Addio “lavoretto”: il motivo c’è ma non si deve dire

lavorettoI giovani universitari italiani non trovano più un “lavoretto” come un tempo?

E a chi dovrebbero dare la colpa? Ma alla “crisi”, ovviamente. A questa panacea per tutti i mali che esula dal cercare ogni altra spiegazione.

È quanto emerge da uno sei soliti sondaggi-inchiesta che non sa e non vuole andare fino in fondo alla questione perché in Italia ci sono delle cose che nemmeno si devono pensare.

E allora le diciamo noi, certi di non essere smentiti nemmeno dai più accreditati “esperti” e “predicatori”.

La verità è che “il lavoretto per i nostri ragazzi non c’è più” perché se lo sono preso gli immigrati.

Anche se i “lavoretti” sono meno che negli anni Ottanta o Novanta, quando con un po’ di volantinaggio saltuario riuscivi a toglierti qualche soddisfazione (tipo viaggi all’estero).

Chi trovate oggi a mettere la pubblicità nelle buche delle lettere? Non troverete mai un italiano, e non perché “certi lavori gli italiani non li vogliono più fare” (dove sei Bertinotti?), ma perché questi cosiddetti “lavori” vengono offerti a paghe che più che altro sono un insulto alla decenza.

Ma per carità, questo non si deve neanche pensarlo.

E figuriamoci se una studentessa delle superiori (una di quelle che non trova più il “lavoretto”) osa pronunciare l’impronunciabile in un pubblico dibattito.

Sospesa immediatamente. Roba che nella scuola delle “tre i”, dei professori perennemente sul piede di guerra e delle rituali “occupazioni” non capita nemmeno se un allievo insulta pesantemente il docente. Non sia mai detto: la scuola, che ormai è una “azienda”, si farebbe la nomea di essere troppo rigida e selettiva. Insomma, “all’antica”.
Mentre è molto, molto moderno imbastire “dibattiti” a senso unico in luoghi che, stando a come si autorappresentano, dovrebbero aiutare al “pensiero critico”!

A noi, l’unico pensiero che invece corre alla mente è questo: se lavori o lavoretti non ce ne sono più, non sarebbe più logico e sensato dire “addio” – assieme a chi se ne sta qua a permettere una gara al ribasso – a tutto un modo di pensare che ci sta portando dritti alla fine?

America: but which … “Country of Immigrants”!

by Enrico Galoppini

obama_parlaOne can say whatever about America, whether we like it or not.

But not that it is not a country of immigrants.

Almost all the population of the United States of America was made up of immigrants during the last four or five centuries.

But there is one small problem. A trifle question which is always cheerfully slid over when it turns to drawing to tears from the stories of these “self-made man” who had departed with the cardboard suitcases and their Bibles, wandering and fleeing the terrible “Old World”.

It is the extermination of the indigenous peoples. Those who had lived in America, even without calling it thus, before all that which in the name of the “modern civilization” had landed on their ancestral land.

Yes, it is true that even the “American Indians” had arrived there after passing through the Bering Strait… but here we are talking about the lost in the millennia, while the planned massacre by those who laid smokescreens of tear gas is a very recent affair.

For which, by the way – while we, who remained on this side of the Atlantic, were hammered with our eternal “faults” real or imagined – no one has ever really suffered retribution, nor even evermade an apology. Thus it is hard to imagine these individuals, kissed by the lot of their “God” who would turn them into the Scrooge because of their “chosenness”, willing to shell out some money to compensate the committed serious wrong.

No way! While we have to open the purse because they always jumps out some “victim”, they continue undeterred to commit massacres around the world and no one can claim anything as compensation.

The trick is clear: only few in the world can boast the title of “victims”, with guaranteed annuity, and only some are exempt from having to disburse amounts of money by way of “repairs”.

And if we put together the two privileged categories, we find that it is the same people!

Those who really command America, for spite the five millions of the “new immigrants” that the new “swarthy messiah” waving us in the face with to claim a moral superiority that exists only in the fantasies of Hollywood.

Among these “new Americans” there abound the most disadvantaged ethnic groups in this parody of respect and tolerance which America represents, so to be sure that the industry of the perpetual wars made in the USA will draw its next meat from slaughterhouse.

