Dialogo sull’Islam tra un padre e un figlio (Roma, 6 dic. 2014)

tessoreDAG TESSORE, Dialogo sull’Islam tra un padre e un figlio  (Fazi, 2014; 400 pagine). Introduzione di Franco Cardini.

PRESENTAZIONE PUBBLICA A ROMA IL 6 DICEMBRE 2014 con gli autori, l’Imam YAHYA PALLAVICINI e ALESSANDRO ZACCURI di “Avvenire” (ore 18.00, in Sala Rubino del Palazzo dei Congressi dell’Eur, nell’ambito di “Più Libri Più Liberi”)

Opera dialogica tra l’autore e suo padre Alberto Tessore (antropologo e viaggiatore), in cui vengono esaminati e sviscerati i principali aspetti della religione islamica, nel suo sviluppo storico, nella sua realtà odierna e nel suo rapporto con il cristianesimo e le altre religioni. Particolare enfasi è data al confronto tra gli insegnamenti contenuti nel Corano e negli hadith del profeta Muhammad e le dottrine e pratiche successivamente elaborate dal diritto islamico e dagli ulema. Questo libro affronta temi assai spinosi e controversi, come quello del ruolo della donna nell’Islam, della poligamia, della figura di Gesù, della questione palestinese, e rovescia e sfata, spesso in maniera provocatoria, molte delle idee comuni sull’Islam, mettendo in luce il divario tra la posizione coranica e la vulgata islamica successiva.

Per maggiori informazioni  sull’autore: http://dagtessore.blogspot.it/

Siamo sicuri che i videogiochi siano innocui?

di Anna Turletti

videogiochiQualche mese fa ho sentito una storia sui videogiochi che mi ha lasciato molto perplessa…

Premetto che anche io sono mamma di un bambino (di sette anni).

Un amico di mio figlio, di un anno più piccolo, gioca con un videogioco per un paio di ore consecutive. Poi va a dormire e nella notte cominciano i problemi. Il bambino si sveglia urlando. Strilla. Dopo essersi calmato racconta il suo incubo alla mamma. Nel sogno compare un muro enorme (c’era anche nel videogioco…) con una bocca altrettanto grande, con grossi denti aguzzi. Il bambino ha paura e il sogno si ripete nelle notti successive.

Coincidenza o casualità? Preciso che, in termini assoluti, non sono contraria ai videogiochi e ai dispositivi elettronici, ma penso che un uso non ponderato possa far male alla salute dei bimbi. Sebbene siano sempre più presenti nella nostra quotidianità, perché facilmente scaricabili da internet e sui telefonini, sebbene non ci siano studi scientifici certi sui loro effetti dannosi e sebbene l’uso di questi abbia alcuni effetti positivi come l’abilità di far prendere velocemente decisioni, i videogiochi o giochi elettronici, se non utilizzati col giusto criterio, creano dipendenza.

Negli ultimi anni, infatti, con forme di accesso a internet semplificate e sempre più rapide, si sono venute a creare nuove forme di dipendenza che non sono legate al consumo di alcool o di stupefacenti, ma all’uso eccessivo di questi applicativi, della rete internet e degli apparati elettronici.

Ma quando un bambino diventa dipendente? E quando dobbiamo allarmarci? Ecco alcuni comportamenti/atteggiamenti che evidenziano la presenza di una eventuale forma di dipendenza.

  • Si consumano il pranzo o la cena tenendo il videogioco sul tavolo;
  • si preferisce stare in casa a giocare con i giochi elettronici anziché divertirsi all’aria aperta a pallone, o a biglie sulla spiaggia;
  • si è con altri bambini e ognuno guarda uno schermo diverso senza mai interagire in modo fisico;
  • si sta per svariate ore consecutive davanti a uno schermo;
  • si abbandonano le amicizie reali;
  • viene a mancare entusiasmo per le attività svolte fuori casa.

Ovviamente più i bambini passano il loro tempo a utilizzare questi sistemi di intrattenimento e più hanno necessità di usarli, creando così un circolo vizioso e un problema di dipendenza vero che ormai riguarda sia bambini, sia adulti.

Vediamo insieme, allora, quali sono alcuni dei loro effetti collaterali, causati da un utilizzo eccessivo: aumento di peso; difficoltà scolastiche; tendenza all’isolamento e introversione; disturbi del sonno; ansia.

Sembra inoltre che questi tipi di giochi non siano creativi, ma eccitanti e convulsivi e che quindi abusarne spenga sensibilmente le capacità di provare emozioni e di partecipare alle emozioni altrui (empatia), di condividere esperienze reali con amici reali (diminuita socializzazione), di muoversi e di percepire il proprio corpo nello spazio, di apprendere e memorizzare, insomma di stare bene con se stessi e con gli altri.

Senza demonizzarli, noi come genitori dovremmo limitarne l’uso e fare in modo che bambini e ragazzini ritrovino il piacere di “essere e di esserci”, di occupare uno spazio vero (fisico ed emozionale) sulla faccia della Terra. Facciamo quindi attenzione e soprattutto ricordiamoci che, oltre al gioco vero e proprio, è sempre meglio che i bambini si intrattengano leggendo un buon libro anziché passare le ore davanti a un display elettronico.

