Del Principio

di Giuseppe Mahdi Aiello

ali_muhammadLa credenza nel Principio, ciò che gli antichi greci chiamavano “archè”, va oltre i Libri sacri e i Profeti: essa è in relazione alla “natura primordiale dell’uomo” (fitrah), è parte del suo essere. Il Principio, Uno e Unico, è stato testimoniato da tutte le civiltà dall’inizio della storia dell’uomo.

Non vi necessità di un’iniziazione, o di una rivelazione, per riuscire a capire e accettare questo stato di fatto, ossia che il Principio d’ogni esistenza è essenzialmente Uno, punto fondamentale comune a tutte le tradizioni religiose e spirituali, ossia ogni tradizione afferma innanzitutto l’unità del Principio Supremo, da cui tutto deriva, da cui tutto dipende integralmente e a cui tutto ritornerà.

Il Principio è inesprimibile in sé, ed è Uno, e tutta l’esistenza, tutto il reale è unità. In tutta la sua universalità, l’esistenza è unica e comprende l’effettiva realizzazione di tutte le possibilità e di tutte le molteplicità della manifestazione. L’unità del reale si riferisce sia a ciò che è manifestato, sia a ciò che non è manifestato. Infatti il passaggio del non manifestato dalla possibilità all’atto è un’illusione relativa al punto di vista umano, interno alla manifestazione, mentre dal punto di vista del Principio, esso non esiste: tutto è simultaneo, il non manifestato è tanto in atto quanto il manifestato; per il Principio, la possibilità assoluta è tutta in atto, e dunque l’attualità e la possibilità coincidono, tutto è ridotto ad attualità che esclude il divenire dal «punto di vista» del Principio. Non esiste niente di virtuale nel Principio, ma solo la permanente attualità di ogni cosa in un «eterno presente», ed è questa attualità a costituire l’unico fondamento reale di ogni esistenza.

La parabola di Renzi: da “il Bomba” al petardo del Gottardo

di Michele Rallo

renzi_mikeA scuola – l’ho già scritto – lo chiamavano “il Bomba”, per la sua abitudine di spararle grosse assai. Cresciuto un po’, ha cominciato a sgomitare per farsi notare. La sua prima apparizione televisiva – ricordano le cronache del Paese dei Balocchi – è del 1994 alla “Ruota della Fortuna”, l’amena striscia quotidiana che Mike Bongiorno conduceva dalle reti di Berlusconi. Agli studi Mediaset il giovane Renzi (allora ventenne) era giunto dietro segnalazione dello zio, che collaborava con il Mike nazionale nei programmi a quiz. Fu un vero colpo di fortuna per il ragazzotto di Rignano sull’Arno: vinse 48 milioni di lire, che all’epoca erano un bel gruzzoletto. Fu allora, con molta probabilità, che cominciò a montare la leggenda del “lato B” di Matteuccio. Ovvero: con un po’ di fortuna anche le “bombe” possono trasformarsi in benefiche dispensatrici di ricchi premi e cotillons.

È, questa, la “filosofia” (chiedo scusa a Kant e a Hegel) che da allora ha ispirato il Vispo Tereso, guidandone la sfolgorante carriera: da figlio di un intraprendente industrialotto di fede democristiana, a Consigliere e poi a Presidente della Provincia di Firenze, in quota Margherita rutelliana (2004). In tale veste – apprendo da Wikipedia – menava vanto d’aver diminuito costi e tasse provinciali, ma la Corte dei Conti ha aperto un’indagine sulle spese di rappresentanza della Provincia (lievitate in epoca renziana a 600.000 euro, un miliardo e duecento milioni delle vecchie lire) e su altri piccoli garbugli burocratici.

Transitato nel Partito Democratico, nel 2009 evitava di ricandidarsi alla Provincia, preferendo piuttosto il ruolo di Sindaco, che notamente dà una maggiore visibilità. Il resto è storia nota: la formazione del “giglio magico” (Marco Carrai, Luca Lotti, Maria Elena Boschi, Erasmo D’Angelis, Federica Mogherini, eccetera), il pellegrinaggio al Santo Sepolcro di Arcore, la campagna per la rottamazione della classe dirigente ex-comunista e per la sua sostituzione con una congrega di figli di Leopolda, la chiamata al Colle e l’investitura da parte di Re Giorgio.

renzi_verdiniDa quel momento, poi, un susseguirsi ininterrotto di furbate: dalla strategia del Nazzareno agli 80 euro, dal trucco fiscale che ha fatto lievitare le assunzioni (ma con facoltà di licenziare chiunque dopo gli sconti) all’annunzio di una “ripartenza” che non riparte, dalla renzizzazione della RAI all’arruolamento delle truppe cammellate verdiniane, fino all’ultimo pietoso tentativo di gabellare come una propria vittoria quello che è soltanto un ennesimo esercizio di svogliatezza di un elettorato che ha imparato a disertare le urne.

Il tutto – sempre e comunque – condito con la rituale supponenza, con smargiassate da capataz del Rione Sanità, con atteggiamenti da piccolo bullo di periferia: «È finito il tempo di…», e giù frasi fatte e luoghi comuni da quattro soldi, nella speranza di essere preso sul serio, di fare colpo, di essere ammirato, di essere considerato un grande capo e non un piccolo arnese da “Ruota della Fortuna”.