But on the other hand, they have always done so, even when in the end of the two World Wars, to safeguard the grain that they had lent to their “allies”, “color” marines were shipped to Europe in droves.

The trick then goes on undeterred: I give you my coveted “citizenship” and you go to risk your neck for me.

In the face of the “nation in arms”, the Army of the United States is in fact – as recalled by the late John Kleeves [1] – a sort of a supermarketguard, on the look-out for the purely private interests masked understrictly publicideals, therefore that who actually goes to get the gunshots and breath depleted uranium is as a clerk in camouflage and equipped to the nines.

This, therefore, beyond the few ostentatious examples of “integration” (in making money, of course), is the love of the American system for “immigrants”. An individual who at the base of the social pyramid does the slave for nothing, breaking his back, and who, faced with the lack of prospects, finds nothing better than going to die (or be shocked or mutilated for life) to defend interests of the same smart ones who have always ridden the gravy train.

Our creative of politics are chalking up, if they have not already done it. We should expect, thus, a great “amnesty” and “regularization”, if our dear Italy hangs on following the expansionist delirium of its powerful and indisputable “ally”.

FOOTNOTES

[1] https://byebyeunclesam.wordpress.com/2010/10/01/john-kleeves-selezione-ragionata-di-articoli-ed-interviste/

Quiz a premi o ‘allevamento di politici’?

di Enrico Galoppini

renzi_mikeAppena uno va un minimo su nell’indice di gradimento politico, scatta l’inesorabile meccanismo mediatico per buttarlo giù.

È il caso di Matteo Salvini, attualmente a capo della Lega Nord, che tutti i sondaggi danno in netta ascesa, sia perché la frana di Berlusconi ‘a destra’ ha lasciato aperte vaste ‘praterie elettorali’, sia perché il nuovo corso del Carroccio ha saputo intercettare quella protesta sociale che sente il problema dell’insicurezza generata dall’eccessiva presenza di stranieri in Italia.

E cosa ti vanno a scovare per metterlo in ridicolo ed insinuare che Salvini in realtà è sempre stato “un nullafacente”?

Un filmato del 1993, col futuro segretario leghista concorrente a “Il pranzo è servito“.

Una cosa che non significa nulla di quello che si vuole suscitare nella massa, ovvero che Matteo Salvini, che all’epoca aveva vent’anni esatti, era (ed è) “un nullafacente”, uno dei tanti fannulloni della politica che sa solo “magnare”.

Ci sta pure che anche lui sia l’ennesimo esponente del “magna magna” italico, perché non conoscendolo personalmente non possiamo giurare sulla sua specchiata buonafede, ma stabilito che non si può fare il processo alle intenzioni per partito preso, questo rivangare su ogni cosa detta, scritta o fatta è effettivamente spregevole, da comari della peggior specie, perché chi è senza peccato (ed i giornalisti di peccati ne hanno da vendere) scagli la prima pietra.

In breve, Matteo Salvini dà fastidio a qualcuno, anche se la piega antieuropeista e filo-russa della Lega Nord non ha preso la direzione che sarebbe auspicabile, stante la sua islamofobia dai tratti grotteschi indice di un’incomprensione grave della Tradizione tout court.

La Lega dà fastidio, ed ha dato fastidio, in qualche momento cruciale della recente storia italiana. Anche se in altri ha fatto il gioco del sistema di potere.

Ma questo non è il punto che qui interessa rilevare.

È semmai curioso il fatto che la partecipazione a questa gara a premi delle reti di Berlusconi fece seguito ad un’altra, avvenuta otto anni prima, sempre su una rete Fininvest.

Qualche domanda a questo punto è lecita: o Matteo Salvini era un appassionato di quiz televisivi ed era fortunato nell’essere chiamato a partecipare, o aveva qualche ‘gancio’ che lo faceva andare in tv. Il che, se pensiamo che le reti berlusconiane sono state la base da cui ha preso vita il Centro-destra degli ultimi vent’anni (quello emerso da “Mani Pulite”, per intenderci), potrebbe essere indicativo di come certi personaggi pubblici vengano ‘coltivati’ da chi poi li lancerà in seguito.

