Ma dove vivono certi magistrati?

ENI_logo.svgMa non lo sanno che le “mazzette” si pagano dappertutto? E particolarmente nel cosiddetto “Terzo Mondo”? A leggere notizie come questa, sembra proprio di no.

Va bene che “applicano” la legge, ma a volte danno l’impressione di (fingere di) non essere “uomini di mondo”.

Come avrebbe potuto operare, con simili magistrati, un personaggio come Enrico Mattei? Conta più il benessere dell’Italia o qualche “mazzetta” al Bokassa di turno?

E cosa c’entra poi la Corte di Londra?Perché, questi decantati “Lord” non pagano mai “mazzette” a nessuno?

Parliamoci chiaro, vogliono farci fuori anche dalla Nigeria, dopo averci eliminato o quasi dalla Libia e dal Vicino Oriente.

 

Considerazioni sull’istituto del Califfato e la “Giustizia” nell’Islam

di Enrico Galoppini

fonte: “Eurasia”, 4/2007 (pp. 35-44).

 

abbasidiL’istituto del Califfato (in arabo khilâfa, “vicariato”) emerge nella storia islamica immediatamente dopo la scomparsa del Profeta Muhammad (632), il quale non aveva designato alcuno dei suoi compagni alla guida della neonata comunità dei credenti (umma). Gli succederanno così i cosiddetti “califfi ortodossi” (al-khulafâ’ ar-râshidûn)[1], che nel corso di un trentennio circa, nel mentre esplodevano lotte tra differenti fazioni, si trovarono di fronte all’arduo compito di organizzare gli sterminati domini inglobati dallo Stato islamico. Questi califfi, nella loro funzione di “vicari dell’Inviato di Dio” (khulafâ’ rasûl Allâh), furono tutti eletti (secondo modalità diverse), mentre dal 661 s’instaurerà il potere di una dinastia, quella Umayyade (ad-dawlat al-umawiyya)[2], simbolo del ritorno al potere, sotto le nuove insegne dell’Islam, dell’aristocrazia mercantile meccana preislamica, di cui i Banû Umayya costituivano un influente clan. A quella, poi, dalla metà dell’VIII, e fino all’invasione mongola della metà del XIII sec., fece seguito la dinastia ‘Abbaside (ad-dawlat al-‘abbâsiyya), che già un secolo dopo la sua apparizione doveva confrontarsi con “sultani” ed “emiri” turchi e iranici ai quali concesse, obtorto collo, parte del potere, mentre nel X sec. la storia islamica presenta addirittura il caso di tre califfati concorrenti: quelli di Baghdad (‘Abbasidi), del Cairo (Fatimidi, in precedenza a Mahdiyya, sulla costa tunisina) e di Cordova (Umayyadi, esuli dopo la perdita di Damasco). In seguito, dagli anni Sessanta del XIII sec., sarebbe sopravvissuto un simulacro di Califfo ‘abbaside presso la corte dei sultani Mamelucchi del Cairo e, infine, dal 1517, con l’avvento degli Ottomani in Egitto, l’istituto andò in disuso, rispolverato – e snaturato – solo per motivi di prestigio e di propaganda (“panislamica”, per i musulmani caduti sotto un potere non islamico) nella seconda metà del Settecento[3]. La Repubblica di Turchia, nel 1924, avrebbe posto fine anche al discusso “califfato ottomano”. La questione sarebbe stata poi al centro delle attenzioni dell’intellighenzia musulmana, soprattutto “riformista” (ad es. Rashîd Ridà[4], ‘Alî ‘abd al-Râziq[5]), per tutti gli anni Venti e Trenta del Novecento, senza però che si pervenisse ad una proposta concreta.

Già nel passaggio dalla concezione elettiva del Califfato all’instaurazione del principio dinastico è possibile scorgere un momento fondamentale della storia islamica. Alla luce dell’odierno intenso – e spesso improvvisato – dibattito su “Islam e democrazia”, una delle prime domande che sorgono in chi vi riflette è quella concernente la “democraticità” (il termine va preso con beneficio d’inventario) dell’istituto califfale e del modello di governo che ne deriva: per trovare una risposta si dovrà indagare nei particolari la pratica di governo dei primi quattro califfi, il modo in cui essi intesero il loro compito e, soprattutto, le forme di legittimazione del loro potere.

L’esempio del primo califfo Abû Bakr (632-634) è molto istruttivo al riguardo.

Una volta eletto, affermò nella sua khutba (“allocuzione”) d’insediamento: “Sono stato scelto (incaricato), ma non sono il migliore tra voi; […] Il debole tra voi è forte perché io difenderò i suoi diritti, e il forte tra voi è debole presso di me. […] Obbeditemi finché obbedisco a Dio e al Suo Inviato, ma se disobbedisco a Dio non dovete obbedirmi”. Il suocero ed amico del Profeta pronunciò poi una frase molto significativa: “Se faccio bene, appoggiatemi, se devio, raddrizzatemi” (l’espressione esatta è taqawwum al mu‘wajj, “raddrizzare colui che devia”, e a‘waj, “storpio”, dalla stessa radice, sarà proprio un epiteto del Dajjâl, su cui torneremo nel finale)[6]. Corano e Sunna (esempio virtuoso del Profeta) sono, fin dall’inizio, la ‘Costituzione’ dello Stato islamico: “O voi che credete, obbedite ad Allah e al Messaggero e a coloro di voi che hanno l’autorità. Se siete discordi in qualcosa, fate riferimento ad Allah e al Messaggero, se credete in Allah e nell’Ultimo Giorno. È la cosa migliore e l’interpretazione più sicura” (Cor. IV, 59)[7].

Analoga indagine dovrà essere svolta per le successive dinastie califfali, per le quali un elemento in più da considerare sarà l’influenza di modelli imperiali greco-bizantini ed iranici. Per questo, nell’ambito di uno studio generale sul Califfato va riservato uno spazio ad una comparazione tra le diverse epifanie dell’idea d’Impero[8], o almeno di quelle che hanno influenzato nel concreto la pratica e la concezione del potere dei Califfi dell’Islam. In tale contesto, va sin d’ora rilevato che l’ultima grande dinastia islamica, quella ottomana, pur non arrogandosi il titolo califfale si considerò investita del titolo imperiale in quanto in possesso di Costantinopoli, “la sede dell’Impero”[9].

Un aspetto per cui è di estremo interesse approfondire la conoscenza di questo istituto è la convivenza nella figura del Califfo delle due funzioni “regale”, di “comando” (imâra), e “sacerdotale” (imâma). In quanto imâm il Califfo guida sia la preghiera che lo hajj, il Pellegrinaggio alla “Casa di Dio”, a Mecca; in quanto amîr al-mu’minîn (il Comandante dei credenti) è colui che deve condurre le ghazawât, le campagne militari, in cui si esplica il “jihâd minore”, quello in armi contro gli aggressori, ma anche contro un potere “ingiusto” (mentre il “jihâd maggiore è quello che ciascuno conduce – “con l’aiuto di Allâh” – contro l’anima concupiscente).

La “Giustizia” (‘adâla) è, non a caso, in tutti i trattati di teologia, il secondo elemento considerato dopo il tawhîd (Unità ed Unicità divine). Il Califfo – che è uno perché una è la Legge – deve perciò essere essenzialmente “giusto” (‘âdil). Ma in quale senso? Se il Capo supremo della umma è Allâh, supremo Legislatore, il Califfo è solo titolare di un mandato pubblico allo scopo di garantire il rispetto e l’applicazione della Sua Legge rivelata (sharî‘a) attraverso i giudici (qudât), senza alcun potere nell’ambito legislativo né in quello dogmatico[10]. Egli per primo deve sottomettersi alla Legge, e gli ‘ulamâ’ (i “dotti”), nella loro fondamentale indipendenza (non esiste, “provvidenzialmente”, una casta sacerdotale statuale), garantiscono che il potere del Califfo non sconfini nello zulm (“oppressione”), che si verifica allorché l’agire umano (compreso quello del Califfo!) non è vincolato alla sharî‘a e cade nella bid‘a, la “innovazione personale” (nella gestione degli affari pubblici) di cui furono accusati vari califfi[11]. In tale ambito, un’eloquente massima sovente ricordata è Lâ tâ‘a li-makhlûq fî ma‘siyyat al-Khâliq (“Non vi sia obbedienza ad una creatura che si ribella al Creatore”), mentre un’altra ben definisce il concetto di “giustizia” del Califfo: al-hukm bi-mâ anzala Allâh wa îsâl al-haqq ilà mustahiqqihi fî aqrab al-waqt (Il governo per mezzo di ciò che Allâh ha fatto scendere [ovvero il Corano] e l’attribuzione del proprio di diritto all’avente diritto nel più breve tempo possibile).

La mancanza di un successore designato da parte del Profeta, anziché essere un “problema”, è piuttosto indice del fatto che il diritto di scelta e di revoca spetta alla comunità, rappresentata dagli Ahl al-hall wa al-‘aqd (“coloro che [hanno il potere di] sciogliere e legare [il mandato]”: una sorta di “grandi elettori”). Costoro, dopo aver operato un’oculata “scelta” (ikhtiyâr), prestano la bay‘a (“patto”) a nome di tutto il popolo[12].

Questo è il modello, sebbene la “teoria del califfato” sia stata fissata significativamente solo dopo che il Califfo (‘abbaside) aveva perso gran parte del suo potere – diremmo “politico” – a beneficio di “emiri degli emiri” e di “sultani” turchi e iranici (Ghaznevidi, Buyidi, Selgiuchidi ecc.)[13]. Un’esauriente ricerca sull’istituto califfale dovrebbe perciò fornire un’ampia panoramica dell’elaborazione politico-giuridica culminata nel trattato di al-Mâwardî (m. 1058) Al-ahkâm al-sultâniyya (I principî del potere), nel quale si fissano le condizioni per l’eleggibilità del Califfo e vengono definiti i suoi doveri verso la umma (centrali sono i concetti di amâna, “buona amministrazione”[14], e di ‘adâla, “giustizia”)[15]. Questo è, in sintesi, il pensiero della maggioranza sunnita, sebbene una certa attenzione meritino anche le concezioni del potere delle varie “minoranze islamiche” (sciiti duodecimani, ismailiti, kharijiti ecc.)[16].

Sempre per rispondere a chi ravvisa – spesso in buona fede perché influenzato da pregiudizi moderni – un ‘deficit democratico’ nell’istituto califfale, uno degli obiettivi principali di uno studio di questo genere dovrebbe riguardare una delucidazione sull’effettivo potere del “popolo” nella scelta e nella revoca di un Califfo, poiché se in teoria (e nell’esempio dei “califfi ortodossi”) sono stabilite la presenza di un’assemblea elettiva (shûrà)[17], un’attività di controllo dell’operato del Califfo[18] e la possibilità di opporsi (mu‘ârada) ad un potere “ingiusto”, nella pratica ciò è stato difficilmente realizzabile, ed anzi vi sono stati teologi e ‘teorici della politica’ che hanno avallato tendenze quietiste che sconsigliano o addirittura condannano la “ribellione”[19].

La questione dell’obbedienza al Califfo è perciò strettamente legata al “consenso” verso chi compie “ciò che la comunità si attende”, ovvero la “buona consuetudine” compendio dei valori condivisi indicati (anche in età preislamica)[20] con un termine – ma‘rûf : “noto”, “conosciuto” – molto significativo. Il Corano, del resto, impone insistentemente al-amr bi-l-ma‘rûf wa al-nahy ‘an al-munkar (“Ordinare il Bene, la Giustizia – ovvero la “buona consuetudine” – e vietare il Male, l’Ingiustizia – ovvero ciò che la nega). Il nesso tra ma‘rûf e sharî‘a risulta perciò evidente nella gestione della cosa pubblica nell’Islam.

Nell’Islam, tutti i problemi di governo sono ricondotti all’interno della Legge rivelata: la questione della “legittimità” del Califfo è dunque quella di gettare le basi “legali” dell’intervento “politico” dei Califfi. Le prerogative del Califfo vengono per di più comprese in tutta la loro portata se le si considera in relazione organica rispetto al Corano e agli hadîth (tradizioni normative attribuite al Profeta) che vi si riferiscono. Entrambi, come si è già rilevato, rappresentano la “Costituzione” dello Stato islamico[21].

Un’approfondita indagine sul Califfato dovrebbe quindi permettere di stabilire se l’esercizio del potere nell’Islam sia una delle “forme della religione”, ovvero se “l’inscindibile connubio” di dîn (“religione”, tradotto molto impropriamente) e dawla (“Stato”, altrettanto improprio) non sia, a ben vedere, l’ennesimo equivoco sull’Islam, ricercando semmai l’Islam l’equilibrio tra queste due istanze, così come l’equilibrio è costantemente ricercato nel rapporto tra governanti e governati. Perciò, alla luce dei passaggi coranici e degli hadîth riguardanti l’esercizio del potere ed il rapporto tra governanti e governati, risulta interessante capire in quale misura tale ideale (non utopico) si è realizzato e, soprattutto, comprendere se il fatto che nel Corano si parli poco di politica sia, probabilmente, un altro falso problema, poiché il Califfo non è, appunto, un “politico”.

È importante altresì specificare che alcuni dei compiti del califfo sono sì “religiosi” (guida della preghiera e del pellegrinaggio a Mecca), ma rientrano tra le sue attribuzioni in quanto interessano l’ordine pubblico: non si è dunque in presenza di una “commistione di religioso e civile”, quanto di una sintesi che contempla due ambiti che il laicismo occidentale moderno considera separatamente e/o conflittualmente. Ciò premesso, è comunque di notevole interesse indagare – leggendo i vari autori musulmani che, da varie angolazioni, ne hanno parlato: Ibn al-Muqaffa‘, Abû Yûsuf, Ibn al-Athîr, al-Jâhiz, al-Bâqillânî, al-Juwaynî, Ibn Jamâ‘a, al-Fârâbî, al-Ash‘arî, Ibn al-‘Arabî, al-Mâwardî, al-Ghazâlî, Ibn Taymiyya, Ibn Khaldûn eccetera – il nesso tra le prerogative ed i compiti del Califfo e le istanze su cui insiste maggiormente il Corano: di nuovo, la “Giustizia”, piuttosto che la “Libertà” su cui indugia molto il “pensiero moderno”.

Un’ultima considerazione s’impone per restituire tutta la complessità dell’argomento. Il Corano contiene la parola khilâfa in rapporto ad Adamo – primo “Padre corporeo”, ovvero l’iniziatore del presente “ciclo dell’umanità” -, che vive una “caduta” dal Paradiso Terrestre solo apparente, poiché così “perfeziona le sue conoscenze” e prende il posto di Dio nella creazione (khalîfa ‘alà sûratiHi, “Vicario a Sua immagine”), tanto che di fronte a lui anche gli angeli devono prosternarsi (II, 30). E la contiene anche in rapporto a Davide, archetipo della regalità[22]. Per la tradizione islamica, inoltre, anche il Profeta Muhammad è “Califfo” in quanto “Padre degli Spiriti” (Abû al-Arwâh). La questione del Califfato, perciò, s’intreccia con quella del rapporto tra l’uomo e i profeti, i re e i profeti, ma anche con l’escatologia, poiché la questione riguarda l’avvento del Mahdî, ovvero di colui che verrà a ristabilire la Giustizia in terra dopo l’avvento del Dajjâl (al-Masîh ad-Dajjâl, il “Messia impostore”, “l’Anticristo”), poiché egli sarà “l’ultimo Califfo di Dio” (e non, si noti, “Califfo dell’Inviato di Dio”), dato che il suo governo sarà veramente “conforme all’Ordine divino” decretato nel Corano[23].

L’esoterismo islamico indica che l’autentico Imperium potrà risorgere solo da colui che ha realizzato inbisât e ‘urûj (“ampiezza” ed “esaltazione”), che corrispondono rispettivamente alla funzione regale, il cui ambito d’applicazione è il mondo manifestato (‘âlam ash-shahâda), e alla funzione sacerdotale, che ha pertinenza sul mondo non-manifestato (‘âlam al-ghayb). La funzione del Califfo è perciò la medesima dell’Imperatore, o quella del Pontefice (inteso nel suo autentico senso), e simboli di queste due realizzazioni complementari sono rinvenibili in tutte le tradizioni, dal simbolismo della Croce al Mi‘râj (ovvero “ascesa” del Profeta, di cui parla la sura XVII)[24].

Ad un secolo circa dall’abolizione del cosiddetto “califfato ottomano” da parte di chi non aveva alcun titolo per pronunciarsi su questa materia[25], l’Islam non ha più avuto un Califfo. L’Islam è quindi “orfano del Califfo”? In altri termini, il Califfato è un istituto necessario affinché l’Islam sia vivo ed operante e la umma difesa da tutte le forme d’insidia che – secondo vari teologi – giustificano il ricorso al jihâd? Oppure il Califfato è una questione chiusa che verrà riaperta, assieme al ripristino della Giustizia, solo alla “fine dei tempi”?

NOTE

[1] Abû Bakr as-Siddîq (632-634), ‘Umar ibn al-Khattâb (634-644), ‘Uthmân ibn ‘Affân (644-656), ‘Alî ibn Abî Tâlib (656-661).

[2] Il termine dawla, sovente tradotto con “Stato”, implica invece l’idea di “alternanza”. La storia islamica non è perciò una storia di “Stati”, com’è invece, quella europea.

[3] Trattato di Küçük Kaynarca, tra ‘Abd el-Hamîd I e Caterina di Russia (1774).

[4] Al-khilâfa aw al-imâmat al-‘uzmà [Il Califfato o l’Imamato supremo], al-Qâhira 1922.

[5] Al-Islâm wa usûl al-hukm [L’Islam e le fonti del potere], al-Qâhira 1925.

[6] ‘Afîf ‘abd al-Fattâh Tabbâra, Rûh ad-dîn al-islâmî [Lo spirito della religione islamica], Dâr al-‘ilm li-l-malâyîn, Bayrût 1995, p. 342.

[7] Nella traduzione a cura di H.R. Piccardo, con revisione e controllo dottrinale dell’UCOII, Newton & Compton, Roma 2003. Corano e Sunna sono inoltre, significativamente, le prime due “fonti del Diritto” (usûl al-fiqh).

[8] Cfr. C. Mutti, Imperium. Epifanie dell’idea di Impero, Effepi, Genova 2005. Si noti che Selim I, conquistatore dell’Egitto (1517), non attribuirà alcuna importanza alla presenza del “Califfo” ‘abbaside presso la corte mamelucca.

[9] Cfr. C. Mutti, Roma dopo Roma, “Eurasia”, 1/2004, pp. 95-108.

[10] Al Califfo resta la giurisdizione d’Appello e la facoltà di dirimere le controversie tra amministratori ed amministrati.

[11] Tra l’altro, la protezione della religione dalla bid‘a (con l’ausilio degli ‘ulamâ’) è proprio uno dei compiti del Califfo, che deve difenderla anche dai “nemici” (mu‘tadûn), sebbene talvolta il “nemico” sia stato definito tale perché… avversario della dinastia! È altresì degno di nota il fatto che la terza “fonte del Diritto” è messa direttamente in relazione con gli ‘ulamâ’, dei quali viene così esaltata la funzione istituzionale di “contrappeso” nonché ribadita la preminenza, nell’ambito dottrinale, rispetto al Califfo: essa è l’Ijmâ‘, o “consenso” dei “dotti” rappresentanti la umma.

[12] A partire dal Califfo umayyade ‘Abd al-Mâlik (685-705) verrà indicato il successore attraverso l’istituto del walî al-‘ahd (beneficiario del ‘contratto’): la bay‘a diventa così sempre più una formalità. Si noti anche che ikhtiyâr (“scelta”) ha la stessa radice di khayr (“bene”, “meglio”): tra i segni dell’Ora vi è che “i peggiori governeranno”…

[13] Come si è visto, il Califfo è il vertice dell’Esercito (jaysh), ed è lui che ne sceglie i capi, inizialmente revocabili. Ma i capi militari a poco a poco deterranno la forza reale e il potere finanziario (come esattori delle tasse): nasce così la figura dell’Amîr al-umarâ’ (“Emiro degli emiri”, 935-1055), dal 945 una vera dinastia (iranica sciita, dei Buyidi o Buwayhidi), col Califfo che manterrà però il controllo della sfera giudiziaria.

[14] Al-Amîn, “fededegno” (della stessa radice di amâna), era l’epiteto del giovane Muhammad. Nella “buona amministrazione” rientrano le cariche pubbliche, i soldi dello Stato, i diritti degli individui e delle collettività.

[15] Queste, per sommi capi, le condizioni per l’eleggibilità di un Califfo: 1) Giustizia; 2) Scienza delle cose di governo ed amministrative; 3) Sensi a posto: udito, vista e parola; 4) Organi sani: in grado di spostarsi ed alzarsi in piedi; 5) Saper amministrare i sudditi e prendere provvedimenti d’interesse generale (maslaha); 6) Coraggio e ardimento nel proteggere il watan (il “Paese natale”, la “Patria”, ma anche il luogo in cui si risiede) e condurre il jihâd contro il nemico; 7) Discendenza dai Banû Quraysh (il clan cui apparteneva anche Muhammad): per certi teorici questa divenne una condizione superata, anche se raramente alcuni parlarono di a‘jâm (“non arabi”).

[16] Gli sciiti duodecimani insistono sui diritti all’imamato da parte dei membri della Famiglia del Profeta (intesa come discendenza diretta, da ‘Alî e Fâtima): Muhammad stesso avrebbe investito ‘Alî a Ghadîr Khumm, tant’è che gli sciiti celebrano anche questa ricorrenza. Per i Fatimidi (909-1171), sciiti ismailiti, il califfo possedeva la ‘isma (“infallibilità”): è interprete della Legge, fonte della Conoscenza e walî Allâh (“amico intimo di Allâh), così nel 1017 il califfo al-Hâkim si fece proclamare “incarnazione della divinità”; la designazione del successore (di padre in figlio) era resa nota solo alla morte del defunto califfo. Gli Zayditi (discendenti di un nipote di Muhammad, al-Hasan), in Yemen dal 901, si attribuirono i titoli di amîr al-Mu’minîn e al-hâdî ilà l-Haqq (“Colui che guida verso la Verità”), ma non ha la ‘isma; semplicemente dotati di “scienza” e di virtù “guerriere”, stabilirono che la successione non dovesse avvenire di padre in figlio, contando invece le qualità del successore. Per i Kharijiti, infine, Califfo dev’essere semplicemente il più meritevole, nel senso di “musulmano più probo”.

