Ibn ‘Arabi a Torino

di Enrico Galoppini

Sabato 22 Settembre, presso il “Circolo dei lettori”, si è svolto un interessante convegno dedicato al metafisico andaluso Muhyī d-Dīn Ibn ‘Arabī. Il convegno, certamente di alto livello, sponsorizzato dal ramo “latino” della Ibn ‘Arabi Society di cui è animatore principale Pablo Beneito, ha illustrato ad un nutrito ed attento pubblico gli aspetti più salienti della metafisica ibnarabiana, dedicando una particolare attenzione alla nozione di wahdat al-wujūd (tradotta correntemente con “unicità dell’esistenza”, sebbene tale traduzione non sia così scontata né di facile approccio, considerata la prospettiva nettamente non-duale di Ibn ‘Arabī, accusato a torto da vari suoi detrattori musulmani di “panteismo”). Allāh, infatti, secondo l’illustre esponente della più cristallina dottrina islamica, non è “le cose”, anche se si trova in tutte le cose. Fondamentale, secondo l’esperienza mistica del sufi andaluso, è l’approssimazione a Dio che si può ottenere attraverso la conoscenza: la conoscenza, non meramente libresca, è la via maestra per pervenire a quella “anima pacificata” cui di riferisce il Corano al riguardo di chi affronta con successo la “grande guerra” contro l’ego. 

Anche solo da queste stringate note, e a maggior ragione dalla lettura della locandina che allego, si può evincere l’abissale distanza che intercorre tra la prospettiva del tasawwuf ortodosso e quella del cosiddetto “Islam politico”, “moderno” o “fondamentalista”, tutto proteso verso questo mondo né più né meno come le varie ideologie “secolariste”.

Evola e Guénon: incontro o scontro?

Dopo la felice esperienza dell’evento dedicato ad Evola nel 2016, lo scorso 12 Maggio 2018, RigenerAzione Evola ha sostenuto e aderito al convegno dal titolo “Julius Evola, René Guénon. Incontro o scontro?”, organizzato dal Centro Studi Internazionale Dimore della Sapienza.

Il convegno è stata un occasione per rimarcare ancora una volta l’impegno di Rigenerazione Evola di divulgare, in modo del tutto impersonale e lontano da sterili intellettualismi da accademia, l’opera di Julius Evola, facendo chiarezza sul pensiero evoliano. L’opera del Barone insieme agli insegnamenti di René Guénon rappresenta sicuramente dei riferimenti imprescindibili per chi ancora oggi è impegnato nella continua sfida tesa verso la conoscenza di se stesso e del piano metafisico, una lotta che ancor prima di essere materiale è esclusivamente spirituale.

L’iniziativa ha voluto riaffermare il contributo complementare e sinergico di due dei maggiori interpreti e testimoni della Dottrina Tradizionale come Julius Evola e René Guénon e ha avuto il privilegio di ospitare gli interventi di relatori di prim’ordine come Claudio Mutti (Eurasia), Enzo Iurato (Heliodromos), Paolo Rada (rappresentante del Centro Studi “Dimore della Sapienza”) ed Enrico Galoppini (scrittore).

Ad aprire la conferenza con il primo intervento è stato il Prof. Claudio Mutti, fondatore delle Edizioni all’Insegna del Veltro, che dinanzi a un folto pubblico ha illustrato, partendo dal simbolismo dell’Islam e la sua riconnessione diretta con la Tradizione Primordiale, la convergenza e complementarietà di immagini tra il pensiero di Evola e l’opera di Guénon, in particolare in quella che nell’Islam originario fu l’unica forma di ascesi ovvero l’azione guerriera culminante nel rito del jihàd, ossia nel concetto di guerra santa. Evola in particolare, ha ricordato Mutti, ha tracciato un quadro della tradizione islamica che costituisce una rappresentazione ispirata al riconoscimento dell’Islam come manifestazione dello spirito tradizionale dal quale non può prescindere la Rivolta contro il Mondo Moderno.

A seguire è intervenuto Enrico Galoppini, arabista e studioso dell’Islam, che da subito ha voluto metter in risalto l’approccio antitetico adottato da Evola e Guénon rispetto alla storiografia moderna, privilegiando l’Universale al particolare e l’Unità alla molteplicità. Il messaggio di Evola e Guénon lascia intendere chiaramente ai baroni della cultura ufficiale accademica che quest’ultimi hanno perso tempo verso cose futili e dannose. Il pensiero dei due Testimoni del pensiero tradizionale è stato principalmente caratterizzato da alcuni punti cardinali, ossia (1) il dualismo di civiltà, ovvero da un lato la civiltà antica e dall’altro l’inciviltà moderna, (2) la superstizione della scienza, della cultura moderna e dell’uguaglianza, (3) la crisi del mondo moderno e la relativa aspra critica, (4) la Realizzazione, come esperienza dello Spirito, e (5) l’Affermazione della Verità, il grande incomodo del mondo moderno relativista e indifferente, ostile alla nozione stessa di verità.

Successivamente è intervenuto il terzo relatore, Paolo Rada, del Centro Studi Internazionale “Dimore della Sapienza” che ha rimarcato fin da subito come Evola e Guénon siano due autori complementari, capaci di descrivere la Tradizione in modi diversi ma essenzialmente concordi. Evola ha seguito l’ottica guerriera, Guénon ha rivelato il profilo contemplativo. In loro si è contraddistinta anche una diversità di interpretazione in quattro punti fondamentali: il collegamento iniziatico, la funzione e il ruolo del Rito, il Cristianesimo e la dottrina delle Caste. Lo stesso Rada ha saggiamente voluto rimarcare più volte, nella sua analitica disamina, che questi aspetti con vedute diverse tra Evola e Guénon non devono far pensare a una contrapposizione antropologica e metafisica dei due autori, che per il resto seguono un pensiero comune, tant’è che Evola definì Guénon “un maestro senza pari della nostra epoca”.

A concludere c’è stato l’intervento di Enzo Iurato, fondatore e animatore del gruppo siciliano ‘Heliodromos’, il cui contributo si è soffermato sul rapporto tra Evola e Guénon, fatto di rispetto e cordialità e mediato saggiamente nel corso degli anni anche da Guido De Giorgio. Un rapporto fatto di sincera cortesia, il che fa immaginare che i due pensatori non erano nemici, avversari ma persone che appartenevano a uno stesso schieramento e marciavano sulla stessa strada. Evola ha saputo tradurre in direttive pratiche e operative ciò che Guénon ha illustrato nella forma dottrinaria pura e incontrovertibile, dimodoché i due Testimoni sono di fatto complementari nella loro opera e necessari per una consapevole guerra al mondo moderno.

