Le “opinioni eretiche” di Michele Rallo

di Enrico Galoppini

rallo_libroSarà pure vero che, come insegnavano già gli antichi greci, l’opinione non è una conoscenza certa. E sarà – ma non ci credo – che esistono alcuni “liberali” che darebbero la loro vita perché anche le idee con le quali non sono d’accordo possano essere espresse.

Fatto sta che le “opinioni eretiche” di Michele Rallo contenute in un volume che raccoglie i suoi “zibaldoni” pubblicati dal 2011 al 2013 sulla stampa trapanese meriterebbero di circolare più di quanto non l’abbiano già fatto perché contengono un grado di “verità” superiore a quelle mediamente circolanti sui medesimi argomenti trattati.

Idee chiare, dirette ed appassionate, il che non guasta in tempi d’ipocrite “oggettività” e “scientificità”, espresse con un linguaggio accessibile anche al proverbiale “uomo della strada”. Il quale, purtroppo, non avendo idee “sue” ma abbeverandosi a quelle dei famosi ed “autorevoli opinionisti” viene da questi abituato a pensare a tutto quel che non dovrebbe interessarlo, o ad interpretare ciò che invece lo tocca direttamente in base a categorie e criteri di giudizio falsati e distorti.

In altre parole, “economisti”, “sociologi” e “politologi” di casa sui “grandi giornali”, ben selezionati a monte, svolgono il compito di rendere alternativamente “complicato” quello che, in realtà, è assai semplice da capire; ma anche estremamente “banale” quello che, al contrario, necessiterebbe d’una analisi un tantino più approfondita.

In queste Opinioni e rievocazioni, ripubblicate suddivise per argomenti a cura del Centro Provinciale Studi “Giulio Pastore” di Trapani (Via Corollai 8 – 91100 Trapani), il lettore non troverà le solite banalità e parole d’ordine messe in giro dal circo mediatico in materia di “Europa”, “globalizzazione”, “immigrazione” e “primavere arabe”, tanto per citare alcuni dei temi sui quali Michele Rallo predilige intervenire.

Non servono paginate interminabili per spiegare lo scenario nel quale il suddetto “uomo della strada” si ritrova immerso fino al collo, ovvero quello della “crisi”. Bastano infatti due-tre pagine, che con cadenza regolare ed insistenza battano sempre sui soliti tasti, perché quelle sono le ‘piaghe’ nelle quali l’onesto commentatore mosso da amor di Patria e di Verità dovrebbe ficcare il ‘dito’.

Per questo Rallo insiste in maniera ‘ossessiva’ sulla questione della “sovranità”. Perché a quella è stata disabituata in ogni modo la maggioranza degli italiani.

La truffa del cosiddetto “debito pubblico”, le “riforme” invocate e perseguite da “destra” e “sinistra”, gli oramai regolari “scandali della politica”, la “esportazione della democrazia”, la “politica dell’accoglienza” ed il “terrorismo islamico” sono così, nella prosa dell’Autore, le sfaccettature di quella “crisi” prescritta da chi ha tutto l’interesse a cacciare gli Italiani (e gli europei tutti) in un marasma di durata indefinita al termine del quale, quando e se si placherà, vi sarà una parodia di “pace perpetua” sotto le insegne del mondo ridotto a “mercato” e dell’uomo, conseguentemente, trattato alla stregua di una merce.

ralloDa dove parta quello che a tutti gli effetti è un piano perseguito con particolare metodicità e senza esclusione di colpi Michele Rallo lo ripete in continuazione. Si tratta del dominio da imporre su ogni popolo, incluso il nostro, da parte delle elite finanziarie che si servono in particolare degli Stati Uniti come braccio armato per imporre una “globalizzazione” che altro non è se non l’imposizione di un modello disumano a tutto vantaggio di pochi e a detrimento di molti.

Quei molti che, felici di andare a votare per zuppa o pan bagnato, non sospettano minimamente che i giochi, al di là delle fortune di questo o quel politico, si decidano in altre sedi rispetto a quelle istituzionali della “democrazia”.

Una “democrazia” che l’Autore stesso, Deputato al Parlamento della Repubblica dal 1994 al 2001, ha potuto saggiare quanto sia vuota e parolaia quando nei fatti tutto il potere risiede nelle mani di pochi “signori del denaro” che, per giunta, lungi dal palesarsi per quello che sono mettono su un teatrino ad uso e consumo della limitata capacità di comprensione del poveraccio-medio che, manipolato da “opinionisti” di professione pagati profumatamente ed illuso ogni tot anni con la nuova edizione dei “ludi elettorali”, si spera possa almeno procurarsi una copia di questo libro per cominciare a riordinare le idee su quanto concerne il bene suo e di tutti i suoi connazionali.

Michele Rallo, Opinioni e rievocazioni. Tre anni di collaborazione alla stampa trapanese (2011-2013), Centro Provinciale Studi “Giulio Pastore”, Trapani 2014, pp. 358 [il volume può essere richiesto gratuitamente all’indirizzo indicato nella recensione].

Alessio Mannino, Mare Monstrum. Immigrazione: bugie e tabù, Arianna Editrice, Bologna 2014

di Enrico Galoppini

mare-monstrum-libro-80732Dopo aver letto un libro come quello di Alessio Mannino Mare Monstrum. Immigrazione: bugie e tabù (Arianna Editrice, Bologna 2014), la prima domanda che s’impone è questa: perché mai pubblicare libri come questo?

Non mi si fraintenda: non voglio dire che non è bene che libri del genere siano dati alle stampe. Tutt’altro. Ma è certo che nessuno, ma davvero nessuno di tutti coloro che hanno un qualche potere decisionale, un qualche ruolo di “responsabilità” in questo Paese, lo leggerà mai.

Parliamoci chiaro: questi sciagurati, trincerati nelle loro torri d’avorio e nei loro privilegi, non leggono nulla. Nulla di approfondito e documentato. E figuriamoci poi se esce dai binari del “politicamente” o “moralmente corretto”! Al limite, si prestano come attori e testimonial di una delle posizioni irreali e falsamente antitetiche che caratterizzano tutto quel che ruota attorno alla “questione immigrazione”.

Da un lato, circonfuso dell’aura del Bene Assoluto, chi si nutre di “pappa del cuore” appuntandosi la coccarda del “più buono del reame”; dall’altro, chi agita monotematicamente argomenti xenofobi scambiando alcuni spiacevoli effetti con le cause.

Vi è infatti chi critica (con argomenti il più delle volte obsoleti e spuntati) “il mercato” ma accetta “senza se e senza ma” l’immigrazione; e dall’altro capo di questo gioco delle parti – che ha fatto abbondantemente il suo tempo – abbiamo chi non trova nulla di sbagliato nel “libero flusso delle merci e dei capitali” (favola per allocchi) ma ne rifiuta un solo aspetto (e per giunta con argomenti-diversivo come quelli “culturali”): la tratta dell’“uomo merce”, che in realtà viene delocalizzato dove il sacro ed intoccabile “mercato” esige.

Tutti, indistintamente, tirano l’acqua al loro mulino, pensando di ricavarne qualche vantaggio. Per questo l’immigrazione fa comodo a tutti.

Ma l’immigrazione è per prima cosa una tragedia, al cui centro vi è l’alienazione dell’immigrato, sottoposto per primo ad una destrutturazione della propria personalità (cap. 1), alla quale farà seguito quella della comunità che lo riceve quando arrivano troppi immigrati.