[17] Shûrà ha la stessa radice di tashâwur (“consultazione”): la scelta del Califfo si basa sul principio del tashâwur fî man huwa ahaqq bi-riyâsatihâ (“consultazione su chi ha più diritto a guidarla [la umma]”).

[18] Haqq al-ishrâf ‘alà al-hukûma (lett. “diritto di sovrintendere al[l’attività del]Governo”), che spetta a Kullu wâhid min al-Umma fî mâ yarâhu akhtâ’ fîhi (a “ciascun membro della Comunità che vi individua degli errori”), mentre il giudizio (muhâsaba, lett. “regolare i conti”) spetta ai già citati Ahl al-hall wa al-‘aqd.

[19] “Obbedite ad Allâh e al Messaggero e a coloro di voi che hanno l’autorità […]” (Cor. IV, 59).

Sulla base del riferimento a “coloro di voi” vi è chi ha dedotto che ad un potere non musulmano il musulmano non deve obbedienza.

[20] Cfr. E. Galoppini, Gli Arabi prima dell’Islam, “Rinascita”, 24-25 nov. 2007, pp. 10-11 (http://www.rinascita.info/cc/RQ_Cultura/EEAyplyVuVTWalOzUx.shtml ).

[21] Qui non c’è lo spazio per tutti gli approfondimenti che l’argomento richiederebbe, ma basti rilevare che nella funzione di Amîr (“regale”, “di comando”) il Califfo costituisce, oltre al vertice dell’Esercito, anche il vertice del Governo (hukûma, da una radice che implica i concetti di “giudizio” e di “sapienza”). Ma nel tempo emergono segretari e wazîr (“ministri”, inizialmente revocabili) poiché progressivamente il Califfo si disinteressa della conduzione degli affari di governo. Del pari, sorgono pretese indipendentiste da parte dei governatori delle Province (wilâyât), che sin dall’inizio dell’epoca ‘abbaside (750-1258), a partire dalle regioni periferiche (ad es. l’Ifrîqiyâ, con gli Aghlabidi, dall’800), si trasformeranno in dinastie di fatto autonome (sebbene riconoscessero l’autorità suprema del Califfo). Da quel punto in poi, la storia dell’istituto califfale si dipana – a parte alcuni tentativi di “restaurazione” operati da alcuni Califfi – in una progressiva perdita delle sue prerogative: il Califfo ‘ostaggio’ al Cairo presso i Mamelucchi, ai quali conferiva la “investitura” perderà anche il potere di battere moneta (sikka, “zecca”) e non sarà più colui che pronuncia la khutba (“allocuzione”) in occasione della preghiera del venerdì.

[22] “«O Davide, abbiamo fatto di te un vicario sulla terra: giudica con equità tra gli uomini e non inclinare alle tue passioni, ché esse ti travieranno dal sentiero di Allah». In verità coloro che si allontanano dal sentiero di Allah subiranno un severo castigo per aver dimenticato il Giorno del Rendiconto” (Cor. XXXVIII, 26).

[23] Su questi aspetti è di fondamentale importanza il lungo saggio di Paolo Urizzi Regalità e Califfato, citato nella bibliografia che segue.

[24] Molto importante per comprendere gli aspetti escatologici legati all’istituto califfale è la sura XVIII, al-Kahf (“della Caverna”), centrale rispetto al Corano, che contiene, tra le altre, “la storia di un gruppo di giovani che abbandonarono la loro città e si ritirarono in una caverna, per sfuggire alle persecuzioni di un tiranno “pagano”, che voleva costringerli ad abiurare il loro credo. […] I vv. 83-98 parlano del “Bicorne”, che la gran parte dei commentatori identifica con Alessandro il Macedone, basandosi su un detto dell’Inviato di Allâh: “…è il greco che fondò Alessandria” (Tabarî XVI, 8).  Il Bicorne spazia tra gli estremi orizzonti terreni recando un messaggio di fede, di giustizia e di conoscenza e giunge ai limiti del mondo conosciuto, dove vivono Gog e Magog. Il Bicorne imprigiona queste creature che hanno caratteristiche subumane e sembrano rappresentare tutta l’animalità insita nell’individuo, elevando un vallo di ferro ricoperto di rame, dietro il quale rimarranno confinate fino al giorno in cui, nei tempi ultimi, sciameranno da ogni declivio”. Il Corano., cit., p. 253. Nella vicenda della Caverna abitata dai “dormienti” è fondamentale la presenza del “loro cane” (il Veltro ghibellino?), che “era sulla soglia, le zampe distese” (XVIII, 18): ciò significa che anche nel momento di estremo occultamento della Tradizione vi sarà chi si manterrà sveglio ed avrà coscienza del passaggio ad un nuovo “Ciclo” (l’esoterismo islamico individua nel Cane il wazîr al-Mahdî, il suo “aiutante”; cfr. P. Urizzi, art. cit.).

[25] Per capire in quali ambienti viene escogitato tale provvedimento, cfr. M. A. Schwarz, L’eredità di Sabbetay Sevi, “Eurasia”, 1/2004, pp. 109-118.

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Bibliografia orientativa

Poiché l’argomento di questo articolo è estremamente vasto e complesso, si fornisce al Lettore una bibliografia affinché possa eventualmente approfondirne alcuni aspetti, sia di carattere teorico che storico. Sono perciò indicati studi sul Califfato e sul rapporto tra Islam e “politica”, altri sulla storia delle varie dinastie islamiche, altri ancora su temi che, sebbene in maniera meno evidente, hanno uno stretto rapporto con la questione del Califfato e della “Giustizia” nell’Islam.

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Il “Grande Medio Oriente” e il momento anti-islamico dello “scontro di civiltà” (il caso italiano)*

di Enrico Galoppini

Fonte: Cese-m.eu, 30 agosto 2014 (

 

nuovo_medio-orienteNella presente fase storica post-bipolare, che presenta il tentativo degli Stati Uniti d’imporre un mondo a guida unipolare, nel cosiddetto «Occidente»[1] l’Islàm viene incessantemente presentato alla stregua di un «problema» politico, sociale, religioso, talvolta addirittura d’ordine pubblico. Tale immagine volta a creare allarmismo e preoccupazione attorno all’Islàm, agli Stati a maggioranza musulmana e ai singoli musulmani – sfruttando stereotipi sedimentati e riattivabili, ma anche facendo appello agli umori più viscerali (v. «l’emergenza sicurezza») – viene creata attraverso un apparato mediatico totalitario e autoreferenziale perché refrattario ad ogni vero contraddittorio, allo scopo di agevolare, estorcendo un ampio consenso, la realizzazione di un mondo, appunto, «unipolare».

Per definire questo mondo forzatamente ridotto sotto un’unica superpotenza e, soprattutto, il suo «modello», taluni utilizzano il termine «Globalizzazione», altri «Mondialismo». Il primo ben s’addice alla prescrizione che impone il «libero mercato» e la «libera circolazione degli uomini», mentre il secondo attiene alla costituzione di un «governo mondiale» (di cui l’Onu è una prima prefigurazione), di una «giustizia mondiale» (v. i tribunali speciali per «crimini di guerra», o «contro l’umanità», ovviamente addebitati solo agli sconfitti), di una «religione mondiale» (con un’unica morale, quella «occidentale» dei «diritti umani»), di un’unica «memoria condivisa», di un unico tipo umano («democratico»), con le differenze ridotte a folclore (mentre le si elogia a parole) di un mondo forzatamente unificato, illusoriamente «pacificato» e ridotto a «mercato».

Ma se l’Europa, sin dal 1945, è stata posta sotto un parziale controllo di chi auspica tale esito (e l’UE, con la progressiva esautorazione del potere degli Stati che vi aderiscono, si prefigge di completare l’opera avviata con l’occupazione della parte occidentale), la Russia e la Cina non prendono ordini dalle sue centrali decisionali[2]: per raggiungere il controllo del «cuore dell’Eurasia» è dunque necessario occupare – anche per prevenire l’autonomia energetica dell’Eurasia – quella «cintura» di Stati immediatamente a ridosso della Russia e della Cina, molti dei quali sono a maggioranza musulmana. Si tratta del famoso «Asse del male», che difatti includeva l’Iraq, poi invaso, e comprende ancora l’Iran, il Sudan la Siria (e potenzialmente altri Stati), ma anche la Corea del Nord, posta all’altro estremo della «cintura». Questi «Stati canaglia», dopo il preteso ‘Big bang del XXI secolo’ dell’11 settembre 2001[3] (non si dimentichi che l’aggressione della Nato a Belgrado è del 1999…), devono essere associati agli autori ufficiali (cioè «islamici») degli attentati negli Stati Uniti, in Europa e nel resto del mondo.

A seguito di tali atti terroristici e al martellamento mediatico che ne è conseguito, in settori consistenti delle opinioni pubbliche occidentali s’è introdotta l’idea che se «non è vero che tutti i musulmani sono terroristi», vi è però da riflettere sul fatto che «tutti i terroristi sono musulmani». Ovverosia, che se di «terrorismo islamico» trattasi, l’identità «islamica» degli attentatori – di cui è stata rilevata la familiarità coi «valori dell’Occidente» (si pensi a tal Mohamed Atta che viveva in Germania ecc.) – pone un serio problema di «convivenza» e di «integrazione» dei musulmani in seno all’«Occidente democratico». La domanda che spesso sentiamo porre è: «Come creare dei buoni cittadini europei (o occidentali) musulmani?»; tradotto in parole semplici: «Ci possiamo fidare dei musulmani che vivono tra noi?».

Il «problema» finisce quindi per diventare «di civiltà». Ed è così facile alimentare le preoccupazioni delle popolazioni europee legate ai considerevoli flussi migratori di musulmani, che vengono gonfiate a livelli parossistici, fornendo la scusa per un continuo allarmismo da addebitare alla presenza, in casa, di «cellule terroristiche islamiche in sonno», di «quinte colonne di al-Qâ‘ida», salvo poi scoprire che trattasi di regolari bufale[4] mirate a creare uno stato d’animo funzionale alle strategie militari e geopolitiche da perseguire nelle aree oggetto delle mire atlantiche: il «nemico» – dipinto come mero malvivente, per il quale scattano le operazioni di «polizia internazionale» (la «guerra», ufficialmente, non la si fa più a nessuno) – diventa così interno ed esterno.

La preoccupazione che viene diffusa a dosi da cavallo (ci sono spesso gli estremi per il reato di procurato allarme) è quella di essere invasi e dominati dall’Islàm e dai musulmani[5]. Di qui l’errata interpretazione di massa della «guerra preventiva», che non è «guerra a chi sta per farcela» (l’Iran con la sua «atomica», ci viene detto), ma prevenzione, da parte degli Stati Uniti, dell’emersione di eventuali nuove potenze politiche, economiche, culturali e militari capaci d’insidiare l’unipolarismo statunitense e, perciò, per la loro stessa esistenza, d’imporre un multipolarismo nelle relazioni internazionali e nella gestione delle risorse del pianeta secondo i principi naturali della libertà, dell’indipendenza, dell’autodeterminazione e della sovranità per tutti i popoli-nazione del mondo, che in tale prospettiva aborrita dai fautori della Globalizzazione e del Mondialismo sarebbero liberi di scegliere, gestire ed orientare il proprio futuro, scegliendo di cooperare per il bene comune.

Ma la diffusione dell’idea dell’Islàm come «problema» ha buon esito perché si nutre di un’ignoranza abissale, a partire dal significato stesso delle parole «Islâm», «Arabi», «jihâd». A seminare confusione, oltre ad alcuni «esperti» ben poco preparati e/o in malafede, sono soprattutto i giornalisti, più precisamente i «corrispondenti» (quindi i loro direttori), del tutto a digiuno – giusto per rilevare un’incredibile lacuna – di lingua araba (quando non si tratta di personaggi che, perfettamente integrati, conducono a tutti gli effetti una «guerra dell’informazione»).

L’apparato mediatico, dunque, in-forma, cioè dà forma alla mente delle persone, incapaci di rendersi conto della dimensione e del crimine in atto e della truffa cui vengono sottoposte in occasione delle invasioni di Paesi a maggioranza musulmana, del loro scempio e, quel che è peggio (per un mondo che salmodia incessantemente le virtù dell’«antirazzismo»), del massacro di esseri umani (i parenti degli immigrati che dovremmo «rispettare»!) rei di non essere – secondo la vulgata imperante – «laici», «democratici» ecc.

Ma all’antirazzismo di maniera, evidentemente, non corrisponde alcun rispetto né degli esseri umani né della varietà delle culture e della loro continua rielaborazione: è questo il vero razzismo, che riduce a contabilità (quando è corretta!) lo sterminio di uomini, donne, bambini demonizzati in blocco («il musulmano» è per definizione paradigmatico, non un essere reale), con buona pace dell’Islàm «moderato», una specie di coniglio di pezza posto davanti ad una pletora di utili idioti (tra cui gli «intellettuali», alcuni dei quali ‘esotici’) e del pubblico che gli dà credito.

Due sono perciò i punti da capire bene:

1 – La disinformazione sull’Islàm[6] è mirata a dividere, dal punto di vista della psicologia collettiva, le popolazioni europee e quelle arabo-musulmane, separare le sponde del Mediterraneo, procrastinare all’infinito la dicotomia «Oriente / Occidente» («l’Oriente» è il ‘luogo’ della «barbarie», della «tirannia», ad esempio, mentre «l’Occidente» è «LA Civiltà»), con l’Europa che, anziché trovare il suo naturale complemento politico, economico e culturale nell’Asia e nell’Africa, svanisce nell’abbraccio mortale della pseudocultura della Globalizzazione e del Mondialismo[7].

I burattinai di questa manovra, se si pensa che l’Italia, nello specifico, è occupata da oltre 100 (cento) basi militari statunitensi[8], sono facilmente individuabili. Tra i due litiganti il terzo gode, e se Cristianesimo ed Islàm vengono idealmente contrapposti, a beneficiare di ciò sono i padroni dell’Europa e i destabilizzatori – da sessant’anni ed oltre – del Vicino Oriente, che allo scopo hanno creato una base territoriale (lo «Stato d’Israele») al Sionismo, che è la vera ideologia in cui devono dar mostra di credere le élite occidentali[9].

Tuttavia, a tale risultato si perviene non per il lavorio di una sorta di «centrale operativa» con un’unica volontà, bensì per l’azione incrociata e nient’affatto coordinata – almeno su un certo piano – di tutta una serie di soggetti: quel che maggiormente impressiona se si considerano gli attori della campagna islamofoba in atto nei media italiani e, più in generale, «occidentali», è la loro straordinaria eterogeneità[10]. Difatti, classificandoli secondo le consuete categorie filosofico-politiche ci si trova in un certo imbarazzo perché vi si trova tutto e il contrario di tutto e, quel che è più notevole, famiglie politiche e di pensiero tradizionalmente contrapposte su tutto o quasi.

Di prim’acchito si potrebbe quindi ritenere che l’agitazione di un «problema Islam» sia per questi soggetti solo un dettaglio, uno dei pochi elementi che per una fortuita coincidenza costoro condividono. Ma tale considerazione astrarrebbe da un’analisi di che cosa è l’Italia oggi, o meglio di quale sia il ceto politico, intellettuale e mediatico che questo Paese esprime e a quali sollecitazioni esso risponde nel quadro geopolitico mondiale inaugurato negli anni Novanta.

Per la valutazione di ogni fenomeno politico, intellettuale e mediatico di una certa rilevanza che si verifica in Italia si parta sempre dal presupposto che l’Italia non è un Paese libero, sovrano e indipendente. Non lo è da tempo immemore (nel senso che la maggior parte degli italiani – lobotomizzata sin dalla scuola – non ha letteralmente «memoria» di quel che è successo sessant’anni fa), e progressivamente, fino allo ‘spettacolo’ di «Mani Pulite» che ha fatto fuori anche le ultime figure di statisti degni di questo nome, è avvenuta una progressiva fagocitazione degli ultimi elementi – anche culturali – che connotano la libertà, la sovranità e l’indipendenza di un Paese. Di lì in poi, l’Italia, ridotta alla metternichiana «espressione geografica», ha sfornato un ceto politico di nessuno spessore, col contorno dell’immancabile pletora di «intellettuali» organici ed «opinionisti» tuttologi dai cui ranghi sono stati epurati tutti quelli che – per la verità non molti anche prima – non erano disposti ad adeguarsi al ruolo di «fabbricanti di consenso» nell’ambito della nuova puntata della partita tra Stati Uniti e Russia, che vede l’Italia privata di quella posizione privilegiata di confine goduta sino alla caduta del Muro di Berlino. A partire da quel momento, non essendo più l’anticomunismo il motivo guida della propaganda atlantica, è avvenuto un repentino riciclaggio di molti «intellettuali» ed «opinionisti» (oltre che il prorompere sulla scena di nuovi evanescenti personaggi prodotti dai summenzionati sessant’anni di ‘smemoratezza’) su posizioni che, in un modo o nell’altro, confluiscono nella creazione di uno stato d’animo per cui l’Islàm (sia come fede che come civiltà), gli arabi ed i musulmani devono essere percepiti come un «problema», o «il problema dei problemi».

Il perché è semplice. L’anticomunismo poteva avere un senso fintanto che sussisteva una grande potenza «comunista» (ma non ce l’aveva, poiché gli Stati Uniti hanno imbastito una messa in scena colossale per coinvolgere individui altrimenti poco motivati, facendoli sentire «in pericolo»), ma con la Russia che ha dismesso i panni dell’Urss e la Cina che al «comunismo» pare preferire la competizione sui «mercati globali», c’era bisogno, nel quadro di un rinnovato slancio da parte delle potenze mercantilistiche del mare (Usa e Gran Bretagna, con l’appendice Sionista quale avamposto del cosiddetto «Occidente») in direzione del controllo dell’Eurasia (imperniata sulla Russia), di una nuova ‘grande narrazione’ utile al ricompattamento dei sudditi dell’Occidente, in primis gli europei, che sostanzialmente non devono capire chi sono per abdicare ad un ruolo attivo ed autonomo, imbarcati in un’impresa contraria al loro naturale interesse che la storia, la geografia e lo sviluppo delle civiltà indicano proteso verso la direzione dell’Eurasia (che comprende anche il Mediterraneo) e non verso la pseudocultura della Globalizzazione (economica ed antropica) e del Mondialismo (culturale e valoriale). In questa nuova fase di una grande ‘partita a scacchi’, la fascia di Paesi a maggioranza arabo-musulmana, che in precedenza era soggetta all’influenza dell’uno o dell’altro contendente, è diventata il primo ostacolo da neutralizzare per aggredire in seguito l’obiettivo principale posto al di là di essa. La creazione del «problema islamico» è perciò in funzione di uno scopo preciso: la demonizzazione delle popolazioni che abitano l’area vicino e mediorientale e della loro civiltà allo scopo di destabilizzare tutta una serie di Stati, alcuni dei quali ricchi di risorse energetiche[11].

Apro una parentesi. Molti musulmani sono inclini a leggere l’islamofobia mediatica occidentale con le lenti dell’ideologia, utilizzando parametri riduzionisti: «l’Occidente (cristiano) ci odia in quanto musulmani». In ciò si configura una posizione eguale e contraria a quella di chi alimenta la propaganda anti-islamica, poiché si pone sul piano dello scontro ideologico (quand’anche è ‘tinto’ di «religione»), ovvero quello del conflitto tra il Bene (l’Islàm) e il Male (chi l’attacca). In buona sostanza, vi è in molti musulmani la tendenza al vittimismo, a rappresentarsi come oggetto di «razzismo» e «discriminazione»; le stesse di cui sarebbero oggetto altre categorie, diciamo, ‘svantaggiate’… La questione è invece un tantino più complessa, poiché, a prescindere dal variegato parterre di ‘attori’ che alimentano un sentimento islamofobo (che di seguito andiamo ad analizzare uno ad uno), vi è da dire che dietro la diffusione della «paura dell’Islàm» vi sono «forze» anti-tradizionali[12] che sfruttando la potenza economico-finanziaria, propagandistica e militare dell’Occidente puntano a nuocere all’Islàm poiché in esso risiede l’ultimo baluardo della Tradizione in grado di opporsi alle forze dissolutrici della «fine di un ciclo».

Non va dunque affatto escluso – come fanno certi analisti accademici – che a manovrare le campagne anti-islamiche siano impegnati ambienti «anti-tradizionali», «contro-iniziatici», adusi a ‘camuffarsi’ dietro le spoglie di un partito o di un ente culturale.

Su un piano meno ‘sottile’, subordinato però, è evidente che va individuato in motivazioni d’ordine geopolitico il movente principale di chi ha interesse a presentare di fronte alle opinioni pubbliche l’Islàm come un «problema».