Obama, in questo senso, e con le dovute distanze, è il caso più paradigmatico di elemento venuto “dal nulla” formato accuratamente per svolgere, ad un certo punto, una determinata funzione.

Sarà allora un caso che anche Matteo Renzi, attuale presidente del Consiglio, è stato ospite di un quiz di Mike Bongiorno? Una “Ruota della fortuna” (oltre 48 milioni dell’epoca) che, gira e rigira…, l’ha portato dritto a Palazzo Chigi!

 

 

 

 

 

Divide et Impera (Bergamo, 28 nov. 2014)

Divide_et_impera_527b74023f704_220x335Bergamo, 28 novembre 2014.

Presentazione del libro di Paolo Sensini, Divide et impera. Strategie del caos per il XXI secolo nel Vicino e Medio Oriente (ed. Mimesis, 2013): https://www.facebook.com/events/1505140766420957/?ref=5

L’iniziativa è organizzata da Caposaldo.

Scheda del libro e sul suo autore (da http://www.mimesisedizioni.it/Eterotopie/Divide-et-impera.html).

Cosa sta succedendo nel Vicino e Medio Oriente? Perché quest’area nevralgica continua a essere l’epicentro dei più cruenti e sanguinosi conflitti che scuotono il mondo? Chi sono i protagonisti interni ed esterni che hanno contribuito a rendere tale zona la più instabile e turbolenta dalla metà del Novecento fino alla cosiddetta «Primavera araba» e oltre? A queste domande, come a diverse altre che vi sono strettamente legate (11 settembre 2001, terrorismo «islamista», politiche neo-securitarie, ruolo delle grandi lobby internazionali), risponde Paolo Sensini in questo suo nuovo libro che rappresenta in qualche modo il seguito e uno sviluppo ad ampio raggio di Libia 2011, ossia del primo lavoro uscito in Italia che ha documentato in presa diretta ciò che stava realmente accadendo nelle «rivolte arabe». Dopo aver descritto le condizioni storico-sociali che hanno portato alla nascita degli Stati del Vicino e Medio Oriente con la caduta dell’Impero Ottomano, l’autore esamina quali sono i «grandi giochi» e la rete degli interessi mondiali che si sono scontrati e continuano tuttora a scontrarsi determinando i destini dell’area. Ne emerge un quadro che, attingendo a un’imponente mole di documentazione originale, ci consegna un affresco assai lontano dalle stucchevoli narrazioni political correctness che vanno oggi per la maggiore. E lo fa con un linguaggio piano e avvincente ma allo stesso tempo capace di restituire tutta intera la complessità dei problemi trattati. Ecco perché questo libro è uno strumento indispensabile per chiunque voglia davvero capire ciò che i media mainstream e i fomentatori di uno «scontro di civiltà» non ci diranno mai. Ne va, tra le altre cose, del futuro civile dell’Europa e, vista la prossimità geografica con quell’area, del nostro Paese in particolare. Perché se non si comprendono i veri termini e la posta in gioco della «questione mediorientale», nessuna autentica risoluzione dei conflitti sarà mai possibile. E, ciò che forse è ancor peggio, neppure pensabile.

Paolo Sensini, laureato in filosofia, saggista e storico, è autore di La rovina antica e la nostra (Roma 2006), de Il «dissenso» nella sinistra extraparlamentare italiana dal 1968 al 1977 (Soveria Mannelli 2010) e di Libia 2011 (Milano 2011). Ha redatto alcune delle voci apparse sul primo volume di L’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico (Milano 2010) e sul Dizionario biografico degli anarchici italiani (Pisa 2003-2004). Ha inoltre curato l’edizione italiana delle principali opere di Bruno Rizzi, Ante Ciliga, Josef Dietzgen e Sergej Mel’gunov.

L’America: ma quale… “Paese d’immigrati”!

di Enrico Galoppini

obama_parlaDell’America si può dire di tutto, che ci piaccia o meno.

Ma non che non sia un Paese di immigrati.

Praticamente tutta la popolazione degli Stati Uniti d’America è fatta di immigrati negli ultimi quattro-cinque secoli.

Ma c’è un piccolissimo problema. Una questione da nulla che viene allegramente glissata quando si tratta di far venire i lucciconi agli occhi per le storie di questi “self made man” partiti con la valigia di cartone e le loro Bibbie, raminghi e in fuga dal terribile “Vecchio mondo”.