Naturalmente, nella sua foia di apparire bravo, bello e soprattutto “nuovo”, il Vispo Tereso ha preso a “riformare” tutto e tutti. Ha riformato il lavoro e i lavoratori, ha riformato i conti pubblici e le tasse (con i benefici effetti che tutti conoscono), ha riformato la RAI, ha riformato le banche (vero, Banca Etruria?), ha riformato – in peggio – tutto il riformabile e l’irriformabile… Ed ha riformato anche – o somma vetta di creatività leopoldina! – la nostra Costituzione.

Come? Ma, poffarbacco, nella presunzione di essere lui – il Capo del Governo per grazia di Dio e volontà di Re Giorgio – il Nuovo Uomo della Provvidenza, il Predestinato, il Sommo Vate capace di incaprettare gli italiani e di farsi per ciò ringraziare (e votare) dagli stessi, il Druido della Nuova Era della globalizzazione americana e dell’immigrazione bergogliana, colui che gli italiani continueranno a votare per forza d’inerzia, affascinati dal suo accento tosco, ipnotizzati come le vittime che un cobra fissa prima di sferrare il guizzo venefico.

Renzi su Gheddafi
Renzi su Gheddafi

Ecco – dunque – che, ipotizzando di rimanere a Palazzo Chigi vita natural durante, il Pascolatore di Bufale Toscane ha concepito una Costituzione che esaltasse il ruolo dell’esecutivo a scapito del legislativo, che accentuasse il peso del governo e sminuisse quello del parlamento, che ne limitasse soprattutto i poteri di controllo sull’azione del Grande Timoniere. La riforma – che prende il nome dalla Fata Turchina che non può mancare nel paese di Pinocchio – comprende anche la sostanziale eliminazione di una delle due Camere, il Senato, un tempo “camera alta” come in ogni democrazia occidentale e adesso – almeno nelle intenzioni della riforma dagli occhi azzurri e dal ricciolo ammaliante – camera di riciclaggio per sindaci ambiziosetti e consiglieri regionali in cerca di fortuna. Motivazione ufficiale: evitare il doppio controllo (e il doppio voto di fiducia) del bicameralismo perfetto. Come se non fosse stato più semplice e più organico differenziare le competenze delle due Camere, anziché eliminarne di fatto una. Concessione alla piazza: così facendo si ridurranno i costi della politica. Vedrete di quanto diminuiranno, se mai quella riformaccia dovesse passare: una inezia, più o meno il costo di un nuovo aereo di rappresentanza per viaggi di Stato e di un paio di bombardamenti per portare la democrazia in Libia. Ai consiglieri-senatori potrà non darsi lo stipendio, ma provate a immaginare che ricchi fondi-spesa, che luculliani rimborsi, che principesche spese di rappresentanza potrebbero essere liquidati agli pseudosenatori non eletti da nessuno ma nominati dai Consigli regionali; senza contare i “gettoni di presenza” che – magari dopo uno o due anni di buona condotta – potrebbero nascere e proliferare per Commissioni, Consulte e Comitati.

renzi_stampaMa ritorniamo al Bomba e alle sue dotte esternazioni, preferibilmente in conferenza-stampa con camicia e cravatta e senza giacca, in stile giovane promessa di Wall Street. Orbene, in una delle ultime esibizioni di ruota (la ruota del pavone, non la ruota della fortuna) il giovane virgulto di Palazzo Vecchio ha elencato con sommo compiacimento le “opere del regime” che egli ascrive alla propria illuminata gestione. Peccato che – nella foga – il nostro abbia buttato dentro tutto ciò che gli capitava: compreso l’Alptransit, che è un sistema ferroviario ad alta velocità che dovrebbe collegare i due estremi della galleria del San Gottardo; galleria che – come ben sanno gli alunnetti delle scuole medie – scorre interamente in territorio svizzero. Non una bomba, come ai tempi gloriosi del ginnasio, ma semplicemente un petardo, di quelli piccolini, modesti, che si alzano pochi metri e poi fanno puff. Lungi da me – naturalmente – l’idea che per fare il Presidente del Consiglio ci si debba ricordare delle lezioni scolastiche della prima infanzia. Si può anche essere debolucci in geografia, ma si dovrebbe almeno avere il buon gusto di non parlare di cose che non si conoscono.

E non è tutto. Perché – mentre Renzi ascriveva all’Italia il possesso del San Gottardo – il suo fido Ministro alle infrastrutture Graziano Delrio annuiva, come a sottolineare la totale condivisione delle cavolate snocciolate dal suo capo. Delrio, si sa, è l’alter ego di Renzi; colui che, se il Vispo Tereso dovesse uscire maciullato dalle elezioni amministrative e dal referendum sulle riforme, dovrebbe essere incaricato di reggere la Presidenza del Consiglio. Forse è per questo che, fin da ora, si allena a pascolare bufale.

L’antifascismo grottesco del Movimento Cinque Stelle nell’Italia colonia americana

di Spectator

grillina_espulsaFa sorridere il provvedimento di espulsione dal Movimento Cinque Stelle di una consigliera del Comune di Ragusa con l’accusa di “inneggiare al fascismo”.

Ella avrebbe scritto su Facebook che “il 25 aprile non è una festa, il 25 aprile 1945 è iniziata l’occupazione“. Una cosa chiaramente senza senso, falsa e persino infame, secondo i censori di della compagine pentastellata.