Detto questo, vediamo chi sono i vari ‘attori’ impegnati, più o meno consapevolmente, nella disinformazione sull’Islàm e i musulmani. Naturalmente, essendo la cosiddetta «opinione pubblica» la sommatoria (e il risultato dell’interazione) di una serie indefinita di «opinioni», per creare uno stato d’animo funzionale allo scopo è stata per così dire differenziata l’offerta propagandistica, per cui si spiega la variegata composizione della schiera di coloro che, in (talvolta feroce) disaccordo su altri punti, compongono il fronte dei Crociati dello Zio Sam. Stabilita per principio la loro buonafede (quand’anche è il caso d’individui strapagati, che non sono pochi), passiamoli in rassegna:

a) Gli americani in pectore ed i campioni del pregiudizio filo-americano, ovvero gli «americanisti» (gli stessi che tacciano di «antiamericanismo» tutto ciò che detestano, fornendone una caricatura per non affrontarne razionalmente gli argomenti)[13]. Possono appartenere sia alla «destra» che alla «sinistra» poiché siamo in presenza di esponenti dei due schieramenti che condividono il ‘monoteismo del mercato’ e il discorso sull’Islàm (e tutto il mondo extra-occidentale) portato avanti dai Radicali, ma per il fanatismo che tipicamente contraddistingue il neofita vi si distinguono gli ex sessantottini orfani della «rivoluzione», oggi coerentemente impegnati nel «liberare la donna» e formare la «società civile» (come se gli uomini e le donne che compongono le società islamiche meritassero rispetto solo nella misura in cui si adeguano ad un modello «democratico»). In questo senso, la Fallaci non s’era bevuta il cervello, individuando nell’Islàm una visione del mondo che stabilendo ruoli distinti per maschi e femmine fa risaltare il carattere di dis-ordine della cosiddetta «eguaglianza» postulata dalle femministe (di ogni colore politico) e dai maschi adagiatisi su questa posizione irresponsabilmente di comodo. Tra i fautori di questa posizione si trovano varie gradazioni, sia per la posizione da assumere nei confronti dei Paesi arabo-islamici (ad es. non tutti sono per l’utilizzo dello strumento militare) sia per quella da tenere verso le comunità di musulmani immigrati (la Fallaci, com’è noto, ne predicava l’espulsione, ma altri «americani» con la K tipo Veltroni si ergono ad aedi della «società multiculturale»).
In questo campo spicca inoltre l’attivismo «bipartisan» di chi, vedendo nell’Occidente l’approdo inevitabile ed auspicabile della «libertà», o quanto meno il «sistema con meno difetti», sponsorizza le tournée di «dissidenti» di questo o quel Paese arabo-musulmano o lancia dalle radio e dalle tv campagne di «sensibilizzazione» su questioni varie che spaziano da quella sulla «somala che verrà lapidata a breve» all’«afghano condannato a morte perché convertito al Cristianesimo».

b) Con molti più punti condivisi coi suddetti di quanti ce ne potremmo attendere, troviamo poi i cantori dell’ottimismo new global, gli attivisti della «controinformazione» in rete, delle marce Perugia-Assisi e dei Social Forum («un altro mondo è possibile»!), più gli addetti delle ONG che sostengono le «rivoluzioni arancioni» ed una «esportazione della democrazia» su scala planetaria[14]. Si tratta di sensibilità che non gradiscono l’economicismo e la riduzione del mondo a «mercato», però sulla «democrazia» e la «società civile» da sviluppare ad ogni latitudine sono d’accordo coi soggetti del punto a), proponendone però un’attuazione «dal basso».
Li troviamo perciò in prima fila tra coloro che spingono per una «democratizzazione» delle società musulmane (in ciò possono interagire con soggetti trasversali come i Radicali) e nella sensibilizzazione su «questioni» lette, dal loro punto di vista, come «emergenze umanitarie» (v. il caso del Darfur e, di nuovo, delle «donne da liberare»).
Un tempo li si sarebbe indicati come «cattocomunisti», senonché il comunismo non c’è più, ma essendo i loro punti di riferimento ancora di carattere «globalista» (in parte si tratta di «cattolici di sinistra») finiscono – anche se non si dichiarano volentieri «americani» – per remare nella stessa direzione, ovvero quella dell’imposizione di un «modello unico» laicista, con la religione ridotta ad orpello di tipo intimistico e «sociale». Il loro monoteismo è quello dei «diritti umani» (ecco perché sono per i «diritti dei gay» ecc.). Insomma, fondamentalmente, non credono ‘misticamente’ all’Occidente come vi credono quelli del punto a), ma credono nella fondamentale bontà dell’idea (occidentale) di «Progresso» in versione «equa e solidale».
Contrari alla guerra fintanto che questa viene preparata e minacciata, una volta che c’è si dissolvono come nebbia al sole, poiché a quel punto il «né né» non ha più senso. Poco male: presto verrà imposto dagli aggressori un governo fantoccio, nella cui critica potranno continuare a ‘distinguersi’; ma l’unica cosa che non faranno mai è la difesa di un legittimo governo, «laico» (l’Iraq ba‘thista) o «islamico» (Hamas, l’Iran) che sia, poiché tra costoro aleggia sempre un fondo d’anarchismo e d’avversione aprioristica per il «potere», il che rende la loro posizione di fatto ‘impolitica’ e poco incisiva quando c’è, politicamente, da prendere posizione scegliendo il «nemico principale».

c) Come ulteriore determinazione del punto a) abbiamo poi i «liberali» alla Pera e alla Ferrara che declinano il Cristianesimo in senso identitario. A questi ‘convertiti’ dell’ultim’ora non interessa minimamente la «fede», ma se si tratta di dare addosso all’Islàm prendono strumentalmente ad oracolo il Papa e le alte gerarchie vaticane, le quali non trovano alcun imbarazzo nel fatto che questi loro nuovi seguaci dimostrino nella loro vita concreta un totale disinteresse per i «valori cristiani» e, in qualche caso, esibiscano il loro ateismo (sono i cosiddetti «atei devoti»). Questi ambienti, che imbarcano anche transfughi della ‘diaspora’ socialista e comunista (dirsi «liberali» fa molto chic), non vedono di buon occhio i soggetti del punto b) (le «anime belle»), poiché per essi il metodo più adeguato per risolvere il «problema» resta quello militare (magari preceduto da «sanzioni», che verranno criticate da quelli del punto b) ma solo per le «sofferenze imposte ai civili»). Tuttavia, gli uni belando «né Bush né Saddam», «né Sharon né Hamas» e via cerchiobottando, gli altri invocando la destituzione dell’«Hitler» di turno, svolgono due azioni che si completano a vicenda[15], poiché i primi gestiscono parte del malcontento che inevitabilmente una guerra ingenera, gli altri danno libero sfogo alle pulsioni ‘piccolo borghesi’ di un nazionalismo da pezzenti che inalbera il tricolore sulle basi delle truppe coloniali italiane al seguito degli angloamericani[16]. Va anche rilevato che questi «liberali», grazie al lavorio congiunto di think tank della Curia, raccontano una Storia romanzata dei rapporti tra l’Europa e il mondo arabo-musulmano caratterizzata solo da alcuni ‘momenti clou’ (Lepanto, ad esempio, o gli assedi di Vienna), con buona pace di tutto il resto.
Per essi vale l’epiteto di «cristianisti», che mentre perorano la menzione delle «radici giudaico-cristiane dell’Europa» (mai di quelle greco-romane!) nel preambolo della Costituzione dell’UE[17], vedono ovunque (tranne che in Palestina…)[18] «cristiani perseguitati (dai musulmani)», puntando perciò ad escludere l’Islàm dall’immaginario europeo, rendendolo ‘alieno’ e quindi pericoloso[19].

d) A questo punto non può non essere menzionato il Vaticano, che non può non controllare l’opera dei suddetti ‘pensatoi’ che si definiscono «cattolici»; alcuni, apparentemente in maniera contraddittoria, veicolano un’immagine positiva della multiforme religiosità americana, delle sue forme d’aggregazione e dei rapporti che queste instaurano con lo Stato: pare che anche da queste parti il monoteismo del «mercato» abbia fatto digerire la presenza delle «sette» e del «supermercato delle religioni»…[20].
Ma ben più grave è stato l’esempio di Papa Wojtyla, che prima «condannò» la guerra all’Iraq, poi ricevette Bush che gli conferì la massima onorificenza della Casa Bianca (come al Dalai Lama…), mentre il successore Benedetto XVI va proclamando la necessità di diffondere nel mondo i «diritti umani», quando a rigor di logica i «diritti umani», concepiti in ambienti «laici», non sono esattamente i «diritti» che una fede in Dio dovrebbe postulare e difendere[21]. Ecco che si delinea una «ideologia occidentale» che in altra sede avevo definito un “intruglio progressista mal digerito di religione cristiana, liberismo economico e diritti umani, con vari religiosi fattisi paladini di questi ultimi e un numero non meno considerevole di laici ex tutto improvvisamente scopertisi cattolici ferventi”[22]. Ma avevo dimenticato una cosa: il Sionismo e l’Olocausto, che ogni buon «occidentale» deve idolatrare[23]. In questo senso, l’esempio è stato dato dai Pontefici, genuflessi verso i «fratelli maggiori» della Lobby impegnata nella Crociata dello Zio Sam (v. le continue polemiche mediatiche contro la Chiesa cattolica condotte da tale lobby, dai «silenzi di Pio XII» al nuovo messale «irrispettoso» verso gli ebrei ecc.).
All’interno del mondo cattolico più intransigente, esistono poi alcuni ambienti «tradizionalisti» parimenti avversi all’Ebraismo (e al Sionismo) e all’Islàm, in nome della «vera religione»; è questa una posizione che – nella sua grave incomprensione della «unità trascendente delle religioni»[24] – almeno ha una sua coerenza, che non esclude una critica delle guerre condotte dagli angloamericani (visti come portatori di una civiltà «atea» e «materialista») in giro per il mondo islamico; tuttavia solo una parte di questo settore evita di prendere parte alla Crociata dello Zio Sam (è la differenza che intercorre tra la San Pio X, che pubblica «Sodalitium», ed Alleanza Cattolica, con la seconda soltanto che fornisce ‘truppe intellettuali’ alla «destra» filo-sionista e amerikana)[25].

e) Abbiamo poi una presenza trasversale, quella dei giudeofili e giudeolatri (di comodo e/o convinti) che difendendo l’Entità Sionista[26] ne esaltano la funzione di avamposto della «Civiltà» («giudeo-cristiana occidentale») in mezzo alla «barbarie» («islamica orientale»), anche se non tutti hanno il coraggio di ammetterlo. Sensibilità di questo tipo sono ravvisabili un po’ dappertutto, da un amerikano Guzzanti che compone ‘odi alla guerra’ alla vista dei corpi straziati dei bambini libanesi[27], fino a chi, individuando nel cosiddetto Stato d’Israele la giusta compensazione dell’«Olocausto», ritiene che sebbene in mezzo a numerosi «errori» e «atti di forza» ingiustificati, esso abbia diritto alla propria «sicurezza»: il «diritto di esistere di Israele» è così un modo indiretto per dichiarare la propria appartenenza allo schieramento anti-islamico, poiché una volta assunta questa posizione non si può non «condannare» Hamas (vincitore di «elezioni democratiche»!) per tutto quel che fa e «prendere le distanze» da Ahmadinejad, «negatore dell’Olocausto»[28]. Ecco perché tra questi soggetti si annoverano i professionisti dell’«amicizia per la Palestina» e dei «due Stati per due popoli», che vorrebbero una Palestina «laica» e non «islamica» a fianco di un «Israele» chissà per quale miracolo diventato pacifico e desideroso di convivere coi vicini arabo-musulmani[29].

f) Una presenza pittoresca nel variegato quadro di coloro che in Italia agitano il «pericolo islamico» è quella dei «neofascisti» (o «postfascisti», o «radicalisti di destra», o comunque inscenanti la caricatura del Fascismo secondo il ruolo ad essi riservato dalla retorica dell’antifascismo). Questi soggetti, detestati visceralmente da quelli del punto b) (e viceversa), ma anche dalla componente «di sinistra» dei punti a) ed e), sono particolarmente sensibili al tema delle «nostre radici» e della «nostra identità», etnica e/o religiosa, quindi si trovano in parziale sintonia con i soggetti del punto c) in quanto sostenitori delle «radici cristiane dell’Europa» in senso identitario, ma non nella loro giudeofilia, poiché in un Alemanno che va in vacanza nei kibbutz, innalza la bandiera sionista sul Campidoglio (e passa più tempo con Pacifici che con la moglie!) e nei fautori delle «piccole patrie» alla Borghezio che da islamofili diventano islamofobi, da una parte, e nei seguaci di Forza Nuova ed affini, dall’altra, esiste una comune avversione all’Islàm ma non una posizione unitaria verso «Israele». Tutti questi ambienti, radicalmente ostili alla “Turchia in Europa”[30] e all’immigrazione di musulmani, ed innamorati delle «identità» purché siano inventate a tavolino e poi mummificate[31], si distinguono per manifestazioni d’un’islamofobia grottesca ma, in un certo senso, meno insidiosa di quella dei «cristianisti»: il «Corriere» (che ha ospitato gli articoli della Fallaci) fa certo più danni della «Padania». Tra l’altro, questi ambienti equivoci forniscono l’ennesima caricatura del Fascismo, che non era affatto islamofobo[32], ma – oltre che ad avere una visione geopolitica mediterranea e, perché no, eurasiatica – aveva a cuore la sovranità, l’indipendenza e la libertà dell’Italia da ingerenze straniere ed avrebbe come minimo mandato al confino dei ridicoli Crociati dello Zio Sam da piccolo cabotaggio elettorale di una Repubblica delle Banane!

g) Infine, per correttezza, vanno citati anche alcuni musulmani. In questo ambito si distinguono quelli che volontariamente lavorano per la creazione del «nemico islamico» e quelli che lo fanno involontariamente. Tra i primi si annoverano i cosiddetti ‘musulbuoni’, cioè quei ‘musulmani da salotto’ che solleticati nella loro smania di protagonismo vengono portati in giro (in specie dai soggetti del punto c) come un fenomeno da circo per dimostrare che anche l’Islàm produce «liberali», «musulmani laici», quindi individui «rispettabili» ed «evoluti». Una volta assunto questo ruolo da testimonial dell’Islàm ‘come dovrebbe essere’, i vari Magdi Allam si scatenano in una vera caccia all’untore che impone ad ogni musulmano di non avere più idee su tutto ciò che lo circonda, pena la messa alla gogna come «integralista» e «pericolo pubblico» (l’azione del giornalista egiziano si concentra soprattutto sugli immigrati musulmani e le associazioni islamiche in Italia, ma in pratica non si salva nessuno, compresi alcuni docenti universitari poco allineati con l’«Occidente» e, in particolare, «Israele»)[33]. Un’azione che involontariamente – almeno al livello degli uomini – va comunque nella stessa direzione, è quella degli «islamisti» duri e puri («salafiti», «wahhabiti», «takfiri», «deobandi» eccetera, tutti accomunati dal «modernismo» e dall’avversione per la Metafisica), i quali, tra i musulmani immigrati (e con buona pace di altri musulmani parimenti critici verso la Globalizzazione e il Mondialismo ma attenti agli interessi geopolitici dei loro Paesi)[34], si fanno portabandiera dei movimenti dell’Islàm più politicizzato aventi però (chissà perché…) base a Londra e che, ipermediatizzati da un sistema informativo totalmente subordinato agli interessi atlantici, inscenano alla perfezione lo «scontro di civiltà». Per tali individui, che vanno dall’Imam di Carmagnola al macellaio di Porta Palazzo (tanto ingenui quanto narcisisti) andrebbe coniata la definizione di «Saraceni dello Zio Sam»[35]. Ciò detto, il danno di chi adotta dell’Islàm un’interpretazione minata da riduzionismo (che si sposa col razionalismo in nome della «lotta alla superstizione») e da una fondamentale incomprensione di che cosa sia la «Tradizione», estende la sua azione negativa sulle popolazioni stesse del mondo arabo-islamico, che ‘convertendosi’ in massa ad una ‘ideologia islamica’, da un lato minano ogni possibilità di «incontro» con le altre tradizioni, favorendo perciò lo «scontro di civiltà», dall’altro preparano il terreno, a causa della ‘aridità’ della loro visione e del loro ‘fanatismo’, al progressivo abbandono della religione, producendo perciò un ben curioso esito, quello della «secolarizzazione».

2 – Dopo il primo punto, nel quale sono stati analizzati i vari attori che, con la loro azione combinata (anche i mezzo a contrasti reciproci), producono un sentimento ostile verso l’Islàm presso le popolazioni non musulmane, e, come accennato al termine, il disamoramento dei musulmani stessi verso la religione, veniamo al secondo punto.

Gli europei devono essere distratti dal loro vero problema: il perseguimento della loro libertà, indipendenza, autodeterminazione e sovranità, politica, economica, culturale e militare. Non devono capire chi sono. Per questo devono imbarcarsi in guerre altrui, svolgendo il ruolo di ‘crociati per conto terzi’ (i «Crociati dello Zio Sam»). Questa realtà da incubo può avverarsi anche e soprattutto perché i popoli europei, indottrinati da una propaganda pluridecennale che ne ha infiacchito il carattere e la volontà (il «passato che non passa», ad es.), non esprimono più una classe politica che agisce nel loro interesse, degli statisti degni di tale qualifica: non è un caso che l’attuale sperticata dimostrazione di «amicizia» per «Israele» coincida col punto più basso registrato nelle relazioni, ad ogni livello, tra l’Europa (e l’Italia, nello specifico) e il mondo arabo e islamico, a riprova del ruolo svolto dalla base territoriale del Sionismo quale elemento di destabilizzazione di un’area strategicamente ed economicamente fondamentale (e non il contrario, come alcuni «controinformatori» sogliono vedere: ovvero che «Israele» sarebbe il grande manipolatore di tutto e di tutti…)[36].

Globalizzazione e Mondialismo, «mercato» come unico destino esistenziale e religione dei «diritti umani» (più quella parodistica dell’«Olocausto»), rappresentano dunque i riferimenti di chi ha interesse a disinformare sull’Islàm e a generare continui allarmi, allo scopo di realizzare obiettivi economici, strategici e geopolitici concreti (altro che «scontro di religioni»!) e, in ultima istanza, escatologici[37]. L’Islàm tradizionale, per la sua refrattarietà al «Mercato» e a tutte le parodie del «Culto sincero» (da quelle «moderniste» allo «spiritualismo New age») è certamente odiato dalle centrali della Globalizzazione e del Mondialismo[38]. I musulmani lo sono nella misura in cui sono fedeli all’Islàm e non adorano il denaro, senza chinare la testa al sistema dell’usura, che non a caso s’impone ovunque giungono le «liberazioni» [si pensi al destino della «nuova Libia», finalmente «indebitata»]. È chiaro che se il punto di riferimento è celeste, la vita su questo mondo non può ridursi ad una continua compravendita su tutti i piani. Un uomo rettamente orientato non può scambiare questo mondo per l’unico orizzonte concepibile, e se si considera la disperazione esistenziale di molti «moderni» vi è da ritenere che dietro la messa in cattiva luce dell’Islàm si nasconde l’intento di precludere l’accesso ad una possibile via d’uscita dalle secche del «mondo moderno».

Gli sforzi per nuocere all’Islàm, e in definitiva all’uomo in cerca di una connessione col divino, operano sui piani più disparati, compresi quelli di chi cerca di convincere anche i musulmani della necessità di un Corano «al passo coi tempi», attraverso una «nuova esegesi» del testo coranico estrapolandone un «Corano spirituale» (quello delle sure meccane) distinto dal resto, «legale» (che «andrebbe abrogato»). Va tuttavia detto che quand’anche sembrassero coronati da successo, questi tentativi sono in realtà illusori poiché la Verità non è scalfita minimamente dall’errore, tuttavia su un piano relativo producono senz’altro dei danni, di cui è bene essere consapevoli.

Il quadro analitico appena esposto si presta ad ulteriori considerazioni ed approfondimenti, ma quello che qui interessava era far comprendere che nell’agitazione del «problema islamico» si adopera una congerie di ambienti politici, mediatici, culturali e religiosi nient’affatto coordinati, tanto che non è infrequente trovarli in contrasto su altri argomenti (si pensi ai Radicali e alla Curia). Eppure, la creazione del problema «islamico» risponde ad un’esigenza della propaganda atlantica, che dopo il successo del «pericolo comunista» (negli Stati Uniti garantiva ondate di epurazioni, mentre all’estero giustificava tutto, dai governi democristiani in Italia al colpo di Stato in Cile con relativo bagno di sangue) arruola il «Partito Americano», questo vero e proprio cancro della Nazione, in una nuova scellerata impresa nella quale gli italiani (e gli europei) svolgono la consueta parte da comparse di un film già visto, il cui finale, però, non è scontato, poiché dall’esito della partita per il controllo dell’Eurasia dipenderanno la libertà, l’indipendenza, l’autodeterminazione e la sovranità politica, economica, culturale e militare degli italiani, degli europei e di tutti i popoli del mondo.

NOTE

* Si tratta di una rielaborazione, alla luce delle successive riflessioni dell’autore, del capitolo finale della raccolta di saggi ed articoli di E. Galoppini, Islamofobia. Attori, tattiche, finalità, Ed. all’Insegna del Veltro, Parma 2008 (http://www.insegnadelveltro.it/catalogo/metropoli/galoppini_islamofobia.htm), presentato in occasione del convegno La frammentazione del pianeta e l’alternativa multipolare organizzato dalla rivista «Eurasia» a Milano il 27 set. 2008. Quest’ultima versione è quella fornita agli studenti del «Master Mattei» dell’Università di Teramo (A.A. 2012-2013).

[1] La letteratura critica sulla nozione di «Occidente» è piuttosto vasta. Si consiglia la lettura del libro di F. Cardini, L’invenzione dell’Occidente, Solfanelli, Chieti 1995 (recentemente ristampato da Il Cerchio).

[2] Cfr. “Eurasia” 2/2005 e “Eurasia” 1/2006, rispettivamente dedicati alla Russia e alla Cina (il sito della Rivista di Studi geopolitici è http://www.eurasia-rivista.org).

[3] La letteratura sull’11/9 è vastissima. Per rendersi conto dell’assurdità della versione ufficiale, basti visitare la relativa sezione del sito www.luogocomune.net e leggere il libro (più dvd) 11 Settembre inganno globale (Macro Edizioni, Diegaro di Cesena, 2006), scritto da Massimo Mazzucco, l’animatore del sito “Luogocomune.net”; Mazzucco è anche autore della prefazione del libro di Alessandro Lattanzio, Terrorismo sintetico (Ed. all’insegna del Veltro, Parma 2007).

[4] Cfr. C. Corbucci, Il terrorismo islamico in Italia: realtà e finzione, Gruppo Editoriale Agorà, Roma 2003 [oggi ampliato in un volume davvero definitivo sull’argomento, di oltre 1700 pp., dal titolo Il terrorismo islamico. Falsità e mistificazione, Gruppo Editoriale Agorà, Roma 2012].

[5] È stato addirittura coniato il termine «Eurabia» per descrivere «la fine che farà» un’Europa «invasa» dagli arabi e dai musulmani. Cfr. L’Europa si chiama Eurabia, intervista a B. Lewis su «La Stampa», 25 giugno 2006; Bat Ye’or, Eurabia, (trad. it.) ed. Lindau, Torino 2007.

[6] Inclusa quella che ricama a non finire sulle «differenze» tra sciiti e sunniti ecc. ed alla quale si prestano anche «esperti» accreditati da alcune università.