L’immigrazione è difatti anche una questione di numeri sopportabili. Migrazioni ci sono sempre state, ma quella di tipo moderno generata dal capitalismo predatore e dalla sua way of life che alletta le moltitudini (e che vede partire individui e, al limite, i suoi familiari stretti, ma non popoli e clan interi come nei secoli passati), è diretta conseguenza del modello capitalistico, il quale alimenta a lungo andare un nomadismo globale e una tendenza alla deterritorializzazione di tutto e tutti, compreso l’essere umano. Che in base ai postulati della ‘filosofia’ d’accatto dominante finisce per essere concepito come un contenitore vuoto da riempire a piacimento, e non più anche l’esito della sua storia, dei suoi avi, della sua patria.

uomo_merce«Ecco, è nella dimenticata e bistrattata parola “patria” che si concentra il rimosso più profondo: il legame spirituale e affettivo con la terra dei padri costituisce l’esatta antitesi della rottura dei legami, essenza della migrazione. L’errante, l’affamato, la scheggia impazzita del mondialismo deve mettere la ricerca della felicità monetaria davanti a tutto. Deve trovare del tutto normale, ovvio, fisiologico volare da un capo all’altro dei continenti grazie alle linee aeree a basso costo, rimanendo in contatto elettronico grazie a Skype o Facebook. Deve capire che la libertà di fare le stesse cose a Milano, come a Londra o a New York, è più importante di rendere la madrepatria un posto migliore, per sé e i suoi figli. Deve pensare prima ad alzare il reddito d’acquisto e la capacità di spesa personale, e solo poi all’equilibrio psicofisico e all’identità del suo Io. E accadrà che ci penserà sempre meno, perché non ne avrà il tempo. Dovrà cedere via via ai compromessi con la cultura d’arrivo, perché gli conviene e perché ormai non ha scelta, se non intende tornare “sconfitto”. Dovrà fornire un esempio di integrazione, perché i privilegiati occidentali imparino che emigrare è una possibile, anzi allettante soluzione ai loro tormenti (lavoro che non c’è, mancanza di prospettive, sfiducia nella società e nello Stato). Tutti errabondi, errare disumanum est» (p. 13).

Per i fautori del mondo globalizzato, di Destra e di Sinistra, e a qualsiasi ideologia o religione facciano riferimento per darsi una “identità”, l’individuo è come un pezzo di ricambio di una macchina.

Questa è la cruda verità, e la grande tragedia che sta dietro la “filosofia delle migrazioni”: la disumanizzazione degli esseri umani.

Per questo, un libro che intende sfatare bugie e tabù, non può in alcun modo essere un’accusa contro l’immigrato, bensì contro l’immigrazione.

E sempre per questa elementare ragione, l’Autore di questo studio, che si articola in sei agili capitoli ed è arricchito da quattro interviste, stigmatizza anche la “fuga di cervelli” e di competenze in atto dall’Italia attanagliata dalla “crisi” verso un “altrove” che se all’inizio potrà assumere le sembianze di una “opportunità” alla fine si rivelerà per quel che è: la perdita della propria identità.

Invece, ribadisce con forza Mannino, la fuga è una sconfitta: bisogna restare qua, ‘in trincea’, a dare battaglia: contro questo sistema ingiusto perché non a misura d’uomo. Contro i corrotti e i traditori al governo che lo puntellano; contro i sindacati e le “agenzie umanitarie”, religiose o meno; contro l’imprenditore profittatore e, soprattutto, il finanziere, che speculano sullo sradicamento delle persone e la riduzione delle comunità umane ad enormi ed anonimi “mercati”.

Per “il mercato”, ogni cosa vale l’altra, purché costi di meno e faccia girare soldi. Per questo il sistema capitalistico, agli esordi, non poteva che cominciare con la Tratta dei neri (un vero tabù storico). E sempre per lo stesso motivo, ad oltre duecento anni dalla Rivoluzione Francese, viviamo in un’epoca nella quale il ‘mito’ dell’eguaglianza è ancora estremamente radicato nelle coscienze (cap. 5).

Ma le identità possono permanere solo se si mantengono le differenze, per cui si staglia in tutta la sua ipocrisia e dabbenaggine la posizione di chi elogia le differenze, il “multiculturalismo” e la “società multietnica” ma di pari passo odia le identità quando sono “troppo forti”.

de_benoistEppure, proprio il “paradigma differenzialista”, fatto proprio da uno degli intervistati, Alain De Benoist (che il solito sinistrume ignorante, belante e accusatorio bolla senza tanti giri di parole come “fascista”), potrebbe essere una delle vie d’uscita da questo dramma planetario al termine del quale, qualora venisse a compiersi definitivamente, vi sarebbe un’unica melassa di individui-consumatori indistinguibili nel loro appiattimento su un “modello unico” governato dalle leggi del Mercato e del Consumo.

Ovviamente, per giungere a tanto, bisogna che anche il mito della “crescita” infinita non sia mai messo in discussione. Ed è ciò che fa Maurizio Pallante, in una delle interviste che chiosano il volume.

Ma il nocciolo del problema, a mio avviso, se non vogliamo addentrarci in disamine filosofiche e metafisiche che esulano dagli intenti di questo libro, sta in quello che Diego Fusaro esprime al meglio quando, intervistato, connette essenzialmente il fenomeno delle migrazioni di massa contemporanee all’imposizione, in ogni dove, del Capitalismo predatore e sfruttatore, che passa come un rullo compressore sulle specificità dei popoli imponendo i suoi rapporti di forza.

Oltretutto, lo stesso Fusaro rileva che la Sinistra, che statutariamente a parole “difende i lavoratori”, va in totale contraddizione alimentando l’immigrazione di persone disposte a lavorare per meno soldi e minori tutele, danneggiando i “lavoratori” del Paese che accoglie. Con buona pace della “lotta di classe” che dovrebbe essere un suo cavallo di battaglia, perché come la storia ha dimostrato più volte anche la solidarietà tra “sfruttati” presuppone un’omogeneità etnico-culturale assente nelle “classi lavoratrici” arcobalenizzate.

La Destra, invece (e con Destra s’intende l’altra faccia della medaglia, complementare ed essenziale), se da una parte alimenta con le sue ali “estreme” le campagne allarmistiche e xenofobe (che hanno anche le loro “ragioni”, come rileva un altro intervistato, Massimo Fini), dall’altra è ben contenta di far arrivare individui da sfruttare più e meglio degli autoctoni. Anche se, a dire il vero, “i padroni” non sono solo “di Destra”… e, anzi, ne abbondano di radical chic.

Ma quel che è certo è che tutti costoro hanno un gran bisogno di “schiavi a buon mercato” (cap. 3).

barconePurtroppo, dicevamo, questo libro non finirà sul tavolo di qualcuno che prende le decisioni, perché ne gioverebbe senz’altro, potendo capire, per esempio, che il problema principale non è “il clandestino”, vera foglia di fico di chi ha architettato lo “spettacolo dei barconi”. La stragrande maggioranza degli immigrati arriva infatti per altre vie, legali al 100%, ma sono certe scene pietose rovesciate nelle case degli italiani dalla televisione ad occupare completamente sia le cronache sia il dibattito sull’immigrazione. Che così resta ostaggio di un approccio moraleggiante e sideralmente lontano da ogni logica.

A questo si aggiungano i crescenti degrado ed insicurezza, che sono un dato di fatto – e non una “opinione esagerata” – nelle più grandi città italiane e non solo. Ma che fare in assenza di uno Stato degno di questo nome, con una classe politica imbelle ed incapace di praticare una politica estera nel nostro interesse di Paese posto al centro del Mediterraneo?

L’immigrazione fuori controllo e senza una seria pianificazione nell’interesse della comunità accogliente è figlia dell’assenza di una seria e coerente politica estera, così tutti i nostri partner europei non trovano di meglio che rimbalzarci la “patata bollente”, tanto noialtri italiani siamo diventati la burletta di questo simulacro di “Unione”.
Vengono imbastite “operazioni” tanto altisonanti quanto dispendiose ed inefficaci. Si vanno a colpire (quando si fa qualcosa) i “pesci piccoli” mentre i grandi trafficanti di “merce uomo” se la ridono. Non si sa nulla – aggiungo io – degli inconfessabili “accordi” tra i paesi di provenienza e quelli di destinazione…

«Anche volendo pigiare seriamente il tasto repressivo, l’andirivieni di sbarchi non si fermerebbe del tutto. Per un’azione di contrasto efficace, per prima cosa bisogna chiarirne il presupposto: uno Stato ha il pieno diritto e il preciso dovere di decidere se, come e quanti stranieri possano entrarvi. Lo Stato, qualsiasi Stato, non è né un’associazione di carità, né una protuberanza di una vagheggiata “umanità”, giuridicamente e politicamente inesistente. Uno Stato sovrano è sovrano a cominciare dal diritto di decisione sui propri confini; perciò, o riesce a farli rispettare prima che siano violati, intervenendo al di fuori di essi, oppure, se è costretto a farlo al di qua, non è più sovrano: subisce la pressione esterna e vi si adegua. Perdendo, con la sovranità, anche la dignità» (p. 48).

