Hanno paura

di Mystes

capi_stato_parigiHanno paura. Sanno che non possono vincere oggi, che non potranno vincere mai. Sanno che c’è una cosa che non potranno mai distruggere nell’uomo: ed è il “senso del divino, del sacro” diversamente chiamato anche “senso religioso”.

Stanno facendo di tutto per cancellare questa particolare dignità umana. Hanno scatenato i più bassi istinti, l’individualismo più sfrenato, hanno trasformato la donna in oggetto di consumo, e l’uomo in un animale da cortile che produce e divora il mangime da lui e da simili a lui prodotto. Ciò che non amano e che non rispettano, offendono o aggrediscono con le armi di distruzioni di massa (ideologiche e fisiche).

Dissacrano tutto e tutti, tentano di trasformare i popoli e le nazioni in cartelloni pubblicitari, in vetrine tecnologiche, dentro le quali si muovono pupazzi legati ai fili del grande fratello che ha eletto domicilio nei deserti delle metropoli atlantiche e transatlantiche.

Nonostante tutto hanno paura perché sanno che l’uomo non è un clone, perché sanno che l’uomo è un essere paziente e riflessivo e sanno anche che questa particolare dote umana non può essere manipolata dalle loro sofisticate armi psicologiche. Sanno che infine anche l’uomo meno civilizzato ha una COSCIENZA.

E dal profondo di questa coscienza, prima o poi, potrà esplodere la rabbia, il re potrebbe essere di colpo messo a nudo, l’inganno rivelato.

l43-libia-parigi-110901202633_bigSaranno inutili le adunate oceaniche a senso unico, nello stile piazza rossa anni ’30, con la parata dei pupazzi legati ai fili del grande fratello, gli attentati e i massacri di colpevoli e innocenti, gli 11/9 o i 7/1 che sollevano molti dubbi e non producono nessuna certezza, perché la verità – e loro lo sanno – prima o poi verrà fuori, il grande inganno sarà svelato, la tragica Iside profana (forgiata nei circoli di Arlington Av.) perderà il velo.

Sarà tutto inutile perché quel particolare “senso” dell’uomo è parte integrante dell’uomo come il tatto, come la vista, come il gusto, con la differenza che è una qualità dello spirito, dell’anima umana, cose che il “grande fratello mondialista” ignora o fa finta di ignorare.

Chi vuole capire ha già capito: chi ha letto Machiavelli ha capito, chi ha letto il Corano ha capito, chi ha letto il Genesi ha capito, chi ha letto Platone ha capito. Per chi si addottrina sui fogli del Wall Street Journal o di Repubblica non c’è speranza, c’è solo il vuoto mentale e la partecipazione alle grandi adunate come quella a Parigi dell’11/1. Prodigio delle date!

Quand le Mossad assassinait à Londres un grand caricaturiste palestinien

par Gilles Munier

1106_HANDALA-PrŽsentation livre.inddSouvenons nous ! Le dessinateur et caricaturiste palestinien Naji al-Ali, célèbre au Proche-Orient, a été assassiné à Londres, le 22 juillet 1987, près du quotidien koweiti Al-Qabas où il travaillait. Il était irrévérencieux à l’égard des potentats arabes, appelait le sionisme par son nom et dénonçait la corruption de certains dirigeants palestiniens. Un tueur-professionnel lui a logé une balle dans la tête et a continué son chemin calmement, sans être inquiété.

La presse occidentale ne s’est pas émue de cette attente à la liberté d’expression, comme c’est le cas aujourd’hui après l’attentat dont a été victime Charlie Hebdo. Deux poids et deux mesure?

Dix mois plus tard, Scotland Yard a arrêté un certain Ismaïl Suwan, un étudiant palestinien impliqué dans l’organisation du meurtre. Interrogé, il a révélé qu’il avait été recruté par le Mossad et que ses supérieurs l’avait informé du projet d’assassinat.

Devant le refus d’Israël de s’expliquer sur ce crime, Margaret Thatcher – Premier ministre britannique – ordonna la fermeture de l’antenne du Mossad à Londres – Palace Green – et l’expulsion de deux « diplomates » israéliens. Bien que connue du MI5 – service de renseignement intérieur britannique – l’identité de l’assassin – un agent du Kidon, le service action du Mossad – n’a jamais été divulguée.

La presse occidentale n’a pas remué ciel et terre pour que le tueur et ses commanditaires soient appréhendés et jugés.

Le Mossad a poursuivi ses activités en Grande-Bretagne tranquillement, mais sans statut officiel.

Il a fallu attendre 1998 pour qu’Ephraïm Halevy, nouvellement nommé à la tête du Mossad, obtienne de Margareth Thatcher la réouverture du bureau du Mossad à Londres.

ob_46685a_caricatureA lire : Le Livre de Handala, caricatures de Naji al-Ali

paru en 2011 aux Editions Scribest (140 dessins de Naji aL-Ali inédits & annotés)

Dans la présentation du « Livre de Handala « , le dessinateur- caricaturiste français Siné – licencié de Charlie Hebdo en juillet 2008 pour des propos dits antisémites » par Philippe Val, le directeur d’alors – a rappelé que le dessinateur a été tué « à cause des convictions qu’il exprimait à merveille à travers ses dessins et son petit personnage nommé Handala”

Handala, réfugié palestinien de 10 ans misérable, est présent sur tous les dessins de Naji al-Ali, le dos tourné au monde qui a trahi son peuple.

Téléchargement: Extrait du livre de Handala

Fonte: France-Irak Actualité, 10 gen. 2015

Je ne suis pas manipulé

di Enrico Galoppini

je-ne-suis-pas-charlieDomani, 11 gennaio, questi cosiddetti “rappresentati istituzionali”, che in fondo sono solo dei disperati che si aggrappano a parole d’ordine come “libertà” e “democrazia” quando sono i primi a farne strage di continuo (tra dominio della finanza, oligarchia del denaro, aggressioni a mezzo mondo e manipolazione mediatica), insceneranno la loro manifestazione “oceanica” ed ipermediatizzata per mostrare che “siamo tutti Charlie”…

Possono fare quello che vogliono: quest’Occidente è alla frutta, perso nel suo nichilismo di cui quel giornale “satirico” è un indicatore eccellente e preoccupante.

hebdo_trinitaEffedieffe.com (sito per abbonati) ha ripubblicato tutte le vignette (che non fanno ridere) che insultano la religione cristiana cattolica di cui il Charlie Hebdo ed i suoi lettori vanno tanto fieri. Insultano la religione in nome della quale dovremmo fare la guerra all’Islam, ma che viene sistematicamente vilipesa da quel giornale e da tutti gli amichetti di questi c.d. “teocon” o “atei devoti” (da noi noti anche come “spaghetticon”). Un degrado irriferibile ed osceno (si veda questo solo “campione” qui a fianco), degradante per ogni essere umano degno di questo nome, che i vari media si sono ben guardati dal mostrare al loro pubblico raggirato. Questi sarebbero i “sacri valori” per cui stracciarsi le vesti?

Non è nemmeno da escludere che – siano stati “terroristi islamici” o agenti “false flag”, il che è praticamente lo stesso – il Charlie Hebdo sia stato “mandato avanti”, lasciato scatenare senza freni inibitori, per poi farne la perfetta “vittima sacrificale” al momento giusto.

