Il pericolo del “takfirismo”: intervista all’Hujjatalislam Abbas di Palma

a cura de Il Discrimine

Il 23-25 novembre 2014 si è tenuta, a Qom (Iran), una Conferenza Internazionale sui pericoli del “takfirismo”. Il Discrimine ha presentato la relazione inviata per l’occasione da Enrico Galoppini. Per saperne di più sulla conferenza e gli argomenti affrontati, abbiamo posto alcune domande all’Hojjatalislam Abbas Di Palma.

L’Hujjatulislam Abbas Di Palma si è laureato in “scienze islamiche” presso l’Islamic College for Advanced Studies di Londra ed ha studiato le scienze islamiche tradizionali presso le hawzat ‘ilmiyya (circoli sapienziali o più semplicemente seminari) di Londra, Damasco e Qom. È attualmente presidente dell’Associazione Islamica “Imam Mahdi” e responsabile del Centro Islamico “Imam Mahdi” a Roma. È stato autore e traduttore di vari testi sull’Islam, alcuni dei quali sono attualmente in fase di stampa.

conferenza_takfirPurtroppo in giro vi sono idee assai confuse sull’Islam e le sue contraffazioni. Può spiegare al lettore non specialista quali sono i caratteri salienti dell’ideologia “takfirita”?

Il “takfirismo” è un’ideologia che, come dice il nome, si basa sulla pratica del “takfîr” o perlomeno che la ritiene una componente essenziale del proprio credo e assetto ideologico nonché del modo di agire dei suoi adepti. Il “takfîr” [nome verbale del verbo kaffara: ritenere qc. miscredente, NdR] è un termine arabo che viene utilizzato per indicare una ‘scomunica’ che viene applicata nei confronti di un soggetto dichiaratosi appartenente ad una religione diversa dall’Islam dopo esser stato musulmano. Come è noto, in ambito islamico, non esiste una chiesa così come viene intesa in termini cattolici e di conseguenza la suddetta dichiarazione non possiede alcun valore canonico. Detto questo, è pur vero che nell’Islam, così come nel disegno del monoteismo e della profezia più in generale, esistono dei parametri entro i quali il credente è tenuto ad identificarsi. La mancata identificazione con questi parametri, però, non legittima la scomunica arbitraria proveniente da parte di un settore della comunità islamica. Ciò significa che il soggetto avente gravi problemi dottrinali viene di fatto escluso dalla comunità dei credenti “per principio” e non per mezzo delle inferenze e espressioni azzardate degli uomini. Purtroppo la pratica del “takfîr”, sostenuta e sobillata dai paesi occidentali ormai da qualche secolo, è penetrata in alcuni ambienti della comunità islamica facendo proselitismo tra le masse ignoranti delle società musulmane e questo ha portato ad orrende conseguenze quali decapitazioni di innocenti, stupri e massacri di ogni genere.

 

La confusione regna sovrana anche al riguardo di altri termini come “salafita” e “wahhabita”. Ed anche “fondamentalista” e “integralista” vengono usati un po’ a casaccio. Per non parlare di “jihadista”. Potrebbe sinteticamente fare chiarezza al riguardo e, se possibile, stabilire se il “takfirismo” è un esito implicito delle suddette posizioni?

Il problema della terminologia è assai preoccupante in quanto è anche attraverso di esso che i centri di potere riescono ad inculcare le masse con idee e nozioni da questi premeditate. Ogni termine, ovviamente, ha un’etimologia, un origine e un significato ben precisi; comunque l’utilizzo che ne viene fatto spesso diverge dall’intenzione avuta durante la sua coniazione in ispecie quando il suddetto utilizzo è vincolante per gli scopi politici di grandi potenze. Ancora più inquietante è quando l’utilizzo di un dato termine è stato denudato di un significato sacro, come può essere il caso dei termini “Islâm” e “Jihâd” da cui si sono ricavati i beceri aggettivi di “islamista” e “jihadista”, poiché ciò non comporta soltanto una contraffazione del significato originale e quindi un semplice inganno, ma anche un’inversione di percorso, non più mirato agli obiettivi beati e celesti delle sfere più nobili dell’esistenza di cui i termini sacri ne sono un’indicazione palese, ma che si allontana sempre di più da essi lasciando girovagare l’uomo nella perdizione e dannazione ben lungi da pace, felicità e serenità. Il takfirismo è stato il mezzo principale usato in ambiente islamico atto a distorcere la sacralità e, di conseguenza, la finalità, dei termini religiosi. È possibile che molti aderenti a questo movimento abbiano agito in tal senso inconsciamente e che essi siano stati usati solo come una pedina nelle mani della vera arroganza mondiale che purtroppo proviene dal nostro mondo, geopoliticamente parlando, ma ciò non giustifica l’ignoranza in alcunché. Iddio ha fatto dono dell’intelletto a tutti e non è un caso che una nobile tradizione reciti: “Due unità di preghiera di colui che sa valgono più di settanta unità di preghiera di colui che non sa”.

locandinaPerché l’ideologia del “takfirismo” costituisce un grave pericolo per tutti i musulmani?

Il takfirismo è un pericolo per tutti i musulmani è questo è evidente dopo aver testimoniato le aberrazioni disumane perpetrate dai suoi aderenti le quali hanno sbalordito il mondo intero, anche se nei fatti, senza voler fare nomi, qualcuno prima di loro ha compiuto oscenità analoghe che però non sono mai state trasmesse completamente attraverso mezzi di informazione. Sconfessare un musulmano in nome dell’Islam e senza alcuna autorità legittima, dichiarare lecito versare il suo sangue e appropriarsi dei suoi beni finendo col trattarlo peggio di una bestia destinata alla macellazione, che comunque nell’Islam necessita anch’essa di gradi di rispetto, sono tutti fattori che dovrebbero stimolare un minimo di coscienza in un essere umano degno di tale nome. Quello che purtroppo succede in alcuni soggetti è che la loro anima vuota si maschera con il volto dell’esuberanza, magari motivato dalla ricerca di quella soddisfazione mancata e ricercata in atti di culto vuoti di spirito e carenti di vera guida; l’esuberanza si muta poi in follia giungendo così ad un punto di non ritorno sia per corpo, mente e spirito. Il grande pericolo per i musulmani è dunque non solo l’isteria omicida che viene coltivata in questi individui, ma anche la diffusione delle sue cause interiori ossia un’adorazione d’Iddio scevra di contenuto reale ma contaminata da elementi psichici ed emotivi di svariata provenienza.

Quali sono stati i contributi più rilevanti della Conferenza di Qom?

La conferenza sul takfirismo tenutasi nella città santa di Qom è stata sicuramente un’occasione benedetta per la riflessione e il confronto contro questo morbo, proveniente dall’esterno, che ha infettato la comunità islamica. Credo che ivi ci siano stati interventi molto utili ed interessanti, soprattutto quando si è detto che il takfirismo non è un semplice movimento politico poiché ha delle basi dottrinarie e quindi deve essere combattuto anche dottrinalmente. Non si può semplicemente relegare il fenomeno del takfirismo ad un movimento storico o politico, ma se ne devono considerare anche le deviazioni dottrinarie, le quali vengono utilizzate come giustificazione per legittimare ‘scomuniche’, decapitazioni e quant’altro. Gli interventi del grande Ayatollah Makarem Shirazi e del grande Ayatollah Ja’far Subhani hanno colto questo importante punto parlando anche di principi teologici quali l’intercessione divina, la conoscenza dell’occulto e la visita alle tombe e ai mausolei, concezioni rigettate dai takfiriti, seppur accettate per secoli dai musulmani sin dall’alba dell’Islam, le quali rappresentano alcune cause intermedie delle loro uccisioni nei confronti di altri musulmani. Degna di nota, oltretutto, è stata la menzione di un versetto coranico citato da molti relatori ove è detto: “Chi uccide intenzionalmente un credente avrà il compenso dell’inferno dove rimarrà in perpetuo; su di lui l’ira e la maledizione d’Iddio e avrà un doloroso castigo” (4:93). È chiaro dunque che l’unica via di uscita per un takfirita onde giustificare le proprie malefatte sia la ‘scomunica’ nei confronti dell’altro ed è per questo che in essa viene riposta molta enfasi da parte dei suoi fautori.

 

makarem_shiraziPerché, secondo Lei, una simile iniziativa è stata patrocinata da ambienti religiosi sciiti iraniani? Che risposta c’è stata negli ambienti sunniti?

L’iniziativa di questa conferenza, la prima del genere tenutasi nella città santa di Qom, è stata patrocinata direttamente dal grande Ayatollah Makarem Shirazi, noto teologo, giurista ed esegeta sciita, ma l’affluenza di sapienti provenienti dal mondo sunnita è stata comunque massiccia. Ciò a dimostrazione del fatto che il mondo sunnita differisce dal takfirismo, che è stato invece condannato categoricamente da tutti i presenti alla conferenza. Grazie a Iddio nella Repubblica Islamica dell’Iran è possibile tenere questo tipo di eventi ad alto livello internazionale, cosa che purtroppo è difficile fare dalle nostre parti in quanto la situazione culturale, sociale e politica sono un’aggravante non indifferente per l’organizzazione di simili eventi. In generale, la risposta avuta dagli ambienti sunniti innanzi alla presente crisi è stata più che soddisfacente a Qom, città sciita per eccellenza; lo stesso purtroppo non possiamo dire delle autorità vaticane, soprattutto dopo aver constatato le dichiarazioni del Pontefice il quale ripetutamente ha esortato i sapienti musulmani a prendere una ferma posizione contro il terrorismo e a difendere le minoranze cristiane nel Vicino Oriente come se non lo avessero mai fatto. Con rammarico abbiamo letto queste dichiarazioni ben coscienti del fatto che i musulmani hanno difeso non solo i loro correligionari ma anche i villaggi cristiani liberandoli dalle mani dei terroristi ovunque sia stato possibile, donando il proprio sangue e le proprie vite. Quello che ci aspettiamo da un’istituzione religiosa e millenaria come la Chiesa è un po’ più di coerenza e di vicinanza con “coloro che riconoscono il Messia in Gesù figlio di Maria”. Si tratta di una critica fatta senza spirito polemico ma speriamo serva a qualcosa.

 

Qual iniziative educative, in ambito islamico, potrebbero essere intraprese per evitare il proselitismo di “cattivi maestri”?

Quando si offre alle persone acqua sporca, questi la berranno per colmare la propria sete, ma se si offre loro sia acqua sporca che pulita, questi prenderanno l’acqua pulita. Presentare il puro Islam è interesse di tutti, musulmani e non-musulmani, ma quando ciò non avviene si lascia ingresso libero alle predicazioni degli ignoranti e questo è quanto è avvenuto sotto agli occhi di tutti. Certo, l’Islam fa paura a chi lo detesta e allora si cerca di presentarlo e diffonderlo in una guisa ben lontana dalla realtà affinché le masse lo abbiano in odio. Tale tranello ha quindi contribuito alla diffusione del takfirismo e alla presentazione dei suoi fondatori ufficiali, dei sostenitori, degli apprendisti e dei veri e propri militanti. Per risolvere il problema, cercare l’aiuto di realtà spiritualmente morte è abbastanza autolesionista poiché risiede proprio lì la radice del problema. D’altra parte è anche vero che cercare di presentare la spiritualità in una società che cerca in tutti i modi di ucciderla rimane comunque impresa ardua. Innanzi alla suddetta situazione non vi è altra scelta che riconoscere la propria incapacità, affidarsi a Iddio, avere pazienza ed agire con una saggezza proveniente dall’alto, non per mezzo di noi stessi. Se vi fosse anche una piccola élite in grado di sviluppare questa coscienza fino in fondo, forse si potrebbe fare qualcosa pure su larga scala. Se non è possibile, non è concesso darsi per vinti ed è doveroso continuare con la preservazione della dottrina e della prassi islamica con i mezzi a disposizione possibili e necessari.

 

Ritiene che il “takfirismo” costituisca un problema anche per la giovane comunità islamica italiana?

Il takfirismo è un problema per tutti noi, uomini e donne, giovani e anziani, religiosi e non-religiosi. È sicuramente un problema anche per la nostra comunità islamica italiana che si trova minacciata da questo fenomeno alquanto moderno. È un dato di fatto però che nel nostro paese, come nel resto mondo, il livello culturale e intellettuale si sia di gran lunga abbassato. Se una volta era assai normale e comune parlare di problemi esistenziali, delle origini e della fine della creazione, del senso della vita, eccetera, oggi le discussioni di rilievo vertono più su temi quali democrazia, diritti umani, immigrazione e così via. Quando si perde il contatto con la realtà intesa in senso assoluto e universale, è il livello ontologico degli uomini che viene a meno, l’essere umano non è più colui che è ma colui che vuole, non è più colui che è benedetto presso Iddio e gode di codeste benedizioni ma colui che mangia, beve e dorme, niente di più. In un tale contesto, è facile inculcare idee devianti ed erronee al primo che capita per il semplice fatto che alle genti è stata strappata la loro identità. Non è dunque troppo difficile anche in Italia imbevere qualcuno, specialmente i giovani già in balia di sofferenze psicologiche di vario tipo, di ideologie pericolose come il takfirismo. Se vogliamo testimoniare un futuro accettabile dobbiamo farlo attraverso lo spirito e noi musulmani credenti, in Italia o altrove, guardiamo a Gesù e all’Imam Mahdi, su di loro la pace, come fonte di grande ispirazione nonché di vera e propria forza nel momento della loro nuova venuta pubblica sulla terra, ed è in tal senso che sin da adesso dobbiamo agire.

***

Per approfondimenti:

Who Manoeuvres the “Islamic Modernists”? A Focus on Libya

by Enrico Galoppini

timbuctu1“Timbuktu is in the hands of Islamic fundamentalists”. This is what newspaper headlines and agencies wrote in early July 2012, reporting the destruction of mosques and shrines by militants of Ansar ed-Din, who had taken control of the holy city of Mali.

Here we are not interested in entering into the merits of the clash between the militants and the government, or between the militants and the “secular” Tuareg, who were their allies just a short time ago. But one thing must be said: without the elimination of Gaddafi, who was not an “atheist” at all, that pandemonium in Mali – which follows the “masterpiece” in Libya operated by individuals of the same mindset – would not have been possible…

Not to mention the fact that Timbuktu is considered a “World Heritage Site” by UNESCO. We all know that the importance and value of a city and of a site, as well as of a sacred place, is not certainly given by the “certification” of an agency of the United Nations, contrary to what they make us think. We know agencies were established just to pave the way to the “new world order” (NWO) “without God”, and all its effects.

That being said, let us look at the reasons why these “fundamentalists” rage with particular vehemence and fury against those Islamic places of worship (and we stress the word “Islamic”), which house the remains of people considered “saints” by the local population (and not only), models of piety and virtue, who – after they followed them until they were in this world – go to “visit” them (ziyâra)[1] to benefit from the baraka that flows out from their “spiritual influences”, and get an “intercession” from the Lord, and not to worship them as “gods”!

First, as for the “cult of the saints”, the awliyâ’[2], in Islam, we must say that it is completely “Islamic”, while all these “modernists”, “Salafis”, “Wahhabis” and so on, consider it to be “blasphemous”, for “idolaters”. Their main point is that in order to safeguard the principle of tawhîd (Divine Unity and Oneness: the Principle can only be one and only one) everything that leads the Muslim to errors, such as “association” (shirk), should be absolutely avoided: that is to say attributing an “equal” to God.

Now, so far (the “non-dual” concept) we all agree. However, because of excess of zeal, what happens is that these ‘Calvinists of Arabia’, to remove legitimacy to everything that can be of help, of support, a ‘launching pad’ to facilitate the elevation of the believer towards the highest rank, that of spiritual realization prerogative of the “elects”, ends up in driving everybody away, isolating people, even if well-intentioned, at the mercy of the most dangerous thing existing: their own criteria and judgement[3].