Dopo qualche riflessione da parte del pubblico interessato al messaggio convergente di queste due autori, il convegno si è concluso con moltissimi spunti interessanti per la riflessione e la cultura di sé.

Noi teniamo a ribadire e divulgare con chiarezza l’attualità del pensiero evoliano che, in complementarietà al messaggio di Guénon, risulta essere uno strumento indispensabile per chi intende rimanere ‘sopra le rovine’, dove ‘il tenersi in piedi’ non è un esercizio meramente intellettuale, non è il frutto di uno studio approfondito e accurato delle opere dell’autore ma è il risultato di una esistenza condotta con uno stile e un carattere orientati al Sacro. Un’azione immersa nel pratico, nella vita e nel mondo, che diviene strumento di conoscenza, verifica e applicazione dei principi della Tradizione Universale.

Fonte: Rigenerazionevola.it, 20 maggio 2018

Enrica Perucchietti, Fake News. Come il potere controlla i media e fabbrica l’informazione per ottenere il consenso, Arianna Editrice, Bologna 2018

di Enrico Galoppini

Se il problema delle “notizie false” si riducesse ad una questione di “deontologia professionale”, e cioè di “professionisti dell’informazione” dediti alla divulgazione di falsità, potremmo stare ancora in un certo senso tranquilli.

D’altra parte, come può facilmente arguire chi – come il sottoscritto – ha sostenuto, col massimo dei voti, un esame di Storia del giornalismo, non può far finta di non aver capito che i giornali, ovvero le “gazzette”, nacquero non tanto per soddisfare la curiosità di un pubblico, quanto per favorire gli interessi dei loro fondatori, strettamente connessi con quella “borghesia” emergente che contestava “l’Antico Regime” e ad esso mirava a sostituirsi.

Ma anche volgendo lo sguardo a tempi più remoti, ci possiamo rendere conto che chi ha posseduto l’informazione ha, da sempre, controllato la situazione. Si pensi, giusto per fare un esempio noto ma non adeguatamente considerato in tutti i suoi risvolti, che la “rivoluzione” della stampa a caratteri mobili ebbe come conseguenza più importante e decisiva per i successivi sviluppi della “modernità” la moltiplicazione nelle varie nazioni europee delle traduzioni della Bibbia, il che pose le basi del nazionalismo e delle identità nazionali in opposizione all’ideale imperiale.

Chi controlla l’informazione – parafrasando Orwell, che l’Autrice del libro ha letto attentamente – ha la possibilità di controllare il presente, e dunque di giocare “d’anticipo”, con un notevole vantaggio rispetto a chi non ha gli strumenti per incidere sulla realtà con la “produzione” di notizie, molto o poco importanti, vere o false che siano. Perché le notizie, in fondo, non esistono così come comunemente le s’intende. Che cos’è, a ben considerare la cosa, un “fatto”? Per coerenza e spingendo il meccanismo delle “notizie” fino all’assurdo, se il mondo dell’informazione, preso nel suo complesso, dovesse davvero dare conto di tutti i “fatti” che i verificano, dovrebbe riferire fin nei minimi particolari tutto quel che accade, replicando letteralmente la vita di tutto e tutti, sia come individui che come collettività. Ora mi si obietterà che a nessuno interessa un fico secco se un tale ha comprato un cagnolino, o se un tal’altro s’è messo un vestito nuovo. Ma ciò può essere smentito immediatamente, se ci pensa all’interesse che alcuni media intendono suscitare sul cagnolino o il capo di vestiario alla moda di questo o quell’altro “vip”.

Se non si è convinti di quest’esempio riguardante cose frivole, si pensi allora a “fatti” che consistono in gravi incidenti che dovrebbero interessare un po’ di più. Tutti i gravi incidenti meriterebbero di essere sottoposti all’attenzione generale; invece no, perché chiunque può constatare che praticamente ogni giorno qualcuno muore sul lavoro, ma questo tipo di notizie la maggior parte delle volte viene relegato nelle “notizie locali”. Questo perché ci sono “ordini di scuderia” che servono a coprire una deliberata politica volta a minimizzare i rischi di chi svolge mansioni lavorative umili e pagate male, eppure molto più utili, per la collettività, di quelle dei suddetti “vip” dei quali si viene sempre informati su ogni loro “tendenza”.

Vogliamo poi parlare del “terrorismo”? Alcune vittime sembrano essere più vittime delle altre (si pensi a quelle americane degli “attacchi dell’11 settembre”, da un lato, e a quelle palestinesi della pluridecennale repressione sionista, dall’altro), e lo stesso dicasi di perpetra stragi in giro per il mondo col pretesto della “guerra al terrorismo”. Quasi nessuno sa di quel che sta avvenendo in Yemen, semplicemente perché nessun “autorevole media” ha mai fatto vedere i morti yemeniti dei bombardamenti dell’aviazione saudita, eppure si tratta di bombardamenti a tutti gli effetti “terroristici” effettuati su popolazioni civili, i quali dovrebbero suscitare unanime condanna nelle medesime sedi dalle quali si elevano “moniti” e “risoluzioni” all’indirizzo dell’“Hitler” di turno della propaganda occidentale.

Quelli che ho proposto sono solo pochi esempi, e nemmeno tra i più clamorosi, per far comprendere come “il fatto” mediaticamente rilevante non sia, per l’appunto, ciò che “è accaduto”. Il “notiziabile” dipende dunque da un unico criterio: la convenienza a riportare o meno (oppure parzialmente e/o mischiato a falsità) un qualche evento, ovviamente a tutela degli interessi di cui il tal giornale o canale televisivo si fa difensore.

Talvolta, queste stesse “prostitute dattilografiche” s’inventano di sana pianta il “fatto”, ed è così che si entra nel merito delle cosiddette “fake news”. Le quali, tuttavia, non sono – nelle intenzioni di chi ha coniato l’espressione e l’ha resa di pubblico dominio incoraggiando il consueto fuorviante “dibattito” – quelle delle televisioni e dei giornali “mainstream”, bensì quelle di quella specie di antro infernale che sarebbe diventato internet da quando i “fabbricanti di notizie” (o “padroni del discorso”) hanno deciso che chi scrive, e soprattutto pensa (!), senza l’imprimatur ufficiale, sia per questo ascrivibile alla categoria dei “bufalari” e “disinformatori”. Una galleria di mostri che insidierebbero il “vivere civile” ed il “moralmente corretto” e che vanno considerati alla stregua di chi, durante la guerra, veniva accusato di “intelligenza col nemico”.