È lo sterminio dei popoli autoctoni. Quelli che in America, anche senza chiamarla così, ci abitavano prima di tutto quel che, all’insegna della “civilizzazione moderna”, è sbarcato sulla loro terra ancestrale.

Sì, è vero che anche gli “Indiani d’America” erano giunti passando dalle terre emerse sullo Stretto di Bering… ma qui stiamo parlando di epoche che si perdono nei millenni, mentre la strage pianificata di chi diffonde cortine fumogene strappalacrime è roba recentissima.

Per la quale, tra l’altro – mentre a noi rimasti al di qua dell’Atlantico ci martellano con le nostre eterne “colpe” vere o presunte – nessuno ha mai fatto davvero ammenda, né chiesto davvero scusa. E figuriamoci poi se questi individui baciati dalla sorte del loro “Dio”, che li avrebbe resi dei Paperoni a motivo della loro “elezione”, sono disposti a scucire qualche soldo per risarcire il gravissimo torto perpetrato.

Macché, mentre noi dobbiamo aprire il borsellino perché salta sempre fuori qualche “vittima”, loro continuano imperterriti a fare stragi in giro per il mondo senza che nessuno possa pretendere alcunché a titolo di risarcimento.

Il giochetto è chiaro: solo alcuni nel mondo possono fregiarsi del titolo di “vittime”, con vitalizio assicurato, e solo alcuni vengono esentati dal dover esborsare cifre da capogiro a titolo di “riparazioni”.

E se mettiamo insieme le due categorie privilegiate, scopriamo che si tratta della medesima gente!

Quella che comanda davvero in America, alla faccia dei cinque milioni di “nuovi immigrati” che il novello ‘messia abbronzato’ ci sventola in faccia per rivendicare un primato morale esistente solo nelle fantasie hollywoodiane.

Tra questi “nuovi Americani”, tra cui abbondano le etnie più svantaggiate in quella parodia del rispetto e della tolleranza che è l’America, c’è da stare sicuri che l’industria delle guerre perpetue made in Usa trarrà la sua prossima carne da macello.

Ma d’altra parte han sempre fatto così, quando anche sul finire delle due Guerre mondiali, per salvaguardare la grana che avevano prestato ai loro “alleati”, vennero spediti in Europa frotte di marines “di colore”.

L’abbindolamento dunque va avanti imperterrito: io ti do la mia agognata “cittadinanza” e tu vai a rischiare la pelle per me.

Alla faccia della “nazione in armi”, l’Esercito degli Usa è infatti – come ricordava il compianto John Kleeves – una specie di guardia del supermercato, a difesa di interessi puramente privati camuffati da profonde idealità pubbliche, per cui chi effettivamente va a prendersi le fucilate e a respirare l’uranio impoverito è come un impiegato in mimetica ed equipaggiato di tutto punto.

Questo, dunque, al di là dei pochi ed ostentatissimi esempi di “integrazione” (nel fare soldi, s’intende), è l’amore del sistema americano per “l’immigrato”. Un individuo che alla base della piramide sociale tira la carretta per nulla, spaccandosi la schiena, e che, messo di fronte all’assenza di prospettive, non trova di meglio che andare a morire (o restare mutilato o scioccato a vita) per difendere gli interessi degli stessi furbi che l’hanno sempre sfruttato.

Prendano nota – se non l’hanno già fatto… – i nostri creativi della politica. Si attendono quindi grandi “sanatorie” e “regolarizzazioni”, se quest’Italietta s’incaponirà nel seguire il delirio espansionista del suo potente ed indiscutibile “alleato”.

ISIS: the Vice Squad has arrived to Mosul!

by Enrico Galoppini

manichini_mosulThere have appeared the vice squad of ISIS in Mosul, which among other restrictions in which it specializes, has come up with putting a veil on the female mannequins [1].

In a nutshell, the ISIS has suggested the mannequins to “conform to the precepts of the Koran”, in line with the way of interpreting Islam by the modernist-fundamentalists complementary to that of their alleged secularist opponents.