[7] Cfr. T. Graziani, La création de l’ennemi islamique dans la le cadre de la géopolitique USA pour la domination mondiale, pubblicato in appendice a T. de la Nive, Les Croisés de l’Oncle Sam, Ed. Avatar, Paris 2003 (in trad. it. su “La Nazione Eurasia”, n. 6, luglio 2004 (http://lanazioneeurasia.altervista.org/archivio/LNE1-6.zip).

[8] Cfr. A. B. Mariantoni, Dal “Mare Nostrum” al “Gallinarium Americanum”. Basi USA in Europa, Mediterraneo e Vicino Oriente, “Eurasia” 3/2005, pp. 81-94. Cfr. inoltre la successiva messa a punto dello stesso Mariantoni: Basi americane in Italia: una messa a punto, “Cpeurasia.org”, 24 feb. 2008 (http://www.cpeurasia.eu/305/basi-americane-in-italia-una-messa-a-punto). Si veda anche il sito http://byebyeunclesam.wordpress.com, dedicato alla presenza delle basi Nato in Italia.

[9] E in essa sono uniti – è bene ricordarlo – «ebrei» e «non ebrei». Cfr. E. Galoppini, “Stato d’Israele” o “Entità Sionista”?, “Eurasia” 3/2006, pp. 185-195.

[10] Cfr. E. Galoppini, La questione irachena e la crisi politico-morale italiana, «Italicum», set.-ott. 2004.

[11] Secondo il noto islamologo ebreo britannico Bernard Lewis, questa fascia di Paesi avrebbe rappresentato il cosiddetto «Arco della crisi», abitato in prevalenza da musulmani tra i quali sobillare separatismi e guerriglie «islamiche» in funzione anti-sovietica (sfruttando il tema dell’«ateismo» comunista), in realtà anti-russe. Risalta perciò l’importanza della ‘cintura islamica’ che circonda la Russia, prima da utilizzare per alleanze (si pensi al Patto di Baghdad, del 1955, che includeva Turchia, Iraq, Iran e Pakistan), poi da invadere una volta resasi incontrollabile (si pensi all’Iraq ba’thista o all’Iran della Rep. Islamica), sfruttando anche la carta delle guerre tra questi soggetti in modo da sfinirli simultaneamente (è il caso della guerra Iraq-Iran, 1980-88).

[12] Nell’accezione di «Tradizione» fornita da autori come R. Guénon, T. Burckhardt, F. Schuon, M. Vâlsan ed altri, che configurano la ‘corrente’ della «Filosofia Perenne».

[13] Cfr. M. Tarchi, Contro l’americanismo, Laterza, Roma-Bari 2004.

[14] Cfr. E. Galoppini, Quando «controinformazione» fa rima con «confusione», «Aljazira.it», 10 ottobre 2004 (ora alla seg. url: http://www.arabcomint.com/quando.htm).

[15] Tra l’altro, i soggetti del punto b) sono «pacifisti» e «antifascisti», ed avendo introiettato l’immagine del Fascismo quale «Male assoluto» non riescono a dotarsi di argomenti decisivi contro la «hitlerizzazione del nemico», al punto che essi stessi accusano di «fascismo» o di «nazismo» le dirigenze statunitense ed israeliana (non sia mai detto che la chiamino «sionista»), e tutti coloro che non individuano come «progressisti» o «di sinistra».

[16] Ci si faccia furbi: l’insistenza con cui, dopo la «strage di Nassiriyya», venne diffusa l’immagine di una bandiera della Repubblica Sociale Italiana appesa nella camera di una delle vittime, puntava ad indirizzare secondo schemi ‘gestibili’ le critiche verso la partecipazione italiana a guerre altrui.

[17] Un buon antidoto contro simili visioni riduzioniste ci sembra il libro di R. W. Bulliet, La civiltà islamico-cristiana, (trad. it.) Laterza, Roma-Bari 2005, e se poi volessimo ricordarci anche della Romanità… È evidente che chi parla di «radici giudaico-cristiane» punta ad escludere l’Islàm dall’immaginario identitario europeo: in poche parole, insistere sul «giudeo-cristianesimo» serve a tener fuori l’Islàm, da considerare perciò ‘alieno’. Ma questo è ancora solo un aspetto contingente, legato alla «guerra al terrore (islamico)». Un secondo aspetto è invece sostanziale, ed investe il senso che i suoi fautori vogliono imprimere ad un’Europa unita che dovrebbe considerarsi una sorta di Stati Uniti d’Europa: l’idolatria dello «scudo di David» (chiamato comunemente «stella di David»), definito recentemente da Romano Prodi “uno dei simboli di quella cultura e di quella fede che sono la radice più antica dell’identità europea”, sta a ricordare ad ogni cittadino dell’UE che si può essere tali solo se ci si riconosce nella «religione dell’Olocausto», poiché lo «scudo di David» è il simbolo prima scelto dai sionisti, poi adottato dai nazionalsocialisti per discriminare le popolazioni giudaiche ad essi sottoposte ed infine assurto a simbolo della bandiera dello Stato israeliano: secondo tale visione, la nuova «coscienza europea», su cui fondare l’«identità», nascerebbe ad Auschwitz.

[18] Ma in Iraq sì, ovviamente dopo che l’odiato «dittatore» – che garantiva la «convivenza tra musulmani e cristiani» – è stato eliminato!

[19] Su questa specifica categoria si legga L. Copertino, Spaghetticons. La deriva neoconservatrice della destra cattolica italiana, Il Cerchio, Rimini 2008.

[20] Per comprendere tutto ciò è necessario leggere i materiali contenuti in questo sito: http://www.kelebekler.com/cesnur/

[21] Cfr. il fascicolo n. 59 della rivista «Sodalitium», intitolato Joseph Ratzinger… Il Reno si getta del Tevere.

[22] Aspetti in ombra della legge sociale dell’Islàm – recensione dell’omonimo libro di G. Cantoni, «La Porta d’Oriente», n. 5, agosto 2001, pp. 133-138.

[23] Ed anche ogni «musulmano moderato»: da un paio d’anni cercano di far passare in Egitto la «Giornata della memoria», mentre alcuni ‘musulbuoni’, in Italia, si stanno facendo notare per le loro iniziative su «I Giusti dell’Islàm»: finirà che i «migliori musulmani» saranno quelli che hanno «salvato degli ebrei (dall’Olocausto)»! Il colmo è poi raggiunto da una cosiddetta «Carta dei valori» del Min. dell’Interno che, nell’intento di chi l’ha proposta (Giuliano Amato), i musulmani dovrebbero sottoscrivere come un sovrappiù di ‘fedeltà’ rispetto all’accettazione della Costituzione della Repubblica. Tale «Carta dei valori» non è affatto «neutra», ma implica un riconoscimento da parte dei musulmani dell’«Olocausto» come «valore condiviso» e la rinuncia di fatto a sostenere cause da essi sentite come molto vicine, poiché le resistenze (palestinese, irachena, libanese ecc.) vengono implicitamente considerate «terrorismo».

Cfr. Carta dei Valori, della Cittadinnza e dell’Integrazione: http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/sezioni/sala_stampa/notizie/immigrazione/2007_04_23_app_Carta_dei_Valori.html.

[24] Cfr. F. Schuon, Unità trascendente delle religioni, (trad. it.) Edizioni Mediterranee, Roma 1997.

[25] Che per il tramite di cattolici dell’area «neofascista» (v. punto f) intesse relazioni privilegiate con quegli ambienti cristiani militanti più accesamente anti-islamici e ‘piccolo-nazionalisti’ (v. le Falangi Libanesi). Una benemerita eccezione tra gli intellettuali cattolici «conservatori» è rappresentata da Maurizio Blondet, che sul sito “Effedieffe.com” ha vergato pagine sull’Islàm animate da sincera ammirazione e rispetto. Cfr., tra gli altri, Un ringraziare islamico, 20 ott. 2007 (http://www.effedieffe.com/index.php?option=com_jcs&view=jcs&layout=form&Itemid=145&aid=1882).

[26] Rimando di nuovo al mio «Stato d’Israele» o «Entità Sionista»?, «Eurasia» 3/2006, pp. 185-195.

[27] P. Guzzanti, Oh Israele, «Essereliberi.it», 16 luglio 2006 (http://www.essereliberi.it/modello_articolo.php?id_artic=634&recordinizio=0).

[28] Un professionista di questo filone propagandistico è Daniel Pipes, “esperto onnipresente degli studi televisivi e commentatore abituale dei più grandi periodici, Daniel Pipes si è convertito nel teorico mondiale dell’islamofobia. Figlio di Richard Pipes, il sovietologo che ridiede fiato alla corsa agli armamenti durante il governo Ford, nonché figlio spirituale di Robert Strausz Hupé, il visionario del nuovo ordine mondiale, Daniel Pipes dirige un’infinità d’istituti strategici. A Lui si devono concetti di moda quali quelli di «nuovo antisemitismo«, «militante dell’Islam» e «cospirazionismo». Sostenitore dell’eliminazione totale dei palestinesi, è stato nominato da George Bush come amministratore dell’istituto Statunitense per la Pace” (dall’introduzione a Daniel Pipes, esperto dell’odio: trad. it., “Comedonchisciotte.org”, 21 agosto 2005 (http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=1307)).

[29] In questi ambienti pesa notevolmente la presenza di gruppi di «ebrei per la pace», i quali, una volta accettati ed accreditatisi, fissano i paletti del «politicamente corretto» all’interno del campo filo-palestinese, costringendone i leader ad un continuo ‘esame di coscienza’.

[30] Posta in questo modo, la questione risulta peraltro falsata, poiché un’associazione dei Paesi europei propriamente detti con la Turchia (per non parlare di una con la Russia) apre le porte ad un soggetto di carattere né «europeo» né «asiatico», bensì eurasiatico. [su tale questione si legga quest’intervista: http://www.eurasia-rivista.org/turchia-nell%E2%80%99unione-europea-%E2%80%9Csi%E2%80%9D-o-%E2%80%9Cno%E2%80%9D/3553/].

[31] Il modello è lo stesso da cui trae linfa l’equivoco per cui in Palestina vivrebbero «due popoli», uno dei quali, quello «israeliano» (autentico ‘precipitato’ di componenti le più disparate che in comune hanno solo la ‘passione per Sion’), per creare una propria «identità» deve porsi in perenne stato d’assedio psicologico rispetto ai vicini. Cfr. E. Galoppini, Sul terrorismo israeliano (recensione), “Eurasia” 1/2005, pp. 219-228 (riprodotto qua: http://www.vho.org/aaargh/ital/EGrecen.html).

[32] Cfr. E. Galoppini, Il Fascismo e l’Islàm, Ed. all’Insegna del Veltro, Parma 2001 (con pref. di F. Cardini) e i vari studi di Stefano Fabei (http://www.stefanofabei.it) sull’argomento, tra cui si segnala Mussolini e la resistenza palestinese, Mursia, Milano 2005.

[33] Su Magdi Allam – che alla vigilia della Pasqua 2008 ha ricevuto uno spettacolare battesimo ‘in mondovisione’ nientemeno che dal Papa [e che in seguito si è progressivamente disinteressato alla polemica antislamica] – si leggano i materiali sostenuti in questo dossier: http://www.kelebekler.com/occ/magdino.htm. Sulla sua conversione al Cristianesimo: Meno male, è solo Magdi Allam, di M. Blondet, “Effedieffe.com”, 23 marzo 2008 (http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&t=9510&start=0&postdays=0&postorder=asc&highlight=). Quanto alle campagne condotte all’interno delle università per allontanarne i docenti non adeguatamente allineati, si consideri l’esistenza di Campus Watch, una delle molte creazioni di Daniel Pipes (http://www.campus-watch.org). Ad un livello meno specifico, si segnala la maniacale opera di delazione svolta da “Informazione Corretta” (http://www.informazionecorretta.com/), che setaccia ed espone al pubblico ludibrio ogni posizione ritenuta «antisemita» e «antisionista» (che per loro fa lo stesso).

[34] Tra l’altro, il termine arabo ‘awlama, di norma reso con «globalizzazione», avendo la stessa radice di ‘âlam («mondo») andrebbe reso con «mondialismo» (o, almeno, «mondializzazione»).

[35] Tanto per fare alcuni esempi, si tratta di quei musulmani che si schierano incondizionatamente coi bosniaci, coi kosovari dell’Uçk (demonizzando i serbi), coi ceceni di Basaev (demonizzando i russi: curiosamente serbi e russi sono invisi anche all’Occidente) per il semplice fatto che sono musulmani, senza porsi alcun dubbio di carattere geopolitico sugli interessi serviti dalle cause da essi sostenute, tanto sono accecati dal settarismo e dalla partigianeria. Il massimo della cecità (e dell’insipienza geopolitica) è poi raggiunto quando i musulmani non sono disposti ad ammettere che la propaganda occidentale, pur di proporre un «popolo oppresso» – questa volta dalla Cina -, non si perita d’utilizzare dei musulmani quali gli Uighuri della provincia del Xinjiang (o Turkestan cinese): a sollevare il «problema» contribuiscono associazioni di uighuri basate negli Stati Uniti, quali l’Associazione degli Uighuri in America (UAA) e l’Uighur Human Rights Project.

[36] Cfr. E. Galoppini, Note sulla politica islamica degli atlantici, «Eurasia», 3/2005, pp. 223-226. Significativo, rivisto dopo tutto quel che è accaduto con «Mani Pulite», è un intervento dell’allora Presidente del Consiglio, Bettino Craxi, che il 6 nov. 1985, alla Camera, rivendicava la legittimità della lotta armata di liberazione nazionale condotta dai palestinesi: http://www.youtube.com/watch?v=9sDmx01ZNfA.

[37] In questa sede non c’è il tempo per approfondire questo aspetto, ma si legga intanto P. Rumi, L’Islàm nell’istante «unipolare», «Eurasia-rivista.org», 2 agosto 2005 (http://www.eurasia-rivista.org/cogit_content/articoli/EEkkAAZlEEGytNtwrs.shtml).

[38] Che, come si sarà compreso specialmente dopo la lettura dell’articolo di P. Rumi, manipolano anche i musulmani citati nel paragrafo g) del precedente paragrafo.

Guida alla scrittura di una tesi di laurea sulla “Primavera araba”

di Enrico Galoppini

fonte: Cese-m.eu, 21 gennaio 2014

 

Best of Egypt PhotosNell’ambito delle tesi di laurea assegnate in alcune facoltà umanistiche, è sempre più frequente la scelta, da parte dei candidati, di lavori di ricerca imperniati sulle cosiddette “rivolte arabe” e tutta quella serie di rivolgimenti sociali e politici ai quali è stata attribuita (dai “media globali”) la definizione di “Primavera araba”.

Senonché, molti, troppi laureandi navigano a vista, per giunta non sostenuti da docenti con la necessaria chiarezza di vedute. Perciò esiste il concreto rischio che queste tesi si risolvano in una diligente cronaca dei fatti (o meglio, di alcuni “selezionati” fatti), condita da amene
considerazioni sulla “libertà” e i “diritti umani”.

È così che ho sentito l’esigenza di proporre, a beneficio dei suddetti laureandi, un intervento nel quale sottolineo l’importanza dell’analisi geopolitica e degli strumenti analitici della geopolitica stessa, così come l’imprescindibilità di una visione d’insieme dei problemi di “politica internazionale”, tenendo costantemente presenti le linee-guida della recente “storia moderna”.

Una storia da leggere in un’ottica metastorica, ovvero dal punto di vista di una dimensione ‘sottile’ o ‘occulta’ che inevitabilmente s’insinua nelle umane vicende.

Cominciamo dunque col porre alcuni punti di carattere generale che non dovrebbero mai essere dimenticati in un lavoro di tesi di questo tipo.

Innanzitutto, guai a limitare l’analisi ad un solo paese. E nemmeno al solo “mondo arabo-islamico”.

Se, difatti, i sommovimenti ai quali i media hanno attribuito la suddetta ottimistica denominazione possono avere delle motivazioni endogene da non trascurare, non si può non considerare il quadro generale dei rapporti di forza a livello mondiale. All’interno dei quali, alcuni paesi piuttosto che altri (l’Egitto, ad esempio), così come alcune aree caratterizzate da una loro coesione, come il Maghreb o la regione siro-palestinese, risultano di particolare rilevanza strategica.

In poche parole, per venire a capo di qualcosa e non perdersi nei particolari più insignificanti, bisogna ricorrere per prima cosa all’analisi geopolitica, la quale considera solo in second’ordine i fattori socio-economici ed “ideologici” (anche in senso lato), sopravvalutati invece dagli stessi media e da buona parte delle “autorevoli” analisi che su questi hanno trovato ampio spazio.

In sintesi, si tratta – in questo come in altri casi di studio – di una lotta tra grandi potenze mirata a detenere il controllo delle dirigenze dei rispettivi Stati di questa regione imperniata sul Mediterraneo e posta al crocevia di Europa, Africa e Asia. Dirigenze le quali, una volte salite al potere, avendo una loro “ideologia” (anche di carattere religioso) cercano d’impostare le società da esse governate in base a quella. Senza dimenticare, poi, la disponibilità all’indebitamento perpetuo tramite “riforme strutturali” imposte dagli sponsor esterni, la messa a disposizione del proprio territorio per basi militari, lo sfruttamento delle materie prime e della manodopera locale eccetera…

Insomma, è bene entrare nell’ordine d’idee, che qui come altrove bisogna considerare il tutto nel quadro di una sorta di partita a scacchi tra i pochi attori che veramente possono dire di “fare politica” ad un livello mondiale. Una politica “globale”, dunque, attuata su tempi diversi a seconda dell’obiettivo di questo o quell’attore.

Ora, siccome l’obiettivo finale perseguito dagli “occidentali” è con tutta evidenza il Governo Mondiale (secondo una determinata scala valoriale socialmente onnipervasiva, un preciso sistema economico-finanziario fondato sul prestito ad interesse e la “moneta debito” eccetera), va da sé che anche questa “Primavera araba” – al pari delle “Rivoluzioni colorate” (Serbia, Ucraina, Georgia, Asia Centrale ecc.) – serve ad operare un cambio di dirigenza, quindi di alleanze, ma anche ad incoraggiare dei cambiamenti politico-sociali all’interno dei vari Stati interessati da questi rivolgimenti.

Dall’altra parte, in opposizione all’Occidente, vi sono la Russia e la Cina (non necessariamente d’amore e d’accordo su tutto), le quali non perseguono in alcun modo l’obiettivo strategico finale di dominare il mondo e di conformarlo alla propria scala di valori. Ma ad una cosa tengono senz’altro: il controllo di una “cintura di sicurezza”, che per la Russia va dall’Europa Orientale al Pacifico, passando per il Caucaso e l’Asia Centrale. Ma quella è la “fascia” per così dire minima, perché per la sua stessa incolumità la Russia (lasciamo perdere per ora la Cina) deve stare attenta a quel che accade sia in Turchia che nel Vicino Oriente.

In questa regione specifica, la Siria è da decenni un tradizionale alleato di Mosca, comunismo o non comunismo, a riprova che l’atteggiamento strategico non cambia col mutare dell’ideologia ufficiale.

E, soprattutto, non è cambiata l’ostilità occidentale verso la Russia, col che si è dimostrato definitivamente che l’anticomunismo – al di là delle diverse “ideologie” dell’uno o dell’altro attore globale – era una maschera utile per vari scopi (ad esempio, i golpe militari in America Latina).

In tale quadro, che per forza di cose non può che essere globale perché ormai è la politica internazionale che è a trecentosessanta gradi, l’importanza dell’Egitto non può sfuggire a nessuno dei contendenti. La questione è stata estremamente chiara nel periodo nasseriano e nella successiva “svolta” di Sadat: dall’alleanza con Mosca a quella con Washington, con annessa “pace” con Israele.

La situazione non è certo cambiata oggi. Con la Cina che va allargando a macchia d’olio la sua influenza commerciale. Questo per sottolineare che per prima cosa si deve guardare alla geopolitica, e poi a tutto il resto (situazione politica ed economica interna e tutto quello che mediamente appassiona i fruitori delle cronache dei giornali, come i “diritti umani”, la “condizione della donna” eccetera). Altrimenti non si riesce mai a darsi una spiegazione logica del perché di fronte a situazioni analoghe gli esiti sono completamente diversi: rivolta ed intervento occidentale in Libia e in Siria; oscuramento mediatico sulla repressione del dissenso nei paesi del Golfo).

L’argomento, come si può ben capire, è talmente vasto che, a mio parere, prima di mettersi a scrivere una tesi sulla cosiddetta “Primavera araba” centrata su un singolo paese o sull’insieme del “mondo arabo-islamico” bisognerebbe:

  • Acquisire i fondamentali della Geopolitica e, nello specifico, individuare le linee-guida seguite dalle “potenze del mare” (Regno Unito e Stati Uniti) e da quelle “della terra” (Russia, soprattutto, e Cina, parzialmente). Le quali, rispettivamente, seguono finalità diverse, ovvero differenti modelli di civiltà, e, in base a quelle, adottano differenti tattiche e strumenti adeguati.
  • Avere ben chiara una sintesi storico-geopolitica degli ultimi due-tre secoli, con la nascita degli Stati Uniti e del loro “messianismo”, l’emergere del “modernismo islamico” (Wahhabismo, in primis), la fine degli Imperi (russo, tedesco, austro-ungarico ed ottomano) e la nascita degli Stati-nazione nel Vicino Oriente, con tutto quel che ne è conseguito a livello di conflittualità permanente nella regione e non solo (pensiamo solo a quanto l’Italia – nazione mediterranea per eccellenza – coinvolta da tutto ciò), in specie a partire dalla nascita del progetto sionista e dalla conseguente edificazione del suo avamposto politico-territoriale-militare.
  • Leggere poi il risultato della Seconda guerra mondiale non con gli occhiali ideologici, ma con quelli della geopolitica (occupazione, per la prima volta, da parte degli Usa, di una parte d’Europa, ovvero della parte estremo-occidentale d’Eurasia, senza la quale non sarebbero state possibili le successive “guerre della Nato”, tanto per fare un esempio).
  • Tutto ciò premesso, anche il famoso “11 settembre” perde quell’aura da ‘Big Bang del XXI secolo’, inscrivendosi piuttosto in una prospettiva storica di lungo corso che deve considerare simultaneamente molti fattori.
  • Stabilire le insanabili differenze tra l’Islam tradizionale (inteso come atteggiamento verso il sacro ed il divino), che è il portato di una storia di quattordici secoli di elaborazione dottrinale, di devozione, di santi… e quello dei “modernisti” di ogni tipo, i cui antesignani, in epoca moderna, sono stati i wahhabiti e l’alleata dinastia saudita, a loro volta alleati di ferro degli “occidentali”.
  • Ultimo, ma non in ordine d’importanza, delineare il perché e il come si è sviluppato il rapporto simbiotico tra gli Stati Uniti ed Israele, individuando gli obiettivi a breve e a medio-lungo termine di un’alleanza che definire strategica e riduttivo.

