Marcello Pamio, Cancro S.p.A., Revoluzione Edizioni, Orbassano (TO) 2016

di Enrico Galoppini

informati_x_guarire_torino1911106Sabato 19 novembre, a Torino, presso il centro congressi del Qualys Hotel Royal, si è tenuto un interessante convegno, organizzato da Uno editori, dal titolo “Salute. Informati per guarire”.

Relatori: il dott. Giuseppe Di Bella, figlio del più celebre Luigi al quale è intitolata l’omonima Fondazione impegnata a svolgere ricerca e cura basate sul suo “metodo” per la cura dei tumori; il ricercatore e saggista Marcello Pamio, animatore del sito Disinformazione.it ed autore di vari libri su informazione e manipolazione mediatica; il dott. Paolo Rossaro, medico e fautore di cure “alternative” nel trattamento dei tumori.

Il convegno, durato quattro ore ed al quale ha presenziato un folto ed interessatissimo pubblico, prendeva lo spunto dalla presentazione dell’ultimo libro di Pamio, Cancro S.P.A. Il business intoccabile, con prefazione dello stesso prof. Di Bella e introduzione di Maurizio Blondet.

Maurizio Blondet, che ora scoppia di salute, è stato curato pochi anni or sono con successo da un tumore proprio dal dott. Rossaro, il quale deve difendersi da ogni tipo d’attacco perché non intende adeguarsi al filone imperante in materia. Quello, cioè, rappresentato dal recentemente scomparso prof. Veronesi.

Ma andiamo con ordine.

Di Bella ha tenuto un intervento più specialistico che divulgativo, illustrando i fattori che, in base alla sua esperienza, aiutano l’insorgere i tumori, ed i rimedi che, secondo il “metodo” scoperto da suo padre, sono in grado di garantire una notevole efficacia.

di_bellaLa questione della “provata efficacia” di una cura è difatti una di quelle più dibattute, poiché ad alterare i dati delle statistiche dell’oncologia ufficiale intervengono alcuni artifici contabili e statistici. Come quello – invero curioso – della “sopravvivenza entro i cinque anni” dall’insorgenza della malattia (e l’inizio delle relative “cure”), quando gli screening sempre più diffusi, che utilizzano macchinari in grado di vedere anche ‘l’invisibile’, anticipano artatamente “l’inizio della malattia”. Ma per innalzare la percentuale dei “successi” dell’oncologia ufficiale si ricorre anche al trucco di contabilizzare, in un’unica statistica, tumori caratterizzati da percentuali di diffusione e di guarigione assai disomogenee. In questo modo risulta facile sbandierare, di anno in anno, i “progressi” della ricerca e dell’oncologia che fa ricorso a chemioterapia, radioterapia e chirurgia, fino a percentuali sbalorditive del 50%, alle quali finiscono per credere, oltre ai donatori stimolati da note kermesse televisive, anche i medici di base che indirizzano i loro pazienti verso le uniche “cure” riconosciute ed accettate dalla “casta” medica.

Per quanto riguarda le cause dei tumori, Di Bella ha puntato il dito innanzitutto sulla diffusione abnorme di agenti tumorali, tra i quali si annoverano i residuati, sparsi nell’ambiente, di esperimenti ed esercitazioni militari, per non parlare dell’aumento della radioattività nell’atmosfera e dei campi elettromagnetici ai quali siamo sempre più esposti a causa dell’utilizzo di moderni apparecchi come i modem wi-fi e gli smartphone. Un capitolo a parte sono poi i danni provocati dallo smaltimento dei farmaci antitumorali inutilizzati (a loro volta, secondo i “bugiardini” riprodotti in appendice al libro, in grado di scatenare patologie tumorali). Sostanze trattate con estrema cautela sia dagli addetti alla produzione che da quelli impiegati nella somministrazione, il che la dice lunga sulla loro pericolosità.

luigi_di_bellaMolto interessante è stata poi l’esposizione del prof. Di Bella concernente l’uso della somatostatina (inibitore dell’ormone della crescita), della melatonina (buona se assunta pura al 99% e liofilizzata), della prolatina, dei retinoidi e della vitamina E, quest’ultima assai utile per far affiorare sulla membrana cellulare una “segnalazione” affinché intervengano dei macrofagi per eliminare il problema. Purtroppo ai nostri giorni svariati fattori influiscono negativamente sulla membrana cellulare, così come sul “codice della vita” che è il DNA, il che la dice lunga sulle condizioni ambientali nelle quali viviamo.

Particolarmente allarmante è poi stato il reiterato appello del professore a non fumare, poiché il fumo rompe i legami tra le sostanze del DNA, col risultato che, sballando il cromosoma, s’innescano mutazioni a catena nella struttura. Cose risapute alla voce “prevenzione”, si dirà, come le raccomandazioni a mangiar sano e in maniera moderata: carne bianca (una volta alla settimana), no grassi e non carni arrostite perché contengono parti bruciate, frutta di stagione (ma non fatta maturare in sylos), pesce dei mari freddi , pasta con poco glutine.

pamio_cancro-spaDi questo ed altro tratta il libro di Marcello Pamio, nel quale, in modo da risultare inattaccabile, si fa parlare la medicina “ufficiale” attraverso quel che esce qua e là sulle pubblicazioni più accreditate a nome di fiori di specialisti, salvo poi non avere alcun seguito perché business is business. Al termine del libro vengono fatti alcuni calcoli su quanto costi allo Stato la “cura” dei tumori con chemioterapie, radioterapie e chirurgia, più tutti gli annessi e connessi: cifre che, se risparmiate percorrendo altre strade più economiche, meno devastanti ed umilianti per il paziente e, cosa più importante di tutte, efficaci al di là della propaganda, permetterebbero risparmi da capogiro nell’ordine di decine di miliardi.

Capire che cosa sia un tumore e come vada affrontato è questione sempre più urgente. È di questi giorni, infatti, la notizia secondo la quale anche l’elevatissima quantità di polveri inquinanti sparse nell’aria delle nostre città provocherebbe modificazioni addirittura nel DNA. Ora, essendo il dna il “codice della vita”, è evidente che simili modificazioni non possono che condurre a gravissime patologie. Né vi è da sbalordirsi se persino il DNA si modifica, poiché tutto a questo mondo è suscettibile di cambiamenti.

Ma a fare la differenza tra le cure cosiddette “alternative” e quelle “ufficiali” (impropriamente definite “tradizionali”), oltre alla constatazione di differenti gradi di efficacia, vi è il fondamentale rispetto della persona umana, poiché quand’anche le prime non sono coronate da successo non provocano nel paziente alcuna sofferenza aggiuntiva, rispettando così il famoso Giuramento di Ippocrate. Il che non si sembra poco, anche se la “casta” della medicina ufficiale, coadiuvata dai politici e dai giornalisti, appena scopre che qualcuno che si curava “alternativamente” muore è implacabile nell’addossare la responsabilità dell’accaduto a supposti “ciarlatani” e “stregoni”. E quante sarebbero – di grazia – le morti provocate dai chemioterapici? Questo sì che sarebbe interessante saperlo, anche se ufficialmente tutti i pazienti sottoposti a questo tipo di cura, invasivo e doloroso, quando muoiono si dice che purtroppo non c’è stato nulla da fare perché il tumore era in fase troppo avanzata, c’era una recidiva, è intervenuta una complicazione cardio-vascolare eccetera. Ma se muore un paziente che segue il metodo Di Bella, per non parlare di quello del dott. Hamer, subito scatta la macchina del fango e si trova anche qualche procura pronta ad aprire un fascicolo.

pamio_fabbrica_malatiTra i principi cardine della medicina, anzi della salute stessa, che uno Stato premuroso della sua conservazione dovrebbe incoraggiare, certamente dovrebbe annoverarsi la promozione di uno stile vita sano, in armonia coi ritmi della natura. Ma vaglielo a dire a chi vuol farti lavorare anche la notte e per le feste comandate, a ritmi sempre più indemoniati e, colmo dei colmi, senza che ve ne sia un’effettiva esigenza. Quando però insorge una malattia, principio cardine della scienza medica accolto da uno Stato dovrebbe essere lasciare a medici e pazienti assoluta libertà di cura, specialmente quando si viene sempre più informati, da libri come quello di Pamio, del fallimento complessivo di una strada che, a prezzo di un mare di sofferenza, avrà anche sortito qualche settoriale successo, ma pare essere giunta – come afferma lo stesso autore del libro considerando l’età dei “baroni” dell’oncologia ufficiale – al suo capolinea perché non è più possibile andare avanti così. E se si vorrà proseguire ancora su questa via, questo libro avrà perlomeno contribuito ad ampliare la consapevolezza del fatto che, oltre a quella “rassicurante” per molti perché dotata del bollino dell’ufficialità (che, si sa, ha sempre un “fascino”), ne esistono altre di praticabili, poiché come recitava il titolo del convegno, per guarire è importante essere informati, e questo sistema fa di tutto perché le persone, quando si ammalano, non prendano consapevolezza né della malattia stessa e di che cosa rappresenta né della fondamentale libertà che tutti dovremmo avere di curarci come si vuole e da chi si vuole.

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APPENDICI (dal libro di Marcello Pamio, Cancro S.p.A., Uno Editori 2016). Fonte: la pagina Facebook dell’autore.

Appendice 1: SI MUORE DI CANCRO O DI CHEMIO?

Ogni anno in Italia 363.300 persone ricevono una diagnosi di cancro, sono esclusi i carcinomi della pelle.
Ogni anno in Italia oltre 170.000 persone soccombono alla malattia.
Questi numeri però non devono essere interpretati e tradotti come la percentuale di mortalità del cancro, perché si verrebbe fuorviati. Se 360.000 persone scoprono il tumore e 170.000 muoiono non significa che il cancro ha una mortalità all’incirca del 50% (170.000 su 360.000 = 47%), perché non è così: la mortalità è molto più alta!

Va infatti precisato che la stragrande maggioranza di quei 360.000 tumori che ogni anno vengono scoperti non sono cancri fulminanti ma sono sovradiagnosi, cioè tumori innocui, incistati (in situ) che non creano nessun problema e nessun rischio per la vita della persona. Ma una volta scoperti – grazie agli screening – vengono catalogati come tumori e spesso curati come tali, facendo lievitare le statistiche di incidenza da una parte, i danni e le morti dall’altra.

La statistica è impietosa: nel corso di una vita media, ci dicono, circa 1 uomo su 2 e 1 donna su 3 sarà toccata dal cancro.
Ovviamente queste sono stime e sappiamo bene che con i numeri l’oncologia può affermare tutto e il contrario di tutto. Non si sta dicendo che il cancro non sia un problema serio che interessa sempre più persone, e non servono certo i matematici e/o gli oncologi a dircelo perché è la Vita stessa che parla da sola, ma va tenuto in seria considerazione il fatto che la maggior parte dei tumori è sovradiagnosi.

