubblicitaria e in nome della “liberalizzazione sessuale” e “di genere”, dei legami affettivi tradizionali);
  • Onore (inteso come riscoperta, a fini comunitari e non speculativi, di valori signorili originari, diametralmente opposti all’odierna idolatria del denaro, dell’acquisizione di beni di consumo e del successo individuale, veicolata all’unisono dai media liberali di larga tiratura, dal ceto politico sistemico e dai teorici della cosiddetta “economia di libero mercato”).

rutelli_cicciolinaSuperfluo, ma assolutamente non sorprendente, in definitiva, sottolineare come i valori di riferimento (oppositivi rispetto all’odierno capitalismo “di terza fase”) conservatori e rivoluzionari al contempo, più sopra indicati, siano stati, da sempre, sprezzantemente rifiutati e combattuti dai vari Pannella, Vasco Rossi e frequentatori dei centri sociali e delle sezioni dei micropartiti di sinistra sopravvissuti al crollo del baraccone metamorfico e clientelare altresì denominato PCI, quali «residui patriarcali», «borghesi» e «autoritari» di un fascismo storico novecentesco in realtà estintosi (e mai più ripresentatosi) in Europa nel 1945. Infatti, sempre ne L’immagine sinistra della globalizzazione (p. 1018), ho a riguardo scritto:

La sinistra, nelle sue varianti liberaldemocratica, radical-libertaria e paleocomunista, combatte strenuamente la destra cosiddetta «reazionaria» (monarchici, clericali, fascisti), quando quest’ultima categoria politica, con i suoi apparati partitici e burocratici, è dileguata a seguito della stagione del Sessantotto, polverizzata dal travolgente incedere del capitalismo speculativo (americano), un capitalismo liberale totalmente incompatibile con ogni soggettività, fondamento storico-culturale e abitudine tradizionalista. Dopo il 1989 infatti, il principale partito della destra in Italia (MSI-DN), allo stesso modo della sinistra (PCI), migrò compiutamente nel campo liberale, e il suo leader, Gianfranco Fini, prese a parlare di «riformismo» e della necessità di dar vita a una «destra progressista». La sinistra combatte una destra estinta sotto i colpi della «modernizzazione ultracapitalistica», antiborghese e antitradizionale del Sessantotto, per legittimare se stessa, presso il ceto medio dei semicolti, come versante culturale dell’odierna accumulazione capitalistica al fine di porre in essere l’apologia (diretta o indiretta) del capitalismo globale e della società liberale (mediante la propria continua autocelebrazione quale “baluardo democratico” contro millantati, e del tutto inesistenti, pericoli e “tentazioni” autoritarie “fasciste e comuniste”).

emma_bonino_abortoIn prospettiva di un ennesimo “25 aprile” celebrato a mo’ di stanco e vuoto rito di periodica “rifondazione” e legittimazione di una sinistra “antifascista” ma pannelliana fino ai più grotteschi eccessi di emulazione mediatica (vedasi la candidatura e l’elezione alla Camera, nelle liste del bertinottiano PRC, dieci anni or sono, di Vladimir Luxuria, degno erede politico “comunista” della “onorevole radicale” Ilona Staller, in arte Cicciolina, approdata in parlamento nelle file del PR nel 1987), le parole di cui sopra si spera possano risultare di interesse al fine di una urgente rimodulazione, su basi autenticamente antagonistiche, dei consolidati canoni valoriali fraudolentemente percepiti come “alternativi” rispetto a una cultura dominante che è tutto fuorché «conservatrice» e «di destra».

L’unico referendum sensato: quello sull’uscita dalla gabbia euro-atlantica

di Enrico Galoppini

burqaPassato qualche giorno dall’ultimo referendum, vorrei proporre una breve ma basilare riflessione sul senso di recarsi al seggio elettorale per esprimersi sulle più disparate questioni, quando per decidere avremmo in teoria tutto un personale politico stipendiato e preposto ad occuparsene nel migliore dei modi, e cioè nel rispetto dell’interesse nazionale.

