L'”accoglienza” ai tempi del terremoto 2
di Vincenzo Abbatantuono
Questa ve la racconto. Lei è una militante comunista, femminista, internazionalista, fedina ideologica purissima da leninista, impeccabile. La sua cooperativa, con l’acqua alla gola per i mancati pagamenti delle ASL e per convinta scelta politica – non si sa bene quale delle due sia più nobile – si butta nella cosiddetta “accoglienza dei migranti”. Tanti soldi subito e niente più debiti con le banche per pagare gli stipendi.
Comincia l’avventura. Dalla Prefettura arrivano donne africane con prole, poi altri ospiti, sempre di più, tutto “yeah! W l’amore e abbasso i confini”.
Un mese fa la mia amica sprizzava Comintern da tutti i pori. Ieri la rivedo, mesta e incazzata. Legge tutti i miei post ma non li commenta (non sia mai che sia d’accordo), ma ci tiene a dirmi che “ma lo sai che comincio a dubitare del mio lavoro con questi (usa proprio l’espressione “questi”, nda)? Non se ne può più, ci stanno trasformando in una sezione del Ku Klux Klan”. Mi parla di gruppi di ospiti africani che contestano il cibo, i vestiti, persino l’arredo, pretendono cure, soldi e credito telefonico, in una spirale di contrapposizione che sta trasformando un gruppo di compagni in una banda di xenofobi, allentando giorno dopo giorno i bulloni della tolleranza, al punto che in équipe si sorprendono a fare battutacce razziste di cui si vergognano senza esagerare.
Annuisco; lei quasi si vergogna. Poi, mentre mi saluta, l’epitaffio: “Renditi conto che abbiamo trentamila terremotati senza casa e questi fanno le rivolte contro il riso Gallo“.

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