Comment Londres finance indirectement le groupe terroriste Daech après avoir “couvert” le GIA

londostan1Après la vente de pétrole extrait des gisements syriens et irakiens à des pays occidentaux, l’organisation terroriste dite «l’Etat islamique en Irak et en Syrie» (Daech) s’assure d’autres revenus grâce à la vente de trésors archéologiques pillés dans ces deux pays à des collectionneurs européens qui les mettent, à leur tour, sur le marché en Grande-Bretagne.

Selon des sources au fait du dossier, ce marché procure à l’organisation terroriste des dizaines de millions de dollars ; ce qui lui permet largement de renforcer sa structure et de recruter davantage de mercenaires, y compris dans certains pays européens. D’après ces sources, seulement 1% des lots est intercepté par les forces de l’ordre, le reste s’éparpillant dans les pays d’Europe et les Etats-Unis.

Cela prouve que toutes les dispositions, légales, administratives et sécuritaires, mises en place pour couper toute source de financement aux groupes classés terroristes n’ont aucune traduction sur le terrain et que, plus grave encore, les capitales occidentales continuent, par leur laxisme et leur tendance à toujours manipuler l’islamisme politique, à soutenir la subversion islamiste.

Alors que tous ses pays se disent conscients des enjeux du tarissement des sources de financement du terrorisme dans la lutte antiterroriste engagée sur plusieurs fronts. Ce qui, toutefois, n’a pas empêché tant de gouvernements occidentaux, par exemple, à continuer à verser des rançons à des groupes armés pour obtenir la libération des otages, alors qu’il existe une convention internationale ratifiée par tous ces pays, et à tolérer l’activité suspecte de certaines associations qui, sous couvert d’aide aux réfugiés syriens, collectent d’importantes sommes d’argent au bénéfice des milices islamistes qui disposent aujourd’hui d’un puissant réseau de soutien à travers toutes les villes d’Europe.

Cela rappelle la décennie 1990, quand les autorités britanniques assuraient la protection aux cellules de soutien aux groupes islamistes armés en Algérie, qui activaient sous de multiples labels, associatifs ou religieux. A cette époque, la collecte de fonds au Trafalgar Square pour le compte du GIA se faisait sous la protection de la police londonienne. Arborant le slogan des droits de l’Homme, Londres, Paris, Bonn et Washington n’hésitaient pas, alors, à héberger, même après les attentats du 11 septembre 2001, des éléments pourtant condamnés par la justice algérienne pour des crimes de sang. C’est l’histoire recommencée !

Fonte: Algerie Patriotique, 2 gen. 2015

Gli Stati non possono creare moneta. Le banche sì

di Michele Rallo

MAMMONA-Il-diavolo-dei-soldiStrana società, quella dei nostri giorni. E per “società” intendo quel complesso di regole che scandisce la vita dei popoli e delle nazioni. Strana società – dicevo – è la nostra, che vede gli Stati, ricchi e poveri, incapaci di provvedere con mezzi propri anche alle più elementari esigenze dei propri cittadini. Ogni cosa (dall’alimentazione alla sicurezza, dalla sanità all’edilizia pubblica, dai trasporti all’istruzione, dalla tutela ambientale alla difesa militare) ha i relativi costi; e questi costi possono essere affrontati, oltre che con l’imposizione fiscale, solamente con denaro che gli Stati non possono creare, ma che devono necessariamente farsi prestare dalle banche private. Tutti gli Stati, sostanzialmente, anche quelli che hanno l’illusione di avere ancora una propria “sovranità monetaria”. Prendete gli Stati Uniti d’America – per esempio – il cui governo ha, proprio in queste settimane, immesso sul mercato interno una gran quantità di danaro “fresco”. Ebbene, quel denaro non lo ha stampato il governo degli Stati Uniti, ma la FED, la Federal Reserve, cioè la banca “centrale” che lo ha poi prestato al governo. Malgrado la ambigua denominazione di “centrale”, infatti, la Federal Reserve è una banca privata, posseduta da un azionariato composto da banche private americane e straniere. Per l’esattezza (dati del 1992): le americane Goldman Sachs, Kuhn & Loeb, Lehman Broters, Chase Manhattam, l’inglese Rotschild, la tedesca Warburg, la francese Lazard, ed una misteriosa – per me – Banca Israel Moses Seif con sede a Roma.(1)

Certo, i popoli europei avvertono in modo particolare il problema, perché hanno perduto la sovranità politica (non soltanto la monetaria) a beneficio di una struttura sovranazionale quale è l’Unione Europea. Ma gli altri popoli del mondo non stanno messi molto meglio, perché tutti o quasi hanno rinunziato al diritto-dovere di creare il proprio denaro, delegandolo a banche private, pudicamente indicate come “centrali”. Così facendo, gli Stati non hanno solamente regalato a pochissimi soggetti privati la possibilità di arricchirsi a dismisura sulla pelle dei popoli, ma – cosa forse più grave – si sono consegnati anima e corpo alla finanza internazionale, accettando di farsi dettare da questa le regole della vita sociale interna, oltre che le linee della propria politica estera. Pena, la destabilizzazione delle proprie economie nazionali. Se oggi la Russia di Putin – per esempio – disobbedisce ai voleri dei poteri forti, i “mercati” decretano la perdita di valore del rublo, con ciò provocando anche una crisi economico-sociale interna al paese. Se, a suo tempo, l’Italia di Berlusconi – per fare un altro esempio – comprava petrolio dalla Russia e dalla Libia, ecco che i “mercati” – sempre loro – determinavano una crescita anomala del famigerato spread, con ciò incidendo pesantemente sui nostri equilibri sociali.

Ma – mi si obietterà – non è stato sempre così? Nossignore, non sempre e, comunque, non in maniera così totale e asfissiante. La guerra delle banche (e mi riferisco ovviamente alle grandi banche “d’affari”, non alle normali banche commerciali) per impossessarsi del potere politico dura da secoli, con vicende alterne. Si pensi che la capostipite di tutte le banche “centrali”, la Banca d’Inghilterra, è in attività sin dal 1694: da sempre in mani private, nel 1946 venne stranamente nazionalizzata, per essere poi ri-privatizzata nel 1997, a seguito di una riforma invocata a gran voce dal mondo della finanza. Lo stesso tipo di riforma che nel 1993 fu attuata in Italia, privatizzando la Banca d’Italia che il regime fascista aveva nazionalizzato nel 1936.

Eppure, stranamente, nessuno sembra scandalizzarsi per l’enormità di questa aberrazione. Pensate: gli Stati rinunziano al potere di creare denaro, e tale potere attribuiscono a dei soggetti privati. E non solo. Ma – cosa ancora più grave – lasciano decidere a quei privati quali debbano essere le direttrici della politica economica e sociale: se si debba assumere o licenziare, aumentare o diminuire la pressione fiscale, se incentivare la spesa pubblica o gli investimenti, se fare o non fare questa o quell’altra riforma. E ancora, sommando obbrobrio ad obbrobrio, per finanziare le proprie spese istituzionali gli Stati si fanno sovente prestare il denaro occorrente dal sistema bancario privato (banche centrali o banche d’affari, non fa molta differenza), ed a quel sistema finanziario pagano cospicui interessi, sottraendo tali somme alle necessità del governo. Dopo di che, naturalmente, gli Stati diventano ostaggio del “debito pubblico” contratto con la finanza speculativa. Non solo l’Italia, naturalmente. Se il nostro debito pubblico è pari a circa il 120% del PIL, quello della media europea è più o meno dell’85%, quello degli Stati Uniti del 105%, quello del Giappone addirittura del 210%.

E siamo soltanto all’inizio di questa serie di paradossi. Perché il sistema finanziario dal quale gli Stati attingono il denaro in prestito è drogato – se così posso dire – dalla presenza di una grande quantità di titoli derivati, cioè – sostanzialmente – di denaro virtuale, che non esiste: carta straccia creata dal nulla, senza che il sistema finanziario detenga un controvalore reale. Una volta, gli Stati potevano stampare moneta solamente in quantità corrispondente (o comunque proporzionale) alla riserva aurea posseduta. Poi, alla fine della seconda guerra mondiale, venne creato un sistema economico globale che si basava sul primato del dollaro (unica valuta ammessa per il commercio delle materie prime) e sulla sua convertibilità in oro. Poi, infine, nel 1971 gli USA decretarono (e gli Stati vassalli disciplinatamente accettarono) la fine della convertibilità delle altre valute in dollari e della convertibilità del dollaro in oro. Allora, quando le folli spese militari avevano assottigliato la riserva aurea di Fort Knox, gli Stati Uniti pensavano bene di far pagare al mondo intero i loro guai economici, e quindi abolivano, insieme al sistema dei cambi fissi, anche l’ancoraggio delle monete a quella misura di ricchezza reale che è l’oro. Da quel momento, teoricamente, ognuno poteva stampare moneta a volontà, sol che riuscisse a mantenere un rapporto accettabile nella “fluttuazione dei cambi”.