Un altro fatto da rilevare è questo: chi architetta queste situazioni conosce bene la psiche umana e la psicologia collettiva. Chiunque, anche nella cerchia delle proprie conoscenze avrà notato, persino fra persone nient’affatto banali, un fenomeno di regressione psichica che fa aderire in qualche modo alla canea antislamica anche chi, in condizioni normali, se ne sarebbe dissociato.

Creazione di consenso per la guerra mediorientale nella quale vogliono avvilupparci a tutti i costi, e continuo stato d’allerta per le “quinte colonne islamiche”.

Di che stupirsi? Mi pare d’aver già scritto ed anticipato tutto in alcuni articoli, tra cui questo e questo.

Quando hai capito come gira la ruota di questo “filmino” ci vuole poco a capire il finale.

No, non siamo tutti Charlie Hebdo

di Francesco Lamendola

je_suis_charlieI fatti di Parigi sono estremamente gravi, e sottovalutarli sarebbe un ulteriore, imperdonabile errore, dopo i molti, troppi, da parte europea. Inoltre, l’attacco dei terroristi islamici è l’ennesima dimostrazione che, con quella galassia culturale, qualunque forma di dialogo è impossibile: pertanto esso va condannato categoricamente, incondizionatamente, radicalmente, e ci spinge a fare chiarezza in noi stessi: perché siamo di fronte ad una alternativa fra civiltà e barbarie, e dobbiamo scegliere da che parte stare.

Ciò detto, vi è ancora qualche importante considerazione da fare. Un giornale come «Charlie Hebdo» , che vive di satira spesso volgare, sempre provocatoria, a volte blasfema, non è e non può essere la bandiera sotto la quale l’Europa deve prendere posizione contro l’estremismo islamico. La filosofia che esso esprime non è la nostra: non è quella di quanti amano la cultura dell’Europa, la bellezza dell’Europa, la saggezza dell’Europa; è la figlia spirituale di Voltaire e dell’Illuminismo, massonico e anticristiano, che, avendo tolto di mezzo il proprio principale avversario, il Cristianesimo appunto, rivolge ora i suoi strali e il suo veleno contro chi una religione ce l’ha ancora e ci crede seriamente: un miliardo di fedeli musulmani.

Molti vorrebbero far passare i redattori di «Charlie Hebdo» per degli eroi della libertà e dei martiri dell’idea. Noi non siamo d’accordo. Non erano eroi della libertà, perché la vera libertà non può essere quel che loro avevano eretto a professione: la derisione, l’offesa e la ridicolizzazione sistematica dei sentimenti religiosi altrui. La vera libertà non è mai negativa, cioè diretta contro qualcuno o qualcosa, ma sempre e solo positiva, cioè diretta a costruire qualcosa e ad incontrare qualcuno. Ridicolizzare, offendere e deridere i sentimenti religiosi altrui non è solamente stupido: è anche un segno di suprema arroganza intellettuale. Significa rifiutare il dialogo e la critica costruttiva e sostituirli con il dileggio e lo sberleffo; significa considerare l’interlocutore indegno di un confronto civile e meritevole solo del nostro scherno. La provocazione ha un senso e una funzione pedagogica se è diretta a un amico (anche in senso ideale) o se è condotta, comunque, con un certo garbo, con una certa delicatezza: solo a tali condizioni può destare, forse, un pensiero autocritico nel nostro interlocutore ed aprire le porte a un dialogo, o, almeno, a una possibilità di dialogo. Se la provocazione è pesantissima, sistematica e fine a se stessa; se, cioè, ha il solo ed unico scopo di divertire e suscitare la solidarietà di chi condivide le nostre idee, compreso il nostro disprezzo e la nostra arroganza verso l’altro, certo non serve a gettare ponti verso quest’ultimo, verso il diverso; non serve letteralmente a nulla, se non a ferirlo, amareggiarlo, rinfocolare la sua rabbia e la sua brama di vendicarsi.

Non ci si venga a dire, pertanto, che quella di un giornale come «Charlie Hebdo» era una battaglia per la libertà, per la civiltà e la tolleranza: è vero tutto il contrario. Quei giornalisti – che sia concessa la pace alle loro anime e che sia fatta giustizia dei loro assassini – era una battaglia, sì, ma una battaglia a favore della divisione, dell’odio, dello scontro di civiltà. Nessun musulmano, per quanto moderato, poteva trovare il benché minimo spunto positivo in quella linea editoriale; così come non poteva trovarcelo nessun cattolico. Solo che il Cristianesimo ha elaborato, nella sua lunga storia, un valore più grande della stessa fede in Dio: il valore del perdono; e ne ha dato l’esempio lo stesso Gesù Cristo, invocando il perdono del suo Padre celeste nei confronti di coloro che lo stavano crocifiggendo. L’Islam non ha elaborato quel valore, anzi, ritiene che la vendetta sia la giusta e doverosa punizione dell’offesa fatta a Dio (e non a Dio soltanto); e qui entra in gioco una ulteriore problematica, la distanza dei rispettivi paradigmi culturali.

Ciò che rende difficile e intricata la vicenda del sangue sparso a Parigi in questi giorni è, appunto, l’intrecciarsi e il sovrapporsi di almeno tre diverse questioni, ciascuna delle quali meriterebbe, invece, una riflessione distinta, anche se è evidente che sono questioni strettamente legate l’una all’altra.

Prima questione: il terrorismo. Eravamo partiti da lì e ci ritorniamo: è chiaro che i terroristi islamici cercano degli obiettivi simbolici da colpire; se non fosse stato «Charlie Hebdo», sarebbe stato un altro: su questo non bisogna essere ingenui, né farsi illusioni. Ricordiamo Theo Van Gogh, ricordiamo Salman Rushdie. I fanatici hanno dichiarato guerra al mondo non islamico, una guerra santa: già da alcuni anni la combattono senza esclusione di colpi. In Nigeria, in Kenia, in Iraq e altrove, non hanno bisogno di provocazioni o di pretesti: ammazzano tutti i Cristiani che possono, rapiscono, stuprano, deportano intere popolazioni. E, se siamo in guerra, allora è chiaro che noi dobbiamo difenderci. Ma, attenzione: l’Europa non è la stessa cosa degli Stati Uniti; non ha le stesse responsabilità, dunque evitiamo di parlare, genericamente, di “Occidente”. Il terrorismo islamico di questi ultimi anni è frutto anche delle scelte politiche e militari scellerate compiute dalla Casa Bianca, particolarmente delle due Guerre del Golfo, 1992 e 2003, e degli interventi in Siria e in Libia. I due Bush, padre e figlio, andrebbero processati da un tribunale come quello di Norimberga, per crimini contro la pace (oltre che per palesi e gravissime violazioni del diritto: si pensi solo alla vergognosa vicenda delle torture nel carcere di Abu Ghraib e, poi, nella base di Guantanamo). Invadendo, con pretesi miserandi, degli Stati sovrani relativamente ordinati, rovesciando i dittatori laici (Saddam Hussein, Gheddafi) e attizzando il vespaio etnico-religioso (Sciiti, Sunniti e Curdi in Iraq; le diverse tribù e clan della Tripolitania e della Cirenaica, in Libia), gli Statunitensi hanno aperto una fase di instabilità cronica, che non si è più sedata e che ha visto, come prime vittime, le antichissime comunità cristiane dei Paesi nordafricani e mediorientali: alcune sono state letteralmente distrutte (Iraq), altre vivono ormai nel terrore (Copti dell’Egitto). Al posto dei dittatori sono stati insediati al potere dei leader “democratici” incapaci e corrotti (Afghanistan, Iraq, Libia) e si è messa in movimento la galassia terroristica, o le è stata fornita nuova esca, attirando combattenti da ogni parte del mondo islamico, Europa compresa (ecco gli immigrati di seconda e terza generazione pronti ad andare ad addestrarsi nei campi dello Yemen e, poi, a combattere o compiere attentati in qualunque parte del mondo).