Lasciamo stare il non trascurabile dettaglio che questi referendum, quorum o no, non determinano quasi mai il risultato uscito apparentemente dalle urne: gli italiani non intendono rinunciare all’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori? Ci pensa ‘Renzie’ col “Jobs Act” a farne carta straccia. L’acqua deve restare pubblica nei secoli dei secoli? Figuriamoci, già il giorno dopo la loro disfatta stavano studiando il modo di accaparrarsela per vendercela a peso d’oro.

E sorvoliamo anche sul fatto che quasi nessuno si rende conto che ogni referendum riguarda un aspetto particolarissimo della materia in questione, com’è stato in quest’ultimo caso delle “trivelle”, mentre in altre situazioni non c’era assolutamente modo di capirci nulla se non procurandosi in fretta e furia un’apposita “laurea”.

Di fatto, l’unico referendum che è stato chiarissimo per tutti è stato quello concernente il divorzio: il povero Fanfani, che aveva già capito che si cominciava con lo “scoppiarsi” e si finiva con “l’ideologia di genere”, ci fece la figura del pirla, ma almeno passerà alla storia come un esempio di coerenza fino alla débacle preannunciata.

Non altrettanto si può dire di chi trasforma ogni referendum in un “test” per il governo: è uno spettacolo troppo pietoso, tra chi si pavoneggia per un goal a porta vuota (che ci vuole a mandare “in gita” gente svogliata e menefreghista come gli italiani?) e chi canta vittoria anche quando ha incassato un “cappotto”. Tutto penoso e ridicolo, in un Paese che non sceglie più un governo ma può sottoporre a referendum tutto quel che vuole.

della_luna_euroschiavi-dalla-truffa-alla-tragediaTutto tranne una cosa: la nostra sudditanza all’America e alla Nato.

La “Costituzione più bella del mondo”, già all’art. 1 afferma che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Tra l’altro, un generico “popolo”, e non “il popolo italiano” o “la nazione italiana”: nel 1948 poteva sembrare superfluo stabilire l’italianità di questo “popolo”, ma oggi non lo è più e ci starebbe bene una precisazione in tal senso.

E sempre a proposito di “sovranità”, la medesima Carta, all’art. 7, ricorda che lo Stato e la Chiesa Cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”: che strano, stai a vedere che siamo sudditi anche del Vaticano e del “Papa buono” di turno?

Ma pensiamo a una cosa per volta.

Art. 11, quello brandito dai “pacifisti” ogni volta che l’Italia va in “missione di pace”: “L’Italia […] consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni: promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

E qui si perfeziona l’inghippo: sì, va bene, “il popolo” è sovrano, secondo i modi stabiliti dalla Costituzione, ma l’Italia, ovvero lo Stato italiano occupato da un ceto politico accuratamente “selezionato”, può tranquillamente stabilire delle limitazioni alla “sovranità popolare”, in nome della “pace” e della “giustizia”, in favore di non meglio precisate “organizzazioni internazionali”.

italia_resa_incondizionataLa “globalizzazione della Nato”, per dirla con Nazemroaya, era già insita nel dettato costituzionale.

L’Italia, infatti – ovvero la Repubblica Italiana che è un ente di fatto più che di diritto in quanto non è mai stato chiarito come, a termini “di legge”, s’è chiusa la partita nel 1945 -, si è fin da subito presentata agli Italiani come un’entità non pienamente sovrana, pertanto non c’è da stupirsi se, al termine di una parabola discendente che ci ha condotto al punto in cui un presidente del Consiglio (Mario Monti) elogia le cessioni di sovranità, l’unico referendum serio e degno di essere fatto sarebbe quello sulla permanenza dell’Italia stessa, e cioè del suo “popolo sovrano”, sotto il tallone dell’America e della Nato, ma anche di tutti gli altri organismi “internazionali” e “sovranazionali” come la cosiddetta “Unione Europea”, i quali ci hanno ridotto in un tempo relativamente breve ad una controfigura di noi stessi.