Chiedo scusa per questa lunga digressione, necessaria tuttavia per comprendere che – dal 1971 in poi – per “fabbricare” denaro non è più necessario detenere un corrispettivo reale, cioè una riserva di oro o di altri metalli preziosi. E, tuttavia, gli Stati non hanno mai abusato oltre una certa misura della possibilità di creare moneta, preoccupati di non alterare gli equilibri della fluttuazione.

Non così la finanza speculativa, che – soprattutto dall’inizio degli anni ’90 – ha cominciato a battere, di fatto, una propria moneta: non una moneta convenzionale, naturalmente, ma quella che gli esperti chiamano “finanza derivata” e che si sostanzia nella emissione di titoli privi di reale consistenza.

Che cosa è un “titolo derivato”? È una banconota virtuale emessa da un soggetto finanziario privato ed il cui valore non è garantito da alcun bene reale, ma “derivato” dal valore di mercato di uno strumento finanziario “sottostante” (azioni, obbligazioni, eccetera), o anche – cito da Wikipedia – «basato sulle più diverse variabili, perfino sulla quantità di neve caduta in una determinata zona».(2) Si tratta – in ultima analisi – di scommesse di vario genere, che un soggetto privato trasforma in “titoli”, immessi sul mercato e commerciati come se fossero emessi a fronte di una ricchezza reale, tangibile.

Ma l’aspetto più grave è la quantità di questo “denaro virtuale” gettato sul mercato. Nel 2010, a fronte di un PIL mondiale annuo di circa 70.000 miliardi di dollari – apprendo sempre da Wikipedia – il volume della finanza derivata era di 670.000 miliardi di dollari.(3) La qualcosa significa – mi permetto di chiosare – che il denaro virtuale in giro per il mondo è dieci volte il denaro vero che costituisce il prodotto interno lordo generato in un anno dall’economia reale dell’intero globo terrestre.

E in Italia – per banalizzare – non possiamo creare il denaro necessario a pagare le pensioni (e dobbiamo farcelo prestare), mentre ad un pugno di affaristi internazionali viene consentito di creare denaro virtuale per scommettere sulle nevicate del Massachusetts.

Siamo alla follia. O, forse, non è follia, ma il frutto di un lucido disegno per distruggere le nazioni e per sottrarre ai popoli le loro ricchezze reali. A proposito di ricchezze reali: l’Italia possiede la terza riserva aurea mondiale, dopo quelle degli Stati Uniti e della Germania. Volete scommettere che, quanto prima, ci chiederanno di dare quell’oro a garanzia del nostro “debito pubblico”?

NOTE

(1) http://www.signoraggio.com/fedprivata.html

(2) http://it.wikipedia.org/wiki/Strumento_derivato

(3) http://it.wikipedia.org/wiki/Strumento_derivato

Fonte: “La Risacca”, rivista mensile, a. IV, n. 10, pp. 8-9.

Claudio Moffa, Rompere la gabbia. Sovranità monetaria e rinegoziazione del debito contro la crisi, Arianna Editrice, Bologna 2014

di Enrico Galoppini

libro_moffa_gabbiaLa “gabbia” che Claudio Moffa col suo saggio pubblicato da Arianna Editrice invita a “rompere” non è quella dell’euro, se con ciò s’intende una ‘romantica’ operazione di “ritorno alla lira”.

Come recita il sottotitolo nella copertina di Rompere la gabbia, la questione cruciale è quella della sovranità monetaria, che il docente di Storia e Istituzioni dei Paesi afro-asiatici all’Università di Teramo auspica venga ristabilita al più presto, in Italia e negli altri Paesi occidentali, per uscire dall’attuale “crisi”.

Esiste tuttavia un ostacolo insormontabile: la mancanza di volontà da parte di un ceto politico ed una classe dirigente che nel migliore dei casi, quando non si tratta di personaggi collusi e a libro paga, s’illudono che l’attuale abnorme finanziarizzazione dell’economia e della vita degli Stati nel suo complesso possa durare ancora a lungo senza ridurre la stragrande maggioranza nelle persone in una schiavitù che la ‘gabbia’ del titolo di quest’opera evoca al meglio.

Per procrastinare quest’inevitabile esito, già in parte realizzatosi, questi cosiddetti politici delle moderne “democrazie”, su imbeccata dei loro padroni e dei media di loro proprietà, si sono inventati l’ondata di “antipolitica” e la “crisi”.

Ma la “crisi” non è il risultato di “sprechi” e “ruberie” (che pure ci sono), come vorrebbe farci intendere anche tutta una saggistica interessata che ha preso a bersaglio l’ormai celebre “casta” e non il mondo della grande finanza speculativa.

Perché se di “casta” si deve parlare, essa va cercata tra quell’élite, invero ristretta e potentissima, dei “signori del denaro”. Di coloro che detengono – dopo averlo servizievolmente ricevuto “a termini di legge” – il potere di emissione, vera chiave di volta dell’intera economia moderna (ma a ben considerare dell’economia d’ogni tempo e luogo, tant’è che l’Autore passa in rassegna – cap. 4 – alcuni esempi storici che ben mostrano l’attenzione che i governanti hanno sempre dedicato a tale problematica).

La domanda che nessun grande “esperto” dei media e dell’università (peraltro sempre più sotto il controllo del capitale finanziario stesso) osa mai porre è infatti la seguente: “Di chi è la moneta?”. E, nello specifico di noi italiani ed “europei” dopo oltre dieci anni di “moneta unica”: “Di chi è l’Euro”?

teramo_moffaA questa fondamentale domanda, dopo l’eccezione in ambito accademico del defunto prof. Giacinto Auriti, il saggio di Claudio Moffa (http://www.claudiomoffa.it/), che riunisce anche alcuni suoi interventi preparati per le varie edizioni del “Master Enrico Mattei in Vicino e Medio Oriente” (http://www.masteruniteramo.it/), offre una chiara ed esaustiva risposta. L’Euro, tanto per cominciare, non è degli Stati che vi aderiscono, ovvero dei cittadini che da quelli dovrebbero essere rappresentati e difesi, bensì di una ristretta cricca di banchieri privati che controllano il cartello di banche “nazionali” denominato BCE.

Attraverso spiegazioni lineari che hanno anche il pregio di una provvidenziale ripetitività (importante per chi è a digiuno di tali argomenti), l’Autore giunge ad una sconcertante verità: l’Euro è di fatto una moneta straniera!

Che conseguentemente gli Stati (o quel che ne resta una volta spogliati della sovranità monetaria) dell’Unione Europea che l’hanno sottoscritto devono letteralmente acquistare a fronte dell’emissione di titoli del “debito pubblico” gravati da interesse. Come non può aumentare il “debito” in simili condizioni (p. 110)? E come non possono aumentare, in simili condizioni, le famigerate tasse?

Ma la BCE – che è il coronamento di una manovra che parte da lontano e che per quanto riguarda l’Italia consiste in una successione di eventi che questo libro ripercorre nella loro perfidia – crea denaro dal nulla (M. Allais), nel senso che per essa il denaro, offerto come una vera e propria “merce”, ha praticamente un costo irrisorio, sebbene la differenza tra quello ed il valore facciale impresso (da 5 a 500 euro) garantisca il famoso reddito da signoraggio.

Ora, su quest’ultimo termine (come su tutto ciò che si discosta dalla versione ufficiale ammessa dal sistema vigente politico-mediatico-culturale) è stata fatta scendere una coltre di discredito e di dileggio, ma se solo si presta attenzione alle dichiarazioni di alcuni protagonisti delle manovre che hanno prodotto l’attuale indecente ed immorale stato di cose (per esempio Andreatta o Soros), ci si rende conto che sono gli stessi “signori del denaro” ed i loro incaricati a riconoscere l’esistenza – e la redditività! – del signoraggio.

Il libro del prof. Claudio Moffa (che non a caso ha sempre invitato a collaborare “al di fuori degli schemi”) è anche un appello appassionato (e sicuramente inascoltato) alla cosiddetta “sinistra” affinché prenda atto che la battaglia per la sovranità monetaria non ha “colore”. Essa, anzi, è oggi “la” battaglia per antonomasia, in una situazione nella quale ogni “manovra” ed ogni provvedimento economico di qualsiasi governo che abbia aderito all’euro è destinato all’inevitabile fallimento poiché lo strumento monetario è completamente fuori dal suo controllo.

