Una classe politica senza… “cultura politica”

di Francesco Lamendola

corrottoUno degli aspetti più importanti, ma probabilmente più trascurati, della profonda crisi della società italiana ed europea che stiamo attraversando – crisi di cui la recessione economica e il dilagare della disoccupazione sono solo l’aspetto terminale e più appariscente, ma che parte da lontano ed investe altri aspetti, meno vistosi, a cominciare dalla famiglia, dalla scuola e dalla stessa etica e competenza professionali – è riconducibile, a nostro avviso, a un drastico e, per certi versi, drammatico deficit di cultura da parte della nostra classe dirigente, specificamente della classe politica.

La classe politica italiana ed europea è stata capace di esprimere, almeno fino alla prima metà degli anni ’70 del Novecento, uomini di notevole levatura culturale, intellettuale e, in certi casi, anche spirituale: uomini che hanno onorato i rispettivi Paesi e che hanno profuso nel loro impegno un grado di passione, disinteresse e competenza quali mai più sono stati mantenuti o anche solo conservati dalle generazioni successive. E ciò sia detto indipendentemente dal giudizio strettamente politico che si voglia dare di quella classe.

Ora, non si può non essere pungolati dall’interrogativo circa le ragioni che hanno determinato il divario fra la classe dirigente europea, e italiana in specie, negli anni fra il 1945 e il 1975, e la classe dirigente degli anni successivi. Trovare una risposta soddisfacente a una simile domanda, infatti, equivale a trovare una preziosa indicazione circa la strada da battere se si vuole uscire dalla presente situazione di stallo: una situazione nella quale la classe dirigente odierna sembra assolutamente incapace di traghettare i popoli europei oltre la crisi che ci attanaglia e oltre lo scoraggiamento che ci pervade come un cancro silenzioso, ma micidiale.

Si potrebbe pensare che abbiamo idealizzato la classe politica antecedente al 1975. Tuttavia, lo ripetiamo, non abbiamo inteso dare un giudizio strettamente politico, bensì valutare il suo grado complessivo di preparazione culturale, di apertura intellettuale, di senso etico e specialmente di senso dello Stato e del pubblico bene. Inoltre ci riferiamo non a tutti i politici, ma, in modo particolare, a quei politici che provenivano dall’area culturale e spirituale cattolica. I comunisti e i socialisti avevano anch’essi, personalmente, un discreto livello di preparazione culturale e di serietà e onestà professionale: non erano uomini, per intenderci, che andassero a caccia di privilegi, ma uomini che credevano in quel che facevano, anzi, che avevano fatto della politica la loro passione e il loro ideale. Tali caratteristiche, però, non bastano per fare un buon politico: ne manca ancora una, essenziale: il senso di umanità, nel significato più profondo del termine; la capacità di giungere a compromessi, ma nel senso migliore del termine, vale a dire non compromessi con la propria coscienza, ma compromessi necessari per giungere a un ragionevole accordo con la controparte, nell’interesse generale; la capacità di vedere negli uomini non solo quel che sono, ma anche quel che potrebbero essere, se considerati come qualcosa di più che degli atomi disordinati da gestire, da governare, bensì delle persone, dei soggetti spirituali dotati di anima, che aspirano al bene, se il bene viene mostrato loro e se vien dato loro il buon esempio; la capacità di comprendere gli errori altrui, di perdonarli, di accettare i limiti della natura umana, ma senza troppa indulgenza, senza facili scusanti, bensì puntando sempre in alto; infine, la capacità di pensare la politica senza rancore, senza desiderio di vendetta, ma cercando la giustizia e il bene comune, il che esclude automaticamente la lotta di classe, che si basa sulla generalizzazione e sulla stigmatizzazione di un nemico impersonale che va odiato e distrutto.

E ora spendiamo due parole sulla classe politica italiana.

Specialmente a partire dagli anni ’60, avvicinandosi al fatidico 1968 e, poi, dopo di esso, in misura sempre maggiore, è venuto di moda irridere quella classe politica di area cattolica, rinfacciare ad essa la sua contiguità, o la sua supposta sottomissione, alle gerarchie clericali, nonché la sua pretesa ipocrisia, il suo perbenismo, il suo conservatorismo: è diventata il bersaglio ideale per quei giovani e meno giovani e specialmente per quei sedicenti intellettuali e cattivi maestri, che sintetizzavano nella parola “borghese” tutto ciò che è moralmente e politicamente deforme, esecrabile, ripugnante. Dunque, essi rappresentavano la politica borghese, il mondo borghese, i valori borghesi; e poiché quella politica, quel mondo, quei valori, erano – inutile prendersi la briga di dimostrarlo, la cosa era fin troppo evidente – la quintessenza di ciò che è marcio, deforme, repellente, allora anche quegli uomini politici erano agenti del marciume morale, dell’ipocrisia, del gesuitismo.

TV spazzaturaSta di fatto che uomini così, poi, siamo stati costretti a rimpiangerli: anche coloro che, in politica, avevano idee di tutt’altro genere, se intellettualmente onesti, sono stati costretti a riconoscerlo, magari a denti stretti. A partire dalla metà degli anni ’70 – in coincidenza con l’avvento delle televisioni commerciali: ma forse non è stata affatto una coincidenza – la politica ha incominciato a corrompersi, a divenire un affare, una carriera, una poltrona da conquistare, un obiettivo da raggiungere a suon di promesse demagogiche, senza rispetto per la verità, senza preoccuparsi dei conti dello Stato da tenere in ordine, anzi, accumulando sempre più debito pubblico, sempre più sprechi nella pubblica amministrazione, sempre più facili ricorsi alla scala mobile e ad altri ammortizzatori sociali, invece di mobilitare ogni risorsa per rendere l’economia più produttiva, più competitiva, più efficiente e la macchina dello Stato più leggera, più trasparente, più seria. Sono stati gli anni dello sperpero, dei privilegi consolidati, delle corporazioni e delle caste protette, le piccole e le grandi; gli anni del sindacato onnipotente e sempre più sfrenatamente demagogico, ma attardato su posizioni culturali preistoriche, non preoccupato di creare nuovi posti di lavoro, ma unicamente di difendere quelli esistenti, anzi, per la precisione, quelli degli iscritti ai sindacati stessi.

Sono stati, anche, gli anni della politica come spettacolo, come talk-show, come racconto affabulatorio, come teleromanzo, come pubblicità; gli anni della Milano da bere, di De Mita e di Berlusconi imprenditore, palazzinaro e monopolista televisivo, che incretiniva milioni di telespettatori con i programmi più stupidi e volgari, ogni mese, ogni anno un poco più stupidi e volgari, fino a che stupidità e volgarità sono entrate in tutte le case, hanno fermentato in tutte le teste, specialmente dei giovani e degli adolescenti, hanno acceso tutte le brame più superficiali e più consumistiche, hanno spento tutte le intelligenze, tutto il senso critico accumulato e capitalizzato dagli Italiani in tre decenni di politica sostanzialmente virtuosa e di cultura con la “c” maiuscola, quando – fino, appunto, all’inizio degli anni ’70 – anche la televisione di Stato, pur tanto insultata e sbeffeggiata dai vari Moravia e Pasolini, era pur sempre un ottimo veicolo di cultura, di teatro, di cinema, di documentari, di sceneggiati a soggetto storico e letterario, di programmi educativi intelligenti e modesti, come quelli del maestro Manzi, di programmi per bambini che univano la fantasia alla delicatezza.

Fino ai primi anni ’70 la famiglia, la chiesa, la scuola, l’università, la televisione, ciascuna a suo modo e nelle sue finalità e prospettive, hanno fatto cultura, e lo hanno fatto in maniera, nel complesso, più che dignitosa: poi è arrivato il diluvio, sono cominciati i divorzi facili, le messe beat, il sei politico, la lunga marcia di Mao come materia di studio, i cartoni animati giapponesi a base di mostri spaziali, i giochi elettronici al posto delle bambole, dei trenini e dei soldatini: e Berlusconi è sceso in campo, raccogliendo quel che aveva seminato, raccogliendo i facili successi a colpi di spot, di promesse mirabolanti, di illusionismo mediatico, mandando anche in parlamento un gruppo di maggiorate, di bellone e di rifatte per completare l’operazione pubblicitaria, la totale riduzione della politica a spettacolo – e spettacolo d’infima qualità, perfino al disotto del Varietà popolare degli anni d’anteguerra.

inglese_internet_impresaLa politica si è involgarita, è diventata un assalto alle poltrone, un esercizio di faccia tosta, uno sfoggio d’arroganza, senza nemmeno più prendersi il disturbo di fingere; il “buon” politico è diventato il beniamino di qualche sponsor potente, che mette a sua disposizione grandi mezzi finanziari per la campagna elettorale, quello che porta in dote alla sua parte politica un bel mucchietto di voti, comunque ottenuti, non importa come, non importa se sospetti, o addirittura in odor di mafia e di camorra; quello che è fotogenico, brillante, che possiede una parlantina sciolta da telepredicatore, che è amico dei giornalisti televisivi e viene invitato un giorno sì e un giorno no presso qualche studio televisivo per fare il suo bravo spot, in pro di se stesso e, naturalmente, del suo partito; quello, infine, che possiede quattro dita di pelo sullo stomaco, che se ne frega totalmente del servizio ai cittadini e pensa solo in termini di convenienza personale, che riceve le case in affitto a prezzo stracciato e non lo sa nemmeno, che appena eletto sindaco vuole l’auto milionaria di rappresentanza, che appena nominato sottosegretario comincia a usare l’aereo privato per andare a giocare a golf, che è amico dei banchieri e che si fa offrire le vacanze ai Caraibi, perché, poverino, è tanto stanco, lavora tanto e, insomma, avrà lui pure diritto a un po’ di relax… che diamine, basta coi moralismi e crepi l’avarizia, specialmente se il denaro che si maneggia non è di chi lo spende, ma di qualcun altro.

Insomma, la politica oggi è diventata una porcilaia, una fogna, nella quale bisogna essere ratti o pantegane per sguazzare senza provare imbarazzo o un po’ di schifo; ed è diventata tale perché il pubblico, cioè, volevamo dire i cittadini elettori, si sono rimbambiti a forza di televisione e consumismo, hanno perso il rispetto di se stessi e il senso della realtà, accettano tutto purché suoni gradito ai loro orecchi, purché non disturbi i loro sogni voluttuosi, purché non abbia lo sgradevole sapore di un risveglio che li costringerebbe a misurare tutta la bassezza in cui sono sprofondati e tutta la putredine – questa volta sì, non quella, inventata dagli pseudo-intellettuali del ’68, e a torto attribuita ai vecchi politici cattolici; e, forse, li indurrebbe a riscuotersi, a reagire, a fare qualcosa, per esempio a mandare a casa almeno i ladri più sfrontati e matricolati e ad eleggere in Parlamento, una volta tanto, qualche persona perbene, qualche uomo o donna che siano onesti e competenti, e che non si limitino a sembrarlo.

Falce_e_CroceC’è una cosa da aggiungere. La politica italiana è stata una cosa abbastanza seria fino a che in essa ci sono stati i cattolici, ma ha incominciato a non esserlo più quando a fare politica hanno cominciato i preti. Quando i preti di sinistra hanno scoperto che il Concilio Vaticano II, a loro dire, ha riaperto il vero senso del Vangelo e le porte del Paradiso, prima serrate dinanzi a tanta ipocrisia e a tanto fariseismo, si è verificato l’osceno connubio fra l’ala “progressista” del mondo cattolico, clero in testa (non tutto, si capisce) e i cascami del comunismo sconfitto, sbugiardato e svergognato, i quali, però, mai hanno saputo fare l’esame di coscienza, mai hanno osato tirare le conclusioni della caduta del Muro di Berlino, anzi, più arroganti che mai, si sono imbrancati con il clero di sinistra, ed esso con loro, in nome di una improbabile e blasfema riedizione del Vangelo in salsa marxista: pronuba la teologia della liberazione e testimoni di nozze tutti quegli intellettuali disonesti e falliti e tutti quei politici mezzi smobilitati e quasi disoccupati, che il crollo mondiale del comunismo aveva rischiato di lasciare nudi come vermi: gente, fra parentesi, che non ha mai lavorato in vita sua, ha solo fatto politica; ma far politica dopo il 1975, come abbiamo visto, non era più un servizio e nemmeno un semplice lavoro, era proprio dare l’assalto alla diligenza e saccheggiare le borse degli inermi Italioti.