Da Paese di santi, eroi e navigatori a bordello nel quale chiunque si presenti con qualche pretesa viene accontentato e chi comanda per davvero sa che – siccome ci teme – il miglior modo per neutralizzarci è mantenerci in un perpetuo stato d’istupidimento e di servitù.

Ma un referendum siffatto, quand’anche lo si volesse organizzare, non si saprebbe nemmeno come formularlo, in quanto esistendo solo il referendum di tipo abrogativo (di una legge, o di parte di essa, s’intende), un quesito sulla permanenza del’Italia nella Nato da sottoporre al “popolo sovrano” mancherebbe delle necessarie basi “giuridiche”, di fatto inesistenti.

Nessuno infatti sa in base a quale legge – se non quel sibillino art. 11 della Costituzione – dobbiamo lustrare le scarpe all’America.

basi_USA_Italia_2Dicono che ci siano degli “accordi”, talmente consensuali – ma segreti, come le clausole del cosiddetto “armistizio” e della conseguente resa incondizionata – che… non ce li fanno vedere. Inutile cercarli: è più facile trovare la copia originale dei Dieci Comandamenti.

A che cosa serva quest’imperitura “alleanza” che è impossibile non solo sciogliere, ma anche solo da vivere in una condizione minimamente dignitosa, a questo punto è chiaro: a farci fallire definitivamente e consegnarci alla “storia”, tutt’al più mantenuti in vita come elementi pittoreschi da far fotografare ai turisti e come “reception” della nuova Europa ad immagine e somiglianza (“multietnica”) dell’America.

In queste condizioni non è utile né sensato andare a votare per la responsabilità civile dei giudici, la separazione delle carriere dei magistrati inquirenti e giudicanti, il finanziamento pubblico ai partiti, la disciplina della caccia, il divieto di partecipazione dell’Enel a impianti nucleari all’estero, le privatizzazioni: è tutto perfettamente inutile, oltre che un raggiro, in quanto l’Italia (“la Repubblica Italiana”) prende ordini da fuori, e quando non ce la fanno con le vie “parlamentari” ad imporre la loro linea, ci provano coi “referendum”, nei quali il “popolo sovrano” sovente s’è dato la classica zappa sui piedi senza rendersi conto di quali interessi, diversi da quello “nazionale”, stava favorendo.

In questa situazione a dir poco disperata, possiamo ancora parlare, al riguardo degli Italiani, di “popolo sovrano”?

Verona “Amore Sacro” nell’opera di Ezra Pound (Spoleto, 23 apr. 2016)

pantano_poundSabato 23 aprile 2016, alle ore 17 , a Spoleto (Palazzo Mauri), Paola Ghini presenterà il volume di Antonio Pantano Verona “Amore Sacro” nell’opera di Ezra Pound, con la partecipazione dell’autore e di Giovanni Perez, editore in Verona. Saranno ricordati anche Olga Rudge, compagna di Ezra Pound, e l’eccelso musicologo e storico della musica Piero Buscaroli.

“Caso Regeni” e sovranità italiana

di Enrico Galoppini

Toh chi si rivede: Manconi!
Toh chi si rivede: Manconi!

Purtroppo bisogna sempre ripetere le stesse cose, perché effettivamente accadono sempre le stesse cose.

Prendiamo il “caso Regeni”.

Tutti, e sottolineiamo tutti i cosiddetti “media nazionali”, oggidì 18 aprile, hanno seguitato a dare spago a chi – Angloamerica in testa – pretende di sapere “la verità”. Nobile faccenda, “la verità”, mai onorata in decenni di stragi e “segreti di Stato” sempre utili per coprire qualche potente Intoccabile. E se a ciò aggiungiamo che di prezzolati e “idealisti” disposti a vendersi e ad esaltarsi per le “campagne” di Amnesty International, in Italia se ne trovano quanti se ne vuole, il resto viene da sé.