Né ha alcun senso vedere ancora, come se ci trovassimo cinquant’anni fa, sedersi al “tavolo delle trattative” sindacati e “datori di lavoro”, quando la proporzione tra capitale finanziario-speculativo e capitale produttivo è passata, dal 3% che era nel 1973, ad un inaccettabile 2000% nel 2010 (cioè, un rapporto di 20 a 1!).

Eppure, non è sempre andata così. Ci si è arrivati un po’ per volta. Ma se dobbiamo individuale una sorta di “big bang” lo si può fissare al 1694, con la creazione della Banca d’Inghilterra, che già Marx (al quale Moffa dedica un capitolo per mostrare come i suoi scritti giovanili tenessero nel debito conto il peso del capitale finanziario nella spirale di alienazione e sfruttamento delle classi lavoratrici) aveva indicato come una truffa ai danni dello Stato, di lì in poi “mantenuto artificiosamente sull’orlo della bancarotta”, il “debito” contratto coi banchieri privati crescendo indefinitamente (cap. 5).

L’eterno conflitto tra “produttori” (insomma, chi lavora e perciò produce ricchezza) e “speculatori” non era dunque ignoto ad un pensatore ed agitatore che ha condizionato generazioni di politici e studiosi, i quali però – complice anche una successiva svalutazione del fenomeno usurario dello stesso Marx, denunciata da Moffa – si sono incartocciati nelle varie “scuole” del Marxismo, che hanno focalizzato l’attenzione su un conflitto – quello tra “padroni” e “proletari” – che obiettivamente non spiega se non solo alcuni aspetti marginali delle moderne dinamiche economiche (e politiche).

Il libro, tra le altre cose, invita a riflettere sul fatto che esiste una notevole differenza, anche etica, tra capitale produttivo, destinato agli investimenti (ed ai rischi ad essi connessi), e capitale finanziario-speculativo.

Così si spiega la fondamentale convergenza di Cristianesimo ed Islam, uniti nella condanna del prestito ad interesse, mentre proprio l’usurocrazia apolide punta a fomentare lo scontro tra queste due tradizioni religiose.

mattei_moroE così trova un suo perché “un’imprenditoria etica, animata dall’obiettivo di costruire il benessere del popolo italiano”, in opposizione ai “capifila del non ancora maturo e ‘libero’ (meglio sarebbe dire ‘eversivo’) mondo bancario” (p. 127), che vide protagonista Enrico Mattei. Il quale poté svolgere la sua azione nazionale ed internazionale, ispirata ai suoi ideali cattolici (e, perché no, alla sua giovanile formazione fascista), grazie a alla presenza di un capitale produttivo ancora nettamente preponderante rispetto a quello finanziario-speculativo e, soprattutto, nelle salde mani dello Stato italiano.

Oggi, invece, dopo il suo assassinio (e quello, altrettanto significativo dal punto di vista che stiamo trattando, di Aldo Moro), lo Stato è stato assaltato, conquistato e svuotato da una banda di “camerieri dei banchieri” (per dirla con Ezra Pound) che in Italia, giusto per riassumere le date salienti, hanno agito nel modo che andiamo ad esporre.

Premesso che l’Italia, seppur sconfitta militarmente e perciò occupata, aveva mantenuto una sua sovranità monetaria (legge fascista del 1936 che definiva la Banca d’Italia, monopolista dell’emissione, un “istituto di diritto pubblico”; 1945-1948: sostanziale “continuità” rispetto al Ventennio; fino a tutti gli anni Settanta: emissione di biglietti di Stato a corso legale, quindi reddito da signoraggio nelle casse dello Stato), questi sono i momenti cruciali di quello che solo un osservatore prevenuto non può riconoscere come un complotto ordito ai danni della Nazione:

  • 1981: “divorzio” del Tesoro dalla Banca d’Italia (sulla base di un mero scambio di lettere!), preceduto da un tam tam mediatico sulla necessità della “autonomia della Bd’I”. Si noti per inciso che più è aumentata la “autonomia” della Bd’I, più il cosiddetto “debito pubblico” è cresciuto…
  • Il 1992 – che è quello di “Mani Pulite” – è l’anno del golpe: in rapida successione avvengono la privatizzazione della Bd’I (che sancisce la fine della nostra sovranità monetaria); il perfezionamento del suddetto “divorzio” da parte del ministro Guido Carli; le privatizzazioni del governo Amato previa trasformazione degli Enti pubblici in S.p.A.; senza contare la svalutazione della lira (governatore Carlo Azeglio Ciampi) ed il famoso ‘seminario’ sul panfilo della regina d’Inghilterra “Britannia”.
  • 1993: abolizione del Ministero delle Partecipazioni Statali (i famosi “carrozzoni”…), mentre lo ‘spettacolo’ degli avvisi di garanzia veniva proiettato nelle case degli italiani.

È facile (ed irritante) osservare la rapida successione temporale di questi eventi rispetto all’accelerazione del processo di “integrazione europea” (trattati di Maastricht e Lisbona, opportunamente citati in appendice per sottolinearne l’assoluta obbedienza ai diktat della finanza speculativa a tutto danno del “lavoro”, che evidentemente non interessa affatto ai fautori della UE).

disastronazioneUna volta infilatisi nei gangli dello Stato, i suddetti “camerieri” traditori hanno svenduto, in nome del “libero mercato” (ma ai loro amici), l’industria pubblica strategica italiana, come ha scritto ed argomentato magistralmente Antonio Venier in un altro libro che tutti – specialmente chi ha ancora un residuo amor di Patria – dovrebbero leggere e meditare: Il disastro di una nazione. Saccheggio dell’Italia e globalizzazione (Edizioni di Ar, 1999, con presentazione di Bettino Craxi).

Ma a proposito di “libero mercato” c’è da ricordare ai suoi indefettibili ammiratori che l’esperienza di questi ultimi vent’anni ha evidenziato come la “libera impresa”, che è senz’altro un valore da tutelare ed incoraggiare, non ha alcuna speranza di sopravvivere in un regime di “libera speculazione”.

Per questo, il saggio di Claudio Moffa, che dovrebbe finire sul tavolo di tutti i politici assieme a quello di Venier se questi non fossero intenti da mane a sera a venderci ai loro padroni, si conclude idealmente con una dichiarazione che è una sorta di parola d’ordine: “Libera impresa in libero Stato padrone dell’emissione monetaria” (p. 159).

La “autonomia” dell’istituto di emissione (prima la Bd’I ed ora la BCE) ha solo posto le premesse della “crisi”, di una crisi finanziaria che a sua volta, poiché i ‘rubinetti’ della cosiddetta “liquidità” sono in mani private che li aprono discrezionalmente per ottenere risultati politici, è con ogni evidenza una crisi produttiva, tra le cui concause, stabilito che la prima è l’assenza di sovranità monetaria, possiamo annoverare la “libera circolazione di merci e uomini” e le purtroppo celebri “delocalizzazioni”.

In questo quadro che ha bisogno solo di una salutare scossa, ogni misura presa dai vari governicchi che si succedono, dagli “interventi correttivi” agli “aggiustamenti fiscali”, dalle “detrazioni” agli “incentivi”, è pura fuffa, perché rebus sic stantibus questa situazione – che genera solo povertà ed insicurezza (Moffa parla di “via giudiziaria al pauperismo” opposta ad un ragionevole “progresso” sociale ed economico) non può che riprodursi all’infinito, stringendo sempre più il cappio dell’usura attorno al collo di imprese e famiglie.

Guide to writing a dissertation on the “Arab Spring”

by Enrico Galoppini

cesemIn the field of the graduation thesis assigned in some faculties of humanities, there has become increasingly common the choice, by the candidates, of the research centered on the so-called “Arab uprisings” and the whole series of social and political upheavals that have been attributed (by the global media) the definition of the “Arab Spring”.

Except that many, too many undergraduates surf the net randomly, moreover not supported by their teachers with the necessary clarity of views. So, there is a real risk that these thesis are resolved in a diligent chronicle of the facts (or rather, of some “selected” facts), topped by the pleasant considerations about “freedom” and “human rights”.

That is how I felt the need to propose, for the benefit of these graduates, an intervention in which I emphasize the importance of geopolitical analysis and analytical tools of the geopolitics itself, as well as the indispensability of an overview of the problems of “international politics”, constantly bearing in mind the guidelines of the recent “modern history”.