Solo dopo l’esame analitico e sintetico di questi sei punti, da chiarirsi bene prima di procedere nel lavoro di ricerca eventualmente focalizzato su un “caso di studio”, si può passare ad una disamina di quel che è accaduto nel mondo-arabo islamico da tre anni a questa parte, senza perdere di vista gli sviluppi della cosiddetta “questione mediorientale”, di cui quella “palestinese” altro non è che la sua riproduzione in scala ridotta. Tanto per fare un esempio: non è possibile affrontare l’argomento “Primavera araba” se non si capisce bene il senso della Guerra del Golfo del 1991… Giusto per non dimenticare che questi fatti che ci vengono proposti all’ordine del giorno hanno radici nel passato, sia recente che più remoto. Un passato che si comprende solamente se si tengono insieme tutti i pezzi del mosaico.

L’errore capitale da non commettere, quindi, è quello di accostarsi all’argomento con lo stesso atteggiamento degli autori degli instant book, che per loro disinformazione o semplicioneria (o peggio), sfornano libri che lasciano il tempo che trovano (e, purtroppo, spazio nelle aule universitarie). Per di più, i loro autori sembrano completamente abbacinati dal “vento di libertà” o del “cambiamento” che una retorica dalla facile presa sul pubblico occidentale fa soffiare da un capo all’altro dell’ecumene arabo-islamico.

Capisco che quest’approccio sentimentale possa entusiasmare un pubblico generalista in cerca di emozioni, ma un analista serio (e lo stesso dicasi per un laureando) non può cadere in  queste allucinazioni, anche se il 99% delle “informazioni” più facilmente reperibili lo confortassero in tale impressione. Cioè, quella di essere in presenza di una storica pagina del “progresso umano”, all’alba di un “mondo nuovo” e via trasognando.

Cosa dire a costoro, dopo il ‘capolavoro’ perpetrato in Libia? Un paese dove dal punto di vista materiale non mancava nulla (quindi viene a cadere l’argomento “miseria”). Consideriamo invece come vivono adesso i libici (una specie di Somalia) e tiriamo le somme di chi ci ha guadagnato da tutta questa storia.

Eppure arriva sempre quello che obietta: “Ma prima non c’era la libertà!”. Bell’argomento la “libertà” (che per i più ormai coincide col “fai quello che vuoi”), se poi non funziona più nulla, la legge è sostituita dall’arbitrio delle bande armate (per di più fanatizzate) e quanto di incontestabilmente buono era stato fatto per il benessere della popolazione dal defunto Gheddafi (soprattutto se lo si paragona ad altri paesi arabi ed africani) viene sistematicamente smantellato tanto per dire che c’è il “cambiamento”!

E non è tutto, poiché con la bussola della geopolitica, la quale c’invita a sempre ad individuare quel fil rouge che unisce ogni anello della catena all’altro, ci si accorge che la distruzione della Jamâhîriyya è scaturita solo dopo le “rivolte” in Tunisia ed Egitto… e dopo di essa è scoppiato il caos in Mali, con tentativi d’infiltrazione in Algeria, paese importantissimo dal punto di vista energetico col quale Russia ed Italia hanno ottimi rapporti… La stessa Algeria già devastata negli anni Novanta da una “Primavera araba” ante litteram, sfociata in uno scenario che abbiamo visto replicato in Siria. Per non parlare del Trattato stipulato tra Libia ed Italia appena un anno prima della devastazione giustificata dal solito can can mediatico, tenendo sempre presente che i “media” sono un’arma a tutti gli effetti, al servizio di quelle convenzionali, quando se ne presenta l’esigenza per chi detiene il controllo di entrambe.

La Siria è poi un ottimo esempio per capire “chi sta dietro chi”. Da una parte c’è il governo, sostenuto dalla Russia e dall’Iran (e dalla Cina, più defilata), dall’altra gli occidentali: Usa, Israele, Unione Europea, sebbene all’interno di quest’ultima vi siano differenti posizioni (tipica quella italiana, che non può tradire la sua vocazione geopolitica mediterranea unicamente a favore degli interessi euro-atlantici), e le petromonarchie del Golfo, portatrici dell’ideologia islamica “modernista” e che sostengono una variegata galassia di movimenti politici ed armati. Questo è un punto molto importante da capire: l’alleanza tra i “modernisti islamici” e gli occidentali, che data – in maniera quantomeno evidente – almeno dalla guerra in Afghanistan contro i russi del 1980, ma che in realtà è cominciata ben prima perché esistono delle dinamiche più profonde che non si evidenziano a chi osserva le questioni solo in superficie.

Col che torniamo alle “ideologie”, o meglio alle “visioni del mondo”, collegate alle “obbedienze” e alle “affiliazioni” più o meno occulte, che in un primo momento ho intenzionalmente accantonato per focalizzare l’attenzione sull’analisi geopolitica.

Intendo dire che le “ideologie” non vanno sopravvalutate per l’uso esplicito ed evidente che questo o quello Stato ne fanno, mentre sono da tenere nella massima considerazione ad un livello per così dire “occulto”. Ovverosia, nulla è mai come sembra, poiché esiste una dimensione della storia e della politica che va molto più in profondità rispetto alle denominazioni partitiche e statuali, nonché alle “correnti di pensiero” ufficiali. Per questo motivo, quando non si riesce a darsi ragione di “inspiegabili” alleanze o di incomprensibili “giri di valzer”, oltre che la mera comunione d’interessi più o meno contingenti bisogna considerare quello che agisce “dietro le quinte”.

È quindi essenziale individuare la “visione del mondo”, o meglio il modello di civiltà ed il corrispondente “tipo umano” incoraggiato da questo o quell’attore globale per comprendere veramente quali sono le sue finalità a lungo termine, al di là degli aggiustamenti tattici.

Detto ancora più esplicitamente, poiché ogni gerarchia è riflesso di gerarchie che si situano su piani “invisibili”, sia al di sotto che al di sopra di quello umano, è essenziale, al fine di capire davvero il significato di un qualsiasi fenomeno storico, politico e sociale, collegare le élite e le dirigenze che ne sono protagoniste alle influenze “celesti” o “infere” di cui esse si fanno veicolo avendo ad esse indirizzato il proprio culto.

Col che il cerchio si chiude, comprendendo che se da una parte l’analisi geopolitica spiega molto e rappresenta il punto di partenza dell’indagine, alla fine si deve operare lo sforzo di capire quale tipo di civiltà è perseguito da un attore globale piuttosto che un altro.

L’uomo, in definitiva, è la posta in palio di tutto, in una prospettiva che consideri la presenza e l’influenza di forze “non umane”, con cui gli uomini cercano di mettersi in contatto, mettendosi letteralmente al loro servizio.

Capisco che quest’ultimo punto possa risultare “criptico” per qualcuno, e che non possa essere facilmente affrontato in sede di tesi di laurea, anche considerando lo spazio ed il tempo che le si possono dedicare. Inoltre, accostarvisi implica una certa disposizione d’animo sia del docente che del laureando, pertanto mi solo limitato a mettere la pulce nell’orecchio, offrendo la mia disponibilità per eventuali approfondimenti, essenziali, ripeto, per comprendere davvero il “senso della storia”, di cui la cosiddetta “attualità” altro non è che una distorsione percettiva creata ad arte per dare libero sfogo all’apparato mediatico e alla superficialità che esso induce.

Veniamo in chiusura a qualche rapido consiglio bibliografico e sitografico.

Partiamo coi libri del CeSEM – Centro Studi Eurasia-Mediterraneo (http://www.cese-m.eu/cesem/category/biblioteca/), che ha pubblicato dei testi sul Qatar, la Siria, la Libia eccetera nel quadro delle “rivolte” in oggetto e che ha in progetto di pubblicarne altri.

Anche la rivista di studi geopolitici “Eurasia” ha affrontato a più riprese l’argomento, sia sul fascicolo trimestrale cartaceo sia sul suo sito internet (http://www.eurasia-rivista.org/).

In particolare, ha dedicato un intero fascicolo a L’Islamismo contro l’Islam? (http://www.eurasia-rivista.org/lislamismo-contro-lislam-3/17958/) di cui, in rete, è possibile leggere l’editoriale del direttore, C. Mutti: http://www.eurasia-rivista.org/lislamismo-contro-lislam/17951/.

Mi sia permessa poi un’autocitazione: al seguente indirizzo si può leggere un mio intervento sulle “rivolte arabe” (http://www.eurasia-rivista.org/primavera-araba-o-fine-dei-tempi/16497/), il quale, in forma ridotta, riprende un articolo uscito il 6 aprile 2011 su un sito attualmente cessato (“Europeanphoenix”). Tuttavia, svolgendo una rapida ricerca l’ho ritrovato al seguente indirizzo: http://www.terrasantalibera.org/primavera_araba_fine_tempi.htm. Non si tratta di un “articolo scientifico”, beninteso, ma di un’analisi d’insieme del problema, in base alle informazioni in mio possesso, secondo il mio modo di vedere e della capacità che ho sviluppato di mettere insieme le varie tessere del mosaico.

Come si può facilmente comprendere, non posso che consigliare libri, riviste o siti critici verso la “versione ufficiale”, poiché l’apparato “informativo” è gravemente sbilanciato in senso pro-rivolte e “primavere” (fatta salva una svolta, notata in Italia, sia su alcune tv che alcuni giornali a diffusione nazionale, a partire da qualche mese, cioè da quando i Fratelli Musulmani sono stati messi fuori gioco in Egitto…).

Il primo libro serio (nel senso di “argomentato”) scritto su quest’argomento – mentre uscivano già molti instant book – è stato Capire le rivolte arabe, di D. Scalea e P. Longo. Qui segnalo il sito di riferimento del libro: http://rivoltearabe.blogspot.it/. Esso parte da una prospettiva di largo respiro per inquadrare la questione particolare. Non entra in quella dimensione “occulta” cui accennavo poc’anzi, ma difficilmente la si troverà trattata in libri specifici sull’argomento.

Per chi, tuttavia, non si accontentasse delle chiavi di lettura politiche, economiche e sociali, è senz’altro consigliabile leggere un intervento, pubblicato a suo tempo sul sito di “Eurasia”, che espone sinteticamente l’azione sovversiva di un certo Islam “modernista”: http://www.eurasia-rivista.org/cogit_content/articoli/EEkkAAZlEEGytNtwrs.shtml. Un Islam che vediamo all’opera in prima fila nelle “rivolte”, tatticamente al fianco dei cosiddetti “blogger” e paladini dei “diritti umani”… e del quale ho tentato un inquadramento, alla luce delle sue più recenti sortite in quest’articolo uscito per “Africana”: Chi manovra i “modernisti islamici”? (XVII, 2012, pp. 141-148, che adesso è possible leggere anche sul sito del CeSEM: http://www.cese-m.eu/cesem/2014/01/chi-manovra-i-modernisti-islamici/).

Altra lettura a mio avviso utile per togliersi un po’ di idee fantasiose sulle “magnifiche sorti e progressive” della “Primavera araba” è Rivoluzioni S.p.A., di A. Macchi (qui una recensione: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/28/alfredo-macchi/200498/), che approfondisce il tema della preparazione dell’humus “rivoluzionario” ad opera dei “pensatoi” occidentali (i famosi think tank). Si comprenderà immediatamente il nesso tra le “Rivoluzioni colorate” e la “Primavera araba”.

Può essere interessante anche un libro dell’ex ministro socialista G. De Michelis: http://www.amazon.it/Mediterraneo-ebollizione-Cause-prospettive-Primavera/dp/8874933126/ref=sr_1_19?ie=UTF8&qid=1390152505&sr=8-19&keywords=primavera+araba. Lo segnalo giusto perché essendo De Michelis un politico della cosiddetta “Prima Repubblica”, quindi di un’Italia meno servile verso la Nato rispetto alla “Seconda”, esso espone qualche riflessione interessante, tanto più che l’editore Boroli ha pubblicato qualche testo che tratta di geopolitica.

In inglese esiste Arab Monitor, alla cui newsletter ci si può iscrivere:
http://www.al-monitor.com/pulse/home.html. Ben fatto e costantemente aggiornato, con approfondimenti variegati e sempre ben documentati ed argomentati.

In francese c’è il Reseau Voltaire: http://www.voltairenet.org/fr (anch’esso ha una newsletter), animato da Thierry Meyssan, che probabilmente è il primo che ha scritto un libro che smonta la “versione ufficiale” dei fatti dell’11 settembre 2001. Gli articoli sono ricchi di spunti di riflessione. Questo sito è utile anche per capire il lavorio compiuto da “Ong” e simili prima delle “rivolte”, cosicché si potrà tastare il polso della loro “spontaneità” (d’altronde, di “spontaneo” non c’è mai nulla). La tendenza generale è filo-russa e molto critica verso la “Primavera araba”.

Per il resto, digitando “primavera araba” o “rivolte arabe” sul sito di una libreria on line ben fornita (ad esempio Hoepli.it), non si faticherà a trovare molti titoli, dal valore dubbio e disparato, tra i quali direi che merita d’essere letto quello di M. Campanini (si scorra tra i risultati della ricerca; http://www.hoepli.it/cerca/libri.aspx?ty=1&query=primavera+araba&arg=), se non altro perché è uno studioso serio, ancorché con le sue preferenze (come tutti hanno, del resto).

Ho omesso testi specifici sulla politica e la storia dei singoli paesi arabi, come altri sulla storia in generale del mondo arabo e islamico, tuttavia in extremis mi sento di consigliare vivamente la lettura di un libro oggi scomparso persino dal catalogo dell’editore (Jaca Book), che a suo tempo ebbe il pregio di spalancarmi letteralmente gli occhi. Si tratta di A.B. Mariantoni, Gli occhi bendati sul Golfo (1991), che si trova in formato .pdf sul sito stesso dell’autore (purtroppo deceduto): http://www.abmariantoni.altervista.org/vicinooriente/Occhi_bendati.pdf.
Concludendo quest’intervento, senza alcuna pretesa di completezza e di sistematicità, esprimo la speranza di aver contribuito a fornire qualche notizia o spunto di riflessione in più a beneficio di chi si accinge a redigere un lavoro di tesi di laurea avente per oggetto la cosiddetta “Primavera araba”.

Chi manovra i “modernisti islamici”?

di Enrico Galoppini

timbuctu_destruction“Timbuctu è in mano agli integralisti islamici”: così titolavano giornali ed agenzie ai primi di luglio 2012, che riferivano di distruzioni di moschee e santuari da parte dei militanti di Ansâr ed-Dîn, i quali avevano preso il controllo della città santa del Mali[1].

Qui non c’interessa entrare nel merito dello scontro tra questi e il governo, e tra i medesimi e i tuareg “laici”, fino a pochissimo tempo prima loro alleati. Ma una cosa va detta: senza l’eliminazione di Gheddafi, che non era affatto un “ateo”, questo pandemonio in Mali – che segue quello in atto in Libia, con protagonisti vittoriosi dalle analoghe ristrette vedute – non sarebbe stato possibile. Quindi se lo segnino bene tutti quelli che adesso piangono lacrime di coccodrillo, perché chi più chi meno hanno tutti lavorato per produrre questo capolavoro.

E lasciamo pure perdere il fatto che Timbuctu è considerata “patrimonio mondiale dell’umanità” dall’Unesco, poiché l’importanza, il valore di una città, di un sito, e tanto meno di un luogo sacro, non viene certo data, come si vorrebbe far credere, dalla “certificazione” da parte di un’agenzia delle Nazioni Unite, che sappiamo per quali motivi sono state istituite: preparare il “governo unico mondiale” senza Dio, con tutte le conseguenze che ne derivano.

Detto questo, passiamo ad esaminare perché questi “fondamentalisti” infieriscono con particolare veemenza e furore su quei luoghi di culto islamici, e sottolineiamo islamici, che ospitano le spoglie di personaggi considerati “santi”, modelli di pietà e virtù dalla locale popolazione (e non solo), la quale – dopo averli seguiti finché erano in questo mondo – vi si reca in “visita”[2] per beneficiare della baraka che ne promana, delle sue “influenze spirituali” ed ottenere così una “intercessione” presso il Signore, e non certo per adorarli quali “dei”[3].

Per prima cosa, al riguardo del “culto dei santi”, degli awliyâ’[4] in Islam, vi è da dire che esso è completamente “islamico”, mentre tutti questi “modernisti”, “salafiti”, “wahhabiti” e chi più ne ha più ne metta lo ritengono “blasfemo”, da “idolatri”. La loro argomentazione principale è che per salvaguardare il principio del tawhîd (Unità ed Unicità divine: il Principio non può che essere uno e unico) bisogna evitare assolutamente tutto ciò che fa incorrere il musulmano nell’errore di “associazionismo” (shirk), ovvero quello di attribuire a Dio dei “pari”.

Ora, fin qui (la concezione “non duale”) siamo tutti d’accordo, tuttavia per ‘eccesso di zelo’ accade che questi calvinisti d’Arabia, a furia di togliere legittimità a tutto quel che può risultare un supporto, un sostegno intermedio, una ‘rampa di lancio’ per facilitare l’elevazione del credente sino al grado più alto, quello della Realizzazione spirituale appannaggio solo degli “eletti”, finiscono per fare completamente “terra bruciata” lasciando le persone, ancorché animate da buone intenzioni, alla mercé della cosa più pericolosa che esista: il proprio metro di giudizio[5].

I “modernisti”, infatti, da cui derivano i “salafiti”, i “takfiri” eccetera, ritengono che ciascuno, nel proprio cammino di “conoscenza” (realizzare intimamente, con “certezza assoluta”, che tutto è Dio e che Dio è ovunque) debba fare affidamento solo sul proprio sforzo; che ogni essere umano in fondo sia “il maestro di se stesso”. Tutt’al più riconoscono l’autorità di “sapienti” usciti da determinate scuole, tutti invariabilmente della loro ideologia. Ma guai a parlare di “santi”, di “realizzati”, di “maestri”: per loro non ne esistono, salvo poi prendersene di virtuali, “di carta”, televisivi, o peggio ancora su internet, e qui cade a pennello la selva di canali satellitari che rincitrulliscono chi crede che basti spaparanzarsi in poltrona a casa e sorbirsi il predicozzo di qualcheduno che “buca lo schermo” da uno studio televisivo per ritenere di avere una guida autorevole e, soprattutto, in contatto con le “entità” benefiche che abitano il “mondo dell’invisibile” (‘âlam al-ghayb).

Ora chiunque può comprendere che se si nega che vi possano essere uomini in grado di stabilire in vita, da quaggiù, una “connessione” di questo tipo, si nega implicitamente l’esistenza del “mondo dell’invisibile”, menzionato a chiare lettere dal Corano[6].

Per questi Savonarola dell’Islam, da dottrina completa e quindi vera nella misura in cui traduce in linguaggio intelligibile per gli uomini di un’epoca (quella del Kali Yuga)[7] i dati della metafisica (che per sua essenza è una), l’Islam si trasforma in “Islamismo”, in una “ideologia religiosa”. Un po’ come il Sionismo, che lungi dal rappresentare l’Ebraismo è nient’altro che una sua interpretazione ideologica che grazie all’azione concomitante di vari fattori ha preso completamente la scena al punto che sia i suoi fautori sia i suoi detrattori lo identificano tout court con la tradizione ebraica. Con il moderno “fondamentalismo islamico” il discorso è analogo: si tratta né più né meno che di un’interpretazione ideologica dell’Islam, che ipso facto produce un’esiziale incomprensione di cosa sia davvero l’Islam, il quale diventa, agli occhi di chi non ne sa nulla (gli “occidentali”), comprensibilmente odioso e “barbaro”[8].

Siamo dunque di fronte ad una manifestazione di “riduzionismo”, ad una semplificazione risultante da una fondamentale incomprensione che, com’è tipico di chi ha compreso ben poco, si vuole imporre a tutti quanti. In pratica si riconosce che esiste la vetta della montagna e che bisogna arrivarci, ma sul percorso e, soprattutto, sul fatto che esistano delle “guide esperte”, si glissa allegramente. Si pensi un po’ a che fine farebbe uno sprovveduto ed improvvisato alpinista qualora decidesse di salire sulla vetta dell’Everest armato solo di cartine, diari di famosi scalatori e tutto il meglio dell’attrezzatura disponibile! Certo, alla fine ciascuno fa le ‘sue’ esperienze, ed in questo il suo viaggio è ‘unico’, diverso da quello degli altri, mentre lo sforzo profuso non è invano (non è la stessa cosa farsi portare lassù con un elicottero!), ma la meta è la stessa per tutti e da lassù si vede lo stesso panorama: si domina il mondo e si comprende che cosa è il “reale”. Questi “modernisti”, invece, convintisi che non è possibile raggiungere la vetta della montagna preferiscono divorare biblioteche intere di saggi ed enciclopedie sull’alpinismo e l’arrampicata, gareggiando a chi ne sa di più, ma guardiamoci bene dal prenderli come “guide” perché al primo crepaccio, senza alcuna esperienza, vi finirebbero dentro trascinandovi gli incauti compagni di cordata.

La ‘montagna’, poi, bisogna amarla, e non farne un argomento da “record”, come ha spiegato un’infinità di volte Reinhold Messner. L’analogia funziona anche qui: non si può sperare di ottenere “virtude e conoscenza” solo con la “testa”…

Cosa resta dunque a chi fa della “conoscenza” solo una questione d’erudizione? Per di più brandendola come una scure all’indirizzo di “apostati” (kuffâr) di cui si ha bisogno come l’aria per fortificarsi nella convinzione d’avere sempre ragione? L’affidamento alle facoltà razionali.