Per cui non sorprende affatto che i notiziari italiani abbiano fatto vedere il presidente francese Hollande in visita al Cairo “preoccupatissimo” per i “diritti umani” all’ombra delle piramidi, e lo stesso abbiano fatto con la delegazione d’affari tedesca guidata dal vice-cancelliere ed in visita nel paese del Nilo insieme ad una nutrita delegazione di imprenditori.

Non una parola una sui motivi di queste visite ufficiali, al centro delle quali i “nostri” giornalisti vorrebbero farci credere esservi il “caso Regeni” e lo stato dei cosiddetti “diritti dell’uomo” nell’Egitto governato dal generale al-Sisi defenestratore dei Fratelli Musulmani. Roba da stracciarsi le vesti, tanta è l’incompetenza, se non la vera e propria malafede, di questo cancro incistato nella nostra nazione che sono questi pappagalli ammaestrati a ripetere solo e sempre le veline del Badrone (occhio alla “B”, perché questi scattano sull’attenti come lo Zio Tom).

"Repubblica" ne è certa: il mandante è al-Sisi!
“Repubblica” ne è certa: il mandante è al-Sisi!

Lo capisce infatti anche il mio gatto – il quale, intendiamoci, è assai più perspicace del giornalista medio italiano – che Francia e Germania, dopo la stessa Inghilterra delle “borse di studio” ai “ricercatori” che svolgono per essa un utile lavoro, sono andate in Egitto a colmare il vuoto creatosi con la fuga precipitosa della delegazione italiana d’imprese guidata – ma guarda un po’ – da quello stesso ministro Guidi costretto alle dimissioni in fretta e furia alle viste del referendum sulle trivelle.

A noi qui non interessa stabilire se questo o quello siano dei maneggioni e dei profittatori, ché anche di questa genìa l’Italia è strapiena, bensì cogliere il nesso di causa-effetto – evidente, come dicevamo, anche al gatto – tra la rovina degli affari italiani in Egitto (sotto il pretesto del “rispetto dei diritti umani”) e la concomitante presa al balzo della classica palla, piena di miliardi, da parte delle imprese, statali e private, d’Inghilterra, Francia e Germania.

Lo stesso ‘cinema’ andato in scena in Libia, dove alla débacle delle nostre posizioni è corrisposta l’immediata impennata di quelle dei medesimi soggetti che avevano voluto la fine della Jamahiriyya e che, in questo caso, non digerendo la piega presa in Egitto ed i rapporti privilegiati tra Roma e Il Cairo, hanno individuato nel “caso Regeni” – sia che l’abbiano creato appositamente, sia che l’abbiano strumentalizzato – un’occasione imperdibile per farci le scarpe definitivamente nel Nord Africa.

"Ministro degli Esteri"...
“Ministro degli Esteri”…

Un Nord Africa dove per il momento “tiene” la sola Algeria, nel mirino dei noti paladini della “libertà” alleati col “fondamentalismo islamico”, mentre anche in Tunisia i nostri “alleati” sono riusciti ad assicurarsi, per “combattere il terrorismo” (da essi sponsorizzato anche grazie all’intermediazione di noti campioni dei “diritti umani” come i sauditi), posizioni strategiche impensabili ai tempi della presidenza di Ben ‘Ali (altro personaggio di non specchiata moralità, ma che almeno stava dalla nostra parte).

In tutto questo gioco al massacro è evidente che mentre c’è qualcuno, negli apparati dello Stato italiano, che cerca di resistere (per esempio tergiversando ‘all’italiana’ su un coinvolgimento militare in Libia), c’è anche chi – e si tratta di un’accozzaglia composita di quelle che un famoso “megadirettore” avrebbe definito “merdacce” – rema sistematicamente contro, inventandosi di continuo, dietro imbeccata di questa o quella ambasciata “alleata” o di certa “autorevole stampa internazionale”, motivi per far girare a vuoto l’Italia ed impantanarla in qualche “problema”.