La conclusione di tutto ciò è stata che, al giorno d’oggi, in due soli luoghi dell’Orbe terracqueo non ci si è accorti che il comunismo è crollato e che Marx aveva torto su tutta la linea: la Corea del Nord e certi ambienti della Chiesa cattolica, Curia compresa. Leggere certi giornali “cattolici” è come tornare indietro nel tempo, rispetto alle lancette della storia. Incredibile ma vero, la Chiesa e il mondo cattolico sono ancora pieni d’individui i quali pensano, come lo pensava Pasolini, che marxismo e Cristianesimo siano perfettamente compatibili e che i cattolici devono riprendere in mano la bandiera che ai comunisti è sfuggita di mano, per una qualche misteriosa ed inspiegabile incongruenza della storia, e marciare trionfalmente verso il paradiso in terra che essi sono in procinto d’instaurare, con immenso giubilo dell’umanità (e senza troppo preoccuparsi delle migliaia e centinaia di migliaia di cristiani che muoiono ammazzati nel mondo, ogni anno, perché le loro priorità sono ben altre: dal sacerdozio femminile ai matrimoni gay in chiesa). Ancora una volta, assistiamo a un deficit culturale: quei signori non sanno nulla della storia e della filosofia moderne…

“Je suis Craxi”!

di Enrico Galoppini

tomba_craxi_hammametIn quest’Italia invertebrata, senz’anima e senza memoria (se non quella impostaci a senso unico da appositi “gendarmi”), i quindici anni dalla scomparsa, in esilio, dell’ultimo statista italiano degno di questo nome, Bettino Craxi, passeranno, come c’è da attendersi, nel completo dimenticatoio.

Al massimo, assisteremo alla solita sequela di maldicenze alimentata dai forcaioli della “sinistra”, dal “partito delle manette” e dagli autonominatisi guardiani della “questione morale” diretti eredi del berlinguerismo (con la “destra” incapace di andare oltre la partigianeria della polemica col suo preteso “opposto”).

“Post-comunisti” e praticamente post-tutto, in rotta verso il nulla, che ripeteranno la loro litania sull’ex segretario del PSI: un “ladro”, simbolo di una classe politica che era meglio perderla che trovarla, macchiatosi oltretutto dell’infamia della “fuga” nel paradiso dorato di Hammamet.

E che doveva fare uno che aveva capito completamente cosa stava accadendo non solo a lui e al PSI, ma all’intera classe dirigente di una Nazione? Un politico che aveva compreso l’obiettivo di quella “moralizzazione” a colpi di avvisi di garanzia: papparsi quel succulento boccone chiamato Italia.

Doveva restare in Italia a sopportare, più di quanto avesse già fatto, una gogna infinita che sarebbe potuta terminare, qualora egli fosse riuscito a togliersi di dosso i panni del “capro espiatorio”, con il classico caffè avvelenato?

Forse tutti questi corifei delle supreme prerogative delle “procure”, quasi che per essi il “governo ideale” consistesse in quello “dei giudici”, pensano che in Italia siamo tutti con l’anello al naso. Cioè, che nessuno è in grado di fare due più due: Hammamet sta in Tunisia, e in Tunisia, dove avrebbe governato dal 1987 il “nostro” dittatore Ben ‘Ali, aveva trovato base, dal 1982, il simbolo del “terrorismo arabo” di tutti gli anni Settanta e Ottanta: l’OLP di Yaser ‘Arafat.

craxi_duceSono gli anni di Bettino Craxi presidente del Consiglio, disegnato da Forattini con gli stivaloni e le pose da Duce. Che curiosità: il vero nome di Craxi era Benedetto, e… Benito, in spagnolo significa Benedetto! Gli anni veramente benedetti del benessere diffuso e di una classe media col vento in poppa; quelli di Sigonella, quando avvenne l’inimmaginabile per questa genia di felloni che ci governa da quando siamo stati “moralizzati” per forza: i Carabinieri circondarono i Marines, imponendo il rispetto della sovranità nazionale.

Sono gli anni della politica filo-araba di Andreotti, che proseguiva quella di Mattei e Moro. Una politica, quella in linea con i nostri interessi geopolitici e geoeconomici nello scacchiere mediterraneo e mediorientale, che deve “portare male” se condotta con determinazione e “irriverenza” verso il nostro grande “alleato” ed il suo cane da guardia regionale, Israele, che questa “Seconda Repubblica” riverisce senza tregua genuflettendosi per “colpe” mai avute, e pigliandosi, come contropartita, solo disprezzo e provocazioni.

Craxi e Andreotti, uno con le “tangenti”, l’altro con “la Mafia”, saranno tolti di mezzo come avevano fatto, con mezzi più spicci, con altri due patrioti che avevano difeso fondamentali prerogative della sovranità di uno Stato: una politica energetica autonoma ed una politica monetaria anti-usurocratica (i famosi biglietti di Stato a corso legale da 500 lire, ritirati dopo l’eliminazione di Aldo Moro da parte dei cosiddetti “paladini del proletariato”).

craxi_congresso1Se a questo aggiungiamo la loro opposizione alla svendita del patrimonio delle aziende partecipate dello Stato (i “carrozzoni”) e la strenua difesa della grande industria strategica dagli attacchi dei grossi gruppi affaristici privati, ci siamo detti tutto.

Altro che “bacio mafioso”, altro che “corruzione”!

Italiani, fatevi furbi. Smettetela di tirare le monetine al primo che i “media” vi additano come la causa dei vostri mali. E piantatela di perdere tempo con le “vignette” pensando di “essere” a comando quello che non siete. Questo 19 gennaio, per una volta, fate almeno un pensiero anticonformista: Je suis Craxi!

“I diritti dell’uomo” negli insegnamenti dell’Islàm

a cura di ‘Umar A. Frigo

 

corano

 

 

 

 

 

 

«Noi [Allàh] non ti abbiamo inviato [oh Muhammad]

se non come una misericordia (rahma) per i mondi»

(wa mà arsalnà-ka illà rahmatan li-l-‘àlamìn).

(Cor.21:107)

 

«È venuto a voi un Inviato che è uno di voi.

Egli ha pena per ciò che vi risulta gravoso,

è pieno di premure nei vostri confronti,

e coi credenti è pietoso e clementissimo (rahìm)»

(Cor.9:128)

 

«Non c’è costrizione nella Religione

(là ikràha fì d-Dìn).

La Via diritta ben si distingue dall’errore»

(Cor.2:256)

 

 

 Basmala-1

In nome di Allàh, Misericordioso e Clementissimo

 

«I DIRITTI DELL’UOMO»

negli insegnamenti dell’Islam

 

«Lode ad Allàh per questo dono (favore divino) dell’Islâm e ci sia sufficiente questo dono» (Al hamdu li-Lllàh ‘alà ni‘mati al-Islàm, wa kifà bihà ni‘mata).»(hadith).

E la preghiera e le benedizioni di Allàh siano su sayydinà Muhammad, il migliore della creazione (khayru-l-khalq), il sincero (al-siddìq), il sigillo di tutti I Profeti e gli Inviati (khàtam al-Anbiyà wa al-Mursalìn), il nostro migliore esempio da seguire come dice Allàh nel Corano: «Avete nel Messaggero di Allah un bell’esempio per voi» (laqad kàna lakum fì rasùli-llàh iswuatun hasanat) (Corano Sura Sajda 33:21), il nostro Maestro (Shaykh), colui che è stato inviato come Misericordia per tutto il Creato «wa mà arsalnàka illà rahmatan li l-‘àlamìn» (Corano Sura Anbiyà’ 21:107). E cosi sia anche sui suoi Compagni (Sahàba) e sulla sua Famiglia e su tutti coloro che li seguono fino all’ultimo giorno del Giudizio.

 

salam

Assalàmu ‘alaykum wa rahmatullàhi wa barakàtuHu

Che la Pace la Misericordia e la Benedizione di Allàh

sia su di voi

 

Mai come oggi si parla cosi tanto della «Religione dell’Islam» e questo perché cosi ha decretato Allàh l’Altissimo; come dice un nostro vecchio adagio italiano, “non si muove foglia che Dio non voglia”, e nell’Islam si dice: «non c’è forza e non c’è potenza se non in Allàh» (là hawla wa là quwwata illà bi-Llàh). Esiste però molta ignoranza, mista anche a malafede, sul vero Messaggio dell’Islam, Messaggio Divino (Risàlat ilàhiyya) che è lo stesso Messaggio portato da tutti gli altri Inviati di Dio: «Gesù», «Mosè», «Abramo», «Noè», e cosi fino al nostro padre «Adamo» (sia su tutti loro la benedizione di Dio).

Il vero Messaggio dell’Islam è: «l’attestazione dell’Unicità di Dio (Tawhìd)», “Là ilàha illà Allàh”, cioè che “non vi è altra divinità se non Dio” e la conseguente «sottomissione (islàm) al Dio Unico». Nella “sottomissione a Dio” sono comprese anche “l’adorazione di Dio”, “la conoscenza di Dio” e il seguire i Suoi ordini e i Suoi insegnamenti, e cioè la Sua Legge Divina (Sharì‘a).

Dice Allàh l’Altissimo: «E non ho creato i jinn e gli uomini se non affinché essi Mi adorino» (Wa mà khalaqtu al-jinna wa al-insa illà li ya‘budùn).(Corano 51:56).

E ancora: «Non inviammo prima di te [o Muhammad] nessun Messaggero senza rivelargli: «Non v’è divinità all’infuori di Me: adorateMi » (là ilàha illà Anà fa-‘budùn)» (Corano 21:25).

E: «Ad ogni comunità Noi abbiamo mandato un Messaggero, che dicesse: “Adorate Dio, e allontanatevi dagli idoli”» (Corano 16:36).

Dice Allàh l’Altissimo: «Rivolgi il tuo volto alla Religione (Dìn) come puro monoteista (hanìf), natura originaria (fitra) che Allàh ha connaturato agli uomini; non c’è cambiamento nella Creazione di Allàh. Ecco la vera Religione (Dìn)» (Corano 30:30).

E: «Invero la Religione presso Allàh è l’Islàm (inna ad-Dìn ‘inda Allàhi l-islàm)» (Corano 3:19).

Dice Allàh l’Altissimo:«Tenetevi (i‘tasimù) tutti insieme (giamì‘an) alla corda (habl) di Allàh, e non dividetevi» (Corano 3:103).

Tra i nobili insegnamenti di Allàh l’Altissimo ci sono «i diritti dell’uomo» creatura di Dio. «I diritti umani devono considerarsi come privilegi accordati da Dio alla sua creatura prediletta, l’uomo, che è quindi vincolato a dare loro seguito in virtù della natura divina che deriva da tale connessione».

Allàh (subhàna wa Ta‘àla) dice all’uomo: «O uomini! in verità Noi vi abbiamo creato da un maschio e da una femmina e abbiamo fatto di voi popoli vari e tribù, affinché vi conosciate a vicenda. In verità presso Allàh, il più nobile [il più degno di onore] tra di voi è colui che ha più timore di Dio (taqwà)» (Corano Sura al-Hujuràt 49:13).

Ed ancora: «Invero i credenti sono fratelli: portate quindi la pace tra i vostri fratelli e temete Allàh» (Corano 49:10).

Perciò, Allàh l’Altissimo, il nostro Creatore, Gloria a Lui, ci insegna che siamo tutti uguali e fratelli e inoltre specifica che il migliore tra noi, colui che ha più valore, è colui che ha più timore di Dio (taqwà Allàh).