D’altronde, è la stessa Enrica Perucchietti, autrice del libro di cui qui caldeggiamo la lettura, a rilevare quanto oramai l’informazione che esce da giornali e tivù (più le loro propaggini sulla rete) sia sintonizzata sul modello di quella propaganda di guerra che in passato restava circoscritta ai periodi di “guerra guerreggiata”. Pertanto ogni fandonia, anche la più assurda e illogica, diventa giusta e sacrosanta se c’è da difendere “il Bene” incarnato in coloro che rappresentano “i Nostri Valori”, “l’Occidente”, “la Scienza”, “la Civiltà”.

Di fronte allo spiegamento di questa potenza di fuoco, c’è da chiedersi quale sia la reale posta in gioco. Si tratta forse di uno stato ipnotico da mantenere con massicce dosi di “notizie”? Si ha forse paura che, diminuendo la ‘terapia’, qualcuno di troppo riesca a riprendersi dall’incantesimo? Sorge il dubbio che in tutto questo agitarsi della cosiddetta “informazione” al servizio di interessi turpi ed inconfessabili vi sia la chiara e distinta sensazione che la situazione stia sfuggendo di mano, e cioè che sempre meno gente si beve le loro fandonie megagalattiche. Sembrerà strano, ma non lo è affatto per chi ha capito come funziona l’eterogenesi dei fini: nel momento in cui la propaganda occidentale sembrava onnipotente (l’11 settembre 2001, al culmine di quegli anni Novanta che segnarono il trionfo dell’unipolarismo statunitense) stava per cominciare il suo inesorabile declino. Oggi, a distanza di diciassette anni, basta leggere anche solo i commenti a piè di pagina di un qualsiasi giornale impegnato da mane a sera nel demonizzare la Russia e il suo presidente, per saggiare il livello di gradimento che Putin riscuote presso un pubblico che, al contrario, se tutta questa propaganda russofoba cogliesse nel segno, dovrebbe essere in blocco filo-americano.

Questo per dire che in tempo di “crisi” – quando chi l’ha innescata l’ha fatto per scardinare tutto, dal sistema economico a quello delle credenze, fino al nucleo familiare e alla stessa identità sessuale – può accadere che un pubblico che ci si attenderebbe lobotomizzato può non ritrovarsi nella narrazione proposta dai media dello stesso regime che, insieme alla “crisi” e alla “globalizzazione”, sta prescrivendo l’ineluttabilità di una guerra contro la Russia.

In altri casi, purtroppo, la propaganda delle menzogne sistematiche dell’informazione “all news 24” ha la meglio, o almeno sembra averlo. È il caso dell’islamofobia, che riesce a conquistare parecchi cuori per il semplice fatto che l’Islam è, a tutti gli effetti, dietro la patina delle distorsioni degli uni (gli occidentali) e degli altri (i musulmani estremisti), uno degli oggetti più sconosciuti che esistano oggigiorno per un pubblico abituato a ragionare in termini di “Progresso contro Tradizione”, “Civiltà contro Barbarie” ed altre idee radicate nel profondo.

Ma a parte questo, se per un verso mi sento di sposare il pessimismo di Enrica Perucchietti, con la quale più volte abbiamo condiviso il classico “ma chi ce lo fa fare?”, per un altro credo non si possa far altro che dar battaglia e sperare.

In primo luogo, perché quello che proprio dà maggior fastidio a Lorsignori è constatare che c’è ancora qualcuno che non è affatto disposto ad arrendersi. Arrendersi alla propaganda unisex, allo scientismo e alla sua concezione riduzionista dell’essere umano, all’immigrazionismo acritico e alla retorica dei “diritti umani”. Arrendersi all’“inevitabile” e all’“ineluttabile”. Perché è sul cambiamento antropologico profondo – dopo aver picconato la religione, aggiungo io – che questa propaganda punta oggidì tutte le sue carte. Non arrendersi significa continuare a pensare, e pensare non può che essere il crimine per antonomasia quando lo psicoreato diventa la scusa con cui mettere il bavaglio a tutto e a tutti.

Inutile (e qui concordo con l’autrice del saggio) farsi illusioni sulla disponibilità delle “masse” a darsi una salutare svegliata. Sono troppi, e troppo potenti, i condizionamenti ed i ricatti che agiscono, in maniera consapevole e non, che impediscono ai più di rendersi conto della portata dell’inganno in atto col sistema dei media. Già il fatto che in pochi si chiedano, prima di dar per buona una “notizia”, di chi è il tal giornale o la tal tivù la dice lunga sul livello d’ingenuità del destinatario medio di questa “informazione”. Ma che si vuol pretendere da persone che tutto il giorno sono aggiogate ad un sistema che toglie loro la cosa più preziosa che hanno, il tempo? E per pensare ci vuole tempo. Oltre che (poiché non siamo disposti a concedere alcun diritto al paradigma egualitarista) una disposizione a porsi dei dubbi, delle domande. Quel famoso “senso critico” tanto incensato fin dai banchi di scuola e sistematicamente represso una volta che quello stesso studente di belle speranze si affaccia alla “vita vera”. In certi ambienti di lavoro è un lusso avere delle idee!

C’è da chiedersi anche perché, credo da sempre, i dominanti hanno una gran paura delle idee. Lo psicoreato altro non è che il punto d’arrivo della repressione che chi domina ha esercitato sui dominati per mantenerli in una condizione per esso comoda e di rendita. Ma che cos’è – considerata sotto quest’aspetto – la Passione di Gesù se non il modello da cui ha tratto ispirazione tutto ciò che è avvenuto in seguito in termini di “processi alle idee”? Gli elementi ci sono tutti: c’è un Uomo che afferma la Verità e che dice “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8, 32). Ovviamente Gesù non si riferiva alle “notizie”… Ma se consideriamo l’operato del Sinedrio con le sue “fake news”, l’assurdo e scandaloso processo intentatogli e il successivo supplizio, si può tranquillamente affermare che tra l’affermazione di una qualsiasi “verità” e il potere non è mai corso buon sangue.