Delle cosiddette “primavere arabe”, meglio non parlare: esse sono esistite quasi solo nella fervida immaginazione dei media e dell’opinione pubblica europea; dovunque, con la sola eccezione della Tunisia, si sono concluse con l’avvento di nuove dittature o con la vittoria elettorale dei partiti islamici radicali, come i Fratelli Musulmani in Egitto. L’idea, tutta americana – ma fatta propria anche da molti uomini politici e pseudo-intellettuali europei, specie di parte progressista -, che la democrazia sia un bene evidente in se stesso e che essa possa e debba essere esportata e trapiantata in tutto il mondo, è un’idea assolutamente sbagliata. Vi sono società che non sono pronte per essa, e imporla con la forza crea resistenze, tensioni o reazioni molto più gravi dei mali che si pretende, con essa, di avere eliminato. Noi Europei, noi Italiani, dovremmo saperlo, perché dovremmo ricordarcelo: la democrazia ci è stata portata dai “liberatori” Angloamericani, durante la Seconda guerra mondiale (stranamente alleati con i “liberatori” sovietici, che tanto democratici e tanto migliori dei nazisti non erano) a suon di bombe, eccidi e distruzioni. Non l’abbiamo creata noi, non l’abbiamo realizzata noi: è nata dal suicidio dell’Europa, e vi sono ragioni per pensare che gli Anglo-americani abbiano voluto il cataclisma della seconda guerra mondiale (ferme restando le responsabilità di Hitler e, naturalmente, anche quelle di Stalin) precisamente per avere il modo, attraverso l’imposizione di regimi democratici, d’instaurare il loro dominio politico e la loro supremazia economica e finanziaria. I “bravi ragazzi” yankee non sono venuti in Europa per un atto di generosità disinteressata e per “liberarci” dalle dittature (tanto è vero che erano alleati di Stalin, cui regalarono mezzo continente, Polonia compresa, a guerra finita: quella stessa Polonia per la cui difesa era stata scatenata, da Gran Bretagna e Francia, la seconda guerra mondiale), ma per completare l’opera iniziata nel 1917-18 e proseguita negli anni ’20: l’asservimento economico e finanziario, poi anche politico e culturale, dell’Europa.

Seconda questione: l’incontro e lo scontro di differenti paradigmi culturali. Nel mondo globalizzato di oggi, nell’Europa multietnica di oggi, le tensioni culturali, religiose, filosofiche, diventano incessanti e inevitabili: una società come quella francese, o italiana, o tedesca, non può riuscire a gestire tanta diversità. Una cultura impiega secoli o millenni a diventare quella che è, a elaborare i suoi valori, nel bene o nel male; la convivenza e la tolleranza verso altre culture non s’improvvisano e non sono mai facili, neppure dopo secoli di vicinanza: figuriamoci se tale vicinanza, anzi, se la più disordinata promiscuità, si realizza dall’oggi al domani, come è accaduto nell’Europa degli ultimi venticinque anni. Un cattolico riesce a tollerare gli sberleffi alla sua religione da parte di giornali come «Charlie Hebdo», perché ha elaborato una filosofia della pazienza e del perdono, nel corso di molti secoli: altre culture e altre religioni non hanno elaborato quel tipo di risposta, ma credono fermamente nella sacralità della vendetta. Questo è un problema: la mancanza di valori condivisi. Se un paziente musulmano rifiuta, in ospedale, di essere curato da una infermiera o da una dottoressa, perché individui di sesso femminile, questo è un problema culturale. Se picchia o uccide la figlia che si fidanza con un ragazzo europeo, questo è un problema culturale. Se una ragazza musulmana pretende di recarsi a scuola con il velo, o addirittura con il burqa, questo è un problema culturale, che diventa immediatamente un problema di convivenza civile.

Ora, sul piano culturale e spirituale, l’Europa di oggi non è più quella di una volta: non ha più certezze, non ha più fedi, non ha più valori – tranne il Dio denaro. L’Europa di oggi non è più l’Europa di Omero e di Dante, di Michelangelo e di Bach, di Cervantes e di Shakespeare: è l’Europa del nulla, dell’alienazione, dell’ignoranza, dell’oblio delle proprie radici, dell’edonismo spicciolo, dell’utilitarismo e volgare e del materialismo grossolano. Non crede più in niente, non ha niente da offrire ai suoi giovani – figuriamoci ai giovani figli degli immigrati. La natura, però, aborre il vuoto: il vuoto attira il pieno, per una legge fisica ben precisa. Il vuoto culturale e spirituale dell’Europa attira l’estremismo religioso, che, in questo momento storico, è quello islamico: ciò spiega il fascino e la forza di attrazione dell’Islam radicale, non solo verso i musulmani dell’Africa e del Vicino Oriente, ma anche di quelli immigrati in Europa e magari nati in Europa, da genitori, a loro volta, nati in Europa. Da una parte il nulla, il vuoto, la disperazione; dall’altra dei valori forti, qualcosa in cui credere, per cui vivere e per cui, eventualmente, morire.

Ci si meraviglia che gli immigrati di seconda e terza generazione non amino l’Europa; ma i giovani europei, amano la loro terra, la loro cultura, la loro civiltà? La risposta è, in molti casi, negativa: non le amano, perché neppure le conoscono. Al posto di Dante e di Bach, telefonini e televisione; al posto di Michelangelo e Shakespeare, hamburger e Coca-Cola da McDonald’s. Non più amore per la cultura, non più amore per la bellezza, non più rispetto per la saggezza. Oblio delle radici, disprezzo verso gli anziani, cattivo esempio dei genitori ai propri figli: con i beni materiali si crede di aver dato qualcosa ai giovani, mentre non si è dato loro nulla. Ci vorrebbe ben altro: amore per la famiglia; amore per il lavoro; amore e timor di Dio. Questi sono i valori che hanno fatto grande la civiltà europea, a cominciare dalla nostra nobile civiltà contadina, che per secoli ha cresciuto uomini e donne sobri, onesti, laboriosi, capaci di assumersi le proprie responsabilità nel corso della vita. Non erano dei santi: erano persone che sapevano sacrificarsi per i propri cari, che si sarebbero vergognate di rubare il pane che mangiavano. E scusate se è poco.