Il nostro amato Profeta Muhammad (sallà Allàhu ‘alayhi wa sallam) pronunciò il suo ultimo Sermone (khutba) il giorno 9 del Mese di Dhùl-Hijja, 10 anni dopo dell’Egira (emigrazione da Mecca a Medina, febbraio 632 D.C.), nella Valle Uranah del monte Arafat (circa 20km da Mecca), davanti a circa 100.000 pellegrini. Le sue parole erano molto chiare e concise e sono state dirette a tutta l’umanità.

Dopo aver lodato e ringraziato Allàh dicendo “Sia lode ad Allàh, noi lo lodiamo” (al-hamdu li-Llàh, wa bi-hamdi-Hi), chiediamo soccorso ad Allàh, imploriamo il Suo perdono e a Lui ritorniamo; noi cerchiamo la sua protezione contro i vizi della nostra anima (nafs) e contro le nostre cattive azioni. Chiunque è guidato da Allàh non si smarrisce, e chiunque non è da Lui guidato non può essere guidato da nessuno. Vi prescrivo, o servitori di Allàh, il timore di Allàh (taqwà) e v’incito alla Sua obbedienza. Poi il Profeta ha iniziato cosi il suo Sermone (Khutba)

 

 

muhammad

Ultimo Sermone (khutba) del Profeta Muhammad

(sallà Allàhu ‘alayhi wa sallam):

«O Gente (Ahl), ascoltatemi con attenzione, poiché non so se dopo quest’anno io sarò ancora tra di voi. Perciò ascoltate bene le mie parole e memorizzatele, affinché possiate tramandarle a coloro che oggi non sono qui presenti.

O Gente, cosi come considerate sacri questo mese (Dhùl-Hijja), questo giorno (‘arafa) e questa città (Mecca), allo stesso modo considerate la vita e la proprietà di ogni musulmano come una cosa di fiducia (amàna). Restituite i beni che vi sono stati affidati ai legittimi proprietari. Non fate del male (non nuocete) a nessuno in modo che nessuno possa fare del male a voi. Ricordate che un giorno incontrerete il vostro Signore (Allàh) e che Egli vi chiederà conto delle vostre azioni. Allàh ha proibito il prestito ad interesse e l’usura (ribà), quindi tutti gli obblighi d’interesse (che avete) sono d’ora in poi revocati, tuttavia il vostro capitale è una cosa da proteggere. Non potrete né infliggere né subire alcuna iniquità. Allàh ha giudicato che non vi è alcun interesse (ribà) e che tutti gli interessi dovuti ad ‘Abbas ibn ‘Abd al-Muttalib (lo zio del Profeta), sono d’ora in poi revocati.

State attenti a Satana (shaytàn), che minaccia la vostra Religione (Dìn). Satana ha perso ogni speranza di poter essere adorato da voi in questa terra, cosi se voi non lo seguite nelle grandi cose, non seguitelo neppure nelle piccole.

O gente, com’è vero che voi avete determinati diritti per quanto riguarda le vostre donne, così pure anche esse hanno dei diritti su di voi. Ricordatevi che le avete prese come vostre mogli solo con il favore di Allàh e con il Suo permesso. Se loro rispettano i vostri diritti, a loro appartiene il diritto di essere nutrite e vestite da voi con gentilezza. Vi raccomando le donne: trattate bene le vostre donne e siate gentili con loro perché sono le vostre compagne ed il vostro aiuto. E tra i vostri diritti vi è quello che esse non frequentino e non facciano amicizia con chi voi disapprovate, affinché l’adulterio sia bandito per sempre.

O Gente, ascoltatemi con sincerità, adorate Allàh l’Unico senza associati, eseguite le vostre cinque preghiere quotidiane (salàt), digiunate durante il mese di Ramadan, e date delle vostre ricchezze in elemosina (zakàt), e se potete fate il Pellegrinaggio (Hajj) alla Mecca).

Tutta l’Umanità deriva da Adamo ed Eva, un arabo non ha alcuna superiorità su un non-arabo, né un non-arabo ha alcuna superiorità su un arabo; anche un bianco non ha alcuna superiorità su un nero, né un nero ha una superiorità su un bianco, eccetto che per il timore di Allàh (taqwà) e le buone azioni (a‘màl hasana).

Imparate che ogni musulmano è fratello di ogni musulmano e che i musulmani costituiscono una fratellanza. Nulla è legittimo per un musulmano se appartiene ad altro fratello musulmano, i beni di un fratello sono inviolabili, salvo con il suo consenso libero e volontario. Perciò non fate ingiustizia tra di voi.

Ricordate! un giorno sarete davanti ad Allàh e risponderete delle vostre azioni, perciò fate attenzione e state in guardia, non allontanatevi dal sentiero della giustizia dopo che io sarò andato (dopo la mia morte). O gente, nessun Profeta o Inviato di Allàh verrà dopo di me, né sorgerà una nuova Fede. Perciò o Gente, questo è un motivo affinché voi comprendiate e capiate bene le parole che ora vi trasmetto.

Lascio dietro di me due cose: il Corano e il mio esempio (la Sunna) e se seguirete queste due cose non andrete mai fuori dalla Retta Via. Tutti coloro che oggi mi ascoltano, che trasmettano le mie parole agli altri, e questi ad altri ancora. E può essere che gli ultimi possano comprendere queste parole meglio di voi che oggi le ascoltate. Oh Allah, sii mio testimone del messaggio che oggi ho trasmesso al Tuo popolo. E la pace scenda su di voi» (da Al-Bukhàri). [Fine del Sermone].

L’Inviato di Allàh (sallà Allahu ‘alayhi wa sallam) ha detto anche: «Conosco un versetto del Corano tale per cui se la gente vi si attenesse sarebbe loro sufficiente. Sono le parole: «A chi teme (taqwà) Allàh, Egli dà una via di uscita, e gli concede provvidenza (rizq) da dove non si aspetta». (Cor. Sura at-Talàq 65:2-3).

Dice Allàh: «Questo è il Paradiso (al-Janna), che Noi diamo in eredità, tra i Nostri servi, a chi è timorato (taqiyy)» (Cor.19:63).

Cari Fratelli, abbiamo sentito nelle parole di Allàh l’Altissimo e del Suo Inviato, che ciò che distingue gli uomini, come superiorità tra di loro, è solo il timore di Allàh (taqwà): «In verità presso Allàh il più nobile [il più degno di onore] tra di voi è colui che ha più timore di Dio (taqwà)».

Ma cos’è il timore (taqwà) di Allàh? E chi sono i timorati?

Il termine taqwà («timore di Allàh») deriva da ittaqà, “guardarsi da”, “premunirsi”, “proteggersi”, “stare in guardia” (dalla radice verbale w-q-y di wiqàya, “protezione”, “prevenzione”) generalmente inteso nel senso di “guardarsi dal castigo di Dio per mezzo dell’obbedienza ai Suoi ordini e ai Suoi divieti”. Timore di Allàh è (anche) guardarsi da tutto ciò che è altro da Lui. Il termine taqiyy («timorato») deriva anch’esso da ittaqà: Taqwà Allàh consiste perciò nel ‘proteggersi’ e nel ricercare ‘la soddisfazione (ridà) di Allàh’, sia nelle nostre parole (kalimàt) che nelle nostre opere (a‘màl), perché Lui è il più Generoso dei generosi (al-Karìm) verso di noi e verso le Sue Creature, e noi dobbiamo perciò rispettare tutte le creature di Allàh, e Allàh è il più meritevole della nostra adorazione (‘ibàdàt) e del nostro ringraziamento (ash-shukr), Gloria a Lui l’Altissimo. I timorati sono perciò coloro che obbediscono ad Allàh, nelle gioie e nei dolori, coloro che reprimono l’ira e sono indulgenti con le persone.

Vediamo ora, più nello specifico, cosa dice l’Islam sui diritti dell’uomo rifacendoci all’inizio della storia dell’Islam.

 

 

LA LIBERTÀ (Hurriyya), UN VALORE INTRINSECO NELL’ISLAM

Hanno detto alcuni Sufi in merito alla libertà: «La vera libertà consiste nella totale dedizione di servitù (‘ubùdiyya) ad Allàh»; E ancora: «Chi adempie a tutti i doveri che incombono al servo di Dio Altissimo, è libero da tutto quello che è altro da Allàh».

Riferimenti attraverso il nobile Corano

Dice Allàh: «Non c’è costrizione nella Religione» (là ikràha fì d-dìn) (Corano al-Baqara 2:256). Gli esegeti del Corano, riportano che questo versetto è stato rivelato a proposito di un uomo musulmano di Medina che ha voluto convertire con la forza all’Islam i suoi due bambini cristiani. Questo versetto è un richiamo all’ordine per lui e per tutti i suoi simili.

Dice Allàh: «[O Profeta] Fa’ loro ricordare (fa-dhakkir), perché altro non sei uno che fa ricordare (mudhakkir), e non sei certo il loro dominatore.» (Corano Ghashiya 88:21-22).

«Se il tuo Signore volesse, tutti quelli che sono sulla terra crederebbero. Potresti forse tu costringere (tukrihu) gli uomini a diventare credenti?» (Corano Yùnus 10:99).

Riferimenti dalla Sunna del Profeta Muhammad (sallà Allàhu ‘alayhi wa sallam).

L’Islam è stato all’origine «della prima carta dei diritti dell’Uomo e del rispetto della natura».

La «Costituzione di Medina» (sahìfat al-Medina), nota anche come la «Carta di Medina», è la costituzione del primo Stato islamico nella città di Medina fatta dal Profeta Muhammad (sallà Allàhu ‘alayhi wa sallam). Essa costituiva un accordo formale tra il Profeta e tutte le tribù più significative e le famiglie di Yathrib (più tardi conosciuta come Medina), compresi i Musulmani, gli Ebrei, i Cristiani e i Pagani-idolatri (mushrikùn). Questa costituzione ha costituito la base del futuro Califfato. Il documento è stato redatto con la preoccupazione esplicita di portare a termine l’amaro scontro fra tribù, tra i clan degli ‘Aws e i Khazraj all’interno di Medina, che durava da più di 100 anni. A tal fine ha istituito una serie di diritti e responsabilità per le comunità musulmane, ebraiche, cristiane e pagane di Medina, per formare un’unica comunità. Gli storici convengono inoltre sul fatto che questa Costituzione ha stabilito principalmente ciò che è poi stato seguito a Medina dal Profeta dell’Islam (sallà Allàhu ‘alayhi wa sallam).

 

 

Masjid_Al-Nabawi_30

«CARTA DI MEDINA»

Alcuni punti fondamentali

 

– La Pace e la sicurezza delle Comunità.

– La Libertà religiosa per tutte le Comunità.

– L’accettazione di Medina come un luogo sacro (interdizione di ogni violenza e porto di armi per il combattimento).

– La Sicurezza delle donne.

– Nessun credente monoteista deve uccidere un altro credente, o sostenere un non credente (kàfir) contro un credente (mu’min).

– La protezione di Dio è su tutti i credenti monoteisti, indipendentemente della loro classe o della loro origine tribale.

– I credenti monoteisti devono aiutarsi.

– Gli Ebrei (Yahùd) sono una comunità con i credenti.

– Gli Ebrei possono continuare a professare la loro religione e la libertà di praticare la loro religione è garantita.

N.B. Il testo conosciuto sotto il nome di “Costituzione di Medina”, chiamata anche “Carta di Medina”, è tratto dal Libro di Ibn Ishàq, nel quale figura sotto il titolo: «Il patto tra gli Emigrati [di Mecca] e gli Ausiliari di Medina (Ansàr), e le riconciliazioni con gli Ebrei».

 

Il Profeta Muhammad e i Cristiani (esempio di trattato)

Nell’anno 631 una delegazione di circa sessanta Cristiani partì dal villaggio di Najràn, posto circa a 600 Km a sud di Medina, la città dove viveva il Profeta Muhammad, per incontrare il Profeta. L’incontro fra i rappresentati di una comunità monoteista quali erano i Cristiani di Najràn e il fondatore di un’altra religione anch’essa monoteista durò tre giorni.