Come se l’Italia non fosse la loro Patria, e nemmeno il cosiddetto loro “Paese”, a tanto è giunta la loro immedesimazione con gl’interessi stranieri delle pretese “grandi democrazie” che tanto potere hanno nel cooptare, con denari e propaganda, certi “italiani” con tanto di virgolette.

Perché ammesso e non concesso che nella fine del “ricercatore” italiano ci sia una responsabilità di qualche apparato o individuo riconducibile allo Stato egiziano, non si capisce come mai la stessa canea non viene sollevata ogni volta che un connazionale viene ammazzato in circostanze assai strane in qualsiasi parte del mondo, oppure messo in galera, senza alcun rispetto per i “diritti umani”, sulla base di fantasiosi ed indimostrabili teoremi. In America, per esempio, è accaduto un sacco di volte, da Sacco e Vanzetti in poi.

Perché Arrigoni non "vale" quanto Regeni?
Perché Arrigoni non “vale” quanto Regeni?

E per citare solo uno tra i molti “casi” che potrebbero alimentare illazioni ed incidenti diplomatici con sviluppi “pericolosi”, come mai per Vittorio Arrigoni non è stato messo su tutto questo casino da parte della Farnesina?

Non vogliamo entrare poi nella questione dei marò, perché quella è una vicenda nella quale l’India accusa i due fucilieri di Marina di aver assassinato dei pescatori indiani (“scambiati” per pirati, affermano da parte italiana), tuttavia non ci risulta che l’Italia abbia mandato a ramengo le relazioni con Nuova Delhi così come sembra intenzionata a fare con l’Egitto.

Stendiamo infine un velo pietoso sul Cermis o sul “caso Calipari”, ché sarebbe solo un’inutile e penosa autoflagellazione. E non osiamo addentrarci nei meandri della sequela interminabile di giovani soldati italiani morti atrocemente a causa dello spargimento di sostanze altamente tossiche nella ex Jugoslavia da parte della Nato: il problema praticamente non sussiste! Perché a prenderlo di petto ci sarebbe invece da capire quali sono i vantaggi per l’Italia nello stare sotto l’ombrello (“protettivo”!) della Nato.

Sono tutti “misteri”, questi, che non possono avere soluzione, in attesa di capirci qualcosa se e quando l’Italia gusterà di nuovo, un giorno, il sapore della libertà, della sovranità e  dell’indipendenza.

Ma sì, prendiamocela con l’Egitto, tanto altro non si può fare.

L’edificante favola del “multiculturalismo” israeliano

di Enrico Galoppini

palestina-israeleMi riferiscono che una giovane italo-israeliana, intervistata dal Tg3, alla domanda perché per una ventunenne è così bello vivere in Israele ha risposto: “Perché Israele è un paese multiculturale”. L’Italia, con tutta evidenza, non lo sarebbe abbastanza, almeno secondo il moderno significato del termine.

Ora, non conosciamo questa ragazza e ci potremmo anche sbagliare, ma considerato che trattasi di una privilegiata (rispetto alla maggioranza degli italiani) con doppio passaporto, sempre utile per svignarsela alla chetichella nel suo amato “paese multiculturale” (tanto multiculturale che molti indigeni li ha rinchiusi nelle “riserve” della Cisgiordania e della Striscia di Gaza), ci sembra di poter affermare con una buona dose di certezza che il “multiculturalismo” israeliano si limita alle differenze tra ebrei: sefarditi, aschenaziti, falascià, yemeniti eccetera.

A noi starebbe pure bene così, se non fosse che in Palestina c’erano e ci sono ancora parecchi indigeni musulmani, cristiani eccetera, eredi delle popolazioni che, dai Filistei ed anche prima, hanno abitato quelle terre che solo una mitologia incessantemente sostenuta da religione (cristiana), cultura (storia e letteratura) e intrattenimento (film) ha fantasiosamente attribuito ai soli “ebrei”, e per giunta quelli calamitati lì da ogni parte del mondo (di qui il “multiculturalismo” israeliano), perché tra l’altro il progetto sionista non è farina del sacco degli ebrei locali.