Terza questione: gli immigrati; e, specificamente, gli immigrati musulmani. Calcoli ragionevoli fanno stimare che, nel 2050, più di metà degli Europei saranno di origine straniera (considerato anche il diverso tasso d’incremento demografico). Ciò significa che gli Europei “indigeni” diverranno minoranza: forse minoranza tollerata, forse perseguitata. L’Europa, allo stato attuale, non è in grado di integrare gli immigrati (i quali, da parte loro, non ne hanno alcuna intenzione), perché non possiede alcuna superiorità morale, alcuna forza di attrazione spirituale. Può offrire solo migliori condizioni di vita materiale – anch’esse, peraltro, assai relative -, ed è questo che attira milioni di Nordafricani, di Mediorientali, e così via. Troppo poco. I frigoriferi pieni non sono un valore etico: e sono solo i valori etici che creano la coesione sociale, il senso di appartenenza, l’amore verso una nuova patria. Una società non si regge se tutto ciò che tiene insieme i suoi membri sono i frigoriferi pieni; senza contare che, se i frigoriferi si svuotano – come sta accadendo con la crisi attuale – viene a cadere perfino quell’unico elemento, e non restano che la frustrazione e la rabbia delle speranze deluse, delle aspettative tradite. La conclusione è semplice: o l’Europa ritrova l’anima, o è perduta…

Il “messaggio” della strage di Parigi: “L’Islam ci odia”

di Enrico Galoppini

charlie-hebdoPremessa: il “terrorismo” ha uno schema fisso ed immodificabile. Dopo il ‘laboratorio’ italiano degli anni Settanta-Ottanta, la macchina terroristica è stata resa perfetta per essere usata ovunque con modalità analoghe.

Si recapita il volantino delle “Brigate Rosse” e la strage è “rossa”. Arriva la telefonata dei “fascisti” e la strage è “nera”. Si sente urlare a squarciagola “Iddio è più grande” e l’attentato è sicuramente “islamico”.

Poi, una volta svolto il “servizio”, e quando in pratica l’amara verità (ripetuta fin dall’inizio dai soliti “complottisti”) non dà più noia a nessuno, si scopre che tutti questi ambienti “terroristici” sono infiltrati e addirittura eterodiretti, ma non importa… Quello che resta e deve restare nella memoria collettiva è la “matrice” terroristica, onde bollare per sempre una certa ideologia ed i suoi epigoni col marchio dell’infamia.

L’importante è che si alimenti l’idea di un eterno “complotto contro l’Occidente” e le sue “libertà”. Un complotto islamonazicomunista!

E così ci risiamo, questa volta in Francia.

Le vittime di un attentato che ha tutte le caratteristiche di una esecuzione mirata sono il direttore, i redattori ed i vignettisti di un giornale satirico francese, resosi particolarmente odioso agli occhi dei musulmani con delle vignette sul Profeta dell’Islam pubblicate nel 2012 ed un’incessante satira antislamica. Probabilmente, se non si fosse imbarcato in questo tipo di satira, nessuno, fuori dalla Francia, avrebbe saputo dell’esistenza del Charlie Hebdo, costola editoriale del gruppo Rotschild, tanto spregiudicato contro l’Islam e i musulmani quanto attento a non ironizzare troppo sullo strapotere della finanza apolide.

Insisto sul particolare dell’esecuzione mirata, perché esiste comunque una differenza tra questa e una bomba piazzata per fare una strage indiscriminata in una stazione o un treno. Fatto sta che il “terrorismo” è sempre “false flag” e si prefigge degli obiettivi che la massa (che comprende anche il politico medio) neanche lontanamente sospetta. Ma su questo torneremo dopo, rilevando alcuni particolari davvero “incredibili”.

Non c’era nemmeno da attendere di ascoltare e leggere la ridda di commenti allarmistici e terrificanti, per ricondurli al loro minimo comun denominatore: “l’Islam è un pericolo”, “il problema dei problemi”! L’Islam attenta ai valori più sacri dell’Occidente… la “libertà di espressione”!

Un modo molto facile per guadagnarsi consenso ed applausi a scena aperta, non è vero? Assisteremo così di nuovo alla rituale gogna mediatica dell’“islamico” di turno ‘inquisito’ al riguardo della sua “moderazione”. Tutti i musulmani diventano sospetti di connivenza morale, di intelligenza col “nemico”.

Ma esiste davvero questa famosa “libertà di espressione”? Chiunque abbia delle idee che non collimano affatto con l’andazzo imperante sa benissimo che o si dota di un sito internet altrimenti non potrà mai esprimerle su un canale televisivo o un “grande giornale”. C’è la libertà di pensiero, nel senso che ancora non essendoci per legge lo psicoreato uno può pensare quello che vuole, ma non esiste assolutamente la possibilità di diffondere, allo stesso modo, tutte le idee, fermo restando che l’unico limite dovrebbe essere quello rappresentato da un ipotetico “pericolo pubblico”, dalla volontà di recare effettivamente danno a beni e persone (per il quale la legge esiste già).

Esiste poi la “libertà di ricerca”? Sì, sempre che ti pubblichi i libri da solo o per editori introvabili, altrimenti le “grandi case editrici” ti ignorano. La storia e le idee vanno a braccetto, per la paura che fanno al sistema.

Veniamo anche alla “libertà di satira”, variante di quella “di espressione”: è possibile ironizzare, nel cosiddetto “mondo libero”, pesantemente e senza freni inibitori, su tutto e tutti? Assolutamente no, e tutti sappiamo su chi e che cosa non è possibile scherzare minimamente, anche quando sarebbe assai facile ed esilarante. Certa cosiddetta “storia” e certe “idee” offrono praticamente delle piste su cui far rotolare valanghe di battute, che travolgerebbero tutta una pariglia di falsari e linguacciuti, se solo non fossero difesi da una conventio ad excludendum volta al mantenimento di un monopolio del “discorso pubblico” (divulgazione storica compresa).

La stessa rivista satirica al centro di quest’ultima vicenda sanguinaria, è un ottimo esempio di quanto andiamo argomentando, poiché proprio un suo celebre vignettista, Maurice Sinet (in arte, Siné), nel 2008, all’apice del potere di Nicolas Sarkozy, venne licenziato per… “antisemitismo”! Con susseguente linciaggio politico-mediatico, al quale si accodò tutta la cosiddetta “libera informazione”…

varelaTra esclusioni, anatemi e – in più d’un caso – provvedimenti “legali” per impedire le “sacre” libertà d’espressione e di ricerca, l’Europa non è affatto aliena da censure e persecuzioni anche feroci. Per restare alla Francia, si pensi al recente caso di Dieudonné, inquisito e multato, al quale è stato addirittura negato dal ministero dell’Interno (!) un teatro quando questo si sarebbe riempito di spettatori desiderosi di ascoltarlo (quindi non conta nemmeno l’argomento dello “share”); oppure al famoso caso del professor Robert Faurisson, radiato dalle università e oggetto di vari tentativi di ucciderlo o almeno di sfigurarlo permanentemente dopo che pubblicò i suoi famosi articoli revisionisti (tradotti in italiano, incredibile a dirsi, sulla rivista “Storia Illustrata”). C’è anche il caso di Serge Thion, allontanato dal CNR francese a causa delle sue posizioni anti-sioniste; ma anche quello della casa editrice La Vieille Taupe, più volte distrutta a causa del suo impegno nella medesima direzione. E si tratta di persone ed ambienti “di sinistra”… A “destra”, inutile parlarne, la repressione è totale in tutta Europa: si pensi, in Spagna, all’editore Pedro Varela, che sarà anche “nazista”, ma che oltre che a pubblicare libri e riviste d’argomento storico non ha fatto altro di “male”! Eppure la macchina della “giustizia” e del vandalismo “ignoto” s’è scatenata contro la sua persona e la sua attività culturale. E queste sono solo le punte di un iceberg che comprende anche morti ammazzati per la loro militanza (stiamo sempre parlando di idee) filo-araba e filo-palestinese (si pensi a François Duprat, esploso assieme alla sua auto molto probabilmente per mano del Mossad).