Ne abbiamo una plastica rappresentazione nella questione della distruzione di una porta di un celebre mausoleo a Timbuctu, tenuta chiusa per decenni, o forse ancor di più. La tradizione locale riporta che l’apertura di quella porta sarebbe avvenuta solo “alla fine dei tempi”… Allora, gli aderenti a Ansâr ed-Dîn, in segno di sfida alla “creduloneria” locale, hanno abbattuto quella porta, e naturalmente non è successo “niente”… Al che avranno certamente gongolato pavoneggiandosi per questa vittoria sulla “superstizione”!

La cosa che davvero lascia esterrefatti è la coincidenza tra le posizioni degli scettici, atei e razionalisti con quelle dei “protestanti dell’Islam”, per i quali tutto va compreso e confutato in maniera razional-materialista.

Essi, poveretti, non si rendono conto che il punto importante non che “non è successo nulla”. L’importante è invece che hanno sfondato quella porta, che hanno superato “il limite”. Così hanno, senza rendersene conto, “inverato la profezia”. Ma facendo affidamento sulle mere facoltà razionali dell’uomo – il che li rende indifesi di fronte allo psichismo inferiore – essi agiscono credendo di operare in un senso quando in realtà lavorano per forze intente a realizzare l’esatto contrario di ciò in cui credono. In pratica, essi ritengono di agire per “sfatare la profezia”, mentre sono proprio loro che la “realizzano”! Tutto ciò è terribilmente perfetto ed inesorabile.

Fra l’altro la distruzione della porta di Timbuctu e di vari altri santuari in tutto il mondo islamico, significativi anche perché radicano l’Islam in un tessuto locale, esattamente come i santuari cattolici (e guarda caso i protestanti non ne hanno), è analoga alla demolizione dei “buddha di Bamyan” in Afghanistan ad opera dei Talebani. Come in quell’occasione, si parla di “scempio verso la cultura”, di “intolleranza religiosa” e via discorrendo, senza cogliere il punto essenziale, ancor più semplice da individuare quando a cadere sotto la furia dei “puritani islamici” sono santuari e luoghi di culto dell’Islam stesso.

Si tratta forse di ‘sigilli’, di opere di ‘protezione’ che finché sussistono impediscono la penetrazione (o la fuoriuscita) d’influenze dissolutrici? Lo sviluppo degli eventi, in tutto il mondo islamico, non tarderà a mostrarci se ci siamo sbagliati o meno…

Ma non è finita qui. Perché l’altra grande domanda che a questo punto dobbiamo porci è: chi manovra i “modernisti islamici”?

Segnaliamo subito un fatto curioso: da quando è cominciata la cosiddetta “Primavera araba”[9], i “militanti islamici” sono ridiventati improvvisamente “simpatici”[10], da che erano dipinti – fino ad un paio d’anni fa, quando Obama, novello Kennedy, “tese la mano all’Islam” col suo discorso del Cairo – come degli autentici mostri che minacciavano i cosiddetti “Paesi arabi moderati”.

Abbiamo spiegato nella prima parte di quest’articolo qual è la mentalità di questi “modernisti” e da che ‘pulpito’ – forse sarebbe meglio dire da che ‘abisso’ – giunge la loro ‘predica’. Abbiamo anche indicato in ogni forma di “modernismo” un fenomeno di riduzionismo, quindi di fondamentale incomprensione di che cosa siano le realtà spirituali, che sono per l’appunto “realtà”, di una concretezza diversa da quella delle cose ordinarie, ma non bei discorsi e né la sopravvalutata “erudizione” di cui si vantano troppi musulmani odierni.

D’altra parte, se il buongiorno si vede dal mattino, sono da attendersi queste ed altre ‘imprese’, ben poco… ‘edificanti’: quando i wahhabiti (che non sono sunniti!)[11] conquistarono per la prima volta Medina, nel XVIII secolo, non esitarono a distruggere persino la tomba del Profeta dell’Islam, e ancora oggi di fatto impediscono il regolare svolgimento degli atti di devozione, al suo cospetto, che milioni di fedeli anelano a compiere quando si recano in Arabia per il Pellegrinaggio (o la “visita”, la ‘umra) presso “la Casa di Allâh”.

La furia ‘iconoclasta’ di questi “puritani dell’Islam” (motivo per cui van d’accordo alla perfezione con l’Angloamerica) non accenna a placarsi, dall’Egitto alla Tunisia: nel primo, addirittura, in un delirio che non teme di sfociare nella buffoneria, vi è chi propone di demolire le piramidi, simboli del “paganesimo”[12]! E non poteva mancare la Libia, vittima predestinata dopo la destabilizzazione dei due Stati vicini, sempre in nome della “lotta alla superstizione” e di un “Islam autentico” dai tratti razionalistici che si sta diffondendo purtroppo a macchia d’olio anche in Europa grazie all’azione di organizzazioni che, commettendo un pasticcio inescusabile, cercano, un po’ perché ci credono e un po’ perché sono dei furbacchioni, di presentarsi presso “istituzioni” compiacenti come i portabandiera di un assurdo ed improponibile connubio tra “Islam e democrazia”, peraltro sostenuto a livello accademico da una sfilza di “sociologi dell’Islam” uno più incompetente e in malafede dell’altro. E tutti uniti appassionatamente – gli uni protagonisti della “primavera”, gli altri incanalando il sapere universitario in un alveo rassicurante – al servizio della loro vera ‘madrepatria’: il “mondo moderno”, nel quale si trovano entrambi a loro agio e di cui la “democrazia” è il totem indiscutibile, tanto che – senza spiegare bene da dove ciò trarrebbe legittimità dottrinale – appena una “rivolta” va a buon segno i Freedom Fighters sotterrano l’ascia di guerra ed inaugurano la stagione dei ludi elettorali, mostrando felici ai media delle stesse cricche usurocratiche che hanno finanziato le “ribellioni” il pollice intriso d’inchiostro di chi finalmente s’è messo al collo il giogo della partitocrazia e del relativo governo dei peggiori.

In Libia, quelli che ‘qualcuno’ ha denominato “drogati” e “ratti della Nato”, dopo aver servito da truppe cammellate dei “liberatori”, si sono dunque dati alla loro attività preferita[13], che è quella di profanare ciò che è completamente fuori dalla loro portata intellettuale[14]. Essi si dedicano a maledire e distruggere ciò che non capiscono, perché come tutti gli ignoranti, adusi a semplificare, vanno fuori di testa al pensiero che esista qualche cosa in grado di sfuggirgli, che gli è completamente precluso. E, colmo del ridicolo, si pavoneggiano delle loro nefande azioni, facendo a gara a chi grida più a perdifiato Allâhu akbar (“Iddio è più grande”), come per dimostrare che siccome l’ira del santo di turno, dell’intimo di Dio (il walî), non s’è scaricata sugli autori del gesto, ciò significherebbe che tutta la devozione nei suoi confronti era decisamente mal riposta poiché il Signore non ha fatto nulla per difenderne il mausoleo, né ha ‘folgorato’ gli autori della distruzione. Sembra di vedere all’opera dei positivisti ottocenteschi, tanto queste ‘dimostrazioni’ sono puerili e demenziali[15]. Questo punto non verrà mai sottolineato abbastanza per comprendere la “decadenza islamica” rappresentata da queste tendenze “moderne”, che solo qualcuno a digiuno di che cosa sia la Tradizione può scambiare per “rinascita”.

Una delle ultime bravate di questo tipo nella “Libia liberata” (quella per intendersi, ripiombata sotto il tallone dell’usura e dei suoi “prestiti”, quella del nuovo sottosviluppo camuffato da “tradizione” , quella della svendita di tutti i settori strategici che configurano la sovranità di una nazione, quella di un tribalismo inconcludente) è stata la distruzione, da parte di una massa di pecoroni aizzati dal peggior tipo di ‘pretaglia’ che esista[16], della moschea-mausoleo di ‘abd as-Salâm al-Asmar[17], di cui esiste anche una sconcertante testimonianza filmata[18].

Questo luogo di culto e di devozione, che conteneva circa 5.000 volumi finiti in cenere (avranno controllato che non ci fossero opere di Ibn Taymiyya, il loro preferito!), non è l’unico finito sotto le grinfie di questa ciurmaglia fanatizzata. A Tripoli, come scimmie ammaestrate, hanno demolito a colpi di bulldozer[19] un altro importante luogo di devozione (islamico, sottolineiamolo ancora per chi avesse cominciato a pensare che questi “musulmani” ce l’hanno con dei non musulmani)[20]. Ma al santuario di Sîdî Ahmed az-Zarrûq[21], gli stessi invasati hanno superato se stessi, svignandosela con la salma del sant’uomo lì sepolto[22].

Le “autorità” sedicenti tali, giunte a Tripoli sul ‘tappeto volante’ della British Airways, prendono le distanze, ma è un film già visto, poiché anche in Italia nei primissimi anni post-“Liberazione” erano all’opera, con licenza di uccidere e devastare, bande di “puri dell’Idea resistenziale”, evidentemente lasciate fare su ordine del vero padrone, che non era certo il governicchio degli ex di “Radio Londra” e dei ‘villeggianti’ al “confino”, ma quello che aveva stabilito la subitanea eliminazione del capo del Fascismo e la sparizione della sua famosa cartella con documenti “compromettenti”.

A proposito di bulldozer, è interessante notare che quando Israele distrugge le proprietà palestinesi coi medesimi sbrigativi mezzi, si scatena giustamente un’unanime esecrazione da parte islamica, ma in questo caso, specialmente da parte dei ‘primaverandi’, felici delle loro ‘moschee dell’Ikea’[23], non si erge la benché minima critica.

I leader religiosi di questi ultimi, inoltre, sono perennemente imbufaliti, lanciano anatemi a destra e a manca, puntano il dito sempre contro qualcuno, ma poi, quando arrivano le palanche di qualche “emiro”, come per incanto diventano mansueti come agnellini e disposti a tollerarne ogni marachella: pecunia non olet, specialmente se sa di petrolio.

Mi chiedo come ci si possa prendere a “guida spirituale” individui che non promanano alcun senso di pace, di fratellanza, di amore[24] nel vero senso della parola, pur nelle necessarie intransigenza ed adesione allo spirito vivificatore della lettera del Messaggio (Risâla), pena lo scadimento nello “spiritualismo” e nell’irrazionale, l’altro polo dello sfaldamento dell’autentica spiritualità (e con essa dell’uomo al quale è destinata), assieme al letteralismo razionalista di cui questi “duri e puri” sono la più recente manifestazione.

Mi chiedo anche dove vogliono arrivare quando avranno consegnato tutte le sponde meridionale ed orientale del Mediterraneo a costoro. Ci metteranno il terrore mediatico addosso per imbarcarci così in una nuova stagione dello “scontro di civiltà” a beneficio del divide et impera nel Mediterraneo? La Nato li aiuterà ad attaccarci e a colonizzarci qualora tentassimo di sbarazzarci dei nostri pluridecennali occupanti? Eh sì, perché questi signori – a parte il pulcherrimo attentato dell’11/9 attribuito ad Osama bin Mossad – non sembrano affatto interessati a nuocere all’America e all’Inghilterra, che anzi ammirano in cuor loro e poi odiano perché l’ammirazione non è ricambiata, ma sono costantemente disposti a seminare morte e distruzione in tutti quei paesi che periodicamente l’Occidente individua come “il nemico” da distruggere: prima l’Afghanistan con la scusa del “comunismo ateo” (perché, l’Occidente non è “ateo”?), poi la Jugoslavia con la scusa della “pulizia etnica” (a senso unico), poi l’Algeria con la scusa del “pericolo fondamentalista” (da essi stessi alimentato per rovesciare un governo inviso!), poi la Cecenia con la scusa che comunque i russi sono sempre “comunisti” ed “ubriachi”, poi la “primavera araba” con la scusa delle “tirannie” (a geometria variabile)… E il prossimo obiettivo su commissione chi sarà? L’India perché “adorano le vacche”? La Cina perché mangiano maiale con funghi e bambù? La Chiesa cattolica perché la Trinità è “pagana”? L’Iran e gli sciiti perché sono “eretici”? Insomma, la lista dei “cattivi” consegnata da qualche James Bond assieme alla valigetta coi dobloni è ancora lunga, e nemmeno alla fine si scorge il nome dell’Angloamerica. No, per loro, alla prova dei fatti, e non di qualche fanfaronata plateale che non costa nulla, il problema non sussiste.

Qualcuno piuttosto famoso tra i musulmani, l’Imam Khomeyni, certamente consapevole che l’Avversario è ben altro che un accidente del mondo, ebbe a definire l’America “il Grande Satana” e una certa concezione della sua medesima religione “l’Islam americano”. Si dice anche che l’astuzia più abile del Demonio sia quella di far credere che non esiste. Ecco, questi “modernisti islamici” non saranno arrivati a tanto, ma di sicuro lo scambiano di continuo con qualcun altro.

Fonte:  “Africana. Rivista di studi afro-asiatici”, XVII, 2012, pp. 141-148 (per gentile concessione).

NOTE

[1] ROSSELLA BENEVENIA, Mali: integralisti distruggono entrata moschea a Timbuctu, “Ansa.it” 3 luglio 2012 (http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2012/07/02/MALI-INTEGRALISTI-DISTRUGGONO-ENTRATA-MOSCHEA-timbuctu_7128503.html).

[2] Il termine arabo per “visita” è ziyâra, dal verbo zâra/yazûru, che significa appunto “visitare”, utilizzato anche in senso più generale e meno “tecnico”.

[3] Su tale importantissima pratica, riscontrabile in moltissime tradizioni, cfr. NELLY AMRI, Le corps du saint dans l’hagiographie du Magherb médiéval, pubblicato il 5 settembre 2012 sul sito “al-Simsimah” (http://alsimsimah.blogspot.be/2012/09/le-corps-du-saint-dans-lhagiographie-du.html).

[4] Sing. walî, da una radice che veicola il significato di “vicinanza”, “amicizia”, quindi di “governo per conto di” (in questo specifico caso, “per conto del Signore”).

[5] Sulla questione della “liceità”, dal punto di vista islamico, della pratica della “visita” alle tombe dei santi e di tutto quel che vi attiene, un testo di riferimento è Rudûd wa munâqashât ‘alà mâ warada fî kutayyibât “ash-shirk wa wasâ’iluhu ‘inda fuqahâ’ al-madhâhib al-arba‘a” [Repliche e discussioni riguardo ai libelli (della serie) su “L’associazionismo e i suoi strumenti presso i giurisperiti delle quattro scuole di diritto”], quello pubblicato dalla Idârat al-iftâ’ wa al-buhûth – Qism al-buhûth [Direzione delle fatwa e delle ricerche – Dipartimento per le ricerche] (senza riferimenti di luogo e data). Qui, per “associazionismo” s’intende quel che talvolta è tradotto malamente con “politeismo”: tecnicamente, lo shirk consiste nell’associare, nella pratica e nel pensiero, altri “dei” all’Unico Dio; si tratta, in altre parole, della sanzione dell’errore in cui cade chi professa in qualsiasi modo una concezione dualista.

[6] A partire dalla sûra II, v. 3.

[7] Sulla dottrina dei “cicli cosmici”, una delle migliori opere disponibili è quella di GASTON GEORGEL, Le quattro età dell’umanità, (trad. it.) Il Cerchio, Rimini 1982 (ed. orig. In francese Archè, Milano, 1975).

[8] Qui per “occidentali” non s’intende coloro che abitano una determinata area del pianeta, bensì tutti quelli che condividono, adeguandovi il loro modo di vita, la visione del mondo “moderna”, caratterizzata essenzialmente dall’ateismo (che può camuffarsi in vari modi, tra i quali vi è il cosiddetto “laicismo”). “Occidentale”, pertanto, è sinonimo di “moderno”.

[9] Rimandiamo al nostro “Primavera araba” o “fine dei tempi”?, pubblicato su “Europeanphoenix.it” il 6 aprile 2011 (il sito è cessato, ma l’articolo adesso si trova anche qui: http://www.terrasantalibera.org/primavera_araba_fine_tempi.htm).

[10] Lo sono stati già molte volte, all’epoca della guerra contro l’Urss in Afghanistan, durante lo smembramento della ex Jugoslavia, di nuovo in funzione anti-russa in teatri come la Cecenia, l’Ossezia, il Daghestan ecc.

[11] MOHAMED OMAR, I sunniti sono oppressi in Arabia saudita, non in Siria, “Eurasia-rivista.org”, 13 agosto 2012 (http://www.eurasia-rivista.org/i-sunniti-sono-oppressi-in-arabia-saudita-non-in-siria/16750/).

[12] Cfr. I salafiti: “Le piramidi vanno distrutte. Sono simboli pagani”, “Il Messaggero”, 13 luglio 2012 (http://www.ilmessaggero.it/primopiano/esteri/i_salafiti_le_piramidi_vanno_distrutte_sono_simboli_pagani/notizie/208009.shtml).

[13] Cfr. Libia: attacchi ai mausolei, dal sito di “Euronews”, 26 agosto 2012 (http://it.euronews.com/2012/08/26/libia-attacchi-ai-mausolei/).

[14] Qui adottiamo la definizione di “intelletto” secondo la quale si tratta della conoscenza intuitiva, del cuore, non della mente.

[15] Si potrebbe proporre un ardito accostamento. Quelli che si radunano sotto la croce e chiedono al Cristo, per tentarlo, perché, se è “veramente il Figlio di Dio”, non chiama una legione di angeli a salvarlo, è come se insinuassero: “Siccome non è stato mandato nessuno a salvarti, sei un ciarlatano! Non sei quello che affermi di essere!”.

[16] Quella di casa a Londra che – tanto per citare un esempio della sua mostruosità – incita all’omicidio di altri musulmani (“deviati”, of course) per il solo fatto che non belano all’unisono secondo i dettami dell’“ideologia islamica” che intendono gabellare per Islam. Si veda quel che afferma lo “shaykh” libanese Omar Bakri, di stanza per lungo tempo proprio a Londra: http://www.youtube.com/watch?v=GIgnUuOC4RE&feature=youtu.be.

[17] http://en.wikipedia.org/wiki/Abd_As-Salam_Al-Asmar.

[18] http://www.youtube.com/watch?v=wnlRVKVuo7M&feature=youtu.be.

[19] Ecco una foto molto eloquente: http://a1.sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-ash3/539068_347955751959465_202035032_n.jpg.

[20] Cfr. GINETTE HESS SKANDRANI, La nouvelle Libye démocratique, tribaliste, takfiriste, otanesque, oscurantiste…, “La voix de la Libye”, 26 agosto 2012 (http://lavoixdelalibye.com/?p=5574).

[21] Qui una biografia: http://alsimsimah.blogspot.it/search/label/Biographie%20de%20Sidi%20Ahmed%20Zarrouqq.

[22] Shaykh Ahmad Zarroq’s grave has been desecrated in Libya, http://seekerofthesacredknowledge.wordpress.com/2012/08/26/shaykh-ahmad-zarruqs-grave-has-been-desecrated-in-libya/ (articolo del 26 agosto 2012, che segnala anche un filmato in cui un’autorità islamica residente in Canada denuncia in maniera molto chiara l’azione dei salafiti: http://www.youtube.com/user/ShaykhFaisalVideoBlo?feature=watch). Per giudicare il livello “intellettuale” di questi ‘picconatori islamici’, si veda quest’intervista, nella quale il custode della moschea-mausoleo di ‘Uthmân Bâshâ, in Libia, racconta alcuni aneddoti relativi al raid distruttivo di cui è stata oggetto: http://www.youtube.com/watch?v=xzwskvKyWqY.

[23] Il riferimento è a luoghi di culto standardizzati, costruiti secondo uno stile inconfondibile, alieno rispetto alla storia e alle tradizioni del luogo, dai quali naturalmente sono banditi tutti gli elementi cosiddetti “superstiziosi”. I Balcani si sono riempiti, da una decina d’anni a questa parte, di moschee di questo tipo.

[24] Cfr. ENRICO GALOPPINI, Solo un santo ci può salvare dalla “crisi”, “Europeanphoenix.it”, 22 dicembre 2011 (il sito è cessato, ma l’articolo si può leggere qui: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=9569).

Il pregiudizio sulle popolazioni della Libia in epoca coloniale. Uno strumento al servizio della “missione di civiltà”

logo-est-ovestRiproponiamo qui il saggio di Enrico Galoppini Il pregiudizio sulle popolazioni della Libia in epoca coloniale. Uno strumento al servizio della “missione di civiltà”, pubblicato per la prima volta su “La Porta d’Oriente” (rivista dell’ENEC, diretta da F. Cardini), n. 2, agosto 2000, pp. 66-87.

Il saggio, anche a distanza di quattordici anni, mantiene intatto il suo interesse.

Lo ripubblichiamo dal sito “Est-Ovest”, di cui consigliamo vivamente la lettura:
http://www.estovest.net/storia/pregiudizio.html

L’oggetto misterioso. L’immagine dell’Islam nell’Italia tra le due guerre mondiali

logo-est-ovestRiproponiamo qui il saggio di Enrico Galoppini L’oggetto misterioso. L’immagine dell’Islam nell’Italia tra le due guerre mondiali, pubblicato per la prima volta su “Africana. Rivista di studi extraeuropei”, V, 1999, pp. 97-113.

Il saggio, anche a distanza di quindici anni, mantiene intatto il suo interesse.

Lo ripubblichiamo dal sito “Est-Ovest”, di cui consigliamo vivamente la lettura:
http://www.estovest.net/prospettive/immagine_islam.html

 

Il Fascismo e l’Islam

fascismoeislamSe ci accontentassimo degli schemi preconcetti condizionati dalle dicotomie assurte nel secondo dopoguerra a valore di dogma – destra/sinistra, razzismo/antirazzismo, colonialismo/terzomondismo eccetera – faticheremmo davvero non poco a darci ragione di un complesso rapporto, tra luci ed ombre, spesso contraddittorio, talvolta entusiasta e sincero, che vide protagonisti personaggi e situazioni che animarono una tempèrie per la quale, col senno di poi, è stata coniata da storici forse più interessati a fornire materiale utile alla cronaca mediorientale che al servizio della Verità, l’ingenerosa espressione di “filo-fascismo arabo”.

Indubbiamente, sia la parte fascista che quella arabo-musulmana – da considerare nella loro complessità e da non ridurre quindi a blocchi monolitici – perseguivano obiettivi di fondo differenti, ma è sulla via del loro raggiungimento che si trovarono a percorrere in compagnia alcuni tratti di strada.