Appendice 2: SOVRADIAGNOSI

Si tratta del pericolo più serio della diagnosi precoce, gli screening.
Consiste nel mettere in evidenza lesioni o tumori in situ che non sarebbero MAI evoluti nel corso della vita, ma sui quali, una volta individuati, ci si sentirà obbligati ad intervenire, questo soprattutto da parte del medico che vive e trasuda medicina difensiva.

L’Industria farmaceutica ha gentilmente sviluppato tecnologie – con il plauso del mondo intero – in grado di identificare le più piccole anomalie, ha poi modificato le soglie che definiscono la normalità e creato nuove malattie.
La grande maggioranza di queste anomalie scoperte in persone soggettivamente sanissime risulta inconsistente, cioè non darà MAI sintomi o problemi nel corso della vita, ma una volta individuate queste difformità? Cosa si fa?
La PAURA in questo frangente è deleteria, perché non lascia il tempo di pensare e riflettere…

Grazie alle nuove tecnologie diagnostiche (TAC, risonanze, ecc.) e alla risoluzione sempre più alta si creano molte potenziali sovradiagnosi e quindi molti interventi inutili, ma assai dannosi.
Fa molto riflettere la dichiarazione di un radiologo americano che dopo aver analizzato più di 10.000 pazienti arriva a dire che “in realtà, con questo livello di dettaglio, non ho ancora esaminato un paziente normale”…
Qualsiasi radiologo onesto intellettualmente e moralmente libero può solo confermare questo dato di fatto.

Qualche esempio concreto di sovradiagnosi?
Il British Medical Journal il 9 luglio 2009 ha pubblicato una ricerca dal titolo: “Stimare la sovradiagnosi di tumori al seno negli screening”. Lo studio ha revisionato i dati di paesi come Inghilterra, Canada, Australia, Svezia e Norvegia e il risultato è un preoccupante 52%.
Questo vuol dire che 1 mammografia su 2 è sovradiagnosi! Un tumore su due NON andrebbe toccato in quanto innocuo e non pericoloso.

Il New England Journal of Medicine il 18 agosto 2016 pubblica uno studio sulla tiroide e in questo caso i dati sono ancora più incredibili: dal 50 al 90% dei tumori alla tiroide sono sovradiagnosi.
La quasi totalità dei tumori alla piccola ghiandola alla base del collo NON andrebbero curati.

Il tumore alla prostata è senza dubbio il più sovradiagnosticato e il trattamento ufficiale sta portando all’invalidità (impotenza e incontinenza) decine di milioni di uomini sanissimi.
La stragrande maggioranza dei tumori alla prostata scoperti con il PSA, il test più fallimentare che la medicina conosca, infatti, non causerebbe alcun tipo di problema se non venisse individuata.
La maggior parte degli uomini trattati starebbe benissimo se non sapesse di quel cancro. Ad affermarlo è nientepopodimenoché il prof. Richard Ablin, il medico scopritore nel 1970 del PSA stesso. E se lo dice lui qualche pensiero sarebbe bene farselo…

Ogni anno in America a 240.000 uomini (35.000 in Italia) viene diagnosticato il cancro alla prostata.
Gli uomini hanno un rischio del 3% nella loro vita di morire di cancro alla prostata, il che significa che il 97% degli uomini avrà il test del PSA che probabilmente causerà maggiori danni che benefici, assieme alle immancabili terapie successive alla diagnosi.
La lettura di questi dati è inquietante: la sovradiagnosi nel cancro alla prostata mediante PSA è del 97%.

Alcuni uomini muoiono di cancro della prostata,
ma quasi tutti muoiono con il cancro alla prostata!

Dopo quello che è stato appena detto sorgono delle domande: le persone stanno morendo a causa del cancro o a causa delle cure? Le persone che hanno il cancro e seguono i protocolli guariscono o no? Cosa accade a tutte le persone sovradiagnosticate?
Per rispondere a queste delicate domande è importante conoscere l’origine storica della chemioterapia…

Appendice 3: ORIGINE STORICA DELLA CHEMIOTERAPIA

Innanzitutto è necessario occuparsi di guerra chimica, la cui paternità va attribuita al chimico tedesco Fritz Haber.
Allo scoppio della Grande Guerra il dott. Haber dirige il prestigioso Kaiser Wilhelm Institute a Berlino e il suo laboratorio chimico ha un ruolo centrale nello sforzo bellico: sviluppa gas irritanti utili per stanare dalle trincee i soldati nemici.
Tra tutti i gas studiati uno solo emerge per caratteristiche utili allo scopo: il cloro.
Questo gas dal colore gialloverde è estremamente tossico ed è caratterizzato da un odore soffocante che penetra violentemente nelle vie respiratorie.

Il 22 aprile 1915 l’esercito tedesco scarica oltre 146 tonnellate di gas di cloro (detto dicloro o diossido di cloro) a Ypres in Belgio: le truppe francesi, britanniche e canadesi prese alla sprovvista cadono come mosche cercando di proteggersi le vie aeree con banali fazzoletti.
Fu una vittoria straordinaria per i tedeschi, ma Fritz Haber pagherà molto caro questo attacco perché, qualche giorno dopo aver usato il gas, sua moglie Clara Immerwahr, chimico pure lei, si suicida con un colpo di pistola direttamente al cuore usando l’arma di servizio del marito che per questi servizi era stato promosso al grado di capitano…

Gli Alleati nel frattempo si sono dotati di maschere antigas per cui il cloro non è più un problema. Fatta la legge e trovato l’inganno. Haber per ovviare il problema maschera mette a punto il fosgene, costituto da una miscela di dicloro e monossido di carbonio. Meno irritante per naso e gola del cloro stesso ma rappresenta la più letale arma chimica preparata a Berlino, poiché attacca violentemente i polmoni riempiendoli di acido cloridrico.
Verso la fine della Guerra quando le vittime dei gas si contano a decine di migliaia Haber lancia il suo ultimo ritrovato: il gas mostarda, detto anche iprite. Il nome deriva dalla località in cui è stato sperimentato: le trincee di Ypres in Belgio.

Gli effetti del gas mostarda sono terribili: provoca vastissime vesciche sulla pelle, brucia la cornea causando cecità permanente e attacca il midollo osseo distruggendolo e inducendo la leucemia.
Proprio da questa leucopenia (diminuzione dei linfociti nel sangue) nasce il concetto medico di chemioterapia.
Ma andiamo per ordine.

La sera del 2 dicembre 1943 il porto di Bari era gremito da quasi una quarantina di navi cariche di preziosi rifornimenti, tra queste la nave americana John Harvey partita dal porto di Baltimora. La Harvey, a differenza delle altre navi, aveva le stive piene di bombe all’iprite. Oltre 100 tonnellate di iprite (gas tossico e vescicante) sotto forma di bombe lunghe 120 centimetri e del diametro di 20. La nave sarebbe stata scaricata il giorno seguente.
Alle 19,30 uno stormo di aerei della tedesca Luftwaffe arrivarò nel porto di Bari bombardando le navi.
La John Harvey colpita prese fuoco e l’iprite mescolata alla nafta delle petroliere affondate formò un velo mortale su tutta la superficie del porto, mentre i suoi deleteri vapori si sparsero ovunque intossicando i polmoni dei sopravvissuti .
Il numero esatto di morti non si saprà mai, ufficialmente si parla di circa 1000 cittadini baresi uccisi.

Nel rapporto che seguì l’incidente vennero evidenziati dei fatti interessanti: le persone colpite da iprite svilupparono una grave aplasia del tessuto linfoide e del midollo osseo. Il colonnello statunitense Steward Alexander nella sua relazione finale notò che dalle autopsie dei morti per iprite si notava una notevole soppressione dei linfomi e dei mielomi.
Questo rinforzò l’ipotesi che solo un anno prima Goodman e collaboratori avevano fatto sull’impiego di derivati dell’iprite.
I dottori Goodman, Gilman e Dougherty somministrarono mostarda azotata (derivata dell’iprite) in sei pazienti affetti da linfoma maligno registrando un miglioramento iniziale delle condizioni cliniche e una riduzione delle lesioni neoplastiche. Poco importava se tale terapia era risultata devastante sotto altri punti di vista: questo era quanto bastava perché venisse pubblicato nel settembre del 1946 uno studio di portata epocale sull’effetto dell’iprite nei linfomi. Tale studio venne pubblicato sulla rivista Science con il titolo: “Azioni biologiche e indicazioni terapeutiche delle beta-cloroetilamine e dei sulfidi”.

Tutto ciò diede inizio – purtroppo per noi – all’utilizzo della chemioterapia che giunge fino ai nostri giorni.
Negli attuali bugiardini dei chemioterapici alla voce Categoria terapeutica viene riportato: “Analoghi della mostarda azotata”.
“Le mostarde azotate – ce lo dice il Ministero della Salute alla voce Emergenze sanitarie – furono prodotte per la prima volta negli anni Venti come potenziali armi chimiche. Si tratta di agenti vescicatori simili alle mostarde solforate. Sono in grado di penetrare le cellule in modo rapido e causare danni al sistema immunitario e al midollo osseo”.

Quindi la chemioterapia è nata grazie ad un incidente di guerra ed è una vera e propria arma chimica!
Lo scrivono nei bugiardini le stesse case farmaceutiche che li producono e lo conferma il Ministero della Salute.
L’utilizzo in guerra di tali armi chimiche è vietato da numerose convenzioni: Dichiarazione dell’Aja del 1899, Convenzione dell’Aja del 1907, Protocollo di Ginevra del 1925 e Convenzione di Parigi del 1993, ma nella guerra al cancro non solo sono legittime ma sono anche le uniche riconosciute.

Oggi ad un qualsiasi malato di cancro viene iniettato un mix di sostanze chimiche vietate in guerra per la loro pericolosità dalla Convenzione di Ginevra.

Appendice 4: SOPRAVVIVENZA AL CANCRO E ALLA CHEMIO

Una persona col tumore a cui vengono iniettati nel sangue farmaci derivati dall’iprite e dalle mostarde azotate (vescicanti e distruttori midollari) guarisce o no?
La risposta è che nonostante questi trattamenti alcune persone sopravvivono (non tanto al cancro ma alle cure ufficiali) e le testimonianze ovviamente non mancano. Ma tali persone avevano un cancro fulminante? Rientravano invece nella diffusissima sovradiagnosi? E tutto questo a che costo?

Come sempre i pro e i contro vanno soppesati e valutati entrambi.
Al Sistema interessa solo screditare mediaticamente tutte le persone che decidono di non fare i protocolli, ma evitano accuratamente di parlare di tutte le centinaia di migliaia di persone che muoiono ogni anno facendo le cure ufficiali. Come mai?
Forse i morti non sono tutti uguali: ci sono quelli di seria A e quelli di serie B?