I colloqui resero chiaro una volta per tutte il modello di comportamento etico dei musulmani rispetto alle altre religioni. L’incontro con i Cristiani di Najràn non fu un evento isolato nella vita del Profeta: il patto già concluso con i Cristiani del Sinai presso il monastero di S. Caterina (Carta dei privilegi), la cui documentazione è esistente tutt’ora, ci dà la prova che il Profeta costantemente e permanentemente manteneva rapporti interreligiosi.

 

Lodo concesso dal Profeta Mohammad (sas)

ai Cristiani di Najràn

TESTO DEL TRATTATO

(conservato presso il Museo Topkapi di Istanbul)

«Nel nome di Allah, il Misericordioso, il Clementissimo. “Carta di protezione ispirata da Allàh al suo Inviato e per il popolo del Libro (Corano), per i Cristiani che vivono a Najràn e/o di qualsiasi altra Comunità Cristiana.

È stata scritta per loro da Muhammad, l’Inviato di Allàh, vicino a tutti gli uomini, come pegno di protezione da parte di Allàh e del Suo Apostolo, affinché questo sia per le generazioni musulmane future l’impegno ad ammettere e riconoscere l’autenticità della Carta di protezione e ad osservarla per il bene di tutti. Venga difesa da ogni uomo, sia esso governatore o detentore di autorità, la faccia rispettare e non la si modifichi.

Non prendano i Credenti (musulmani) alcuna arbitraria responsabilità verso i Cristiani nell’imporre delle condizioni al di fuori di quelle dettate in questo scritto.

Chi preserverà rispetterà, chi si conformerà a ciò che la Carta insegna adempierà al suo dovere religioso e affermerà il patto dell’Inviato di Allàh.

Al contrario, chi la violerà chi si opporrà, chi cambierà il contenuto compirà un crimine che ricadrà sulla sua coscienza perché avrà tradito un patto con Allàh, avrà violato la sua fede, avrà rovesciato la Sua autorità (di Allàh) e violato la volontà del Suo Apostolo: resterà un impostore agli occhi di Allàh perché la religione che Allàh ha imposto e il patto che ha stipulato, rendono la Carta di protezione obbligatoria.

Per qualsiasi credente che non rispetti il patto concordato fra Allàh il Suo Inviato Muhammad e la gente di altre Religioni monoteiste violerà i suoi doveri sacri, e chi compie questo è infedele e sarà sconfessato da Allàh e da tutti i credenti sinceri.

Poiché i Cristiani hanno ottenuto il patto di protezione da Allàh e dal Suo Messaggero e da tutti i Credenti, esso è un diritto acquisito che impegna chi è musulmano a mantenere questa Carta a loro favore e per il bene comune di tutti quelli che professano altra religione monoteista e che costringe ogni musulmano a prestare manforte per conservarla, tenerla perennemente e rispettarla con precisione.

La protezione di Allàh e la garanzia del Profeta Muhammad possano estendersi su Najràn e tutti i paesi vicini, sui loro beni, sulla loro gente, la pratica del loro culto, a chi è assente e a chi è presente, alle loro famiglie, ai loro santuari e a tutto ciò che di grande o piccolo è in loro possesso.

Nessun vescovo verrà spostato della sua sede episcopale,

né nessun monaco dal suo monastero,

e nessun sacerdote della sua chiesa.

Nessuna umiliazione peserà su di loro,

né il sangue per vendetta.

Che nessuno venga assoggettato per soldi.

Nessuna truppa invaderà le loro terre e quando uno di loro sostiene la sua, siate giusti nell’imporre parità di diritti.

Non vi saranno né oppressi né oppressori.

Chiunque di loro in futuro praticherà l’usura venga messo fuori dalla mia protezione. Nessun uomo fra loro sarà responsabile degli errori di un altro.

Mostrate loro “Il Patto di Najràn” ottenuto dai Cristiani per l’autorità del Profeta dell’Islam».

Fonteinglese:http://www.explore-quran.com/Exploratory%20works/dars/Treaty%20of%20Najran.htm

Traduzione tratta da : https://it-it.facebook.com/notes/hamza-roberto-piccardo/lodo-concesso-dal-profeta-mohammad-ai-cristiani-di-najran/10152573604518926

 

umar 

ll Patto di ‘Umar

Tra i «successori ben guidati», ovvero coloro che assunsero legittimamente la funzione di «vicario» (khalìfah) dell’Inviato di Allàh (su di lui le benedizioni e la pace divine) anziché arrogarsela al di fuori di qualsiasi contesto di legittimità tradizionale, come accade in questi giorni, vi fu ‘Umar ibn al-Khattâb, secondo Califfo dell’Islam (che Dio ne sia soddisfatto); colui che in seguito alla conquista di Gerusalemme fece il suo ingresso in città a piedi, conducendo il suo servo a dorso di mulo. Quando il Patriarca Cristiano lo invitò a svolgere le sue orazioni nella Chiesa del Santo Sepolcro, egli declinò cordialmente l’offerta, spiegando che non avrebbe voluto che questo gesto potesse successivamente indurre i Musulmani a trasformare quella Chiesa in una Moschea, in virtù della preghiera svolta al suo interno da parte del Califfo. La scelta del Califfo fu quindi dettata dalla prudenza rispetto a possibili fraintendimenti, e dalla premura per la conservazione di quel luogo a beneficio della locale comunità Cristiana.

Il Califfo ‘Umar (che Dio sia soddisfatto di lui), seguendo l’esempio del Profeta Muhammad,(sallà Allàhu ‘alayhi wa sallam) stipulò nella città di Gerusalemme con il Patriarca di Gerusalemme Sofronio un trattato di pace e di libertà religiosa chiamato

 

Il «PATTO DI UMAR» (Al-‘Uhda Al-‘Umariyya).

Egli si presentò come segue:

– Dal servitore di Allàh (‘abd Allàh) Comandante dei credenti (Amìr al-mu’minìn)- ‘Umar,

– Gli abitanti di Gerusalemme sono tutelati sulla sicurezza della loro vita e dei loro beni.

– Le loro Chiese e croci saranno preservate.

– I loro luoghi di culto resteranno intatti.

– Essi non potranno essere confiscati o distrutti.

– Questo trattato si applica a tutti gli abitanti della città.

– Le persone saranno completamente libere di seguire la loro religione, ed essi non dovranno subire nessun disagio o disturbo».

N.B. Questo «Patto di ‘Umar» è ancora conservato in originale alla chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme.

 

  • – L’Islam è la Religione di Allàh (Dìn-Allàh). La Religione della Natura originale e primordiale di Adamo (Dìn al-fitra), la Religione Pura e immutabile (ad-Dìn al-hanìf), la Religione vera (Dìn al-haqq), la Religione retta (ad-Dìn al-mustaqìm), arrivata da Dio l’Altissimo tramite il Suo ultimo Inviato sayyidinà Muhammad, sigillo della Profezia (su di lui la preghiera e la pace divine) per tutta l’umanità.
  • – L’Islam è Pace (Salàm). Il termine arabo Islàm, oltre che “sottomissione a Dio”, significa anche “Pace”, poiché la radice triconsonantica araba s-l-m è la medesima. Pace con Dio, pace con se stessi, pace con gli altri, e pace con il mondo. Uno dei 99 Nomi di Dio è as-Salàm (la Pace): «Egli è Dio, non vi è altro Dio che Lui, il Re (al-Malik) il Santo (al-Quddùs) la Pace (as-Salàm)» (Corano 59:23).

Allàh è la fonte autentica di ogni Pace, la Salvezza suprema. L’Islam sprona l’uomo a realizzare la pace in questa terra, per continuare poi a gustarla in Paradiso:

«In esso [Paradiso] non ascolteranno discorsi vani, né eccitanti al peccato, ma solo una parola: “Pace, Pace” (Salàm, Salàm)» (Corano 56:25-26).

Ha detto il Profeta Muhammad (su di lui la preghiera e la pace divine):

«La creatura più amata da Dio è quella che è la più utile agli altri» (hadith).

– L’Islam è Amore (Mahabba). In primo luogo Amore per Dio l’Altissimo al quale tutti noi dobbiamo Lode e riconoscenza per tutti i Doni che Lui continuamente ed in abbondanza elargisce, anche a coloro che non credono in Lui, o che gli sono ribelli. In primo luogo il Dono della vita stessa, e poi il Dono dell’intelligenza, il Dono del sostentamento quotidiano (rizq) ed altri innumerevoli Doni ancora. Amore inoltre per i Suoi Inviati, portatori del Suo Messaggio e istruzioni utili all’uomo. Amore per i Suoi Santi (Awliyà’) sostenitori del mondo e dalla cui compagnia spirituale (suhba) i cuori trovano pace e stimolo per avvicinarsi a Dio. Ed infine Amore per tutte le creature dell’Universo, perché come dice Allàh:

«O uomini, voi siete i poveri (fuqarà’) i bisognosi di Dio, mentre Allàh è il Ricco (al-Ghanì), Colui che è sufficiente a Se stesso, il Degno di lode» (Corano 35:15).

Ha detto l’Inviato di Dio (su di lui la preghiera e la pace divine):

«Colui che non ha misericordia per gli uomini, Dio non ha misericordia per lui» (hadith).

– L’Islam è Conoscenza (‘Ilm). Esso stimola l’uomo all’utilizzo dell’intelletto (‘aql), il grande dono che Dio ha dato all’uomo e che ha fatto si che per questo dono gli angeli si siano dovuti inchinare a lui. Stimola l’uomo a porsi delle domande e a cercarne le giuste risposte. L’Islàm è contro l’ignoranza, e con le verità che esso porta scioglie l’ignoranza come neve al sole. La prima parola del Corano che Allàh ha rivelato al Suo Inviato Muhammad (su di lui la preghiera e la pace divine) è stata «Iqrà’» che ha tra i suoi significati: “Leggi”; “Studia”; “Conosci” (ed anche “ricomponi [ciò che è sparso e frammentato]”, poiché scopo dell’uomo è ritrovare “l’Unità” perduta).Così recita il primo versetto coranico: «Leggi (iqrà’) nel Nome del tuo Signore (bismi Rabbi-ka) che ha creato, ha creato l’uomo da una aderenza [‘alaq: “aderenza”, “grumo di sangue”, “sanguisuga”: il che ci rimanda alle prime fasi dello sviluppo dell’essere umano nell’utero materno]. Leggi! Il tuo Signore è il più Generoso, Che ha insegnato mediante il Calamo, ha insegnato all’uomo ciò che non sapeva» (Corano 96:1-5).

 

DamascusabdulKader

Shaykh ‘Abdel Qàdir al-Jazà’irì.

Un esempio significativo della difesa dei diritti dell’uomo, tra tutti quelli che sarebbe possibile enumerare, è quello di Shaykh ‘Abdel Qàdir al-Jazà’irì (1808-1883): leader della resistenza algerina alla penetrazione coloniale europea, fu sconfitto nella sua lotta (jihàd) di liberazione nazionale ed esiliato a Damasco; qui, quando nel 1860 scoppiarono dei tumulti popolari ostili alle minoranze (compresi i Cristiani) presenti in città – tumulti sobillati spesso dagli ambasciatori europei, che da queste situazioni di disordine traevano vantaggi di ordine politico nei confronti della giurisdizione dei locali governanti Ottomani – egli assunse pubblicamente un ruolo di tutela e di protezione nei confronti di tali minoranze, contribuendo in maniera decisiva alla loro salvaguardia ed alla pacificazione dei tumulti cittadini.

  • Riporto queste parole di Shaykh ‘Abd al-Qàdir scritte in una sua risposta a Monsignor Pavy, Vescovo Cristiano di Algeri, che gli inviò una lettera di ammirazione per la nobiltà del suo comportamento verso tutte le persone (lettera datata 10 luglio 1862):

“Perché, tutte le creature sono la famiglia di Dio, e i più amati di Dio sono quelli che sono più utili alla sua famiglia. Tutte le Religioni portate dai Profeti, da Adamo fino a Muhammad (su di lui la preghiera e la pace divine) riposano su due principi:

– L’esaltazione di Dio l’Altissimo (il lodare Dio)

e la misericordia per le Sue creature.