A questo trattamento speciale degli autoctoni va a sommarsi poi un altro problema: la posizione che molti esponenti del mondo politico e culturale israeliano e filo-israeliano hanno nei confronti del “multiculturalismo” in Italia e in Europa.

La "fortezza Europa"? No, "l'unica democrazia del Medio Oriente"!
La “fortezza Europa”? No, “l’unica democrazia del Medio Oriente”!

Se lo Stato israeliano ha “il diritto” di erigere muri e difendersi dai nemici, veri o presunti, l’Italia e l’Europa non possono fiatare in materia di “accoglienza” che subito il rabbino di turno o il guitto italo-israeliano vanno in agitazione scomposta, con tivù e giornali a disposizione per fungere da cassa di risonanza delle loro “preoccupazioni” ed elevate grida sul “razzismo” ed i “rigurgiti di antisemitismo”. Col plauso dell’ambasciata americana, s’intende, ché senza l’influenza capillare dell’America e della Nato anche tutto questo dare corda a questi personaggi con tribuna assicurata sarebbe finito da un pezzo.

Poi c’è anche un altro aspetto, particolarmente odioso: il doppio passaporto. Personalmente lo trovo ingiusto e discriminatorio, e non solo per l’esistenza degli italo-israeliani cosiddetti. “Cosiddetti” perché a differenza di un italo-marocchino o un italo-peruviano, tanto per fare due esempi, Marocco e Perù hanno una storia millenaria che certo “Israele” non può vantare, pertanto si è assistito al fenomeno, tutto particolare, che automaticamente il neonato Stato israeliano ha riconosciuto la cittadinanza israeliana a tutti gli ebrei della “diaspora” (altra invenzione interessata). Il che – dimostrando che fondamentalmente quella israeliana è un’impresa a sfondo religioso – è come se, allo stesso modo, un Tibet indipendente desse cittadinanza a tutti i buddisti del mondo seguaci del Dalai Lama, o se l’Arabia Saudita, la cui monarchia si vanta di essere la protettrice dei due luoghi sacri dell’Islam, elargisse la cittadinanza a tutti i musulmani del mondo!

Si dirà che è una questione di numeri, e che la storia degli ebrei ha delle peculiarità (anche tragiche, ma non in esclusiva!) che hanno giustificato quest’inedito provvedimento; ma, come che sia, disporre di due o anche più passaporti non è serio nei confronti di chi ne ha solo uno.

"Multiculturalismo" israeliano
“Multiculturalismo” israeliano

Per di più, si dà il caso di giovani italo-israeliani che svolgono il servizio militare in Israele, e, considerata la situazione colà, potrebbero essersi resi colpevoli di reati perseguibili in base alle leggi italiane. Oppure solo i volontari nel Donbass, o peggio ancora quelli che accorrono al richiamo del cosiddetto “Stato Islamico”, sono passibili d’inchiesta da parte della magistratura italiana? La cosa è sinceramente ridicola ed insensata, perché siamo arrivati al punto che se una ragazza va a vivere a Raqqa per fare la massaia torna in Italia e subito viene torchiata, mentre se la ventunenne in questione angaria, pesta o addirittura accoppa dei palestinesi tutto passa in cavalleria.