Sui pericoli e sull’inutilità della chemioterapia citotossica nella sopravvivenza vi sono alcuni studi magistrali.
Il 5 agosto del 2012 la rivista Nature ha pubblicato uno studio nel quale si evidenzia come la chemioterapia usata per il cancro alla prostata in realtà può stimolare, nelle cellule sane circostanti, la secrezione di una proteina che sostiene la crescita tumorale stessa rendendo immune il tumore a ulteriori trattamenti.
I ricercatori dello studio hanno spiegato che i risultati “indicano che il danno nelle cellule benigne può direttamente contribuire a rafforzare la crescita cinetica del cancro”, e questo ha trovato conferma, oltre al tumore alla prostata, anche in quello al seno e alle ovaie.

Del dicembre 2004 è la faraonica ricerca scientifica a firma di Grame Morgan (professore associato di radiologia al Royal North Shore Hospital di Sidney), Robyn Ward (professore oncologo all’University of New South Wales), Michael Barton (radiologo e membro del Collaboration for Cancer Outcome Research and Evaluation del Liverpool Health Service di Sidney).
Lo studio intitolato: “Il contributo della chemioterapia citotossica alla sopravvivenza a 5 anni dei tumori in adulti” viene pubblicato su una delle più prestigiose riviste di oncologia del mondo, Clinical Oncology.
La meticolosa ricerca si è basata sulle analisi di tutti gli studi clinici randomizzati condotti in Australia e Stati Uniti nel periodo compreso tra gennaio 1990 e gennaio 2004.
L’analisi ha interessato 225.000 persone malate nei 22 tipi di tumori più diffusi e curate SOLO con chemioterapia.
Quando i dati erano incerti gli autori hanno deliberatamente stimato in eccesso i benefici della chemioterapia.
Nonostante queste accortezze la conclusione non lascia spazio a tante interpretazioni:

Sopravvivenza Australia > 2,3%
Sopravvivenza Stati Uniti > 2,1%

“Molti medici continuano a pensare ottimisticamente che la chemioterapia citotossica possa aumentare significativamente la sopravvivenza dal cancro”, scrivono nell’introduzione gli autori.
“In realtà – continua il professor Grame Morgan – malgrado l’uso di nuove e costosissime combinazioni di cocktails chimici… non c’è stato alcun beneficio nell’uso di nuovi protocolli”.
Se la chemio citotossica contribuisce alla sopravvivenza a 5 anni per un miserrimo 2% cosa è accaduto al rimanente 98% dei pazienti? E dopo 10 anni, ci sono dati?
Domande prive di risposta….

Un’altra ricerca interessante è quella del dottor Ulrich Abel, epidemiologo tedesco della Heidelberg/Mannheim Tumor Clinic. Abel chiese a circa 350 centri medici sparsi nel mondo l’invio di tutti gli studi ed esperimenti clinici sulla chemioterapia.
L’analisi durò parecchi anni e alla fine quello che risultò è la non disponibilità di riscontri scientifici in grado di dimostrare che la pratica della chemioterapia prolunghi la vita in modo apprezzabile.
Quindi da oltre sessant’anni stiamo usando farmaci citotossici che non solo non funzionano, ma che inducono più problemi e danni della malattia stessa.

Massimo Fini, La modernità di un antimoderno, Marsilio, Venezia 2016

di Luca Bistolfi

massimo-fini-una-vitaSe la repubblica italiana delle lettere non fosse diventata un lupanare e non promuovesse solo i mediocri, Massimo Fini non sarebbe soltanto il giornalista alternativo, controcorrente e ribelle dipinto, invero col suo concorso, dalla stampa di casa nostra.

Dal 1985 l’opera di Fini procede, inesausta e cadenzata, sino a quando l’anno scorso egli non decise di sigillarla con Una vita, l’autobiografia. Era scaturita trent’anni fa da studio e riflessione, proprio i punti di maggior vantaggio che Fini può vantare sui tanti e troppi pseudointellettuali cui basta semplicemente l’etichetta di “fuori del coro” per sentirsi e spacciarsi per intelligenti e originali. Retorici dell’antiretorica, essi si tramutano nell’eguale e contrario di chi o cosa vorrebbero contraddire e contrastare; ma sono sovente privi d’argomentazioni, privi di quell’acribia profusa sui testi e sulla vita che invece contraddistingue Massimo Fini. Il quale ora dà alle stampe, per i tipi del suo storico editore Marsilio di Venezia, un volume d’oltre mille pagine in cui confluiscono i sei suoi più densi saggi. Dalla Ragione aveva Torto? sorta a mezzo dei gaudenti anni Ottanta, il meglio illusorio che il Novecento potesse domandare e che il libro fa a pezzi insieme a tutta la modernità, sino al Ribelle dalla A alla Z; e trascorre per la perla dedicata al Denaro. “Sterco del demonio”. Al centro un attualismo Elogio della guerra e quella coppia Il vizio oscuro dell’Occidente–Sudditi, che costituiscono, come recita il sottotitolo del primo, il “Manifesto dell’antimodernità”. Avremmo accolto con gioia se fosse stata presente anche la biografia del Mullah Omar, non certo per il soggetto di cui non ci importa niente, quanto piuttosto per le considerazioni su quelle popolazioni lontane da noi, in questo caso i talebani.

fini_modernità_antimodernoTitolo del tomo: La modernità di un antimoderno, a sottolineare che i contenuti non rifanno il verso a ipotesi e attitudini passatiste o nostalgiche, e men che meno si riagganciano a una tradizione più o meno mal compresa da chi oggi se ne fa vessillifero e latore; bensì stanno ben al centro, con raro senso della realtà, del mondo in cui siamo immersi. Solo che questo mondo necessita, almeno in via teorica e individuale, di esser revisionato, riletto. Una revisione che smonta pezzo e pezzo la mitologia sorta, or son oltre duecento anni, dall’Illuminismo, dalle rivoluzioni francese e industriale e dalle due ideologie loro portato, la marxista e la liberale. I modelli cui si è adeguato l’Occidente e cui non ha più rinunciato mostrano la corda, dettaglia Fini, e tutti stiamo pagando le conseguenze di quella mitologia rovesciata, che al suo sorgere si promise di far tabula rasa d’ogni precedente, considerato vieto e di fatto illegittimo.

Nella Ragione Fini spiega, coprendo tutto lo spettro esistenziale dell’uomo moderno, come il mondo che precedette l’età dei Lumi e le sue conseguenze non fosse quell’inferno poi dipinto e tramandato; ben il contrario. E par quasi sentir parlare una certa destra. Solo che Fini, oltreché provenire dalla sinistra, non propone né compone un’ideologia, quanto piuttosto un sano realismo lo anima, dietro vi sono tomi compulsati e spremuti sino a trarre un ritratto sinottico del pre e del post Illuminismo da non lasciar adito a dubbi. Ci siamo sbagliati; e la presa di coscienza giunge forse troppo tardi.

massimofiniAntimoderno significa anche necessariamente antidemocratico, ché la democrazia è appunto, a dispetto di tutti i “genetisti politici” che ne ravvisano le radici ad esempio nell’antica Grecia (a smontare tale idiozia bastino gli studi di Luciano Canfora), un particolare frutto della modernità e della sua ostinata marcia verso un futuro sempre più oscuro. D’altra parte un uomo non certo sospetto di simpatie clericali e la cui vita non depone certo a favore d’una visione cosiddetta “tradizionale”, Charles Baudelaire, si chiedeva se tutto quel rischiaramento non ci avrebbe di fatto condotti verso il buio (lo riporta Roberto Calasso nel capolavoro della Folie Baudelaire). La democrazia, come è oggi intesa, soggiungiamo, non è altro che un’universale cortina fumogena che serve a coprire e ad anestetizzarne la percezione da parte del “popolo”, l’errore primigenio, il peccato originale di un utilizzo della ragione contro se stessa e contro le possibilità dell’uomo. I risultati paiono a molti piuttosto chiari.

Un’opera di destrutturazione, dunque, quella di Fini, di critica radicale e ben ponderata e documentata al modello di sviluppo occidentale portato, nel nostro tempo, alle sue massime e perigliose conseguenze, da cui uscire pare sempre più impossibile.

Ecco, uscirne.

massimo_finiSe un difetto ha l’opera di Massimo Fini è proprio nell’apparente assenza della pars construens. Al fondo del percorso critico non si scorge luce e tutto parrebbe terminare con una grande esplosione o con uno spegnimento preceduto da una rapida agonia. Ma è un difetto che condivide con tutti gli altri osservatori e critici della modernità, parlanti a vario titolo, i quali però partono da presupposti o ideologici (e ci risiamo) oppure dai propri egoistici desideri (individualismo che scivola nel solipsismo: e ci risiamo ancora); non certo dalla spietata compassione che muove Massimo Fini per un mondo che sa alla sua fine e alla sua contraddizione rispetto ai presupposti, ma che, proprio perché alieno da ogni contaminazione moderna, vede trasformarsi. En attendant che gli anticorpi creati dalla stessa follia moderna agiscano e pongano fine alla nostra folle corsa.

Marcello Pamio, La fabbrica dei malati, Revoluzione Edizioni, Orbassano (TO) 2016

di Enrico Galoppini

big-pharmaL’epoca attuale, tra i suoi caratteri distintivi, detiene quello della “creazione dal nulla” di una serie indefinita di cose.

La più sbalorditiva di tutte è senz’altro quella del denaro. I “signori del denaro” creano moneta dal nulla, tanto poi ad “inverare” tale moneta ci penseranno quelli che sgobbano, e che, come recita una réclame elevata al rango di “verità”, hanno sul groppone, cadauno, oltre 30.000 euro di “debito” cosiddetto “pubblico” generato essenzialmente proprio da tale gioco di prestigio.

In quest’era di masse super “informate”, dal nulla si creano anche vari problemi: per esempio – tanto per citare una questione che conosco bene – quello del “pericolo islamico”, agitato per motivi che confluiscono nella difesa ad oltranza del (preteso) “nostro modo di vita”, che a sua volta serve a sostenere corposi e ben poco idealistici interessi economici e speculativi.

Gli stessi dominanti che utilizzano la finanza e l’economia (o meglio una parvenza di quello che dovrebbero essere) per controllare tutti quanti, hanno tirato fuori dal cilindro tanti malati immaginari e presunti tali.

pamio_fabbrica_malatiQuesto è l’argomento de La Fabbrica dei malati, di Marcello Pamio (Revoluzione Edizioni, Orbassano (TO) 2016), ricercatore indipendente ed animatore del sito Disinformazione.it, nonché autore di altri saggi su temi quali la manipolazione dell’informazione e le tecniche di dominio finalizzate alla gestione di masse amorfe e consenzienti.