For all these people, in fact, “the precepts of the Koran” can mean whatever. Obviously whatever goes in the sense of exaltation (or condemnation) of obsessive puritanism and literalism, the index of horrible ignorance. For this reason there are in fact those, Muslims, who hate certain triangular pancakes because they remind “the Trinity”, or carefully avoids eating croissant because it would originate from one teasing the besieged Vienna, that after resisting the Ottoman attack celebrated the victory with this candy shaped in crescent moon.

Yet, since the evil never consists exclusively of one side (or, at least, even the evil contains some aspiration to do something good), it must be said that the concern from which sprouts some farcical and self-righteous measure like this one, in principle is not completely wrong.

By this we mean that a mannequin (and especially one that reproduces the features of a woman) actually should not exist, unless we would like to talk about a vague outline of the human form (one can also omit the head, and we do not intend to sneer at “headhunters”! the serious tailors use a type of headless silhouettes).

The art of the mannequins nowadays has reached such a level that it can actually arouse lascivious thoughts, while it would be a sacred right of all of us to be able to walk the streets without this constant stress with images of women which are also found in the classical murals that jeopardize the safety of male motorists. Because the hypermarkets and major downtown streets of our cities have the windows illuminated in any hour, and sometimes it seems that some real beautiful girls are posing there.

Moreover, the clothing of these mannequins, their poses and their hairstyles serve as models for many women, so that then they go to dress up in the same manner on the edge of pornography.

At any rate, returning to the measure taken in Mosul by the ISIS’ “Vice Squad” (and given that we do not believe that in Mosul there are so many mannequins able to provoke certain fantasies…), if they were the least consistent with their puritanism, they would remove totally all mannequins, avoiding veiling their faces.

Anyway, it sustains the following fact: that a mannequin is a model for women, and in that context it must adapt to that model promoted by the advocates of this so-called “Islamic State”.

It would be more substantial to question the lawfulness of the human form portrayal, and then they should cover both the female and male mannequins, as well as any statue or painting or miniature representing a human being, any photo or video with human beings, including those of the so-called “caliph” and his henchmen. But imagine if these guys want to deprive themselves of the pleasure of posting on YouTube the scenes of their slaughters!

The fixation on the veiling of the female mannequin stells a lot about the bigotry and mock “traditionalism” of the organization with such a “pagan” name which has taken the control over the parts of Syria and Iraq. It appears that its members intend to relentlessly applying so farcical, and at the same time, absurd and manic mode every Islamic rule, to tell the world “here what Islamis!”, prompting instead hatred, contempt, laughter, horror and general disgust.

But their exaggerated and ridiculous puritanism is a mirror of the extreme Western exaltation, often vulgar, of the female sexuality in all that concerns advertising and commercial promotion (shop mannequins included).

Therefore, what should excite in us hilarity and confusion is, above all, the superficiality of these “fundamentalists”. On the understanding that the underlying problem of hypersexualization of our society does exist with all its devastating consequences for the human being’s inner foundations.

FOOTNOTES

[1] http://www.dagospia.com/mediagallery/Dago_fotogallery-125203/572668.htm

Occupazioni di case popolari: un punto di vista islamico

case_popolari_milanoIn questi giorni ha fatto molto scalpore la questione delle case popolari di Milano, alcune delle quali vengono letteralmente presidiate dai residenti, a causa del concreto rischio che, assentandosi, vengano occupate da abusivi.

La situazione dell’edilizia popolare in Italia è molto grave, fondamentalmente perché esiste a monte un menefreghismo spaventoso da parte delle cosiddette “istituzioni”.

Ma oltre a questo, c’è il concreto e pressante problema di una quantità crescente di stranieri giunti in Italia senza alcuna prospettiva, ma che una volta fatti entrare reclamano lavoro e… casa.

Così, accade che i più spregiudicati tra loro arraffino alloggi che non gli spettano, e ciò va a danno degli aventi diritto, che possono essere, oltre che italiani (i quali, ce lo si consenta, qualche “diritto” dovrebbero pur averlo), persino loro connazionali e/o correligionari.

Ora, diversi di questi occupanti lasciati liberi d’imporre la legge del più forte provengono da paesi di religione musulmana, professandosi essi stessi musulmani.