Noialtri, senza alcuna vanagloriosa pretesa di assimilarci alla figura di questo Maestro, che abbiamo in odio la falsità e detestiamo il raggiro in forma organizzata architettato con questi “media” da chi “governa il mondo”, abbiamo comunque compreso che alla base delle menzogne mediatiche c’è un problema, che in primo luogo è di ordine “spirituale”, se con quest’ultimo termine vogliamo mettere in guardia dai pericoli che l’abitudine alla bugia e alla manipolazione degli altri per fini ignobili è in grado di provocare, fino al punto di non ritorno, per la propria integrità più intima e profonda. Ai mentitori professionisti, che con le loro fandonie occultano “verità” scomode e coprono le malefatte dei loro padroni bisogna infatti ricordare una sola cosa: che a forza di mentire e di adeguarsi all’andazzo che non va bene si finisce dritti all’Inferno.

È noto che uno degli artifici più insidiosi del Diavolo è di far credere che non esiste. E con esso l’Inferno, tanto che nella coscienza dei moderni esso ha finito per rappresentare il prototipo del “fake”. Si è cominciato da lì, per poi far credere che “Dio non esiste” (questione, peraltro, posta male), ed una volta scardinate le basilari certezze non si poteva che arrivare a questo festival dell’abbindolamento e della presa in giro, con mezzi sofisticatissimi che attaccano l’essere umano sul piano psichico proprio perché non è più protetto adeguatamente. Troppe fenditure si sono prodotte in quella ‘muraglia’ che la fede e la preghiera riuscivano a tenere in piedi.

Per questo, fermo restando che tutto quel che Enrica Perucchietti afferma nel suo saggio è corretto e non fa una piega, aggiungerei che l’arma più formidabile verso le menzogne mediatiche di cui disponiamo è… ignorarle, nella misura in cui, anche se non riusciamo più a farcele scivolare addosso una volta che si è stati morsi dalla tarantola del “dubbio”, non le si deve concedere un’importanza che non hanno, perché in un modo o nell’altro questa propaganda non è la Verità, mentre solo la Verità, quella Verità che alberga solo in un cuore puro, rende liberi. Liberi da tutto, e dunque anche dalle “fake news”.

 

Stefano Montanari, Antonietta M. Gatti, Vaccini: Sì o No?, Macro Edizioni, Cesena (FC) 2015

di Enrico Galoppini

email locati - locati -Stefano Montanari, scienziato, esperto di micro- e nanoparticelle, già autore di numerose pubblicazioni scientifiche e divulgative concernenti il suo campo di studio (Il girone delle polveri sottili, 2008; Il pianeta impolverato, 2014), ha dato alle stampe, con la moglie Antonietta M. Gatti, un libro che in sole 93 pagine mette a disposizione di tutti le sue scoperte effettuate grazie al microscopio elettronico e riguardanti la presenza di micro- e nanoparticolato metallico in ben ventisette (27) vaccini, pediatrici e non. Il ventottesimo vaccino analizzato è ad uso veterinario, e, colmo dello stupore, è risultato esente da queste indebite sostanze.

Qualcuno ora storcerà il naso, affibbiando alla coppia di ricercatori l’etichetta squalificante di “no vax”. Il che oltre ad essere falso (il libro s’intitola significativamente Vaccini: Sì o No?) è pure penoso, in quanto i risultati di una ricerca condotta con tutti i crismi dovrebbero essere quantomeno oggetto di curiosità da parte della cosiddetta “comunità scientifica”, di cui tra l’altro i due scienziati fanno parte.

Il dubbio è però quello che alcuni siano “più scienziati degli altri”. In altre parole, se le ricerche danno dei risultati graditi a corposi interessi costituti dall’interazione di case farmaceutiche, governi, ospedali, università e riviste, questi sono presi in considerazione e divulgati anche presso i non addetti ai lavori (la “massa” che deve pendere dalle labbra degli “esperti” anche quando ci va di mezzo la propria salute). Ma quando i risultati cozzano contro quegli interessi, li si silenzia e/o li si taccia di non “scientificità” in quanto provenienti da individui faziosi e prevenuti.

vaccini-si-o-no-108979Eppure l’analisi dei ventisette vaccini condotta col microscopio elettronico da Gatti e Montanari non è basata su dicerie, bensì su evidenze fotografiche, quali sono quelle proposte in questa pubblicazione nelle pp. 43-64. Che cosa ci fa, in molti vaccini, la tripletta ferro, cromo, nichel (tipica degli acciai)? Ed il mercurio? Il piombo? L’alluminio?

Le case farmaceutiche fanno finta di nulla, ed anche se nei bugiardini indicano, scrupolosamente (o forse per mettere le mani avanti), che i loro vaccini possono provocare – tra gli altri – danni gravi e permanenti quali autismo, encefalopatia e neuropatia, non forniscono alcuna indicazione al riguardo di questo micro- e nano particolato di vari metalli tutti potenzialmente dannosi per la salute di chi se li trova iniettati intramuscolo. Perché a differenza di ciò che è organico (ed anche dei virus) questa materia inorganica, e dunque estranea, si va a piazzare a casaccio nel corpo, e per avventura anche nel cervello.

Le chiacchiere, insomma, stanno a zero, e solo un sistema conformista perché profondamente compromesso con un incredibile giro d’affari (e forse anche altro di più inquietante, aggiungiamo) può rigettare aprioristicamente i risultati di queste analisi, rinforzati da un altro recentissimo studio tedesco che le ha confermate, senza che i fautori delle vaccinazioni obbligatorie abbiano mostrato il benché minimo segnale d’interesse.

Questo libro, oltre ad esporre in esclusiva per la prima volta le analisi e le foto di laboratorio con il microscopio elettronico delle sostanze presenti nei vaccini, introduce il lettore non specialista ad argomenti che lo riguardano da vicino: la storia dei vaccini e quella delle malattie infettive; come sono somministrati i vaccini; l’efficacia dei vaccini; e molto altro.

vaccini-si-o-no-108979-1E ricorda, a chi se ne fosse dimenticato, che la Medicina non è una scienza, poiché manca dei requisiti epistemologici della scienza stessa, bensì un’arte. Arte che prima d’ogni cosa deve tenere in conto di “non nuocere” e che qualsiasi farmaco, se somministrato in dosi sbagliate, può agire come un veleno. Ed è proprio il caso di queste vaccinazioni, somministrate senza le adeguate cautele che dovrebbero derivare dalla banale considerazione che l’essere umano è un tantino più complesso di un’ameba, e dunque non risponderà mai nella stessa esatta maniera agli stimoli provocati da un vaccino (o da un cocktail di vaccini, in tenera età quando il sistema immunitario non è ancora formato!).