Le assurde sanzioni alla Russia nell’era della “crisi”

di Enrico Galoppini

sanzioni_russiaPochi giorni or sono, prendendo spunto da una nota diramata dalla banca, la quale invitava i suoi correntisti a recarsi in filiale per bonifici verso paesi colpiti da “restrizioni ed embargo”, osservavo come sia del tutto controproducente e suicida un simile atteggiamento contro la Russia (e l’Iran e gli altri “cattivi”).

Il boicottaggio delle relazioni con Mosca ha davvero qualche cosa di folle perché lo si possa accettare sulla base di mai provate accuse circa le bellicose intenzioni del Cremlino e le ripetute grida sulle sue violazioni dei “diritti umani”.

Oltre a questo, vi è da rilevare la patente contraddizione tra l’ideologia professata dagli occidentali (il “libero mercato”) e la loro prassi, per cui non trovavo di meglio che definirla “la grande frottola della globalizzazione dei capitali. Pur tuttavia, gli strumenti tipici per creare problemi sono stati attivati, e tra questi l’ostacolo alle normali transazioni finanziarie.

Ma per comprendere come si è giunti a tanto, bisogna ripercorrere brevemente che cosa è accaduto con la fine dell’Unione Sovietica.

Fino al 1989 eravamo abituati a pensare ad un Europa divisa in due: una Occidentale, corrispondente a quella parte conquistata dagli americani nel 1945 ed inserita in gran parte nella Nato e nell’area d’influenza politica, economica e culturale dei nostri “liberatori”; un’altra Orientale, satellite dell’Urss, ovvero – fatte salve alcune realtà dotate di una certa autonomia – composta da quei Paesi che, a causa della “Cortina di ferro”, venivano fatti percepire al pubblico occidentale come lontani ed ignoti. Ma a tutti e due i contendenti stava bene così, con la regione euro-mediterranea – Italia compresa – teatro di una continua destabilizzazione, che in realtà serviva a stabilizzare, anche con l’ausilio dell’Entità politico-territoriale del movimento sionista detta “Stato d’Israele”.

Il simbolo di questa divisione a tutto nostro svantaggio era la Germania divisa in due (con altre sue parti smembrate un po’ qua e un po’ là), per cui sbaglia profondamente chi rimpiange l’epoca del Muro, dimostrandosi più innamorato dell’ideologia che della comprensione dei nostri reali interessi.

Poi, tutto d’un tratto, in maniera apparentemente inaspettata, il Muro s’è sbriciolato (o è stato fatto sbriciolare), e come in un effetto domino sono cadute (talvolta riciclandosi dopo aver trovato un capro espiatorio) le varie nomenclature di paesi che improvvisamente diventavano familiari e meno esotici, tanto che l’idea di “Europa” oggi s’è spinta fino all’Ucraina e al Caucaso, aree che prima dell’89 erano percepite come estranee dalla maggioranza degli occidentali.

Dal punto di vista geopolitico, il passaggio dall’Urss alla Csi ha rappresentato la corsa occidentale ad accaparrarsi il controllo delle regioni di quell’anello esterno che risulta fondamentale per la salvaguardia del “cuore” dell’Eurasia.

Ricorrendo anche alle “rivoluzioni colorate”, negli ultimi vent’anni è stato fatto di tutto per far entrare i paesi dell’ex “Europa Orientale” nella “Unione Europea” e nella sua orbita, che tutto è tranne che l’unione dei popoli d’Europa e che tra l’altro è un inganno anche dal punto di vista concettuale, come ho già avuto modo di argomentare.

Fondamentale, per capire la manovra a tenaglia ai danni della Russia, è poi importante sottolineare il fatto che prima che nell’Unione Europea (ed eventualmente nell’euro) questi paesi venivano inglobati nella Nato. A rimarcare che la Nato tutto è tranne che una “alleanza difensiva”.

Si tratta di cose risapute, ma è bene ribadirle: non è la Russia che minaccia l’Europa (e il mondo!), ma l’America e la sua ideologia. Nemmeno l’Urss, di fatto, oltre che garantirsi uno “spazio vitale”, ha mai mirato a sovietizzare quello che esulava dai suoi confini messi in sicurezza. Certamente possiamo discuterne la visione del mondo ufficiale, che possiamo condividere o meno, ma tutto si può dire dell’Unione Sovietica tranne che intendesse attaccarci. È semmai vero il contrario, e la verità è che, ieri come oggi, in mezzo, in uno scontro nucleare devastante, ci finiremmo proprio noi europei.

Questa fretta a fagocitare nell’Occidente quanti più paesi possibili dell’ex Patto di Varsavia era figlia di quella, ancora più forsennata e razionalmente inspiegabile, a concludere in quattro e quattr’otto, a tappe forzate, il “processo di unificazione europea”, a colpi di “trattati” e di moneta unica, che dal 1991, senza mai sottoporre alcunché al giudizio popolare (specialmente in Italia), ci ha portato dritti filati nella situazione di empasse politica e di grave crisi economica e finanziaria che tutti conosciamo.