(cfr La revue « Itinéraires » n° 2, janvier/juin 1998, p.21)

 

Si potrebbe continuare per ore, per giorni, per anni interi, a parlare e scrivere dei ‘Nobili insegnamenti’, dei ‘Nobili valori’ e della ‘Bellezza’ dell’Islam – la Religione di Dio portata a tutta l’umanità, per aiutare l’uomo a ripristinare in se stesso la “Nobiltà Primordiale” di nostro padre Adamo, Nobiltà alla quale gli Angeli stessi si sono inchinati – e ancora non si riuscirebbe a svelare tutti gli immensi e preziosi tesori, gli abbondanti benefici, e i Preziosi Doni contenuti in questo Immenso Oceano Benedetto dell’Islam, lode a Dio per la Sua Generosità.

 

Questo è nella sua essenza, il Messaggio dell’Islam:

– l’Attestazione di un Dio Unico;

– la sottomissione fiduciosa a Lui;

– la Fratellanza e l’Amore verso tutte le Sue creature;

– diffondere l’Amore;

– praticare la Misericordia;

– agire costantemente per il Bene di tutti.

*

 

allah__s_name_wallpaper_050_by_almubdi-d38qo4d

Lodato sia Allàh per le sue innumerevoli benedizioni e benefici.

Possa Allàh accettare da tutti noi le nostre buone opere e perdonarci quelle cattive.


Possa Allàh unirci attorno a «Là ilàha illà Allàh»

e riconciliarci nei nostri cuori.

Amìn, Amìn, Amìn

 

E Allàh è più Sapiente – (wa Allàhu ‘a‘lam)

 

E la lode spetta ad Allàh, il Signore dei mondi

(Wa l-hamdu li-Llàhi Rabbi l-‘àlamìn)

 

Assalàmu ‘alaykum wa rahmatullàhi wa barakàtu-Hu

 

*

Documento a cura di

‘Umar A. Frigo

VR – 20 Ottobre 2014; 26 Dhù l-Hijjah 1435 H.

Algérie : Le prêche de vendredi consacré au prophète Mohammad (QSSSL)

mosquee-boutef-vraiLe ministère des Affaires religieuses et des wakfs a appelé, jeudi, les imams à consacrer le prêche du vendredi, 16 janvier, au prophète Mohammad (QSSSL) en mettant en avant sa noblesse et sa loyauté, « reflet de la perfection humaine dans sa plus belle conception ».

Le prêche du vendredi qui doit également constituer une occasion pour condamner les caricatures attentatoires au prophète Mohammad (QSSSL), « s’inscrit dans un contexte spirituel et national particulier, car coïncidant avec la célébration du Mawlid Ennabaoui Echarif en ce mois de janvier, tout au long duquel seront prônées les hautes et nobles valeurs véhiculées par notre prophète Mohammad (QSSSL), depuis la publication par un journal danois en 2006 des caricatures attentatoires au prophète ».

« Aussi, se prêche doit-il rappeler un ensemble de valeurs et de principes et préciser que rien ne saurait justifier une atteinte à notre créateur, ni à la meilleure de Ses créatures, Mohammad (QSSSL) », précise le communiqué.

« Les actes terroristes ayant ciblés certains sites en Occident n’ont pour origine aucun fondement, ni dans la charia’a ni au niveau d’aucune institution musulmane, voilà le message à adresser lors du prêche de ce vendredi qui devrait également rappeler que le terrorisme n’a ni religion, ni race.

Pourquoi faut-il que l’Islam assume seul la responsabilité de ce qui s’est passé? », ajoute le communiqué. Après avoir précisé que le prêche « doit appeler à l’unité autour des nobles valeurs que nous a transmises notre prophète (QSSSL) », le ministère a également demandé aux imams de lancer un appel aux musulmans pour se garder de publier ces caricatures, de les imprimer ou des les diffuser sur les réseaux sociaux.

Il a souligné l’impératif pour les imams de « ne pas attiser les sensibilités » et d’appeler à la retenue et à la sagesse car « une telle provocation tendancieuse vise à susciter des réactions irraisonnées qui viendraient s’ajouter aux actes terroristes perpétrés récemment et imputés injustement à l’Islam ».(Aps)

Fonte: Algerie1.com, 15 gen. 2015

The “message” of Paris massacre: “Islam hates us”

by Enrico Galoppini

charlie-hebdoForeword: “terrorism” has a fixed and unchangeable pattern. After the Italian ‘laboratory’ of the Seventies and Eighties, the terrorist machine became perfected to be used anywhere in a similar manner.

The flyer of the “Red Brigades ” is delivered and the massacre is “red”. There is the call of “fascists” and the massacre is “black”. There is heard a loud scream out “God is greatest” and the attack is definitely “Islamic”.

Then, once the “service” has been carried out, when in practice the bitter truth (repeated from the beginning by the usual “conspirators”) bothers no longer anybody, it turns out that all these “terrorist” circles have been infiltrated and even directed from outside, but it does not matter… what remains and must remain in the collective memory is the terroristic “matrix”, in order once and forever to stigmatize a certain ideology and its followers with the brand of infamy.

The important thing is that it feeds up the idea of an eternal “plot against the West” and its “freedom”. Islamonazicomunistic plot!

And so here we go again, this time in France.

The victims of an attack that has all the hallmarks of a targeted execution are the director, editors and cartoonists of a French satirical newspaper, which had become particularly odious in the eyes of the Muslims because of the cartoons of the Prophet of Islam published in 2012 and an incessant anti-Islamic satire. Probably, if it had not embarked on this kind of satire, no one, outside of France, would have known of the existence of Charlie Hebdo, editorial rib of Rothschild group, as unscrupulous against Islam and Muslims as careful not to be too ironic about the superpower of stateless finances.

I insist on the particular of the targeted execution, because there is still a difference between this case and a bomb to make an indiscriminate massacre placed at a station or in a train. The fact is that “terrorism” is always “false flag” and aims at the objectives that the mass (which also includes the average politician) is not suspicious of even remotely. But we will return late to this argument, revealing some really “incredible” details.

They were not late in coming the stream of alarmist and terrifying comments, just to reduce them back to their lowest common denominator: “Islam is a danger”, “the problem of problems”! Islam attacks the most sacred values of the West… “freedom of expression”!

A very easy way to earn approval and applause, is it not? So we will see again just another media pillory ritual of ”Islamic” under investigation of its “moderation”. All Muslims become suspicious of moral complicity, of intelligence with the “enemy”.

But does there really exist this famous “freedom of expression”? Anyone with ideas that do not fit at all with the prevailing trend, knows that or one must be equipped with a website otherwise one will never express them on a TV channel or in a “big newspaper”. There is freedom of thought, in the sense that as long as there is no law for the ‘psychofelony’, one can think what he wants, but there is definitely no chance to spread in the same way all the ideas, provided that the only limit should be represented by a hypothetical “public danger”, the will to actually bring damage to goods and persons (for which the law already exists).

Is there then the “freedom of research”? Yes, as long as you publish the books by yourself or by the unobtainable publishers, otherwise the “big publishing houses” they ignore you. The history and the ideas go hand in hand, for fear that they can do to the system.

We also come to the “freedom of satire”, a variant of that of “expression”: can you be ironic, in the so-called “free world”, heavily and without inhibitions, on everything and everyone? Absolutely not, and we all know of who and what you cannot joke in the least, even when it would be very easy and exhilarating. Some so-called “history” and some “ideas” offer practically the trails on which is rolling an avalanche of jokes, that would overthrow a requital of counterfeit and gossip, if only they were not defended by a conventio ad excludendum aimed to maintain a monopoly over “public discourse” (including historical disclosure).

The same satirical magazine in the middle of this bloody affair, is a great example of what we are arguing, because exactly its famous cartoonist, Maurice Sinet (aka, Sine), in 2008, at the height of the power of Nicolas Sarkozy, was fired for… “anti-Semitism”! With subsequent media-political lynching, which is queued up by the entire so-called “free information” …

varelaAmong the exclusions, and anathemas – in more than one case – “legal” measures to prevent the “sacred” freedom of expression and research, Europe is not at all alien to censorship and persecution, even fierce. To remain in France, one should think of the recent case of Dieudonné, prosecuted and fined, who was even denied by the Ministry of the Interior (!) a theater when this would be filled with spectators eager to listen to him (therefore, the argument of “share” does not even count); or the famous case of Professor Robert Faurisson, expelled from universities and subjected to several attempts of murder or at least permanently disfigure him after he has published his famous revisionist articles (translated into Italian, incredibly enough, by the magazine “Storia Illustrata” {“Illustrated History”}). There is also the case of Serge Thion, moved away from the French CNR because of his anti-Zionist position; but also that case of the publishing house La Vieille Taupe, destroyed several times because of its commitment of the same direction. And these are people and circles of the “left”… The “right”, it is useless to talk about them, there is total repression across Europe: think for example, about the publisher Pedro Varela, in Spain, who would also be “Nazi”, but who other than publishing books and magazines of historical subject did no other “evil”! Yet the machinery of “justice” and “unidentified” vandalism was unleashed against his person and his cultural activities. And these are only the tips of the iceberg that includes victims murdered for their militancy (we’re still talking about ideas) pro-Arab and pro-Palestinian (think about François Duprat, exploded together with his car most likely at the hands of the Mossad).

Only that ordinary people know nothing about all these “cases”. And something comes out about it, no TV news opens programme by crying out the scandal and ignominy. Rather if they even hint at something like that, it is to subsequently blacken it in the counterpunch.

This is what regards the famous “freedom of expression” that does not exist.

We come now to the subject of “violence.” That is, supposing that it regards what it seems (an “Islamist attack”), the other issue at the center of the “debate” is that “you should not” use force against those who think “differently”.

Also in this case, from the theoretical point of view, it would seem perfect. Woe to him who raises his hands! No to violence, no ifs or buts!

palest_journalist_killedIt’s a pity though that a lot of Palestinian newsrooms and photojournalists are made objects, deliberately, of the target shooting, and no western medium has ever cried the scandal out. So much for the vaunted “class solidarity”. And what of the Aljazeera journalists killed by “Western fire” while they were at work in their office? One would say that this is a different context, where one is at a big risk and has to take his responsibilities, but the reasoning must apply to everyone.

That is even a satirical newspaper that it engages in a reckless humor of the most sacred for many people and political and religious circles, should realize which scrape it has gotten into and the risks he runs.

Some people say that language (or pen) kills more than the sword, and this is terribly true. If you wage “war” against something or someone, than you should not be shocked if he gives you a slap or even gun you down. Today, however, one goes in front of a “gypsy camp” to provoke them and we’re surprised that those actually do not come out with bouquets of flowers. Here one rises on a “sentinel” against the pro-homosexual propaganda and one becomes scandalized when activists of the attacked cause insult us or lay their hands on us. In short, when you go to “war” you take everything to consideration, and then it will be on the competent bodies to investigate and catch those who have become the protagonists of a crime provided by the law in force.

It is hypocritical to become awestruck by the received injuries after blowing on the fire, because it is literally “irresponsible”, in the sense that one does not take responsibility of what he has said or done. Think of Jesus, who was not at all tender with none of those whom he had to bring back into line, who in fact nailed him to a cross after being subjected to unspeakable torture (or at least that is what we are told by the Christian version of the story and / or the Christian myth) and he had not complain at all while he was crucified!

The modern West, then, boasts much of its supposed ability to “understand” everything and everyone better than anyone has before. Anthropology has helped to strengthen this feeling: but if it has left it a lesson, it is that there are “cultures” for which not all can be a subject to “critique” or, even worse, to blasphemy. In other words, if for some “culture” of a few “wild” or a billion or more people, there are concepts and values that are not negotiable and not amenable by any form of mockery, the modern West should not take this reality as a “folly”, but, thanks to its (alleged) ability to “understand” even “the Other”, should realize that some forms of “critique” are perceived by the other party only as an unbearable insult.