Se le delusioni generate dai diktat della Conferenza della pace di Versailles (19 gennaio-28 giugno 1919) egemonizzata da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia – che per l’Italia si tradussero nello smacco della cosiddetta “vittoria mutilata” e per il mondo arabo-islamico sancirono il tradimento delle aspirazioni all’indipendenza all’insegna dell’arabismo e dell’Islam – avevano già creato un primo terreno d’incontro tra due realtà emergenti, fino a tutti gli anni Venti la politica estera del Fascismo è estremamente prudente, ma è a partire dai primi anni del decennio successivo e specialmente dopo la guerra d’Etiopia del 1935-36 (presentata ai musulmani come un riscatto dalle vessazioni perpetrate ai loro danni dal Negus) che una strategia mediterranea apertamente filo-islamica e perciò anti-francese e anti-inglese viene adottata con sempre maggiore audacia (non si dimentichi che all’epoca sia il Maghreb che il Mashreq arabi erano, secondo modalità differenti, sotto il controllo anglo-francese): si dà un maggior impulso agli studi arabi e d’islamologia, s’intensificano le iniziative di penetrazione culturale e ideologica (la Fiera del Levante dal 1930, i Convegni a Roma degli studenti asiatici del 1933 e del 1934, le pubblicazioni bilingue italiano-arabo come Italia Musulmana, Mondo Arabo e L’Avvenire Arabo, le trasmissioni in lingua araba di Radio Bari dal 1934) e si diffondono movimenti ed organizzazioni arabe, soprattutto giovanili, fra cui ricordiamo il Partito Giovane Egitto (Hizb Misr al-Fatâ) di Ahmad Husayn e le Falangi Libanesi (al-Katâ’ib al-Lubnâniyya) di Pierre Jumayyil tra i primi, le Camicie Verdi (al-Qumsân al-Khadrâ’) e Le Camicie Azzurre (al-Qumsân az-Zarqâ’), entrambe egiziane, nonché varie associazioni scoutistiche (al-Jawwâla), tra le seconde, che guardano, magari confusamente, al Fascismo come modello.

In altri casi, invece, il motivo ispiratore era costituito dal Nazionalsocialismo: citiamo il Partito Nazionale Sociale Siriano (al-Hizb al-Qawmî as-Sûrî al-Ijtimâ‘î) di Antûn Sa‘âda, le Camicie di Ferro (al-Qumsân al-Hadîdiyya) a Damasco e ad Aleppo, l’irachena al-Futuwwa, la cui etica traeva origine da quella degli ordini cavallereschi del medioevo islamico. Ma è con gli ambienti delle corti delle entità statali allora indipendenti (spesso solo formalmente) e non con fazioni minoritarie ed estremiste che il Fascismo, realisticamente, preferisce intessere relazioni che in special modo sul piano commerciale determinano posizioni di tutto rispetto: lo Yemen dell’imâm Yahyâ è un protettorato italiano di fatto (il Trattato d’amicizia e di relazioni economiche del 1926 è rinnovato nel 1937) e buoni rapporti vengono stabiliti sia con Re Fu’âd d’Egitto che con il sovrano dell’Iraq Faysal Ibn Husayn; mentre a riprova dell’importanza degli apporti sanitario e tecnico-scientifico italiani nel mondo arabo basti rammentare la missione medica permanente presso l’imâm dello Yemen, l’Ospedale Italiano di Amman, l’ambulatorio di Gedda e l’assistenza aeronautica fornita ad Ibn Sa‘ûd per tutti gli anni Trenta.

giornalefascistaaraboSul finire del decennio, e con la guerra poi (quando su tutte queste ottime relazioni gli Alleati impongono ricatti e pressioni), il filo-islamismo del regime mussoliniano, fin lì improntato ad una buona dose di pragmatismo, si fa, per così dire, ideologico (il fascismo come “Islam del XX secolo” è uno degli slogan coniati in quel clima), ma è solo in sporadiche occasioni (ad esempio la fallita rivoluzione irachena di Rashîd ‘Âlî Al-Gaylânî e degli ufficiali del Quadrato d’Oro appoggiata dall’Asse nell’aprile-maggio 1941), e comunque con scarsa convinzione, che il Fascismo e alcuni settori del mondo arabo-musulmano desiderosi di liberarsi dal controllo franco-inglese riescono ad intraprendere iniziative di un certo rilievo. Tra gli interlocutori arabi di spicco che privilegiarono l’alleanza (più pragmatica che ideologica) tra il Fascismo e l’Islam – mal riponendo tra l’altro le loro speranze in un altrettanto netto rifiuto dell’Entità Sionista che lentamente ma inesorabilmente andava costituendosi in Palestina – ricordiamo innanzitutto il Gran Muftî di Gerusalemme Hâjj Amîn al-Husaynî (1893-1974), fautore di un’impostazione arabo-islamica – e non strettamente nazionale – della lotta di liberazione del Dâr al-Islâm dalle ingerenze straniere, l’emiro druso Shakîb Arslân (1869-1946), uno dei principali esponenti della corrente riformista della salafiyya che a Ginevra dirigeva La Nation Arabe, Muhammad Iqbâl (1877-1938), il padre spirituale del Pakistan, che ebbe parole d’elogio per l’apertura nei confronti dell’Asia suggellata dal Duce con il discorso del 18 marzo 1934 sull’espansione pacifica dell’Italia in Oriente.

Sbaglierebbe poi chi – astraendo dal contesto storico di questa vicenda – individuasse nell’antisemitismo il collante di queste pur vaghe simpatie reciproche: esso non è mai stato proprio né di arabi né di musulmani, e per il Fascismo fu il tardivo, minoritario e strumentale frutto dell’alleanza politica con la Germania hitleriana; mentre è spesso taciuto l’atteggiamento ostile che già dal 1936 le principali organizzazioni ebraiche dimostrarono nei confronti dell’Italia fascista. Ed è altresì da ricordare che le comunità ebraiche tradizionalmente residenti in Palestina convivevano pacificamente da tempo immemorabile sia con la maggioranza araba musulmana che con la minoranza araba cristiana.

fascio_200Che si trattasse di un filo-islamismo ondivago e contraddittorio lo dimostra inoltre la “politica islamica” perseguita dal Fascismo in Libia, dove i nodi di quella che spesso appare una strategia volta più che altro a contrastare l’egemonia franco-inglese nel Mediterraneo e a gestire le popolazioni musulmane delle colonie (Libia, Eritrea, Dodecaneso, poi Etiopia e infine Albania) vengono al pettine. Qui l’Islam è sì incoraggiato – fino al punto da rendere difficile la vita a chi scorse l’occasione di una nuova evangelizzazione dell’Africa del Nord – con iniziative volte al sostegno della vita religiosa locale (restauri e costruzioni di moschee e di scuole coraniche, assistenza per i pellegrini alla Mecca, apertura della Scuola Superiore di Cultura Islamica a Tripoli), ma è soprattutto uno strumento d’ordine, progressivamente costretto alla sfera privata in ottemperanza a quel “date a Cesare” che poco si adatta all’intima essenza dell’Islam. Anche il Fascismo quindi – tra i cui elementi costitutivi è da annoverarsi l’avversione a molti dei principi dell’Illuminismo e ad un certo “progressismo” – in Colonia finì per appiattirsi nella riproduzione della retorica del progresso (dello “sviluppo” diremmo oggi) allestendo la versione in camicia nera della “missione di civiltà”, compreso l’imprescindibile bagaglio di “buone intenzioni” insito in ogni impresa d’oltremare. Il viaggio di Mussolini in Libia nel marzo del 1937 – un “premio” per un popolo che con i contingenti di ascari aveva dato un contribuito fondamentale alla conquista dell’Impero -, culminato con la consegna al Duce della “Spada dell’Islam“, aprì in realtà una nuova e più massiccia fase d’insediamento di coloni italiani sulla Quarta sponda (“i Ventimila” del 1938), evento che non poteva non preoccupare i fautori dell’integrità etnica e culturale della Patria araba (al-watan al-‘arabî), in primis i contigui nazionalisti tunisini del Neo-Dustûr di Habîb Burghîba, saltuariamente accostatisi al Fascismo.

Un giudizio complessivo quindi, deve rilevare che l’azione filo-musulmana del Fascismo (o “filo-araba”, quando l’elemento “razza” cominciò a pesare di più in seguito all’avvicinamento alla Germania) si risolse soprattutto in un’attività di propaganda e di disturbo (persino l’insurrezione palestinese del 1937-39 non venne sostenuta con particolare entusiasmo) volta ad accaparrarsi la simpatia delle popolazioni musulmane del Mediterraneo, centro di gravità del “rinnovato Impero di Roma”, le quali tuttavia – deluse da chi si era mangiato tutte le promesse fatte a suo tempo – scorsero in questi proclami la possibilità di riuscire a condurre a buon fine la lotta di liberazione anticoloniale, poi proseguita nel secondo dopoguerra dai campioni dei panarabismo (Jamâl ‘abd en-Nâsir ed i suoi epigoni), tacciati di volta in volta – non a caso – dalla propaganda dei loro avversari di “fascismo”, se non addirittura additati a nuovi “Hitler”.

Ad ogni modo, leggendo i non pochi scritti editi nell’Italia tra le due guerre mondiali nel clima della ricerca di una “intesa con l’Islam”, si può evincere quanto i toni della polemica (che è bene che ci sia, per carità) sull’odierna presenza islamica in Italia e i timori instillati da chi ha interesse ad agitare ad ogni piè sospinto lo spauracchio dell'”integralismo islamico” siano lontani dall’impostazione data all’epoca alla delicata e fondamentale questione dei rapporti tra l’Italia (e l’Europa quindi) e l’Islam, tra l’Occidente e l’Oriente.

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Per approfondimenti:

Enrico Galoppini, Il Fascismo e l’Islam, Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 2001.

Intervista a Stefano Fabei (a cura di Giovanna Canzano).

Stefano Fabei, La politica maghrebina del Terzo Reich, Ed. All’Insegna del Veltro, Parma 1988.

Stefano Fabei, Guerra santa nel Golfo, Ed. all’Insegna del Veltro, Parma 1990 [storia dell’insurrezione irachena antinglese del 1941].

Stefano Fabei, Fascismi e decolonizzazione, “Studi Piacentini”, 16, 1994, pp. 81-109.

Stefano Fabei, Gli arabi nell’esercito italiano, “Studi Piacentini, 30, 2001, pp. 227-243.

Stefano Fabei, Il Reich e l’Afghanistan, Ed. all’Insegna del Veltro, Parma 2002.

Stefano Fabei, Il fascio, la svastica e la mezzaluna, Mursia, Milano 2002.

Stefano Fabei, Una vita per la Palestina. Storia di Hajj Amin al-Husayni, Gran mufti di Gerusalemme, Mursia, Milano 2003.

Stefano Fabei, Mussolini e la Resistenza palestinese, Mursia, Milano 2005.

La polpetta avvelenata dell’”antipolitica”

di Enrico Galoppini

castaLo so, lo so… è uno scandalo. È uno scandalo che si ritaglino stipendi da favola, pensioni d’oro, privilegi d’ogni sorta inimmaginabili per i “comuni mortali”.

Mi riferisco naturalmente ai politici, sui quali in questi giorni sta circolando un e-mail che descrive dettagliatamente, in un crescendo d’indignazione, tutti i benefici di tipo “sanitario” ai quali essi hanno “diritto”. A giudicare dalla lista, ce n’è di che tirarsi a lucido ogni anno, tra cure, terme e massaggi tutto compreso!

Ripeto è un’indecenza, una porcheria bella e buona. Un abuso e un insulto a tutti quanti, in particolare se penso a chi lavora in miniera o nei cantieri stradali…

Lo scandalo è talmente lampante che certi quotidiani e settimanali si sono specializzati nella denuncia dei “costi della politica”: il sito di uno di questi ha addirittura una pagina da cui è possibile calcolare la pensione percepita da ciascun parlamentare che ha prestato servizio alla Camera o al Senato. Se poi si pensa che questa “pensione”, già bella pingue, viene accumulata con altre succulente entrate, non è difficile immaginare il travaso di bile che colpisce chi, col mouse in una mano sudatissima dal nervoso, si fa due conti e considera la sua magra pensioncina, se e quando la percepirà; la sua triste condizione che gli impedisce di “accumulare due entrate” – stipendio e pensione – mentre questi signori non si fanno problemi a collezionare introiti e prebende da tutte le parti mentre predicano “sacrifici”!

Da qualche anno esiste addirittura in libreria un filone di saggistica dedicato agli sprechi e alle furberie dei politici, tant’è che il termine “la Casta” è diventato patrimonio comune di tutti coloro che auspicano un “cambiamento della classe politica”, un’improcrastinabile “moralizzazione”.

A questo pubblico, però, che viene informato quel tanto che serve ai gruppi di potere che detengono il controllo di giornali e libri “di denuncia” o che incoraggiano quei “talk show” in cui, a seconda della convenienza, si mette alla berlina questo o quel “corrotto”, a questo pubblico non viene mai in mente di chiedersi se i politici siano davvero gli uomini “più potenti” o no.

Che non lo siano affatto, ma che siano invece la maschera e l’eventuale parafulmine del potere vero, lo dimostra la gogna nella quale sono tenuti da anni, a mo’ di “pubblico ludibrio”, inaugurata nella nefasta stagione di “Mani pulite” che dette il là al primo assalto predatorio dell’economia nazionale italiana da parte dei vampiri della finanza e dei loro tirapiedi traditori.

L’esito di tutta quella stagione, dal punto di vista della “moralizzazione”, è stato pressoché nullo. Ma è rimasto un unico risultato: l’astio verso la “politica”, la sensazione diffusa dell’inutilità dei “politici”.

Eppure, questa “opinione pubblica” che divora i libri sulla “Casta” e pende dalle labbra del suo ‘tele-fustigatore’ prediletto che imbastisce processi in diretta, proprio nel suo autoelevarsi a “più morale” degli altri compie un primo grave atto di superbia, che non prefigura alcunché di buono e di realmente “alternativo” rispetto a chi dovrebbe essere “mandato a casa”.

Ne abbiamo viste letteralmente di tutti i colori, dal “popolo viola” agli “arcobaleno”, al tentativo di far passare anche qua l’arancione come il colore della “protesta”, passando per i “girotondini” ed altre amenità al grido sempre più mummificato di “resistere!”, ma non è mai cambiato nulla semplicemente perché questi personaggi non dovevano farlo (né potrebbero), mentre avevano invece il preciso e limitato compito – mettendosi alla guida di una platea di fessacchiotti – d’inscenare un’insulsa e sgangherata gazzarra contro il “male assoluto”, che dalla Democrazia Cristiana è diventato l’odiatissimo Berlusconi.

“Ladri”, “corrotti”, “bastardi” eccetera, sono ormai i classici attributi riservati ai politici (nei casi più ipocriti solo ad alcuni e non altri), salvo poi – in pieno stile italiota alla Alberto Sordi – cercare sempre di ingraziarsene uno per ottenere un vantaggio alla faccia del prossimo. Gli italiani, purtroppo, oggi sono questi: si lamentano sempre, per di più per le cose sbagliate, ma sotto sotto si comportano esattamente come quelli che criticano, né il loro orizzonte morale ed intellettuale travalica gli orizzonti di una “classe dirigente” che è la normale e consequenziale espressione dell’attuale “popolo italiano”, sempre più simile ad una massa desiderante amorfa.

Soprassediamo inoltre, per carità di patria, sul fatto che tutti questi ‘monopolisti della moralità’ non trovino nulla da eccepire sulla presenza di oltre cento basi e installazioni Usa/Nato sul territorio nazionale (?)… Ma sì, molto più facile ed innocuo prendersela con la “Casta”, con questo coniglio di pezza manovrato dai veri padroni dell’Italia e dell’Europa, e preparare il terreno al “superamento della politica”.

Il vento che soffia nelle menti di chi “protesta” quel tanto che basta a non scalfire i reali assetti di potere è quello dell’”antipolitica”, anche se credono di fare opera di “moralizzazione”. Ma siamo sicuri che questa “antipolitica” non sia alla fine manovrata per farci poi accettare – con la scusa del “debito” (questo feticcio!) – un “governo tecnico”? Un “governo” diretta espressione delle banche e della borsa, come quelli già visti all’opera nel saccheggio della nazione d’inizio anni Novanta e che adesso si vuol riproporre in versione aggiornata…

In Belgio, per la cronaca, vanno avanti di fatto senza un governo, il che la dice lunga su quali siano gli sviluppi delle “liberaldemocrazie”.

Quando un Paese è allo sbando e sprofonda nella melma non si può pensare che la colpa sia solo dei “politici”, i quali contano quel tanto che li fanno contare i loro padroni… Nelle liberal-democrazie il “politico” è subordinato all’economico e al finanziario, e il “debito” (procapite!) è assicurato, lo sanno anche i bambini.

Se poi ci aggiungiamo che non siamo una nazione libera, indipendente e sovrana, da nessun punto di vista, il quadro è completo.

Povera Italia! Non avevamo già dovuto inghiottire troppi bocconi amari? Non ci avevano ‘cucinato’ abbastanza? E ora, ci tocca pure la polpetta avvelenata dell’”antipolitica”!

I falsi miti dell’antiamericanismo “di sinistra”

di Enrico Galoppini

marce_vietnamIn Italia, in Europa, in Occidente, essere bollati come “antiamericani” comporta l’esclusione dal consesso delle “persone rispettabili”, se non addirittura una vera morte civile. Eppure c’è stata un’epoca, che culminò con la guerra nel Vietnam, nella quale essere “antiamericani” costituiva addirittura un vezzo, una moda ‘ribellistica’.

A quella generazione di “contestatori” delle “marce per la pace” e “per i diritti” (nate negli stessi Usa e poi esportate in Europa!), ha fatto seguito quella del “riflusso”, del “ritiro nel privato”, dove spopolano i “benpensanti”, tra cui non pochi sono quelli affluiti dai ranghi dei “delusi del Sessantotto”. Ma le porcherie commesse in giro dall’America non sono affatto terminate con la fine della devastazione del Vietnam, perciò un atteggiamento ostile verso l’America e i suoi comportamenti è fisiologico e si ripresenta attuale ad ogni generazione.

Per questo, a gestire tale sentimento provocato essenzialmente dall’azione nefanda degli Stati Uniti stessi, è stato incoraggiato un ‘monopolio del dissenso’, in mano ad alcuni ‘guru’ d’orientamento “radical” che si esprimono e pubblicano in inglese, cosicché in Italia e in Europa i loro omologhi “di sinistra” sono perlopiù dei diffusori delle elaborazioni, tutt’al più parafrasate, di alcuni “opinion leader alternativi” d’Oltreoceano e d’Oltremanica verso i quali nutrono un particolare timore reverenziale. Insomma, nessun “antiamericanismo” è lecito ai “confini dell’Impero” se non reca il beneplacito di qualche esponente del pensiero “radical”[1]. Ciò è particolarmente chiaro se si osserva la marginalizzazione di quell’“antiamericanismo di destra” che, frutto di una cultura “tradizionalista” e/o di un sentimento filo-fascista, è stato sistematicamente escluso dal novero delle idee “ammesse in società”. Se “tu vò fa l’antiamericano”, parafrasando Carosone, devi essere “libertario”, “radical (chic)”, “di sinistra”, altrimenti non si può!

Eppure, un “antiamericanismo di destra” avrebbe più senso di uno di “sinistra”, se non altro perché la guerra contro l’America l’ha combattuta l’Italia fascista[2], e, soprattutto, perché essendo gli Stati Uniti la “terra promessa” della Democrazia, della Libertà e dei Diritti umani, col relativo tipo umano e il modello di società che vi s’instaura, una critica sensata all’americanismo potrebbe prendere le mosse solo da un punto di vista “tradizionale”, ordinato dall’alto in base ai principi d’ordine spirituale.

Non abbiamo detto volutamente “un punto di vista tradizionalista”, poiché un conto è inserirsi nel solco di una Tradizione regolare, viva e operante, un altro considerarsi “guénoniano”, “evoliano”, “gurdjeffiano” eccetera, leggendo solo libri su libri e per questo autoelevandosi al rango di “uomo differenziato”… Dal punto di vista di una Tradizione regolare come quella islamica, l’America risulta necessariamente un’aberrazione, il punto finale di quella “caduta”, o “regresso”, che l’uomo – sia come individuo che come collettività – deve inesorabilmente esperire prima della “fine dei tempi” e della nuova Età dell’oro che deve far seguito. Questo per puntualizzare che anche un’insistenza su un carattere “di destra” dell’“antiamericanismo” è una forzatura, essendo “destra” e “sinistra” due facce dell’unica medaglia liberal-democratica, o “moderna”.

Ma questo è un punto che eventualmente andrà sviluppato in un altro articolo, qui interessandoci una rapida disamina dei “miti” di un “antiamericanismo di sinistra” che non ha alcun senso se si ama andare al fondo delle cose e non ci si accontenta dell’apparenza, tanto per agitarsi un po’ contro qualcosa o qualcuno.

Innanzitutto va specificato che l’atteggiamento sano è quello di chi è “per” qualcosa, non “contro” qualcosa. Dall’alba del mondo, i grandi costruttori di civiltà si sono sì battuti contro delle storture, delle deviazioni, delle condizioni intollerabili e “innaturali”, ma solo per “raddrizzare” la situazione e riportarla conforme all’ordine naturale delle cose. Si pensi all’opera del Profeta Muhammad, che dovette – all’inizio seguito da uno sparuto manipolo – combattere contro un disordine su tutti i piani, in primis spirituale, addirittura emigrando a Yathrib (poi Medina), tanto erano “invivibili” le condizioni a Mecca.

Con l’”antiamericanismo”, in specie quello “di sinistra”, va detto invece che si è di fronte ad un atteggiamento meramente negativo, non sapendo del resto cosa proporre di realmente “alternativo” all’America e al suo modello di “civiltà”.

Di fronte ad una simile superficialità, l’America stessa ovviamente ringrazia ed offre un seppur minoritario proscenio a dei sedicenti “oppositori”, che comunque, a causa delle loro idee che non mettono a repentaglio l’andazzo generale, i fondamenti della “civiltà moderna”, hanno un loro pubblico che va a vedere i loro film, legge i loro libri, ascolta i loro discorsi eccetera.