E non mi si venga a rompere le scatole con “l’abominio” dell’Isis che non permette simili paragoni, primo perché il sottoscritto ha abbondantemente documentato, sotto ogni punto di vista, come quello sia abusivamente un “califfato” e perciò – quand’anche si trattasse di un’iniziativa “spontanea” – in contrasto con tutta la tradizione islamica e per giunta al servizio delle strategie geopolitiche atlantiste, come lo Stato d’Israele; secondo perché i crimini dell’Isis ed affini non mi sembrano più esecrabili di quelli perpetrati nella sua onorata carriera dalla dirigenza del cosiddetto “Stato Ebraico” (“cosiddetto” perché, come lo “Stato Islamico” farlocco, si autorappresenta come l’unica vera patria di tutti coloro che confessano la religione del Giudaismo). E se qualcuno ancora si ostina a non crederci, non ha che da aprire un motore di ricerca e svolgere una ricerca per immagini delle vittime palestinesi, di ogni sesso ed età: il peggior film dell’orrore fa la figura della Bella addormentata nel bosco!

dialetti_italiaFacile, in questa maniera, cantarsi la filastrocca del “multiculturalismo”. Anche l’Italia, se è per questo, era già ‘multiculturale’ prima del “multiculturalismo” moralmente imposto: siciliani, veneti, friulani, lucani, sardi eccetera, per non contare i tedescofoni, i francofoni, i ladini, gli occitani, i grecanici, gli “albanesi”, i “croati” del Molise e tutte le altre minoranze etnico-linguistiche del Bel Paese. L’Europa, poi, col suo spazio relativamente esiguo e le sue “mille patrie”, è il paradigma stesso del “multiculturalismo” ante litteram.

Macché, loro, anche se maltrattano per statuto tutti i non “israeliani”, sono la vetrina del novello “multiculturalismo” riveduto e corretto; noi, già “multiculturali” prima di “Israele”, siamo additati come “etnocentrici” e dipinti come un abisso d’intolleranza… Col colmo dei colmi che dobbiamo pure integrare in questa nuova Europa “multiculturale” quegli stessi individui – palestinesi e genericamente “arabi” – esclusi dal “multiculturalismo” israeliano!

Navi americane intorno alla Russia: provocazione russa!

di Enrico Galoppini

Russia-wants-warsUna nave da guerra americana transita in acque europee, nel Mar Baltico, a 70 miglia nautiche dall’enclave russa di Kaliningrad, e siccome la sorvolano dei caccia russi – per sincerarsi delle intenzioni di quella nave, o anche solo per far capire “l’antifona” – la solita “stampa libera” occidentale titola: “Caccia russi a volo radente su nave Usa nel Baltico”, instillando automaticamente nel suddito euro-atlantico l’idea che è la Russia a “provocare” l’America, e non il contrario.

L’occhiello della “notizia” rincara la dose: “Pentagono: ‘profilo di un attacco simulato’”.

Che cosa ci faccia invece una nave da guerra degli Stati Uniti nei paraggi della Russia non costituisce mai argomento di riflessione, né per l’Ansa né per tutto il resto della cosiddetta “informazione”, tanto si dà per scontato che l’America possa far scorazzare le sue armate – di terra, del mare e dell’aria! – ovunque, senza chiedere il permesso a nessuno, ed anzi gridando allo scandalo se chi scorge alle porte gente non propriamente benintenzionata si attiva per evitare il peggio e per ribadire che non sta lì a farsi prendere per i fondelli.

Invece no, è la “guerrafondaia” Russia (mentre l’America, dalla sua fondazione, ha scatenato centinaia di guerre…) a cercare il casus belli, a minacciare la “pace mondiale” e via mistificando.

Ribaltare in questo modo la frittata è tipico di certa “propaganda” vituperata e ridicolizzata per decenni, ma quando a questo vecchio trucco ricorre il Comando delle Forze Aeree Usa in Europa, a parte il fatto che nessuno si chiede seriamente perché esista un simile “comando” a casa nostra, tutti questi manovali dell’imbonimento collettivo scattano sull’attenti e danno voce a chi – colmo della faccia tosta – invoca il rispetto di “norme professionali” quando è arcinoto che è il primo a non rispettare niente e nessuno (I’m the Law: “Io sono la Legge”).

russia_provocazioneDi questo passo, se non interverrà un salutare risveglio nelle coscienze di questi ‘pifferai’ realizzando che mentire sistematicamente non fa bene, finirà che il semplice starsene dove ci si trova, e cioè sulla propria terra, e non permettere l’andirivieni di mezzi militari, spie e provocatori stranieri di ogni sorta, sarà equiparato ad un “atto ostile”, con la conseguenza che una guerra d’immani proporzioni sarà scatenata per il fatto che la Russia non ha inteso calarsi le braghe e sventolare bandiera bianca così come l’America vorrebbe.