It is a story to be read in a meta-historical perspective, or from the point of view of a ‘thin’ or ‘occult’ dimension that inevitably creeps in human affairs.

Let us begin by asking some general questions that should never be forgotten in a thesis of this kind.

First, it is dangerous to limit the analysis to a single country. And not even to only “Arab-Islamic world”.

If, indeed, the upheavals to which media have attributed the above optimistic denomination may have endogenous motivations which should not be neglected, it is impossible not to consider the overall picture of the balance of power in the world. Within which some countries more than others (Egypt, for example), as well as some areas characterized by their cohesion, as the Maghreb region or the Syrian-Palestinian, are of particular strategic importance.

In short, to get on top of something and not get lost in the most insignificant details, we must first resort to the geopolitical analysis, which considers only in the second order the socio-economic and “ideological” (in the broad sense) factors, rather overrated by the same media and by most of the “authoritative” analysis of those that have found an ample space to meditate on.

In summary, this is a matter – in this as in other case studies – of a struggle between the Great Powers aimed to hold the control of the leadership of the respective states of the region centered in the Mediterranean and at the crossroads of Europe, Africa and Asia. Leaderships which, once having come to power, having their “ideology” (including religious) on the basis of which they seek to govern the companies set up by them. Not to mention, then, the availability to the perpetual indebtedness through “structural reforms” imposed by external sponsors, the provision of its territory for military bases, the exploitation of raw materials and local labor etc…

In short, it is good to join the range of ideas, that here as elsewhere, we must consider everything within the framework of a kind of chess game among few players who can really be said “to make policy” on a global level. A “global” policy, therefore, actualized to different times depending on the objective of this or that player.

Now, since the ultimate goal pursued by the “Westerners” is, quite evidently, the World Government (according to a socially omnipervasive scale of values, a precise economic and financial system based on the interest bearing loan and “debt money”, etc.), it goes without saying that even this “Arab Spring” – like the “color revolutions” (Serbia, Ukraine, Georgia, Central Asia etc.) – is used to operate a change of leadership, and alliances, but also to encourage political and social changes within countries affected by these upheavals.

sco_presidentiOn the other side, in opposition to the West, there are Russia and China (not necessarily getting along well and agreeing on everything), which do not pursue in any way the final strategic goal of world domination and to conform it to their own scale of values. But there is one thing they care about without doubt: the control of a “safety belt”, which goes for Russia from Eastern Europe to the Pacific, through the Caucasus and Central Asia. But that is the minimal “belt” as it were, because for its own safety Russia (never mind for now China) must be careful to what happens both in Turkey and in the Near East.

In this specific region, Syria is for decades a traditional ally of Moscow, with communism or without communism, that proves that the strategic attitude does not change with the change of the official ideology.

And, above all, there has not changed the Western hostility toward Russia, with which it has proved conclusively that anticommunism – beyond the different “ideologies” of either of global players – was a masque useful for various purposes (for example, the military coups in Latin America).

In this framework, which inevitably can only be global because now the international policy rolls three hundred and sixty degrees, the importance of Egypt cannot escape any of the contenders. The issue was very clear during Nasser’s rule and the subsequent “breakthrough” of Sadat: from alliance with Moscow to the alliance with Washington, with an annexed “peace” with Israel.

The situation has not changed today. With China that goes spreading like wildfire its commercial influence. This is to emphasize that first of all one must to look at the geopolitics, and then at the rest (internal political and economic situation and all that on average thrills the consumers of the chronicles of newspapers, like “human rights”, the “conditions of women”, etc.). Otherwise you can never give a logical explanation to the question why in front of similar situations the results are completely different: revolt and Western intervention in Libya and Syria; media blackout on the repression of dissents in the Gulf countries).

The argument, as you can well understand, is so vast that, in my opinion, before starting to write a thesis on the so-called “Arab Spring” centered on a single country or the whole “Arab-Islamic world”, one should:

seapowers– Acquire the fundamentals of Geopolitics and, specifically, to identify the guidelines followed by the “powers of the sea” (United Kingdom and United States) and those “of the earth” (Russia, especially, and China, partially). Which, respectively, follow different purposes or different models of civilization, and, based on that, they adopt different tactics and tools.

– Have a historical and geopolitical summary of the last two or three centuries, starting with the birth of the United States and their “messianism”, the emergence of the “Islamic modernism” (Wahhabism, in particular), the end of the empires (Russian, German, Austro-Hungarian Empire and the Ottoman Empire) and the emergence of nation-states in the Middle East, with all their consequences on a level of permanent conflict in the region and beyond (just think how much Italy – Mediterranean nation par excellence – is involved in all these), especially since the birth of the Zionist project and the subsequent building of its political-territorial-military outpost.

– Read then the result of the Second World War not with ideological glasses, but with those of geopolitics (occupation, for the first time, by the US, of a part of Europe, or rather the extreme western part of Eurasia, without which there would not have been possible the subsequent “wars of NATO”, just as an example).

– That said, even the famous “September 11” loses that aura of ‘Big Bang of the twenty-first century’, rather than being inscribed in a historical perspective of the long course that must simultaneously consider many factors.

– Establish the irreconcilable differences between traditional Islam (understood as an attitude toward the sacred and the divine), which is the result of a history of fourteen centuries of doctrinal elaboration, devotion, of the saints… and that of the “modernists” of all kinds whose forerunners, in modern times, were the Wahhabis and the allied Saudi dynasty, in their turn being allies of the “Westerners”.

– Last, but not the least, outline why and how the symbiotic relationship between the United States and Israel has developed, identifying the short- and long-term strategic alliance that define “strategic” is reductive.

Only after the analytical and synthetic examination of these six points, to clarify well the background before proceeding in any research work focused on a “case study”, one can move on to a discussion of what has happened in the Arab-Islamic world during the last three years, without losing sight of the development of so-called “Middle East issue”, of which the “Palestinian” is nothing but its reproduction on a smaller scale. To bring an example: you cannot deal with the topic of the “Arab Spring” if you do not understand well the meaning of the Gulf War of 1991… Just to not forget that these facts that we get on the agenda have roots in past, both recent and more remote. A past that can be comprehended only if you hold together all the pieces of the mosaic.

The greatest mistake not to commit, then, is to approach the topic with the same attitude of the authors of the instant books, who by their misinformation or simple-mindedness (or worse), churn out books that leave the time they find (and, unfortunately, space in university classrooms). Moreover, their authors seem completely dazzled by the “wind of freedom” or “change” that a rhetoric by easy grip on the Western audience is blowing from one end to another of the Arab-Islamic ecumene.

Victory-Tragedy-Legacy-in-LibyaI understand that this sentimental approach can inspire generalizing public in search of excitement, but a serious analyst (and the same applies to a graduate student) can not fall into these hallucinations, although 99% of the “information” more easily available would confirm him in this impression. Namely, that of being in the presence of a historical page of “human progress”, the dawn of a “new world” and here we go fantasizing.

What to say to them, after the ‘masterpiece’ perpetrated in Libya? In a country where from the material point of view nothing was lacking (so the argument of “misery” fails). Let’s consider instead how Libyans live now (a kind of Somalia) and pull the money from those who have gained from all this story.

Yet, there always appears somebody who objects: “But before there was no freedom”. Good argument: “freedom” (which for the majority now coincides with “do whatever you want”); if then nothing works anymore, the law is replaced with the free will of armed gangs (in addition fanaticized), and however much of incontestably good had been done for the welfare of the population by the late Gaddafi (especially when compared to other Arab and African countries), it is systematically dismantled just to say that there is the “change”!

And that’s not all, because with the compass of geopolitics, which invites us always to identify the common thread that unites every link in the chain to another, you realize that the destruction of the Jamahiriyya arose only after the “uprisings” in Tunisia and Egypt… and after it there broke out the chaos in Mali, with infiltration efforts in Algeria, a country very important from the point of view of energy with which Russia and Italy have excellent relations… the same Algeria already ravaged in the Nineties by an “Arab Spring” ante litteram, which resulted in a scenario that we have seen repeated in Syria. Not to mention the Treaty signed between Libya and Italy just a year before the devastation justified by the usual media cancan, always keeping in mind that the “media” are a weapon in all respects, to the service of the conventional ones, when there is the need for those in control of both.

syria_destructionSyria is also a great example to understand “who stays behind whom”. On one side there is the government, supported by Russia and Iran (and China, more on a backseat), on the other there are Westerners: US, Israel, European Union, although in the latter there are different positions (typical Italian, which can not betray its geopolitical Mediterranean vocation solely in favour of Euro-Atlantic interests), and petromonarchies of the Gulf, bearers of the “modernist” Islamic ideology and supporting a diverse galaxy of political and armed movements. This is a very important point to understand: the alliance between the “Islamic modernists” and Westerners, that dates – in a manner least obvious – at least from the war in Afghanistan against the Russians in 1980, but actually began well before because there are deeper dynamics that do not show out to those who view the issues only on the surface.