Non si considererà mai abbastanza il fattore “fretta” per capire come mai, dall’oggi al domani, è stato inculcato ai cittadini dell’Europa Occidentale che si doveva assolutamente “fare presto”. L’Europa “unita” non poteva attendere.

È vero. L’America non poteva attendere che la Russia si riprendesse dopo essere riuscita a piazzare nei suoi apparati vitali un ubriacone e dei parassiti dediti alla dilapidazione delle ricchezze della Nazione.

Il risveglio russo, dopo i colpi inferti per tutti gli anni Novanta (si pensi all’attacco a Belgrado, che oggi sarebbe impensabile), stava nella legge naturale delle cose. E così è puntualmente avvenuto quando al Cremlino è andato Vladimir Putin.

Ma ci sono stati circa dieci anni devastanti, di cui ancora paghiamo le conseguenze. La fase di debolezza della Russia ha difatti coinciso con una stretta del nostro asservimento alla globalizzazione della Nato, la sionistizzazione di tutto il discorso politico ed un crollo verticale della nostra economia.

Oggi che la Russia è tornata un attore di primo piano, agli strateghi del “caos creativo” non resta che ricorrere all’embargo e al boicottaggio, sostenuti dal solito apparato di disinformazione mediatico.

Possiamo permetterci tutto questo? Lo si chieda alle imprese italiane che esportano. Non ai cretinetti dei “diritti umani”, che tanto per loro la “crisi” non c’è.

Bisogna assolutamente capire che il boicottaggio della Russia, così come quello di tutti i paesi presentati a tinte fosche (l’Asse del Male!), non è farina del “nostro” sacco, semplicemente perché non è nel nostro interesse. Al contrario, l’embargo alla Russia è nell’interesse di chi, costantemente animato da una fretta tremenda e sospetta, ci ha messo la camicia di forza di una “unione” che, stante il suo “commissariamento” perpetuo, previene le politiche autonome che ciascuno Stato europeo avrebbe potuto intessere con Mosca una volta caduto il Muro e venuto meno il diversivo ideologico della “Guerra fredda”.

Fonte: Eurasia-rivista.org, 28 nov. 2014

Is “free Libya” an appendage of ISIS?

by Enrico Galoppini

Mohamed Al-Zehawi, leader of Libyan jihadist group Ansar Asharia speaks to the pressSome people swear that finally Libya is “free”. Free from the “tyranny” and “despotism” of one man.

But judging by the fact that there are still many armed men virtually out of control because they are enlisted as “militias”, one cannot say that the citizens of what was once the Jamahiriyya can be very calm and happy.

The simulacrum of the State which has replaced the creation of Gaddafi’s genius looks more like a kind of a permanent “gang war”, where each faction and tribe has resurfaced with its inconclusive political and religious sectarianism.

Sectarianism, tribalism, partisanship that lead straight into the abyss of enslavement and endarkment. In fact, consider the sidereal difference between the former Libya and the current chaos. And raise your hand – if one has the courage – who would not long to see applied instantly in Italy the ten provisions of the “tyrant” listed in this article [1].

In all this ‘masterpiece’, which saw Italy lose day by day its privileged position in favor of “the allies” (!) of NATO, the trend that has taken over the former “Fourth Shore” is that of the so-called “Islamic radicalism” or “fundamentalism”. That in words Westerners deprecate and abhor, but which, in fact, they encourage in every way.

And that fact that even Italians do this, is an index for the consideration of our “national interest” which has never fell to these infirm levels as under three successive “governments” since they decided that in Italy they can establish, regardless of the popular vote, the era of the presidential compulsory administration.

Italians should also give a due consideration to the repeated hints to “conquer Rome” made by the members of the so-called ISIS. Not because this is the city of the Pope or ‘our’ institutions (in this second case I think many would like to see a “caliph” entering Montecitorio, the Italian Chamber of Deputies, with a drawn sword!), but because it is the “eternal city ” which embodies a secret.

A secret that cannot be desecrated in any way by these hidebound fanatics, who actually the mass manipulated by many other circles, officially and blatantly hostile to them, which, however, manipulate them by their craftiness (and their money!).

In short, Rome is a plum for many.

And that Libya boosts such an outcome can be seen from the forest of microphones surrounding the spokesman of the “Islamic State”: four out of seven are channels of the Mediterranean country, neighbor across to us, from which every day throng, in a snotty and blackmail manner, hundreds of “the economic refugees”.

As can be seen deduced from the names of the Libyans channels themselves present there (a smattering of Arabicis enough), it does not lack the usual “free Libya”, according to a pattern seen in the “liberated” Europe, and then in Iraq, Afghanistan etc.

One can imagine how really “free” these TV stations are, but the important thing is to put on stage the theater of “freedom of information” with dozens, hundreds of channels operating around the clock.

This is what happens once somebody gets “liberated”: speeches instead of facts, with housing, health, education and work bartered with the lies and illusions of a “freedom of information”.

FOOTNOTES:

[1] Siovan Cleo Crombie, What do you think of when you hear the name Colonel Gaddafi? Tyrant? Dictator? Terrorist? Well, a national citizen of Libya may disagree but we want you to decide, “Urban Times” (https://urbantimes.co/2014/05/libya-under-gaddafi/).