Ma al di là dell’ovvio stato di necessità (che tuttavia andrebbe vagliato nel dettaglio e caso per caso), esiste una questione “dottrinale” dirimente di fronte a queste situazioni, nelle quali chi è nel torto dovrebbe porsi qualche scrupolo morale alla luce della religione che professa.

Pertanto, senza alcuna pretesa di esaurire l’argomento, ci sembra utile ed interessante riportare, da una discussione intercorsa su Facebook, il parere di Gabriele Iungo, un giovane musulmano italiano che ha condotto i suoi studi islamici a Medina.

***

L’emergenza delle occupazioni abusive di abitazioni del demanio pubblico pone una duplice questione, giuridica e socio-economica.

In primo luogo, tali occupazioni – che costituiscono l’espropriazione di un diritto altrui – sono illecite (ḥarâm) tanto dal punto di vista della legge religiosa (šarî‘ah), quanto da quello del diritto positivo (qânûn).

Laddove tali illeciti coinvolgano Musulmani immigrati da altri Paesi, è necessario distinguere coloro che sono emigrati per una concreta mancanza di alternative per la propria sopravvivenza, da un lato, da coloro che sono partiti per “far fortuna”, in cerca di una vita più agiata e di un benessere maggiore rispetto a quello dei propri Paesi d’origine, dall’altro.

Rispetto ai primi, è necessario che le locali Comunità islamiche si assumano una maggiore responsabilità, in termini di accoglienza e di predisposizione di reti di solidarietà che mettano al riparo dal ricorso a forme più o meno gravi di illegalità e di coinvolgimento in attività criminali.

Rispetto ai secondi, è invece obbligatorio rimarcare come l’emigrazione (hijrah) dai Paesi musulmani verso Paesi non Musulmani sia proibita (ḥarâm) per coloro che non vi possano risiedere dignitosamente, tutelando la propria Religione e rispettando le regole di convivenza civile.

In un secondo intervento, dopo alcuni commenti pervenutigli, lo stesso Gabriele Iungo ha aggiunto:

Conosco personalmente diversi fratelli [nella fede, NdR] che, nel loro Paese d’origine, avrebbero beneficiato di un appartamento, di una piccola attività lavorativa, della possibilità di sposarsi e di una rete familiare disponibile a sostenerne le esigenze primarie; tuttavia, spinti dal miraggio di “far fortuna”, e credendo di seguire le orme dei primi migranti, si sono messi nelle mani di trafficanti, finendo poi per rendersi simili a schiavi, o per morire. 

La Dottrina avrebbe protetto questi fratelli dalla loro avidità, così come molti altri da un’apostasia di fatto, se non proprio conclamata; allo stesso modo, la Dottrina avrebbe risparmiato ai Paesi arabi molte delle loro più recenti tribolazioni, così come avrebbe indirizzato gli sforzi delle comunità Islamiche all’accoglienza dei disperati che oggi affollano le nostre strade, prima che al pur doveroso sostegno di profughi presenti in altri Paesi.

I politici sono “ignoranti”: e allora?

di Enrico Galoppini

iene-politici-ignorantiChe pizza, che noia questa storia dei politici “ignoranti”!

Da quando i media hanno preso a suonare la filastrocca della “Casta”, è diventato un classico, oltre che gridare allo scandalo per i loro emolumenti, prenderli alla sprovvista nei pressi del “Palazzo” per fargli delle domande mirate a dimostrarne l’abissale ignoranza.

Gli si chiede di tutto, dalla storia alla geografia, dall’italiano alle lingue straniere. Le risposte lasciano a desiderare ed in qualche caso hanno del clamoroso (in senso negativo, s’intende). Ad aggravare il tutto ci si mette il montaggio dei vari servizi, che artatamente evidenziano questo o quello sfondone dell’onorevole di turno.

Ma nessuno si chiede quale sia l’infimo livello culturale, fosse solo limitato alla semplice erudizione, del pubblico che si sganascia dalle risate di fronte ad una data ciccata clamorosamente o a un verbo coniugato con una buona dose di fantasia. Un pubblico, che poi corrisponde al corpo elettorale, e che continua imperterrito a scegliere comunque tra questa pletora di mezze tacche riproducentisi dal suo stesso seno.