With that we return to the “ideologies”, or rather the “world views”, linked to the “obedience” and “affiliations” more or less hidden, that at first I intentionally set aside to focus on the geopolitical analysis.

I mean that the “ideologies” should not be overestimated for the explicit and obvious use that this or that state do of it, while they are to be taken to the utmost account on a so-called “occult” level. That is, nothing is ever as it seems, because there is a dimension of the history and politics that goes much deeper than the party and state denominations, as well as official “schools of thought”. For this reason, when one is unable to find the reasons for the “unexplainable” alliances or incomprehensible “pigeonwings”, in addition to the mere community of interests more or less contingent, one must consider what works “behind the scenes”.

It is therefore essential to identify the “world view”, or rather the model of civilization and the corresponding “human type” encouraged by this or that global player in order to really understand what is its purpose in the long term, beyond the tactical adjustments .

mecca_towerTo say it even more explicitly, since each hierarchy is a reflection of the hierarchies which are located on the “invisible” planes, as below so above the human plane, it is essential, in order to really understand the meaning of any historical phenomenon, political and social, to connect elites and leaderships which are its protagonists of “heavenly” or “underworld” influences, of which they are a vehicle having addressed them their own cult.

With that the circle closes, understanding that if on one hand the geopolitical analysis explains a lot and is the starting point of the survey, at the end you have to make the effort to understand what kind of civilization is pursued by a global player rather than by another.

The man, in short, is the stakes of all, in a perspective that considers the presence and influence of “not human” forces, with which men try to get in touch, literally putting themselves at their service.

I understand that the latter point can seem “cryptic” to someone, and that can not be easily addressed in the frames of a graduation thesis, even considering the space and the time that one can devote to it. Also, approaching it implies a certain disposition both of lecturer and student, so I only plant a seed of doubt offering my availability for further insights, essential, I repeat, for really understanding the “sense of history”, of which the so-called “topicality” is merely a perceptual distortion crafted to give free rein to the media apparatus and superficiality that it induces.

Let meprovide in closing some quick bibliographic and webographic advice.

Let’s start with the books of CeSEM – Eurasia-Mediterranean Study Center (http://www.cese-m.eu/cesem/category/biblioteca/), which published texts on Qatar, Syria, Libya and so on within the framework of “riots “in the subject and which is planning to publish more texts.

Even the magazine on the geopolitical studies “Eurasia” has addressed the issue on several occasions, both in quarterly print filesand on its website (http://www.eurasia-rivista.org/).

eurasia_islamismoIn particular, it devoted an entire issue to Islamism against Islam? (http://www.eurasia-rivista.org/lislamismo-contro-lislam-3/17958/) of which, on the net, you can read the editorial by the director, C. Mutti: http://www.eurasia-rivista.org/lislamismo-contro-lislam/17951.

Allow me then an autocitation: at the following address you can read my speech on the “Arab uprisings” (https://www.ildiscrimine.com/primavera-araba-dei-tempi/), published April 6, 2011 on a site currently ceased (“European Phoenix”). This is not a “scientific paper”, of course, but an analysis of the whole of the problem, according to my information, according to the way I see and I developed the ability to put together the various pieces of the mosaic.

As you can easily understand, I cannot but recommend the books, magazines or sites critical of the “official version” because the “information” apparatus is seriously unbalanced in the sense pro-uprisings and “springs” (except for a pivot, noted in Italy, both on some TV channels and some national newspapers, since a few months ago, that is when the Muslim Brotherhood have been sidelined in Egypt…).

The first serious book (meaning “argued”) written on this subject – as there were already being published many instant books – was Capire le rivolte arabe [Understanding the Arab uprisings], by D. Scalea and P. Longo. Here I report the reference site of the book: http://rivoltearabe.blogspot.it/. It starts from a far-reaching perspective to frame the particular matter. It does not enter into that “occult” dimension I mentioned earlier, but hardly will be treated in the specific books on the subject.

For those, however, who do not simply satisfy themselves of the keypolitical, economic and social reading, it is should definitely advisable to read a speech, published in due course on the website of “Eurasia”, which summarizes the subversive action of a certain “modernist” Islam: http://www.eurasia-rivista.org/cogit_content/articoli/EEkkAAZlEEGytNtwrs.shtml. An Islam that we see at work in the first row in the “uprisings”, tactically alongside the so-called “bloggers” and champions of “human rights”… and which I have tried to overview in the light of their most recent sallies in this article written for “Africana”: Chi manovra i “modernisti islamici”? [Who maneuvers the “Islamic Modernists”?] (XVII, 2012, pp. 141-148, which is now also possible to read into English: https://www.ildiscrimine.com/who-manoeuvres-the-islamic-modernists-focus-on-libya/).

libro_macchiAnother reading in my opinion useful forgetting rid of fantastical ideas about the “magnificent and progressive consequences” of the “Arab Spring” is Rivoluzioni S.p.A. [Revolutions LTD], by A. Macchi (review here: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/28/alfredo-machine/200498/), which explores the theme of preparation of “revolutionary” humus by the Western “think tanks”. You will immediately understand the link between the “color revolutions” and the “Arab Spring”.

Also, it may be interesting to read a book by the former Socialist minister G. De Michelis: http://www.amazon.it/Mediterraneo-ebollizione-Cause-prospettive-Primavera/dp/8874933126/ref=sr_1_19?ie=UTF8&qid=1390152505&sr=8-19&keywords=primavera+araba. I recommend it just because De Michelis being a politician of so-called “First Republic” and of an Italy less servile towards NATO than the “Second”, it exposes some interesting reflections, furthermore that the publisher Boroli published some texts treating geopolitics.

In English there is Arab Monitor, to which newsletter you can subscribe:

http://www.al-monitor.com/pulse/home.html. Well done and constantly updated with varied insights always well documented and argued.

In French there is the Reseau Voltaire: http://www.voltairenet.org/fr (also has a newsletter), animated by Thierry Meyssan, who probably is the first who has written a book that debunks the “official version” of the events of 11 September 2001. The articles are full of food for thought. This site is also useful to understand the plotting accomplished by “No profit” and the like before the “uprisings”, so that you can feel the pulse of their “spontaneity” (after all, there is “spontaneous” in it). The general trend is pro-Russian and very critical of the “Arab Spring”.

For the rest, typing “Arab Spring” or “Arab uprisings” on the site of a well-stocked on-line book-store (e.g. Hoepli.it), you will easily find many titles, of a doubtful and disparate value, among which I would say that deserves to be read is the book by M. Campanini (it can be found among the results of search; http://www.hoepli.it/cerca/libri.aspx?ty=1&query=primavera+araba&arg=), only because it is a serious scholar, even with his own preferences (as everyone has, after all).

occhi_bendati_golfoI omitted the specific texts on politics and history of individual Arab countries, like others on the history of the Arab and Islamic world in general, but at the last minute I would highly recommend the reading of a book even now disappeared from the catalog of its publisher (Jaca Book), which at its time had the advantage of literally opening my eyes. It is A.B. Mariantoni, Gli occhi bendati sul Golfo [Blindfolded the Gulf] (1991), which can be found in .pdf format on the site of the author (who unfortunately has died): http://www.abmariantoni.altervista.org/vicinooriente/Occhi_bendati.pdf.

To conclude this intervention, without any pretense of completeness and ordliness, I express the hope of having contributed to provide some news or ideas to reflect on more for the benefit of those who are about to complete a work of graduation thesis which relates to the so-called “Arab Spring”.

Al-Azhar Verdict on the Shi’a (1959)

بِسْمِ اللَّـهِ الرَّحْمَـٰنِ الرَّحِيمِ

azhar_declaration_shiaWhat follows is the Fatwa (religious verdict/ruling) of one of the Sunni world’s most revered scholars, Shaikh Mahmood Shaltoot with regard to the Shi’a. Shaikh Shaltoot was the head of the renowned al-Azhar Theological school in Egypt, one of the main centers of Sunni scholarship in the world. It should be of interest to know that a few decades ago, a group of Sunni and Shi’a scholars formed a center at al-Azhar by the name of “Dar al-Taqreeb al-Madhahib al-Islamiyyah”which translates into “Center for bringing together the various Islamic schools of thought”.