Detto questo, gli autori concludono così come hanno intitolato il libro: senza parteggiare per il “sì” o per il “no”, ma consigliando vivamente d’informarsi, dato che, in queste tristi e preoccupanti condizioni, vi è ben poca speranza di ricevere informazioni esaustive da parte di chi, per conformismo e/o tornaconto, pretende che tutti si vaccinino e zitti.

Giancarlo Mazzuca (con Gianmarco Walch), Mussolini e i musulmani. Quando l’Islam era amico dell’Italia, Mondadori, Milano 2017

di Enrico Galoppini

mussolini_musulmaniQuesta recensione si sarebbe potuta intitolare: “Piccole soddisfazioni personali: Il Fascismo e l’Islam per tutti”.

Alle pp. 5 e 77 del libro di Giancarlo Mazzuca (scritto con Gianmarco Walch) Mussolini e musulmani. Quando l’Islam era amico dell’Italia (Mondadori 2017), l’Autore cita infatti in maniera lusinghiera il sottoscritto, che nel 2001 dette alle stampe, per le Edizioni all’Insegna del Veltro, Il Fascismo e l’Islam. Ma quello era un libro di storia in senso stretto, risultato della rielaborazione e dell’approfondimento della mia tesi di laurea, mentre questo recente prodotto editoriale è, per esplicita ammissione degli autori, un libro che non intende seguire un’ordinata cronologia dei fatti, né fornire un quadro esaustivo di tutto ciò che concerne il rapporto tra l’Italia fascista e il mondo arabo-musulmano: è, piuttosto, un tentativo d’influire, attraverso veloci capitoli pennellati a mo’ di ‘ritratti’ , sull’attuale percezione di un periodo e di un rapporto a prima vista problematico. Più precisamente, la percezione di un aspetto particolare legato alla politica estera del regime mussoliniano, quella rivolta agli arabi e ai musulmani.

Il libro, pertanto, non apporta quasi nulla di originale (né intendeva apportarlo), ma offre al lettore una serie d’informazioni, al limite dell’aneddotico, affinché si renda conto che le relazioni tra l’Italia e l’Islam, come recita il sottotitolo, sono state in passato complessivamente buone o comunque foriere di sviluppi positivi. A partire proprio dal famigerato regime fascista, che mentre colonizzava la Libia impostava una politica islamica a tutto tondo, parte della più vasta manovra di ridefinizione dei rapporti di forza nel Mediterraneo, dove a spadroneggiare era l’Inghilterra (e, in misura minore, la Francia).

Qua e là nel libro di Mazzuca (e Walch) ho rintracciato altre pagine ispirate a quel mio lontano lavoro, in particolare quando tratta del’Islam nella Colonia libica e della visita del Duce nel marzo del 1937 (quella della “spada dell’Islam”). Ma anziché prendermela per un ipotetico “saccheggio” sono in realtà molto contento del risultato finale. Perché esso questo dimostra che più di quindici anni fa – anche se poteva sembrare velleitario proporre il tema per una piccola casa editrice – venne posto un seme che poi ha, in un certo senso, fruttificato con una pubblicazione – quella della Mondadori – facilmente reperibile in tutte le librerie.
A p. 141, inoltre, gli autori tributano un “ringraziamento particolare” a Claudio Mutti, l’editore del mio Il Fascismo e l’Islam, il che dimostra la loro onestà intellettuale.

fascismoeislamIl libro nel complesso è molto godibile e costituisce una buona sintesi dell’argomento, anche se, ribadisco, per conoscere nel dettaglio (ed in qualche risvolto sostanziale) tutta la ricca e sfaccettata vicenda, è bene leggere (oltre al mio) i libri e gli scritti di De Felice, Fabei, Mutti eccetera. L’unica nota stonata è la postfazione di Magdi Allam, che sinceramente c’entra come il cavolo a merenda.

Un altro limite del libro (ma è un parere personale) è una certa superficialità “democratica” nell’attribuire giudizi a questo o a quel personaggio, per esempio quello sostanzialmente positivo su Italo Balbo e negativo su Mussolini, ma ciò mi pare coerente con le radici ‘montanelliane’ dell’Autore principale del libro, Giancarlo Mazzuca, autore di altri testi di “storia sconosciuta” come quelli pubblicati da Minerva Edizioni che meritano di essere letti e divulgati: Sangue romagnolo. I compagni del Duce: Arpinati, Bombacci, Nanni (2011) e Mussolini e Nenni. Amici nemici (2015 con prefazione di A. Petacco), entrambi scritti con Luciano Foglietta.

Concludo con una considerazione generale riguardante il titolo ed un’annotazione critica sul sottotitolo. Col nome di Mussolini in un titolo, checché se ne pensi dell’uomo e del politico, si è sempre certi di fare una buona operazione di marketing, e poi, diciamocelo francamente, Mussolini e i Musulmani (o ancor meglio l’antiquato mussulmani, con due “s”) suona senz’altro bene. Il sottotitolo, invece, pone di fronte a seri interrogativi sul fatto se sia l’Islam che oggi non è più amico dell’Italia o se non sia piuttosto l’Italia, sempre meno cosciente della sua missione di civiltà e dei suoi interessi geopolitici, a non essere più amica di nessuno, Islam compreso, a forza di subire le iniziative dei suoi pretesi “alleati” e d’imbarcarsi in imprese che non ne hanno certo aumentato il gradimento tra i seguaci del Profeta.

 

Enrico Galoppini (a cura di), Il professore militante. Studi e rievocazioni in onore di Claudio Mutti per il suo settantesimo compleanno, Irfan Edizioni, San Demetrio Corone (CS), 2017

professore_militanteLa casa editrice Irfan – specializzata in testi sapienziali – ha da poco dato alle stampe Il professore militante. Studi e rievocazioni in onore di Claudio Mutti per il suo settantesimo compleanno (180pp., formato 17×24). Il libro, curato da Enrico Galoppini (che ne ha scritto la Prefazione), contiene scritti di vari tenore e lunghezza accomunati dalla figura dello studioso ed editore di Parma, il quale non ha bisogno di presentazioni per chi ha una certa dimestichezza con le tematiche “tradizionali”, la geopolitica (Mutti dirige “Eurasia – Rivista di Studi geopolitici”), il folclore romeno e magiaro, “l’altra storia” del Novecento e molto altro.