A dirla tutta, inoltre, ad un politico non si richiederebbe nemmeno di saper recitare a memoria la Divina Commedia, o almeno non a tutti, fino all’ultima circoscrizione, essendo la qualità per antonomasia dell’uomo politico quella di saper prendere delle decisioni.

E come se ciò non bastasse, se ci piace tanto la “democrazia” si deve accettare che il livello di chi governa non sia poi così diverso da quello della massa che vota… altrimenti si finisce nel “governo dei migliori”, che è quanto di più antitetico ci possa essere rispetto ad ogni fasulla mistica democratica.

In definitiva, lo spettacolo più deprimente di questa sagra dell’ignoranza che periodicamente va in scena con i politici a fare da bersaglio non è tanto l’ignoranza dei politici stessi, quanto l’ipocrita scandalo di radio o teleutenti che pensano di essere così tanto diversi da loro, per non parlare del ruolo assolutamente funzionale al mantenimento di quest’andazzo effettivamente deprimente svolto dai vari intervistatori di turno che – siamo sicuri – qualora venissero sottoposti ad un serio ed accurato esame culturale non saprebbero uscirne meglio delle loro vittime preferite.

ISIS: a Mosul è arrivata la Buon costume!

di Enrico Galoppini

manichini_mosulA Mosul è arrivata la ‘Buon costume dell’ISIS’, che tra le varie censure in cui è specializzata ha pensato di mettere il velo ai manichini-donna.

In poche parole, l’ISIS ha inaugurato il manichino “conforme ai dettami del Corano”, secondo un modo d’interpretare l’Islam dei modernisti-fondamentalisti complementare a quello dei loro pretesi avversari laicisti.

Per tutto costoro, infatti, “i dettami del Corano” sono qualsiasi cosa. Ovviamente qualsiasi cosa vada nel senso dell’esaltazione (o della condanna) di un puritanesimo ossessivo e di un letteralismo indice di un’ignoranza sesquipedale. Per questo motivo esiste infatti chi, musulmano, ha in odio certe frittelle triangolari perché ricordano “la Trinità”, o evita accuratamente di mangiare il cornetto perché esso originerebbe da uno sfottò degli assediati di Vienna, che dopo aver resistito all’attacco ottomano festeggiarono la vittoria con questo dolcetto a forma di falce di luna.

Eppure, siccome il Male non è mai esclusiva di una sola parte (o almeno anche nel Male c’è qualche aspirazione a combinare qualcosa di buono), va detto che la considerazione da cui prende le mosse un provvedimento farsesco e farisaico come questo non sarebbe, in via di principio, del tutto sbagliata.

Con ciò intendiamo dire che il manichino (e soprattutto quello che riproduce le fattezze di una donna) in effetti non dovrebbe esistere, a meno che non vogliamo parlare di una sagoma dalle vaghe sembianze umane (si può anche omettere la testa, e non intendiamo fare dell’ironia sui “tagliatori di teste”! I sarti seri usano un tipo di sagome senza testa).

Lo sviluppo del manichino oggidì è arrivato ad un livello tale che è in grado di suscitare effettivamente pensieri lascivi, mentre sarebbe un sacrosanto diritto di tutti noi poter camminare per le strade senza questa continua sollecitazione con immagini femminili che ritroviamo anche nelle classiche gigantografie che mettono a repentaglio l’incolumità degli automobilisti maschi. Negli ipermercati e nelle principali vie del centro delle nostre città, nelle vetrine illuminate a giorno ad ogni ora, a volte sembra che lì in posa ci siano delle belle figliole vere.

Per sovrammercato, l’abbigliamento di questi manichini, le loro mosse e le loro acconciature costituiscono un modello per molte donne, che così poi vanno a conciarsi nello stesso modo al limite del baldracchesco.

Ad ogni buon conto, tornando al provvedimento preso a Mosul dalla ‘Buoncostume dell’ISIS’ (e premesso che non crediamo che a Mosul ci siano così tanti manichini in grado di spingere a certe fantasie…), se costoro fossero minimamente coerenti col loro puritanesimo toglierebbero totalmente di mezzo i manichini, evitando di apporgli sul volto un velo.