Il libro, nelle sue 157 pagine, espone il problema dei “malati” creati effettivamente dal nulla da un sistema nel quale, da un lato, è preponderante la forza delle grandi case farmaceutiche e delle lobby dei “dispensatori di salute”, mentre dall’altro è essenziale – altrimenti tutto il sistema crollerebbe – una forma mentis diffusa che rifugge la morte (anzi, rimuove proprio la questione) nella speranza di campare il più possibile, anche a costo di diventare una specie di cavia da laboratorio.

Una volta che si ha a che fare con individui ignoranti e tenacemente attaccati a questa vita, costi quel che costi, il gioco è assai facile per la “fabbrica dei malati”, la quale agisce su piani che i quattro capitoli del libro espongono in ordine logico:

  1. Il piano conoscitivo, tramite la manipolazione delle informazioni e varie tecniche di controllo.
  2. Il piano quantitativo, attraverso l’altalena dei “valori di normalità”, fino a giungere a trattare come “malato” o “a rischio” una persona che senza l’abbassamento interessato di questi “valori” sarebbe da considerare perfettamente in salute. In serravalle_bambini_super-vaccinatiquesto capitolo si tratta anche del problema delle vaccinazioni pediatriche, che negli ultimi tempi è tornato al centro di una “caccia alle streghe”, con minacce e pressioni sempre più aggressive contro chi non fa vaccinare i propri figli ed i medici che avanzano dubbi al riguardo. Le vaccinazioni non risparmiano nemmeno gli anziani, così da un po’ di tempo è invalso l’uso d’iniettare loro – previo bau bau mediatico – sostanze d’ogni tipo anche per prevenire l’influenza. Inutile dire che tutti questi vaccini non prevengono in maniera certa l’insorgere della patologia, con le statistiche che parlano chiaro al riguardo dell’incidenza delle stesse su soggetti non vaccinati, i quali, tornando ai bambini, evitano il rischio di contrarre tutti quei problemi, anche gravissimi, riscontrati a seguito della somministrazione “sicura” dei vaccini.
  3. Il piano temporale. Qui viene trattata l’anticipazione del tempo delle diagnosi: è la tanto reclamizzata “prevenzione” effettuata con gli screening, i quali, in molti casi si sono rivelati – dati di fonte medica alla mano! – non solo inaffidabili, ma anche inefficaci nel garantire la risoluzione di un problema di salute. Questi esami che, a dar retta alla vulgata ufficiale, dovremmo fare tutti di continuo e per un’infinità di possibili malattie, creano svariate volte dal nulla dei malati, come quelli di “tumore”, che spesso erano soggetti sani come pesci ma poi, dopo il bombardamento radiologico e chemioterapico (cioè l’unico ammesso), stanno ovviamente malissimo, fino a morire tra atroci sofferenze indotte perlopiù dalla violenza di queste “cure”. Il “tumore”, blondet_cretinismo_scientificoinfatti, resta a tutti gli effetti per molti medici una sorta di mistero, nel senso che nel nostro corpo insorgono (e poi spariscono o vengono “accantonate”) delle masse cellulari anomale che possono starsene lì fino alla nostra morte naturale (o per altra malattia), com’è stato dimostrato dalle autopsie effettuate su persone che avevano condotto una vita sana a stretto contatto con la natura, le quali custodivano nei loro corpi, benché non vi fossero mai state avvisaglie, dei cosiddetti “tumori”. Non si sottovaluti poi il peso devastante delle parole, per cui se ad una persona dici “hai un tumore”, quella, in base al valore che darà a tale affermazione potrà viverla come una “condanna a morte”, col che potrebbe effettivamente cominciare a stare male a causa dei cattivi pensieri (fattore su cui ritorneremo). Non parliamo poi di normali “problemini” che, chi più chi meno, in avanzata età, insorgono: gli screening (sempre più anticipati nel tempo) inseriscono automaticamente un sacco di vecchietti nel redditizio mercato dei consumatori fidelizzati di farmaci (col colmo che viene raggiunto quando se ne devono prendere alcuni per tamponare gli effetti dannosi di altri).
  4. Il piano qualitativo è infine quello che interessa in maniera più eclatante la creazione dal nulla di vere e proprie malattie. La gravidanza, se la donna incinta (ed il futuro padre!) sono belli disinformati, può trasformarsi, da che è un periodo “magico”, in un concentrato di preoccupazioni dovute all’estrema ed insensata medicalizzazione fatta di controlli, ecografie ecc. Lo stesso dicasi della menopausa, che in tutte le società tradizionali è stata concepita come l’ingresso della donna nel suo periodo di maggior stabilità e certezza. Invece no, anche questo è diventato un “problema”, naturalmente a causa anche della mentalità diffusa cui alludevano al principio che considera un valore atteggiarsi a delle “ragazzine” fino a cent’anni. Concernenti ancora il piano quantitativo, sono ancora tutte quelle patologie “psichiatriche” che, una volta accreditate “scientificamente”, portano alla creazione di “malati mentali”: da quelli che soffrono d’una forma d’ansia passeggera (“disturbo da ansia sociale”) a quei poveri bambini che, negli Usa, patria del business senza scrupoli (in Italia, per fortuna, la pubblicità delle “pillole della felicità” è vietata), sono stati catalogati come “iperattivi” e dunque trattati con psicofarmaci (ma c’è di peggio, perché c’è chi fa curare con psicofarmaci addirittura i neonati!).

Al termine di un’appassionata e documentata disamina del problema, Marcello Pamio si chiede che cosa possiamo fare per difenderci da questo pervasivo apparato di controllo (perché è qui che le lobby del farmaco, capaci di piegare al loro volere persino i governi, vanno a parare).

La risposta sta nel definire il senso della parola “malattia”.

L’uomo sano, per prima cosa, non è quello che non è mai “malato”, così come la vera “pace” non è l’assenza di “guerra”.

muramoto_medico_se_stessoLa malattia rappresenta uno squilibrio, vigendo ovunque la legge universale dell’equilibrio. Ogni volta che l’equilibrio viene a rompersi, il nostro organismo, così perfetto, mette in moto una “malattia” che serve a ristabilirlo a patto che si accetti che non è scritto da nessuna parte che ci si debba sentire sempre “bene” (così come il “bel tempo” non è l’assenza di nubi o di pioggia!) e si sappia andare oltre la concezione dell’essere umano come una replica della macchina, e cioè “accomodabile” sostituendo dei “pezzi di ricambio”.

L’uomo è un tutto interconnesso, per questo L’Autore insiste su un corretto stile di vita (movimento, alimentazione, sonno ecc.) e l’abitudine a non farsi coinvolgere dai cattivi e torbidi pensieri, dando invece spazio a quelli buoni e luminosi. La mente può far miracoli, e tra questi vi è anche la “malattia”.

Non a caso esistono – ed il teatro ha sovente sfruttato questa figura – i malati immaginari, che stanno male per davvero perché è la loro mente che non è ben orientata.

Ma quelli, in fondo, sono ancora poca e marginale cosa, rispetto a quelli, in costante aumento, creati dal nulla dalla “fabbrica dei malati”.

Enrica Perucchietti, Utero in affitto, Revoluzione Edizioni, Orbassano (TO) 2016

di Enrico Galoppini

Il controllo del linguaggio, e di conseguenza quello delle idee, ha sempre avuto un peso fondamentale nella pratica dei dominanti finalizzata al mantenimento di determinati assetti di potere e rapporti di forza.

Se andiamo indietro nei secoli – e senza alcun intento polemico verso il Cristianesimo, sia chiaro – troviamo il caso di numerose parole ed espressioni latine che, una volta portato l’attacco mortale alla religione romana, vennero letteralmente stravolte da coloro che museo_della_civilta_romanaproducevano una cultura atta a sostenere la diffusione dell’ideale cristiano. Sono noti gli esempi delle parole “ozio” e “fanatico”: il primo, per il romano, non era un “dolce far niente”, bensì un’attività “ri-creativa” finalizzata alla “edificazione” di sé, mentre chi andava ancora al tempio (fanum) si ritrovò ad esser bollato, da un certo punto in poi, come un unilaterale violento, e da qui il nostro “fanatico” che ha solo un’accezione negativa. Così com’è stato per “pagano” per secoli e secoli di cultura ufficiale cristiana (fino all’emersione di un cosiddetto “neopaganesimo”), quando in fondo l’unico scopo dell’operazione culturale era quello di far credere che i contadini, fedeli alle loro tradizioni, non fossero altro che dei “superstiziosi” recalcitranti di fronte alla religione vittoriosa a partire dalle città.

Gli esempi che si potrebbero fare sono innumerevoli, come per esempio la riduzione ad una sola “anima” di quel ricco e sfaccettato linguaggio dei romani che considerava la presenza anche dell’animus, perché l’uomo è molto più complesso di come lo si vuol immaginare secondo la banale dicotomia tra “anima” (tutta rivolta all’“ultraterreno”) e il “corpo”, svilito e ricondotto alla sola dimensione “terrestre”.

mappa_impero_romanoMa ancora, sebbene la “guerra delle parole” fosse una pratica ben conosciuta, ci si trovava in un’era nella quale l’ipocrisia non occupava, nelle vicende umane, un posto di prim’ordine. I romani, infatti, ti facevano la guerra per il dichiarato scopo, per essi dettato da un “destino”, di fondare e reggere un Impero: era un principio d’ordine, una categoria spirituale, che andava imposta alla genti per forza o per amore, mentre oggigiorno – con le scuse più insostenibili – si riducono regioni sempre più vaste del pianeta a campi di battaglia per il puro gusto di rovinare la vita agli altri, nell’ottica della “guerra preventiva” (per prevenire, appunto, l’emersione di altre superpotenze globali competitive) e con la regolare copertura ipocrita e melensa della “esportazione della democrazia” e dei “diritti umani”.

I romani, da questo punto di vista erano alieni da ogni ipocrisia. Erano schietti e lineari, ancorché brutali e spicci quando serviva. Ma dopo arrivavano i benefici della civiltà per tutti in nome della Giustizia. Avevano, insomma, le idee chiare su come si sta al mondo, e questo è evidente dalle numerosissime perle di saggezza che ci hanno tramandato.

Tra queste vi è quella, lapalissiana, per la quale la madre è sempre certa (mater semper certa est), mentre il padre no. Il figlio è di chi se l’è portato in grembo, no?

La Vergine MariaPer i cristiani, venuti dopo, il discorso era ovviamente il medesimo (si pensi a Maria Vergine, madre di Gesù, con la figura di Giuseppe che diventa “problematica” o addirittura “imbarazzante” solo per la mentalità moderna, la quale non concepisce il mito e l’intervento del divino – familiare agli antichi – nella nascita di uomini superiori, con una missione dall’Alto). Il discorso – dicevamo – era fondamentalmente lo stesso, con un elemento di “rinforzo” per quanto riguarda la sacralità della famiglia, ovverosia l’indissolubilità del matrimonio.