Insomma, «sull’immigrazione ci vuole poco cuore e più cervello». Dichiarazione di qualche esponente leghista? No, parola di Luigi di Maio, vicepresidente della Camera, il quale aggiunge che «è una follia, per le condizioni in cui è ridotto il nostro Paese» (p. 50); aggiungendo, per completare il ragionamento, che “preoccuparsi” per l’emigrazione dall’Africa sub-sahariana e, allo stesso tempo, collaborare alla distruzione dello Stato libico e sfruttare le risorse di quei popoli è quantomeno contraddittorio e controproducente…

E allora avanti così, perché questa situazione è davvero la Cuccagna per molti, troppi mestatori di professione. Come per quelli che ci devono spaventare con “gli immigrati che fanno più figli” e che perciò ci assorbiranno, ci sommergeranno, ci islamizzeranno eccetera. Quando basterebbe interpellare anche il sociologo più sfigato per sapere che la tendenza, una volta entrati nella spirale del “benessere materiale” e fatti propri modelli comportamentali alieni, è quella ad essere meno prolifici…

La verità è che quasi tutti si “occidentalizzano”, punto e basta.

Gli immigrati “ci portano via il lavoro”? In parte sì e in parte no. Per cui falsificano la situazione, mestando nel torbido, coloro che rispondono solo affermativamente o negativamente in maniera perentoria ed apodittica.

«Il quadro è contraddittorio e a macchia di leopardo, ma uno è il dato fondamentale, l’elefante nella stanza di cui non si parla mai: l’avere compresso i salari e le condizioni di lavoro ha reso l’immigrato – che ha poco o nulla da perdere ed è disposto praticamente a tutto – il giocatore vincente di una partita in cui perdono tutti. Eccetto quello che una volta si chiamava “padronato”» (p. 23).

badantiIn pratica i flussi migratori aumentano solo quando il lavoro effettivamente c’è. Perché al momento è in corso anche un fenomeno di fuga dall’Italia, dove fra un po’ non ci sarà più nulla da fare nemmeno per gli italiani. Ed è vero che alcuni mestieri gli italiani non li vogliono più fare? In parte sì e in parte no. Si pensi alle “badanti”. Ma qui entriamo in un campo minato, quello della cura dei nostri anziani non più autosufficienti… Ah, il supremo “modello occidentale”, ah “i nostri valori”! Detto brutalmente: chi vuole più pulire il sedere ai genitori ormai vecchi e debilitati?

In altri casi, però, si potrebbe fare qualcosa per incentivare il ritorno degli italiani a determinate mansioni: ad esempio, cominciare a controllare che non si possa essere pagati due o tre euro all’ora, sgobbando per quattordici ore… Impedire per legge le “delocalizzazioni” della produzione di beni e servizi, propinanti però agli italiani a costi ingiustificabili. Tutti, una volta o l’altra, hanno potuto parlare con un operatore del call center che chiama dall’Albania, eppure le bollette continuano ad esser care…

E non sarebbe il caso di privilegiare chi in Italia c’è nato ed ha compiuto i suoi studi? Che senso ha, se non umiliare e scoraggiare le persone, attivare corsi di laurea e/o professionali e, contemporaneamente, far arrivare stranieri per metterli in “competizione” con gli autoctoni?

Ma dov’è la politica, che dovrebbe svolgere anche questo compito? Inesistente, del tutto appiattita sulla poundiana definizione di “camerieri dei banchieri” o, se preferite Marx, sui “comitati d’affari della borghesia”.

Senonché, oggigiorno non esiste nemmeno più la borghesia, coi suoi difetti e il suo egoismo sociale, ma anche coi suoi pregi e il suo senso del decoro, come avrebbe detto Costanzo Preve. Sia l’immigrato che l’autoctono si amalgamano così idealmente, sperando di far parte, a discapito di chi “non ce la fa”, di una global middle class che si trova ovunque a suo agio, da New York a Berlino, da Parigi a Dubai, perché tanto l’importante è che il sistema capitalistico-finanziario deterritorializzato, i suoi “valori” ed i suoi status symbol trionfino dappertutto, sommergendo “il passato”, da cui fondamentalmente anche l’immigrato meno fortunato vorrebbe affrancarsi per non doversi dire che “ha perso” in questa specie di roulette che è il “mondo globalizzato”.

È «la fine delle appartenenze di popolo, per fare posto all’individuo culturalmente apolide, magmatico, puntiforme, che si pretende avulso dalle proprie origini e nel diritto-dovere di rigettarle, reinventandosi un’immagine di sé cotta a puntino dalla fabbrica dell’Io narcisistico così caro e conveniente all’industria del consumo» (p. 55).

massimofiniMa può anche accadere il contrario: ossia l’abbarbicamento ad una “tradizione”, il più delle volte mal compresa perché ricostruita a posteriori, con i suoi elementi essenziali e vivificanti oramai persi per sempre. È il caso, di stringente attualità, delle “comunità islamiche” presenti nei paesi occidentali, che producono anche – in quantità fortunatamente minoritarie – i cosiddetti “jihadisti” e gli “odiatori dell’Occidente” cui contrappongono un’idealizzata quanto posticcia “purezza delle origini”, come se “il passato” potesse essere ricostruito attraverso i sermoni di qualche telepredicatore religioso. Ad ‘onore’ di costoro – rileva Massimo Fini col suo gusto per il paradosso – va comunque il fatto che cercano, combattendo in Iraq o in Siria, una esperienza forte, “liminale” e da “uomini veri”, che la mollezza e l’appiattimento del comfort moderno stanno per sradicare definitivamente dall’animo delle persone riducendole al livello di mansueti agnellini da “villaggio globale”.

Un “mondo globalizzato” dove la preoccupazione principale, specie per noi italiani che non abbiamo un preciso modello da proporre all’immigrato, sembra essere la “integrazione”, che sta diventando una vera e propria fisima da talk show.

Qualcuno dovrebbe finalmente spiegare com’è possibile “integrarsi” e, al tempo stesso, vivere in una società – quella italiana – che da un giorno all’altro sta svendendo, oltre a pezzi della sua economia, elementi essenziali della sua “identità”, a favore di un appiattimento acritico sugli stili di vita importati da Oltreoceano.

In che cosa si dovrebbe “integrare” un immigrato? Una domanda alla quale nessuno saprà mai dare una risposta sensata, perché semplicemente non c’è.

L’unica “integrazione” – che poi è puro e semplice “senso civico” – è il rispetto delle leggi vigenti (giuste o sbagliate che siano), come osserva Massimo Fini. Ma vaglielo a dire ai summenzionati mestatori di professione… Perché dovrebbero riconoscere che la maggior parte degli immigrati rispetta le leggi italiane, o quanto meno non le infrange in maniera più rilevante rispetto agli italiani stessi.

Per girare intorno al dramma umano posto dall’immigrazione, s’inventano “carte dei valori” dove è richiesto un surplus di “fedeltà” che contiene elementi sinceramente preoccupanti e degradanti: dissociarsi da una posizione “filo-palestinese” oppure, come in Olanda, sorbirsi anche qualche scena osé nell’esame di “olandesità” congegnato per chi vuole acquisire l’agognata nazionalità.

E stendiamo un velo pietoso sulla querelle riguardante lo ius soli e la concessione del voto amministrativo (vero mostro giuridico) per accaparrarsi qualche simpatia a breve termine. Il tutto somiglia a quegli escamotage – come il “registro delle unioni civili” – per introdurre artatamente altri tipi di “famiglia”. E poi sarebbero gli immigrati a non rispettare le leggi!