Il Cinque Stelle, e con esso gli altri partiti “antifascisti” (cioè tutti quelli rappresentati in parlamento), piuttosto che perdere tempo con simili bagattelle dovrebbero dimostrare piuttosto che, a partire dal 1945, non siamo stati occupati dall’America… Ma siccome ciò è indimostrabile (cosa ci fanno in Italia oltre cento basi ed installazioni militari Usa/Nato, con tanto di ordigni atomici stoccati in condizioni di dubbia sicurezza?), si può tranquillamente affermare che queste misure “draconiane” altro non sono che la foglia di fico con la quale il movimento che dovrebbe rappresentare “il nuovo che avanza” altro non è che l’ennesima riproposizione di un cliché usurato che oramai mostra la corda, dovendosi accusare di “fascismo” persino chi afferma la più lapalissiana delle verità!

basi USA in Italia_2Si potrà anche riconoscere che il 25 aprile simboleggi la fine dell’occupazione tedesca (una strana occupazione, dato che in Italia i tedeschi ce li avevamo chiamati noi), trasformata in “nazi-fascista” per compiacere i suggeritori d’Oltreoceano di definizioni ad effetto, ma è oggettivamente impossibile negare che con la medesima data-simbolo non sia cominciata una ultra-settantennale occupazione della nostra terra, dal punto di vista militare, politico, economico e culturale. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti, e l’Italia, da che era una Nazione (coi suoi pregi e difetti), è diventata dal 1945 a questa parte la mera “espressione geografica” di metternichiana memoria.

Chiunque può constatare ciò che è di un’evidenza solare, ma nell’Italia del terzo millennio c’è ancora qualcuno che pensa di fare la “guerra al fascismo” piuttosto che all’occupante a stelle e strisce ed ai suoi lacchè, i quali, nel mutato contesto della “Liberazione”, svolgono la medesima parte che gli “antifascisti” attribuiscono ai “repubblichini”.

sospeso_caraccioloSolo che quelli pensavano di combattere “la guerra del sangue contro l’oro”, in quanto l’America era ed è il braccio armato del capitalismo finanziario (oggi mascherato da “globalizzazione”), mentre gli odierni Sciuscià “antifascisti” di destra, di centro e di sinistra (e pure a cinque stelle) sono convinti, dall’alto della loro auto-proclamata “superiore moralità”, di combattere il Male assoluto incarnato in qualche “fascista” infiltrato nel movimento (v. il recente “caso” del prof. Antonio Caracciolo, liberale d.o.c., “sospeso” per analoghi inconsistenti motivi).

Il 25 aprile deve aver ispirato parecchio “fascismo” su Facebook. Il prof. Antonio Pantano, esperto di finanza ed economia del Ventennio nonché studioso del pensiero economico di Ezra Pound, ha scritto sulla sua pagina:

«Ho più volte DIMOSTRATO per TABULAS (anche nelle molte conversazioni in Facebook e Youtube); cartella esattoriale del 1941 per il 1940 – stipendio imponibile lire 28.000 – tassazione (da pagarsi in 6 rate) lire 877,90 PARI al 3,14% !!! VIGEVA il bieco “regime fascista” che aveva imposto anche “addizionale di guerra” !!! e l’imposta IGE (equivalente alla IVA di oggi che è del 22%) era del 3% – dicesi TRE!!!!!!!! L’odierno REGIME DEMOCRATICO è certamente MOLTO LADRO ed ha INDIMOSTRATO “debito pubblico” di quasi 3.000 miliardi di euri, mentre il “bieco regime” fascista della Repubblica Sociale Italiana, al 28 aprile 1945, chiuse con ATTIVO di BILANCIO di 20,9 miliardi di lire!!!!!!!».

m5s_onestiDelle due l’una. O il Movimento Cinque Stelle, dopo aver mandato nelle piazze d’Italia Beppe Grillo a denunciare lo scandalo delle cento e passa basi Usa/Nato, ha cambiato idea ed ha preso atto che il problema non sussiste, oppure si è in presenza di persone che tatticamente (per evitare proprio che “torni il fascismo”, com’è stato detto dallo stesso Grillo) cavalcano istanze sovraniste mentre credono, da perfetti “babbei”, che per risollevare le sorti del popolo italiano, abbrutito da decenni di servaggio, bastino “l’onestà”, più “democrazia dal basso” e la solita “vigilanza antifascista”!

Rebus sic stantibus, consigliamo vivamente ai “grillini” di cambiare motto: dall’ultra-egualitario “uno vale uno” all’americano “una vale dieci”, in quanto, pur senza le cinquanta stelle della celebre “stars and stripes”, le cinque presenti sul proprio simbolo sono sufficienti a qualificarli come solerti e zelanti continuatori dell’opera dei nostri “liberatori”.

L’Ansa e la Siria: mentire è il mio mestiere

di Spectator

siria_ansaSono giorni e giorni che, da quando l’Esercito Arabo Siriano ha riconquistato Palmira, la seconda città del Paese, Aleppo, è ricaduta nel pieno dei combattimenti.

Particolarmente virulenti ed insistenti sono stati i bombardamenti indiscriminati di zone tenute dal governo, pardon dai “lealisti”, da parte dei cosiddetti “ribelli” (“moderati”!). La cosa non ha ovviamente fatto “notizia”, come del resto non l’ha fatta la ripresa degli attacchi terroristici del governo di Kiev all’indirizzo delle popolazioni civili del Donbass: da quelle parti la “ribellione” non “fa figo”.

