A chi e a che cosa serve il “terrorismo islamico”
di Enrico Galoppini
Stabilito che il “terrorismo” non è pianificato dai “terroristi”, e posto che di questo “terrorismo” si possono fare nomi e cognomi (non c’è il “Signor Terrorismo”!), credo di poter dire a chi e a che cosa serve il “terrorismo islamico”.
Ho già scritto che dai e dai sono riusciti ad “israelizzarci”: ogni occasione è buona per “l’attentato terroristico” (“islamico”) nel quale noi o i nostri cari potremo lasciarci la pelle. Esattamente come gli israeliani. Con l’unica non trascurabile differenza che loro in Palestina sono occupanti mentre qua noi siamo occupati (dai nostri “liberatori” ed “alleati”).
Ora, il punto è che stanno sfruttando questa situazione assurda e contraria ad ogni logica per poter affermare che mai e poi mai “rinunceremo al nostro modo di vita” e ai “nostri valori”. Ogni volta rincarano la dose: “più Occidente”, “più Europa”, “più società aperta”, “più democrazia” eccetera, col contorno di gessetti, palloncini e “hashtag”.
Ma temo che mentre la massa pensa sinceramente che i “terroristi” non ci vogliano più far andare a un cinema, a un ristorante o a un concerto, per la nostra “classe dirigente”, palese ed occulta, tutto questo sbracciarsi significhi qualcosa di ben più sostanzioso e concreto (direi vitale) per essa: il rafforzamento del capitalismo, del suo modello di vita e dell’usurocrazia come risultato del “terrorismo islamico”.
Il consolidamento del sistema del prestito ad interesse e dello sfruttamento capitalistico attraverso le nefandezze del suo “avversario”, l’Islam, che in questo modo, tra l’altro, risulta comprensibilmente agli occhi degli occidentali (e alla fine anche dei… musulmani?) sempre più odioso e ributtante.

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