The aim of the effort, as the name of the center indicates, was to bridge the gap between the various schools of thought, and bring about a mutual respect, understanding and appreciation of each school’s contributions to the development of Islamic Jurisprudence, among the scholars of the different schools, so that they may in turn guide their followers toward the ultimate goal of unity, and of clinging to one rope, as the well-known Qur’anic verse, “Hold fast to the Rope of Allah and do not diverge”clearly demands of Muslims.

This massive effort finally bore its major fruit when Shaikh Shaltoot made the declaration whose translation is appended below. It should be made unequivocally clear as well, that al-Azhar’s official position, vis a vis the propriety of following any of the Madhaahib, including the Shi’ite Imami school, has remained unchanged since Shaikh Shaltoot’s declaration.

Some people who follow pseudo-scholars in Hijaz may beg to differ; that notwithstanding, what you see below is the view held by the overwhelming majority of Sunni scholars, and not just those at al-Azhar. Let it be known to those who strive to divide us, that their efforts are but in vain.

For the readership’s reference the phrase “al-Shi’a al-Imamiyyah al-Ithna ‘Ashariyyah”means the Twelver Imami Shi’ite School of thought which comprises the overwhelming majority of Shi’ites today. The phrase “Twelver Shi’ites”is used interchangeably with “Ja’fari Shi’ites”and “Imami Shi’ites”in various literature. They are merely different names for the same school of thought.

“al-Shi’a al-Zaidiyyah”are a minority among the Shi’ites, concentrated mainly in Yemen located in the Eastern part of Arabian peninsula. For a more detailed description of the Zaidis vs. the Twelver Shi’ites, please refer to the book, “Shi’ite Islam”written by the great Shi’ite scholar, Allamah Tabataba’i, and translated by Seyyed Hossein Nasr, and published by the State University of New York Press (SUNY).

And as for Shaikh Shaltoot’s declaration:

Head Office of al-Azhar University:

In the name of Allah, the Benefient, the Merciful

Text of the Verdict (Fatwa) Issued by His Excellency Shaikh al-Akbar Mahmood Shaltoot, Head of the al-Azhar University, on Permissibility of Following “al-Shi’a al- Imamiyyah”School of Thought

His Excellency was asked:

Some believe that, for a Muslim to have religiously correct worship and dealing, it is necessary to follow one of the four known schools of thought, whereas, “al-Shi’a al-Imamiyyah”school of thought is not one of them nor “al-Shi’a al-Zaidiyyah.”Do your Excellency agree with this opinion, and prohibit following “al-Shi’a al-Imamiyyah al-Ithna Ashariyyah”school of thought, for example?

His Excellency replied:

1) Islam does not require a Muslim to follow a particular Madh’hab (school of thought). Rather, we say: every Muslim has the right to follow one of the schools of thought which has been correctly narrated and its verdicts have been compiled in its books. And, everyone who is following such Madhahib (schools of thought) can transfer to another school, and there shall be no crime on him for doing so.

2) The Ja’fari school of thought, which is also known as “al-Shi’a al- Imamiyyah al-Ithna Ashariyyah”(i.e., The Twelver Imami Shi’ites) is a school of thought that is religiously correct to follow in worship as are other Sunni schools of thought.

Muslims must know this, and ought to refrain from unjust prejudice to any particular school of thought, since the religion of Allah and His Divine Law (Shari’ah) was never restricted to a particular school of thought. Their jurists (Mujtahidoon) are accepted by Almighty Allah, and it is permissible to the “non-Mujtahid”to follow them and to accord with their teaching whether in worship (Ibadaat) or transactions (Mu’amilaat).

Signed,

Mahmood Shaltoot.

The above Fatwa was announced on July 6, 1959 from the Head of al-Azhar University, and was subsequently published in many publications in the Middle East which include, but are not limited to:

  1. al-Sha’ab newspaper (Egypt), issue of July 7, 1959.
  2. al-Kifah newspaper (Lebanon), issue of July 8, 1959.

The above segment can also be found in the book “Inquiries about Islam”, by Muhammad Jawad Chirri, Director of the Islamic Center of America, 1986 Detroit, Michigan.

Fonte: http://www.al-islam.org/shiite-encyclopedia-ahlul-bayt-dilp-team/al-azhar-verdict-on-shia

Quelle strane similitudini tra parole di diverse “famiglie linguistiche”…

di Enrico Galoppini

torre_babeleChe cosa possono avere in comune una lingua così ‘esotica’ come l’Arabo ed altre a noi più familiari come l’Inglese, il Francese, lo Spagnolo, (talvolta) il Tedesco e, naturalmente, l’Italiano?

Al di là dei “prestiti linguistici” (in ogni direzione) e delle analogie sintattiche (incredibilmente numerose quelle tra l’Arabo e l’Inglese), molto più di quanto comunemente si creda, a patto di non assolutizzare quel confine, potente anche nell’immaginario, tracciato dalle cosiddette “famiglie linguistiche”.

L’Arabo è stato inscritto infatti tra le “lingue semitiche” (al pari dell’Ebraico, dell’Aramaico ecc.), mentre le altre summenzionate sono state assegnate alla famiglia delle “lingue indoeuropee” (lasciando perdere i sottogruppi di entrambe le famiglie).

Le classificazioni, escogitate in un periodo – il Sette-Ottocento – in cui tutto, per gli studiosi occidentali, doveva essere sistematizzato (per meglio essere “controllato”), possono avere la loro utilità, ma è bene evitare di trarne deduzioni forzate e pretestuose, che dal mero campo linguistico finiscono per coinvolgere gli ambiti della psicologia, della sociologia e addirittura della mentalità di un parlante Arabo piuttosto che Inglese, Italiano eccetera.

Con questo non vogliamo dire che le lingue “sono tutte uguali”, con ciò intendendo che una “traduzione” di un vocabolo o di una frase basta ad esprimere tutta la gamma di sensazioni, immagini e concezioni di cui solo una data lingua è veicolo privilegiato a differenza di altre. Ogni lingua, in effetti, è particolarmente adatta per esprimere determinate idee invece che altre.

Talvolta la questione è facile da capire: se l’informatica ha avuto uno sviluppo preponderante negli Stati Uniti, va da sé che l’Inglese ne è il veicolo privilegiato (ciò non toglie che si potrebbe evitare un eccesso di termini inglesi nelle altre lingue); così com’è noto che gli archeologi devono imparare un po’ di Tedesco, mentre i musicisti e professionisti del “bel canto” sarà bene che s’impratichiscano con l’Italiano, se non altro perché nel primo caso molti studi “classici” in materia sono stati redatti nella lingua di Goethe, mentre nel secondo è ancor più risaputo che l’Italia ha dato i natali al fior fiore dei musicisti e dei cantanti d’opera.

Ma qui si tratta ancora di fattori d’ordine storico, sociale, economico ed anche politico a farla da padrona. Mentre vogliamo invece sottolineare un aspetto poco considerato oggi, ovvero la capacità di una lingua di poter esprimere “idee spirituali”, di fungere da sostegno per una ricerca interiore.

Ora, tutti sanno che la lingua del Corano, il testo sacro dell’Islam, è l’Arabo. Dunque, chi vuole penetrare nei significati più reconditi del Libro (con la maiuscola) non può prescindere dall’apprendimento dell’Arabo. Lingua araba e religione dell’Islam sono inscindibilmente correlati.

trombettiMa al di là di tutto questo, vi è, per così dire, a monte, la sensazione di una sorta di “unità d’origine del linguaggio” (v. A. Trombetti, L’unità d’origine del linguaggio, Bologna 1905): se la Verità, da cui promana tutto il resto, è una, anche la lingua non può che essere, originariamente, una.