Non ci siamo proprio. O si entra nell’ordine d’idee che il “male originario” (cap. 2) è la globalizzazione, l’occidentalizzazione del mondo che provoca sradicamento in ogni dove, o ci dovremo rassegnare a convivere con questo squallido e degradante teatrino, dove s’inscena una storia che non prevede alcun lieto fine, perché tutti – mentre se ne escono con la loro “soluzione” o perdono tempo in una “guerra tra poveri” – finiranno nella pancia dell’unico mostro che li aspetta al varco.

Claudio Moffa, Rompere la gabbia. Sovranità monetaria e rinegoziazione del debito contro la crisi, Arianna Editrice, Bologna 2014

di Enrico Galoppini

libro_moffa_gabbiaLa “gabbia” che Claudio Moffa col suo saggio pubblicato da Arianna Editrice invita a “rompere” non è quella dell’euro, se con ciò s’intende una ‘romantica’ operazione di “ritorno alla lira”.

Come recita il sottotitolo nella copertina di Rompere la gabbia, la questione cruciale è quella della sovranità monetaria, che il docente di Storia e Istituzioni dei Paesi afro-asiatici all’Università di Teramo auspica venga ristabilita al più presto, in Italia e negli altri Paesi occidentali, per uscire dall’attuale “crisi”.

Esiste tuttavia un ostacolo insormontabile: la mancanza di volontà da parte di un ceto politico ed una classe dirigente che nel migliore dei casi, quando non si tratta di personaggi collusi e a libro paga, s’illudono che l’attuale abnorme finanziarizzazione dell’economia e della vita degli Stati nel suo complesso possa durare ancora a lungo senza ridurre la stragrande maggioranza nelle persone in una schiavitù che la ‘gabbia’ del titolo di quest’opera evoca al meglio.

Per procrastinare quest’inevitabile esito, già in parte realizzatosi, questi cosiddetti politici delle moderne “democrazie”, su imbeccata dei loro padroni e dei media di loro proprietà, si sono inventati l’ondata di “antipolitica” e la “crisi”.

Ma la “crisi” non è il risultato di “sprechi” e “ruberie” (che pure ci sono), come vorrebbe farci intendere anche tutta una saggistica interessata che ha preso a bersaglio l’ormai celebre “casta” e non il mondo della grande finanza speculativa.

Perché se di “casta” si deve parlare, essa va cercata tra quell’élite, invero ristretta e potentissima, dei “signori del denaro”. Di coloro che detengono – dopo averlo servizievolmente ricevuto “a termini di legge” – il potere di emissione, vera chiave di volta dell’intera economia moderna (ma a ben considerare dell’economia d’ogni tempo e luogo, tant’è che l’Autore passa in rassegna – cap. 4 – alcuni esempi storici che ben mostrano l’attenzione che i governanti hanno sempre dedicato a tale problematica).

La domanda che nessun grande “esperto” dei media e dell’università (peraltro sempre più sotto il controllo del capitale finanziario stesso) osa mai porre è infatti la seguente: “Di chi è la moneta?”. E, nello specifico di noi italiani ed “europei” dopo oltre dieci anni di “moneta unica”: “Di chi è l’Euro”?

teramo_moffaA questa fondamentale domanda, dopo l’eccezione in ambito accademico del defunto prof. Giacinto Auriti, il saggio di Claudio Moffa (http://www.claudiomoffa.it/), che riunisce anche alcuni suoi interventi preparati per le varie edizioni del “Master Enrico Mattei in Vicino e Medio Oriente” (http://www.masteruniteramo.it/), offre una chiara ed esaustiva risposta. L’Euro, tanto per cominciare, non è degli Stati che vi aderiscono, ovvero dei cittadini che da quelli dovrebbero essere rappresentati e difesi, bensì di una ristretta cricca di banchieri privati che controllano il cartello di banche “nazionali” denominato BCE.

Attraverso spiegazioni lineari che hanno anche il pregio di una provvidenziale ripetitività (importante per chi è a digiuno di tali argomenti), l’Autore giunge ad una sconcertante verità: l’Euro è di fatto una moneta straniera!

Che conseguentemente gli Stati (o quel che ne resta una volta spogliati della sovranità monetaria) dell’Unione Europea che l’hanno sottoscritto devono letteralmente acquistare a fronte dell’emissione di titoli del “debito pubblico” gravati da interesse. Come non può aumentare il “debito” in simili condizioni (p. 110)? E come non possono aumentare, in simili condizioni, le famigerate tasse?

Ma la BCE – che è il coronamento di una manovra che parte da lontano e che per quanto riguarda l’Italia consiste in una successione di eventi che questo libro ripercorre nella loro perfidia – crea denaro dal nulla (M. Allais), nel senso che per essa il denaro, offerto come una vera e propria “merce”, ha praticamente un costo irrisorio, sebbene la differenza tra quello ed il valore facciale impresso (da 5 a 500 euro) garantisca il famoso reddito da signoraggio.

Ora, su quest’ultimo termine (come su tutto ciò che si discosta dalla versione ufficiale ammessa dal sistema vigente politico-mediatico-culturale) è stata fatta scendere una coltre di discredito e di dileggio, ma se solo si presta attenzione alle dichiarazioni di alcuni protagonisti delle manovre che hanno prodotto l’attuale indecente ed immorale stato di cose (per esempio Andreatta o Soros), ci si rende conto che sono gli stessi “signori del denaro” ed i loro incaricati a riconoscere l’esistenza – e la redditività! – del signoraggio.

Il libro del prof. Claudio Moffa (che non a caso ha sempre invitato a collaborare “al di fuori degli schemi”) è anche un appello appassionato (e sicuramente inascoltato) alla cosiddetta “sinistra” affinché prenda atto che la battaglia per la sovranità monetaria non ha “colore”. Essa, anzi, è oggi “la” battaglia per antonomasia, in una situazione nella quale ogni “manovra” ed ogni provvedimento economico di qualsiasi governo che abbia aderito all’euro è destinato all’inevitabile fallimento poiché lo strumento monetario è completamente fuori dal suo controllo.

Né ha alcun senso vedere ancora, come se ci trovassimo cinquant’anni fa, sedersi al “tavolo delle trattative” sindacati e “datori di lavoro”, quando la proporzione tra capitale finanziario-speculativo e capitale produttivo è passata, dal 3% che era nel 1973, ad un inaccettabile 2000% nel 2010 (cioè, un rapporto di 20 a 1!).

Eppure, non è sempre andata così. Ci si è arrivati un po’ per volta. Ma se dobbiamo individuale una sorta di “big bang” lo si può fissare al 1694, con la creazione della Banca d’Inghilterra, che già Marx (al quale Moffa dedica un capitolo per mostrare come i suoi scritti giovanili tenessero nel debito conto il peso del capitale finanziario nella spirale di alienazione e sfruttamento delle classi lavoratrici) aveva indicato come una truffa ai danni dello Stato, di lì in poi “mantenuto artificiosamente sull’orlo della bancarotta”, il “debito” contratto coi banchieri privati crescendo indefinitamente (cap. 5).

L’eterno conflitto tra “produttori” (insomma, chi lavora e perciò produce ricchezza) e “speculatori” non era dunque ignoto ad un pensatore ed agitatore che ha condizionato generazioni di politici e studiosi, i quali però – complice anche una successiva svalutazione del fenomeno usurario dello stesso Marx, denunciata da Moffa – si sono incartocciati nelle varie “scuole” del Marxismo, che hanno focalizzato l’attenzione su un conflitto – quello tra “padroni” e “proletari” – che obiettivamente non spiega se non solo alcuni aspetti marginali delle moderne dinamiche economiche (e politiche).

Il libro, tra le altre cose, invita a riflettere sul fatto che esiste una notevole differenza, anche etica, tra capitale produttivo, destinato agli investimenti (ed ai rischi ad essi connessi), e capitale finanziario-speculativo.