“Speculare sui disperati”?

di Enrico Galoppini

immigratiIn questi ultimi giorni, agli onori delle cronache sono salite l’insicurezza e il degrado delle nostre periferie (non che i centri, talvolta, siano messi meglio!).

Qualcuno nel campo cosiddetto “progressista” s’è scandalizzato parlando di “speculazione sui disperati”, attaccando la Destra e la Lega, a suo modo di vedere animate da istinti immorali.

Certamente, il fattore principale che ha posto all’attenzione generale un problema che non aveva bisogno dei media per essere noto (perché è vissuto quotidiano di un sacco di gente), è la perenne campagna elettorale in cui siamo immersi. Con il che, le quotazioni di Matteo Salvini, nuovo capo della Lega, stanno salendo vertiginosamente.

Ma non è questo il punto che qui c’interessa cogliere, perché queste strategie di marketing elettorale sono fuori dal controllo dei partiti, esistendo, in un regime nel quale certa magistratura imbeccata da fuori fa quello che vuole, la possibilità di ricorrere agli “avvisi di garanzia” e anche alle manette per chi osasse sbaragliare gli auspici di chi controlla veramente la politica in Italia.

È semmai il caso di riflettere su quale fosse, prima della fine dell’Urss, la posizione dei due grandi partiti della Sinistra italiana, il Pci e il Psi, al riguardo dei “disperati” di quello che essi chiamavano il “Terzo mondo”.

Se non vado errato, sia quei partiti sia i Paesi del “Socialismo reale” appoggiavano i vari “Fronti di Liberazione”, dall’Africa all’Asia, all’America Latina, tifando per una “Rivoluzione” a casa propria che avrebbe garantito la soluzione ai problemi degli autoctoni, che così avrebbero certamente evitato il dramma dell’emigrazione.

Veniamo informati da chi è più edotto di noi sulla storia della Sinistra in Italia che tanti anni fa la giunta comunale bolognese arrivo persino a non accogliere a braccia aperte i meridionali, facendo in modo di dirottarli su Torino e Milano, tanto aveva chiaro il meccanismo di sfruttamento indotto che sta dietro i fenomeni migratori.

Non parliamo poi di cosa pensava Ernesto Guevara – simbolo della Sinistra che fu – al riguardo della lotta dei popoli per affrancarsi dall’asservimento e dalla miseria: ve lo immaginare “il Che” che tesse le lodi dei “migranti”? Infatti ancora oggi a Cuba non vedono di buon occhio l’emigrazione.

Ma siccome tutto si tiene, non è affatto un caso che l’odierna Sinistra abbia in odio anche Cuba, al pari della Siria, dell’Iran e persino della Russia. Nel paese caraibico non sono affatto ben visti né “i gay” né gli immigrati clandestini.

Lì contano ancora parole come “Patria” e “Socialismo”, che l’odierna Sinistra ha completamente dimenticato, per abbracciare le balle della “globalizzazione”.

La “Libia libera” è un’appendice dell’ISIS?

di Enrico Galoppini

Mohamed Al-Zehawi, leader of Libyan jihadist group Ansar Asharia speaks to the pressC’è chi giura che finalmente la Libia è “libera”. Libera dalla “tirannia” e dal “dispotismo” di un solo uomo.

Ma a giudicare dal fatto che ancora moltissimi sono gli armati praticamente fuori controllo perché inquadrati in “milizie”, non si può dire che i cittadini di quella che fu la Jamahiriyya possano stare molto tranquilli e felici.

Il simulacro di Stato che ha sostituito la creazione sorta dal genio di Gheddafi assomiglia più che altro ad una specie di “guerra per bande” permanente, dove ciascuna fazione e tribù è riemersa col suo inconcludente settarismo politico e religioso.

Settarismo, tribalismo, faziosità che conducono dritti nel baratro dell’asservimento e dell’istupidimento. Si giudichi infatti la siderale differenza che intercorre tra la Libia che fu e l’attuale baraonda. Ed alzi la mano – se ne ha il coraggio – chi non vorrebbe veder applicati all’istante, in Italia, i dieci provvedimenti del “tiranno” elencati in quest’articolo.

In tutto questo ‘capolavoro’, che ha visto l’Italia perdere da un giorno all’altro la sua posizione privilegiata a vantaggio degli “alleati” (!) della Nato, la tendenza che ha preso il sopravvento nella ex “quarta sponda” è quella del cosiddetto “radicalismo islamico” o “fondamentalismo”.

Che a parole gli occidentali deprecano ed aborriscono, ma che nei fatti incoraggiano in ogni modo.

Che poi questo lo facciano anche gli italiani, è indice di una considerazione del nostro “interesse nazionale” mai sceso a questi infimi livelli come sotto i tre “governi” succedutisi da quando hanno deciso che in Italia si può anche prescindere dal voto popolare per instaurare l’era del commissariamento quirinalizio.