Scopo di questo volume “celebrativo” vuol essere il giusto riconoscimento della statura di un vero uomo di cultura, coerente e mai adattatosi alle “mode” o alle convenienze del momento, e che per questo in passato ha dovuto pagare anche un caro prezzo.

All’appello del curatore hanno risposto autori celebri e meno celebri, da Franco Cardini a Pietrangelo Buttafuoco, da Stefano Vernole (vicedirettore di “Eurasia”) a Stefano Fabei, storico prolifico autore di molti libri per la Mursia ed altre case editrici. Hanno poi contribuito a rendere questo volume un’opera pregevole e meritevole d’attenzione i seguenti autori (in ordine alfabetico): Paolo E. Bogni, Aldo Braccio (turcologo e redattore di “Eurasia”), Alessandra Colla (che ha dedicato a Mutti uno studio sulla fiaba e il folclore), Carlo Corbucci (avvocato noto per aver smascherato che cosa si cela dietro il “terrorismo islamico”), Ugo Gaudenzi (direttore di “Rinascita”), Giuseppe Grosso Ciponte, Ali Reza Jalali, Giovanni L. Manco e Federico Roberti.

muttiDegno d’una attenzione particolare è il lungo saggio di Paolo E. Bogni dedicato al Pensiero economico di Claudio Mutti, nel quale, partendo dalle opere di Werner Sombart curate dal Nostro ed integrandole con sue originali intuizioni, ha esposto una lucida disamina dello “spirito del capitalismo”.

Il volume, che contiene una bibliografia di Claudio Mutti ed un ricco apparato d’immagini, è poi impreziosito da una serie d’interviste, una delle quali, esclusiva e spaziante a tutto campo, è stata condotta dal curatore del libro.

L’augurio a Claudio Mutti è quello di continuare così, per altri settant’anni di “militanza culturale”: a tal proposito egli ha fatto sapere pubblicamente (su Facebook) che non intende affatto adagiarsi sui proverbiali allori, avendo in programma una serie di  pubblicazioni e traduzioni, oltre al raggiungimento del significativo traguardo del cinquantesimo numero di “Eurasia”, che nel 2018 riserverà alcune gradire sorprese ai suoi estimatori.

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Qui il sommario del libro.
Qui una scheda bibliografica.

Enrica Perucchietti, Il mito dell’immortalità, I Quaderni del Bardo Edizioni, Lecce 2017

di Enrico Galoppini

perucchietti_mito_immortalitàChe buffo l’essere umano: cerca l’immortalità e pone le premesse per la sua dissoluzione.

A questo aforisma potrebbe ridursi una recensione dell’ultimo saggio di Enrica Perucchietti, Il mito dell’immortalità (I Quaderni del Bardo Edizioni, Lecce 2017). Senza aggiungere altro.

Tutto il resto non è noia, come cantava Franco Califano, ma è il racconto di un fallimento. O di un peccato, del peggiore dei peccati: quello di tracotanza, che lo porta a ribellarsi all’Ordine costituito pagandone poi le conseguenze (la punizione divina). Un peccato che lo induce a superare il suo limite, a non saper stare al proprio posto per fare affidamento sulla sua sola individuale “potenza”. Mentre è nella “posizione centrale” che Dio ha conferito all’uomo la migliore base di partenza per ottenere tutto, anche “l’immortalità”, e dunque Dio stesso.

Che cosa fa, invece, l’uomo ingannato dalla hybris? Parte col fare l’alchimista, quello serio, s’intende. Si tiene sulla “retta via” e consegue dei risultati. Qualcuno ce la fa. E con questo aiuta anche gli altri.

E sì che esistevano racconti terribili sui pericoli di una “immortalità” spuria, perseguita barando. Ma l’uomo s’è buttato a capofitto nella stregoneria (la chiamano “magia” ma è quasi sempre la stessa cosa), che ha più punti di contatto con la “scienza moderna” di quanto si pensi.

Ha cominciato a scambiare l’immortalità con la longevità. Che è una delle tante maschere del materialismo perché presuppone la negazione dell’anima. E dello Spirito che quella vivifica.

guénon_errore_spiritismoTutto il resto, dicevamo, è storia di un fallimento che parte da un errore. Come quello degli spiritisti, per citare René Guénon che di pazzi sviati se n’intendeva.

Fino all’errore più crasso e pacchiano. Quello del trasferimento di memoria da un corpo umano all’altro o dei tentativi di ridare vita a cadaveri ibernati. Ed è ancora nulla rispetto a quello che bolle nella pentola dei novelli Dr. Frankenstein. Solo che nell’Ottocento questi “prodigi” inquietanti potevano solo essere intuiti da menti in grado di presagire la tendenza futura, mentre oggidì si tratta di possibilità che questa scienza prometeica nel peggior senso del termine sta spacciando per quello che non è: la “Liberazione” dalla morte.

O l’oltraggio alla Natura, che è quel che non riuscì nemmeno al Marchese De Sade mandandolo in bestia.

Il sogno di abolire la Natura è così il minimo comun denominatore di tutte le follie moderne: dall’Unisex all’utero in affitto (tutte cose di cui s’è occupata l’autrice), fino a questa parodia d’immortalità. Che, in fin dei conti, è nient’altro che l’altra faccia della medaglia di una parvenza di vita concepita come la permanenza, il più a lungo possibile (e senza farsi alcuno scrupolo), in questa cosiddetta limitata “realtà”.

Ernesto Zucconi, Il rovescio della medaglia, Novantico Editrice, Pinerolo 2004

di Enrico Galoppini

zucconi_rovescio_medagliaSe uno studente del liceo alle prese con lo studio della storia del Novecento potesse sapere dal suo insegnante dell’esistenza di questo libro sono certo che da ciò trarremmo tutti un beneficio, in quanto avremmo sviluppato in questo giovane italiano quel tanto declamato “spirito critico” che costituisce uno dei capisaldi della pedagogia scolastica moderna.

Ma questo non avverrà, perché, alla faccia della libertà d’insegnamento e di ricerca (più importanti della generica “libertà d’espressione”), qualora un insegnante delle scuole secondarie superiori s’azzardasse a consigliare l’approfondimento storico contenuto ne Il rovescio della medaglia, di Ernesto Zucconi, si troverebbe alle prese con sanzioni “disciplinari” e forse con la berlina mediatica approntata. Quand’anche gli studenti, che essendo giovani sono naturalmente curiosi e, soprattutto, non devono difendere interessi costituiti, non avessero dimostrato alcun fastidio ed obiezione (fatta eccezione per i figli di quei militanti della versione ufficiale già dimostrata a priori e dunque non sottoponibile a revisione).