Figli e famiglia, in poche parole, finché in Europa la civiltà (romana o cristiana) ha retto, sono stati concetti e un campo d’azione dove i mestatori non trovavano modo di mescolare le carte. L’iconografia della Madonna col bambino (talvolta raffigurata nell’atto di allattare il piccolo) è di un’eloquenza che non lascia adito a dubbi.

allah__s_name_wallpaper_050_by_almubdi-d38qo4dLa civiltà arabo-musulmana – essendo la Tradizione una – non si discosta, nella sostanza, da questa linea, che è sempre stata la stessa da quando esiste il mondo. Con dei distinguo, certo. In quel contesto il matrimonio non è indissolubile, ma il divorzio è, agli occhi del Profeta – secondo un hadîth ricordato sovente – “la cosa più odiosa” che un musulmano possa fare, mentre la metà della sua “sottomissione [al volere divino]”, e cioè l’Islâm, egli la raggiunge proprio grazie al matrimonio, che è una “palestra” per esercitare virtù fondamentali come la dedizione e la pazienza. Non parliamo poi dei figli, persino protetti dai tre mesi di regolari mestruazioni che devono essere attesi – onde accertarsi di un’eventuale gravidanza – prima della definitiva interruzione del rapporto coniugale. Il Corano, inoltre, esorta a proseguire l’allattamento al seno per due anni, necessari per trasmettere al bambino tutti i nutrimenti e gli anticorpi necessari.

Quanta attenzione ai figli e alla famiglia ha riservato, in tutte le ere che hanno preceduto quella moderna, la visione del mondo condivisa dai diversi popoli!

Anche con le adozioni ci si è sempre andati cauti, il che non significa che i nostri predecessori fossero degli “insensibili”. Secondo la giurisprudenza islamica, non è possibile “adottare” un figlio così come noi intendiamo generalmente la cosa, nel senso che il bambino bisognoso, accolto nella nuova famiglia, non prende il nome di quella ma mantiene il suo, in primis come segno di rispetto per la sua origine.

sviluppo-embrionaleLe civiltà precedenti alla cosiddetta “modernità” erano fondamentalmente ispirate da un principio realistico, per il quale non aveva senso proclamare che è bene allattare solo sei mesi (o anche meno) o che mandare una famiglia a scatafascio al primo tirar di brezza fosse una manifestazione di “libertà”. Ci si doveva comportare con dignità, nel rispetto della Natura (istituita da Dio), mentre l’ego, quell’insignificante e tirannica “maschera” che si nasconde continuamente dietro pretese “convinzioni” personali, doveva in ogni modo essere tenuto a bada per “risolverlo” in qualcosa di “universale”.

L’epoca attuale, al contrario, non è altro che il risultato della ribellione contro l’ordine naturale delle cose. Per questo, ai suoi albori (mentre ancora teneva fermo l’essenziale), la prima rivolta è stata condotta contro Dio, per poi passare alla radice etnica, ed infine (non necessariamente in sequenza, ma anche in concomitanza) all’identità sessuale. Si ripensi alla tradizionale triade Dio-Patria-Famiglia, dileggiata da generazioni di “rivoltosi” e arruffapopoli, e si avrà chiaro il disegno sovversivo perseguito, sempre più tenacemente e smaccatamente, nel corso degli ultimi anni da ambienti i più disparati ma convergenti e solidali.

perucchietti_utero_affittoOra, queste cose sono molto chiare all’autrice del libro intitolato Utero in affitto, Enrica Perucchietti, co-autrice (con Gianluca Marletta) di un libro che ha preparato la strada a quello che stiamo segnalando. In effetti, se non si capisce la follia dell’Unisex e della cosiddetta “teoria del genere” (finalizzata a definire il sesso, pardon, il “genere”, una “opzione culturale”) non ci si può dare conto di come con l’utero in affitto, e dunque la compravendita di bambini e la riduzione a schiave della gravidanza per conto terzi di poveracce adescate qua e là soprattutto nei paesi più immiseriti, si arrivi al fondo (per ora!) della dilagante follia imputabile all’applicazione dogmatica e sistematica dell’unica vera legge del satanismo: “Fa ciò che vuoi!”.

Se ciascuno può fare ciò che vuole, è evidente che anche l’acquisto di un figlio, persino da parte di una coppia di omosessuali, è una cosa reputata “normale”. Ma questo è solo l’inizio di una deviazione puntellata dallo stravolgimento dei concetti e dalla diffusione di termini e definizioni coniate solo per intorbidare le acque, come quella, rassicurante, della “maternità surrogata”, per non parlare dell’idea stessa di “madre”, che secondo alcuni “intellettuali” coerenti con la loro “missione”, sarebbe un “concetto antropologico”!

Non è più dunque questione di ipocrisia, ma di un crimine puro e semplice che il titolo di questo libro, nella sua aderenza alla realtà dei fatti, denuncia come meglio non si potrebbe, al di là di un particolare punto di vista “confessionale” ed in nome di un’adesione a quei princìpi che hanno da sempre dato forma alla civiltà universale.

Tutto il resto, spiegato e raccontato con dovizia di particolari dall’Autrice, è una conseguenza di questo vulnus portato a quell’ultimo caposaldo che ancora ci mantiene “umani”, prima che in un domani dai contorni terrificanti si possa affermare, senza tema di smentite, che la madre è “sempre incerta”…

Paolo Franceschetti, Sistema massonico e ordine della Rosa Rossa, Uno Editori, Orbassano 2013-2014 (3 voll.)

di Spectator

franceschetti-sistema-massonico-e-ordine-della-rosa-rossa1Scrivere una recensione della trilogia di Paolo Franceschetti dedicata a “Sistema massonico e ordine della Rosa rossa” non è impresa facile.

Non tanto per la sua mole (oltre 1.200 pagine, la cui lettura scorre agile), né per la “complessità” e l’eterogeneità dei temi trattati, poiché più che di uno studio vero e proprio si tratta di un “percorso” dell’Autore alla scoperta, talvolta in prima persona, dei segreti più inconfessabili di questo sistema di potere.

Partendo dalla difesa delle cosiddette “Bestie di Satana”, al centro di un caso di cronaca nera che fece scalpore alcuni anni or sono, ed approfondendo, grazie alla conoscenza di Gabriella Carlizzi, il caso del “Mostro di Firenze”, l’avvocato Franceschetti ha sviluppato una serie di “rivelazioni” sempre più sconvolgenti per se stesso e per i numerosi lettori del suo blog.

È facile ascriverlo nel novero dei “complottisti”. Anzi, dei “complottisti pazzi”. Di quelli assolutamente irrecuperabili. In certi passaggi sembra effettivamente di leggere la trama di un film di fantascienza, o dell’orrore.

Sarà mai possibile che le cose di cui parla Franceschetti siano effettivamente così come le descrive? A volte si fa davvero fatica a crederlo.

Però a un certo punto ti chiedi come sia possibile quella lunga scia di “suicidi” e depistaggi per coprire solo dei “compagni di merende”. Come mai non si è mai arrivati ad uno straccio di “verità ufficiale” per tutta la serie dei cosiddetti “misteri d’Italia”, anch’essi caratterizzati da una sequenza impressionante di “coincidenze” (vedasi la strage di Ustica, che ha lasciato dietro di sé, negli anni, una conta impressionante di “incidenti”). E come mai, tutte le volte che un fatto di “cronaca nera” diventa interessante per i media (Cogne, Sarah Scazzi, Yara Gambirasio ecc.), alcuni elementi ricorrono con una puntualità sorprendente? Si va dal profilo delle vittime alla scelta del giorno del delitto, al “regolare” mancato ritrovamento dell’arma del delitto.

franceschetti-sistema-massonico-e-ordine-della-rosa-rossa-vol-2Franceschetti ammette più volte di essere un “dilettante”, e dunque di non avere alcuna pretesa di insegnare nulla di particolare ai grandi conoscitori delle scienze esoteriche. Scienze ambivalenti, che per i malintenzionati diventano strumento di dominio e di oppressione degli altri.

Ma un pregio l’autore di questi tre volumi ce l’ha senz’altro, ed è quello della coerenza, che l’ha fatto ritirare da un mondo – quello della cosiddetta “giustizia” – marcio, corrotto e, peggio ancora, architettato persino a livello “filosofico” per sostenere un assetto di potere. Questo gli fa onore.

I veri potenti, per Franceschetti, sono affiliati, in un modo o nell’altro ad un’organizzazione, con innumerevoli e diversificate diramazioni ma fondamentalmente coerenti nel “disegno” da perseguire, la cui radice affonda in un esoterismo deviato il cui simbolo è la “rosa rossa”. Pseudo-Templari? Pseudo Rosacroce? Fini conoscitori dell’Opera del Sommo Poeta che però, a causa di una “malattia del cuore”, usano come si fa con un manuale di magia nera?

Ma contro un potere così capillarmente infilato dappertutto in pratica non si può fare nulla, e sorge così il dubbio, tra i detrattori dell’autore, che questo tipo di letteratura “sconvolgente” svolga – consapevolmente o meno, non è chiaro – la funzione di scoraggiare dall’azione tutti quelli che, per una via o per l’altra, sono arrivati alla conclusione che la natura del potere, di questo potere, è essenzialmente satanica. È, in fondo, la stessa critica portata ad un altro autore (David Icke) che descrive consessi di potenti dediti alle pratiche più perverse utilizzate con fini “magici”.

Ma possiamo affermare con assoluta certezza che – a parte i singoli dettagli contenuti delle denunce di Paolo Franceschetti – non esiste una coerenza di fondo di tutto questo sistema quando deve fare quadrato per non rivelarsi alle masse ignare per quello che è?

franceschetti-sistema-massonico-e-ordine-della-rosa-rossa-vol-3D’altra parte non è intenzione dell’Autore mettere in diretta e banale relazione tra loro fatti così disomogenei come l’assassinio di Aldo Moro, il “mostro di Firenze”, il “caso Pantani” e “l’insensatezza” dell’attuale sistema monetario e fiscale, tanto per fare solo alcuni esempi. Tuttavia egli intende rintracciare tra tutti questi “misteri” quel minimo comun denominatore in grado di spiegare come sia possibile che persino degli aderenti ad organizzazioni iniziatiche “potenti” vengano messi a tacere quando intendono fare pulizia in casa loro ed onorare la Verità.

Per esser più chiari, “il problema” – come lo stesso Franceschetti si premura di precisare – non è “il complotto massonico”, o quello “giudeo-massonico” sviluppato nella maniera più dozzinale e dunque fuorviante. Ma quello che forse Franceschetti non ha ancora ben chiaro, in quanto solo recentemente si è accostato alla religione con qualche pregiudizio in meno, è che come esistono i santi (gli “amici di Dio”, i Suoi “prediletti” che Egli pone al governo delle faccende degli uomini), operano in questo mondo anche gli “intimi di Satana”. Questi possono annidarsi ovunque, persino in sacrestia, e non esiste alcun prerequisito particolare per farne parte se non la pervicace volontà di opporsi a Dio e ai suoi “amati”.