Così si spiega la fondamentale convergenza di Cristianesimo ed Islam, uniti nella condanna del prestito ad interesse, mentre proprio l’usurocrazia apolide punta a fomentare lo scontro tra queste due tradizioni religiose.

mattei_moroE così trova un suo perché “un’imprenditoria etica, animata dall’obiettivo di costruire il benessere del popolo italiano”, in opposizione ai “capifila del non ancora maturo e ‘libero’ (meglio sarebbe dire ‘eversivo’) mondo bancario” (p. 127), che vide protagonista Enrico Mattei. Il quale poté svolgere la sua azione nazionale ed internazionale, ispirata ai suoi ideali cattolici (e, perché no, alla sua giovanile formazione fascista), grazie a alla presenza di un capitale produttivo ancora nettamente preponderante rispetto a quello finanziario-speculativo e, soprattutto, nelle salde mani dello Stato italiano.

Oggi, invece, dopo il suo assassinio (e quello, altrettanto significativo dal punto di vista che stiamo trattando, di Aldo Moro), lo Stato è stato assaltato, conquistato e svuotato da una banda di “camerieri dei banchieri” (per dirla con Ezra Pound) che in Italia, giusto per riassumere le date salienti, hanno agito nel modo che andiamo ad esporre.

Premesso che l’Italia, seppur sconfitta militarmente e perciò occupata, aveva mantenuto una sua sovranità monetaria (legge fascista del 1936 che definiva la Banca d’Italia, monopolista dell’emissione, un “istituto di diritto pubblico”; 1945-1948: sostanziale “continuità” rispetto al Ventennio; fino a tutti gli anni Settanta: emissione di biglietti di Stato a corso legale, quindi reddito da signoraggio nelle casse dello Stato), questi sono i momenti cruciali di quello che solo un osservatore prevenuto non può riconoscere come un complotto ordito ai danni della Nazione:

  • 1981: “divorzio” del Tesoro dalla Banca d’Italia (sulla base di un mero scambio di lettere!), preceduto da un tam tam mediatico sulla necessità della “autonomia della Bd’I”. Si noti per inciso che più è aumentata la “autonomia” della Bd’I, più il cosiddetto “debito pubblico” è cresciuto…
  • Il 1992 – che è quello di “Mani Pulite” – è l’anno del golpe: in rapida successione avvengono la privatizzazione della Bd’I (che sancisce la fine della nostra sovranità monetaria); il perfezionamento del suddetto “divorzio” da parte del ministro Guido Carli; le privatizzazioni del governo Amato previa trasformazione degli Enti pubblici in S.p.A.; senza contare la svalutazione della lira (governatore Carlo Azeglio Ciampi) ed il famoso ‘seminario’ sul panfilo della regina d’Inghilterra “Britannia”.
  • 1993: abolizione del Ministero delle Partecipazioni Statali (i famosi “carrozzoni”…), mentre lo ‘spettacolo’ degli avvisi di garanzia veniva proiettato nelle case degli italiani.

È facile (ed irritante) osservare la rapida successione temporale di questi eventi rispetto all’accelerazione del processo di “integrazione europea” (trattati di Maastricht e Lisbona, opportunamente citati in appendice per sottolinearne l’assoluta obbedienza ai diktat della finanza speculativa a tutto danno del “lavoro”, che evidentemente non interessa affatto ai fautori della UE).

disastronazioneUna volta infilatisi nei gangli dello Stato, i suddetti “camerieri” traditori hanno svenduto, in nome del “libero mercato” (ma ai loro amici), l’industria pubblica strategica italiana, come ha scritto ed argomentato magistralmente Antonio Venier in un altro libro che tutti – specialmente chi ha ancora un residuo amor di Patria – dovrebbero leggere e meditare: Il disastro di una nazione. Saccheggio dell’Italia e globalizzazione (Edizioni di Ar, 1999, con presentazione di Bettino Craxi).

Ma a proposito di “libero mercato” c’è da ricordare ai suoi indefettibili ammiratori che l’esperienza di questi ultimi vent’anni ha evidenziato come la “libera impresa”, che è senz’altro un valore da tutelare ed incoraggiare, non ha alcuna speranza di sopravvivere in un regime di “libera speculazione”.

Per questo, il saggio di Claudio Moffa, che dovrebbe finire sul tavolo di tutti i politici assieme a quello di Venier se questi non fossero intenti da mane a sera a venderci ai loro padroni, si conclude idealmente con una dichiarazione che è una sorta di parola d’ordine: “Libera impresa in libero Stato padrone dell’emissione monetaria” (p. 159).

La “autonomia” dell’istituto di emissione (prima la Bd’I ed ora la BCE) ha solo posto le premesse della “crisi”, di una crisi finanziaria che a sua volta, poiché i ‘rubinetti’ della cosiddetta “liquidità” sono in mani private che li aprono discrezionalmente per ottenere risultati politici, è con ogni evidenza una crisi produttiva, tra le cui concause, stabilito che la prima è l’assenza di sovranità monetaria, possiamo annoverare la “libera circolazione di merci e uomini” e le purtroppo celebri “delocalizzazioni”.

In questo quadro che ha bisogno solo di una salutare scossa, ogni misura presa dai vari governicchi che si succedono, dagli “interventi correttivi” agli “aggiustamenti fiscali”, dalle “detrazioni” agli “incentivi”, è pura fuffa, perché rebus sic stantibus questa situazione – che genera solo povertà ed insicurezza (Moffa parla di “via giudiziaria al pauperismo” opposta ad un ragionevole “progresso” sociale ed economico) non può che riprodursi all’infinito, stringendo sempre più il cappio dell’usura attorno al collo di imprese e famiglie.

Gianni Lannes, Italia, Usa e getta. I nostri mari: discarica americana per ordigni nucleari, Arianna Editrice, Bologna 2014

di Enrico Galoppini

COVER_italia_usa_e_gettaTutti più o meno hanno sentito parlare delle “ecomafie” in Italia, e purtroppo ci sono molti italiani per i quali il problema è vissuto direttamente sulla propria pelle.

La “Terra dei fuochi” ha catalizzato per mesi l’attenzione mediatica, tanto che persino a Sanremo il dramma delle popolazioni di quelle lande sventurate ha trovato un momento di celebrità, in una specie di ‘dramma nazionalpopolare’.

Quando si sente parlare di disastri ambientali e di malaffare correlato alla gestione dei rifiuti la mente dei più corre alle “mafie” nostrane, che alimentano una certa letteratura “shock” alla Gomorra, mentre svanisce completamente il perché queste organizzazioni sono così potenti in un Paese che da settant’anni ha perso la sua sovranità.

Il libro di Gianni Lannes, Italia, Usa e getta (Arianna Editrice, 2014) c’introduce opportunamente in un altro di tipo di “ecomafia”, quella gestita direttamente dal governo degli Stati Uniti d’America, cioè dallo sponsor di quelle altre mafie caserecce che hanno ispirato personaggi come il Commissario Montalbano.

Ovviamente, nessun commissario e nessuna “Antimafia” nulla possono contro chi ha trasformato i nostri mari in una “discarica per ordigni nucleari” (cito il sottotitolo del libro) e ha disseminato il Belpaese che fu di un centinaio di ordigni nucleari.

Tutto alla chetichella, con “accordi” coperti dal massimo “segreto”, cioè quello dei vigliacchi e traditori che hanno fatto a gara nel coprire, primariamente alle popolazioni delle adiacenti basi Usa e Nato, la presenza di bombe atomiche e di residui estremamente nocivi.

La beffa nella beffa è che l’Italia non dispone né del nucleare ad uso civile né di quello applicato all’ambito militare, ma questo non ci ha salvati dal doverci prendere la nostra dose di rischi per la salute, compresi quelli derivanti dai sottomarini a propulsione nucleare (ed armati in vari casi con armi nucleari) che nei nostri mari si sono resi protagonisti di incidenti mai saliti agli onori delle cronache (cap. 2).

Se non fa “notizia” uno yankee ubriaco che crea problemi ad un italiano, figuriamoci cosa può trapelare di quello che accade a Ghedi Torre (BS), Aviano (PN) o a Camp Darby, tra Pisa e Livorno, che gli italiani forse conoscono più per qualche filmetto con Bud Spencer piuttosto che per essere il luogo in cui transita di tutto e di più, senza che nessun “Gabibbo” tanto solerte a recapitare “tapiri” arrivi a chiedere lumi.