The “modernists”, in fact, from whom wahhabis, salafis, takfiris etc., come from, believe that everyone, in their own “journey of knowledge” (the deep awareness, the “absolute certainty” –‘ilm al-yaqîn-, that everything is God and that God is everywhere), must rely only on their own efforts, that, in the end, every human being is “the master of himself”. At the most, they accept the authority of some “men of wisdom” who studied in schools with their same ideology. But they do not want to hear about “masters”, they think masters do not exist, except for those from newspapers, television, or even worse from the internet.

So we understand the role of all those satellite channels that make you believe that it is good sitting in an armchair at home and listening to somebody’s sermon on television, someone who looks good on camera seems to be enough to think you have a strong leadership and, above all, a leadership in contact with the “good entities” in the “invisible world” (‘âlam al-ghayb).

Now anyone can understand that if you deny that there may be men able to establish in life, here on earth, a “connection” of this type, you implicitly deny the existence of the “invisible world”, mentioned in black and white in the Quran[4].

For these ‘Puritans of Islam’, from complete doctrine – and therefore true to the extent that it becomes intelligible language for the men of an era (that of Kali Yuga)[5] data of metaphysics (which by its nature is one) -, Islam turns into “Islamism”[6], into a “religious ideology”. Like Zionism, that far from representing Judaism is nothing but an ideological interpretation that, thanks to the combination of several factors, has completely taken the scene to the point that both its proponents and his detractors identify it tout court with Jewish tradition. With the modern “Islamic fundamentalism” the problem is very similar: it is just an ideological interpretation of Islam, which ipso facto produces a basic misunderstanding of what Islam really is, which becomes, in the eyes of those who knows nothing about it (the “western people”), understandably hateful and “barbaric”[7].

montagna_sacraWe are therefore before an example of “reductionism”, a simplification resulting from a fundamental misunderstanding that, as this is typical of those who have very little understanding, they want to impose on everyone. Basically, it is recognized that there is a mountain peak that must be reached, but how to reach it and, above all, that there are “expert guides”, is not to be mentioned. Let’s think about the end waiting for the inexpert and improvised climber if he decided to climb the summit of Mount Everest armed only with maps, diaries of famous climbers and all the best equipment available! For sure, in the end, everybody make ‘their own’ experiences, and their journey is ‘unique’, different from the others’. But the effort is not made in vain (different would be going there by helicopter!), and the goal is the same for everyone; and there we all see the same view: it dominates the world, and we finally understand what the meaning of “Real” is. These “modernists”, however, believe that it is not possible to reach the mountain peak, they prefer eating whole libraries of essays and encyclopedias about mountains and climbing, trying to see who knows more. But let’s be careful when choosing our “guides”; at the first crevasse, with no experience, they could fall down together with their unwary climbing companions.

Then you must love the ‘mountain’! It is not only a matter of “records”, as Reinhold Messner, famous Italian climber, said many times. The analogy also works here: you cannot expect to get “virtue and knowledge” only through your “head”…

What remains, therefore, to those who make the “knowledge” just a matter of learning? To those who brandish this idea like an axe against “apostates” (kuffâr) whom they need to be convinced they’re always right? Their rationality.

We have a plastic representation of this in the destruction of a door of a famous mausoleum in Timbuktu, held closed for decades, or perhaps even more. Local tradition reports that the opening of the door would occur only “at the end of the times” … So, the members of the “fundamentalist movement” called Ansâr ad-Dîn, in defiance of the local “gullibility”, have broken down the door, and of course “nothing” happened… they were certainly happy of this victory against “superstition”.

What really is surprising is the coincidence between the positions of the skeptics, atheists and rationalists with those of the ‘Protestants of Islam’, for whom everything must be understood and refuted in a rational-materialist way.

They, ‘poor souls’, do not realize that the important point is not that “nothing happened”. The important thing is that they broke through that door; they passed the “limit”. So, without realizing it, they “made ​​real the prophecy”. But relying on mere rational faculties of man – which makes them helpless in front of the lower psychism – they act believing that they are going in a specific direction when they are actually working for the forces intent on achieving the exact opposite of what they believe. Basically, they believe they act to “dispel the prophecy”, while they are those who “made it real”! Everything is perfect and terribly inescapable.

timbuctu2Besides, the destruction of “the port of Timbuktu” and other shrines in the entire Islamic world, from Lybia to Iraq – significant because they root Islam locally, just as the catholic shrines (and coincidentally the Protestants do not have…) – is similar to the demolition of the “Buddha of Bamyan” in Afghanistan by the Taliban. Like on that occasion, we – the so-called “western people” – feel sorry for the “destruction of culture”, the “religious intolerance” and so on, without being able to understand the essential point, which is much easier to identify when to fall under the fury of these ‘Islamic puritans’ are shrines and places of worship pertaining to Islam itself.

They are perhaps ‘seals’, or ‘works of protection’ that as long as there exist, they prevent infiltration (or leakage) of dissolving forces? The future events in the whole Islamic world will soon show us if we are wrong or not…

But this is not it. Another important question we must ask is: Who manoeuvres the “Islamic modernists”?

This is curious: since the beginning of the so-called “Arabian Spring”[8], the “Islamic militants” turned again into “nice people”[9], whereas until a couple of years ago – when Obama, ‘new Kennedy’, “held out his hand to Islam” with his speech in Cairo in June 2009 – they were depicted as real monsters that threatened the so-called “moderate Arabian countries” (Tunisia, Egypt and sometimes also Syria!).

In the first part of this article we explained the mindset of these “modernists” and from what ‘pulpit’ – perhaps it would be better to say the ‘abyss’ – comes their ‘preaching’. We also indicated in all forms of “modernism” a phenomenon of reductionism, therefore of fundamental misunderstanding of what spiritual realities are, because they actually are “reality” made of a different substance from that of ordinary things, but they are neither “nice speeches” nor overestimated “erudition” of which many Muslims today are proud of.

On the other hand, if you can tell how something will go by how it begins, we must expect these and other ‘edifying’ deeds: when the Wahhabis (who are not Sunni!)[10] conquered for the first time the Holy city of Medina, in the XVIII century, they did not hesitate to destroy even the tomb of the Prophet of Islam, and still today they hinder the regular running of the acts of devotion, in His presence, that millions of faithful people yearn to do when they go to Arabia for the Hajj (or the ‘umra) at the “House of Allah”.

The ‘iconoclastic’ fury of these ‘Puritans of Islam’ (which is why they get on so well with Anglo-America) shows no sign of decreasing, from Egypt to Tunisia, Syria, and now in Iraq after the birth of a pseudo caliphate whose leader calls himself significantly “Abû Bakr”: in Egypt, even in a delirium which is not afraid to become buffoonery, there are those who proposed to demolish the pyramids, symbols of “paganism”![11]

And how can we forget Libya[12], intended victim after the destabilization of the two neighboring states, always in the name of “anti-superstition” and a rationalistic “true Islam” that, unfortunately, is spreading like wildfire in Europe thanks to the actions of some organizations that – committing an inexcusable mess – try, a little because they believe in it, and a little because they are like old foxies, to appear in abetting “institutions” as the standard-bearers of an absurd and impossible union between “Islam and Democracy”, discussed at the academic level by many “sociologists of Islam” one worse and incapable than the other.

They are all together passionately – some protagonists of the so-called “Arab Spring”, some others channeling the university knowledge in a reassuring riverbed – at the service of their true ideal ‘homeland’: the “modern world”, in which they all live comfortable, with its “democracy” that is like an indisputable totem. So that – without explaining how and where it would take doctrinal legitimacy – just a “revolt” achieves success, the successors of the Afghan “Freedom Fighters” bury the hatchet and inaugurate the season of the ‘electoral games’, showing happily, in front of the media of the same gangs who financed the “rebellion”, their thumb dirty with ink of those who finally put their neck in the yoke of political factions and the government of the worst.

LIBYA-UNREST-ISLAMIn Libya, those that ‘someone’ called “drug addicts” and “rats of NATO”, after they had served as camel troops for the “liberators”, are soon devoting to their favorite activity[13], which is to desecrate what is completely out from their intellectual and spiritual understanding[14]. They dedicate themselves to the curse and destruction of what they do not understand, because like all ignorant people, who usually simplify, they freak out at the thought that there is something able ‘to escape’ from them, from which they are completely excluded. And, this beats everything, they show their vile deeds, doing a competition to see who cries more at breakneck speed “Allâhu akbar!” (“God is [the] greatest!”), as if to show that as the wrath of the pious man, of the ‘intimate of God’ (walî), has not discharged against the authors of the act, that would mean that all the devotion towards him was definitely misplaced because the Lord has done nothing to defend the mausoleum, nor has ‘struck’ the authors of the destruction. It seems to see the work of nineteenth-century positivists, since these ‘demonstrations’ are childish and stupid[15]. This point will not be stressed enough to understand the “Islamic decadence” represented by these “modern” trends, that only someone who totally ignores the meaning of Tradition can exchange for “renaissance” or “awakening”[16].

One of the last demonstration of this kind in “free Libya” (the one – to be clear – plunged back under the heel of usury and its “loans”; the one of new underdevelopment disguised as “tradition”; the one of the sale of all strategic sectors that configure the sovereignty of a nation; the one of an inconclusive tribalism) was the destruction, by a mass of lemmings stirred up by the worst kind of ignorant clergy[17], the mosque-mausoleum of ‘abd as-Salâm al-Asmar[18], of which there is also a disturbing filmed proof[19].

This place of worship and devotion, which contained about 5,000 volumes finished in ash (they have checked that there were no works of Ibn Taymiyya, their favorite!) is not the only one which fell into the clutches of fanaticism. In Tripoli, like trained monkeys, they demolished with bulldozers another important place of Islamic worship (we underline “Islamic” for those who had begun to think that these “Muslims” have a gripe only with non-Muslims)[20]. But at the shrine of Sîdî Ahmed az-Zarrûq[21], the same crazy people have escaped with the body of the pious man buried there[22].

The so-called “authorities”, arrived in Tripoli on the ‘magic carpet’ of British Airways and kept officially their distance. But this is not anything new, because they did the same in Italy in the early post-“liberation” times, with license to kill and destroy, several gangs of “partisans”, surely sent by the actual ruler, who was certainly not the pseudo-government of those who collaborated with the enemy, but the one who had established the sudden physical elimination of the head of the legitimate Italian Government and the disappearance of his famous folder with “compromising” documents.

As for bulldozers, it is interesting to notice that when Israel destroys Palestinian property with the same hasty ways, unanimous curse is unleashed on the Islamic side, but in this case, especially on the part of the supporters of the “Arabian Spring”, happy with their ‘Ikea mosques’[23], no criticism is raised.

The religious leaders of these “rebels” are perpetually angry, they anathematize and point finger at everybody. But when they get the money from some “emir”, as if by magic, they become meek ​​and mild and willing to tolerate any mischief: pecunia non olet, especially if it smells of oil.

I wonder how a Muslim can adopt as a “spiritual guide” individuals who do not have any sense of peace, brotherhood and love in the true sense of the word[24]; despite the necessary intransigence and adherence to the life-giving spirit of the letter of the Message (the Risâla), otherwise it is assured the decline in “spiritualism” and the irrational, the other pole of the disintegration of authentic spirituality (and with it, the man to whom it is addressed), together with the rationalist literalism with which these ‘hard-core Muslims’ are the most recent expression.

mappa_neocaliffatoI also wonder where they want to end up when they will have handed over all the southern and eastern shores of the Mediterranean to these unilateral fanatics. Media will bombard us with “Islamic terrorism”[25] so to start a new season of the “Clash of cultures” to the benefit of divide and impera in the Mediterranean Sea and Eurasia?[26] NATO will help them to colonize and attack us if we try to get rid of our occupants? The answer is yes, because these guys – apart from the famous 9/11 attack attributed to ‘Osama bin Mossad’ – do not seem interested in damaging America and England, which indeed admire in their heart, and then hate because the admiration is not reciprocated, but are constantly willing to search for death and destruction in all those countries that periodically the West identifies as “the enemy” to be destroyed: before Afghanistan with the excuse of “godless communism” (the West is not “atheist”?); then Yugoslavia under the guise of (one-way) “ethnic cleansing”; then Algeria with the excuse of the “fundamentalist threat” (empowered by them!); then Chechnya with the excuse that in any case the Russians are always “communists” and “drunk”[27]; then the “Arabian Spring” with the excuse of (variable geometry) “tyrannies”… Who will be the next target? India because they “worship cows”? China because they eat pork with mushrooms and bamboo? The Catholic Church because the Trinity is “idolatrous”? Now, in Iraq and in Syria, they attack the Shiites because they consider them “heretics”, but – as I said – not even the Sunni faithful to their tradition are protected from their violence. In short, the list of “bad people” delivered by some James Bond along with the briefcase with the banknotes is still long, and not even at the end you can read the name of Anglo America. No, for them, at the proof of facts, and not for some blatant bragging that does not cost anything, the problem does not exist…

Someone very famous among the Muslims, Imam Khomeyni, certainly aware that the adversary is much more than an ‘accident’ of the world, once described America as “the Great Satan” and a certain idea of his own religion “American Islam”. They also say that the devil’s greatest skill is pretending that he does not exist. So, these “Islamic modernists” may not have come to that point, but certainly they often mistake him for someone else!

FOOTNOTES:

[1] On this important practice, present in many traditions: N. AMRI, Le corps du saint dans l’hagiographie du Maghreb médiéval, “al-Simsimah”, 5th Sept. 2012 (http://alsimsimah.blogspot.be/2012/09/le-corps-du-saint-dans-lhagiographie-du.html).

[2] Sing. walî, from a root word that conveys the meaning of “proximity”, “friendship”, then “government on behalf of” (in this specific case, “on behalf of the Lord”).

[3] On the issue of “legitimacy”, from the sunni islamic point of view, of the practice of “visits” to the tombs of saints and of all that concerns it, a reference text is Rudûd wa munâqashât ‘alà mâ warada fî kutayyibât “ash-shirk wa wasâ’ilu-hu ‘inda fuqahâ’ al-madhâhib al-arba‘a” [Responses and discussions about the pamphlets on “The association and its instruments at the jurists of the four Schools of Law”], published by Idârat al-iftâ’ wa al-buhûth/Qism al-buhûth (without reference to the place and date). Here, the term shirk (“associationism”) refers to what is sometimes badly translated with “polytheism”: technically, shirk is to associate, in practice and in thought, other “gods” to the One God; it is, in other words, the sanction of the error that falls on those who profess in any way a dualistic conception.

[4] Starting from The Holy Quran II, 3.

[5] On the doctrine of “cosmic cycles”, one of the best works available is G. GEORGEL, Les quatre âges de l’humanité, Archè, Milano 1975.

[6] L’Islamismo contro l’Islam? [The Islamism against Islam?], special issue of “Eurasia – Review of Geopolitics”, 4/2012.

[7] Here for “western” we do not mean those who live in a specific area of the planet, but all those who share, adapting their way of life, the “modern” world view, essentially characterized by atheism (which can disguise itself in various ways, among which there is the so called “secularism”). “Western”, therefore, is synonymous with “modern”.

[8] We refer to our “Primavera araba” o “fine dei tempi”? [“Arab spring” of “End of times”?], “Europeanphoenix.it”, 6th Apr. 2011 (http://europeanphoenix.it/component/content/article/4-politica/40-libia-egitto-tahrir-tunisia-arab-guerra-unione-europea-america-obama-africa-mubarak-ben-ali-kosovo-). See also E. GALOPPINI, Guida alla stesura di una tesi di laurea sulla “Primavera Araba” [Guide to writing a thesis on the “Arab Spring”], published on the website of the “CeSE-M – Centro Studi Eurasia-Mediterraneo”, 21th Jan. 2014 (http://www.cese-m.eu/cesem/2014/01/guida-alla-scrittura-di-una-tesi-di-laurea-sulla-primavera-araba/), in which are cited numerous reference works on the issue.