Ecco che si spiegano così alcune ‘inspiegabili similitudini’ tra vocaboli di lingue appartenenti a “famiglie” diverse che esprimono “idee fondamentali”: all’inglese Earth e al tedesco Erde, fa eco l’arabo Ard; la parola araba Daw’ (“luce”, non quella ‘originaria’, Nûr) è ricollegabile alla stessa radice dei nostri Dì e Diurno; Lugha (“lingua”) ricorda in maniera impressionante Logos; Sûfiyya (da cui “sufismo”) evoca immediatamente la Sofia, la Divina Saggezza. Il tedesco Zahn (“dente”) ha a che fare con l’arabo Sinn?; strano, ma fino a un certo punto, che “gemello” in arabo si dica taw’am, dalla radice di due, two ecc.; Jins (“genere”, “sesso”) chissà perché è così simile a Gens e Genus. E come mai gli inglesi chiamano Breakfast (lett. “rottura del digiuno”) la colazione, esattamente come fa l’Arabo scegliendo una radice che implica l’idea di “rottura”, “interruzione”, da cui Iftâr (il pasto che al tramonto segna la fine del quotidiano digiuno di Ramadân) e Futûr (“colazione”)? Hilf (“alleanza”), ha a che fare con Hilfen (ted.) e To Help (ing.)? Udhun (orecchio) è completamente estraneo al prefisso oto? La Ka‘ba ricorda poi clamorosamente la parola Cubo, mentre l’arabo Haratha, designando un’attività tra le più antiche volta alla preparazione dei campi, riporta alla mente Arare ed Aratro. Ha qualche relazione poi l’arabo Kafan (“bara”) con l’inglese Coffin? Qarn (anche “secolo”) pare inoltre essere collegato al Greco Kronos, mentre è assai curioso confrontare il tedesco Berg (“montagna”) con l’arabo Burj (“torre”); e sempre per scomodare il tedesco desta un certa sorpresa l’assonanza tra War (“guerra”) e Harb. Cut (“tagliare”, in inglese) potrebbe aver la stessa origine dell’arabo Qata‘a, così come il francese Casser (“rompere”) ricorda straordinariamente l’arabo Kasara, allo stesso modo di Achéter (“acquistare) che fa il pari con l’arabo Ishtarâ. E se l’inglese Cable (“cavo”, “corda”) ricorda ‘arabo Habl (il Corano invita i credenti a tenersi saldi alla “corda di Allâh”), anche Sound (“suono”) potrebbe aver qualche relazione con l’arabo Sawt (“voce”, “volume”).

Ma non è finita qui. L’arabo Rabî‘ (“primavera”), della stessa radice di “quattro” (Arba‘a), potrebbe dirsi così in ragione della dottrina dei cicli cosmici che trova la sua esposizione più chiara nell’Induismo, dove la prima èra, il Krita Yuga, quella di una umanità ancora non corrotta come quella dell’ultima (il Kali Yuga), si chiama così poiché la proporzione tra le quattro ère è appunto quella che intercorre tra 4-3-2-1, col Kali Yuga che dura un quarto rispetto al Krita Yuga, il quale rappresenterebbe la “primavera” delle quattro ‘stagioni’ della presente umanità.

C’è poi la strana faccenda del “coccodrillo”, in Arabo Timsâh, che va sotto una radice tra i cui lemmi troviamo Màssaha e Masîh, rispettivamente “ungere qn.” e “Messia”, cioè “l’Unto del Signore”. Bene, come avveniva l’unzione sacra dei Faraoni d’Egitto? Con un unguento ricavato proprio dal coccodrillo… (e si noti che la forma della parola Timsâh è effettivamente quella di un “nome verbale”, corrispondente al nostro infinito, del verbo arabo Màssaha, pertanto il coccodrillo viene identificato con l’unzione stessa.

Vediamo adesso un’altra di queste ‘inspiegabili’ somiglianze tra vocaboli di lingue assai distanti, secondo la classificazione consolidata; vocaboli, ripeto, esprimenti idee nient’affatto secondarie o accessorie. Prendiamo il concetto di Bar-do, lett. “tra i due”, ovvero lo stato “intermedio” del defunto, prima di una nuova “esistenza”. Tale idea è particolarmente chiara nel cosiddetto “Libro Tibetano dei morti” (Bar-do Thodol), tradotto pressoché in tutte le lingue europee. Bene, la tradizione islamica – e non potrebbe essere diversamente poiché la Tradizione è una – considera un analogo stato “intermedio”, che è quello della Hayât (“vita”) Barzakhiyya, quello dell’anima in attesa del Giudizio. Bàrzakh, in arabo, significa “istmo”, “barriera”, che implicitamente delinea “un di qua” e “un di là”, pertanto è lecito considerare un’origine comune dei due termini che nel Buddismo tibetano e nell’Islam designano questo “stato intermedio”.

Si tratta solo di “prestiti linguistici” (come i più sono indotti a pensare), oppure di semplici, benché notevoli, assonanze? Oppure di qualcos’altro che ci induce a riflettere sull’unità fondamentale non solo dell’origine del linguaggio bensì dell’intera civilizzazione umana?

L’ultima ‘novità’ di Al-Qâ‘ida: “Colpire i voli di linea”!

di Enrico Galoppini

torri-gemelle-usa1Sarà, ma questi “jihadisti” sembrano sempre più usciti da qualche trama hollywoodiana.

L’ultima sparata, stando ai media occidentali, sarebbe l’invito, lanciato dalla loro rivista “Inspire” a tutti i “lupi solitari”, a colpire gli interessi occidentali, specificatamente le compagnie aeree.

Ancora non ci si riesce a capacitare di tutta quest’insistenza monomaniacale sugli aerei, gli aeroporti eccetera. Bisogna forse puntellare la versione ufficiale dell’11 settembre?

Se questi “ispirati” (da chi? da qualche servizio segreto? da Belzebù?) avessero un briciolo in più di fantasia, per dare libero sfogo alle loro orge di sangue potrebbero prendere a bersaglio stazioni del treno, convogli ferroviari, autobus e metro, con stragi numericamente senz’altro più notevoli che quelle garantite dall’abbattimento di un volo di linea.

Ma l’aereo – dall’11/9 – è diventato un simbolo. Così essi stessi – a qualsiasi gruppo appartengano – hanno cominciato a credere di poter dirottare contemporaneamente, nei cieli più controllati del mondo, quattro voli, usando diciannove uomini armati di temperino addestratisi (si fa per dire) su aerei da turismo e capaci di centrare, a quella velocità e senza più la strumentazione di bordo, due ‘fili d’erba’ e il centro nevralgico della difesa (in realtà l’offesa) statunitense!

Ci sarebbe solo da ridere, di tutta questa messinscena tragica.

Peccato che poi la gente viene ammazzata per davvero, ed anche qui le domande sul quoziente intellettivo di costoro non possono che moltiplicarsi: perché ci dovrebbe andare di mezzo gente che non ha né colpa né peccato? Quale “simpatia” sperano di attirarsi ammazzando alla cieca il primo che passa (è noto che nel WTC, a quell’ora, c’erano solo impiegati ed addetti di basso-medio rango)? Non è che così facendo dichiarano la loro stessa impotenza, ovvero l’incapacità di colpire gli uomini-simbolo dell’odiato sistema occidentale, stornando così la loro furia su dei malcapitati di turno?

E quale vantaggio, una volta che l’esperienza ha insegnato che con gli attentati e le bombe non ci costruisce alcun consenso, sperano di guadagnare alla loro “causa”?

 

Presenza islamica in Italia: quale “integrazione”?

di Enrico Galoppini

?????????????????????????????????Una delle principali azioni di depistaggio in corso per generare confusione al riguardo della “questione immigratoria” si avvale di argomenti “culturali” e “identitari”. Ecco così che “immigrato” ha finito per fare tutt’uno con “musulmano” o, peggio ancora, “islamico”[1].

Una volta accettato questo pregiudizio che si nutre della “paura dell’Islam”, il problema non sono più i troppi stranieri disposti a lavorare per meno soldi e ridotte tutele, oppure il degrado dei nostri centri urbani pullulati da sfaccendati e delinquenti (come se non bastassero già i nostri), ma è diventata la “cultura”, intesa anche come concetto estensivo della “religione”. Solo premendo sul tasto “culturale” si riesce ad infiammare l’opinione pubblica, in tal modo distratta dai principali disagi patiti dalla maggioranza delle persone, che non sono affatto “culturali”…

Ma l’insistenza sul dato “culturale” rinfocola l’identitarismo degli autoctoni, il che, se in via di principio non sarebbe del tutto sbagliato, lo diventa nella misura in cui esso si rafforza individuando un “pericolo” fasullo, che può essere “la moschea”, “il velo” o “il kebab”!

E stendiamo un velo pietoso sullo scempio che per tal via viene fatto della religione, in caduta libera tra i moderni occidentali, ma recuperata come vessillo anti-islamico da sventolare in faccia all’“islamico” di turno…

Fatta questa doverosa ed assolutamente necessaria premessa, vediamo se però, effettivamente, la presenza islamica in Italia possa costituire un qualche “problema”. Più precisamente, cerchiamo di capire se determinati comportamenti messi in atto da musulmani immigrati hanno a che fare con la loro “islamicità”, fosse pure un’appartenenza ad una religione in maniera superficiale e/o mal compresa. E, a ben vedere, intesa esattamente in senso “identitario” come fanno gli “islamofobi” con la loro “religione”.