Da tutto ciò, certamente, ci si può e ci si deve difendere. Ma non donchisciottescamente, come ha tentato di fare lo stesso Franceschetti mettendosi talvolta in grave pericolo. Né allungando troppo in profondità lo sguardo nell’abisso delle cose raccontate in questi tre libri.

Quest’umanità ha infatti bisogno fondamentalmente di due cose: di guida e protezione. E per primi ne han bisogno questi servitori del Maligno, i quali non si rendono conto del male che fanno per prima cosa a se stessi anche quando s’illudono di acquisire dei “poteri”, che un bel giorno (si fa per dire) quel signore immaginato con le corna e il forcone in mano toglierà loro d’un tratto in quanto avendo desiderato “il mondo” si sono preclusi la vita eterna.

Enrica Perucchietti, Le origini occulte della musica. Vol II: dai Queen a Marilyn Manson, Uno, Orbassano 2015

di Enrico Galoppini

Perucchietti_le-origini-occulte-della-musica-vol-2Il secondo volume della trilogia di Enrica Perucchietti incentrata su Le origini occulte della musica. Dai Queen a Marilyn Manson, avrebbe potuto recare come sottotitolo: “Dalla tragedia alla farsa”.

In attesa di leggere il terzo volume (Il canto delle sirene. Da Madonna a Lady Gaga), si può tranquillamente affermare che, dopo quanto abbiamo scritto in sede di recensione del primo volume, tutto era virtualmente già inscritto nelle produzioni dei primi “musicisti” (Da Mozart agli anni Settanta), i quali avevano posto le basi per quel ruolo nefasto della musica di massa moderna che poi avrebbe dilagato dagli anni Ottanta in poi. Anche grazie ai cosiddetti “videoclip”, che han finito per rendere “guardata” la musica, più che ascoltata, e nei quali l’impeto distruttivo degli strateghi di questo show business ha avuto modo di esplicarsi senza più alcun freno inibitorio.

La corruzione sulla terra ha così continuato a spargersi, poiché le menti indifese delle masse si sono affidate a false guide, che in realtà, leggendo le loro biografie, avevano tanto bisogno, a loro volta, di essere guidate. Stiamo parlando infatti di “artisti” sovente tristi, soli, con gravi problemi irrisolti, i quali sul palcoscenico e nel “personaggio” che si sono costruiti hanno creduto, a livello personale, di operare la classica fuga in avanti, mentre ad un livello pubblico hanno avuto l’opportunità di diventare, anche solo per gioco, dei semidei osannati dal loro pubblico.

Personalità fragili, talvolta ben oltre i limiti della follia, ma con quel “carisma” utile per essere adocchiate da qualche “mago” come i necessari medium per far passare, tra masse ignare dei reali termini dell’operazione, influenze le più nefaste e dissolventi per la tenuta dei fondamenti della personalità umana. Gli agenti della cosiddetta “contro-iniziazione”, difatti, per poter centrare il loro obiettivo, e cioè la diffusione di determinati stati d’animo, sono costantemente alla ricerca di “artisti” (cantanti, pittori, cineasti ecc.) da utilizzare come il classico pifferaio magico della fiaba che l’Autrice ama ricordare spesso come paradigma del ruolo svolto da questi “occultisti” prestati alla musica o, ribaltando l’ordine dei fattori il che è lo stesso, musicisti impelagati nelle paludi dell’occulto.

Per la verità, alcune “star” della musica contemporanea passate qui in rassegna non sembrano – secondo la Perucchietti – essere ascrivibili al 100% a quel Maligno che, viceversa, trasuda dalle gesta di svariate band e cantanti passati in rassegna nei tre volumi della trilogia. È il caso, per esempio, di Freddie Mercury (cap. 1), e ancor di più di Michael Jackson (cap. 4), i quali per motivi diversi erano per così dire prigionieri del loro personaggio ma fondamentalmente erano delle persone buone.

C'è chi fa dell'ironia, ma siamo sicuri a volte non serva anche la repressione?
C’è chi fa dell’ironia, ma siamo sicuri a volte non serva anche la repressione?

La vita privata di molte di queste rockstar (o popstar) è decisamente triste, spesso per motivi che risalgono alla loro infanzia, così non sorprende che furboni e profittatori d’ogni risma, compresi degli pseudo-iniziati, sfruttino il loro successo per veicolare nelle masse adoranti concetti e pratiche del peggior occultismo. Il quale, va detto esplicitamente, conduce alla pura e semplice distruzione dell’essere umano perché i demoni non aspettano altro che impossessarsene per farne il proprio burattino.

E poi, in mezzo a questo marasma di forze scatenate, ci sono pure quelli che più che altro si atteggiano. In alcuni casi – come accennavamo proponendo il sottotitolo “Dalla tragedia (e cioè da ambienti e personaggi effettivamente coinvolti in prima persona nell’occulto e, a loro modo, con un loro “spessore” seppur perverso) alla farsa” – gli anni Ottanta ci hanno proposto anche dei fenomeni puramente esteriori e “spettacolari”, come quello di Ozzy Osbourne, il quale, come i Black Sabbath (cap. 6), ha espressamente dichiarato, più volte, di non credere assolutamente a tutto quel repertorio “satanico” al centro delle sue liriche. Pure un fenomeno evidentemente allarmante come Marilyn Manson sembra più che altro bluffare, o perlomeno non essere così addentro a certe pratiche occulte esplicite come altri “artisti” quali i Coven e i Black Widow (cap. 5).

Paulo Coelho in lingua Farsi. Durante i tumulti della c.d. "Onda verde" (giu. 2009) vennero coinvolti anche ambienti vicini allo scrittore brasiliano...
Paulo Coelho in lingua Farsi. Durante i tumulti della c.d. “Onda verde” (giu. 2009) vennero coinvolti anche ambienti vicini allo scrittore brasiliano…

Ma poiché il Maligno ama travestirsi anche in maniera “rassicurante”, il lettore meno accorto nello scegliere le sue “guide spirituali” troverà un certo giovamento nel leggere il cap. 9, dedicato all’influenza dello scrittore Paulo Coelho sul musicista Raul Seixas e non solo. Qui si ha a che fare con “entità” come minimo “spurie” che comunicano con individui “sensitivi” come lo stesso Coelho o il famoso Carlo Santana (cap. 10), il quale ha sempre sostenuto di essere in contatto con entità “angeliche”.

Al lettore il non troppo difficile compito di stabilire – anche se l’esposizione “professionale” dell’Autrice non propende per giudizi di valore – se tali “contatti” siano di segno luminoso o oscuro. La vita, le parole e l’influenza di questo o quel “divo” della musica contemporanea costituiranno una facile bussola, sempre che si possiedano gli strumenti adeguati per discernere.

Il problema, nella nostra epoca, è proprio che la stragrande maggioranza delle persone non solo non dispone di una “cultura” tramite cui interpretare fenomeni come quello della musica contemporanea, ma, peggio ancora, non sa assolutamente come difendersi (né peraltro sembra volerlo fare) dagli attacchi portati, anche sull’onda di una melodia (per non parlare delle strofe) di una canzone apparentemente “innocua” ed invece ‘captata’ affinché sciamasse in questo mondo e svolgere il suo compito.

dio_panAlcuni studiosi della materia, trattando della cosiddetta “musica satanica”, hanno puntato il dito sui casi di suicidio (rituale o meno) indotti da determinate canzoni. Un problema minore, questo, al confronto con una ben più pervasiva e capillare influenza nella vita quotidiana di tutti quei “fan” (che fa rima con Pan, il “dio” particolarmente caro ai cantanti moderni in odor d’occulto) che anche senza arrivare al suicidio si sono drogati come i loro “idoli”, ne hanno imitato le scelleratezze e, quand’anche hanno condotto, malgrado tutto, un’esistenza “ordinaria”, si sono a tal punto rimbambiti a forza di prendersi come guida dei falliti che il danno per se stessi e la società in cui circolano può dirsi a tutti gli effetti catastrofico.

In mezzo a tanto squallore e inquietudine, l’ultimo capitolo, dedicato ai Nirvana e a Kurt Cobain (l’ultimo “mito” del rock), lascia solo con l’amaro in bocca. Il solito ragazzo americano con un’infanzia difficile, un’adolescenza sgangherata e tanta, tanta tristezza dentro, che non trova altro modo per lenirla che autodistruggersi ed urlare ai quattro angoli del mondo la propria rabbia, e che alla fine (forse) si toglie la vita quando anche la “maschera” della rockstar non basta più. Ecco, forse in questa storia non a lieto fine c’è come la metafora di quello che è effettivamente il mondo moderno senza Dio: uno spettacolo scintillante e meraviglioso, che a dispetto dell’apparenza produce vuoto e tristezza. Ed è probabilmente per questo che molti giovani – rockstar comprese – provano a riempire questo vuoto con la musica ed i suoi “modelli”, senza badare troppo a che cosa veicola ed ignorando, barattandola con pochi minuti di adrenalina, quale sia la via per un’esistenza piena e felice.

A. J. Gregor, Riflessioni sul Fascismo italiano. Un’intervista di Antonio Messina, Apice Libri, Sesto Fiorentino 2016

di Enrico Galoppini

Il prof. Anthony James Gregor
Il prof. Anthony James Gregor

Anthony James Gregor è un professore americano che – incredibile a dirsi – con ogni probabilità ha compreso meglio di molti suoi colleghi italiani l’essenza del Fascismo.

Suoi studi furono pubblicati in lingua italiana negli anni Settanta, quando era stato avviato nel nostro Paese, sulla scia degli studi di Renzo De Felice, il dibattito sulle “interpretazioni del Fascismo”. Studi assolutamente imperdibili, come L’ideologia del Fascismo (trad. it. Edizioni del Borghese, Roma 1974), che in oltre 400 pagine fitte fitte rimetteva i puntini sulle “i” rispetto ad una materia sulla quale la confusione, soprattutto per interessata malafede, regnava sovrana.

Ma l’accademia italiana non ha mai dato troppa importanza agli studi di Gregor, il quale, in queste Riflessioni sul Fascismo italiano (Apice Libri, Sesto Fiorentino 2016) stimolate dalle domande di Antonio Messina ed introdotte dal prof. Alessandro Campi, ha così opportunamente passato in rassegna, ad oltre quarant’anni di distanza da quel memorabile studio, quali sono i capisaldi della sua elaborazione concernente un fenomeno così “scomodo” qual è il Fascismo.