In questo volume di grande formato e riccamente illustrato vengono passati in rassegna, dopo un agile testo introduttivo, alcuni (non tutti) “crimini dei vincitori”, commessi prima e dopo la vittoria, o più genericamente dei “buoni”, quelli cioè che hanno combattuto dalla parte “giusta” e omaggiata dalle “grandi democrazie” uscite vittoriose dalla Seconda guerra mondiale delle credenziali del Bene assoluto.

zucconi_rovescio_medaglia_retroAbissinia 1935 (uso di proiettili dum dum e atrocità su operai italiani), Spagna 1936 (l’orrore delle sevizie ai danni dei nemici dei “repubblicani”, dalle quali non si salvarono nemmeno delle suore!), Polonia 1939 (violenze sulla minoranza tedesca), Francia 1940 (campi di concentramento per italiani quando i francesi in Italia erano stati trattati coi guanti), Cirenaica 1941 (devastazioni e saccheggi inglesi). E ancora Katyn (un assassinio di massa a lungo attribuito ai tedeschi), i bombardamenti sulla Francia da “liberare” (che provocarono più morti francesi di quelli causati dall’invasione tedesca!) e quelli del naviglio della Croce Rossa italiana (quando le navi erano chiaramente contrassegnate). Le bombe sulle città italiane, tedesche e giapponesi. Tutti fatti, altro che propaganda!

Fino all’incomparabile crimine, specchio della mancanza di qualsiasi senso del limite, di Hiroshima e Nagasaki con due bombe atomiche tanto per dare un “avvertimento” ed approfittarne per studiare “l’esperimento”!

Questo libro, che riporta numerose fotografie (e nemmeno le più raccapriccianti, a detta dei curatori) è una specie di galleria degli orrori, al principio della quale è stata posta un’eloquente epigrafe che dà il titolo alla prefazione di Adriano Toselli: Guai ai vinti!

Vinti, però, che non intendono (come viene spiegato nella premessa del’Autore a p. 5) mostrare il rovescio della medaglia, ovvero l’altra faccia della storia, per cancellare le malefatte degli sconfitti. Che è ciò che rende fruibile questo libro pubblicato da Novantico a tutti i sinceri amanti della storia e dei suoi risvolti meno noti, a meno che si appartenga al novero dei gendarmi della memoria a senso unico e di coloro che ne sono rimasti ipnotizzati.

 

Franco Cardini, Nel nome di Gesù. Bernardino da Siena e la battaglia mistica, Il Cerchio, Rimini 2012

di Enrico Galoppini

cardini_san_bernardinoIl tema della battaglia spirituale contro l’anima concupiscente e della conquista della Grande Pace rappresentata dalla Gerusalemme Celeste è al centro della predicazione di San Bernardino da Siena, al secolo Bernardino degli Albizzeschi (1380-1444), religioso francescano noto in primo luogo come predicatore infaticabile della venerazione del Sacro Nome di Gesù. Al santo senese va difatti attribuita la paternità del disco solare con dodici raggi principali che incornicia il trigramma del Cristo YHS posto sulla facciata del Palazzo Pubblico in Piazza del Campo.

Il presente volume non a caso s’intitola Nel nome di Gesù. Bernardino da Siena e la battaglia mistica. Per spronare un vasto uditorio ancora informato ai valori militari e cavallereschi a realizzare l’unica vera conquista che conta, il grande oratore capace d’infiammare le folle fa ricorso a tutta una terminologia guerresca, che riempie le pagine ispirate de La battaglia e il saccheggio del Paradiso, cioè della Gerusalemme Celeste, qui proposto in appendice in una nuova traduzione appositamente riveduta. Lo scritto bernardiniano è suddiviso in tre “articoli”: Rassegna, o “mostra”, dell’intero esercito dell’eterno Re (diviso in sette “capitoli”); I cavalieri del Cristo danno battaglia alla Gerusalemme celeste (diviso in tre “capitoli”); La vittoriosa e trionfale pace conseguita dai cavalieri del Cristo e la benedizione ch’essi portano con sé tornando alle proprie case.

San_Bernardino_da_SienaLa descrizione di questa pugna spiritualis è minuziosa, quasi “specialistica”, e coglie, per analogia, tutte le fasi della conquista della “città”, tra le quali essenziali sono la rivelazione della disposizione della Gerusalemme Celeste, la preparazione all’assalto e la sua espugnazione.

Leggendo queste dense ed ispirate pagine, si comprende anche come il jihâd al-akbar (la grande “guerra santa”) della tradizione islamica (che annoverava organizzazioni/vie come la Futuwwa: “cavalleria spirituale”) altro non è questo tipo di combattimento, al quale sono chiamati gli “eletti”, in numero di 144.000 come riferito nell’Apocalisse di Giovanni. E si capisce anche che la Pace non è sinonimo di “assenza di guerra”. Ma per una necessaria corrispondenza tra le cose dello Spirito e quelle del mondo, vi è da osservare che una completa consapevolezza della nobiltà di questa battaglia mistica non può non costringere il cavaliere timorato di Dio ad attenersi anche sul campo di battaglia a precise regole di condotta onde non rovinare la guerra più grande che egli conduce dentro di sé.

Il saggio introduttivo di Franco Cardini aiuta a capire questo ed altro, quando illustra, con un opportuno metodo comparativo, come nelle varie tradizioni la questione sia stata posta pressoché nello stesso modo, almeno nell’essenziale. E come il cavaliere, innanzitutto, prima di combattere i nemici, dovesse preoccuparsi di tenere a freno le proprie passioni. Anche le bardature, le insegne e le armi erano simboliche, come tutto, del resto.

trigramma_YHS_san_bernardinoL’epoca di San Bernardino è ancora intrisa di metafore cavalleresche, recepite anche nella tradizione francescana. Il Miles armatus, altro trattato dello stesso genere circolante all’epoca, fu letto, meditato ed utilizzato da San Bernardino stesso ed è qui proposto in traduzione italiana alle pp. 36-41. Cardini insiste sull’importanza dell’allegoria militare nella spiritualità francescana, onde fugare pregiudizi moderni che vedono alcuni ordini contemplativi (per non parlare di religioni come il Buddismo) come esclusivamente “pacifisti”. Correvano infatti per tutta l’Europa occidentale parecchie opere che si rivolgevano ai cavalieri “convertiti” e che fondavano la loro vita sulla meditazione della loro condizione per interrogarsi sul suo supremo significato. A tal fine è interessante leggere, alle pp. 43-46, Sul significato delle armi del cavaliere, di Raimondo Lullo.