[9] They have already been “nice people” so many times: during the war against the USSR in Afghanistan, the breakup of the former Yugoslavia, again in theaters such as Chechnya, Ossetia, Dagestan etc. And now in the entire Middle East when they attack fundamental geopolitical and strategic objectives such as the Syrian State.

[10] M. OMAR, I sunniti sono oppressi in Arabia saudita, non in Siria [The Sunnis are oppressed in Saudi Arabia, not in Syria], “Eurasia-rivista.org”, 13th Aug. 2012 (http://www.eurasia-rivista.org/i-sunniti-sono-oppressi-in-arabia-saudita-non-in-siria/16750/).

[11] I salafiti: “Le piramidi vanno distrutte. Sono simboli pagani” [The Salafists: “The pyramids must be destroyed. They are pagan symbols”], “Il Messaggero”, 13th Jul. 2012 (http://www.ilmessaggero.it/primopiano/esteri/i_salafiti_le_piramidi_vanno_distrutte_sono_simboli_pagani/notizie/208009.shtml).

[12] A. LATTANZIO, Libia: campo di battaglia tra Occidente e Eurasia [Libya: battlefield between the West and Eurasia], Anteo Edizioni, Cavriago (RE) 2012.

[13] Libia: attacchi ai mausolei [Libya: attacks on mausoleums], “Euronews”, 26th Aug. 2012 (http://it.euronews.com/2012/08/26/libia-attacchi-ai-mausolei/).

[14] Here we adopt the definition of “intellect” according to which it is the intuitive knowledge of the heart, not of the mind.

[15] We could propose a bold approach, according to Christian tradition. Those who gather under the cross and ask the Christ, to tempt him, because if he is “truly the Son of God” does not call a legion of angels to save him, it is as if suggested: “Since there was no one coming to save you, you’re a charlatan! Are not you the one who claims to be”.

[16] E. GALOPPINI, Il “Risveglio islamico”: il senso di una definizione [“Islamic Awakening”: the sense of a definition], “Eurasia – Review of Geopolitics”, 4/2012, pp. 185-192 (this is my report prepared for the 1st International Conference on “Islamic Awakening” – Teheran, 17th-18th Sept. 2011).

[17] That “clergy” typically based in London – just to cite one example of his monstrosity – who incites the murder of other Muslims (“deviant”, of course) for the mere fact that not bleat in unison according to the dictates of their “Islamic ideology” that pretend to be Islam. Listen what he says the Lebanese “shaykh” Omar Bakri, stationed for a long time just in London: http://www.youtube.com/watch?v=GIgnUuOC4RE&feature=youtu.be.

[18] http://en.wikipedia.org/wiki/Abd_As-Salam_Al-Asmar.

[19] http://www.youtube.com/watch?v=wnlRVKVuo7M&feature=youtu.be.

[20] G. HESS SKANDRANI, La nouvelle Libye démocratique, tribaliste, takfiriste, otanesque, oscurantiste…, “La voix de la Libye”, 26th Aug. 2012 (http://lavoixdelalibye.com/?p=5574).

[21] Here a biography: http://alsimsimah.blogspot.it/search/label/Biographie%20de%20Sidi%20Ahmed%20Zarrouqq.

[22] Shaykh Ahmad Zarroq’s grave has been desecrated in Libya, http://seekerofthesacredknowledge.wordpress.com/2012/08/26/shaykh-ahmad-zarruqs-grave-has-been-desecrated-in-libya/ (Article of 26th Aug. 2012, which also signals a video in which a Muslim resident in Canada complaint very clearly the action of the Salafis: http://www.youtube.com/user/ShaykhFaisalVideoBlo?feature=watch). To judge the “intellectual” level of these ‘islamic pickhammers’, see this interview, in which the caretaker of the mosque-mausoleum of ‘Uthmân Bâshâ, in Libya, tells some anecdotes about the destructive raid of which was the object: http://www.youtube.com/watch?v=xzwskvKyWqY.

[23] The reference is to standardized places of worship, constructed in accordance with an unmistakable style, alien to the history and traditions of the place from which all elements of so-called “superstition” are banned of course. The Balkans – and Kosovo in particular – have been filled, for about ten years now, with mosques of this type.

[24] I have dealt with this problem in this article: Solo un santo ci può salvare dalla “crisi” [Only a saint can save us from the “crisis”], “Europeanphoenix.it”, 22th Dec. 2011 (http://europeanphoenix.it/component/content/article/3-societa/206-solo-un-santo-ci-puo-salvare-dalla-crisi). See also al-Hubb fî al-Qur’ân [Love in the Holy Quran], by H.R.H. Prince Ghazi of Jordan (downloading english version: http://main.altafsir.com/LoveInQuranIntroEn.asp#.U-soh-N_t_A).

[25] C. CORBUCCI, Il terrorismo islamico. Falsità e mistificazione [Islamic terrorism. Falsehood and reception], Editrice Agorà, Roma 2011. It is a fundamental work, in which 1,741 pages debunks any kind of misunderstanding about it. The Author – who has a deep knowledge of the “traditional” view of the world – is a lawyer who has dealt with the most sensational cases of so-called “Islamic terrorism”. Read also E.GALOPPINI, Islamofobia. Attori, tattiche, finalità [Islamophobia. Actors, tactics, goals], Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 2008 (for further informations: http://www.insegnadelveltro.it/catalogo/metropoli/galoppini_islamofobia.htm) .

[26] La seconda guerra fredda [The Second Cold War], is the title of the dossier of “Eurasia – Review of Geopolitics”, 2/2014.

[27] E. GALOPPINI, Al-Qaradawi: “La Russia è il nemico numero uno dell’Islam e dei musulmani”. Ma chi sono i loro… amici? [Al-Qaradawi: “Russia is the number one enemy of Islam and Muslims”. But who are their… friends?], “Eurasia-rivista.org”, 22th Oct. 2012 (http://www.eurasia-rivista.org/al-qaradawi-la-russia-e-il-nemico-numero-uno-dellislam-e-dei-musulmani-ma-chi-sono-i-loro-amici/17383).

Italia a rovescio: minacciate (e indifese) le persone per bene

di Enrico Galoppini

chiurliFa davvero riflettere la serie di minacce, persino di morte, pervenute al consigliere regionale Gabriele Chiurli, che ha preso l’iniziativa di convocare, presso la sede del Consiglio regionale toscano, un convegno sulla geoingegneria clandestina, la quale solo in parte riguarda il pur rilevante fenomeno delle “scie chimiche”.

Sulla pagina del suo canale su YouTube, lo stesso Chiurli accenna a queste minacce, sollevando una questione importante: perché tutte queste accuse, queste intimidazioni, quando a fior fiori di ladri (e traditori del popolo italiano, aggiungiamo noi) non arriva nemmeno un piccolo insulto?

Il motivo potrebbe essere questo: nessuno si azzarda a scrivere offese sulla pagina Facebook di un personaggio del sistema perché dopo pochi minuti si troverebbe, come minimo, con una perquisizione a casa. Mentre un “illustre sconosciuto”, che non dispone né della scorta né di una pronta e tetragona difesa a suo favore da parte di media e magistratura, qualora s’imbarchi in qualche impresa “coraggiosa” deve mettere in conto di attirarsi come minimo gli strali, anche isterici, di chi non è d’accordo con lui.

Sempre che queste minacce che colpiscono un po’ tutti quelli che assumono pubblicamente posizioni “scomode” provengano da individui in “buona fede”, ovvero persone e ambienti organizzati che semplicemente non sono d’accordo giungendo ad esprimere un dissenso anche “sopra le righe”.

Va anche aggiunto – sempre dando per “spontanee” queste campagne d’intimidazione – che argomenti forti come le “scie chimiche” o il “signoraggio”, per non parlare dell’immigrazione, dell’ideologia di genere, dell’antisemitismo, ma anche di temi storici come il Fascismo e, in particolare, la “guerra civile” 1943-1945, quando vengono portati su un proscenio per così dire “ufficiale” suscitano le ire di tutti coloro che si sentono in dovere di difendere una loro posizione nell’attuale assetto di potere, oppure di quelli che vedono vacillare una sorta di “ideologia dominante” nel momento in cui certi temi escono dal “virtuale” della rete per entrare nel vero e proprio “dibattito” pubblico e/o istituzionale.

nogeoingegneria_crtMa il sospetto fondato è che ci sia ben altro all’opera. Cioè la malafede e l’organizzazione, da parte d’insospettabili e “rispettabili” ambienti, di queste campagne d’odio, che non si peritano di oltrepassare il delicato limite degli insulti personali, al di là degli argomenti stessi del contendere.

La prova del nove che questi sospetti non sono solo un pensar male, è che gli stessi media che strillano ai quattro venti anche solo la vaga possibilità che qualcheduno intenda minacciare un “pezzo grosso” – propinandoci la solita sequenza di “cattivi” che vanno dagli “anarco insurrezionalisti” ai “terroristi islamici”, passando per gli onnipresenti “estremisti di destra” – non sprecano mezza parola per tutti gli insulti e le minacce rivolte all’indirizzo di (rari) politici, ricercatori e giornalisti che denunciano imperterriti tutto il marciume che c’è e che potrebbe essere riassunto in un’unica formula: tradimento della Patria.

Gli organi preposti ad indagare e, se è il caso, a fornire un’adeguata protezione, in questo stato di cose (Italia Repubblica delle banane Usa/Nato) non possono che fare orecchie da mercante, ed anzi sarebbe strano il contrario.

Con ciò non intendiamo dire che tutti, in quegli ambienti, sono corrotti. Anzi, siamo fermamente convinti che anche da quelle parti vi siano persone sane, con ancora un po’ d’amor patrio e la capacità di sbalordirsi di fronte a quel che vedono, spesso e volentieri “dall’interno”. Ma il problema è che i loro superiori – come i direttori delle varie testate giornalistiche, di comprovata “fede” – sono perlopiù acquisiti all’ideologia del tradimento, pertanto, dovendo obbedire a degli ordini non possono che tutelare con nutrite “scorte” chi dovrebbe invece essere abbandonato alla furia popolare e, ironia della sorte, ignorare i rischi corsi da italiani per bene che, unicamente per passione, perseguono il bene comune (quindi anche il loro), e che per un ribaltamento dell’ordine naturale delle cose si trovano ad essere “attenzionati” senza aver commesso alcunché di male e di pericoloso per l’altrui incolumità.

Perché un conto è mettere a repentaglio la vita degli altri, come quelli che – poveri mentecatti e delinquenti – pensano di fare la “rivoluzione” ammazzando questo o quello o, peggio ancora, piazzando qualche bomba a casaccio; un altro è ripetere incessantemente come stanno le cose, senza peli sulla lingua, per amor della verità e con l’unico scopo d’informare chi non sa ancora; e, perché no, tradurre in termini politici quello che si sa e che si è capito, ad esclusivo beneficio di quella terra italica che è di tutti, e non solo di chi la sta avvelenando in ogni modo per far finire, colmo dei colmi, sul banco dei “cattivi”, proprio chi si oppone a questo vero e proprio crimine.

 

“Risarcimenti” per un film???

di Enrico Galoppini

hollywoodAmmesso che il sabotaggio del sito della Sony sia stato effettuato da pirati informatici della Corea del Nord, c’è qualcosa di particolarmente comico nelle affermazioni di Obama che, commentando il ritiro della pellicola “The interview”, ha parlato di “danno economico enorme”.

Qui di “enorme” c’è solo lo scollamento dalla realtà da parte del presidente di uno Stato che da quando esiste ha scatenato in giro per il mondo una quantità tale di guerre ed aggressioni che hanno provocato “danni economici” incalcolabili, per non parlare dei morti ammazzati.

L’America adesso promette rappresaglie, vendetta, tremenda vendetta. Ufficialmente per un film che non esce nelle sale!!!

Non so se ci rendiamo bene conto del livello di follia. Ma quando si arriva a questo punto di non ritorno è forse segno che siamo vicini al corto circuito finale.

Gli americani però sanno fingere bene e non per caso Hollywood è farina del loro sacco.

Quindi adesso fanno gli offesi, gli impermalositi. I paladini della “libertà d’espressione artistica”. Ma loro, tanto per restare nel campo cinematografico, sono proprio quelli che negli anni della “paura rossa” (Red scare), a colpi di “purghe” ed “epurazioni”, hanno ridotto il mondo del cinema a stelle e strisce a quella macchina della propaganda che ben conosciamo.

divi-di-statoUna macchina di balle spaziali che non si ferma davanti a nulla: neanche alla simulazione dell’assassinio di un capo di Stato vivo e vegeto, che a questo punto potrebbe anche avere i suoi buoni motivi per boicottare un simile monumento alla “libertà d’espressione”.

Gli apologeti delle ragioni dell’America (cioè tutti quelli che hanno diritto di parola su giornali e tv) hanno buon gioco nel tenere bordone all’inquilino della Casa Bianca e al codazzo di “divi di Stato” che gli fanno eco. E se poi il “cattivo” di turno è la Corea del Nord, non c’è più freno inibitorio che tenga, col livello delle fandonie e della libertà d’insulto che giunge addirittura a superare quello già notevole quando di mira son presi l’Islam e i musulmani.

La Corea del Nord è effettivamente, più di qualunque altro, il Male assoluto.

Ogni diceria sul suo conto è lecita, tanto nessuno – stante il suo “isolamento” – può verificarla. Ma quello che è davvero rilevante è un altro aspetto: la Corea del Nord non minaccia nessuno.

Invece l’America afferma il contrario (perché è lei che minaccia praticamente tutto il mondo) e lo fa credere a tutta quella parte del pianeta che tiene sotto scacco, politico, economico, militare e culturale (l’Italia deve proiettare per forza, in base ad “accordi”, un tot di film americani). Per questo non diciamo: “Tutto il mondo crede alle balle dell’America”.

Figuriamoci se in Russia, in India o in Cina danno credito a queste sparate per un film. Ma noi non sapremo mai cosa ne pensano là, perché quello che conta è che “l’Obama-pensiero”, cioè la versione americana, entri in tutte le case. Dove non si sa praticamente nulla di “danni economici” ben più gravi e che ci toccano nel borsellino.

Vogliamo parlare del “danno economico” provocato dalle assurde “sanzioni” alla Russia in tempi di “crisi”? Oppure delle devastazioni, volute dalla Nato, della Siria e della Libia, che erano nostri partner commerciali di primo livello?

guerra-in-coreaSe proprio si vuol scomodare la parola “risarcimenti”, gli Usa dovrebbero pensare al “danno economico” inferto al popolo coreano, vittima, dal 1950 al 1953, di una delle tante guerre degli Usa che ha prodotto tra le altre cose l’attuale divisione tra le due Coree del Sud e del Nord.

E stiamo a farla lunga per un film? E perché mai un presidente di uno Stato dovrebbe tanto accalorarsi per un “danno economico” subito dalla una ditta privata? Va bene che un governo che si rispetti tiene nel debito conto gli interessi delle attività economiche dei propri cittadini, ma qui c’è dell’altro. C’è che questi film non sono il semplice prodotto dell’estro e della creatività di cineasti ed attori: sono commissionati direttamente dal governo e supervisionati dai suoi esperti di guerra psicologica per manipolare le coscienze di tutti quelli che se li sorbiscono, indirizzandone gli umori e le passioni.

A questo punto, altro che “danno economico”… Quali disastri avrà prodotto, nelle coscienze di miliardi di persone, questa velenosa e capillare propaganda che da decenni le martella senza pietà?