So “the Other”, after being praised and placed on the pedestal for decades (because there used to be the Third Worldism), now must make an effort to “modernize” even in the sense that for it there does not exist anything “sacrosanct” it all needs to be discuss. And, indeed, in an era of a perfect desert produced by relativism at all costs, beyond the horror that can provoke a massacre, it makes at least reflect the fact that on this planet there are people for whom there is a hierarchy of principles and values in the front of which they are not willing to compromise.

On the other hand, even the West, in the middle of the smokescreen of “relativism”, has its untouchable fetishes, which are called “tolerance”, “equality”, “freedom”. All variable geometry, but this is another matter, because the important thing is that we believe in them firmly, although in practice they are not applied (neither it is possible to do it). Does not the one-sided propaganda about the “gender ideology” draw its sap from actually absolutization of an idea, in addition “independent” because distorted, of “freedom”?

That said, to reflect in everything around this sort of ” French September 11 ” (v. M. Blondet on site Effedieffe.com) without restraining hypocrisy and moralizing, we must add one more thing.

Still assuming that it is an action of an “Islamist” commando that responds to a chain of commandos not polluted by “unexpected” and “shameful” elements, I wonder – as I’ve already done commenting on the destruction of the tombs of the saints at the hands of “Muslims” and the particular approach of the latter, which is “literalist” and prone to anathema and “excommunication” – how it is possible to attract sympathy toward Islam by behaving in this way.

The behavior, of those who feel “offended” by a cartoon to an extremewhere they take up the gun, which indicates a problem of “ego”, or identification with something which, although heard as “intimate” because “sacred” , cannot be traded in any way, without falling into the sin of “ego”, with your authentic self. From here to brandish the Qur’an like the Little Red Book of Mao, the distance is short. So sacred words become political slogans, and even if it had its own “why”, for these “Islamists” the jihad – the supreme effort against their passions – is reduced to a commitment to “political” task in the strictest sense of the term, so as conceived by modern people at all latitudes after the “modernity” has been swarmed everywhere.

dhikr1If they would want to attract to Islam, or voluntary acceptance of the divine decree to comply with it (and not the trivial “submission” of a Houellebecq), how many followers could make the calls for meetings (majlis) of dhikr, during which there are mentioned the “most beautiful names” of God! Instead, for the “jihadists” of all sorts, these activities that soften the hearts and attract them, are nothing more than “idolatry,” and that’s why their first concern, wherever they take power, is to strictly prohibit this kind of religious practice, including that of ziyara (visit) to the tombs of saints. Not to mention the traditional sacred music, while that of the various fashionable singers, braying like donkeys, is permitted and encouraged through the same satellite channels that introduce into homes the various televangelists.

Moreover, the Truth with a capital T does not need to be defended in this ramshackle and brutal way. And the least by the first comer, who more than to defend it, without the risk of “personalistic” and “egoic” identifications, will think about the genuine “realized” … which is very difficult to find in the circles that at most can churn “revolutionaries “in the confused sense that this term took on in the modern world.

One point must be clear: one can fall into the marshes and in the deception of one’s own nafs (ego) even while believing to defend the Truth.

All this must be said, otherwise only a part of the question can be comprehended, which in summary, includes two problems: the first concerns the hypocritical insistence on a “freedom of expression” which does not exist (and never will, because each power structure defends itself as it can); the second is the attitude of “Muslims” who, far from being actually muslim (i.e. “surrendered” to the divine decree, or “made” and therefore “resolved”), are on the contrary beings “unresolved” and so reduce Islam, which is essentially and primarily an initiatory doctrine, to anything that resembles in all respects an ideology, although of religious inspiration.

terrorism-243x300Having ascertained this, still we must remember that once you are placed in a position of conflict with an “enemy” (for some “Islam” tout court, for others, “the West”), there is anything and everything in it, including the massacre and more filthy actions as beheadings alive (which, incidentally, make us shudder just because we are cowards who only know how to kill with phosphorus bombs and drones). Gruesome actions that on the other hand we see not for the first time going on stage, if only you consider how many innocents were recently massacred in the Gaza Strip in a carnage-way that no “free” source of information considered to condemn. Because if a massacre “should not be done” at a newspaper editorial, one has to say that the same thing “should not be done” on a beach or at a private house, as we have seen too many times (certainly not through the “free” press ).

This is to say that – as long as it is what it appears – there is also nothing to be astonished of that after thousands of entire families have been massacred, one day there comes an “Islamist” commando and guns down those who, rightly or wrongly, are associated with serious wrongs (in some Arab-Muslim countries, such as Iraq, Afghanistan or Palestine, almost everyone has loved ones murdered by Western armies).

But this argument would be valid if everything was as it seems. Instead, as we wrote at the beginning, there are reasonable grounds for thinking that it is not. Also because often the nationality of the “terrorists” is Tunisian, Moroccan and so on: the countries that have not been invaded by Westerners.

commando_parigiAs Maurizio Blondet has already noted in his latest article, one of the most amazing things is the “identity card” of one of the two “masked executioners” found on board of the a car used for escape.

Then there’s the cold determination and the “professionalism” of the two, in stark contrast to the approximation of the training of certain “jihadists”, who even against the Syrian National Army are literally slaughtered as soon as the latter attacks seriously (just watch on YouTube).

Finally, the question of the identity of the members of the armed group: a State that intends to establish the truth of the facts and their background, should catch them alive, otherwise never these “foreign jihadists” will be seized and then made to sing. Better to kill them, then, in the classic shootout with intervention of “SWAT” which will reduce the “terrorists” to tatters.

Just think that we have not had the pleasure of seeing bin Laden arrested when there was the opportunity to do so, and indeed even the corpse was made to disappear in a hurry, thus there is a clear measure of how little the governments that “fight with terrorism” are interested to bring out the unspeakable truth.

But it does not finish here. Because everything that here on will be activated, will be nothing more than a development, pursued methodically, of that “Clash of civilizations” that for almost twenty years we have been imposed on.

Now we must tremble at the thought that “ISIS fighters” have returned home, but where were all these thoughtful “analysts” with a chair and stipend (public) when a sovereign state that had not attacked anyone and with whom we had excellent relationship, at least commercial, was attacked by the mercenaries of NATO under the pretext of combating “Syrian spring”?

Those same mercenaries, or at least useful idiots, as if the rest was not enough, are chanting, careful to be heard well (as if the “signature” was too important), the ritual Allahu Akbar (“God is the greatest”) before each committed absurdity in the name of Islam.

Obviously, in such a situation, misleading because manipulated beyond imagination, the journalist on duty, instigated by those who hold the purse strings of these mercenaries, is unscrupulous to stuff his informational cram with as many Allahu Akbar, so that the poor lobotomized viewer would not introjected the message: “Islamic Massacre against the West and its values.”

It is, of course, a one-way hate, in an auto- exculpatory delirium typical of someone who thinks he is always right and just. Even when one explicitly hates no more nor less as “others” do (and maybe even more) or they pretend to, and acts accordingly with all the technologically available destructive power. The difference is that there is always an excuse for hatred of others: “why they hate us” … “because Islam hates us!”.

Dei musei e dell’aura delle opere

di La Sorgente

Gioconda_Louvre21Il museo d’arte è un luogo ove vengono conservate ed esposte le opere “ispirate dalle muse”[1].

Nel corso degli ultimi secoli l’interesse e la considerazione verso i musei non ha mai smesso di crescere.

L’apertura continua di nuovi spazi museali, ma soprattutto l’aumento progressivo di visitatori, confermano questa tendenza storica.

Le ragioni profonde di tale successo sono da ricercarsi nella capacità dell’istituzione museale di soddisfare alcuni bisogni dell’uomo contemporaneo.

In un mondo che produce oggetti privi di valore, fabbricati in serie, l’esperienza di opere autentiche diviene una necessità che solo il museo può appagare.

Inoltre il museo soddisfa una certa tendenza della psiche moderna: la mania catalogatrice.

L’atto del catalogare è un’operazione della mente razionale che ha come scopo ultimo il dominio sulla realtà.

In questo senso il museo è figlio del pensiero e della mentalità scientifica.

Come la scienza pretende di inquadrare il mondo, definendo e classificando ogni fenomeno, così fa il museo con gli oggetti d’arte.

Tuttavia ciò che alla mente razionale sfugge è proprio “ciò che non può essere misurato”, ovvero: l’IMPONDERABILE.

L’artista, attraverso i propri mezzi, indaga il profondo ed il sottile delle cose; indaga cioè quella sfera della realtà che non si lascia “addomesticare” dagli strumenti della ragione (ma che può ben essere conosciuta da altre facoltà, come ad esempio l’intuizione poetica)[2].

Il conservatore museale invece, tentando di riportare al misurabile l’enigma dell’arte, ne fraintende la natura ed il fine[3]. Oltretutto, intrappolando le opere entro sale e teche di vetro , “uccide” e “mummifica” quei manufatti.

In tal senso l’istituzione museale somiglia ad un cimitero, mentre le teche di vetro e i piedistalli a bare e catafalchi.

Persino l’arte più dozzinale, come può essere quella dei cosiddetti graffitisti americani, una volta portata in galleria, muore.

Le figurine di un K.Haring, per fare un esempio, significano qualcosa solo sui muri di una metropolitana o di una street newyorkese.

La verità è che fuori dal proprio tempo e contesto un’opera d’arte sbiadisce, perde d’intensità.

Proprio come accade a quella spada (katana) che, tolta dalle mani di un samurai, venga messa sotto teca ed illuminata da un neon: chi potrà più intimorire?

In realtà ciò che nel museo si perde è l’aura degli oggetti, ossia il loro AUTENTICO valore.

Potremmo definire l’aura come “una radiazione invisibile all’occhio” ma percepibile da ciò che in noi è più profondo e sottile.

L’aura è come un’aria luminosa che circonda e s’irradia da un oggetto, oppure da un luogo o una persona.

Le forze che animano le forme sono le stesse che producono la loro aura, sono luci.

Senza aura ogni cosa appare opaca e spenta, simile ad un cadavere.

Ed è questo che viene esposto nei musei: opere sradicate e senz’anima.

L’aura però non scompare del tutto, una sua traccia rimane, alcune radiazioni si diffondono ugualmente dal corpo delle opere.

Si tratta di “influenze residuali” che non è possibile cancellare finché esiste un’integrità fisica dei manufatti.

Tuttavia accostando all’interno del museo opere di diversi periodi, luoghi ed artefici, le radiazioni di quegli oggetti vengono a sovrapporsi e confondersi.

Ne deriva una sorta di caos percettivo che, all’interno della coscienza del visitatore, si traduce in un frastuono simile al vociare di molte persone.

Cosicché di quel che ancora di buono si poteva percepire dalle singole opere, poco o nulla si riesce a riceverne. Il rumore di fondo prende il sopravvento.

S’aggiungano i tempi rapidi di fruizione – in genere non più di una manciata di secondi per ogni opera – la lettura di futili didascalie, lo scatto sistematico di fotografie “documentaristiche”, quindi la confusione di una galleria brulicante di persone, e l’impresa di svilimento sarà compiuta.

Alla fine del suo tour il visitatore si sentirà saturo di influenze e sensazioni, e al contempo totalmente esausto. Proprio come accade dopo un pomeriggio passato al luna park.

Note:

[1] Le muse erano divinità della Grecia antica, abitanti dell’Olimpo, il monte sacro degli Dei. A loro erano consacrate le fonti d’acqua presso le quali si abbeveravano i poeti e gli artisti. Come possiamo notare, si tratta di immagini mitiche che mostrano come, elevandosi sino al livello degli Dei, sia possibile “bere” dalla fonte stessa della realtà.

[2] L’intuizione poetica è quella facoltà interiore che permette di vedere ciò che è invisibile agli occhi fisici ma che esiste comunque in altri “piani” o “regioni” della realtà.

[3] Se l’arte non avesse una realtà differente dal pensiero discorsivo, neppure avrebbe ragione d’esistere; per cui, tentare di tradurre in concetti un’opera d’arte, non può esser altro che un TRADIMENTO.