Gli italiani dovrebbero anche tenere nella giusta considerazione i reiterati riferimenti alla “conquista di Roma” fatti da esponenti del cosiddetto ISIS. Non perché quella è la città del Papa o delle ‘nostre’ istituzioni (in questo secondo caso credo farebbe piacere a più d’uno veder entrare addirittura un “califfo” a Montecitorio con la spada sguainata!), ma perché si tratta della “città eterna”, dell’Urbe per antonomasia, la quale racchiude in sé un segreto.

Un segreto che non può essere profanato in alcun modo da questi unilaterali e fanatici, che a dire il vero sono la massa di manovra di ben altri ambienti, ufficialmente e platealmente ad essi ostili, i quali però li manipolano dall’alto della loro astuzia (e dei loro soldi!).

Insomma, Roma fa gola a molti.

E che dalla Libia caldeggino quest’esito, lo si vede dalla selva di microfoni che circonda il portavoce dello “Stato islamico”: ben quattro su sette sono di canali del paese mediterraneo a noi dirimpettaio, dal quale ogni giorno vengono riversati, in maniera arrogante e ricattatoria, centinaia di “rifugiati economici”.

Da come si può evincere dalle denominazioni stesse dei canali libici lì presenti (basta un’infarinatura d’arabo), non manca il solito “Libia libera”, secondo uno schema visto nell’Europa “liberata”, e poi in Iraq, in Afghanistan ecc.

Quanto poi siano veramente “libere” queste stazioni televisive lo si può immaginare, ma l’importante è mettere in scena il teatrino della “libertà d’informazione” con decine, centinaia di canali in funzione ventiquattr’ore su ventiquattro.

Ecco cos’avviene una volta “liberati”: discorsi al posto dei fatti, con casa, salute, istruzione e lavoro barattate con le bugie e le illusioni di una “libera informazione”.

La grande frottola della globalizzazione dei capitali

di Enrico Galoppini

bancaIl predicozzo sulla “globalizzazione” è più o meno questo: l’era in cui, finalmente, le merci, i capitali, le idee e le persone circolano liberamente.

Va bene che le persone sono diventate uguali alle merci per farci digerire enormi flussi migratori. Va bene pure raccontarsi che tutte le idee siano ugualmente accessibili, in regime di… oligopolio mediatico e culturale. Va bene anche la storiella del liberismo economico, quando chi ha la forza per tutelarsi con dazi e sostegni alla propria economia lo fa, alla faccia delle parole d’ordine da esso stesso messe in giro.

Ma che non esistesse la libera circolazione dei capitali questo davvero non potevamo crederlo.

Finché non abbiamo letto un messaggio della banca (che sarà stato diramato da ogni istituto del settore, in Italia) che avverte, in data 10 ottobre 2014:

“Gentile cliente,

ti informiamo che per disporre bonifici esteri verso determinati paesi colpiti da restrizioni di embargo  (es. Russia, Iran, Siria, etc ), è necessario rivolgersi alla propria filiale, che darà corso all’operazione una volta adempiuti gli obblighi previsti dalla legge”.

Quali siano questi “obblighi” è facile intuirlo, con “la legge”  ridotta a quello che c’impongono i nostri padroni con “risoluzioni” e “direttive” immediatamente recepite da una classe dirigente sempre più somigliante ad uno zerbino.

E quale sarebbe poi la giustificazione di questi provvedimenti ammantati del crisma dell’urgenza e dell’irrinunciabilità?

Una “questione morale”, che diamine, perché non si vorrà certo fare affari con la Russia o l’Iran, note protagoniste impenitenti di “violazioni dei diritti umani”!

Ma se invece il correntista di una banca italiana intende inviare denaro verso nazioni che del rispetto dei fondamentali valori dell’essere umano hanno fatto la loro bussola (Stati Uniti, Regno Unito, Israele…) , non ci sono assolutamente problemi!

Davvero strana questa libera circolazione dei capitali. Sembra effettivamente concepita apposta per non uscire mai dalla “crisi”, compresa quella in cui versa il “nostro” sistema bancario.

 

Cheikh Imran Hosein explique pourquoi les sionistes ont créé le groupe terroriste Daech