Solstizio d’Inverno

Il Discrimine ripropone un articolo il cui autore è scomparso due anni or sono. Un omaggio ad un Amico e Maestro. Bona Saturnalia, Alberto!

di Alberto B. Mariantoni

stoneIn Italia, il Solstizio d’inverno 2002 avverrà nella notte tra il 21 ed il 22 Dicembre prossimi, alle ore 02:12.

Ma che cos’è un “solstizio d’inverno” e da dove scaturisce – nella nostra coscienza collettiva e/o nella nostra Tradizione culturale italiana e latina – il fascino e la naturale attrazione per quel fenomeno astrofisico?

Non dimentichiamo, infatti, che quell’avvenimento iniziò ad essere celebrato dai nostri antenati (ad esempio: presso le costruzioni megalitiche di Stonehenge, in Gran Bretagna; di Newgrange, Knowth e Dowth, in Irlanda; o attorno alle incisioni rupestri di Bohuslan, in Iran, e della Val Camonica, in Italia), già in epoca preistorica e protostorica.

Esso, inoltre, ispirò il “frammento 66” dell’opera di Eraclito di Efeso (-560/-480) e fu allegoricamente cantato da Omero (Odissea 133, 137) e da Virgilio (VI° libro dell’Eneide).

Quello stesso fenomeno, fu invariabilmente atteso e magnificato dall’insieme delle popolazioni indoeuropee: i Gallo-Celti lo denominarono “Alban Arthuan” (“rinascita del dio Sole”); i Germani, “Yulè” (la “ruota dell’anno”); gli Scandinavi “Jul” (“ruota solare”); i Finnici “July” (“tempesta di neve”); i Lapponi “Juvla” ed i Russi “Karatciun” (il “giorno più corto”). Ed esso fu ugualmente individuato o scelto da un certo numero di tradizioni religiose del mondo, per fare nascere o emanare i loro esseri divini o soprannaturali (Oro o Horus, in Egitto; Tammuz a Babilonia; Bacco o Dioniso, nonché Ercole, in Grecia; Adone o Adonis; in Siria; Mithra, in Iran; Freyr – il figlio supremo di Odino – in Scandinavia; Quetzacoatl e l’azteco Huitzilopochtli nel Messico pre-colombiano; Bacab nello Yucatan;; Zaratustra in Azerbaigian; Buddha, in Oriente; Krishna, in India; Scing-Shin in Cina, Gesù Bambino in Palestina, ecc.).

Da un punto di vista astrofisico, il “solstizio d’inverno” è il giorno dell’anno nel quale – nel cielo dell’emisfero Nord del nostro Globo (mentre in quello dell’emisfero Sud o australe, ricorre il “solstizio d’estate”) – il Sole, nel suo moto annuo lungo l’eclittica (cioè, il cerchio massimo sulla sfera celeste che corrisponde al percorso apparente del Sole durante l’anno), viene a trovarsi alla sua minima declinazione. In altre parole: nel giorno del “solstizio d’inverno”, il Sole sorge nel punto più meridionale dell’orizzonte Est della Terra, culmina a mezzogiorno alla sua altezza minima (a quell’ora, cioè, è allo Zenit del tropico del Capricorno) e manifesta la sua durata minima di luce (all’incirca, 8 ore e 50/55 minuti). A partire da quel momento, la luce cessa di diminuire e ricomincia ad aumentare la luminosità delle nostre giornate…

Dal latino “Sol” (il Sole) e “status, a, um” (fisso, periodico) – che a sua volta potremmo fare derivare sia dal verbo “sisto, stiti, statum, sistere” (presentarsi, comparire a tempo debito) che dal verbo “sto, stas, steti, statum, stare” (stare, stare diritto, stare fermo, rimanere immobile, restar sospeso) – la parola “solstitium, ii” (nel senso di “brumale” o di “hibernum”, dunque, di “solstizio d’inverno”) era utilizzata molto raramente dagli autori classici della Roma antica (a mia conoscenza, esclusivamente da Catone o Marcus Porcius Cato, nel -III/-II sec., in “De agricultura” e dall’agronomo del I sec. della nostra era, Columella o L. Iunius Moderatus Columella, in “De arboribus” ed in “De rustica”), per due ragioni principali:

  1. la prima, è che la tradizione romana della festa del dies solis novi (il giorno del sole nuovo) affondava le sue radici, sia nel passato preistorico delle genti Ariane o Indoeuropee (a cui i Romani e la maggior parte delle genti Italiche appartenevano) che in quello, più recente, delle sue stesse basi cultuali (non dimentichiamo, infatti, che “Sol, la divinità solare – come precisa Julius Evola (“La Tradizione di Roma”, Ed. di Ar, collezione “Areté”, Manduria, 1977, pag. 138) – appare già fra i dii indigetes, cioè fra le divinità delle origini romane, ricevute da ancor più lontani cicli di civiltà” );
  1. la seconda ragione, è che la festa che nei tempi arcaici di Roma era definita Diualia (o ricorrenza del Diua Angerona: il Numen che permetteva l’attraversamento o il superamento degli “stretti passaggi”, come quello che compie il Sole nel giorno più corto e nella notte più lunga dell’anno, il 21/22 Dicembre) e che più tardi (cioè, dopo l’introduzione, sotto l’Imperatore Aureliano, del culto del dio indo-iraniano Mithra nelle tradizioni religiose romane e l’edificazione del suo tempio nel campus Agrippae, l’attuale piazza San Silvestro a Roma) assumerà il nome di Dies Natalis Solis Invicti, era praticamente inclusa all’interno di un più vasto ciclo di festività che i Romani chiamavano Saturnalia (festività che – a partire dal – 217 e dopo le successive riforme introdotte da Cesare e da Caligola – si prolungavano dal 17 al 25 Dicembre e finivano con le Larentalia o festa dei Lari, le divinità tutelari incaricate di proteggere i raccolti, le strade, le città, la famiglia, ecc.).

I Saturnalia che i nostri antenati facevano morfologicamente derivare dal vocabolo latino “sata, orum” (i “seminati”) e che, in un secondo momento, solennizzarono antropomorficamente in una celebrazione religiosa dedicata al dio Saturno (in un primo tempo, esclusivamente una divinità agraria latina, protettrice della semina e delle sementi, e successivamente, assimilato al dio greco Cronos, – a Roma, sposo di Ops o Opi ed in Grecia, consorte di Rhéa, la “Terra”, come madre dei frutti e dei campi – fu adorato come Creatore), avevano, in realtà, una più antica origine: quella che gli stessi Romani – senza conoscerne l’autentico configurato, l’effettiva provenienza e la reale genesi – avevano ereditato dalle popolazioni Latine dell’antico Latium a cui, nel tempo, si erano culturalmente e politicamente sovrapposti.

Quel configurato, quella provenienza e quella genesi vanno ricercati – a mio avviso – nel contenuto semantico dei nomi di due specifiche divinità latine che erano festeggiate, nel Lazio, nel corso del mese di Dicembre: Consus (Conso) e Ianus (Giano bifronte). Il dio Conso (dal latino, “condere”, indica l’azione del “nascondere” e/o del “concludere”) che – oltre al 21 Agosto (data in cui presiedeva all’azione del “mettere al sicuro il raccolto”) – era festeggiato il 15 Dicembre, nel corso delle Consualia, le feste dedicate alla “conclusione sacrale del vecchio anno” ed il dio Giano (antica divinità latina dalle “due facce”, “dio del tempo” e, specificamente, “dell’anno”, ed il cui tempietto, a Roma, consisteva in corridoio con due porte, chiuse in tempo di pace e aperte in tempo di guerra) che – sulla base della sua ancestrale accezione latina designa “l’andare” e, più particolarmente, la “fase iniziale del camminare” e del “mettersi in marcia” – regolava e coordinava l’inizio del nuovo anno, da cui “Ianuarius, ii”, il mese di Gennaio.

Come conferma Franz Altheim (“Storia della Religione Romana”, Ed. Settimo Sigillo, Roma, 1996, pag. 69 e 70), “Ianus e Consus, nella realtà religiosa romana, si riferivano all’inizio ed alla fine di un’azione”. E facevano ugualmente riferimento (… ) “ad eventi fissati nel tempo, ma che si ripetevano periodicamente”. Quella e quelli – mi permetto di aggiungere – dell’eterno ritorno della luce a discapito delle tenebre!

Bona Saturnalia a tutti, dunque! E spero che ognuno di voi, a partire da oggi, memore e cosciente delle proprie genuine ed ancestrali tradizioni, faccia rivivere, intorno a sé, quest’originale e romana maniera di scambiarsi gli auguri di “buone Feste” di fine d’anno e d’inizio del nuovo.

Entretien de Bachar el-Assad avec Paris-Match

bashar1Paris Match – Monsieur le président, après trois ans de guerre, au point où nous en sommes aujourd’hui, regrettez-vous de ne pas avoir gérer les choses différemment au début, lorsque les premiers signes de révolte sont apparus en mars 2011 ? Vous sentez-vous responsable ?

Bachar Al-Assad – Dès les premiers jours, il y avait des martyrs de l’armée et de la police. Nous avons donc, dès cette époque, fait face au terrorisme. Il y avait certes des manifestations, mais pas en grand nombre. Notre seul choix était de défendre le peuple contre les terroristes. Il n’y en avait pas d’autres. Nous ne pouvons pas dire que nous le regrettons car nous luttions contre le terrorisme dès les premiers jours. Cela ne veut pas dire qu’il n’y a pas eu d’erreurs commises dans la pratique. Il y a toujours des erreurs. Parlons aussi franchement ; si le Qatar n’avait pas financé dès le début ces terroristes, si la Turquie ne leur avait pas apporté un soutien logistique et l’Occident un soutien politique, les choses auraient été différentes. La Syrie connaissait des problèmes avant la crise, ce qui est normal, mais cela ne signifie pas qu’il faille trouver aux événements une origine intérieure.

Paris Match – Durant cette guerre, on reproche à votre armée d’avoir utilisé massivement la force. Pourquoi bombarder des civils ?

Bachar Al-Assad – Lorsqu’un terroriste vous attaque, croyez-vous que vous pouvez vous défendre par le dialogue ? L’armée a eu recours aux armes lorsque l’autre partie en a fait usage. Notre but ne saurait être de frapper les civils. Comment peut-on résister pendant quatre ans en tuant des civils, c’est-à-dire son propre peuple, et en même temps combattre les terroristes et les pays hostiles qui les soutiennent, à savoir ceux du Golfe, la Turquie et l’Occident ? Si nous ne défendions pas notre peuple, nous serions incapables de résister. Par conséquent, il n’est pas logique de dire que nous bombardons les civils.

Paris Match – Des images satellites de Homs ou de Hama montrent des quartiers oblitérés. L’ONU, une organisation à laquelle adhère votre pays, parle de 190 000 morts au cours de cette guerre. Les habitants de ces quartiers étaient-ils tous des terroristes ?

Bachar Al-Assad – D’abord, il faudrait vérifier les statistiques des Nations Unies. Quelles en sont les sources ? Les chiffres qui circulent aujourd’hui dans le monde, notamment dans les médias, sont exagérés. Ils sont faux. Ensuite les images de destructions ne sont pas seulement des photos satellites, mais des photos prises sur le terrain. Ces destructions sont réelles. Lorsque des terroristes pénètrent dans une région et l’occupent, l’armée doit la libérer. Des combats sont alors engagés. Il est donc normal qu’il y ait destruction. Dans la plupart des cas, lorsque les terroristes s’installent, les civils prennent la fuite. En vérité, le plus grand nombre de victimes en Syrie se compte parmi les partisans de l’État, et non l’inverse. Beaucoup ont été tué lors d’attentats. Quand vous avez la guerre et le terrorisme, il y a hélas des victimes innocentes. Ça arrive n’importe où, d’ailleurs. Mais il n’est pas concevable qu’un État vise ses propres citoyens.

Paris Match – Toujours selon l’ONU, trois millions de Syriens sont réfugiés dans les pays limitrophes, soit un huitième de la population syrienne. Est-ce que ce sont tous des alliés des terroristes ?

Bachar Al-Assad – Non, non. La plupart de ceux qui ont quitté la Syrie l’ont fait à cause du terrorisme. Parmi ces réfugiés, certains soutiennent les terroristes, d’autres l’État. Ces derniers ont quitté le pays pour des raisons de sécurité. Une grande partie des réfugiés ne soutient personne.

Paris Match – D’un point de vue militaire, avez-vous les moyens de gagner la guerre ?

Bachar Al-Assad – À présent, nous combattons des États, pas seulement des bandes. Des milliards de dollars leur sont versés. Des armes leur ont été fournies par des pays comme la Turquie. Il ne s’agit pas d’une guerre facile d’un point de vue militaire. Pourtant, l’armée syrienne progresse dans beaucoup de régions. Personne ne peut encore prévoir quand cette guerre prendra fin, ni comment. Nos adversaires pensaient, au début, gagner le cœur des Syriens. Ils n’y sont pas parvenus. Ils ont perdu le soutient de la population locale. C’est précisément ce qui a permis à l’armée de progresser. Nous devons envisager la guerre d’un point de vue militaire, social et politique.

Paris Match – Mais ils n’ont pas encore perdu, puisque la moitié de votre pays vous échappe ?

Bachar Al-Assad – L’armée syrienne ne peut être partout à la fois. Là où elle n’est pas présente, les terroristes en profitent pour franchir les frontières et s’infiltrer dans telle ou telle zone. Mais à chaque fois que l’armée décide de reprendre une région, elle y parvient. Il ne s’agit pas d’une guerre entre deux armées, où l’une occupe un territoire et l’autre un autre. Il s’agit d’un autre type de guerre. Nous avons affaire à des groupes terroristes qui s’infiltrent dans une ville ou dans un village. Cette guerre sera donc longue et difficile.

Paris Match – Beaucoup disent que la solution c’est votre départ. Avez-vous vous-même envisagé que votre départ soit la solution ?

Bachar Al-Assad – Partout dans le monde, un chef d’État arrive au pouvoir par un mécanisme constitutionnel, et il le quitte par le même mécanisme. Un président ne peut ni s’imposer ni quitter le pouvoir par le chaos. La preuve tangible, ce sont les conséquences de la politique française en Libye avec la décision d’attaquer Kadhafi. Quel en a été le résultat ? Après son départ, il y a eu le chaos. Son départ était-il la solution ? La situation s’est-elle améliorée ? La Libye est-elle devenue démocratique ? L’État est comme un navire : dans la tempête, le capitaine ne prend pas la fuite. Il ne quitte pas le bord. Si les passagers doivent s’en aller, alors il sera le dernier à partir.

Paris Match – Cela veut dire que le capitaine est prêt à mourir. Vous avez évoqué Mouammar Kadhafi, est-ce que vous avez peur de mourir de la même façon que Saddam Hussein ou que Kadhafi ?

Bachar Al-Assad – Le capitaine ne pense pas à la mort, ni à la vie, il pense à sauver son navire. S’il fait naufrage, tout le monde mourra. Il faut donc mieux tout faire pour sauver son pays. Mais je voudrais souligner une chose importante. Mon but n’est pas de rester président, ni avant, ni pendant, ni après la crise. Mais quoiqu’il arrive, nous autres Syriens, n’accepterons jamais que notre pays devienne un jouet entre les mains de l’Occident. C’est un principe fondamental pour nous.

Paris Match – Parlons du groupe État Islamique. On entend dire parfois qu’au départ, le régime syrien a encouragé la montée des radicaux islamistes pour diviser l’opposition. Que répondez-vous ?