Arrestato Dieudonné: e il “controverso” diritto a farsi una risata?

di Enrico Galoppini

Tutto questo accalorarsi sulla “libertà di espressione” e “di satira” sta assumendo dei connotati davvero… comici.

Quest’oggi è stato arrestato l’umorista francese (di padre camerunense e madre bretone) Dieudonné M’Bala M’Bala.

dieudonne_fbIl “reato”? Ha scritto su Facebook, dopo la manifestazione “oceanica” parigina in difesa della “libertà di espressione” e “di satira” (e per i “nostri valori” di “libertà” eccetera) di sentirsi “Charlie Coulibaly”.

Cosa voleva intendere il comico che, non più idolo “di colore” degli apologeti del “mondo a colori”, ha fatto sbellicare dalle risate milioni di francesi sulle più svariate “contraddizioni” (eufemismo) della politica e della cultura francesi?

Evidentemente, come da lui stesso spiegato, intendeva rimarcare, con un accostamento “scandaloso” ed “esagerato”, la differenza di trattamento riservata, dalle “autorità”, alla sua satira e a quella del Charlie Hebdo (anche prima della strage).

quenelle_ananasIn verità le “autorità” cosiddette non aspettavano altro per regolare i conti con un personaggio davvero scomodo perché anticonformista, impossibile da incasellare in qualche rassicurante “conventicola”, e dunque “incontrollabile”: “apologia del terrorismo”!

Cosa significhi non è affatto chiaro, come quella “di fascismo” ed altre analoghe, usate dal potere (cioè da chi ha occupato “democraticamente” la “cittadella” del potere) a geometria variabile, ovvero a completa ed insindacabile discrezione degli organi preposti alla tutela del cosiddetto “ordine pubblico” (concetto importante, ma oggi strapazzato oltremisura a beneficio d’interessi di parte).

La cosiddetta “stampa libera”, che invariabilmente presenta Dieudonné come “controverso”, cioè “discussso” e “discutibile” (ma da chi?), gongola di felicità (si noti in questo solo esempio quale acredine, invero strana, per un giornale “autorevole”, “moderato” e “indipendente”). E festeggia l’arresto all’unisono, segno che è davvero “libera”!

dieudonne_nantesPerché le cose sono due: o tutti quelli che vanno a vedere Dieudonné (trovandosi, come a Nantes, all’inizio di quest’anno, il teatro chiuso per ordine del ministero dell’Interno) sono pagati e/o collusi con la suddetta “apologia”, e perciò persone indegne ed inqualificabili; o siamo di fronte ad un panorama mediatico che non dà voce al pensiero di milioni di persone (compreso Facebook, dove imperversano insulti, i più tremendi ed oltre “l’incitamento all’odio”, verso l’Islam e i musulmani).

D’altra parte, questa è la “democrazia”. Un sistema per nulla “controverso” (perché sottratto ad ogni discussione) che va annegando nella palude delle sue contraddizioni, dalla condanna per “razzismo” di un francese dalla pelle nera (segno che va bene solo lo “Zio Tom”) all’arresto di un comico mentre un paese intero “si ferma” per rendere omaggio al “diritto alla satira”!

Ogni cammino spirituale termina “fisiologicamente” nella perplessità

di Alberto De Luca

(Testo per il II° Simposio Internacional Ibn Arabi de Murcia 2013)

IbnArabi_Arabic_calligraphyIl titolo che ho voluto dare alla mia relazione è in parte mutuato dalla traduzione italiana del Kitāb al-Yā’ wa huwa kitāb al-Huwa di Ibn ‘Arabī, fatta da Chiara Casseler. Più precisamente, ritengo che la parte finale di ogni camino spirituale (il che per me significa sentiero mystico) – sulūk in arabo-, del quale sia possibile dire qualcosa di sensato, conduca alla perplessità di fronte all’apparire antinomico dell’Unicità dell’essere. Su questo mi sto interrogando da tempo ed approfitto pertanto di chiedere il Vostro aiuto in questa ricerca di senso.

Sono consapevole del peso dell’affermazione impiegata in esergo, soprattutto se a farla è qualcuno che non appartiene a nessuna tarīqa e non è nemmeno musulmano, ma ritengo altresì che tali due mancanze non siano in realtà un impedimento al pensiero quanto invece un utile farmaco contro qualsiasi arroganza intellettuale che si ponga al di là della consona umiltà necessaria per abbordare queste tematiche.

La relazione che presento si articola intorno al concetto islamico di ḥayra, all’interno della logosofia ibnarabiana, e alla sua traducibilità italiana nei concetti di antinomia e perplessità in genere.

Il concetto islamico di ḥayra, che in italiano traduco con «perplessità»[1], va subito inquadrato, e per farlo al meglio mi avvarrò di quanto affermato da Andrey Smirnov nel suo Il vortice divino. Il monismo come interdipendenza tra ẓāhir-bāṭin: il punto di vista musulmano e la filosofia mistica di Ibn ‘Arabī[2].

Lo studioso russo, infatti, sottolinea che per Ibn ‘Arabī la perplessità possiede una connotazione positiva e giammai negativa: l’idea che la perplessità denoti invece qualcosa di confusionale o caotico deriva da una concezione di tipo pragmatico-razionalista che tende a non riconoscere l’esistenza di un proprio limite gnoseologico.

Ibn ‘Arabī inizia a parlare di ḥayra nel terzo capitolo dei Fuṣūṣ, ed in merito alla sua causa afferma che essa deriva dalla

moltiplicazione dell’Uno in vari aspetti (wujūh) e correlazioni (nisab)[3].

Non si tratterebbe pertanto di una sottrazione di certezza in re, quanto piuttosto di uno stupore di fronte all’infinita possibilità che l’Uno si dia a noi attraverso forme epifaniche diverse e che si faccia conoscere da noi tramite infinite relazionalità. È la scoperta di un comune denominatore che noi rinveniamo nella relazione che con-tiene tutte le cose di cui possiamo o potremo fare esperienza.

fususLa precisione di Smirnov su questo punto è ragguardevole. Allargando il contesto della precedente citazione dei Fuṣūṣ, egli ricorre ai commenti ibnarabiani fatti alla sura Nūḥ, in special modo al versetto «ed Essi ne hanno già traviati molti» (Cor., 71:24).

È noto agli studiosi ibnarabiani che questa sura, alla luce dello stesso terzo capitolo dei Fuṣūṣ, costituisca il fondamento della waḥdat al-wujūd, ovvero di quella Realtà unica che attraverso i propri aspetti e qualificazioni esclude la possibilità di «associazionismo»[4], proprio perché la molteplicità attuale è inerente al manifestarsi della stessa Realtà.

In merito alle parole di Nūḥ, dunque, Ibn ‘Arabī precisa che loro (la molteplicità delle divinità adorate) li hanno resi perplessi solo nella moltiplicazione dell’Uno in virtù dei suoi aspetti e delle sue correlazioni (ḥayyarū-hum fī ta‘dād al-wāḥid bi-l-wujūh wa-l-nisab).

L’impiego della preposizione «in» (fī) al posto di «per» (bi-), come ci si sarebbe potuto attendere in un primo momento, è intenzionale proprio perché il discorso non è esclusivamente epistemologico bensì anche ontologico. In ognuno di questi aspetti non ci sono pezzi dell’Uno bensì l’Uno-in-quanto-quel-aspetto: con linguaggio sistemistico, potrei dire che gli aspetti non costituiscono dei sotto-sistemi piuttosto tutti gli insiemi che possono fregiarsi del nome appunto di insiemi.

Una grande attenzione nei confronti di questo versetto è stata dimostrata anche da C.A. Gilis, che nella sua versione francese dei Fuṣūṣ[5] parla di esso come di «senso iniziatico» identificabile con la ḥayra:

la molteplicità delle divinità adorate, assimilate a quelle delle teofanie, diviene fonte di perplessità e del pari di scienza[6].

ibn-arabiUn tipo di scienza che viene infusa nel cuore dell’uomo direttamente dall’incessante movimento di successione delle nuove epifanie. Ovvero, è la moltiplicazione epifanica ad educare il cuore dell’uomo al mistero della Realtà divina tramite il semplice apprendimento della stessa molteplicità[7].

Derivo quindi che lo scopo soteriologico dell’indagine akbariana non è identificare il cosmo nella sua integralità con Dio, quanto invece affermare che non vi è altra realtà che la Realtà divina. In questo senso il wujūd – l’atto di essere – non appartiene in alcun modo alle cose esistenti bensì esclusivamente al Principio supremo (dhāt al-Haqq): se solo Lui è in quanto Realtà, allora l’idea di esistenza coincide con quella di ente, e la «coseità» (shay’iyya) partecipa unicamente dell’essere del Principio che le dona l’«essere relativo» (al-wujūd al-idāfī)

Ḥayra dunque indica non solo la “perplessità nella conoscenza dell’Uno”, ma anche “la perplessità nell’essere dell’Uno”[8].

Ed ecco come Ibn ‘Arabī illustra questo punto:

l’Ordine (Universale) è perplessità, e la perplessità è agitazione e movimento ed il movimento è vita[9] (al-‘amr ḥīra wa-l-ḥīra qalaq wa ḥaraka wa-l-ḥaraka ḥayāt).

Smirnov legge, in questo contesto, la parola araba حيرة come ḥīra e non come ḥayra seguendo l’intento ibnarabiano di identificare la perplessità con il «vortice» حيرة[10].

La perplessità, quindi, potendo essere letta come ḥīra e non come ḥayra, in ciò confortati dai dizionari arabi, ci ricorda come il «vortice» (ḥīra) sia una delle immagini simboliche preferite da Ibn ‘Arabī per alludere alla vita e all’ordine universale[11]. L’essere umano “perplesso”, ḥā’ir pertanto, si trova in costante movimento. Egli non può raggiungere una posizione stabile, non è ancorato in nessun dove.

Questo avviene perché, dice lo stesso Ibn ‘Arabī, l’essere umano è «perplesso nella moltiplicazione dell’Uno»: l’essere umano perplesso si muove nel vortice della vita e dell’Ordine cosmico, realizzando contemporaneamente che egli stesso è tale movimento.

È possibile che un simile movimento sia derivabile da qualsiasi concetto filosofico?

Smirnov, che una simile domanda se l’era già posta, non ha dubbi al proposito e risponde affermativamente: ḥayra è il movimento tra due opposti che si presuppongono l’un l’altro e che hanno senso solo nella loro congiunzione; questo è il motivo per cui è senza fine il movimento dall’uno all’altro, dato che questi due opposti possono sussistere solo insieme, e perché l’Ordine Universale viene costituito attraverso questa costante transizione dall’uno all’altro[12].

zahirQuesti due opposti sono, ovviamente nel più generale dei casi, Dio ed il mondo, al-Ḥaqq e al-Khalq oppure ẓāhir e bāṭin.

Derivo quindi, confortato in ciò dalla riflessione smirnoviana, che «essere in ḥayra» o «essere perplesso» significhi capacità di transizione tra gli aspetti ẓāhir e bāṭin dell’Ordine universale e dunque l’abilità di collocare ogni essere sempre in questo movimento di transizione ẓāhir-bāṭin[13], come a dire il possesso di una precisa coscienza della relativa assolutezza delle forme di questo Ordine universale.

Il concetto di «perplessità» in sé, non possedendo una connotazione negativa, discende dallo smarrirsi consapevole nell’Oceano divino[14], configurandosi quale stato cognitivo caratterizzato dall’abbandono della funzione logica attraverso il raggiungimento di un’impasse logica. Mi spingo ad affermare la sussistenza di una simile volontà, basandomi sul lavoro di Qaysarī intitolato Risāla fî ‘ilm al-tasawwuf, tradotto in italiano da Giorgio Giurini[15]. In esso, la compresenza di strutture deduttive ed induttive, talvolta palesi tautologie, mi fa intendere che il quid della scienza iniziatica sia quello di far giungere la mente dell’uomo alla sua impasse, laddove quest’ultima coincide con «il ristabilirsi (ifāqa) del servo dopo il suo “venir meno” (ṣa‘iqa)»[16].