Bravi, continuate così. La “notizia” la fanno i “raid del regime”… poi nel trafiletto d’agenzia, per “dovere di cronaca”, fate sapere una tantum (visto che accade ogni giorno) che anche i “ribelli” hanno ammazzato della gente senza colpa né peccato (in una moschea, mentre, è noto, che “il regime”, cinico come nessun’altro, bombarda gli ospedali…).

Voglio proprio vedere come vi comporterete, se e quando i “nostri ragazzi”, mandati allo sbaraglio da qualche Sciuscià, si troveranno a combattere contro i “ribelli” in salsa libica. Anche lì coprirete le loro malefatte e, soprattutto, i loro mandanti??? Secondo me fareste meglio a fiutare il vento, perché sta cambiando e alla svelta: c’è sempre meno gente, in Italia, disposta a sorbirsi le vostre frottole (“No lettori, no party”, cioè introiti pubblicitari), e lo si vede anche dai commenti in calce alle vostre fantasiose ricostruzioni della realtà, per le quali, più che qualche “corrispondente”, è probabile venga retribuito un abile romanziere o addirittura un esperto del genere “fantasy”!

A proposito di “quote rosa”: orsù, in miniera!

di Enrico Galoppini

quote_rosaQuando si dice “la forza dell’ideologia”. Dell’ideologia “di genere”.

Da un po’ di tempo è invalsa la moda di lamentarsi per le “poche donne” in questo o quel campo delle più svariate attività. Dalla politica all’industria, dalla cultura allo spettacolo, è tutto un pretendere “quote rosa”.

Al punto che se anche non ci sono donne disponibili e/o adeguate, “per legge” (una legge evidentemente assurda e diretto risultato del “regno della quantità” e della tirannia dell’eguaglianza), si devono eleggere, nominare, piazzare in ogni modo delle donne. Purché siano.

In attesa che scatti analogo meccanismo “legale” per tutti gli altri “generi” individuati dagli ideologi dell’unisex (o dell’assenza di sessi, il che è lo stesso)…

L’ultimo ‘cahier de doléances’ riguarda il cinema: non ci sono abbastanza registe!

Questi maschi sono davvero fetenti: come mai solo loro vogliono tenere in mano la macchina da presa? Bene, d’ora in poi “quote rosa” nel cinema, anche se non si trovassero cineaste i cui film fossero degni d’essere guardati per cinque minuti. Non che il cinema “maschile” sia tutto questo spettacolo. Tutt’altro. Ma la questione – in tutte queste lamentele – non è migliorare la produzione cinematografica nella direzione di pellicole che elevino moralmente lo spettatore. Questo ‘dettaglio’ non interessa a nessuna cine-suffragetta.

Donne-managerCerto non sarà il fatto di avere più donne-regista ad ammorbarci coi loro polpettoni “introspettivi” a farci sprofondare più giù nel baratro nel quale siamo già finiti con l’intromissione, fin nei settori nei quali era meglio che restassero fuori (soprattutto nel loro interesse), di esponenti del “gentil sesso”, persino nei contesti meno indicati e consoni.

Tuttavia, se questa è la tendenza inarrestabile di questo scorcio di “età oscura”, in nome della “gender equality” crediamo, reclamandola con forza, che alle donne spetti una rappresentanza quantomeno del 50% in comparti-chiave dell’attività umana quali: le miniere, le cave di marmo, l’asfaltatura delle strade.

Tanto per citare solo alcune delle mansioni dalle quali queste paladine della “eguaglianza tra i generi” e delle “pari opportunità” si tengono alla larga, evitando accuratamente di far sentire, al riguardo, le loro petulanti ed insistenti “rivendicazioni”!

P.s.: a proposito di “quote rosa” nel cinema… qualcuno ha l’onestà intellettuale di ricordare che la regista  più famosa di tutti i tempi (autrice di alcuni capolavori, peraltro assai innovativi, come “Triumph des Willens” (1934) e “Olympia – Fest der Völker” (1938), nonché di stupende rassegne fotografiche su alcuni popoli africani) è stata Leni Riefenstahl?

“Vincere! E vinceremo!”

di Piero Visani

accordi-di-schengen-brennero-bavieraSi segnalano movimenti di truppe italiane verso il Brennero. Lo Stato Maggiore della Difesa, d’accordo con la Presidenza del Consiglio, ha infatti ritenuto inaccettabile che quel valico di importanza fondamentale possa essere chiuso.

C’è stata, in un primo tempo, una riflessione sull’opportunità che quel valico potesse essere chiuso per bloccare la “marea bruna” che pare essersi formata a seguito dell’esito delle recenti elezioni austriache, ma poi si è deciso che, se è vero che la “marea bruna” può fare paura, non ne fa alcuna la “marea nera” che, passando attraverso il Brennero e a colpi di circa 100 euro al giorno per ciascuno dei suoi componenti, risolleverà le sorti del bilancio dello Stato, impedirà la crisi demografica con il suo forte tasso di natalità e soprattutto aiuterà a pagare le pensioni, specie quelle di reversibilità.

Dunque l’Esercito italiano si appresta a risalire “con orgogliosa sicurezza” le valli dove è stata scritta la storia della Grande Guerra, nella “incrollabile certezza” di “spezzare le reni” all’Austria e riaprire “manu militari”, con la benedizione dell’Unione Europea, un valico che non può essere chiuso, per la difesa della libertà, della democrazia e della libera circolazione delle persone e delle merci.