Bachar Al-Assad – D’abord en Syrie, nous avons un État, pas un régime. Soyons clair sur la terminologie. Si nous supposons que cela est vrai, et donc que nous avons soutenu l’État Islamique, cela revient à dire que nous leur avons demandé de nous attaquer, d’attaquer nos aéroports militaires, de tuer des centaines de nos militaires, d’occuper nos villes et nos villages. Où est la logique là-dedans ? Qu’avions-nous à gagner dans tout cela ?
Diviser et affaiblir l’opposition, comme vous le dites ? Nous n’avions pas besoin de le faire. L’Occident lui-même reconnaît que cette opposition était fantoche. C’est ce qu’Obama lui-même a dit. L’hypothèse est donc fausse. Mais alors, où est la vérité ? En réalité, l’État Islamique a été créé en Irak en 2006. Ce sont bien les États-Unis et non la Syrie qui occupaient l’Irak. Abou Baker al-Baghdadi était dans les geôles états-uniennes et non dans les prisons syriennes. Qui a donc créé l’État Islamique ? La Syrie ou les États-Unis ?

Paris Match – Les Syriens que nous rencontrons à Damas font plus allusion aux cellules dormantes djihadistes en Occident qu’à la guerre contre l’État Islamique. C’est étonnant, non ?

Bachar Al-Assad – Le terrorisme est une idéologie et non des organisations ou des structures. Or, l’idéologie ne connaît pas de frontières. Il y a vingt ans, le terrorisme s’exportait depuis notre région, en particulier depuis les pays du Golfe comme l’Arabie Saoudite. À présent, il nous vient d’Europe, et notamment de France. Le plus gros contingent de terroristes occidentaux venus en Syrie est français. Ils commettent des attentats en France. En Belgique, ils ont attaqué le musée juif. Le terrorisme en Europe n’est plus dormant, il s’est réveillé.

Paris Match – Les Américains sont aujourd’hui, contre l’État Islamique, des alliés tactiques. Considérez-vous toujours leur intervention comme une violation du territoire syrien ?

Bachar Al-Assad – Vous avez utilisé le mot tactique, et c’est là un point important. Vous savez bien qu’une tactique n’a aucun sens sans une stratégie. Car elle seule n’arrivera pas à venir à bout du terrorisme. Il s’agit d’une intervention illégale, d’abord parce qu’elle n’a pas reçu l’approbation du Conseil de sécurité, ensuite parce qu’elle n’a pas tenu compte de la souveraineté d’un État qui est la Syrie. La réponse est « oui », c’est une intervention illégale, et donc une violation de la souveraineté nationale.

Paris Match – L’AFP rapporte que votre aviation a effectué 2 000 sorties aériennes en moins de 40 jours, ce qui est énorme. Quand vos avions croisent leurs avions, par exemple en allant bombarder Raqqa, existe-t-il un protocole de non agression ?

Bachar Al-Assad – Il n’y a pas de coordination directe. Nous attaquons le terrorisme là où il se trouve, sans prendre en considération ce que font les États-Unis ou la coalition. Vous seriez sans doute surpris d’apprendre que le nombre quotidien de sorties de l’aviation syrienne pour frapper les terroristes est supérieur à celui de la coalition. Donc d’abord il n’y a pas de coordination. Ensuite les frappes de la coalition ne sont que cosmétiques.

Paris Match – Mais ces frappes-là vous aident. La démission du Secrétaire américain à la Défense Chuck Hagel s’explique en partie parce qu’il pensait qu’elles renforçaient votre gouvernement et vos positions.

Bachar Al-Assad – Notez que votre question contredit celle dans laquelle on est accusé de soutenir Daech. Ça veut dire plutôt que nous sommes des ennemies de Daech.

Paris Match – J’ai dit qu’on entend qu’au départ, vous avez soutenu Daech pour diviser l’opposition.

Bachar Al-Assad – Je ne vous accuse pas, je fais plutôt allusion à ceux qui le pensent.

Paris Match – Maintenant, une des conséquences était cette démission, du point de vue américain. Estimez-vous quand même que les frappes de la coalition vous aident ?

Bachar Al-Assad – On ne peut pas mettre fin au terrorisme par des frappes aériennes. Des forces terrestres qui connaissent la géographie et agissent en même temps sont indispensables. C’est la raison pour laquelle il n’y a pas eu de résultats réels après deux mois des campagnes menées par la coalition. Ce n’est donc pas vrai que les frappes de la coalition nous aident. Elles nous auraient certainement aidés si elles étaient sérieuses et efficaces. C’est nous qui menons les combats terrestres contre Daech, et nous n’avons constaté aucun changement, surtout que la Turquie apporte toujours un soutien direct dans ces régions.

Paris Match – Le 14 juillet 2008, vous étiez à la tribune sur les champs-Élysées en marge du sommet de la Méditerranée. Aujourd’hui le gouvernement français vous considère comme un paria, comment vivez vous cette situation ?

Bachar Al-Assad – Les bonnes relations entre 2008 et 2011 n’étaient pas le résultat d’une initiative française. Il y a eu d’abord les États-uniens qui ont chargé l’administration française à l’époque de faire pression sur la Syrie au sujet de l’Iran. Il y a eu ensuite le Qatar qui poussait la France à améliorer ses relations avec la Syrie. Entretenir de bonnes relations avec nous n’émanait donc pas d’une volonté indépendante de la France.
Aujourd’hui, les choses n’ont pas changé. Hollande, comme Sarkozy, n’agit pas de son propre gré.

Paris Match – François Hollande continue de vous considérer comme un adversaire, est-ce que vous pensez qu’à un moment le contact pourra être renoué ?

Bachar Al-Assad – Ce n’est pas une question de relations personnelles. D’ailleurs je ne le connais même pas. Il s’agit de relations entre États et institutions, et dans l’intérêt des deux peuples. Nous traiterons avec tout responsable ou gouvernement français dans l’intérêt commun. Mais l’administration actuelle œuvre à l’encontre des intérêts de notre peuple et de ceux du peuple français. Je ne suis ni l’ennemi personnel, ni le rival d’Hollande. Je pense que c’est plutôt Daech qui est son rival, puisque leurs cotes de popularité sont très proches.

Paris Match – Oui ou non, y a-t-il aujourd’hui en Syrie des armes chimiques ?

Bachar Al-Assad – Non, nous l’avons très clairement déclaré, et lorsque nous avons décidé de renoncer aux armes chimiques, c’était de manière définitive et totale.

Paris Match – Pourtant le secrétaire d’État américain John Kerry vous accuse d’avoir violé le traité en faisant usage de chlore. Est-ce vrai ?

Bachar Al-Assad – Vous pouvez trouver du chlore dans n’importe quel foyer syrien. N’importe quelle faction peut l’utiliser. Mais nous, nous ne l’avons pas utilisé, car nous avons des armes conventionnelles plus efficaces que nous employons dans notre guerre contre les terroristes. Nous ne le cachons pas, car c’est notre droit. Ces accusations ne nous surprennent pas. D’ailleurs, depuis quand les américains disent-ils la vérité à propos de la crise syrienne ?!

Paris Match – Avez vous utilisé des armes chimiques ?

Bachar Al-Assad – Nous n’avons pas utilisé ce genre d’armes, autrement il y aurait eu des dizaines, voire des centaines de milliers de morts, pas simplement 100 ou 200 personnes, comme on l’a dit l’année dernière, surtout dans des régions peuplées de centaines de milliers, voire de millions de syriens.

Paris Match – À l’occasion de votre dernier séjour à Paris en novembre 2010, j’avais interviewé votre femme Asma. Est ce que ça vous manque de ne plus pouvoir voyager hors de vos frontières ?

Bachar Al-Assad – Je ne suis pas un amateur de voyage, et mes visites n’étaient pas pour faire du tourisme. Ce qui me manque vraiment c’est la Syrie telle quelle était. Ce qui nous manque, bien sûr c’est un monde différent où règnent des relations logiques et morales. Nous avions à l’époque de grands espoirs de développer notre région, de lui assurer une plus grande ouverture intellectuellement. Nous pensions que la France était, par son patrimoine culturel, la mieux placée pour jouer ce rôle avec la Syrie au Moyen-Orient.

Paris Match – Votre femme se voyait comme une ambassadrice de la modernité, comment vit-elle cette situation, maintenant qu’elle est recluse en Syrie ?

Bachar Al-Assad – Comme tous les Syriens, comme moi, elle éprouve de la douleur en voyant la destruction et le sang versé. Nous avons de la peine de voir notre pays revenir des décennies en arrière, et devenir un foyer de terrorisme après avoir été parmi les cinq premiers pays sur le plan de la sécurité. Tous les deux, nous sommes navrés de voir l’Occident, qu’on croyait capable d’aider à l’ouverture et au développement, prendre la direction inverse. Pire encore, que ses alliés soient des pays moyen-âgeux du Golfe, comme l’Arabie Saoudite et le Qatar.

Paris Match – On vous décrit comme quelqu’un d’extrêmement proche de ses enfants, comment leur expliquez-vous ce qui se passe dans votre pays le soir en rentrant chez vous ?

Bachar Al-Assad – Ce dialogue se déroule dans chaque foyer syrien. Le plus difficile est lorsqu’on a affaire à des enfants dont la conscience sociale s’est formée durant la crise. Les deux principales questions qu’ils posent sont les suivantes : « Comment des gens qui croient ou disent défendre Dieu et l’Islam peuvent-ils tuer et décapiter ? » C’est une contradiction difficile à expliquer. Les enfants demandent aussi si ces gens-là savent qu’ils se trompent. La réponse est que certains le savent et exploitent la religion à fins particulières, d’autres sont des ignorants qui ne savent pas que la religion c’est le bien, et non le meurtre. Ils nous posent une dernière question : « Pourquoi l’Occident nous attaque et soutient les terroristes ? ». Ils ne parlent évidemment pas de l’Occident en tant que tel, mais évoquent des pays précis comme les États-Unis, la France, la Grande-Bretagne. « Pourquoi agissent-ils de la sorte ? Est-ce qu’on leur a fait du mal ? ». Nous leur expliquons alors que les peuples c’est une chose, et les États, c’en est une autre.

Fonte: Voltairenet.org, 3 dic. 2014

 

 

Gli “schiavi cinesi” vittime del… ‘furbocapitalismo’!

di Enrico Galoppini

laboratorio_cineseOgni tanto ricomincia il piagnisteo. Stipati come topi nella stiva e costretti a ritmi di lavoro degni di uno schiavo. Condizioni disumane, e noi, “insensibili”, consumatori finali dei prodotti finiti di quella “fabbrica-del-mondo” che è diventata la Cina.

Ci sbattono in faccia la disperazione praticamente senza vie d’uscita di poveracci che per la classica “ciotola di riso” lavorano e basta, per farci sentire come al solito cattivi. “Occidentali cattivi” che se n’approfittano per il loro egoistico “benessere”.

Persino sotto Natale, perché “si scopre” che anche gli addobbi, le luci e le palline dell’albero provengono da là; da quei gironi danteschi del lavoratore.

Che cos’è che oggigiorno non proviene dalla Cina? Praticamente quasi tutto.

Il guaio è proprio questo. Prima hanno creato le condizioni affinché la produzione industriale e manifatturiera di moltissimi beni di consumo si concentrasse in Cina, ed ora ci vogliono impietosire con queste “scene”, che vengono replicate anche in Italia quando ogni tanto salta fuori qualche “laboratorio” non proprio rispettoso dei “diritti dei lavoratori”…

Ma se si fosse protetta la produzione nazionale così com’era ancora fino agli anni Settanta-Ottanta, oggi non staremmo a commentare lo sfruttamento del povero operaio cinese.

Tutto ciò è doppiamente ipocrita: primo perché dello sfruttamento di chicchessia non è mai fregato nulla a nessuno; secondo perché se si cercano a tutti i costi il “profitto” e la “competitività”, assieme al “risparmio” dal lato del consumatore, non si può far finta che questo non provochi fenomeni raccapriccianti e scandalosi come quelli periodicamente mostrati nei vari tg di prima serata.

Che cosa dovremmo fare ora che “sappiamo” delle lacrime e del sangue che stanno dietro il nostro albero di Natale? Guardarlo con altri occhi? Smettere di farlo? Odiare il Natale?

Perché, piuttosto, nessuno si chiede come mai le palline e gli addobbi non si fanno più in Italia? Se fino a pochi decenni fa era così, che cosa lo impedisce oggi? Perché se era possibile produrre praticamente quasi tutto in Italia, oggi il cosiddetto “made in Italy”, quando è davvero italiano, riguarda più che altro settori merceologici che si prestano all’esportazione? Che cosa vieta – se non un assurdo appiattimento sulle parole d’ordine della “globalizzazione” e del “libero mercato” – che in Italia si produca, dal settore agro-alimentare fino, appunto, alle palline dell’albero di Natale, anche e soprattutto per il mercato interno?

Misteri di questo capitalismo che qualcuno ha definito “turbo”, ma che a noi, più che altro, pare solo e sempre insopportabilmente “furbo”!

Arte e ingegno nel cammino iniziatico

di L. Restrad

dante3Alla fine del suo cammino nell’antipurgatorio Dante, guidato da Virgilio, incontra l’angelo della porta del Purgatorio. Alcuni aspetti del suo incontro e della sua conversazione con l’angelo sono particolarmente significativi.

Tra questi vi è da segnalare il fatto che l’angelo scrive sulla fronte di Dante le sette «P» che si cancelleranno una ad una gradualmente con il processo di rigenerazione nei sette gironi del Purgatorio. Si può forse ravvisare in questo avvenimento la presa di coscienza che ogni essere sulla via della realizzazione deve avere dei propri limiti e delle proprie qualificazioni prima di entrare nella fase di realizzazione effettiva[1].

L’episodio forse più significativo di tale incontro è però quello in cui l’angelo delle due chiavi, d’oro e d’argento, che aprono la porta del Purgatorio manifestando come la chiave d’argento, riguardante i piccoli misteri, necessiti di molta arte ed ingegno per essere usata.

Così si esprime Dante:

Più cara l’una; ma l’altra vuol troppa

D’arte e d’ingegno avanti che disserri.

Perch’ella è quella che nodo disgroppa.[2]

Sembra così che il cammino del Purgatorio sia possibile quando contemporaneamente si disponga di una preparazione dottrinale adeguata concernente anche i grandi misteri, la chiave d’oro che è più preziosa (cara), e di una volontà di operare in conformità con i principi per la rigenerazione psichica, la chiave d’argento «che nodo disgroppa».

Si manifestano in tal modo indirettamente le qualificazioni principali per il cammino iniziatico di cui parla René Guénon ampliamente nella sua opera, cioè l’orizzonte intellettuale «sufficientemente ampio» e l’aspirazione iniziatica capace di «bruciare le scorie»[3].

Nell’ammonimento dell’Angelo a Dante vi è però un riferimento all’uso «dell’arte e dell’ingegno» nel manovrare la chiave d’argento che merita un approfondimento. A tale scopo è indispensabile comprendere il significato specifico dato da Dante a tali termini.

Il mondo contemporaneo ha completamente capovolto il principio medioevale e tradizionale «fatti non foste a viver come bruti ma per seguir “virtute e conoscenza”, infatti oggi l’assunto principale non è più la virtù e la conoscenza, ma la massima soddisfazione dei bisogni prevalentemente materiali.

In questo disegno capovolto non si soddisfano i bisogni primari per poter adempiere agli scopi umani più nobili, legati all’esercizio della virtù e all’ampliamento della conoscenza, ma al contrario l’ingegno umano e la scienza sono asservite allo sviluppo di bisogni primari e secondari concernenti la sfera fisica e i piani più bassi di quella psichica. A sua volta la mentalità consumistica genera necessariamente la tensione verso il profitto, cioè non si producono più delle opere qualitative da vendere ad un prezzo equo che permetta di continuare ad operare ed esercitare la «virtù propria», ma piuttosto la massima quantità di pezzi anche poveri di qualità che permetta il massimo profitto e quindi di possedere delle «cose».