A tal proposito, una cosa importante da dire subito è che dal punto di vista islamico, e cioè della dottrina venutasi a stratificare nei secoli grazie al lavoro dei dottori e dei sapienti (in altre parole le “ortodossie” sunnita e sciita), vari comportamenti di musulmani immigrati in Italia sono a dir poco deprecabili: si pensi alle ultime occupazioni di case popolari, all’ottenimento di sussidi ed aiuti da parte di uno Stato che è spietato con gli italiani in difficoltà, a certi matrimoni contratti giusto per prendersi l’agognata cittadinanza eccetera.

Da una parte abbiamo la chiara ed incontrovertibile dottrina islamica, la quale condanna senza se e senza i comportamenti deviati e truffaldini; dall’altra la tendenza, incoraggiata dai moderni riferimenti dottrinari (comprese certe associazioni islamiche in Italia che si ergono a “rappresentanti” dei musulmani), a giustificare “islamicamente” ogni cosa con lo “stato di necessità”.

Ma una volta incamminatisi su questa china, tutto diventa giustificabile perché “necessario”, persino lo spaccio di droga, i furti in casa e, chissà, anche una violenza (con la ‘giustificazione’ che il poveretto, “diseredato”, non avrebbe la possibilità di sfogare i suoi istinti sessuali nell’alveo del matrimonio).

Augusta, in atto le operazioni di sbarco di migranti giunti a bordo della SirioL’emigrazione fatta in condizioni di assoluto pericolo (addirittura per i bambini piccoli o quelli ancora portati in grembo) rientra nella medesima categoria di atti “islamicamente” assai discutibili, perché non ha alcun senso – dal punto di vista islamico – imbarcare donne incinte ed infanti su barconi fatiscenti.

Qualcuno (e ci riferiamo ai vari “dotti” e “sapienti”), dalle parti da cui partono gli immigrati, dovrebbe dire qualcosa di netto e chiaro, dall’alto della sua autorità “morale”. Invece l’ideologia islamica (che non è Islam) dei vari “modernisti” incoraggia questo triste spettacolo, tra l’altro utile a tutte le parti (sia i pro sia i contrari), anche perché esiste il retropensiero neanche troppo dissimulato che questa ondata migratoria servirà ad “islamizzare” il cosiddetto Dâr al-Harb.

Con tutto ciò, un musulmano, italiano o immigrato che sia, non può essere d’accordo.

Tanto per dirne una, non è che l’Occidente tornerà alla normalità (una normalità di tipo “tradizionale”) perché si riempirà di persone che si son prese come guida l’imam di Aljazeera o un libro stampato in milioni di copie perché la tipografia sta dove i petrodollari nascono come i funghi.

E d’altronde, anche il cosiddetto Oriente non è che versi in condizioni sostanzialmente migliori, essendovi da quelle parti già la tendenza a palesare tendenze “moderne”.

Già René Guénon aveva rilevato il fenomeno ai suoi esordi. Figuriamoci oggi, quando dalla fase “filosofica” dei vari ‘Abduh, al-Afgânî, Ridâ eccetera siamo passati ai telepredicatori e all’avvelenamento mentale e dei costumi prodotto da una ricchezza piovuta come una manna dal cielo su personaggi che non ne fanno un buon uso.

Una concezione della religione islamica di tipo identitario ha così fatto il resto.

Per questo vi è chi da un paese a maggioranza islamica si stabilisce qua e considera di stare permanentemente in mezzo alle belve feroci (o a una totalità di degenerati), concependo così il soggiorno in Italia come una mera occasione per alimentare il proprio tornaconto personale, alla faccia della famosa “integrazione”.

È molto facile e alla moda parlare di “integrazione”, ed in particolare dei musulmani in Italia. Ma una volta stabilito che il musulmano tradizionale, immigrato e non, che si attiene alle secolari scuole sunnita e sciita, non può costituire alcun “problema” per la cultura prevalente tra gli autoctoni, ed anzi col suo esempio non può che migliorare la società che lo accoglie perché essa è in disperato bisogno di esempi virtuosi, va detto che la mentalità modernista di alcuni aderenti alla religione dell’Islam, improntata ad una sorta di ‘machiavellismo islamico’ utilitarista e settario (anche in senso etnico) propalato da sedicenti “guide”, non costituisce un bell’esempio di “integrazione”.

NOTE:

[1] “Musulmano” è il termine corretto per le persone, mentre “islamiche” sono per esempio l’arte, l’architettura, la musica.

Concerto di musica tradizionale persiana in occasione del “Natale” del Profeta (Milano, 9 gen. 2014)

sepid_o_siahIl 9 gennaio 2015, a Milano, presso la Sala Verdi del Conservatorio della Musica, Via Conservatorio 12, si terrà un concerto di musica tradizionale persiana per celebrare la ricorrenza dell’anniversario della nascita del Profeta dell’Islam.

Suoneranno i musicisti del gruppo musicale Sepid_o_Siah (Bianco e Nero), per la prima volta in Italia.

L’evento è promosso dall’Istituto Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran di Roma.

Per i dettagli dell’evento, leggi qui.

 

 

 

Al-Azhar organizará conferencias para contrarrestar las ideologías extremistas

El objetivo es crear conciencia acerca de las ideas extremistas que se aprovechan de la religión e invaden las mentes de los ciudadanos

di Reina Mora

islamchristianLa Universidad de Al-Azhar continúa sus trabajos tras la conferencia celebrada en Cairo a principios de diciembre en la que más de 600 líderes islámicos de 120 países y representantes de la iglesia oriental se reunieron para analizar cómo avanzar hacia la convivencia armónica entre diferentes religiones y luchar contra el extremismo religioso.

Al-Tayeb, Gran Imán de al-Azhar, y el Papa copto Tawadros II, participaron en esta conferencia con el objetivo de contrarrestar las ideologías extremistas y el terrorismo. La conferencia contó también con la participación de representantes del gobierno egipcio, muy preocupado en combatir el crecimiento del Estado Islámico en Irak y sus filiales regionales, que incluyen el ‘Estado del Sinaí’ organización con sede en Egipto.

Entre las conclusiones de esta primera conferencia global contra el extremismo religioso destacan:

– “Es necesario que Al Azhar, dada su importancia religiosa para todos los musulmanes, tome la iniciativa de hablar en voz alta en el nombre del Islam contra el extremismo y el terrorismo de todas las formas y corrija los conceptos y la retórica que los extremistas han manipulado para justificar sus actos terroristas”.

– “El desplazamiento de los cristianos y otros grupos religiosos y étnicos es un delito que todos estamos de acuerdo en condenar”.

– “Musulmanes y cristianos en el Oriente son hermanos; pertenecen a una civilización y una nación; que han vivido juntos durante muchos siglos; y deben continuar viviendo juntos en los estados nacionales, soberanos y libres, lograr la igualdad de todos los ciudadanos y respetar las libertades”.

– “La multiplicidad de religiones y sectas no es un fenómeno nuevo en nuestra historia compartida; esta diversidad fue, y seguirá siendo un activo indispensable para el mundo. La historia da testimonio de ello”.

Tras esta importante conferencia, Al-Azhar va a organizar nuevas conferencias para combatir el extremismo, según ha afirmado el Secretario General de la Academia de Investigación Islámica de Al-Azhar.

Así, la Academia de Investigación Islámica ofrecerá conferencias para el personal administrativo de las instituciones gubernamentales y agencias estatales, de acuerdo con Mohi El-Din Afifi, Secretario General de la Academia de Investigación Islámica de Al-Azhar.

La Academia dijo que las charlas serían para crear conciencia acerca de las ideas extremistas que se aprovechan de la religión e “invaden las mentes de los ciudadanos”.

Las conferencias son parte de los esfuerzos de Al-Azhar para combatir el terrorismo y el extremismo y crear conciencia sobre los peligros del terrorismo y sus implicaciones en las instituciones gubernamentales y los ciudadanos, dijo Afifi. Profesores de diversas disciplinas y de diferentes universidades egipcias, incluyendo la psicología y la sociología, participarán en las conferencias.

La Academia de Investigación Islámica es un centro dentro de Al-Azhar, la institución  el estudio y la enseñanza del Islam sunita más importante del mundo.
Fonte: Webislam.org, 25 dic. 2014