CrociateC’è – è vero – il rischio di una guerra su due fronti, perché le Forze Armate italiane potrebbero essere chiamate ad intervenire anche in Libia, dove pare si addensino – dopo aver letto l’articolo comparso due giorni fa sul “Corriere della Sera”, che illustra con dovizia di particolari la piacevole esistenza che conducono quanti migrano verso l’Italia – centinaia di migliaia di disperati, ma pare che i vertici politici e militari abbiano deciso che tale potenzialmente pericolosa eventualità sarà scongiurata, in quanto, nel quadro dell’operazione “Mare Lorum”, la Marina italiana sarà incaricata del trasporto diretto di costoro in Italia, onde poter fornire adeguata “massa critica” alle istituzioni “assistenziali” gestite dallo Stato e dal Vaticano, e spegnere così ogni focolaio di conflitto.

Tutto sotto controllo, dunque. Vincere! E vinceremo!

“Chi ha paura dell’Islam?” (resoconto del convegno di Modena, 26 apr. 2016)

di Redazione

convegno_modena3Lo scorso 26 aprile a Modena, presso una delle sedi cittadine della Confcommercio, si è tenuto un incontro pubblico dal titolo “Chi ha paura dell’Islam?”, evento organizzato dall’associazione studentesca Azione Universitaria (Modena e Reggio) in collaborazione con CESE-M (Centro studi Eurasia-Mediterraneo), Ente Islamico in Italia e Centro studi Dimore della Sapienza. L’iniziativa ha voluto incentrarsi sulla scottante attualità del mondo islamico e dell’Europa, in relazione ai temi dell’instabilità del bacino del Mediterraneo e del Vicino Oriente (la geopolitica e i conflitti nell’area) con le conseguenze per il vecchio continente in materia di società multiculturale e immigrazione; un occhio di riguardo poi è stato dedicato al tema dell’Islam europeo, sia nei secoli passati, sia oggigiorno.

Ha introdotto l’evento, dinnanzi ad un folto ed attento pubblico, Lorenzo Rizzo (Presidente Azione Universitaria Modena e Reggio), il quale ha immediatamente dato la parola al moderatore della conferenza, Giulio Verrecchia, anch’egli di Azione Universitaria, associazione studentesca attiva negli atenei a livello nazionale, con diramazioni in diverse facoltà universitarie.

Hanno tenuto delle relazioni, in ordine, Amin Mohamed Attarki, dell’Ente Islamico in Italia e membro dei Giovani Musulmani Italiani; Ali Reza Jalali, del Centro studi Dimore della Sapienza; Stefano Vernole, del CESEM (Centro studi Eurasia-Mediterraneo), nonché vice-direttore di Eurasia-Rivista di studi geopolitici.

convegno_modena1Attarki nel suo intervento ha cercato di delineare il ruolo dell’Islam nella storia europea, facendo emergere come tale religione non sia completamente estranea alla civiltà europea. Anzi, secondo il rappresentante dei Giovani Musulmani Italiani, senza l’apporto della civiltà islamica l’Europa avrebbe perso una parte importante delle proprie radici classiche, in quanto la tradizione filosofica e sapienziale greca è stata recuperata dal Medio Evo in poi in Europa proprio grazie al lavoro dei dotti musulmani, senza l’impegno dei quali una parte consistente delle opere greche sarebbe stata persa per sempre. Attarki ha sottolineato come l’Europa meridionale, principalmente la Spagna e la Sicilia, siano state profondamente influenzate dall’Islam, cosa visibile ancora oggi negli usi e nei costumi locali, nonché nell’architettura classica siculo-andalusa.

Jalali invece ha tenuto un intervento incentrato sull’attualità dell’Europa e il problema dei vari modelli di integrazione a livello continentale, concentrandosi su come in due importanti paesi europei, Francia e Regno Unito, si siano applicate due forme diverse di integrazione ed interazione tra Stato, società e minoranze etnico-religiose, con particolare attenzione alla comunità islamica in questi due contesti, dove si passa dal sistema laico e ultra-integrazionista francese a quello multiculturale e meno invasivo anglosassone. Jalali ha sottolineato però come entrambi questi modelli, nonostante parziali successi, abbiano incontrato grandi difficoltà ad integrare effettivamente i musulmani nelle società locali, portando in alcuni casi all’esasperazione e al fenomeno della ghettizzazione della comunità islamica. D’altro canto anche le comunità islamiche, sempre secondo lo studioso di origini iraniane, hanno dei demeriti evidenti, riconducibili in molti casi all’assenza di una seria volontà di interagire in modo costruttivo con la società ospitante.