di Mohamed el-Ghazi

imran_hosseinDans une interview accordée au journaliste anglais Morris Herman, le spécialiste de l’eschatologie islamique Cheikh Imran Hosein a présenté une approche géostratégique de ce qui se passe en ce moment dans le monde, notamment le soutien de la Russie au maréchal égyptien Al-Sissi, la création du groupe terroriste Daech et le conflit russo-ukrainien. A la question de savoir pourquoi la Russie a soutenu Abdel Fattah Al-Sissi lors du renversement de l’ancien président Morsi, Cheikh Imran Hosein a indiqué que c’était juste «une question de convenance politique». Pour lui, le leadership des Frères musulmans égyptiens a manqué de vision et cela a permis à Washington de les manipuler. «Leur manque de vision est allé en empirant quand ils ont rallié les mouvements saoudien et qatari et ont ouvert les portes de l’Egypte aux prétendus guerriers pour aller se battre en Syrie, condamnant le gouvernement syrien et soutenant l’insurrection pour le renverser», a-t-il souligné. «Le gouvernement russe n’était pas intéressé de savoir pourquoi les forces armées égyptiennes ont pris le pouvoir, et si elles auraient dû le prendre ou pas», a-t-il fait savoir. Selon lui, ce qui comptait le plus pour les Russes est que le gouvernement égyptien qui soutenait l’insurrection en Syrie parte définitivement. Abordant le thème du califat, Cheikh Imran explique comment les sionistes ont exploité cette vérité, en créant le groupe terroriste nommé «Etat Islamique». Selon lui, les sionistes obéissent à un agenda bien précis qui les mènera, au final, vers le déclenchement d’une guerre qui est déjà programmée. Pour ce faire, ils s’adonnent à une offensive de propagande contre l’islam et les musulmans. «Les sionistes créent leurs propres conditions pour pousser le monde à penser que l’islam redevient une force puissante, qu’un califat islamique se remet en place et que les musulmans vont se mettre à massacrer les juifs en Israël», a-t-il affirmé. Cheikh Imran estime que «c’est une offensive de propagande, et pour réussir cette offensive, il ne faut pas être malin pour comprendre qu’ils ont fabriqué l’EI et l’ont programmé pour qu’ils déclarent le califat». Ce plan, ajoute-t-il, permettra à Israël de déclencher une guerre avec des armes et des technologies que les Arabes ne possèdent pas. S’agissant du conflit russo-ukrainien, Cheikh Imran révèle que les sionistes «fomentent» des plans contre la Russie depuis des siècles, rappelant le dernier effort militaire d’envergure sioniste pour affaiblir la Russie lors de la guerre de Crimée de 1853 à 1855, et qui s’est soldée par la démilitarisation de la Crimée. Quelques années plus tard, la Russie réussit à récupérer la Crimée comme base navale, seulement, en 1954, l’Union Soviétique l’intègre à l’Ukraine. Pour Cheikh Imran, il n’y a point de doute que l’Union soviétique «agissait» au nom des sionistes. «En 1954, l’Union soviétique a transféré le territoire de la Crimée de la Russie à l’Ukraine, sans la permission des peuples russe et de Crimée. Pourquoi ? Il n’y a qu’une seule réponse : l’Union soviétique agissait au nom des sionistes.» Selon lui, les sionistes ne s’arrêtèrent pas là. L’étape suivante était la dislocation de l’URSS. «L’Union soviétique avait remis la Crimée à l’Ukraine. Le plan des sionistes était ensuite la dislocation de l’Union elle-même. Et ce, pour que l’Otan réussisse à reprendre tous les Etats de l’Union qui ne faisait pas partie de la Russie», poursuit-il. Cheikh Imran explique que l’Etat le plus convoité était l’Ukraine. Les sionistes voulaient asseoir un gouvernement pro-occidental pour ensuite en faire un Etat membre de l’Otan. «Une fois devenue membre, l’Ukraine exigera de la Russie de sortir de Crimée. C’est ce qui s’est passé en décembre dernier, avec les manifestations à Kiev et la fuite du président ukrainien», affirme-t-il. Pour lui, cet acharnement dans cette partie du monde n’a qu’une seule explication : les sionistes ne veulent pas que la Russie ait une base navale en mer Noire qui menacerait Israël. «Grâce au gouvernement de Poutine, la Russie a été capable d’anticiper ce qui aller se passer. Les Russes ont agi avec célérité et efficacité en intégrant la Crimée à la Russie en deux semaines. Le monde occidental restait sans voix.» Autre fait qui inquiète les sionistes : la nouvelle menace des Brics. La Russie, indique encore l’érudit, ouvre la voie pour créer une alternative au système monétaire basé sur le pétrodollar. En cas de réussite, l’Occident ne dominera plus le monde. Chose qui n’est pas pour plaire aux sionistes, lesquels persistent dans leurs provocations en Ukraine – deux mille Russophones tués à l’est de l’Ukraine. «La Russie a gagné la Crimée et fait preuve de génie et d’habilité en Ukraine. Elle n’est pas intervenue, pour que le monde voie de ses propres yeux ce qu’endure la population de l’est de l’Ukraine», fait-il remarquer en rappelant que «si c’était arrivé dans une quelconque région du monde, les Occidentaux auraient hurlé, comme ils ont aboyé en Syrie et en Libye». Il est indéniable, fait remarquer Cheikh Imran, que la réponse de la Russie a été pour les sionistes le «revers» le plus retentissant qu’ils n’aient jamais essuyé de leur histoire. Ainsi, soutient-il, la Russie conserve fermement le contrôle de sa base navale, et reste une puissance en mer Noire. Cependant, il pourrait arriver, selon lui, un drame en Ukraine qui pourrait conduire à la guerre. «Les sionistes n’auront plus qu’à choisir le moment pour le déclencher. La Russie montre qu’elle n’est pas prête à faire marche arrière. La grande guerre aura lieu, c’est inévitable. Elle balaiera l’Europe et l’Amérique du Nord. Parce que ce sont des milliers d’armes nucléaires qui vont être utilisées, juste pour préserver le système monétaire bidon et frauduleux du pétrodollar», conclut-il.

fonte: Algerie Patriotique, 23 nov. 2014

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Questo il sito del sapiente musulmano: http://www.imranhosein.org/

Propaganda anti-iraniana e affari a ramengo

di Enrico Galoppini

sakineh_iran_nuovaVi siete mai chiesti perché sull’Iran, a cadenza regolare e con un’insistenza a dir poco sospetta, vengono fatte circolare sempre notizie allarmanti?