Sono pagine, queste ed altre della spiritualità “militare” cristiana occidentale, che all’uomo moderno risultano sempre più incomprensibili se non si mette nella corretta disposizione d’animo che suscitò in San Bernardino questo trattato e seppe risvegliare nei cavalieri che lo lessero e lo meditarono la consapevolezza della nobiltà della missione affidata loro.

Pier Luigi Bassignana, Torino sotto le bombe nei rapporti inediti dell’aviazione alleata, Edizioni del Capricorno, Torino 2008

di Enrico Galoppini

torino_sotto_bombe2Se il popolo italiano non fosse ormai ridotto alla controfigura di se stesso e costretto a “ricordare” a comando solo quel che i suoi padroni e lacchè gl’impongono, un libro come quello di Pier Luigi Bassignana potrebbe figurare degnamente tra quelli permanentemente in uso presso le scuole secondarie nell’ambito delle lezioni di Storia contemporanea.

Quanto meno, nelle scuole di Torino e provincia, perché sapere cosa accadde a Torino sotto le bombe non è certo questione di dettaglio per chi vive nel capoluogo piemontese. Per di più il volume, pubblicato nel 2008 dalle Edizioni del Capricorno, riccamente illustrato e corredato da riproduzioni delle foto scattate dai ricognitori anglo-americani che passavano sulla città ancora fumante, è particolarmente interessante perché la cronaca del martirio torinese è narrata – come recita il sottotiolo – alla luce dei rapporti inediti dell’aviazione alleata, la quale cominciò i suoi massacri appena due giorni dopo l’entrata in guerra del nostro Paese, per concluderli, tra bombardamenti pesanti e mitragliamenti a bassa quota, pochi giorni prima della cessazione delle ostilità.

Questi bombardamenti – che in totale provocarono la distruzione quasi completa del centro di Torino (v. la mappa dei danni provocati all’edilizia da incursioni aeree, riprodotta alle pp. 168-169), oltre che la progressiva messa fuori uso degli stabilimenti industriali ubicati in città e appena fuori – sono la firma chiara e inequivocabile della ‘amicizia’ che i “liberatori” provavano (e provano ancora) nei nostri confronti.

Abbiamo già riferito dello scempio dell’arte italiana provocato da quelli che si sono sempre atteggiati a grandi mecenati. Anche a Torino sotto quest’aspetto fu un disastro: i danni inferti alla chiesa di San Gioacchino, investita dall’incursione del 9 dicembre 1942, sono immortalati sulla copertina del volume che qui segnaliamo.

targa_bombardamentoEppure nelle rare targhe commemorative di quelle distruzioni che non furono provocate (come qualcheduno potrebbe pensare!) dalla “furia nazifascista” non figura mai l’identità dei loro autori senza scrupoli. Come se le migliaia di morti ed il numero ancor maggiore di feriti, mutilati e nullatenenti allo sbando non meritasse alcuna menzione a futura memoria.

Non sarebbe infatti inopportuno che davanti ad ogni abitazione centrata da una bomba dell’aviazione inglese o americana venisse apposta una cosiddetta “pietra d’inciampo”, nella quale ricordare che lì, prima di essere trucidati, abitavano Tizio, Caio o Sempronio. Ma la “memoria”, si sa, è selettiva, o comunque il ‘selettore’ di questa facoltà eterodiretta da professionisti della “rieducazione” non è in mano ad italiani che hanno premura di portare all’attenzione delle giovani generazioni che, come minimo, la guerra non è una storia a senso unico, dove si scontrano da una parte l’Esercito del Bene e dall’altra il Male Assoluto.

Ma anche dalle pagine di questo libro, che pure è meritevole per la mole di documentazione apportata, sale qua e là qualche nota stonata, probabilmente dettata dall’orientamento dell’autore (che non gli contestiamo, sia chiaro, ché anche il più “imparziale” degli storici ha il suo). Il libro, infatti, venne distribuito qualche anno fa in allegato con “La Stampa”, la quale certo non brilla per imparzialità quando si tratta di certe pagine di storia italiana.

bombardate_italiaNel complesso, però, la lettura del volume, di complessive 174 pagine, è altamente consigliata, ed anzi si auspica che questo tipo di saggistica storica, invero piuttosto raro a trovarsi (se si eccettuano opere come quella di Gioannini e Massobrio, Bombardate l’Italia. Storia della guerra di distruzione aerea 1940-1945, Rizzoli, Milano 2007), impegni maggiormente gli storici che hanno accesso alla divulgazione presso le scolaresche ed il pubblico dei documentari televisivi, perennemente bombardato (è il caso di dirlo!) con polpettoni sui “crimini del Nazismo” come se quello fosse l’unico argomento degno d’interesse in cent’anni di storia del Novecento.

D’altra parte, evidenziare i crimini del Bene Assoluto sarebbe un autogol incomprensibile per chi idealmente (e a volte anche in linea diretta!) discende da quegli stessi squallidi personaggi che si prestavano, in mezzo ai loro concittadini, a fungere da agenti in loco, intrufolati come topi nel granaio, per segnalare gli obiettivi da colpire e, soprattutto, riferire sui danni provocati.

L’abitazione nella quale vivo venne essa stessa centrata da una bomba, ma questo non l’ho scoperto da qualche lapide commemorativa inaugurata in gran pompa dalle “istituzioni”, bensì per caso, dalla viva voce di qualcuno più anziano di me che si ricorda di una voragine nella tromba delle scale ancora presente a cavallo tra anni Cinquanta e Sessanta. Chissà se nelle cantine aleggia ancora il fantasma di qualcuno!

Di certo in tutta Italia aleggia la smemoratezza, dettata dal terrore di non dispiacere a chi ha praticato il terrorismo nei nostri confronti. Ma con l’aiuto di libri come quello di Pier Luigi Bassignana, ancora reperibile per chi intendesse leggerlo, si auspica che questa nazione diventi un tantino meno ignorante su questioni che, a più di settant’anni di distanza, meritano a questo punto di essere trattate con spirito di pacificazione e di verità.