Ma questo pubblico “antiamericano di sinistra” fondamentalmente ama l’America, il che al fondo non sarebbe sbagliato – a patto che si “ami” anche tutte le altre “culture” – perché l’odio è un veleno che obnubila la capacità di discernimento e, soprattutto, è quanto di più antispirituale vi possa essere. Tuttavia questo tipo di “opinione pubblica”, privo di un orizzonte tradizionale, protesta contro gli Stati Uniti e l’Occidente a causa delle “ingiustizie” da essi perpetrate, ma, si faccia attenzione, solo certe “ingiustizie” e non altre, ovvero quelle che risultano tali ad un metro di giudizio “democratico”, “egualitario”, “umanitario”.

Questa sorta di “coscienza critica dell’America” s’incarna in un tipo umano lacerato tra amore e odio verso la “Terra dell’Utopia”: un amore di fondo, messo però a dura prova da puntuali e ripetute “delusioni”… Pertanto il desiderio di chi contesta l’America da questa posizione non è quello di vederla sparire, assieme alla sua parodistica “civiltà”, bensì di vederla “migliorare”, d’incoraggiarne quelle tendenze insite nelle roboanti e ipocrite “dichiarazioni di principio” che fanno andare in brodo di giuggiole gli utopisti d’ogni risma.

Per essi gli Stati Uniti, anche se mettono a ferro e fuoco il mondo intero e lo traviano con ogni raggiro ed artificio, alla fine hanno sempre una “missione” da compiere, sono animati fondamentalmente da “buone intenzioni”; così la colpa dei crimini commessi in giro per il mondo è sempre di qualche “cattivo” che pregiudica un’impresa altrimenti “buona”: dai “Padri fondatori” al “Bill of Rights”, dall’ “I have a dream” di Luther King alla “Nuova frontiera” di Kennedy, dalla “clintonite” della sinistra bombardatrice di Belgrado all’obamiano “Yes we can”.

Quest’atteggiamento di voler vedere comunque al fondo dell’impresa americana un qualcosa di perfettibile perché fondamentalmente buono, deriva dal comune approccio utopistico che affratella i sognatori di “mondi migliori possibili”. Per essi la realtà non conta nulla: come vi erano solo “compagni che sbagliano” vale l’assunto per cui l’America compie sempre degli “errori”.

Non deve quindi sorprendere che anche gli “antiamericani di sinistra” alla fine si esaltino per il “vento di libertà” che, a distanza di vent’anni da quello che spirò sui Paesi del blocco sovietico, sta spazzando via le “dittature” del mondo arabo e islamico. Questa sedicente “sinistra antiamericana” stregata dal divo Obama, imbevuta fino al midollo di retorica “libertaria”, è la miglior cassa di risonanza del nuovo ‘verbo’ che accompagna la cosiddetta “primavera araba”, sui abbiamo già detto la nostra[3].

Tornando alla fondamentale subalternità di chi critica l’America da una posizione “democratica”, non può non colpire come da decenni venga assicurato senza un barlume di dubbio che… “l’America è finita”! Di nuovo, l’osservazione della realtà – che fa a cazzotti con le utopie – induce a ben altre considerazioni, poiché l’America non solo si espande militarmente conquistando progressivamente porzioni del pianeta che prima non controllava[4], ma il suo “modello” si allunga a macchia d’olio, addirittura oltre le conquiste dirette, il che rappresenta la vittoria più chiara, nonché un segno di “vitalità”, anche se va detto che è solo la conquista materiale che assicura definitivamente all’americanismo le menti e i cuori.

Così, sulla stessa falsariga onirica, “l’America ha perso in Afghanistan”, “l’America ha perso in Iraq” e via illudendosi, perché non si vorrà certo credere che il “caos” colà vigente non sia un esito voluto da chi ha tutto l’interesse, mentre ogni aspetto della vita dei locali deve diventare impossibile, a costruirsi le sue basi militari per la prossima conquista e a predare il Paese conquistato di ogni sua ricchezza, specialmente mineraria e monetaria (per non parlare del mercato mondiale della droga, che dev’essere sempre controllato). Il sospetto è addirittura che le “perdite americane in Iraq” e altrove che questi “antiamericani” brandiscono con tanto di contatori elettronici sui loro “siti alternativi” siano causate da un misurato e sotterraneo ‘sostegno’ alle forze delle varie “resistenze”, affinché il “caos” frutto delle “violenze” si protragga indefinitamente.

Prima di procedere in questa disamina dell’“antiamericanismo democratico” va anche specificata una cosa: che esso si fa largo nelle convinzioni delle persone in misura differente, a seconda delle rispettive sensibilità. Non è dunque un pacchetto “tutto compreso”. Qui stiamo esaminando i differenti aspetti che, singolarmente o cumulativamente, caratterizzano l’atteggiamento di chi critica l’America da posizioni “democratiche”, “umanitarie”, non tradizionali, ma va da sé che vi è chi si beve un paio di bicchieri di questa propaganda e chi invece si ubriaca del tutto.

Discretamente forte, in questo senso, è il ‘cocktail’ che va sotto il nome di “antimperialismo”. Ma per chiarire con un esempio i diversi livelli di penetrazione di questo sentire “critico” verso l’America e i suoi comportamenti, si consideri che è raro che una stessa persona straveda per Kennedy, Clinton, Obama e si reputi “antimperialista”. L’antimperialismo implica infatti un tipo di avversione all’America di tipo meno edulcorato ed ipocrita, ma non per questo è esente da gravi abbagli, i quali derivano in definitiva dal medesimo errore di base di tutti quanti: la negazione di Dio, del Creatore di tutte le cose al quale tutte sono sottomesse, che ha provvidenzialmente e misericordiosamente comunicato ad ogni forma vivente il modo per riuscire in questa vita e nell’altra. Ma anche questo potrà essere l’argomento di un successivo articolo, perché va chiarito dove sta l’inganno dei continui e plateali appelli a “Dio” da parte dei capi della potenza più antispirituale al mondo (“God bless America!”).

Ciò premesso, a proposito dell’”antimperialismo” va detto che esso presuppone l’individuazione degli “imperialisti”, ovvero di quegli Stati che si espandono ai danni di altri per costruire i loro “imperi”. L’”Antimperialismo” deriva però – come osservato – da una visione del mondo di tipo “laico”, da cui l’equivoco sul termine “Impero”, un istituto i cui fondamenti sono eminentemente spirituali: da tale equivoco nasce il successo delle teorie di Hardt e Negri su un fantasioso “Impero americano” tra i ranghi degli “antiamericani di sinistra”. Ma anche parlare di “Impero inglese” non ha alcun senso, l’Inghilterra essendo stata la punta di lancia della diffusione della “democrazia” e del “parlamentarismo” in società in buona parte “tradizionali” fino all’impatto violento con gli “esportatori di bene”[5]. “Imperi” veri erano invece quello russo, quello austro-ungarico, quello tedesco, quello ottomano, quello giapponese ecc., tutti con sovrani di “diritto divino” e tutti spazzati via da chi li ha sostituiti con la “democrazia” e “l’autodeterminazione dei popoli” (che tanto piace agli “antimperialisti”!).

Inoltre, chi si pone su posizioni “antiamericane” da un punto di vista “antimperialista” è esposto alla possibilità di commettere l’errore madornale di considerare tutte le potenze in grado di avere un peso a livello planetario o regionale parimenti “imperialiste”, senza individuare piuttosto il “nemico principale”. Così troviamo di volta in volta “antimperialisti” (anche “di destra”) che stanno coi tibetani contro “l’imperialismo cinese”, coi ceceni contro “l’imperialismo russo” eccetera. Intendiamoci: non vogliamo dire che l’azione della Cina o della Russia sia esente da ‘peccato’, ma se si vuol “fare politica” come affermano gli “antimperialisti” si deve scegliere una volta per tutte chi è “il nemico principale”, anche perché solo altre potenze possono concretamente opporgli una forza in grado di contrastarlo. Fatto salvo il fatto che non si è ancora capito come gruppuscoli più che marginali possano effettivamente “fare politica”, ovvero incidere sulla realtà, con un qualche costrutto (cosa significa, all’atto pratico, “stare con la Cina”, “stare con la Russia”?). Ma, ripetiamo, è il loro punto di vista “laico” e perciò “antitradizionale” che non fornisce loro gli strumenti interpretativi atti a far comprendere che una “opposizione all’America” in grado d’incidere non può muovere da una denuncia dei suoi “crimini”, bensì da una puntuale messa in discussione dell’americanismo, alla luce di una salda tradizione spirituale[6].

All’interno del panorama degli “antiamericani di sinistra”, a riprova che i riferimenti di fondo, per tutti quanti costoro, sono di tipo “laico”, “democratico” e anti-spirituale, vi sono inoltre quelli che sebbene scorgano chiaramente un “nemico principale”, l’America, auspicano una “modernizzazione” in tutto il mondo, a colpi di “sviluppo”, ed è per questo che leggiamo nelle analisi di costoro critiche feroci al “feudalesimo tibetano”[7]. Non sia mai detto che un popolo si possa governare come meglio crede! Quand’anche ai tibetani piacesse vivere sotto il loro “clero” e non sotto i cinesi “modernizzatori”, non si capisce quale pena dovrebbe dare ciò ad un “antimperialista” comodamente seduto nel suo studiolo zeppo di testi marxisti. È semmai vero – e qui sta la ragione di un timore circa certe “proteste in Tibet” – che vi sono alte probabilità che un Tibet sottratto al controllo cinese in men che non si dica passerebbe armi e bagagli all’America, mettendo a disposizione il suo territorio per l’ennesima enorme base Usa-Nato…

Come si vede, dall’esistenza di “antiamericani” pro-Tibet ed anti-Tibet si deduce che il problema di fondo di tutti quanti è la mancanza di un orientamento spirituale: gli uni sono anticinesi viscerali perché la Cina è “antidemocratica”, una “dittatura” (e anche perché le SS compirono la spedizione in Tibet!); gli altri sono filo-cinesi perché aborriscono il “feudalesimo” e considerano la Cina il miglior esempio di “democrazia (popolare)” e di “progresso” sin qui realizzato (mentre il Tibet rappresenta il “regresso”). La confusione, dunque, regna sovrana.

Gli stessi “antimperialisti”, poi, forse per consolarsi di fronte alla costante avanzata dell’America e dell’americanismo (mentre ripetono che “l’America ha perso”!), hanno elevato alcuni fatti o situazioni a veri e propri “idoli”. Per non girare troppo attorno alla questione e proporre un esempio paradigmatico, citiamo il caso di Cuba. Quest’isola, da decenni, rappresenta meglio del Chiapas del “subcomandante Marcos” o della “resistenza palestinese” (che ormai è in mano agli “islamici”, per cui non piace più tanto ai “laici” di casa nostra)[8], la quintessenza dell’“antimperialismo”.

Il sistema instaurato a Cuba piace agli “antimperialisti”, perché a loro parere esso rappresenta la miglior forma di “democrazia” realizzata, “laica” e “progressista”. Anche con quell’orgoglio “nazionalistico” che, chissà perché, gli stessi “antimperialisti”, e ancor di più i “critici democratici dell’America” più morbidi, non degnano di alcuna considerazione quando si tratta di valutare la triste situazione in casa loro. Anzi, ogni ripresa nazionalistica in patria – e non mi riferisco all’attuale “classe dirigente”! – porterebbe con se delle “derive ”, dei “rigurgiti di fascismo” e simili iatture… Quando con ogni probabilità, un sano “amor di patria”, da trascendere poi in vista di un Impero (altrimenti è fatica sprecata), potrebbe essere l’unica via d’uscita – politica, s’intende – alla dissoluzione di civiltà in atto, se ormai non è “troppo tardi”.

È vero che Cuba ha aiutato alcune realtà del centro e del sud America a smarcarsi dalla opprimente tutela degli “yankee”, ma la sua sussistenza anche oggi che non vi è più lo sponsor sovietico dà da pensare, come la misurata e gestibile “guerriglia” antiamericana in Afghanistan, in Iraq ecc. Anche in questo caso qualche dubbio è lecito: possibile che se gli Stati Uniti e i loro alleati sono in grado di rovesciare Stati di una certa forza e rilevanza in ogni dove, non siano capaci di togliere di mezzo il governo cubano ad essi inviso? O, piuttosto, non è che lo si lascia esistere per poi avere la scusa di affermare che ogni situazione che sfugge di mano nel continente americano è un “complotto di Fidel Castro”? Cuba, insomma, embargata com’è, e perciò “innocua”, usata come “scusa” in un senso o nell’altro: per rovesciare capi di Stato bollati come “comunisti” (Allende, ad esempio) o, nel caso in cui non vi si riesca, per giustificare il fallimento dell’azione sovvertitrice tentata a più riprese (vedasi il caso del Venezuela).

Cuba, probabilmente in un certo senso fa comodo agli Stati Uniti così com’è, come spauracchio, sopravvalutata nella sua forza da chi ne ha fatto un parodistico luogo di pellegrinaggio dai “rivoluzionari in cachemere” d’Occidente, che anelano a “liberazioni” solo ad un elementare livello socio-politico.

A Cuba, per di più, sorge una celebre base militare statunitense, quella di Guantanamo, che gli “antiamericani di sinistra” hanno denunciato senza posa da quando pare essere diventata la “prigione degli islamici”. Eppure c’è qualcosa che non torna: da Guantanamo pare essere transitato il capo dei “ribelli libici”! Non è un po’ strano? E nessuno trova niente da ridire, per primo il governo cubano! Ora, che il governo italiano non fiati sulla presenza di oltre cento basi ed installazioni militari Usa-Nato sul suolo patrio non desta sorpresa, ma che Cuba, simbolo dell’”antimperialismo” e dell’“antiamericanismo”, non profferisca parola su una cosa del genere è in effetti inspiegabile. La nostra impressione è che si sia stabilita una sorta di quieto vivere, che probabilmente ha per oggetto centrale proprio l’esistenza della base di Guantanamo, la quale, più che essere il “cattiverio” in cui rieducare i “mujahidin” acciuffati dallo Zio Sam, sembra un luogo in cui “formare” i quadri militari e logistici per la sovversione del mondo arabo-islamico alla quale assistiamo sotto lo slogan di “Primavera araba”[9].

Inoltre, il “mito di Che Guevara”, e sottolineo il “mito” che ne è stato fatto – ridotto a marchio per il concerto del 1° maggio dove al suono di cantanti larvatamente “antiamericani” va in scena il festival dell’ ‘alternativamente corretto’ – per le sue connotazioni “ribellistiche” ha ben poco a che vedere con il ripristino di un ordine naturale delle cose di cui oggi v’è un estremo bisogno. Come abbiamo già scritto, una “ribellione” che sfocia nel “ribellismo” è foriera solo di ulteriori sciagure[10]. E anche il “ribellismo”, di cui l’icona del “Che” è una delle più venerate, è un atteggiamento, o meglio una condizione esistenziale, messa a disposizione, specialmente tra i giovani, dal “mondo moderno”[11].

Un ultimo elemento va infine citato tra quelli che compongono il quadro di riferimento dell’”antiamericanismo di sinistra”: la valutazione delle “dittature di destra”. Che esse siano state incoraggiate e sostenute dall’America, non v’è dubbio, tuttavia una retorica imbalsamata ripete che la Spagna sotto Franco, i Colonnelli greci, le giunte militari sudamericane eccetera siano state dei meri burattini in mano alla Cia. Che molti di questi personaggi, in varia misura (la Spagna franchista aveva anche degli elementi “in ordine” dal punto di vista tradizionale, e non ospitava basi americane) si siano prestati ad un opera di asservimento della loro nazione ai diktat delle corporation americane, non v’è dubbio, e che essi abbiano fatto sparire in vari modi moltissimi oppositori con la scusa della “lotta al comunismo”, è altrettanto vero. Pertanto, essi non suscitano alcuna particolare simpatia.

Ma queste “dittature militari”, definite “fasciste” dal solito coro di “antiamericani” che assumono acriticamente gli impulsi culturali provenienti da Hollywood[12], sono state però mantenute in piedi fintantoché ha fatto comodo al loro padrone; poi sono state gettate nel cestino e al pubblico ludibrio: si pensi a Pinochet, prima potentissimo, poi ridotto come oggi vediamo l’altrettanto ex potentissimo Mubarak; oppure alla giunta militare argentina, fatta fuori dopo la sconfitta nella guerra della Falkland/Malvinas; oppure a Noriega, altro “dittatore di destra”, che all’improvviso diventa “pazzo”, il che giustifica un massacro statunitense a Panama. Gli esempi di questo tipo possono sprecarsi anche in Africa, ma ci fermiamo qui, perché quel che ci preme è rilevare che alla fine gli Usa e l’Occidente sovente controllano materialmente e, soprattutto, a livello psicologico, sia i “rivoluzionari” che i “conservatori”: i primi illusi circa le magnifiche sorti “progressiste” e del loro Paese e dell’umanità, i secondi ingannati sulla loro indispensabilità nel mantenimento di un “ordine” che in realtà è un vero disordine se valutato alla luce di riferimenti tradizionali autentici, rappresentati dalla Parola divina consegnata nel Libro sacro dell’Islam e dall’esempio virtuoso del Suo Inviato (nonché dalla pratica pia dei Compagni, dei Seguaci e sei Seguaci dei Seguaci, oltre che dall’opera dei Sapienti divinamente ispirati e dai Maestri che provvidenzialmente esistono per indicarci che la Tradizione è una realtà viva ed operante).

La verità è che ogni società ha bisogno, per poter prosperare, sia dei suoi “progressisti” che dei suoi “conservatori”, o meglio di uomini che sappiano essere simultaneamente “progressisti” e “conservatori”, capaci di vivere allo stesso tempo le istanze alla conservazione e al cambiamento senza che la tradizione venga ingessata in ogni minimo dettaglio né stravolta nei suoi assunti fondamentali.

L’America, invece fa piazza pulita di tutto: dove arriva con la sua potenza materiale e la sua forza di persuasione degli animi, alternativamente privilegia gli uni o gli altri, le tendenze dei liberal-democratici “soddisfatti” o “dinamici”, illudendoli di averla vinta sull’odiata controparte sociale e politica; ma alla fine, per gli uni e gli altri, spogliati della loro tradizione e della loro identità, ridotti ad ombre di se stessi, non resta che un’unica grande valle di lacrime che se non potranno certo spengere le fiamme dell’Inferno che li attende basteranno per annegare, qui in terra, in un mare di nichilismo.

NOTE

[1] Il che ricorda un analogo fenomeno, quello delle critiche al Sionismo ammesse solo se recanti l’imprimatur di qualche pensatore ebreo strombazzato dai soliti “media”.

[2] Una versione completamente plagiata dai vincitori della Seconda guerra mondiale ed interiorizzata ben bene dai vinti ripete che “dichiarare guerra all’America fu una pazzia”. Come se il senno di poi non avesse chiarito che gli Stati Uniti – coi loro sodali inglesi e sionisti – mirano sin dalla loro costituzione a dominare il mondo intero: ma per agire ‘indisturbati’ continuano a raccontare – nei documentari ‘storici’ di loro fabbricazione quotidianamente diffusi da canali tematici e non – che altri (i “cattivi” sconfitti) volevano fare quello che in realtà intendono fare loro (“i buoni” vincitori)!

[3] Cfr. “Primavera araba” o “fine dei tempi”?, 6 aprile 2011: http://www.ildiscrimine.com/primavera-araba-dei-tempi/

[4] Tra Ottocento e inizio Novecento è stato asservito il continente americano (e di nuovo negli anni Cinquanta e Sessanta), poi si è passati alla conquista di una parte dell’Europa (1945), dell’ex “Europa Orientale” (a partire dal 1989-1991, con la coda della guerra all’ex Jugoslavia del 1998-99) e del Vicino Oriente (a partire dal 1991: guerra in Iraq), con l’11 settembre 2011 che segna la fase d’avvio della conquista totale – anche e soprattutto sul piano dei valori – del mondo islamico (Afghanistan, Iraq, Libia…).

[5] Si pensi all’India, letteralmente devastata e ridotta alla fame dall’Inghilterra, e, dopo l’indipendenza, amputata con la creazione di Pakistan e Bangladesh allo scopo di aizzare un perpetuo stato di belligeranza tra indù e musulmani.

[6] Ai “crimini” degli uni verranno sempre opposti, dagli avversari, per giunta più forti mediaticamente, i “crimini” degli altri (un razzetto di Hamas, per la maggioranza lobotomizzata, sarà sempre più deprecabile di “Piombo Fuso”!)… Cosicché le denunce degli “antimperialisti”, oltre che non centrare il problema alla radice (cioè l’americanismo, il “mondo moderno”) non riescono nemmeno a raggiungere un pubblico di dimensioni minimamente consistenti su cui, eventualmente, basare una concreta e fattiva azione politica.

[7] Questi stessi autori, nei decenni passati, ci hanno ammorbato con le loro noiosissime e meccanicistiche interpretazioni sulle “resistenze primarie” (quelle di ‘Umar al-Mukhtâr, dell’emiro ‘abd el-Qâder ed altri), seguite da quelle ad essi gradite, guidate da elementi occidentalizzati nella misura in cui, avendo studiato in Europa, si erano convertiti al marxismo e al nazionalismo.

[8] Che questi gruppi “islamici” siano effettivamente rappresentanti di un Islam autenticamente “tradizionale” è un altro paio di maniche…

[9] D’altra parte, non si tratta di nulla di nuovo: anche i tedeschi e gli italiani vennero “rieducati” in gran quantità, così i ‘primi della classe’ furono inquadrati, dopo il 1945, in patria e fuori, nella farsesca “lotta al comunismo”.

[10] Cfr. La via dell’inferno è lastricata di… “proteste”, 6 luglio 2011: http://www.ildiscrimine.com/via-dellinferno-lastricata-proteste/

[11] Sarebbe interessante indagare le origini storiche del “ribellismo” (quelle metastoriche sono insite nell’esistenza stessa dell’essere umano): intanto si noti la nutrita presenza di ebrei staccatisi dalla loro tradizione tra i ranghi del “rivoluzionarismo” moderno, politico e sociale, dei “costumi”, il che ci dà la misura del nesso tra “ribellismo” e antitradizione.

[12] Le “dittature militari” sono diventate un alibi per giustificare il fallimento della “rivoluzione” in tutto il mondo…