Solo che di tutti questi “casi” la gente comune non sa nulla. E se viene a sapere qualcosa, nessun telegiornale apre la scaletta gridando allo scandalo e all’ignominia. Anzi, se accennano a qualcosa è per infangare ulteriormente il colpito di turno.

Questo per quanto riguarda la famosa “libertà d’espressione” che non c’è.

Veniamo ora all’argomento della “violenza”. Cioè, ammesso e non concesso che si tratti di quello che sembra (un “attentato islamista”), l’altra questione al centro del “dibattito” è che “non si deve” usare la forza contro chi la pensa “diversamente”.

Anche in questo caso, dal punto di vista teorico, sembrerebbe tutto perfetto. Guai a chi alza le mani! No alla violenza senza se e senza ma!

palest_journalist_killedPeccato però che un sacco di redazioni giornalistiche e di fotoreporter palestinesi siano fatti oggetto, volutamente, di tiro al bersaglio, e nessun medium occidentale ha mai gridato allo scandalo. Alla faccia della tanto decantata “solidarietà di categoria”. E che dire dei giornalisti di Aljazeera ammazzati da “fuoco occidentale” mentre erano al lavoro nella loro redazione? Si dirà che quello è un altro contesto, dove si rischia grosso e ci si deve prendere le proprie responsabilità, ma allora il ragionamento deve valere per tutti.

Per dire che anche un giornale satirico che s’ingaggia in un umorismo spregiudicato su quanto di più sacro vi è per molte persone ed ambienti politico-religiosi dovrebbe rendersi conto del rafano in cui s’è cacciato e del pericolo che corre.

C’è chi ha detto che ne uccide più la lingua (o la penna) che la spada, e questo è tremendamente vero. Se ti metti “in guerra” contro qualcosa o qualcuno non puoi scandalizzarti se quello poi ti prende a sberle o addirittura ti fa fuori. Oggi invece si va davanti a un “campo nomadi” a provocare e ci si meraviglia che quelli escano non propriamente coi mazzi di fiori. Ci si erge a “sentinelle” contro la propaganda filo-omosessualista e ci si scandalizza se i militanti della causa attaccata c’insultano o ci mettono le mani addosso. Insomma, quando si va “alla guerra” si deve mettere in conto di tutto, e poi starà agli organi competenti indagare ed acciuffare chi s’è reso protagonista d’un crimine contemplato dalla legge vigente.

Sbalordirsi delle offese ricevute dopo aver soffiato sul fuoco è ipocrita perché letteralmente “irresponsabile”, nel senso che non ci si prende la responsabilità di quello che si è detto o fatto. Si pensi a Gesù, che non fu affatto tenero con nessuno di coloro che doveva rimettere in riga, i quali infatti lo inchiodarono ad una croce dopo averlo sottoposto ad indicibili sevizie (o almeno questo è quanto ci viene raccontato dalla versione cristiana della storia e/o del mito cristiano): e mica s’è lamentato mentre se ne stava crocefisso!

L’Occidente moderno, poi, fa gran vanto della sua supposta capacità di “capire” tutto e tutti meglio di chiunque l’ha preceduto. L’Antropologia ha contribuito a fortificare questa sensazione: ma se una lezione l’ha lasciata, è proprio quella che ci sono “culture” per le quali non è tutto passibile di “critica” o, peggio ancora, di blasfemia. In altre parole, se per qualche “cultura”, di pochi “selvaggi” o di un miliardo e passa di persone, esistono concetti e valori non negoziabili e non sottoponibili ad alcuna forma di dileggio, l’Occidente moderno non dovrebbe prendere questa realtà come una “follia”, ma, forte della sua (presunta) capacità di “comprendere” anche “l’Altro” si dovrebbe rendere conto che certe forme di “critica” vengono percepite dall’altra parte solamente come un insulto insopportabile.

Che poi “l’Altro”, dopo essere stato osannato e posto sul piedistallo per decenni (perché c’era il Terzomondismo), adesso debba fare uno sforzo per “modernizzarsi” anche nel senso che per lui non esiste più nulla di “sacrosanto”, è tutto da discutere. E, anzi, in un’epoca di deserto ideale prodotta dal relativismo ad ogni costo, al di là dell’orrore che può suscitare una strage, fa perlomeno riflettere il fatto che su questo pianeta vi siano delle persone per le quali esiste una gerarchia di principi e di valori di fronte ai quali non si è disposti a transigere.

D’altra parte, anche l’Occidente, in mezzo alla cortina fumogena del “relativismo”, ha i suoi feticci intoccabili, che si chiamano “tolleranza”, “eguaglianza”, “libertà”. Tutti a geometria variabile, ma questo è un altro discorso, perché l’importante è che ci si creda fermamente, anche se nella pratica non vengono applicati (né è possibile farlo). La propaganda a senso unico a proposito della “ideologia di genere” non trae linfa proprio da un’assolutizzazione di un’idea, per di più “autonoma” perché stravolta, di “libertà”?

Detto questo, per riflettere a tutto tondo su questa sorta di “11 settembre francese” (v. M. Blondet su sito Effedieffe.com) senza ipocrisie e moralismi inibitori, bisogna aggiungere altro.

Sempre dato per scontato che si tratti di un’azione di un commando “islamista” che risponde ad una catena di comando non inquinata da elementi “insospettabili” ed “inconfessabili”, mi chiedo – come ho già avuto modo di fare commentando le distruzioni delle tombe dei santi ad opera di “musulmani” ed il particolare approccio di questi ultimi, “letteralista” e incline all’anatema e alla “scomunica” – come si possa attirare simpatie verso l’Islam comportandosi in questo modo.

Un comportamento, quello di chi si sente “offeso” per una vignetta ad un punto tale da imbracciare il mitra, che indica un problema di “ego”, ovvero di identificazione con qualche cosa che, seppur sentito come “intimo” perché “sacro”, non può essere scambiato in alcun modo, pena la caduta in un peccato di “ego”, con il proprio autentico Sé. Da qui al brandire il Corano come fosse il Libretto rosso di Mao, il passo è breve. Parole sacre diventano così slogan politici, e se anche ciò avesse un suo “perché”, per questi “islamisti” il jihâd – il supremo sforzo contro le proprie passioni – si riduce ad un impegno “politico” nel più stretto senso del termine, così com’è concepito dai moderni ad ogni latitudine dopo che la “modernità” è sciamata dappertutto.

dhikr1Se si volesse attirare all’Islam, ovvero all’accettazione volontaria del Decreto divino per conformarsi ad esso (e non alla banale “sottomissione” di un Houellebecq), quanti proseliti potrebbero fare degli inviti a riunioni (majlis) di dhikr, durante le quali vengono menzionati i “nomi più belli” d’Iddio! Invece, per i “jihadisti” di ogni sorta, queste attività che ammorbidiscono i cuori e li avvicinano non sono altro che “idolatria”, ed è per questo che la loro prima preoccupazione, ovunque prendono il potere, è proibire tassativamente questo tipo di pratica religiosa, compresa quella della ziyâra (visita) alle tombe dei santi. Per non parlare della musica sacra tradizionale, mentre quella dei vari cantanti alla moda, che ragliano come asini, viene permessa ed incoraggiata attraverso gli stessi canali satellitari che introducono nelle case i vari telepredicatori.