In questo clima abbruttito dall’inversione della gerarchia dei valori tradizionali si manifesta una polarizzazione del mestiere (ministerium): da una parte, l’artista inteso in senso moderno, che produce pochi pezzi ad un prezzo molto alto e riservati ad una cerchia ristretta di individui «facoltosi», e dall’altra l’industria che produce cose «utili» ad un prezzo più basso, ma prevalentemente spoglie di contenuti qualitativi.

Senonché anche le cosiddette produzioni artistiche moderne poco hanno a che fare con quelle del passato per varie ragioni.

Tutte le tradizioni sono d’accordo nell’attribuire all’arte l’obiettivo di imitare la natura nel suo modo di operare[4]. D’altro canto si deve concepire la natura come la manifestazione dell’Arte Divina che si esprime attraverso la creazione.

Ma poiché ogni cosa creata è ancor prima concepita nella «Mente divina» (omnes enim rationes exemplaris concipiuntir ab aeterno in vulva aeternae sapientiae seu utero, S. Bonaventura In hexaem, coll. 20, n° 5), ne deriva che l’artista, imitando la natura, deve necessariamente riferirsi a dei paradigmi o delle «idee» divine nella sua opera. E questa è già una prima condizione per l’esecuzione di un’opera d’arte.

Vi è poi da considerare che non si può limitare l’attività artistica alla esecuzione di lavori sulla materia.

san_tommaso_d_aquinoSecondo il pensiero medioevale (S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologica I 14, 8 e I – II 57, 3) la scienza e l’arte riguardano la cognizione, ma, mentre la scienza si riferisce alla conoscenza, l’arte è ordinata ad una operazione esterna[5].

Da tale prospettiva molte materie che oggi sono considerate delle scienze, come quella medica o quella delle costruzioni, sono viste nel pensiero medioevale e tradizionale come delle arti. Se si concepiscono le scienze applicative come parte integrante di un’arte si può comprendere la formula del Maestro Costruttore Jean Mignot pronunciata a proposito della costruzione della cattedrale di Milano e in risposta a una diversa opinione: «ars sine scientia nihil».

Per converso «Omnis applicatio rationis rectae ad aliquio factibile pertinet ad artem»[6], da cui ne deriva che lo spettro delle attività artistiche si deve ampliare per comprendere le arti legate all’insegnamento, le arti legate al buon governo e al commercio, le arti mediche e infine tutte le arti legate alla lavorazione degli oggetti, alle colture agricole e degli animali.

In questo quadro poco importa che un’arte sia più nobile di un’altra; quello che conta è l’esecuzione magistrale dell’opera. Non vi è distinzione fra l’insegnante ed il carpentiere se non nella misura della qualità dell’opera «nec oportet si liberales artes sunt nobiliores, quod magis eis conveniat ratio artis». La capacità dell’artista di incorporare un’idea o un disegno divino o comunque un «archetipo» è la seconda condizione per l’esecuzione di un’opera d’arte in qualsiasi dominio essa si manifesti (recta ratio facibilium). Il necessario corollario di tale condizione è che la «sostanza» a cui deve essere attribuita una «forma» abbia i requisiti richiesti, sia che si tratti di esseri umani (ars docendi), di rapporti fra esseri umani, di oggetti fisici, o di qualsiasi altro supporto. Infatti il difetto nell’opera può dipendere sia da una carenza dell’artefice sia da una inadeguatezza del «materiale» da lavorare. A tale proposito vale la pena di ricordare tutte le considerazioni che fa Dante a proposito della lingua adatta ad esprimere il suo insegnamento, da cui ne deriva il suo abbandono del latino in favore della «lingua volgare» in certe circostanze (De vulgari eloquentia).

Per completare le condizioni atte al compimento di un’opera d’arte in senso tradizionale si dovrà fare un cenno anche ai fini che ci si propone. Si può affermare che in tutte le tradizioni, ivi compreso il pensiero medioevale come Dante stesso lo afferma[7], lo scopo più generale dell’arte è quello di educare. Attraverso le sue molteplici manifestazioni essa mira infatti a insegnare (docere) agli uomini l’ordine superiore delle cose incorporato a titolo di simbolo nelle stesse discipline artistiche e nelle varie produzioni che diventano di comune e corrente utilizzo.

Se questo è lo scopo generale bisogna ammettere che gli uomini non sono uguali e quindi l’arte per raggiungere lo stesso obiettivo deve tenere conto della natura degli esseri e delle circostanze ambientali. Non si possono insegnare a tutti né le arti marziali, né le arti liberali, ma solo a coloro che hanno una natura adeguata. Ne consegue che l’artista deve commisurare la propria produzione alla natura degli esseri e alle circostanze di tempo e di luogo (recta ratio agibilium). Questa è quindi la terza condizione perché sia compiuta l’opera d’arte come viene enunciata da S. Tommaso d’Aquino (Summa theologica: “Ars nihil quod recta ratio factibilium, omnis applicatio rationis rectae ad aliquid factibile pertinet ad artem sed ad prudentiam non pertinet nisi applicatio rationis rectae ad ea de quibus est consilium. Prudentia est recta ratio agibilium”).

Si è così messo in evidenza indirettamente che le produzioni artistiche moderne ben difficilmente possono soddisfare contemporaneamente i tre requisiti richiesti.

Non si è tuttavia ancora accennato all’altro termine dell’ammonimento dell’angelo a Dante, cioè all’ingegno.

Nel linguaggio corrente avere dell’ingegno è sinonimo di avere delle qualificazioni superiori alla media, prevalentemente nello studio o nell’esercizio di una attività. Ingegno deriva dal latino «Ingenium» e, se riferito ad un essere umano, potrebbe indicare lo stato di chi si è identificato con il proprio «genio».

A sua volta «genio» può essere assimilato al «Daimon» greco ed indicare in entrambi i casi il nume tutelare, l’angelo o l’influenza spirituale con cui ogni essere ha un rapporto privilegiato con il Principio. Essere in stato di «Ingenium» può così essere inteso, abbandonando l’uso corrente, come una condizione in cui l’anima sentimentale è influenzata o guidata da una superiore «coscienza».

sant_agostinoS. Agostino considera lo stato di «Ingenium» come la condizione per l’esercizio dell’arte ed è grazie a questo stato che Dante può affermare: “I’ mi son un che quando amor m’ispira, noto, ed a quel modo ch’e ditta dentro vo’ significando”[8].

L’associazione dei due termini «arte e ingegno» completa quindi ed integra le considerazioni precedenti sull’arte. Si manifesta attraverso l’ingegno uno stato particolare dell’artista che rende possibile la realizzazione contemporanea delle tre condizioni precedentemente indicate. L’apertura verso l’alto, le migliori predisposizioni dell’essere e un’anima concupiscente sedata e dominata sono una garanzia che l’opera sia compiuta con scientia, recta ratio e prudentia. Quanto di più distante quindi dall’artista moderno desideroso solo di esprimere ciò che gli suggerisce la sua esperienza individuale interiore.

Prima di considerare le implicazioni sul cammino iniziatico di una tale visione dell’arte e dell’ingegno secondo la prospettiva tradizionale non sarà inutile fare anche qualche cenno al problema della vocazione. Si potrà, in tal modo notare degli ulteriori collegamenti fra la vocazione, la teoria del gesto, così come è stato accennato da René Guénon, e la nozione tradizionale di arte[9].

Tutte le tradizioni sono concordi nell’affermare che l’uomo è la creatura più nobile nel suo stato d’esistenza. La nascita umana, difficile da ottenere ed espressione di un grado raggiunto nella gerarchia degli esseri, è poi il presupposto, durante la vita e nei suoi prolungamenti, di un’ulteriore evoluzione, sotto la spinta del «divino amore» o, come afferma la tradizione cinese, in virtù della «attrazione del cielo».

L’uomo divide con gli animali la sensibilità, ma si distingue da essi per la specifica facoltà «mentale». Asservendo il mentale alle sensazioni, o come dice Dante sottomettendo la ragione al talento[10], l’uomo rinuncia alla propria specifica natura per divenire simile agli animali. Viceversa usando in modo appropriato delle «virtù» della specie egli può partecipare della attrazione del «divino amore» per compiere la sua evoluzione durante il suo ciclo di vita.

Né l’uomo ozioso né l’uomo che non usa la ragione (ratio) sono veramente umani in quanto non esercitano le facoltà per cui sono stati preordinati. Secondo Dante “ciascuna cosa è virtuosa in sua natura che fa quello a che ella è ordinata onde dicemmo uomo virtuoso, che vive in vita contemplativa o attiva, a le quali è ordinato naturalmente; dicemmo del cavallo virtuoso che corre forte e molto, a la qual cosa è ordinato”[11].

Senonché della frase esaminata da Dante ne deriva anche una «virtù propria» di ogni individuo corrispondente alla propria natura particolare. Così l’uomo risulta fatto per vivere in conformità alla sua natura di uomo (men – manas) ma anche alla «virtù propria», ed è proprio nell’esercizio di una tale attività che si manifesta la vocazione di ogni individuo. Poiché ciò per cui si è fatti è anche ciò che si fa meglio, è naturale che a tali atti si accompagnino anche soddisfazione e piacere. In definitiva quando vi sia l’assunzione della propria vocazione (curam propriam diligentiae suae) il piacere accompagna e completa l’atto.

Vocazione è anche partecipare nel proprio dominio all’ordine universale, cioè a quello che viene definito «il disegno del Grande Architetto dell’Universo». Ogni uomo che segua la propria vocazione è quindi potenzialmente un artista, qualsiasi sia la sua attività, ed escludendo naturalmente una vita di pura contemplazione il cui fine è puramente conoscitivo. Tuttavia fra i requisiti necessari per compiere un’opera d’arte figurano anche una «materia» adeguata all’opera. Ed è questa la saldatura fra l’ordine individuale e l’ordine cosmico.

Nelle condizioni attuali che sono state accennate precedentemente non solo è difficile all’uomo di scoprire la propria vocazione, di compiere l’opera incorporando un paradigma divino, di agire adattandosi alle esigenze degli individui a cui si rivolge, di tener conto delle circostanze ambientali di tempo e luogo, di ascoltare non la propria individualità psicofisica ma il proprio «ingegno», ma sopratutto vi è la quasi impossibilità di agire su una «materia» che non sia segnata in maniera indelebile dai pregiudizi e dai limiti del mondo moderno. E nulla cambia se tale materia è di ordine fisico, sociale o concettuale, ovunque si manifestano gli ‘stessi segni[12].

rene-guenon1Tutto ciò può anche spiegare perché René Guénon[13] ha affermato che “… la ritualizzazione degli atti…” è ancora possibile almeno in ogni azione che è in rapporto con l’iniziazione. Si presuppone infatti che in un ambiente in rapporto con l’iniziazione, per una maggiore qualificazione degli individui, per una assenza o una minor partecipazione del punto di vista profano, per una protezione rituale e sopratutto per la presenza di una influenza spirituale siano ancora possibili dei compiti in cui si possa manifestare una «vocazione» e siano virtualmente possibili degli atti conformi all’arte, cioè in definitiva dei «gesti rituali»[14].

Fra i compiti possibili in un ambito iniziatico il principale è comunque quello del perfezionamento dell’individuo, al punto che è stato definito, almeno per quanto attiene i piccoli misteri, l’«arte reale». Tale definizione, nell’esprimere che si tratta di un’arte riservata agli Kshatria, stabilisce indirettamente anche una gerarchia. Il suggerimento di Dante d’impiegare arte ed ingegno per il cammino iniziatico è ancora attuale e realizzabile quando vi sia un ricollegamento iniziatico, un metodo ed una disciplina adeguate.

Il cammino iniziatico può essere alternativamente visto o come un viaggio o come un’opera (alchemica) da compiere. In un caso si tratta di navigare per giungere attraverso varie peripezie alla terra dei «salvati»; nell’altro caso si tratta di una serie di purificazioni o di eliminazioni di scorie che porteranno alla scoperta della forma perfetta (l’«oro alchemico»). Anche qui come nelle opere d’arte dei dominii più esteriori si impongono gli stessi requisiti già menzionati: scientia, recta ratio factibilium, recta ratio agibilium. Questo naturalmente se si esclude la vocazione, che in questo caso si trasforma nell’«aspirazione», e l’ingegno, che è suscettibile di manifestarsi attraverso il guru e gli upaguru esteriori proprio in proporzione all’atteggiamento di docilità assunta.

Naturalmente in questo caso per «scientia» si deve intendere la conoscenza dottrinale generale, il modello di riferimento a cui tende l’opera e le leggi che presiedono a tale cambiamento, o piuttosto a questa «trasformazione». È detto nella tradizione cinese che l’uomo saggio in procinto di dedicarsi al suo perfezionamento «scruta l’orizzonte» per identificare il cammino.

alchimia_felicitaIbn ‘Arabî, parlando dell’«Alchimia della felicità» (Kîmiyâ’ as-sa‘âdah), afferma che essa è la «scienza dell’elisir» e comporta delle vie di applicazione[15], specificando: “… l’oggetto della ricerca si trova nascosto fra una piega nascosta e un flusso che sgorga, ugualmente il come e il quando rientrano nella scienza della bilancia (misura)…”. Anche egli aggiunge “… Quando il saggio decide d’intraprendere l’opera alchemica esamina quale operazione sarà più agevole… egli inizia quindi a consultare il cielo…”.

Un atteggiamento non diverso da quello di Dante che volge il pensiero a Beatrice e lo sguardo al «monte». Lo scrutare l’orizzonte e lo sguardo rivolto verso l’alto evocano simbolicamente sia l’aspirazione ad una «conoscenza» sia la direzione da cui essa deve venire. È fin troppo evidente che nel caso specifico dell’«opera alchemica» o del «cammino iniziatico» si tratta in primo luogo della dottrina così com’è stata trasmessa attraverso i «libri sacri». Vi è però anche una dottrina espressa dai modelli di comportamento degli esseri che hanno raggiunto un grado di perfezionamento.

Un tale processo di assimilazione della «scientia», lungi dal compiersi istantaneamente, è il risultato più o meno lungo di una serie di operazioni o di «misure» del modello di riferimento. In prima istanza è già molto se l’iniziato si comporta come un artigiano che imita fedelmente un modello senza capirlo nella sua essenza. Ma per compiere l’opera è indispensabile che l’artigiano divenga un artista e i suoi atti non siano più servili ma liberi. Come dice A.K. Coomaraswamy: “… se l’artista non è conformato lui stesso alla cosa che egli è in procinto di creare egli non conosce veramente questa cosa e non può lavorare in maniera originale…”[16].

Lo stesso Dante afferma un analogo concetto:

Poi chi pinge figura

se non può esser lei, non la può porre[17].

Si può notare, attraverso una attenta lettura dell’Inferno e del Purgatorio, che le prime intuizioni di Dante e la sua preparazione dottrinale sono arricchite e completate dai suggerimenti dottrinali di Virgilio o di altri personaggi così come in varie circostanze vengono illustrati dai comportamenti esemplari riconducibili, pur nella loro varietà, al prototipo dell’uomo perfetto.

Si può concepire in tal modo che si configuri così gradualmente nell’iniziato il modello di riferimento a cui tendere, cioè la forma da dare alla sua opera, non disgiunta dalla conoscenza delle leggi che presiedono a tale grado di manifestazione. In tali condizioni si può dire che sia soddisfatto per l’iniziato il primo requisito per il compimento dell’opera d’arte su se stesso. La prospettiva suggerita da Dante di operare con «arte ed ingegno» ha il notevole pregio di combinare il simbolismo del viaggio iniziatico con il simbolismo dell’opera da compiere, il master piece del maestro massone. In tale prospettiva può prendere nuova luce anche il concetto evocato a più riprese da René Guénon della conoscenza teorica. Non si tratta così solo della conoscenza dottrinale ma anche di vedere in speculo cioè teoricamente «l’uomo nuovo» che deve formarsi, cioè il fine a cui tende il viaggio o l’opera. Un modello che, come si è detto, non si produce immediatamente, ma viene messo a fuoco per fasi successive a mano a mano che la mente si libera delle sue impurità ed è maggiormente atta a rispecchiare un grado elevato di perfezione.