convegno_modena2Infine c’è stata la relazione di Stefano Vernole, il quale si è concentrato sui conflitti in corso nel mondo musulmano, in particolare in Iraq e Siria, paesi al centro di un vortice di instabilità regionale che vede nell’emergere del gruppo radicale dell’ISIS la punta dell’iceberg di problemi profondi, dettati da debolezze interne di Stati nazionali arabi al collasso e ingerenze straniere volte a consolidare l’egemonia imperialista in una delle regioni, il Medio Oriente, più ricche del pianeta. Vernole ha espresso un punto di vista alternativo rispetto alla vulgata mediatica occidentale, ovvero ha affermato che l’ISIS, lungi dall’essere un’organizzazione anti-americana, in realtà è al servizio degli interessi della NATO, in quanto gli attacchi del gruppo terroristico in Medio Oriente non sono rivolti agli alleati regionali di Washington, ma ai suoi avversari, come la Siria di Assad, alleato strategico di Putin e della Russia, l’unico paese che sta seriamente combattendo il sedicente califfato islamico, in stretta collaborazione col governo siriano, con l’Iran e con gli Hezbollah libanesi, per evitare la caduta di un governo, quello di Damasco, alleato storico di Mosca dai tempi dell’URSS: i russi non solo vogliono difendere le basi navali nel Mediterraneo orientale (Latakia e Tartous), ma con la guerra in Siria contro l’ISIS vogliono evitare di dover lottare contro i fondamentalisti in casa propria, nel Caucaso, come già accaduto in passato.

Dopo il termine delle relazioni, è stato aperto il dibattito pubblico, dal quale è emerso un interessamento notevole degli uditori rispetto agli argomenti trattati, dimostrando ancora una volta, caso mai ce ne fosse stato bisogno, l’importanza dell’argomento: dalla geopolitica alle questioni del multiculturalismo in seno all’Europa, la religione musulmana continua a tenere banco tra gli analisti e la gente comune. L’evento modenese però, anche grazie al taglio datogli dagli organizzatori, alla competenza dei relatori e alla preparazione del pubblico, ha segnato un deciso punto a favore della comprensione reale dei problemi, oltre la propaganda populista e il facile buonismo degli intellettuali da salotto.

Presentazione di “Eurasia”: “Migrazioni” e “I Balcani” (Modena, 4 mag. 2016)

eurasia-balcaniMercoledì 4 maggio alle ore 19, presso il Caffè Athenaeum a MODENA in, Via Canalino 81, il Direttore di “Eurasia” Prof. Claudio Mutti presenterà i due ultimi numeri della rivista dedicati al tema “Migrazioni” e “Balcani”.

Sommario del n. 4/2015 (“Migrazioni”).

Sommario del n. 1/2016 (“I Balcani”).

 

L’era della manipolazione (Rovereto (TN), 29 apr. 2016)

Convegno “L’era della manipolazione” a Rovereto (TN)

lera-della-manipolazione-verticaleL’era della manipolazione

Il ruolo dei media nella nostra società

Intervengono: Paolo Gulisano, saggista e scrittore. Tra Utopie ed inganni

Sebastiano Caputo, giornalista. La guerra mediatica in Siria

Marcello Foa, giornalista. Il ruolo dei media nella società

venerdì 29 aprile ore 20.30 presso la Sala degli Specchi in corso Rosmini 22 a Rovereto (TN)

 

 

 

Un (apparente) elogio di Bergoglio e le responsabilità dei cattolici di oggi

di Luca Bistolfi

bergoglio_lesboSarei stato intenzionato quasi a non scrivere questo articolo, ma mi hanno determinato invece a farlo le ultime parole di Bergoglio sulla tragedia dei migranti, pronunciate qualche giorno fa in televisione. Mi rivolgo ai cosiddetti “complottisti” e soprattutto a quei cattolici che vivono male, e malamente, l’azione pastorale di papa Francesco.