Per di più, la Verità con la V maiuscola non ha alcun bisogno di essere difesa in questo modo sgangherato e brutale. E tanto meno dal primo che passa, ché tutt’al più a difenderla, senza il rischio di identificazioni “personalistiche” ed “egoiche”, ci penserà un autentico “realizzato”… cosa assai difficile da trovare in ambienti che al massimo sanno sfornare “rivoluzionari” nel senso disordinato che ha assunto questo termine nel mondo moderno.

Un punto dev’essere chiaro: si può cadere nelle paludi e negli inganni della propria nafs (ego) anche se si crede di difendere la Verità.

Tutto questo dev’esser detto, altrimenti si comprende solo una parte della questione che, riassumendo, comprende due ordini di problemi: il primo concerne l’ipocrita insistenza su una “libertà di espressione” che non c’è (e non ci sarà mai perché ciascun assetto di potere si difende come può); il secondo, l’atteggiamento di “musulmani” che, lungi dall’essere effettivamente muslim (cioè “arresi” al Decreto divino, ovvero “realizzati” e dunque “risolti”), sono al contrario esseri “irrisolti” e riducono così l’Islam, che è essenzialmente e principalmente una dottrina iniziatica, in un qualche cosa che assomiglia in tutto e per tutto ad un’ideologia, seppur d’ispirazione religiosa.

terrorism-243x300Stabilito questo, è tuttavia doveroso ricordarsi che una volta che ci si è posti in una posizione conflittuale con un “nemico” (per gli uni “l’Islam” tout court, per gli altri “l’Occidente”), ci sta tutto e il contrario di tutto, compresa la strage e le azioni più immonde come le decapitazioni da vivi (che, detto per inciso, ci fanno rabbrividire solo perché siamo dei vigliacchi che sanno solo ammazzare con le bombe al fosforo e i droni). Azioni raccapriccianti che d’altra parte non è la prima volta che vediamo andare in scena, se solo si pensa a quanti innocenti sono stati recentemente massacrati nella Striscia di Gaza in una carneficina a senso unico che nessun “libero” mezzo d’informazione ha ritenuto di condannare. Perché se “non si fa” una carneficina nella redazione di un giornale, si deve dire che “non si fa” la stessa cosa su una spiaggia o un’abitazione privata, come troppe volte abbiamo visto (non certo attraverso la “libera” stampa).

Questo per dire anche che – sempre che si tratti di quello che appare – non c’è da meravigliarsi se dopo migliaia di famiglie intere trucidate, un giorno arriva un commando “islamista” e fa fuori chi, a torto o ragione, viene associato ai gravi torti subiti (in alcuni paesi arabo-musulmani, come l’Iraq, l’Afghanistan o la Palestina, quasi tutti hanno dei cari assassinati dagli eserciti occidentali).

Ma questo ragionamento sarebbe valido se tutto fosse come sembra. Invece, come scrivevamo all’inizio, ci sono fondati motivi per pensare che non sia così. Anche perché sovente la nazionalità dei “terroristi” è tunisina, marocchina eccetera: di paesi che non sono stati invasi dagli occidentali.

commando_parigiCome ha già rilevato Maurizio Blondet nel suo ultimo articolo, una delle cose più strabilianti è la “carta d’identità” di uno dei due “giustizieri mascherati” rinvenuta a bordo di una delle auto usate per la fuga.

Poi c’è la fredda determinazione e la “professionalità” dei due, in netto contrasto con l’approssimazione dell’addestramento di certi “jihadisti”, che anche solo contro l’Esercito nazionale siriano vanno letteralmente al macello appena quello attacca seriamente (basta guardare su YouTube).

Infine, la questione dell’identità dei componenti il gruppo armato: uno Stato che intendesse stabilire la verità dei fatti ed i loro retroscena dovrebbe acciuffarli vivi, invece mai che una volta questi “jihadisti di ritorno” vengano presi e poi fatti cantare. Meglio ammazzarli, quindi, nel classico conflitto a fuoco con intervento delle “teste di cuoio” che ridurranno i “terroristi” a brandelli.

Se si pensa che non abbiamo avuto il piacere di vedere Bin Laden agli arresti quando vi sarebbe stata la possibilità di farlo, e anzi persino il cadavere è stato fatto sparire in fretta e furia, si ha chiara la misura di quanto poco siano interessati i governi che “combattono il terrorismo” a far venire fuori l’inconfessabile verità.

E non è finita qui. Perché tutto quello che di qui in poi verrà attivato, altro non sarà che uno sviluppo, perseguito metodicamente, di quello “scontro di civiltà” che da quasi vent’anni ci è stato imposto.

Adesso dobbiamo tremare al pensiero che “combattenti dell’ISIS” siano tornati a casa, ma dov’erano tutti questi premurosi “analisti” con tanto di cattedra e lauto stipendio (pubblico) quando uno Stato sovrano che non aveva aggredito nessuno e col quale avevamo ottimi rapporti, se non altro commerciali, è stato aggredito da mercenari della Nato con la scusa della repressione della “primavera siriana”?

Quegli stessi mercenari, o quanto meno utili idioti, che come se non bastasse tutto il resto scandiscono, attenti a farsi sentire bene (come se la “firma” fosse troppo importante), il rituale Allâhu Akbar (“Iddio è più grande”) prima di ogni assurdità commessa in nome dell’Islam.

Ovvio che, in una situazione del genere, fuorviante perché manipolata oltre ogni immaginazione, il giornalista di turno, imbeccato dalle veline di chi tiene i cordoni della borsa dei suddetti mercenari, non si faccia scrupolo d’infarcire il suo pateracchio informativo di altrettanti Allâhu Akbar, tante volte il povero telespettatore lobotomizzato non avesse introiettato il messaggio: “Strage islamica contro l’Occidente e i suoi valori”.

Un odio a senso unico, naturalmente, in un delirio autoassolutorio tipico di chi pensa di avere solo e sempre ragione. Anche quando odia esplicitamente né più né meno come fanno (o ritenga facciano) “gli altri” (e forse anche di più) ed agisce di conseguenza con tutta la potenza distruttiva messagli a disposizione dalla tecnologia. Con la differenza che ci si trova sempre una giustificazione nell’odio altrui: “perché loro ci odiano”… “perché l’Islam ci odia!”.

Fascism and Islam

by Enrico Galoppini

fascimo-islamIf we have satisfied ourselves with the preconceived schemes influenced by the dichotomies arisen after World War II up to the value of dogma – right / left, racism / anti-racism, colonialism / third world etc. – we would become really tired of making reason for a complex relationship between light and shadow, often contradictory, sometimes enthusiastic and sincere, whichmain characters and situations, that have animated a climate for which, in hindsight, was coined by the historians (perhaps more interested in providing useful material to the news of the Middle East than to the service of Truth) the ungenerous expression of “pro-Arab fascism”.