Ad ogni modo si conferma un fatto: che il manichino rappresenta un modello per le donne, che in quel contesto dovranno così adeguarsi a quello promosso dai sostenitori di questo preteso “Stato islamico”

Ben più sostanziosa sarebbe piuttosto la questione della liceità della raffigurazione umana, ed allora essa dovrebbe riguardare tanto i manichini-donna quanto quelli che raffigurano dei maschi, come pure ogni statua o dipinto o miniatura che rappresenti un essere umano, ogni foto o video con esseri umani, compresi  quelli del cosiddetto “califfo” e dei suoi accoliti. Ma figuriamoci se questi signori vogliono privarsi del piacere di postare su YouTube le scene dei loro sgozzamenti!

Il fatto di fissarsi sui manichini-donna mettendogli il velo la dice lunga sulla bigotteria ed il parodistico “tradizionalismo” di questa organizzazione dal nome così ‘pagano’ che ha preso il controllo di porzioni della Siria e dell’Iraq. Sembra infatti che i suoi esponenti intendano accanirsi nell’applicare in modo farsesco, ed al tempo stesso assurdo e maniacale, ogni norma islamica, per dire al mondo  “ecco cos’è l’Islam!”, suscitando invece odio, disprezzo, ilarità, orrore e disgusto generalizzato.

Ma il loro esasperato e ridicolo puritanesimo è speculare all’esasperazione occidentale nell’esaltazione, spesso volgare, della sessualità femminile in tutto quel che riguarda la pubblicità e la promozione commerciale (manichini dei negozi compresi).

Pertanto, quello che deve suscitarci ilarità e sconcerto è soprattutto la superficialità di questi “fondamentalisti”. Fermo restando che il problema di fondo dell’ipersessualizzazione della nostra società esiste, con tutte le sue conseguenze devastanti per la tenuta interiore dell’essere umano.

Ideologia gender: e ora pure “il toro gay”!

di Enrico Galoppini

toro_gayNon bastava tutto il resto, su cui Il Discrimine ha relazionato e continuerà a relazionare, per esempio recensendo il libro Unisex.

Adesso arriva anche la storia a lieto fine del “toro gay“, che posto di fronte all’obbligo di “montare” alcune esponenti del gentil sesso della sua specie non ne voleva assolutamente sapere.

Si venivano così a spalancare, per lui, le porte del macello, ma a tragedia quasi compiuta è intervenuto un filantropo, o meglio uno ricco zoofilo, che gli ha evitato la fine assicurata per tutti gli altri tori… “etero”!

Questa storia, se non fosse vera andrebbe inventata. Il che non esclude che storie del genere vengano inventate in tutto o in parte.

Il “toro da monta” è difatti il simbolo stesso della virilità, nel senso più animalesco del termine. Così, un toro che tergiversa e che alla fine fa cilecca è un autentico non senso, che a livello dell’immaginario scardina un’altra “certezza”.

E non importa poi se da decenni questi animali da allevamento vengono fatti accoppiare prelevando lo sperma del maschio, senza fargli vedere la femmina nemmeno col binocolo…  Ma quand’anche quest’edificante storiella fosse tutta vera, si dovrebbe anche considerare che gli animali in cattività non si riproducono se non con grande difficoltà, il che accade – ma guarda un po’ – esattamente agli esseri umani, che da quando si sono autoreclusi in un modo di vita palesemente disumano hanno perso la voglia di fare figli, moltiplicando, all’interno della loro specie, gli individui con tendenze omosessuali.

Come che sia, desumere da questo “fallimento”  che si tratti di un toro omosessuale è una forzatura bella e buona, ma tutto, oramai, sfruttando reazioni pavloviane coltivate ed incoraggiate costantemente, viene usato per indurre nel pubblico shock più o meno profondi.

Pertanto, un altro caposaldo di questa nefasta “ideologia del genere” viene consolidato: che anche gli animali prevedano individui omosessuali, anche se a questo punto, visto che tutto ciò sarebbe “naturale”, bisognerebbe chiedersi perché i paladini di codesta ideologia non si rassegnino a prendere atto che gli animali non sono affatto teneri e comprensivi coi loro simili sospettati di uscire dal seminato.

Per gli animali, infatti, vige la norma della sopravvivenza della specie. Per gli umani, invece, quella della soddisfazione delle più assurde paturnie del singolo individuo.