Queste “notizie“, che sarà bene virgolettare onde far capire che trattasi di invenzioni (del tutto, in parte o anche semplicemente distorcendo alcuni particolari e omettendone altri), hanno un unico obiettivo: gettare discredito sulla Repubblica Islamica dell’Iran e la sua dirigenza, ma anche sul modo di vita del popolo iraniano e la sua visione del mondo; e, in seconda battuta, creare difficoltà a non finire nei rapporti tra l’Italia (e gli altri Paesi occidentali) ed il grande Paese mediorientale. Si tenga bene a mente quest’ultimo punto perché ci torneremo in seguito.

Le “notizie” cosiddette vengono sempre ben studiate a tavolino da appositi “fabbricanti” e poi diramate a tutte le agenzie compiacenti. Le donne (come categoria di “vittime”) e la pena di morte la fanno da padrona, col risultato che l’orrore e la disapprovazione del pubblico occidentale sono assicurati in partenza.

Eppure è lo stesso pubblico che non trova affatto disdicevole e orribile – tanto per dirne una – i bombardamenti dei civili, dalla Palestina all’Iraq, all’Afghanistan. Le informazioni al riguardo sono alla portata di tutti, nell’era di internet, ma tutto ciò non scalfisce minimamente l’intima convinzione dell’occidentale medio che quella “gentaglia” si meriti un simile trattamento. Tutt’al più si è disposti a criticare blandamente, a riconoscere certi “eccessi”, ma sempre anteponendo le “ragioni” dei vari “esportatori di civiltà”.

Ma con l’Iran non riescono a fare quello che desiderano ardentemente dal 1979, perciò tengono in caldo il pubblico con queste “notizie” che occupano la scena per qualche giorno, per poi lasciare il campo subito ad un’altra storia strappalacrime per la quale s’accalorano “attivisti” e paladini dei “diritti umani” a senso unico.

La pena di morte, poi, non è un’esclusiva dell’Iran (chi sa che in Giappone è applicata con notevole frequenza?), ed anche solo restando nell’ambito dei Paesi a maggioranza islamica vi è da rilevare l’assoluto silenzio mediatico occidentale concernente le esecuzioni capitali nei Paesi dei Golfo. Pecunia non olet.

Il fatto più clamoroso relativo a questo continuo stillicidio di “notizie” negative sull’Iran è però un altro. Picchia oggi e picchia domani, questo “bombardamento etico” induce anche gli operatori economici e commerciali a cambiare idea sulla possibilità di concludere affari con partner della Repubblica Islamica, come se non bastassero le assurde e piratesche “sanzioni” che creano difficoltà a non finire e che naturalmente avvantaggiano le economie dei nostri “alleati”.

Il risultato di questa campagna diffamatoria che utilizza alcuni temi “caldi” in grado di stuzzicare reazioni pavloviane anche in chi dovrebbe esserne avulso (gli affari sono affari, no?), è che fior di contratti che potrebbero essere stipulati da ditte italiane vanno in fumo per il solo fatto che su di essi aleggiano queste “notizie”, con tutta la loro capacità di condizionare menti predisposte a recepirle nel mondo sperato da chi le ha messe in circolazione.

In altre parole, la possibilità di concludere vantaggiosi affari per noi e per loro va in fumo solo perché nel pieno di una di queste campagne diffamatorie capita più sovente di quanto si creda che la controparte italiana si ritiri dall’affare, in preda allo spavento e ai sensi di colpa. È successo e continua a succedere.

Ma simultaneamente, mentre l’Italiano, che per natura è portato ad un eccesso di “sentimentalismo”, si ritira dall’affare pensando pure di aver contribuito a migliorare il mondo, ecco che arriva la compagnia francese o inglese, che alla faccia della “donna oppressa” di turno firma un ottimo contratto a beneficio del suo Paese.

Sarebbe molto interessante avere il tempo e la voglia per seguire la distribuzione spaziale e temporale di queste “notizie”, mappandole in base alla loro frequenza, insistenza e, soprattutto, distribuzione geografica, Paese per Paese.

Siamo quasi sicuri che scopriremmo che il battage su questa o quell’altra “ingiustizia” non è il medesimo in tutti i Paesi occidentali, col che avremmo anche la misura di quanto i “nostri” (altro virgolettato!) media siano effettivamente dalla parte dell’interesse degli italiani.

La globalizzazione economica: “Truffatori di tutto il mondo unitevi!”

di Enrico Galoppini

banchieriParafrasando il famoso motto marxista (che è quanto di più lontano dal mio sentire, così come ogni altra forma di pensiero riduzionista-economicista che pretenda di spiegare tutto), a ben guardare cosa accade all’economia cosiddetta “globale” si potrebbe dire che la cosiddetta “globalizzazione” stia sotto lo slogan “truffatori di tutto il mondo unitevi!”.