Questo spiega perché l’imitazione del prototipo di riferimento (il Profeta, il Maestro, il Saggio, l’Inviato) sia dato comune a tutte le tradizioni e di tutte le forme iniziatiche. Un’imitazione che è necessariamente prima esteriore per poi adeguarsi alla essenza del modello per successive approssimazioni. L’appello alle «muse» di molti artisti o l’esecuzione di riti propiziatori prima di compiere un’opera sono poi un monito per l’esecuzione di questa prima fase conoscitiva.

Viene così adombrata la necessità di creare le migliori condizioni per cui si possa manifestare una «ispirazione» dall’alto, la quale deve necessariamente giungere attraverso la forma tradizionale propria dell’artista.

Quando poi questa opera consiste nel cammino iniziatico tali operazioni preliminari assumono un ruolo anche più importante. E ciò spiega perché venga dato tanto rilievo nelle scuole iniziatiche allo scrupolo nel rispetto delle norme di comportamento e nell’esecuzione dei riti, e ai ritiri spirituali. Il silenzio imposto all’apprendista nella tradizione massonica assume in tale quadro un valore significativo. Bisogna che l’uomo rivolga l’attenzione verso il suo interno e non verso le cose esteriori.

Se la conoscenza del modello è il primo passo per il compimento dell’opera d’arte, la sua esecuzione nella giusta misura (recta ratio) ne è il secondo. Come nessun artista si accingerebbe al lavoro senza conoscere i pregi e i difetti, cioè le caratteristiche, della materia su cui lavorare, ugualmente importa in primo luogo in tale fase conoscere «oggettivamente» la natura dell’individuo.

René Guénon[18] ricorda che per la costituzione dell’élite, cioè di coloro che sono suscettibili di ottenere un certo grado di realizzazione effettiva, è indispensabile che “essi stessi prendano coscienza delle loro qualificazioni”. D’altro canto la realizzazione del perfetto equilibrio implica la completa neutralizzazione di tutte le tendenze opposte che generano gli squilibri[19]; conseguentemente la presa di coscienza di tali limiti risulta propedeutica per il lavoro iniziatico così come la coscienza delle proprie qualificazioni.

Tali sono i presupposti per il processo iniziatico che si compie nell’ambito di una organizzazione la quale, è opportuno ricordarlo “… deve trovare presso i suoi membri, ad ogni grado e in tutte le funzioni, una collaborazione cosciente e volontaria, implicante tutta la comprensione effettiva di cui ciascuno è suscettibile; e nessuna vera gerarchia può realizzarsi e mantenersi su una altra base che quella…”[20].

sette_P_danteQuesti accenni si collegano con quanto è stato detto inizialmente a proposito della iscrizione delle sette «P» sulla fronte di Dante. Spinto dalle sollecitazioni del Maestro e dalla sua «aspirazione», che è anche una espressione delle sue qualificazioni, Dante chiede che gli venga aperta la porta del Purgatorio. Ma è proprio in queste circostanze che gli appaiono i suoi limiti:

Devoto mi gittai a’ santi piedi;

misericordia chiesi che m’aprisse

ma pria nel petto tre fiate mi diedi

Sette P nella fronte mi descrisse

col punton della spada, e “Fà che lavi,

quando sé dentro, queste piaghe” disse[21]

Si inizia così il processo di realizzazione iniziatico vero e proprio, preceduto solo dalla fase preliminare della «discesa agli inferi». Sappiamo che il superamento di ogni sfera del Purgatorio corrisponde ad un grado effettivo di realizzazione, ancorché riguardante i piccoli misteri. Sappiamo anche attraverso René Guénon che l’iniziazione effettiva comincia quando un essere prende coscienza della finalità del «piano del Grande Architetto dell’Universo» per quanto lo concerne[22].

Non si può concepire che una tale condizione si sia manifestata se preliminarmente non è stata riconosciuta la totale dipendenza dell’essere dal Principio[23], non come affermazione verbale ed esteriore, ma come profonda ed assoluta certezza.

Uno stato che potrebbe essere evocato dai tre colpi al petto di Dante, espressione di un pentimento in senso exoterico e di una metanoia in senso esoterico. Si può così concludere che a questo punto preciso del processo iniziatico, in cui viene preso in attenta considerazione il «materiale» per compiere l’opera, si aprono le porte del Purgatorio e vi deve essere per l’iniziato anche la presa di coscienza del piano divino per quanto lo riguarda. Un piano che, come dice René Guénon, ha delle analogie con la evoluzione e le fasi della vita umana individuale in quanto in ambo i casi essi procedono “…da un «archetipo» unico, piano universale tracciato dalla volontà suprema, che è designata simbolicamente come il Grande Architetto dell’Universo…”[24].

Il simbolismo della «vita terrestre» e dalla «vita umana» deve quindi essere suscettibile quando meditato in condizioni appropriate di generare, come ogni simbolo, un assentimento e una comprensione, in virtù della «intuizione intellettuale» del piano del Grande Architetto dell’Universo. D’altra canto i veri “… centri spirituali devono essere considerati come rappresentanti la volontà divina in questo mondo…”[25].

Vi è quindi per i singoli individui un momento che segna la loro partecipazione volontaria ed effettiva alla tradizione, in cui viene presa coscienza del piano del Grande Architetto dell’Universo per quanto li riguarda. Vi è anche nei veri centri spirituali la coscienza del piano più generale concernente i propri affiliati. Ed è solo cosi che si può manifestare quella «collaborazione cosciente e volontaria» a cui si è accennato precedentemente.

Nelle fasi preliminari a tale condizione solo la «docilità» e un certo grado di «presentimento» possono supplire e rendere comunque possibile un certo cammino[26]. L’atteggiamento manifestato da Dante nell’Inferno e nell’antipurgatorio nei riguardi di Virgilio e delle regole tradizionali evoca chiaramente queste predisposizioni iniziatiche, espressione delle stesse qualificazioni dell’individuo.

Per comprendere le operazioni di «rettificazione”, che vengono compiute nel processo di rigenerazione proprio dei piccoli misteri, può essere utile l’attenta lettura della parte della Divina Commedia che tratta dei sette gironi del Purgatorio[27].

pur_cantoXVIIUno studio di prossima pubblicazione, sui “sette gironi del Purgatorio”, metterà in evidenza il succedersi di tali fasi secondo un preciso ordine così come le modalità di «rettificazione» di ciascuna fase. Si potrà notare che si tratta in definitiva di correggere una serie di squilibri applicando la tendenza opposta al fine di giungere alla recta ratio, cioè ripristinando una misura armonica nell’individuo. Un’opera non diversa da quella che compie l’artista sulla «materia» prima della sua opera. Ora, avendo così fatto qualche cenno sulla trasposizione dell’opera dell’artista dal piano esteriore o materiale a quello interiore per quanto attiene le prime due condizioni necessarie alla esecuzione dell’opera d’arte, rimane da parlare della terza condizione, definita precedentemente con la formula medioevale: Recta ratio agibilium.

Si tratta qui della giusta misura, non nei rapporti intrinseci dell’opera, ma nei rapporti estrinseci con l’ambiente umano e cosmico esteriore. Parlando indirettamente di tale argomento René Guénon ha ammonito di non considerare le circostanze esteriori come puramente «fortuite» ma piuttosto l’espressione di leggi e tendenze riguardanti l’ordine generale, quello umano e quello cosmico a cui è opportuno conformarsi[28].

Dante nel suo pellegrinare nei gironi dell’Inferno, prima, e in quelli del Purgatorio, poi, non mostra una diversa attitudine rispettando sia i preposti alle varie funzioni sia i ritmi temporali o ambientali. Così lo vediamo arrestarsi, come è prescritto, durante la notte nel suo cammino nel Purgatorio e tener conto delle difficoltà del cammino. Talvolta, aiutato da Virgilio, egli giunge a cavalcare anche delle sinistre entità come Gerione pur di proseguire il cammino.

La fortuna viene descritta da Dante come una entità indifferente al volere degli uomini e preposta da Dio a «permutare»:

… a tempo li ben vani,

di gente in gente, e d’uno in altro sangue[29]

Una tale concezione della fortuna sembra possa rientrare, così come il destino inteso come “… una sorte di volontà oscura della natura…”, nell’“… insieme di tutte le influenze che emanano dall’ambiente cosmico e agiscono sull’individuo per determinarlo esteriormente…”[30]. Questo insieme di influenze agisce così sull’uomo mentre come dice Dante non tocca la libertà divina:

La contingenza, che fuor dal quaderno

de la vostra materia non si stende,

tutta è dipinta nel cospetto eterno[31].

Così l’uomo alleandosi alla «Provvidenza» divina, libera, e ai suoi piani, “… può fare equilibrio al destino e arrivare a neutralizzarlo…”[32], ottenendo in tal modo un certo grado di libertà. L’adagio dei Rosacruciani citato da René Guénon «sapiens dominabitur astris» non esclude però affatto di tener conto delle circostanze esterne.

Molte osservazioni fatte precedentemente a proposito del cambiamento di mentalità e della docilità assumono in tal modo un significato «tecnico» specifico per il compimento dell’opera. Per esempio le stagioni della vita che orientano gli esseri nei primi due quarti (infanzia e giovinezza) verso l’esterno e nei secondi due quarti (senettude e senio) verso l’interno sono circostanze che hanno un certo rilievo per il compimento dell’opera e possono suggerirne diversi modi di agire. Un ambiente particolarmente inquinato dai ritmi e dai pregiudizi del mondo moderno, se assorbito senza delle contromisure in termini di riti e letture tradizionali, può generare una lenta e graduale perdita di vigore nello sforzo iniziatico. Al punto che è stato detto da un maestro dell’esoterismo islamico “… la frequentazione dei profani è un veleno mortale per l’iniziato…”[33].

crisi_mondo_modernoIl mondo moderno con la sua esasperata attenzione alle questioni di carattere materiale studia a fondo i vari problemi d’inquinamento dell’ambiente fisico ma trascura totalmente quelli riguardanti il dominio psichico, i quali, oltre ad essere molto più gravi, giocano un ruolo causale sui primi. Sappiamo che le varie tradizioni pur avendo una origine unica rappresentano un adattamento alle condizioni di tempo e di luogo. Sappiamo che lo stesso Dante ha nascosto se stesso e la propria opera «dietro il velarne de li versi strani». E così è ovvio pensare che un iniziato debba ugualmente porsi verso il mondo esteriore con modalità adeguate alle circostanze, in vista di raggiungere in modo prioritario le finalità iniziatiche che si propone. È noto anche che vi sono momenti e luoghi più adatti e meno adatti per accingersi a questo o a quella impresa, tuttavia, spesso, non solo siamo incapaci di coglierne i segni distintivi per mancanza di osservazione ed atrofia delle facoltà preposte a tale funzione, ma non ci poniamo neppure il problema delle qualità dell’ambiente cosmico che ci circonda.

Queste brevi osservazioni dovrebbero essere già sufficienti per mettere in evidenza l’importanza, ai fini del compimento dell’«opera», della giusta misura nell’agire (recta ratio agibilium). La terza delle tre condizioni per compiere un’opera d’arte. Non si può dire, come nel caso dei riti esoterici, che questa condizione sia indispensabile per il compimento dell’opera d’arte, tuttavia come afferma René Guénon a proposito dei riti, si avrebbe torto a trascurare l’aiuto che questi possono dare; ugualmente si avrebbe torto a trascurare l’importanza della giusta misura dell’agire. In un caso come nell’altro si tratta di una necessità di convenienza. D’altro canto nessun artista compirebbe la propria opera d’arte con gli stessi materiali e con le stesse «misure» e precauzioni dovendole eseguire ed esporre all’interno o all’esterno di un edificio.

Con queste ulteriori osservazioni riguardanti la trasposizione della «recta ratio agibilium» al cammino iniziatico si possono così concludere queste note suggerite dal richiamo di Dante all’arte e dell’ingegno nel cammino dei piccoli misteri.

È auspicabile che questo insieme di considerazioni possa favorire la necessaria predisposizione per una più approfondita comprensione dei sette gradi della rigenerazione psichica descritti magistralmente da Dante nel Purgatorio, cioè al sacrificio di sé stessi o, per meglio dire, della propria individualità. L’opera da compiere si manifesta in tal modo in tutta la sua complessità ed appare evidente la necessità di una dedizione e di una diligenza che, nei tempi attuali, non possono sussistere senza una preventiva gerarchizzazione in senso tradizionale degli scopi della vita umana. Né, d’altro canto, la teoria da sola può servire alla realizzazione[34].

L’uomo «limitato» è però provvidenzialmente soccorso dall’aiuto divino, quando manifesta una tendenza o una intenzione sufficiente: questo concetto è evocato da Dante che fa dire all’angelo le istruzioni avute da Dio a proposito della visita del Purgatorio:

… dissemi ch’io erri

anzi ad aprir, che ha tenerla serrata

pur che la gente a’ piedi mi s’atterri[35]

Guai, però, a coloro che si guardano indietro :

… Entrate; ma facciovi accorti

che di fuor torna chi ‘ndietro si guata[36]

Una punizione e una caduta verso le tenebre esteriori annunciate in un modo o in un altro in tutte le tradizioni per chi si volge indietro e ricade nei precedenti errori.

Nelle tradizioni abramiche tale situazione è evocata dalla vicenda di Lot[37]; egli si allontana dalla città corrotta con la propria famiglia prima che giunga il castigo di Dio e la distruzione del suo popolo che lo aveva abbandonato. La moglie di Lot uscendo dalla città non ubbidisce all’ammonizione di non volgersi indietro e segue così la sorte di tutti gli altri; secondo la tradizione essa viene trasformata in una statua di sale.

Fonte: “Oriente e Occidente”, n. 1, aprile 2010.

NOTE

[1] René Guénon, Considerazioni sull’Iniziazione, Cap. XLIII, “Sulla nozione del’élite”.

[2] Dante, Purgatorio, IX, 124-126.

[3] René Guénon, La Grande Triade.

[4] A.K. Coomaraswamy, La philosophie de l’art Chretienne dans l’occident, pag. 38.

[5] Idem, pag. 31.

[6] Idem, pag. 24.

[7] Dante, Epistola a Can Grande, pag. 15-16: “L’opera intera fu intrapresa con uno scopo pratico e non uno scopo speculativo…. lo scopo dell’opera essendo di far uscire gli uomini dal decadimento e condurli a uno stato di benedizione”.

[8] Dante, Purgatorio, XXI, 52.

[9] Ved. anche Considerationes  sur la Théorie du geste,  in Etudes Traditionnelles, n° 502-512.

[10] Dante, Inferno, V, 39.

[11] Dante, Convivio, trat. I, Cap. V, VII.

[12] È evidente che, per converso, in un contesto tradizionale come quello medioevale in occidente o come quello Indù, alle prime tre caste dei «due volte nati» (iniziazione: seconda nascita) è possibile avere una vocazione (artistica o meditativa), mentre ai Shudra non rimangono che le attività servili e la soddisfazione dei bisogni primari. Il mondo attuale impedendo l’espletazione di una vocazione riduce tutti gli esseri di fatto allo stato di Shudra. Ma poiché la felicità per molti esseri non si esaurisce con la soddisfazione dei bisogni ne risulta anche per il disordine generale uno stato diffuso di infelicità presso gli uomini, che è uno dei segni del mondo moderno. Per contro il non manifestare alcun segno di tale infelicità è già di per sé stesso un marchio significativo delle qualificazioni di un individuo.