Molti cattolici praticanti sono soliti lamentarsi della distanza quasi siderale che Bergoglio avrebbe posto tra le parole del Vangelo e il ministero papale e la sua azione tra le genti, asserendo che quest’ultima non sarebbe consona con i primi due. Un’accusa che perde di vista due fatti essenziali. Il primo è il luogo di provenienza di Bergoglio e la sua formazione, il secondo è la stessa natura di cui ormai sono composte intere legioni di cattolici, quindi di loro stessi. Le parole di cordoglio e di seria preoccupazione per gli eventi che stanno costellando le terre attorno al Mediterraneo, così come i documenti ecologisti e certune affermazioni reputate bislacche o eterodosse, sono il segnacolo di una formazione precipua di una certa area del mondo, il Sud America, e altro da chi è nato e vissuto in quelle condizioni non ci si può aspettare. Un prelato sudamericano – e gli esempi nella storia sono plurimi – non può predicare ciò che molti cristiano-cattolici vorrebbero predicasse. La sua visione del mondo è radicalmente improntata a un’etica sociale, al riscatto della povertà, all’accoglienza dell’indigente, alla consolazione delle masse reiette, perché in questo clima, e non certo in un clima di dottrina metafisica, tale prelato è vissuto e si è formato. Ciò che un sudamericano vede e vive, non importa se in qualche modo protetto dal suo status di chierico, non sono i segreti superni di san Tommaso d’Aquino o i tormenti interiori di sant’Agostino, bensì la sofferenza tutta umana di milioni e milioni di esseri umani. La dimenticanza o l’inosservanza dei principi dottrinali millenari della Chiesa non è un piano ordito a monte, non è un complotto del papa o di qualche cardinale, bensì la più che naturale conseguenza di un interesse altro, differente, che non ha (ancora) toccato l’Occidente opulento e obeso (ma sulla via di una drastica dieta). Chi conosce almeno un poco il Sud America sa bene che è pressoché impossibile predicare ciò che non aiuta nessuno a trovare una bergoglio_sombreroconsolazione metafisica, che per le genti di quelle terre il Cristo non rappresenta il Figlio di Dio così come è inteso dalla teologia tradizionale, bensì il profeta d’una religione degli schiavi e degli oppressi, che laggiù e non solo laggiù, sono decine di milioni. È certo che per un cattolico dottrinalmente preparato molte, moltissime parole di Bergoglio contenute nelle sue encicliche o pronunciate in discorsi ufficiali oppure occasionali, suonano stonate, non in linea col magistero petrino. Ma costui non tiene conto appunto della realtà che questo papa vede e che altra non ne può vedere, né che, se pur la vedesse, avrebbe il coraggio di tenerne conto perché pressato da una situazione planetaria oltremodo sconvolgente, che richiede una consolazione immediata, una parola che non sia “astratta” (non c’è niente di più concreto e reale della metafisica, sappiamo, ma cerchiamo di capirci), bensì di speranza. Il «grosso animale», ossia il sociale – che tanto faceva orrore a Platone e a Simone Weil – ha preso il sopravvento sull’iperuranio e sulla promessa nell’aldilà, quantunque essi rimangano, in un certo qual modo, sullo sfondo. Nel magistero di Pietro ci può e ci deve essere anche questa prospettiva, altrimenti si potrebbe avverare ciò che per esempio Sergio Quinzio aveva paventato nel suo Mysterium iniquitatis: un ultimo pontefice sempre più distante e slegato dal mondo, inascoltato. E allora, sì che potrebbero iniziare i guai seri (e non è ancora detto che ciò non avvenga, anzi). Nella storia della Chiesa ci sono stati esempi sommi di presuli i quali tenevano in gran poco conto la metafisica e si rivolgevano anima e corpo a questioni di ordine sociale. Due esempi su tutti: san Giovanni Bosco e san Jean Baptiste de la Salle. Qualcuno ardirebbe mettere con le spalle al muro chi per tutta la vita si è occupato di sottrarre i minori allo sfruttamento degli adulti nei cantieri e all’analfabetismo? Certo, tenendo conto di ciò che dice la tradizione universale e di analoghe condizioni in Paesi orientali che però non hanno sentito il bisogno di questa deviazione, lo scandalo è massimo. Ma non si può pretendere da chi non ha o da chi, pur potendo avere, preferisce occuparsi di una situazione reale e a volte più che tragica. Il punto però è piuttosto un altro.

SUPERGesuChi si trova a disagio nella Chiesa di Bergoglio, non è poi così tanto differente. Non si può infatti separare la Chiesa dal mondo occidentale moderno. Quegli stessi cattolici che non perdono occasione di lagnarsi, sono forse essi propensi a integrare nel loro foro interiore i precetti della tradizione universale? Sono forse così intelligenti da cogliere l’unità sotto la differenza? Sono perfettamente aderenti a quei principi dottrinali e fattuali che la Chiesa, Concilio Vaticano II nonostante, non ha mai abolito. Sono essi degli anacoreti, degli asceti, possono scagliare la prima pietra non già di chi non ha alcun peccato sul cuore ma di chi ha assunto in sé tutto il portato metafisico contenuto nelle Sacre Scritture? Oppure si tratta nella più parte dei casi di persone le quali sono perfettamente integrate in una visione degenerata della vita, che è quella precipua dell’Occidente moderno? Chi ha portato gli orrori nelle liturgie o il pressappochismo dottrinale all’interno della Chiesa, se non proprio coloro i quali oggi frignano per le sortite d’un papa che altrimenti da ciò che fa non può fare? Ho frequentato gli ambienti cattolici italiani per anni sotto tre pontificati, da Giovanni Paolo II a oggi, e so bene di che cosa sto parlando. Il Concilio Vaticano II ha le sue enormi responsabilità, ma la declinazione di quello che è chiamato il suo “spirito” non è stata messa in atto (solo) da certi pontefici, bensì dalla massa dei cattolici, da singoli cattolici, noti e anonimi. Oggi si caricano sulle spalle di Bergoglio colpe che non sono altro che di quei cattolici i quali, pur vivendo relativamente sereni e senza essere circondati dai miserabili della terra, hanno sposato la modernità più anticristiana possibile. E adesso pretendono che Bergoglio sia rigoroso, che parli di dottrina, che a essa si allinei.

ratzingerRicordo però bene il pontificato di Benedetto XVI: erano tutti, o quasi, scontenti. Troppo freddo, troppo intellettuale, troppo erudito, troppo papa d’antan, troppo lontano dalla gente, troppo dottrinale, solfeggiavano. Ho ancora in mente la mattina successiva all’elezione di Ratzinger, quando andai a trovare delle suore. Immaginavo un’aria di festa, di gioia non tanto per l’uomo Joseph Ratzinger, quanto perché lo Spirito Santo aveva scelto un pontefice e di nuovo la Chiesa aveva il suo vicario di Cristo. E invece udii solo mugugni, vidi solo mutrie insopprimibili e malumori i più vari. Giovanni Paolo II era un’altra cosa, chiocciavano (quello stesso Giovanni Paolo II che diede l’abbrivio a ciò che la Chiesa è oggi, seguitissimo, amatissimo).