Undoubtedly, both the fascist part and that of the Arab-Muslim – to consider them in their complexity and so as not to reduce to the monolithic blocks – were pursuing objectives different in their core, but it is on the path to achieving them that they found themselves in the company along some stretches of the road.

If the disappointment generated by the dictates of the Versailles Peace Conference (19 January-28 June 1919) hegemonized by the United States, Britain and France – that for Italy had translated in the setback of the “mutilated victory” and for the Arab-Islamic world sanctioned the betrayal of the aspirations to independence in the name of Arabism and Islam – had already created the first ground for the encounter between two emerging realities, until the Twenties the foreign policy of Fascism was extremely conservative, but since the early years of the next decade, and especially after the Ethiopian war of 1935-36 (presented to the Muslims as a ransom from the harassment perpetrated against them by the Negus) that that Mediterranean strategy becomes openly pro-Islamic and therefore anti-French and anti-English and adopted with increasing boldness (not to forget that at that time both the Maghreb and Mashreq used to be Arabic, in different ways, under the Anglo-French control of): Arabic studies and Islamic studies acquire a greater boost, the efforts to penetrate the cultural and ideological fields intensify (the Fiera del Levante [Levant Trade Show], in 1930, the Conference of Asian students in Rome in 1933 and 1934, the Italian-Arabic bilingual publications such as Italia Musulmana [Muslim Italy], Mondo Arabo [Arab World], and L’Avvenire Arabo [the Arabic Future], Arabic-language broadcasts on the Radio Bari since 1934) and the spread of the Arab movements and organizations, especially of youth, among which we can mention the Young Egypt Party (Hizb Misr al-Fata) of Ahmad Husayn and the Lebanese Phalanges (al-Kata’ib al-Lubnâniyya) of Pierre Jumayyil among the first, the Green Shirts (al-Qumsân al-Khadrâ’) and the Blue Shirts (al-Qumsân az-Zarqâ’), both Egyptian, and various scout associations (al-Jawwâla) among the latter, looking, perhaps confusingly, at fascism as a model.

In other cases, however, the inspiration was made up of the National Socialism: we can mention the Syrian Social Nationalist Party (al-Hizb al-Qawmî as-Sûrî al-Ijtimâ’î) of Antûn Sa‘âda, the Iron Shirts (al-Qumsân al-Hadîdiyya) in Damascus and Aleppo, the Iraqi al-Futuwwa, the ethics of which originated from that of the knightly orders of the Islamic Middle Ages. But it is with the circles of the courts of the then independent state entities (often only formally) and not with minority and extremist factions that Fascism, realistically, prefers to weave relationships that ina special mode on the commercial level determine theremarkable positions: Yemen of Imâm Yahya is an Italian protectorate in fact (the Treaty of friendship and economic relations of 1926 was renewed in 1937) and good relations became established both with King Fu’âd of Egypt and with the ruler of Iraq Faysal ibn Husayn; while as further proof of the importance of the Italian health and scientific-technical contributions in the Arab world it is enough to recall the permanent medical mission at the Imâm’s of Yemen, the Italian Hospital in Amman, the clinic in Jeddah and the aviation assistance provided to Ibn Sa’ûd during all Thirties.

fascismoeislamIn the end of the decade, and then during the war (when the Allies impose blackmail and pressure on all of these excellent relations), the pro-Islamism of the Mussolini regime, until then marked by a good dose of pragmatism, becomes, as it were, ideological (fascism as “Islam of the twentieth century” is one of the slogans coined in this climate), but these are only sporadic cases (e.g. the failed Iraqi revolution of Rashîd ‘Âlî al-Ghaylânî and of the officers of the Golden Square supported by the Axis in April-May 1941), and in any case with little conviction, that Fascism and some sectors of the Arab-Muslim world eager to break free from the French-English control fail to take action of some importance. Among the prominent Arab interlocutors who privileged the alliance (more pragmatic than ideological) between Fascism and Islam – ill putting among the rest their hopes in an equally clear rejection of the Zionist entity that was slowly but surely establishing itself in Palestine –we can mention first of all the Grand Mufti of Jerusalem, Hajj Amîn al-Husaynî (1893-1974), a proponent of the Arab-Islamic planning – and not strictly national – of the liberation struggle of the Dar al-Islam from foreign interference, the Emir Druze Shakîb Arslân (1869-1946), one of the leading exponents of the current reform of the Salafiyya that in Geneva ran La Nation Arabe, Muhammad Iqbâl (1877-1938), the spiritual father of Pakistan, who had words of praise for the opening towards Asia sealed by Duce with the speech of March 18, 1934 on the expansion of Italy in the East Pacific.

It would be a mistake – abstracting from the historical context of this story – to pin down as anti-Semitism the glue of these vague mutual friendship: it has never been precisely pertinent neither to Arabs nor to Muslims, and for Fascism it was a tardy trend, minor and instrumental fruit of the political alliance with Hitler’s Germany; while it is often silenced the hostile attitude that already since 1936 the main Jewish organizations demonstrated against fascist Italy. And it is also to be remembered that the Jewish communities traditionally residingin Palestine coexisted peacefully from time immemorial with both the Arab Muslim majority and with Arab Christian minority.

fascio_200Whether it was a wavering and contradictory pro-Islamism it is also demonstrated by the “Islamic politics” pursued by Fascism in Libya, where the nodes of what often appears to be a strategy aimed mostly to counter the Franco-British hegemony in the Mediterranean and manage the Muslim populations of the colonies (Libya, Eritrea, Dodecanese, then Ethiopia and Albania finally) come home to roost. Here Islam is indeed encouraged – to the point of making life difficult for those who saw an opportunity for a new evangelization of North Africa – with initiatives aimed at supporting local religious life (restoration and construction of mosques and Koranic schools, assistance for the pilgrims to Mecca, the opening of the School of Islamic Culture in Tripoli), but it is mainly an instrument of order, gradually forced to the private sphere in compliance with the “render unto Caesar” that just fits the intimate essence of Islam. Even Fascism then – among which constituent elements are aversion to many of the principles of the Enlightenment and to some of “progressivism” – in colony eventually had flatten out in the reproduction of the rhetoric of progress (of “development” we would say today) setting up the version in black shirt of the “civilizing mission”, including the essential baggage of “good intentions” inherent in any oversea business. The journey of Mussolini to Libya in March 1937 – a “reward” for people who with the contingents of askari had given a fundamental contribution to the conquest of the Empire – which culminated with delivery to the Duce of the “Sword of Islam”, actually opened a new and massive phase of settlement of settlers on the Fourth Italian bank (the “Twenty thousand” of 1938), an event that could not but worry of the advocates of ethnic and cultural integrity of the Arab Homeland (al-Watan al ‘Arabî), primarily the contiguous Tunisian nationalists of Neo-Dustûr Habîb Bourguîba, occasionally drawing close to Fascism.