Le denunce di alcuni cittadini impavidi non hanno così sortito alcun effetto, perché in Italia non si deve mettere in discussione la presenza di armi nucleari statunitensi, dato che esse servono alla strategia di… difesa!

Una “difesa”, secondo la neolingua dei militari a stelle e strisce e dei loro lustrascarpe italioti, che manco a dirlo apposta mira all’attacco.

E quando ad interessarsi al problema della sicurezza di questi ordigni sono dei membri di quella massima istituzione rappresentativa democratica che dovrebbe essere il Parlamento (si pensi alle interrogazioni di Beppe Niccolai, pp. 66-67), la risposta dei ministri competenti è all’insegna dell’elusività, infarcita di “presunti”, “ipotizzati” e via tergiversando sui terribili rischi che corrono quelli che, fino a prova contraria, sono i loro connazionali (pp. 31-33).

La verità è che gli Usa intendono usare l’arma nucleare sul suolo europeo, con l’Italia destinata a diventare campo di battaglia tra Occidente e Eurasia. Ma come scrive giustamente Lannes, “le novanta bombe atomiche di Ghedi e Aviano sono il segno della fedeltà transatlantica”, ed aggiunge sarcastico, a sottolineare il servilismo ignobile dei “nostri” politici e militari, che l’appartenenza alla Nato non ci obbliga affatto ad ospitare simili ordigni…

Ma gli sciuscià italioti non si limitano a spalancare le porte al Badrone (la B non è un refuso). Essi, mentre si riempiono la bocca con la solita storia delle “bellezze naturalistiche”, non trovano minimamente contraddittorio ridurre autentici paradisi come quelli della Sardegna a luoghi nei quali i livelli di contaminazione sono sinceramente preoccupanti.

A beneficio del lettore, tante volte si fosse distratto, sarà bene ricordare che stiamo parlando di unità sottomarine straniere, come quelle che hanno seriamente inquinato l’area della Maddalena.

Gli studi ci sono (come quelli del prof. Massimo Zucchetti, del Politecnico di Torino), le denunce anche, comprese quelle giornalistiche come questa di Lannes (che per questa ed altre ha subito varie pesanti minacce), eppure tutto tace e procede come nulla fosse. Finché non accadrà una catastrofe di proporzioni immani?

Perché evidentemente non basta l’elevata incidenza di tumori del sangue riscontrata – specialmente tra i bambini – nella zona di Lentini (SR), che guarda un po’ non è troppo distante da Sigonella.

A pagina 73 Lannes ricorda due gravi incidenti aerei occorsi a velivoli statunitensi schiantatisi al suolo, nel 1984 e nel 1985, proprio da quelle parti: che cosa trasportavano non è mai stato appurato, anche perché immediatamente le operazioni di soccorso vennero gestite dai nostri “alleati”, con gli italiani a far la parte dei servi sciocchi che poi s’ammalano e non sanno con chi prendersela.

Il libro di Lannes, in mancanza d’altro, è come un grido, che si spera però non resti nel vuoto, ma venga raccolto da una generazione di italiani meno serva di quelle che ci hanno immediatamente preceduto.

Enrica Perucchietti e Gianluca Marletta, La fabbrica della manipolazione. Come i poteri forti plasmano le nostre menti per renderci sudditi del Nuovo Ordine Mondiale, Arianna Editrice, Bologna 2014

di Enrico Galoppini

Fonte: “Eurasia-rivista.org“, 12 ottobre 2014

 

la_fabbrica_della_manipolazioneQual è La fabbrica della manipolazione di cui scrivono Enrica Perucchietti e Gianluca Marletta nel loro ultimo libro pubblicato da Arianna Editrice?

Chi più, chi meno, tutti abbiamo sentore del fatto che è in opera, da parte di quelli che in copertina vengono definiti i “poteri forti”, un plagio globale che utilizza strumenti come i mass media e la cultura. Eppure relativamente pochi sono quelli che hanno compreso che l’obiettivo di una “manipolazione” che ha per oggetto le menti e i cuori è quello di “renderci sudditi del Nuovo Ordine Mondiale” (cito ancora dalla copertina).

Tuttavia, prima di entrare in alcuni dettagli, sarà bene puntualizzare queste due definizioni.

È difatti piuttosto in auge tirare in ballo i “poteri forti” ogniqualvolta un personaggio in vista viene fatto oggetto di virulenti attacchi (mediatici, giudiziari ecc.), fino a provocarne eventualmente la caduta in disgrazia. Ogni fazione agita questo spauracchio per difendere le proprie posizioni sotto attacco, ma alla fine nessuno – compresi quelli in vena di “rivelazioni” come l’ex ministro Tremonti – ha mai spiegato bene di che cosa si tratti. Probabilmente perché non se ne comprende la vera natura o semplicemente perché non si può parlare più di tanto (esiste per la verità anche la terza ipotesi: molti “rivelatori” non sarebbero altro che dei “guardiani della soglia” la cui funzione è quella di lasciar trapelare ciò di cui sono stati incaricati, persino a loro insaputa).

Anche sul “Nuovo Ordine Mondiale” è stata scritta e detta una montagna di cose, ma raramente si va al centro del problema, che non è semplicemente d’ordine politico, economico, sociale e culturale. O meglio, è tutto ciò assieme, ma in un amalgama che sfocia in quello che convenzionalmente viene definito l’ambito “spirituale”. Per questo non bastano a spiegare la questione gli oramai scontati riferimenti agli Illuminati di Baviera o a qualche altra, seppur potente, congrega. Anche i famigerati “Protocolli dei Savi Anziani di Sion”, se interpretati come la prova provata di un “complotto giudaico”, rappresentano una potente forma di depistaggio.

I “poteri forti” individuati da Perucchietti e Marletta non sono perciò quelli della finanza o dell’industria, della politica o della cultura, ma sono in un certo senso una sintesi di tutto questo, o per meglio dire sono degli ambienti, diretti da individualità “eccezionali” agli ordini di entità maligne, che agendo anche nei suddetti domini si prefiggono proprio obiettivi di carattere eminentemente “spirituale” (sebbene “a rovescio”).

Siamo di fronte, dunque, ad una manipolazione su ampia scala e nei più reconditi anfratti della psiche umana, finalizzata all’instaurazione di una parodia della Realizzazione, al livello dell’individuo, e dell’Impero, a quello delle comunità umane (qualcuno ricorderà come per alcuni anni sia circolata – anche in ambienti cosiddetti “antagonisti” – l’idea che l’America rappresenti l’ultima manifestazione dell’idea di Impero).

Alla luce di questo, è apprezzabile che gli autori citino in apertura René Guénon, ricordandone le riflessioni sulla diffusione degli “stati d’animo”. Tuttavia, i riferimenti al metafisico francese entrato in Islam (ma non “convertito” come s’intende correntemente) finiscono qua, anche se è intuibile una matrice culturale dei due autori che, sebbene non strettamente “tradizionalista”, tiene nel debito conto l’insostituibile bussola fornita sia dal Guénon che dagli altri esponenti della Tradizione Perenne.

Il libro che recensiamo, dunque, pur non avendo alcuna pretesa di sostituirsi a pietre miliari quali La crisi del mondo moderno e Il regno della quantità e i segni dei tempi dello stesso Guénon, nei quali è contenuto – con una facoltà di preveggenza sbalorditiva – tutto quel che poi s’è puntualmente verificato e si verificherà, rappresenta un’esauriente panoramica di tutti i vari fenomeni del disordine contemporaneo, in specie sul piano del mentale (e dello pseudo-spirituale, quindi), che minano l’integrità stessa dell’essere umano sottoponendolo alla peggiore di tutte le schiavitù.

Che non è ancora quella del “Nuovo Ordine Mondiale”, sebbene i suoi adepti siano effettivamente aberranti e ripugnanti, bensì quella del proprio ego, ovvero quel “satana interiore” che, una volta preso a propria guida ci conduce dritti verso il fallimento in questa vita e nell’altra.