Industrie italiane che si credevano floride ed efficienti chiudono in quattro e quattr’otto, altre “delocalizzano” alla chetichella, altre ancora vengono “assorbite” da capitali stranieri che poi ne fan quel che vogliono. Sembra di stare alla roulette, ma qui il banco che vince sono i truffatori di questo “capitalismo” che non rischia più nulla e che s’inventa ogni sotterfugio paralegale per far credere alla massa dei “lavoratori” che il comparto produttivo è diventato sempre più simile ad un casinò. Da cui si esce quasi sempre con le tasche vuote.

Bei tempi, a questo punto, quelli dei “capitani d’industria”, i quali talvolta erano in un certo senso “illuminati” e filantropi, avendo a cuore le sorti e delle loro maestranze e quelle della loro nazione, fermo restando che non erano lì per fare della mera beneficienza.

Ma oggi, con i grandi “gruppi” quotati  in borsa sottoposti alle “fluttuazioni del mercato”, gli anonimi quanto deresponsabilizzati “consigli d’amministrazione” (e la relativa figura dell’“amministratore delegato”) e la possibilità di “delocalizzare” ed importare manodopera a basso costo (e di basse pretese) con pretesti “umanitari” siamo finiti nel peggior incubo liberalcapitalista. Con quelli che promettevano botte ed espropri ai “padroni” che oggi dovrebbero riconoscere, se fossero un minimo autocritici ed onesti intellettualmente, di aver sbagliato su tutta la linea.

La soluzione a tutto questo caos ci sarebbe, ed è a portata di mano. Basta solo volerla, tant’è vero che anche la nostra “Costituzione più bella del mondo” (sai che soddisfazione!) recepisce la possibilità della partecipazione dei lavoratori (quindi di tutti, fino all’ultimo usciere) agli utili delle imprese.

Ma il sistema condiviso da pretesi ed illusori “opposti” s’incardina sulla privatizzazione degli utili e la socializzazione delle perdite. Detto più chiaramente: quando va tutto bene, intascano solo i “CEO”, i dirigenti ed i grandi azionisti, ma quando va “male” (il che può significare anche solo una “crescita” non nell’ordine di quanto atteso) si scarica sul groppone dei lavoratori (e poi dello Stato, con tutte le “casse” che s’inventano) il problema, mentre per Lorsignori esistono le “buonuscite”, la possibilità di riciclarsi in altre aziende ecc. Insomma, loro – che predicano pazienza ed “austerità” – cascano sempre in piedi.

Oltretutto, finanche gli “utili”, in questo tritacarne che è diventata la globalizzazione economica, diventano sempre più chimerici per molte piccole e medie imprese, stante l’asfissiante pressione fiscale su ogni foglia che si muove in Italia. E se a questo aggiungiamo che una simile lotta coi mulini a vento non può che indurre negli imprenditori sfiducia e scoramento, il disastro da annunciato diventa pane quotidiano per chi, quand’anche fosse animato da qualche scrupolo morale, non può non salvare la sua pelle prima di quella dei suoi dipendenti.

Il problema di fondo di tutto questo supposto ed ancora elogiato “ordine” economico (di fatto più simile alla proverbiale “legge della giungla”) è che al centro di tutto non viene posto l’essere umano, ma qualsiasi altra cosa, cosicché egli diviene un “fattore della produzione”. Idea, questa, condivisa sia dai liberisti che dai marxisti, che ancora, sotto rinnovate vesti, ci ammorbano e ci raggirano coi loro giochi di prestigio per bambini, tra i quali rientra l’ammuffita scena della “concertazione” tra Stato, industriali e sindacati, dalla quale resta fuori il vero padrone del teatrino: la grande finanza.

Se si volesse risolvere perciò una volta per tutte questa cosiddetta “crisi” – che in primo luogo è finanziaria – basterebbero due soli provvedimenti, in un’Italia sovrana ed indipendente, conscia della sua funzione e vocazione bilanciatrice ed egemonica nel Mediterraneo: controllo dell’emissione monetaria e raggiungimento dell’autonomia produttiva nei settori strategici (compreso quello alimentare, cosa possibilissima in Italia), mentre per quello che non si ha (si pensi a certe materie prime, sempre che ogni possibilità in Italia non sia stata esperita) basterebbe instaurare una forma ammodernata di “baratto” con nazioni incamminatesi sulla stessa strada, diametralmente opposta a quella di ogni “globalizzazione”, al fine di aggirare l’annoso problema dei “pagamenti” di materie per le quali vige – anche per pigrizia ed inconfessabili tornaconti di chi protesta solo a parole – l’egemonia del dollaro.

E questo anche se “ormai” ci sono gli aerei, c’è internet eccetera, sempre per la basilare ragione che le differenti attività devono essere al servizio dell’elevazione della persona umana e del soddisfacimento delle sue elementari e vitali esigenze, e non di qualche egoistico e truffaldino interesse privato, quand’anche si camuffasse dietro i paramenti di roboanti quanto vuote parole d’ordine.