Nelle prime pagine Gregor ripercorre il suo vero e proprio sbalordimento quando, stimolato da alcuni suoi docenti (non sospettabili di alcuna simpatia con l’oggetto di studio), venne a diretto contatto con la letteratura d’epoca fascista. Altro che “l’incultura” che la propaganda dei vincitori attribuiva allo sconfitto regime!

gregor_riflessioni_fascsismo_italianoQui tocchiamo un punto assai importante per approcciarsi correttamente allo studio del Fascismo, sotto ogni punto di vista (storico, ideologico ecc.): l’analisi delle fonti coeve. Un punto molto importante per lo stesso intervistatore, Antonio Messina, giovane ma accorto studioso che non si basa solo sulle interpretazioni e le ricostruzioni a posteriori (ovviamente le più serie e attendibili), ma ha la sana abitudine di attingere direttamente da ciò che dicevano e scrivevano i fascisti stessi, come ha dimostrato nel suo Lo Stato etico corporativo. Sintesi dell’ideologia fascista (Booksprint Edizioni 2013, significativamente con una prefazione di A. J. Gregor).

Altrimenti c’è il concreto rischio di raccontare e “ricostruire” un Fascismo immaginario, che è poi quello che passa oggidì per il tramite di certa divulgazione attardata su luoghi comuni triti e ritriti utili solo a puntellare lo status quo “antifascista”.

Senza voler togliere il gusto della scoperta, e precisando che anche l’interpretazione di Gregor non dice “tutto” ma apporta – com’è normale che sia – elementi importanti per una interpretazione generale del fenomeno fascista, elenchiamo per sommi capi i punti essenziali del pensiero del professore emerito di Scienza Politica presso l’Università della California a Berkeley.

gentile_filosofia_marxPrima sorpresa: il Fascismo non è “anti-marxista”. Con una precisazione. Il Fascismo opera una revisione anti-materialista del Marxismo. Non a caso, Giovanni Gentile era anche uno studioso dell’opera del “filosofo di Treviri”.

Benito Mussolini, senza il quale il Fascismo non sarebbe ovviamente mai esistito, fu senz’altro “revisionista” in questo senso rispetto al pensiero di Marx, integrandolo con altri autori e senza farne perciò una sorta di “oracolo” al quale subordinare la propria azione.

L’altro elemento fondamentale del Fascismo, e che lo accomuna ad altri sistemi di cui Gregor individua, talvolta in maniera sbalorditiva, gli elementi affini col Fascismo stesso, è la rivolta anti-imperialista.

Per essere anti-imperialisti non c’è bisogno di innalzare la bandiera rossa, e questo l’han sempre saputo tutti i rivoluzionari autentici, Lenin in primis, del quale è celebre la reprimenda da lui fatta ai socialisti italiani, colpevoli a suo dire di “essersi fatti sfuggire” l’unico uomo capace di fare la rivoluzione in Italia.

Ma dire anti-imperialismo è ancora forse troppo poco, se si considera il contesto generale nel quale si dibatteva l’Italia del primo dopoguerra. Il vero problema, per tutte quelle nazioni che non intendono morire nelle paludi del sottosviluppo, è quello della Plutocrazia.

Sì perché i signori del denaro, i plutocrati, hanno tutto l’interesse a sfruttare le nazioni deboli, che si fanno mettere i piedi in testa e non si ribellano. Ma che sono molto “pericolose” se lo fanno. Il Fascismo è stata così per Gregor una forma di rivolta contro lo strapotere degli “arrivati” e dei “soddisfatti”, per dirla con Mussolini, onde imprimere una svolta che tramite una “dittatura di sviluppo” ha posto al centro i ceti produttori a scapito dei “pescecani” (sempre per usare un termine in voga all’epoca).

Jamâl ‘abd en-Nâsir (Nasser), simbolo del "socialismo arabo"
Jamâl ‘abd en-Nâsir (Nasser), simbolo del “socialismo arabo”

Tratti di Fascismo, se non un’ispirazione più diretta, li si trova nel cosiddetto “socialismo arabo”, quello tanto odiato da tutti gli “islamisti” del mondo, i quali, più che “fascisti” come li dipinge la propaganda da “scontro di civiltà” sono assolutamente “antifascisti”, dato che del Fascismo storico (1922-1945) ripudiano praticamente tutto sia nella teoria che nella pratica.

Forse questo cosiddetto “islamismo radicale” ha qualche punto di contatto col Nazionalsocialismo, del quale Gregor – come De Felice – enfatizza più le differenze piuttosto che le similitudini col regime mussoliniano.

In ciò l’interpretazione dell’eminente studioso americano non può non dispiacere a tutti quelli che si sono adoperati per far transitare la favola del “nazifascismo” dalla terminologia propagandistica alleata al lessico degli studi scientifici.

Al “Fascismo nel mondo” Gregor dedica alcune dense pagine della sua intervista. Egli è senz’altro un teorico di un Fascismo ‘allargato’, al punto che persino nei rivoluzionari americani anti-britannici e nella Cina comunista si possono individuare – alla luce dei concetti-chiave dell’antimperialismo e della “dittatura di sviluppo” – chiari elementi fascisti o d’ispirazione fascista.

Qui il dibattito è ovviamente aperto e mai verrà detta una parola definitiva al riguardo, anche perché addirittura tra studiosi in buona fede vi è sempre un certo grado di “egocentrismo” che impedisce di scorgere quanto di più esatto vi è nell’elaborazione altrui.

Non ci sembra comunque questo il caso di Gregor, che senza la pretesa di aver “capito tutto” ci ha fornito, condensandole in questa fresca e godibile intervista, solide e credibili informazioni per giungere quantomeno ad una nostra idea autonoma sul Fascismo non falsata da meschini interessi di parte.

Carlo Delnevo, Il figlio musulmano, Youcanprint Self-Publishing, 2015

di Enrico Galoppini

il_figlio_musulmanoSi può sopravvivere alla perdita del proprio figlio? Ci si può dare pace per un vuoto talmente incolmabile? Che strazio dev’essere non poter più riabbracciare colui al quale, in un certo senso, si è data la vita?

Di Giuliano (Ibrahim) Delnevo hanno scritto in molti dopo la sua morte in Siria, il 12 giugno 2013, dov’era andato per combattere contro l’esercito siriano in quella che impropriamente viene definita una “guerra civile” (perché in realtà lì si combattono varie guerre simultaneamente). Ciascuno dei commentatori ha detto la sua, quasi sempre per denigrarlo ed incasellarlo sbrigativamente nella categoria dei “terroristi”.

Il “foreign fighter”, per gente senza un barlume di cultura storica, diventa uno spauracchio, l’essere più immondo della terra, anche se c’è sempre stato chi, attratto da una “causa”, decide di arruolarsi tra le fila di una delle fazioni in lotta in una terra lontana dalla propria. Ve ne sono stati, di questi personaggi inquieti, sia dalla parte dei “buoni” sia da quella dei “cattivi”, secondo le pagelle distribuite dalla vulgata moderna occidentale. Chi ha combattuto, da straniero, contro i “tiranni” nel 1848 o dalla parte della Repubblicani spagnoli, merita un eterno riconoscimento, ma per chi ha militato dalla “parte sbagliata”, oltretutto “sbagliando” nell’andare a ficcare il naso in “affari altrui”, c’è solo il marchio dell’infamia e dell’unanime esecrazione.

È così, e bisogna mettersi il cuore in pace.

Al giovane Delnevo, perciò, il destino ha riservato una memoria ingrata: quella dell’ingrediente indispensabile, nella dispensa d’ogni “esperto di Isis”, per propinare il solito menu al culmine del quale viene servito l’attentato che, prima o poi, il “jihadista” di ritorno compierà in Italia.

foreign fighters italiani - terrorismo - 19 gennaio 2015
Il “problema dei problemi” degli Italiani…

Ma in questa maniera, presi nella morsa del terrore instillato quotidianamente da tivù e giornali, gl’Italiani non si curano più del lavoro che non c’è, delle tasse insostenibili, del degrado sociale dilagante e del vuoto politico che non lascia speranza alcuna. No, il problema dei problemi è l’Isis e il “foreign fighter” che torna in Italia e fa una strage, anche quando si tratta di una ragazzetta che tutt’al più potrebbe andare in Siria a fare le faccende di casa.

Oltretutto, Giuliano Delnevo non era affiliato all’Isis, sigla che sarebbe assurta a simbolo del male assoluto solo successivamente alla sua morte.

La storia di questo ragazzo potrebbe riassumersi come quella di un giovane come tanti in Italia, cresciuto tra genitori separati (ecco un’altra cosa che dovrebbe preoccupare ben più del “califfo”), e forse – dico forse perché non lo conoscevo – andato, seppure entusiasta ed in buonafede, un po’ fuori controllo. Ma neanche intenzionato a fare del male a qualcuno per il solo gusto di farlo. Un ragazzo amatissimo dalla sua mamma e dal suo papà, l’autore di questo bel libro.

Che è un bel libro, peraltro scritto bene, che si legge tutto d’un fiato (un pomeriggio sulla spiaggia di Alassio, ospite del mio amico Aliotta), al termine del quale non si può non restare indifferenti di fronte alla dignità di questo padre, Carlo Delnevo, che per onorare la memoria del figlio, ed anche per rielaborare un lutto atroce, ha disposto, senza un preciso ordine cronologico, ricordi d’infanzia e sensazioni più recenti, fino all’inevitabile (in quanto da lui presagito) esito.

Carlo Delnevo
Carlo Delnevo

Io non so il rilievo che, nell’ambito dei cosiddetti circoli letterari, è stato dato a queste circa centosettanta pagine, né posso stabilire quale corrispondenza via sia tra il Giuliano amato dal padre e quello reale.

Ma una cosa va detta: che anche se si va a combattere dalla “parte sbagliata” (e per me quella scelta da Ibrahim Delnevo lo è), non per questo ci si deve accanire su chi l’ha scelta con onore e dignità, magari con un po’ di scelleratezza tipica dei vent’anni. Altrimenti si fa come quelli che, a settant’anni di distanza dai fatti, continuano imperterriti a gettare fango sui “repubblichini”, senza mai essere toccati dal dubbio e da un briciolo di obiettività.

Il figlio musulmano parla dunque di uno di quei ragazzi, infatuatisi di un Islam “militante”, per i quali nessuno, per non perdere l’aura di rispettabilità, spenderà mai mezza parola buona, anche se non se ne condivide la scelta di campo.

Poi, per carità, a ciascuno le sue responsabilità: quella di essersi ficcati in una faccenda enorme e decisamente fuori dal proprio controllo; quella di aver scelto di sostenere la “causa” dell’Islam, di una particolare visione della religione dell’Islam, combattendo in un paese così lontano e diverso, quando in Italia c’è molto per cui “combattere”; quella di essersi scelto delle cattive compagnie – come più volte rileva amaramente il padre Carlo – che come Lucignolo hanno condotto questo il nostro Pinocchio ad imbracciare il mitra anziché l’abbecedario della Scienza divina.