Questo va chiarito anche in sede di recensione perché altrimenti potrebbe esistere il concreto rischio che un lettore di opere come questa, che hanno l’indubbio pregio di aprire gli occhi su una “cospirazione” di cui gli stessi autori non nascondono la radice satanica, vengano mal interpretate e addotte a pretesto per gettarsi in un pessimismo cosmico o in uno stato di agitazione mista a rabbia dovuto all’effettiva enormità delle questioni qui descritte, analizzate e ricondotte ad un’unica essenziale matrice.

Fatta questa necessaria premessa, veniamo ai contenuti del presente libro, che in buona sostanza – senza aver la pretesa di indicare una “via” – ha lo scopo di mettere in guardia dai numerosi inganni che la “civiltà moderna” sta sempre più rapidamente offrendo, e, in particolare, dai loro suadenti e pericolosissimi araldi, i quali sono abili nel presentarsi a masse disorientate (perché senza quei solidi strumenti che sono le religioni quando non diventano un’ideologia identitaria) come dispensatori di sempre nuovi ed accattivanti “paradisi”.

Ecco perché diverse pagine del libro sono dedicate alle droghe allucinogene, che hanno visto alcuni dei loro “profeti” (questi, ad onor del vero, in maggioranza ebrei, come altri esponenti di spicco della “controcultura”) andare a braccetto coi peggiori settori dei servizi segreti occidentali, in un coacervo di “esperienze” finalizzate al controllo mentale e allo sviluppo di certi “poteri della mente”.

In fondo, aggiungiamo noi, è l’intero mondo moderno, con l’illusione che sia l’unica e vera realtà, ad essere un’allucinazione, quindi non sorprende che in questo contesto abbiano avuto parte anche gli allucinogeni veri e propri, i quali hanno ispirato certa letteratura e, in seconda battuta, anche certo cinema (altra droga di massa, assieme ai videogiochi, ora che è in modalità tridimensionale) dai contenuti fantascientifici e preveggenti perché di fatto predittivi di ciò che bolliva in pentola.

La musica delle cosiddette “star” (che sempre più, da veri “divi di Stato”, ostentano il loro “impegno” politico e sociale) s’inscrive nel medesimo filone deviato e a sua volta deviante, mentre l’arte moderna (anch’essa sostenuta dai servizi segreti occidentali), coi suoi obbrobri non ha altro fine che destrutturare la naturale gerarchia interna degli esseri umani (pp. 131-134).

La televisione – lungi dall’essere superata – è poi il perno di tutto quest’apparato di manipolazione, tanto che secondo gli autori, i quali basano le loro affermazioni anche sulle ammissioni degli stessi manipolatori, essa è una droga a tutti gli effetti, con cui sperimentare nella mente dei tele-sudditi tecniche note in psichiatria che fanno uso di diabolici stratagemmi quali i messaggi subliminali e l’ipnosi.

Internet e l’utopia dell’interconnessione di tutto e tutti non fa che perfezionare il meccanismo, offrendo la possibilità di crearsi “nuovi mondi” e “seconde vite” apparecchiate per sfuggire dalla propria responsabilità e dall’accettazione della propria condizione, che da sempre è stata il prerequisito per ogni ulteriore progresso spirituale.

Nell’armamentario dei burattinai al servizio del maligno non mancano poi attrezzi sfoderati più di recente, come la “ideologia di genere” (cap. 3), di cui abbiamo già riferito nella recensione di un altro libro dei medesimi autori e che attraverso omosessualismo, denatalismo, abortismo ed altre delizie punta alla distruzione della famiglia in nome del “diritto di scelta”, della “tolleranza” e della “diversità”.

In definitiva, questa gigantesca opera di traviamento in cui ha la sua parte anche la scuola (cap. 5) con la sua “autorevolezza”, si esplica nell’imposizione, palese ed occulta, di “modelli” ai quali i “perfetti cittadini” sono tenuti a conformarsi. I paradigmi scolastici si radicano ancor più in profondità dei contenuti, ma gli uni e gli altri forgiano un “cittadino modello” che, per esempio, non sospetterà mai nulla al riguardo dell’inganno della Teoria evoluzionista e delle sue innumerevoli implicazioni sociali, economiche e politiche.

Quello che invece i mansueti abitanti del “mondo globale” non devono fare è evidente, se si pensa che uno degli obiettivi principali degli adepti della dissoluzione è la distruzione delle religioni. Un’impresa, questa, per la verità non troppo difficile a causa dell’inadeguatezza dei loro stessi rappresentanti ufficiali. Che dire, per esempio, di fronte a “cattolici da Onu” o Papi che auspicano un “Nuovo ordine mondiale” e che per stare “al passo coi tempi” giustificano ogni deviazione dalla Retta via impegnandosi sistematicamente nell’ingenerare dubbi e confusione tra i fedeli? Ma anche le altre religioni, sotto quest’aspetto, non stanno certo meglio, se solo si riflette sulla bancarotta dottrinale e morale (coi suoi risvolti geopolitici) di un certo “Islam ufficiale”. È quello che Perucchietti e Marletta indicano come lo “svuotamento dall’interno” delle religioni, preludio all’ottimistica “religione fai da te” (New Age).

Il “relativismo” religioso, e quindi etico, produce indifferentismo verso ciò che è vero e falso, verso il giusto e lo sbagliato. Tutto alla fine è giustificato, purché risponda alla massima satanista del “fai ciò che vuoi”.

Che poi si tratti di una falsificazione, perché ontologicamente falsa è la fonte del messaggio relativista, è un altro paio di maniche, ma chi ha sviluppato una certa profondità di visione non avrà difficoltà nel constatare che in questo sistema non è affatto vero che ciascuno può fare quello che vuole. Ma questo viene fatto credere incessantemente, se non esplicitamente, attraverso l’appropriazione intima di modelli e stili di vita, perché un essere umano che s’illude di essere completamente “libero” è praticamente il più manipolabile che esista. Difatti, qualsiasi “occidentale” soddisfatto d’esser tale ha l’assoluta certezza che in ogni tempo e in ogni luogo sono sempre stati meno “liberi” che adesso in Occidente.

Ecco uno degli “stati d’animo” di cui sopra, le cui implicazioni sono innumerevoli e descritte anche in questo libro: dalla “guerra al terrorismo” alla “islamofobia”, fino alla “esportazione della democrazia” in cui gran parte l’hanno enti che tra le loro priorità pongono, una volta messa a segno una “rivoluzione” in qualche parte del pianeta, la profonda e drastica ristrutturazione delle società e delle scale valoriali.

In questo quadro di sovversioni, la “crisi” giunge a fagiolo, anzi viene creata ad hoc come “stato d’animo” di un’epoca nella quale si devono far accettare dei rapidi e profondi cambiamenti altrimenti difficili da digerire.

Al termine dei quali, paventano gli Autori, si pone “l’agenda transumanista”, la quale è né più né meno che – in salsa ipertecnologica o biotecnologica – il sogno prometeico dell’uomo-dio. La digitalizzazione della vita dei moderni occidentali, oltre ad avere delle implicazioni radicali sul modo in cui essi percepiscono se stessi e il loro posto nel mondo, finisce per risolversi nel contrario di quello che sembra: l’autoannientamento volontario dell’individuo, come previsto dal romanzo distopico di George Orwell 1984.

Come in quell’incubo che va travasandosi nella realtà, i “poteri forti” non si stanno più accontentando di una passiva obbedienza, ma cercano in ogni modo di violare anche quell’ultimo Sancta Sanctorum che alberga nel cuore di ognuno.

Sotto quest’ultimo terrificante aspetto tutte le tradizioni regolari sono concordi nel riferire che non praevalebunt. Per questo, come scrivevamo all’inizio, un conto è essere informati e avvertiti dei pericoli che ci circondano e che tentano d’insinuarsi anche in ciò che abbiamo di più caro e prezioso, un altro è lasciarsi andare ad un senso d’impotenza paralizzante che, non va sottaciuto, è uno degli esiti desiderati da chi ha il compito per così dire ‘statutario’ di farci fallire in questa “prova” che è la vita, alimentando col nostro stesso fallimento le fiamme di quegli inferni dei quali – mentre credono agli Ufo e ad altre illusioni – i moderni si prendono sconsideratamente gioco.