Bergoglio non può diventare il capro espiatorio di milioni di cattolici i quali non riconoscono più l’autorità dei santi e che parlano di Gesù come se fosse un loro compagno di banco. Basta partecipare, e da molti anni, a una qualsiasi “messa” per rendersi conto dello stato in cui versa il cattolico medio e anche quello colto. Non sono molti anni che ho sentito predicare un prete in chiesa che «non so se Cristo è esistito davvero e se ha fatto i miracoli: io so che esiste l’uomo», e Bergoglio era ancora di là da venire (per inciso: lo stesso sacerdote era accompagnato da un suo “amichetto” che per tutto il tempo non ha smesso di puntarmi gli occhi addosso). I seguitissimi don Gallo di Genova, i Bettazzi (autore della Sinistra di Dio), e molti, moltissimi altri presuli non son frutto né del magistero di Bergoglio, né poi troppo del Concilio Vaticano II (il modernismo è ben precedente gli anni Sessanta), bensì di quanti li hanno circondati e sostenuti per anni e anni, conformandosi allo spirito dissolutivo della modernità. Ho sentito sacerdoti formatisi ben prima del Concilio Vaticano II, dire cose che avrebbe potuto dire un qualsiasi laico, nel don_andrea_gallosenso peggiore del termine. Ho visto preti risolvere la messa in tredici (ripeto: tredici) minuti. Ho ascoltato cattolici dire che andavano in una certa parrocchia «perché lì la messa dura mezz’ora e poi tutti a casa, senza perder tempo». Ho parlato con preti che, con largo anticipo sulle “aperture” (presunte) di papa Francesco agli omosessuali, avevano ed hanno posizioni che quelle di Pannella a confronto sono retrive e reazionarie. Un’intera classe di intellettuali cattolici, praticanti, ha steso ovunque tappeti rossi sotto i piedi di certi “teologi”, che oggi sono considerati autorità in campo (che ridere) “spirituale”. Io stesso sono stato messo alla gogna da preti e cattolici praticanti che dirigevano una testata esplicitamente cattolica su cui scrivevo perché avevo attaccato – invero avevo semplicemente raccontato cosa avevo visto, inviato dallo stesso giornale – uno di questi teologi, intoccabile persino in un ambiente che avrebbe dovuto averlo in uggia, se non peggio. Una parte di quella stessa dirigenza a proposito di Ratzinger mi disse: «Quello sarà il tuo papa, non certo il mio». E certo, Ratzinger, nonostante tutto, cercava di tenere in piedi la baracca, mentre il suddetto teologo serviva i più balordi sentimenti dell’individuo. Ho visto preti somministrare la Comunione dopo che, per un malaugurato incidente, le particole erano cadute in terra e calpestate accidentalmente e inevitabilmente dai fedeli e da chierichetti. E tutti abbiamo visto nel 2011 la celebrazione della breccia di Porta Pia da un allora Segretario di Stato. In una città del nord Italia, circa sette od otto anni fa, l’arcivescovo pensionò i due esorcisti ufficiali per raggiunti limiti di età. Li conoscevo abbastanza bene entrambi e conoscevo molto bene persone che, per un motivo o per un altro, erano loro vicine e so che quegli esorcisti erano persone degne del loro incarico e preti serissimi. Ebbene, il medesimo arcivescovo sostituì le due essenziali figure con un prete “esorcista” il quale andava dicendo che «il demonio non esiste, è una superstizione medievale», parlando come un qualsiasi Piero Angela od Odifreddi. Tutte cose che a confronto le encicliche di papa Francesco sembrano quelle di Pio XII.

bergoglio_boninoBergoglio, lungi dal poter e dal dover costituire un capro espiatorio per i cattolici di oggi, è semplicemente un segno dei tempi, di quei tempi a cui, in una spericolata e ridicola conturbazione mentale pseudo-metafisica, i cattolici di oggi inconsapevolemente si sentono chiamati fuori, quando, invero e banalmente, ne fanno parte. Essi ricordano per certi versi quanti s’indignano dello stato delle cose del mondo “accusando” il Kali-Yuga e non si rendono conto – salvo berciare di dottrina e di tradizione – che all’età ultima partecipiamo tutti indistintamente, a esclusione dei santi viventi.

Per quanto concerne i cosiddetti “complottisti”, provate a pensare un po’ oltre. Davvero credete che, posta la verità dei vostri asserti circa la Chiesa cattolica, Bergoglio sia la mente della dissoluzione? Siete in contraddizione con voi stessi: di solito i generali e i ministri della guerra, e ciò da molto tempo, non stanno in prima linea, mandano altri, meno avveduti e già formati per mettere in campo questa dissoluzione.

Da ultimo una lieve riflessione. Come è possibile, per un cattolico – che non sia sedevacantista – contestare o anche solo mettere in dubbio la veracità dell’elezione di Bergoglio, se questo cattolico crede ancora nello Spirito Santo? Si vuole forse alludere alla possibilità che lo Spirito Santo si sia sbagliato? Giorni fa un noto intellettuale cattolico tradizionalista– sul quale non mi pronuncio perché non ho i soldi per pagarmi un avvocato – ha scritto che non sapeva se Bergoglio fosse cattolico, ma che certo le sue encicliche non lo erano. Affermazioni del genere sono degne, più che di riflessioni teologiche, di un manuale di psichiatria.

Se proprio costoro tengono tanto alla dottrina, dovrebbero solennemente tacere, anche dentro di sé, ritornare, loro per primi, allo spirito del Vangelo senza la necessità di un papa, che diventa il loro alter ego nel bene e nel male, guardare insomma la trave nel proprio occhio. Indi finalmente lasciare che le cose si compiano così come è scritto.