[13] René Guénon, Iniziazione e realizzazione spirituale, cap. XVIII.

[14] Naturalmente per ritualizzazione degli atti si deve intendere il compimento di atti conformi all’ordine in cui si coniuga la conformità dell’atto con l’ordine universale e la conformità dell’individuo all’atto; cioè quanto si è evocato a proposito di arte e vocazione.

[15] Ibn ‘Arabî, L’alchimie du bonheur parfait, pag. 32-38.

[16] A.K. Coomaraswamy, La philosophie… cit. Come suggerito da René Guénon (Iniziazione e realizzazione spirituale) nel trattare questo argomento ci si è riferiti ai lavori sull’arte di A.K. Coomaraswamy. Quest’ultimo riferendosi sopratutto alle condizioni attuali considera arte servile quella dell’artigiano, che imita senza conoscere un modello, e arte libera quella dell’artista, che ha concepito direttamente il modello. Per converso secondo René Guénon quando vi sia la concezione diretta nell’intelletto del modello divino non vi è “… dal punto di vista tradizionale alcuna distinzione da fare fra arte e mestiere e neanche fra artista e artigiano…”.

[17] Dante, Convivio, trattato IV, canzone III, 53-54.

[18] René Guénon, Considerazioni sull’Iniziazione, Cap. XLIII , “Sulla nozione dell’élite”.

[19] Idem, Cap. XIV, “Delle qualificazioni iniziatiche”.

[20] Idem. Taluni, facendo riferimento a situazioni che si possono trovare talvolta transitoriamente nel mondo profano, vagheggiano una condizione di lavoro delle organizzazioni iniziatiche in cui tutti si amano e non vi sono contrasti. Si confonde in tal modo un punto di partenza con un punto di arrivo. Quando, come nel mondo profano, non vi è alcuna costrizione e ciascuno può fare quello che vuole, gli esseri risultano appagati nelle loro valenze inferiori. Vi può essere quindi una certa apparente conformità nel «decipere» destinata ad esaurirsi a mano a mano che il potenziamento dell’individualità riduce lo spazio lasciato libero dal «vicino». Per converso la via iniziatica ha lo scopo fondamentale di correggere e rettificare l’individuo, mettendolo necessariamente in stato di privazione. L’individuo se non dimentica sotto la spinta delle sofferenze o delle passioni lo scopo dell’iniziazione, che è il perfezionamento dell’uomo, accetta liberamente tali privazioni, sapendo che esse mirano a ripristinare il suo equilibrio eliminando il turbinio delle passioni. Al termine del viaggio ma solo allora, egli ritroverà la «pace» vera e non quella precaria del suo stato profano. In questo caso si produce un’alleanza fra l’individuo e l’organizzazione iniziatica che lo sottomette alle «prove». Si può così parlare di una collaborazione cosciente e volontaria e di un rapporto gerarchico fra l’individuo e l’organizzazione. Quando invece l’individuo intende partecipare ai lavori dell’organizzazione, ma non sopporta di accettare le privazioni, poiché la sua anima è afflitta dalla malattia di “obbedire alle sue passioni e di essere in accordo con il suo buon piacere” (Sheykh Al-Sulami, Les maladies de l’ame, pag. 62), allora la collaborazione cosciente e volontaria non è più possibile. Infatti le finalità dell’organizzazione, che sono in conformità anche al disegno del Grande Architetto dell’Universo, di uno sviluppo spirituale degli esseri risultano in opposizione con quelle dell’individuo, volte al consolidamento delle sue tendenze e alla soddisfazione dei suoi piaceri. In queste condizioni non vi è più una collaborazione volontaria e cosciente e quindi il riconoscimento dell’autorità è solamente formale. L’autorità può esistere, basta che di fatto non eserciti il «suo» ruolo, divenendo in tal modo solo un «simulacro». In questi casi bisogna però distinguere fra due diverse condizioni come ha specificato un Maestro dell’esoterismo islamico . Vi è “chi sbaglia e sa che non può evitare l’errore, ma tuttavia si rende conto di essere in errore”, ed in tal caso è sempre possibile un pentimento, e “ci si può costruire uno scudo con i riti, contro le tentazioni, i falsi bisogni ed i desideri illusori che il mondo moderno ci presenta”. Vi è invece “colui che sbaglia, ma che si rivolta e non ammette di essere nell’errore”, e questo corrisponde all’atteggiamento di Iblîs. In queste condizioni non è possibile evidentemente alcun lavoro iniziatico. Ed è per questo che il predetto Maestro suggeriva, non solo per gli uomini, ma anche per le donne in Occidente, che “le candidate siano già informate sui loro futuri obblighi, ma l’importante è che abbiano una solida base dottrinale, essendo tenute ad aver letto l’opera di René Guénon, devono aver ben compreso che lo scopo è la morte dell’individualità”. La fatica che Dante prova nel salire la montagna del Purgatorio, e che si attenua dopo l’esaurimento dei suoi limiti nelle cornici più basse, esprime chiaramente che il cammino iniziale implica notevoli sforzi. Uno stato diverso da quello – ex ante – dei profani e da quello – ex post – del Paradiso terrestre, in cui regnano l’ordine, la fratellanza e la pace (René Guénon, Il simbolismo della Croce, cap. «La guerra e la pace»).

[21] Dante, Purgatorio, IX, 109-114.

[22] René Guénon, Considerazioni sull’Iniziazione, Cap. XXXI, “L’insegnamento iniziatico”.

[23] René Guénon, Iniziazione e Realizzazione Spirituale, Cap. XV, “Sul preteso orgoglio intellettuale”.

[24] René Guénon, Considerazioni sull’Iniziazione, Cap. XXXI, “ L’insegnamento iniziatico”.

[25] René Guénon, Considerazioni sull’Iniziazione, Cap. X, “I centri iniziatici”. Per comprendere il segno o almeno la tendenza del piano del Grande Architetto dell’Universo si potrebbe riflettere su quanto scritto da René Guénon nel suo articolo sulla conoscenza innata. Gli esseri dotati di tale qualificazione vengono posti dalla Provvidenza divina in un grado di esistenza tale per cui è possibile il completamento della loro evoluzione. Tali esseri possono così partecipare effettivamente al lavoro dei centri spirituali che risultano come esecutivi del piano del Grande Architetto dell’Universo. Un compito di guida che ha le stesse finalità del lavoro compiuto da ciascuno su sé stessi e che si esaurisce necessariamente solo quando venga a mancare la vocazione. Ne risulta che la carenza di vocazione o di qualificazione e la chiusura di tali centri sono i due termini dello stesso problema, quello dello allontanamento ciclico dal Principio.

[26] D’altro canto, come è stato detto da un Maestro dell’esoterismo islamico, un’organizzazione iniziatica in Occidente ha qualche possibilità di sopravvivenza e quindi essere il punto di riferimento dei suoi affiliati solo se non è composta da individui tiepidi, meno importa se il «calore» e l’impegno della partecipazione sono dati dalla chiara coscienza della partecipazione al disegno del Grande Architetto dell’Universo o solo provvisoriamente dalla prefigurazione di tale stato di cose che si esprime con lo zelo, lo scrupolo e la docilità necessarie.

[27] Vi è chi, interpretando in maniera schematica certi passaggi di R. Guénon sul lavoro collettivo (Iniziazione e realizzazione spirituale ,Cap. XXIII, “Lavoro iniziatico collettivo e presenza spirituale”) ritiene che tali rettificazioni siano possibili solo in presenza di un vero maestro o attraverso dei fatti «miracolosi» ad opera delle influenze spirituali, e senza la partecipazione attiva dell’iniziato. Una tale prospettiva è spesso frutto di una carente ispirazione che fa rinunciare ad ogni sforzo ed iniziative preliminari con i mezzi a disposizione, i quali possono invece rendere possibile le condizioni perché si manifestino poi questi eventi straordinari di cui parla René Guénon a proposito dell’intenzione (Il Re del Mondo Cap. III, “Il centro supremo nascosto durante il Kali-yuga”). In un rituale massonico è detto che si riconosce il grado degli iniziati «da i segni che danno». Quando l’uomo è in contatto con la natura è normale che riconosca la presenza di animali attraverso le tracce che essi lasciano nell’ambiente. Un’attenta osservazione di tali tracce permette di comprendere non solo il tipo di animale ma anche le condizioni in cui si trova, se fugge, se è affamato o ferito. Non diversa è la pratica medica in oriente, e nel passato anche in occidente, dove si deduceva il tipo di malattia dal modo di camminare o dalle posizioni assunte, cioè dai segni esteriori o dalle tracce presenti nel corpo. Se si accetta che l’uomo decaduto ha analogamente un insieme di squilibri ‘psichici’ è inevitabile accettare anche che tale squilibri si manifestino nella condotta verso sé stessi, la famiglia, la tradizione e il mondo esterno. Il non manifestare o nascondere tale condotta, nell’intento di apparire ciò che non si è, risulta così come il primo ostacolo che impedisce di beneficiare del lavoro collettivo. Si deve sottolineare l’importanza degli «altri», sia gli altri iniziati che partecipano al lavoro sia coloro che ci circondano in modo più generale, “… i quali – come è stato detto – sono come lo specchio in cui dobbiamo guardarci, è questo sforzo di riflessione che conta: bisogna che l’iniziato guardi sé stesso con l’occhio della severità e che in questo modo persegua lo scopo del proprio perfezionamento…”. Poi chiunque sia preposto alla guida di una organizzazione in modo legittimo e regolare, anche se opera per delega di un Maestro senza avere lui stesso tale qualificazione, può comunque essere utile nelle prime fasi del cammino (Iniziazione e realizzazione spirituale, Cap. XXIV, “Sulla funzione del Guru”; Cap. XX, “Guru e Upaguru). Vi è da presumere infatti che, anche nel peggiore dei casi, un individuo preposto legittimamente ad un ramo di un’organizzazione, quando non sia troppo deviata o degenerata possa, in virtù della funzione e delle istruzioni ricevute e delle sue esperienze con il Maestro, o con l’organizzazione che lo ha delegato, essere un aiuto per l’iniziato, se non per rettificare gli squilibri più gravi, almeno per identificare le principali «preformazioni disarmoniche» attraverso la «lettura» attenta e ripetuta delle «tracce» che si manifestano nella «condotta». Ma perché ciò succeda bisogna che l’iniziato si esponga volontariamente e con la giusta disposizione all’osservazione e al colloquio sincero con chi esercita l’autorità. Per l’analogia del lavoro, citata da René Guénon, fra i rami delle organizzazioni iniziatiche prive di un vero Maestro e la Massoneria, si potrebbe estendere il compito di guida più sopra menzionato anche al Venerabile delle logge massoniche, durante il periodo di validità del suo mandato. In tal caso appare evidente che l’assunzione dell’incarico di Venerabile implica prima di ogni cosa il compito di «comprendere», «elevare» e «correggere». Bisogna che nell’esecuzione del mandato si rifletta, prima ancora del consenso e della partecipazione dei fratelli, la volontà divina volta al perfezionamento degli esseri. Infatti una Loggia per operare correttamente deve uniformarsi all’orientamento dei centri spirituali i quali “… devono essere considerati come rappresentanti la volontà divina in questo mondo…” (Considerazioni sull’Iniziazione, Cap. X, “Sui centri iniziatici”). Chi esercita l’autorità, in un modo o in un altro, deve adoperarsi così per correggere delle prospettive iniziatiche sbagliate prima che esse si propaghino, e, all’occasione, intrappolare lui stesso, impedendo il raggiungimento degli obbiettivi essenziali dell’organizzazione. Tra quest’ultime prospettive figura quella di considerare il lavoro iniziatico «operativo» compiuto una volta che si rispettino i landmarks della tradizione, si partecipi alle riunioni periodiche e si compiano i riti iniziatici minimi prescritti. Di fatto tutto ciò costituisce solo il presupposto del vero lavoro iniziatico. Si è così tracciato solo il confine di un campo che deve essere dissodato e coltivato. Per queste ultime operazioni occorre uno sforzo personale di assimilazione dottrinale e di correzione degli squilibri, inattuabile senza un «confronto» franco e sincero, che costituisce il «vero» lavoro iniziatico.

[28] René Guénon, Il Regno della quantità e i segni dei tempi, «Prefazione».

[29] Dante, Inferno, VII, 79-80.

[30] René Guénon, La Grande Triade, Cap. XXI, “Provvidenza, Volontà, Destino”.

[31] Dante, Paradiso, XVII, 37-42

[32] René Guénon, La Grande Triade, Cap. XXI, “Provvidenza, Volontà, Destino”.

[33] Sheykh Tadîlî, La Vie Traditionnelle c’est la sincerité, Editiones Traditionnelles, Paris.

[34] René Guénon, Iniziazione e Realizzazione Spirituale, Cap. XVII, “Dottrina e metodo”.

[35] Dante, Purgatorio, IX 127-129.

[36] Idem, 131-132.

[37] Corano 11:79-84.

Rublo “in caduta libera”: i russi acquistano… marchi tedeschi!

Cosa non si fa pur di mettere in cattiva luce la Russia.

Il rublo è “in caduta libera”, e la colpa, tanto per cambiare, è di Putin, che con la sua “aggressività” avrebbe portato il paese alla rovina, “abbandonato” addirittura non solo dall’Europa ma anche dai suoi partner eurasiatici in estasi davanti alla “solidità” del dollaro.

Alcuni “analisti” si spingono a spararla davvero grossa: sarebbe imminente una sollevazione contro il “tiranno”, la quale potrebbe avere un’anticipazione in Bielorussia, sul modello ucraino.

Qualche soffiata dalle loro ONG dedite allo spargimento di “semi di libertà” in giro per il mondo?

Molto più probabilmente, pii desideri e nulla di più.

Intanto, i “nostri” media s’adeguano e sono come al solito più realisti del re.

Questa è la foto pubblicata quest’oggi dall’Ansa, che mostra code di russi “disperati” davanti agli uffici di cambio, per ottenere dollari americani e… marchi tedeschi!

Un’immagine, come minimo, degli anni Novanta, e poco credibile – visto l’abbigliamento delle persone ritratte – come scena moscovita dei giorni che precedono il Natale.

rublo_coda

Giornata informativa sulla geoingegneria al Consiglio Regionale della Toscana (19 dic. 2014)

nogeoingegneriaVenerdì 19 dicembre 2014 dalle 10:30 alle 18:00

Giornata informativa sulla geoingegneria presso la Sala Gigli, Palazzo Panciatichi sede del Consiglio regionale della Toscana in Via Cavour 4

Nella mattina scambi tra gruppi, attivisti e singoli, nel pomeriggio una conferenza, saranno proiettati i documentari più validi degli ultimi anni (sia italiani che sottotitolati in italiano), i video dei relatori più autorevoli delle nostre conferenze e sarà disponibile materiale informativo.

QUI IL PROGRAMMA DELLA GIORNATA

http://www.nogeoingegneria.com/wp-content/uploads/2014/11/A4_19_Dicembre_.pdf

Invitiamo i gruppi attivi del territorio toscano e non, a cogliere l’occasione per conoscerci e scambiarci esperienze. Gli interessati possono contattare la nostra redazione@nogeoingegneria.com.

Infine desideriamo sottolineare ciò che possiamo fare noi cittadini: divulgare l’evento e partecipare in massa il 19 dicembre, perché finalmente abbiamo l’occasione di dimostrare alle istituzioni quanta attenzione e preoccupazione ci sia intorno al tema della geoingegneria!

QUI L’ARTICOLO INTEGRALE:

http://www.nogeoingegneria.com/news/ancora-buone-nuove-dalla-toscana/