Enrica Perucchietti, Gianluca Marletta, Unisex. La creazione dell’uomo “senza identità”, Arianna Editrice, Bologna 2014

di Enrico Galoppini

Fonte: “Eurasia-rivista.org“, 29 agosto 2014

 

unisexScopo del presente libro è quello di avvertire il lettore del pericolo che incombe su tutti coloro che sono sottoposti alla propaganda, palese ed occulta, della cosiddetta “ideologia di genere”.

Tale ideologia, di cui ci siamo già occupati sul fascicolo 2/2014 di questa stessa rivista dedicato a “La seconda Guerra fredda”, sotto il manto rassicurante del “rispetto” e della “libertà” mira a La creazione dell’uomo “senza identità”, come recita il sottotitolo di Unisex, di Enrica Perucchietti e Gianluca Marletta (Arianna Edizioni, Bologna 2014).

I lettori di una rivista di geopolitica, e a maggior ragione gli addetti ai lavori, non devono sottovalutare il peso del fattore ideologico nella competizione tra grandi potenze. Se infatti è chiaro a chiunque il ruolo svolto dalle ideologie otto-novecentesche come strumento per rinforzare il consenso interno e cooptare simpatie presso società nemiche da indebolire e sovvertire, forse non è altrettanto evidente come l’ideologia “gender” si situi in un consolidato e nutrito filone, pur tuttavia con delle sue peculiarità in linea con lo “spirito dei tempi”.

Essa non si limita per l’appunto a fornire una mera arma propagandistica, ma viene utilizzata in maniera martellante contro le stesse popolazioni da cui sono emersi i teorici di questa visione del mondo a rovescio, e successivamente contro quelle conquistate, per uno scopo mai dichiarato prima con siffatta spregiudicatezza: la manipolazione dell’uomo ad un punto tale da mandarlo in confusione persino sul piano delle sue basi biologiche.

Come tutte le astruserie non basate sulla realtà immodificabile della Natura, si è di fronte – come riconoscono gli stessi autori – ad un tassello importante verso il tentativo di edificare la “Grande utopia”, cioè il cosiddetto “Nuovo Ordine Mondiale”. Che di per sé non si significherebbe molto, senonché, alla luce della teoria e della prassi degli “ideologi del genere”, si può affermare con cognizione di causa che l’obiettivo principe di tale “ordine” è “l’uomo nuovo”, completamente a-morfo (cap. 1).

Si potrebbe a ragione individuare nel “rivoluzionarismo”, nel desiderio di sovvertire l’ordine naturale delle cose, l’humus da cui trae origine questa propaganda che inonda in prima istanza le popolazioni occidentali con i “diritti dei gay”, il “pansessualismo” ed altre assurdità che in epoche normali non sarebbero mai uscite dal recinto di chi era dedito al vizio e alla perdizione.

Ma quelle erano epoche nelle quali la religione non era uno strumento consolatorio ad uso e consumo della gestione di “crisi umanitarie”. Il che spiega l’odio esplicito dei teorici “gender” verso tutte le “false religioni” e l’impegno profuso nella diffusione di un clima atto a far recepire una “Nuova Era” (della “tolleranza”, dell’amore universale” ecc.).

Partendo da quest’assunto (senza peraltro approfondire la portata distruttiva dell’odio antireligioso insito nella “ideologia di genere”), gli autori – che per onestà intellettuale si premurano d’informare che essi non ce l’hanno con gli omosessuali, limitandosi invece a studiare il pensiero e l’azione degli “omosessualisti”, ovvero degli omosessuali militanti – proseguono la loro disamina con una breve storia di questa corrente di pensiero (cap. 2), le cui radici non vanno disgiunte da quelle che hanno prodotto, tra le altre, la mala pianta della “droga libera”.

In prima fila, a sovvenzionare “scienziati” e “centri studi” (ci occuperemo in seguito dell’Istituto Tavistock, oggetto di uno studio di Daniel Estulin tradotto sempre per Arianna Editrice), troviamo i veri potenti del capitalismo occidentale, organizzati in “fondazioni” che, assieme all’Onu, svolgono un ruolo capillare nella persuasione delle masse, progressivamente conquistate – quando non sono sorrette da una visione del mondo saldamente tradizionale – a questo nuovo paradigma che mette in discussione le basi stesse dell’essere umano, della famiglia e della comunità.

Ideologia “gender” ed omosessualismo (cap. 3) sono strettamente correlati, ed è interessante notare come una certa “antipsichiatria” (per altri versi giusta e sacrosanta tanto è misera la concezione dell’uomo dei moderni “strizzacervelli”) abbia avuto in vista lo sdoganamento dell’omosessualità quale “orientamento sessuale” al pari di quello cosiddetto “etero”.

Una volta fatto accettare un disturbo come normale, attraverso tre momenti distinti ma sovrapponibili (“desensibilizzazione” fino all’assuefazione del pubblico; “bloccaggio”: attribuzione d’ogni difetto e nefandezza a chi, fermo su valori tradizionali, non accetta l’ideologia “gender”; “conversione” e conquista finale delle anime), si giunge – come sottolineano quasi ironicamente gli autori (cap. 3) – ad una situazione rovesciata rispetto alla precedente: per l’“omofobo” dovrebbero così spalancarsi le porte delle galere e, perché no, dei manicomi, qualora venissero riaperti. Per ora basti la “morte civile”, al pari del “razzista” o dell’“antisemita”.

L’interesse per il lettore di “Eurasia” di un libro come questo sta in ciò: che ogni competitore dell’Occidente è passibile dell’accusa di “omofobia”, col che si spiegano le campagne incessanti contro la Russia e Putin, marchiati col bollo dell’infamia da alcune lobby adeguatamente sostenute da chi detiene il controllo della finanza e di un’economia sempre più monopolizzata (tanto per stare in tema di “artificiosità”, si tratta degli stessi ambienti che premono per far adottare a tutto il mondo gli alimenti geneticamente modificati).

Il sospetto – più che fondato – espresso da Perucchietti e Marletta – è tuttavia che gli omosessualisti vengano per così dire usati, esattamente – aggiungiamo noi – come “gli ebrei” da parte degli anglo-sionisti, per giungere ad un punto in cui – mentre saranno liberalizzate (in attesa che cambi la morale diffusa) altre perversioni come la pedofilia o la zoofilia – l’essere umano vorrà trascendere se stesso in una parodia dell’autentica ascesi che va sotto il nome di “transumanesimo” (cap. 6).

Per questo gli autori mettono in guardia da un “illuministico” e “positivistico disincanto” da cui nascerebbe tutto ciò, che al contrario avrebbe un’essenziale connotazione “mistica” ed “esoterica”. La liberazione dalla natura e dalle “catene biologiche” non poteva che essere postulata e perseguita da uno “pseudoesoterismo” che per adesso si avvale del contributo di “scienziati” e dispensatori di salute e felicità in camice bianco, i quali insinuano l’idea che – alla luce delle “nuove tecniche di riproduzione” – la riproduzione stessa e l’atto sessuale vadano oramai separati.

Ciò sarebbe senz’altro il trionfo del pansessualismo e di Gaia (da cui, per inciso, “gay”, in quanto “l’amore omosessuale” sarebbe l’unico veramente “libero” e “gioioso”…).

Ecco perché in quest’inquietante congrega di ‘alchimisti’, tra cantanti e attori, scrittori e “intellettuali” (cap. 4), non potevano mancare coloro che – forti dell’usbergo fornitogli dal paravento di “autorevoli istituzioni internazionali” – predicano la “decrescita” ed una drastica riduzione delle nascite.

Può essere quindi definito un caso il fatto che la “crisi” in cui le nazioni occidentali si dibattono da anni, a parte le oggettive difficoltà materiali, va traducendosi in disorientamento (anche sessuale) ed ostacoli d’ogni tipo posti alla formazione di famiglie normali?