In tutta questa situazione sinceramente assurda, penosa e disgustosa, l’unico elemento ottimistico, oltre alla suddetta indisponibilità russa a farsi mettere sotto, sembra essere rappresentato da una crescente opinione pubblica europea favorevole a Mosca. Una corrente d’opinione che non si beve più le frottole americane e che vede nella Russia, più che la “minaccia” tanto sbandierata, una “possibilità” e finanche un alleato contro i peggiori disastri in atto e quelli ancor più temibili che si profilano all’orizzonte.

Le Président du Congrès Juif Mondial et Hassan Chalghoumi reçus par le Roi du Bahreïn

par Yahia Gouasmi

Nouveau pas dans le processus de normalisation des relations entre l’entité sioniste et les pays arabes, avec la réception le 4 avril dernier, de M. Ronald Lauder, actuel Président du Congrès Juif Mondial, par le souverain du Bahreïn.

bahrein-pas-110416En effet, le puissant milliardaire israélo-américain, Président ultra-sioniste du Congrès juif mondial depuis 2007 et farouche opposant à la reconnaissance de la Palestine par l’ONU, a rencontré le Roi Hamed ben Issa Al Khalifa, après avoir été reçu la semaine dernière, au Caire, par le Président égyptien Abdel Fatah Sissi.

Lors de cette rencontre était présent notre « idiot utile » hexagonal, le pseudo-imam de Drancy, Hassan Chalghoumi, qui prend ainsi une dimension internationale dans son rôle de marionnette du lobby sioniste.

Que cache la présence de ce personnage qui n’a aucune légitimité religieuse ou politique, si ce n’est qu’il est le symbole criant de la mise sous tutelle sioniste de l’Islam de France ?

Il est d’ailleurs étonnant que le lobby sioniste français soit incapable de trouver une personnalité plus crédible que ce triste personnage, qui est la risée de tous, à moins que l’objectif soit d’humilier les musulmans de France en le mettant en avant ?

Quant au souverain de la dictature bahreïnie, qui fait face à une contestation populaire à laquelle il répond par une répression sanguinaire, il n’est qu’un roitelet de plus qui se prosterne devant son maître sioniste, comme ses homologues saoudiens et qataris, dont le pouvoir ne tient qu’au bon vouloir de leurs protecteurs.

Ainsi, en accueillant à bras ouverts le Président de l’organisation sioniste, la pétromonarchie montre qu’elle se dirige vers un élargissement accru de ses relations avec Israël.

En réalité, il semblerait que l’entité criminelle israélienne ait décidé que le temps était venu pour ses pantins arabes de se soumettre au grand jour et d’afficher leurs liens en pleine lumière alors que jusqu’à présent tout se déroulait en coulisses.

Le Parti Anti Sioniste condamne toute normalisation avec l’entité sioniste criminelle et s’afflige de voir des gouvernements et des personnalités qui se disent musulmans, soumis à ce point.

Quel triste symbole que cette rencontre entre cette personnalité sioniste et ses deux vassaux, qui représentent pour l’un la soumission des musulmans d’Orient et pour l’autre celle des musulmans d’Occident.

Heureusement, ces monarques de pacotille et ces pseudos-imams ne représentent qu’eux-mêmes et nous savons que les peuples musulmans sont dans leur immense majorité hostile à toute forme de reconnaissance et de soumission à l’État illégitime israélien.

Fonte: La Voix de la Libye, 11 apr. 2016