An overall judgment must therefore reveal that the action of the pro-Muslim Fascism (or “pro-Arab”, when the item “race” began to weigh more in the later rapprochement with Germany) resulted mainly in propaganda and disturbance activities (even the Palestinian uprising of 1937-39 was not backed up with particular enthusiasm) aimed to grab the sympathy of the Muslim populations of the Mediterranean, the center of gravity of the “renewed Empire of Rome”, who however – disappointed by those who had withdrawn all the promises made at their time – saw in these proclamations the possibility to succeed in completing the anti-colonial liberation struggle, later continued after World War II by the champions of pan-Arabism (Jamâl ‘abd en-Nâsir and his followers), accused from time to time – not surprisingly – by the propaganda of their opponents in “fascism”, and even held up as a new “Hitler”.

However, reading many writings published in Italy in between the two World Wars in the climate of the search for a “consultation with Islam”, there can be seen how much the tones of the debate (of course it is good that itexists at all) on today’s Islamic presence in Italy and fears instilled by those who have interest to wave at every turn with the specter of “Islamic fundamentalism”, arefar fromthe setting of the delicate and fundamental question of the relations between Italy (and then Europe) and Islam, between the West and the East.

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For more information:

Enrico Galoppini, Il Fascismo e l’Islam {Fascism and Islam}, Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma  2001.

Interview with Stefano Fabei (by Giovanna Canzano).

Stefano Fabei, La politica maghrebina del Terzo Reich {Maghreb Policy of the Third Reich}, Ed. All’Insegna del Veltro, Parma 1988.

Stefano Fabei, Guerra santa nel Golfo {Holy War in the Gulf}, Ed. Ed. all’Insegna del Veltro, Parma 1990 [History of the Iraqi anti-British insurecction, 1941].

Stefano Fabei, Fascismi e decolonizzazione {Fascism and Decolonization}, “Studies Piacentini”, 16, 1994, pp. 81-109.

Stefano Fabei, Gli arabi nell’esercito italiano {Arabs in the Italian army}, “Studi Piacentini”, 30, 2001, pp. 227-243.

Stefano Fabei, Il Reich e l’Afghanistan {The Reich and Afghanistan}, Ed. All’Insegna del Veltro, Parma 2002.

Stefano Fabei, Il fascio, la svastica e la mezzaluna {The Fasces, the Swastika and the Crescent}, Mursia, Milan 2002.

Stefano Fabei, Una vita per la Palestina. Storia di Hajj Amin al-Husayni, Gran mufti di Gerusalemme {A life for Palestine. History of Hajj Amin al-Husayni, the Grand Mufti of Jerusalem}, Mursia, Milan 2003.

Stefano Fabei, Mussolini e la Resistenza palestinese {Mussolini and the Palestinian Resistance}, Mursia, Milan 2005.

Imam al-Nawawi’s Maqam Destroyed in Nawa

nawawiUn’altra distruzione di un luogo sacro per tutti i musulmani: la tomba (a Nawa, nel sud della Siria) dell’imâm an-Nawawî, autore della celebre raccolta di tradizioni profetiche Riyâd as-Sâlihîn (I Giardini dei Devoti), tradotta anche in Italiano per le edizioni Qibla/Orientamento. La follia distruttrice ed iconoclasta dei “puritani dell’Islam” non conosce sosta, ovunque essi mettano le mani. Anche questo è uno dei risultati della cosiddetta “primavera araba”, che in Siria ha mostrato il suo volto più sanguinario e truculento.

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Assalamu Alaykum Wa Rahmatullahi Wa Barakatuh , We pray this finds everyone well, wrapped in Allah’s mercy and steadfastly traveling the path to eternal felicity, in sha Allah.

The Maqam of The Erudite Scholar and Friend of Allah Sayyiduna Imam Abu Zakariyah Muhiy al-Din Yahya Ibn Sharaf al-Nawawi Radi Allah ‘anhu has been destroyed in Nawa.  La hawla wala quwatta illa billah.

تدمرت اليوم ضريح إمام من أبرز أئمة أهل السنة والجماعة الإمام النووي رحمه الله تعالى شارح صحيح الإمام مسلم على أيدي الإرهابيين. اللهم انصرنا على القوم الكافرين.

He is Yahya Ibn Sharaf , Muhiy al-Din Abu Zakariyah al-Nawawi (631–676 AH) the pious, ascetic, most learned, scrupulously Godwary, accomplished jurisprudent and Hadith Master, the impeccable Shaykh al-Islām by the unanimity of the people of the Sunna of the Prophet (Allah bless him and give him peace), fearless before kings, lordly and chaste, who died young yet, in a short life of 45 years, produced works of learning that made him the principal authority in the later Shāfi‘ī school. He is the “the standard-bearer of the Friends of God” (al-Dhahabī); and he himself said, “God has blessed me in the right use of my time,” in reference to Imām al-Nawawī’s remarkable scholarly output and achievements.  Imam al-Nawawi is named after his hometown of Nawa near Damacsus. He is “the Spiritual Pole of the noble Friends of God, the Legist of Humankind, the Reviver of the Sunna and the Slayer of Innovation” (al-Sakhāwī). May God bestow great and endless mercy on him, bless him, and reward him on behalf of every Muslim!

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Atti del 6°Forum sulla Famiglia italiana musulmana

basmala1Si segnala dal sito “Scuola Conoscere l’Islam“:

A Beneficio di tutti quelli che leggono, e che non hanno potuto partecipare al 6°Forum, e  per tutti coloro con i quali lo vorrete condividere, abbiamo preparato la – Raccolta degli interventi –  fatti dai vari Ospiti  al – 6° Forum sulla Famiglia italiana musulmana – svoltosi a Verona il  14 Dicembre 2014

(cliccare sul link qui sotto per leggere il documento)

https://scuolaconoscereislamvr.files.wordpress.com/2015/01/atti-del-6c2b0forum-sulla-famiglia-italiana-musulmana-verona-14-12-2014.pdf

 

Quando anche un sito internet fa glorificare il Creatore

pilastri_creazioneTalvolta anche un sito internet può far riflettere sul “miracolo della creazione”.

È il caso di The Scale of the Universe, che permette di effettuare un viaggio virtuale nelle due direzioni possibili a partire dalla dimensione umana: verso “l’infinitamente grande” e verso “l’infinitamente piccolo”.

Ovviamente c’è un limite: quello della possibilità umana di osservare, grazie agli strumenti (telescopi e microscopi) attualmente a sua disposizione. Ma chissà che cosa c’è “oltre” questi limiti.

Ma questo è ancora poco… perché al di là di tutto quel che si può “vedere” c’è quello che non si vede e non si vedrà mai con qualsivoglia strumento di misurazione e/o di osservazione!

Ben poca cosa è quest’uomo che si crede Dio, di fronte a cotanta magnificenza! E com’è triste la vita di certi “scienziati” convinti di poter scoprire la “particella di Dio”…

Che cos’altro aggiungere: buon viaggio virtuale… e meditate: può essere tutto ciò la “creazione” di un essere umano o di immaginari quanto ultra-tecnologici “extraterrestri”!?

Rispetto e tolleranza con le altre religioni nell’Islam (Roma, 18 gen. 2015)

rispetto_tolleranzaIl Centro Islamico “Imam Mahdi” e l’Associazione amici del Libano

invitano all’incontro sul tema:

Rispetto e tolleranza con le altre religioni nell’Islam

che si terrà domenica 18 gennaio 2015, alle ore 19.30 presso la sede del Centro Imam Mahdi, Via Gualdo Tadino 17, Roma.