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Giuliano (Ibrahim) Delnevo

Ma io credo che, malgrado tutto quel che si possa pensare dei “ribelli siriani”, ed in particolare di determinate fazioni, quella di Giuliano (Ibrahim) Delnevo non sia la storia di un cattivo ragazzo.

Perché al di là di quel che si può pensare di certe “rivolte” ingentilite dal profumo della ‘primavera’ (ed io ne penso abbastanza male), si deve tributare rispetto anche per chi ha dato la propria vita per un ideale, che lo si condivida o meno, convinto di combattere dalla parte della Giustizia e della Verità.

Perché un conto sono gli squartatori e i tagliatori di teste (i quali, lo ripeterò fino allo sfinimento, non sono peggiori dei massacratori al fosforo bianco e dei torturatori di Guantanamo o di Abu Ghraib), un altro è un ragazzo che, fattosi musulmano, va a combattere dove ritiene che si combatta per “la causa”.

Non si dimentichi poi che all’inizio di questa brutta storia la musica dei media “autorevoli” era tutto un osanna per la “rivoluzione siriana”, compreso quel torno di tempo nel quale Giuliano (Ibrahim) Delnevo trova la morte sul campo di battaglia dalla parte indicata come “giusta” mentre il governo veniva dipinto come un’accolita di diavoli.

Adesso l’Occidente deve fare buon viso a cattiva sorte, e cioè alla Stalingrado del cosiddetto “califfato”, ma la storia dei “ribelli moderati” torna ancora utile quando c’è da mischiare le carte e gettare un po’ di fumo sugli sfolgoranti successi dei russi e degli iraniani a sostegno del governo siriano.

carlo-giuliano-delnevo-borgotaroMa le vicende personali, come quella di Carlo Delnevo, che ad un certo punto, come per “attrazione”, viene chiamato all’Islam affinché possa per sempre stare col suo amato Giuliano, richiedono solo rispetto, facendoci chiedere se, anche noi, dall’alto della nostra vana pretesa di sapere tutto e di aver capito tutto, saremmo capaci di un simile esercizio di pazienza (come quello di sopportare ogni maldicenza al riguardo del figlio) in mezzo alle prove che il Signore ci ha riservato.

Il “padre musulmano” è, alla fine dei conti, quello che ha lasciato tra noi quel figlio che non c’è più ma che, se Dio vuole, è in attesa di ricongiungersi col suo papà.

Pietrangelo Buttafuoco, Il feroce saracino, Bompiani, Milano 2015

di Enrico Galoppini

buttafuoco_feroce_saracinoVa bene, lo ammetto, Pietrangelo Buttafuoco mi sta simpatico. Sarà per il nome che già da solo dà battaglia, sarà perché è (un po’) “fascista” e dunque ‘irregolare’, sarà perché è musulmano. Già basta e avanza, coi tempi che corrono.

Ma mettetela come vi pare, anche voi che storcete il naso al solo udire la parola “Islam”: Buttafuoco è uno che ci mette la faccia. E per questo andrebbe rispettato.

Mi domando e dico: chi glielo fa fare a uno che poteva starsene tranquillo a fare il “giornalista” (‘sta categoria… beh, lasciamo stare) di mettersi a scrivere bene dei fascisti che resistono agli invasori (cioè i “liberatori” secondo i giornalisti) e a far capire che, in fondo, Cristianesimo e Islam hanno molti più punti di contatto di quante sono le divergenze?

Eppure per qualcuno (compresi gli amici che gli han tolto il saluto) Buttafuoco è una specie di scandalo incarnato o un oggetto misterioso che sicuramente nasconde qualcosa di minaccioso; o uno strano essere identificato sbrigativamente con quel mondo di convertiti all’Islam per capriccio, per snobismo cultural-esistenziale: “l’Islam civettuolo”, per Marcello Veneziani, un’altra gran bella testa che in quest’Italia invertebrata e bordello euro-americano si deve umiliare per campare scrivendo spesso di cose senza importanza, perché per le “cose serie” ci sono i “grandi opinionisti”…

Non sia mai detto che ci si ponga il dubbio che uno possa esperire  un’autentica e sincera “conversione” a ciò che sente essere la Verità. Il marchio a fuoco del “rinnegato” è pronto. Ja‘far “as-Siqillî”, cioè Buttafuoco, penserà fascisticamente: “me ne frego”, anche se in cuor suo ne sarà dispiaciuto, perché Islam, Misercordia e Compassione vanno a braccetto (incredibile, vero?).

presentazione_buttafuocoNon so se questo è un libro semplice: l’ho letto in quattr’ore di treno da Torino a Pisa. E allora che facciamo, misuriamo i dodici euro spesi (sei per la verità, perché l’ho trovato usato ma intonso) calcolando il rapporto tra costo e “godimento” dell’oggetto acquistato? Chi l’ha detto che un libro non lo si possa rileggere anche due o tre volte (e, follia massima, recensirlo ancora)?

La prosa di Buttafuoco non è facile. Sembra a tratti un sogno. O uno schiaffone futurista nel tempo post-moderno, mitigato però dalla dolcezza della fede in Dio (Marinetti e i suoi credevano solo al Progresso). Ma chi l’ha detto che per far capire che la Russia non è anti-islamica, o che Maria, la madre di Gesù, è amatissima e rispettatissima nell’Islam, o che se uno “torna” all’Islam non sta affermando una cretinata si debba per forza usare la lingua bella tonda e ragionevole dei cattedratici?

E poi mica si può sapere tutto per filo e per segno ed informarsi nel dettaglio su ogni cosa che c’interessa e reputiamo importante. Siamo o non siamo nei “tempi ultimi”? E allora, il lettore-viaggiatore che passando da qualche “buksciòp” in stazione volesse spendere quella dozzina di euro, avrebbe già fatto l’affare del giorno se anche solo si dedicasse ad una meditazione del capitoletto intitolato “Sette Torri contro Sette Cieli”. Hai visto mai: magari la smette di pensare che tutto dipende dalla “politica” o che una notte non possa essere “migliore di mille mesi”.

libro-buttafuocoIl feroce saracino, cioè il cosiddetto “califfo” Abu Bakr al-Baghdadi, è alle viste? Non lo so, e questa potrebbe essere anche una trovata editoriale della Bompiani per sfruttare il baccano mediatico.

Fatto sta che Buttafuoco è (anche) “saracino” e, con lui, parecchi altri “rinnegati”. Che per gli amici che ti tolgono il saluto fan tutt’uno con l’Isis e “il califfo alle porte di Roma”. Ma che se ho intravisto giusto – anche dalle pagine di questo libro – saranno quelli che salveranno, con tutti gli altri “uomini di buona volontà”, quest’Italia e quest’Occidente oramai al delirio e al collasso.

Gianni Limonta e Adonis, Oro, incenso & Siria, Mondadori Electa, Milano 2005

di Enrico Galoppini

oro_incenso_siriaSe c’è un Paese al mondo che in questo momento è visitabile solo attraverso le pagine di un bel libro illustrato, quello è sicuramente la Siria. Una terra massacrata da anni di cosiddetta “guerra civile”, in realtà un’aggressione orchestrata dall’esterno utilizzando elementi settari locali e mercenari stranieri, che con la riconquista di Palmira da parte dell’Esercito Nazionale Arabo segna decisamente il passo.

Nel 2005, l’anno che coincide col mio ultimo soggiorno in quella terra “magica”, Mondadori Electa ha dato alle stampe un volume davvero pregevole, che ho scoperto solo di recente e che voglio segnalare ai lettori del “Discrimine”: “Oro, incenso & Siria”, di Gianni Limonta e Adonis. Al primo si devono le eccezionali fotografie che ritraggono genti e luoghi, da Damasco a Bosra, da Aleppo ai villaggi delle campagne. Al secondo il testo introduttivo e alcune delle poesie che adornano il volume.

C’è di che restare sempre allibiti, anche se vi si è stati più volte, nel constatare la ricchezza e la varietà delle popolazioni, degli usi e dei costumi delle genti di Siria, sottoposte ad un martirio che, in epoca moderna, forse è stato sopportato solo dalla nazione algerina, anch’essa vittoriosa contro il cosiddetto “Islam politico”.

Il che non vuol dire che l’Islam, e la religione in genere, non debbano interessarsi di politica! Ma da qui a ridurre l’“Islam” alla “politica” ce ne passa, perciò non c’è da stupirsi se la Siria che scorre sotto gli occhi del fruitore di queste pagine notevoli è molto più “tradizionale” – benché sotto un governo “socialista” – di tutto quel che può essere messo in opera dai vari esperimenti del “riformismo” o “modernismo islamico” così ben integrato nella “globalizzazione”.

sufi_damascoMolto significativamente, una sezione del libro è dedicata ai “luoghi sacri”: Ma‘lula e la chiesa bizantina di San Giorgio, il monastero di Mar Musa, Santa Tecla e le religiose che pregano in aramaico, la salât del venerdì nella grande moschea, la basilica di San Simeone detto “lo stilita”, i volti della comunità drusa, i riti delle confraternite sufi all’interno delle loro “tekkiyye”.

Quasi tutta “eresia” che andrebbe estirpata, secondo alcuni unilaterali e fanatici, ma che invece se ne starà dov’era ancora per un po’, per loro disgrazia e scorno.

La riconquista di Palmira, alle cui mirabilia architettoniche questo volume dedica alcune pagine, è un punto di svolta per la battaglia per la Siria. Significa che il tentativo di smembrarla è fallito.

È invece riuscito quello di rovinare la vita a chissà quante persone immortalate in questi scatti. Quante di loro saranno morte? Quante sopravvivono a malapena in qualche rifugio di fortuna? E quali saranno i baciati dalla sorte che avranno salvato le loro vite e i loro beni, o almeno, emigrando, avranno trovato ristoro?

cotone_siriaChi scorre questa carrellata di meraviglie non può esimersi dal domandarsi se non era il caso di lasciare in pace questa gente nella sua “vita quotidiana”, alla quale Limonta non ha dimenticato di dedicare alcune significative istantanee: i fornai del pane “come una volta”, i maestri vetrai, i vasai che con abilità modellano l’argilla, la setacciatura del grano che da secoli si fa così, i campi dell’ottimo cotone siriano, i giorni del raccolto e la piccola pausa per il tè, sempre dolcissimo.

I “murales” sui muri delle case di campagna, a testimonianza che lì vive uno che ha fatto il Pellegrinaggio alla “Casa d’Iddio” a Mecca.

Ci sono i cittadini e i campagnoli; i sapienti coi loro Corani e gli umili ma non meno saggi pescatori di Arwad; le donne finemente vestite ed ingioiellate e le beduine corrose dal tempo e marchiate col tatuaggio, come certe donne berbere.

C’è la Siria che vive e che non ha mai smesso di vivere, anche se qualcuno l’avrebbe voluta morta.