Rivoluzione e revisionismo
di Enrico Galoppini
Quando un partito intende seriamente “fare la rivoluzione” non può non essere “revisionista”. Per quanto riguarda gli assetti di potere internazionali, in particolare nel Levante arabo-musulmano, il giovane movimento (poi partito) fascista fece capire fin da subito le sue intenzioni.
Ne è prova questa pubblicazione, uscita per i tipi de “Il Popolo d’Italia” nel 1921 (dunque prima della Marcia su Roma) a cura di Alfredo Acito, nella quale l’autore esprime una netta condanna della politica “rinunciataria” dell’Italia nel Vicino Oriente e definisce, senza tanti giri di parole, la formula del “mandato” a vantaggio di Francia ed Inghilterra come una nuova odiosa ed ipocrita forma d’imperialismo.
Questi motivi revisionisti nella politica araba ed islamica saranno sempre presenti nelle linee-guida della politica estera dell’Italia fascista, talvolta più annacquati (come almeno fino ai primissimi anni Trenta), altre volte più espliciti (come durante l’insurrezione palestinese del 1936-38, sovvenzionata anche dall’Italia), fino ai tentativi di cavalcare le rivoluzioni nazionali arabe durante la guerra (per esempio quella in Iraq, nel 1941), quando i nodi vennero al pettine e la politica araba ed islamica del Fascismo fu, una volta cadute le illusioni diplomatiche, mirata a debellare la prepotenza sfruttatrice delle “grandi democrazie”.

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