La Realtà è quindi costituita da ciò-che-si-vede – che logicamente si elabora per poi riconoscere – e da ciò-che-non-si-vede, proprio come nel caso del ricamo il filo colorato scompare sotto la trama per poi riemergere e delineare i contorni del disegno da eseguire. Il fenomenico e l’essenziale non trovano qui posto: quanto non si vede – l’interiore – e quanto si vede – l’esteriore – stanno sullo stesso piano e si presuppongono vicendevolmente.

batinNell’impossibilità di stabilire una precedenza logica tra esteriore ed interiore (ẓāhir e bāṭin) dell’Ordine universale, perché come si è visto rappresentano la traduzione l’uno dell’altro, la logica dell’essere umano collassa strutturalmente e sopraggiunge lo «stupore»[17]. Questo gli permette di transitare tra l’esteriore e l’interiore dell’Ordine universale e di collocare ogni essere in questo movimento di transizione, come sopra già delineato.

Perplesso e quindi stupito, all’uomo sembra di essere all’interno di un mulinello d’acqua che gli impedisce di sostare in un punto definito. L’uomo, allora, è portato in maniera aporistica ad affermare che il mondo è in Dio e Dio è nel mondo. E, separare questa affermazione in due parti dis-unite, pregiudicherebbe un’autentica conoscenza della Realtà.

Secondo la mia riflessione ed in base a quanto citato in precedenza, la perplessità è per Ibn ‘Arabī il preludio dell’incontro con la Realtà divina, la Verità[18], la quale si dà all’uomo nella sua antinomicità, testimoniata come è anche dal «paradosso del monoteismo» che lo stesso Ibn ‘Arabī indicò a suo tempo e che nitidamente Corbin ha riportato nel suo omonimo testo[19].

ibn_arabiRitengo quindi che la perplessità sia lo stupore innanzi all’antinomicità dell’attestazione dell’unicità dell’Essere divino (tawḥīd) e che si prefiguri al contempo quale stato mistico (ḥāl) e stazione iniziatica (maqām), laddove la chiave d’accesso alla ḥayra è fornita dal tawḥīd che è l’affermazione dell’«atto-essere» (wujūd) e la contemporanea negazione dell’ente: l’ente non è l’essere e viceversa, e dunque il tawḥīd non professa l’unità di un ente bensì quella dell’«atto-essere»[20].

Se come viene detto nel Kitāb al-Yā’ wa huwa kitāb al-Huwa, «il Viaggio termina nella Perplessità. Qui è l’estremo limite, oltre ci sono solo insondabilità ed impenetrabilità»[21], è possibile affermare che la certezza epistemologica dell’uomo, che è anche chiarezza di visione, riposa nel suo smarrimento ontologico?

            Lo sconcerto dello gnostico di fronte alla Signoria divina è la forma più sublime di ḥayra, poiché questi si trova sottratto alle definizioni e alle limitazioni[22]

            O Dio mio, aumenta il mio sconcerto in Te![23]

Ringrazio tutti Voi per l’attenzione accordatami e Pablo Beneito per l’invito e l’eccessiva fiducia nei miei confronti. Ringrazio infine i signori Paolo Urizzi, Andrey Smirnov, Paolo Vicentini, Giorgio Giurini e Rinaldo Massi per la loro frequentazione.

NOTE:

[1] Per altre proposte di traduzione in italiano, cfr . Kalābādhī, Il Sufismo nelle parole degli antichi, tr. it. di Paolo Urizzi, Palermo, 2002: soprattutto pp. 255-256.

[2] A. Smirnov, Il vortice divino. Il monismo come interdipendenza tra ẓāhir-bāṭin: il punto di vista musulmano e la filosofia mistica di Ibn ‘Arabī, www.dialegesthai.com.

[3] Ibn ‘Arabī, Fuṣūṣ al‑Ḥikam, 2nd ed. Bayrūt: Dār al-kitāb al-‘arabī, 1980, p. 72; A. Smirnov, Op. cit.

[4] Cfr. Ibn ‘Arabī, Fuṣūṣ al‑Ḥikam, Ibn ‘Arabī, Fuṣūṣ al‑Ḥikam, tr. fr. di C.A. Gilis, Beyrouth, 1997, p. 137.

[5] Ibn ‘Arabī, Fuṣūṣ al‑Ḥikam, tr. fr. di C.A. Gilis, Beyrouth, 1997, p. 141 e ss.

[6] Idem, p. 141.

[7] Trovo estremamente interessanti ed utili al caso i diagrammi di Āmolī. Cfr. S.H. Āmolī, Le Texte des Textes (Naṣṣ al-Nuṣūṣ). Commentaire des «Fuṣūṣ al-Ḥikam» d’Ibn ‘Arabī. Les Prolégomènes, Teheran-Parigi, 1975, p. 350; P.A. Beneito, L’Arca della creazione: il motivo del markab nel sufismo, Roma, 2005.

[8] Cfr. S. Hakim, Unity of Being in Ibn ´Arabī, www.ibnarabisociety.org.

[9] Fuṣūṣ p. 199-200; vedere anche p.73.

[10] A. Smirnov, Il vortice divino, op. cit.

[11] La versione originale in inglese riporta il termine whirlpool, che in italiano è “vortice” oppure anche “mulinello”. Per quanto riguarda la traduzione in inglese del termine arabo حيرة, l’autore deve certamente averne consultato la radice sul Lane: quest’ultima حير, richiama il concetto di “mulinello” e quindi di “vortice” (ndt).

[12] Cfr. A. Smirnov, Il vortice divino, op. cit.

[13] Idem.

[14] L’idea invece che la perplessità sia in certo qual modo sinonimo di caos la troviamo soprattutto nella filosofia e teologia di stampo razionalistico quale per esempio nel testo di T. S. Centi, Reminiscenze tomiste ne “Gli Scritti” di Sant’Antonio M. Zaccaria, in “Rivista di Ascetica e Mistica”, anno 2007, n. 4, pp. 870 e 873.

[15] Al-Qaysarī, La scienza iniziatica, tr. it. di Giorgio Giurini, Torino, 2003.

[16] Idem, p. 63.

[17] Cfr. C. Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, Milano, 1999, p. 140.

[18] Cfr. A. Smirnov, La filosofia mistica e la ricerca della Verità, Roma, 2005; I. Almond, The honesty of the Perplexed: Derrida and Ibn ‘Arabī on «Bewilderment», in «Journal of the American Academy of Religion», 2002, vol. 70, n. 3, pp. 515-537.

[19] Cfr. H. Corbin, Il paradosso del monoteismo, Genova, 1986, p. 5.

[20] Cfr. S.H. Āmolī, Le Texte des Textes (Naṣṣ al-Nuṣūṣ), cit., p. 350; P. A. Beneito, Op. cit.

[21] Ibn ‘Arabi, Kitāb al-Yā’ wa huwa kitāb al-Huwa, tr. it. di Chiara Casseler [Il libro del Sé divino], Torino, 2004, p. 59. Il concetto di limite nel pensiero akbariano viene affrontato invece da S.H. Bashier, Ibn ‘Arabī’s Barzakh: the Concept of the Limit and the Relationship between God and the World, Albany-New York, 2004.

[22] Ibn ‘Arabī in Kalābādhī, Il Sufismo nelle parole degli antichi, cit., p. 256.

[23] Ghazālī, Madkhal al-sulûk ilā manāzil al-mulūk (scaricabile qui: http://www.al-mostafa.info/data/arabic/depot3/gap.php?file=m002278.pdf).

Who are the Kharijites and what do they have to do with IS?

Members of the Islamic State (IS) have often been described as modern-age Kharijites, in reference to the Muslims who rebelled against the ruling powers in early Islamic history. The Kharijite rebellions began in the 7th century, against the Umayyad Caliphate, and persisted against the Abbasid Caliphate.

by Ali Mamouri

Militant Islamist fighters take part in a military parade along the streets of northern Raqqa provinceSalafists such as the grand mufti of Saudi Arabia — who shares IS’ religious principles, but not political views — call IS members Kharijites. Notably, these Salafists refused to pledge allegiance to Abu Bakr al-Baghdadi, who surprised the other Salafist movements by declaring himself the caliph of all Muslims. Salafist movements never expressed a serious disagreement with IS until Baghdadi’s announcement of the caliphate last June.

Saudi Mufti Sheikh Abdul Aziz Al ash-Sheikh issued a statement in August 2014 calling IS an extension of the Kharijites who “believed that killing Muslims was not a crime, and we do not consider either of them Muslims.” Even al-Qaeda, which was, until recently, the most dangerous Salafist jihadist movement in the world, renounced IS for being Kharijites. Jabhat al-Nusra declared in December 2014 that it was waging a war of elimination against what it called “Kharijites,” indicating IS. In a voice recording, Jabhat al-Nusra’s spiritual leader, Sami al-Aridi, said, “The swords that God ordered us to use are many. One of these swords is the one pointed at Kharijites. This group [IS] has provided solid proof that it is Kharijite. Thus, killing them is a religious duty and there is no doubt about it. Whoever underestimates killing them, is underestimating the blood of Sunnis.”

Who are the Kharijites?

The word Kharijite means “those who defected from the group,” referring to the Islamic groups that rebelled against the third and fourth caliphs, Uthman and Ali, and the rulers of the Umayyad and Abbasid caliphates, beginning in 644. These “Kharijites” organized rebellions against Uthman, Ali, Muawiya and other caliphs. Those in opposition to the rebellions called the rebelling groups the Kharijites and accused them of turning their backs on Islam, since the caliphate and its leaders represented true Islam.

The Kharijites first appeared under the reign of the third caliph, Uthman, from 644-656, when they rebelled against the leaders of the Quraysh tribe that controlled both the government and its financial resources. The group called for equality and to end the separation between ruler and parish. They believed that anyone had the right to lead the caliphate, even slaves. They led several revolutions against the rulers, even using violence against women and children to achieve their means.

Most of the Kharijite communities have died out, except for the Ibadis in Oman and certain regions in North Africa, notably in Algeria. These groups were moderate Kharijites who were not known to use violence or start riots.

Why are IS members described as Kharijites?

The similarities between IS and the Kharijites have prompted some to compare the two. Such similarities include: condemning other Muslims, killing children and women, and clashing with other Salafist jihadist groups to secure an exclusive grip on power. IS has dedicated significant attention to fighting Jabhat al-Nusra and the Free Syrian Army, even though they all oppose the Syrian regime. However, in some ways, IS is completely different from the Kharijites. The latter never expressed hostility toward non-Muslims and they never oppressed minorities, as IS has done consistently.

The Kharijites did not have Salafist tendencies. On the contrary, they refused to accept the arbitration of the first Muslims and the sahaba — the companions of Prophet Muhammad. The Kharijites did not consider the first Muslims to be holy, and they never prioritized their views in understanding and applying religion. They called for equality and expressed a desire to not distinguish between the first Muslims and later converts.

Yet, the similarities between IS and the various branches of Salafism — including the Saudi version — are far greater than the similarities between IS and the ancient Kharijites.

This description of Kharijite is considered to be a politically-motivated, negative labeling of the group aimed at achieving several objectives: first, distancing Salafism from IS, and second, pushing back against the broad acclaim received by the group for promoting global jihad. Salafist jihadist movements were surprised by IS’ great growth in such a short time. Hundreds of militants came to Syria and Iraq from across the globe, leaving other Salafist organizations behind to join IS. IS took over vast lands and came to control significant financial resources. It posed a direct threat to Saudi Arabia, as the country is considered the top sponsor for the international Salafist movement.

It has become an urgent need for the Saudi regime to dissociate itself from the acts and language of extremist Salafist movements. Salafist movements opposing IS use the term “modern-age Kharijites” in two ways: Official Saudi discourse labels all the Salafist jihadist movements that oppose it Kharijites, including al-Qaeda and IS; and al-Qaeda and its affiliated groups use this term to tarnish the name of IS among Salafist jihadists.

The truth is, IS is nothing but the complete realization of Salafist jihad, which was born and raised under the auspices of Saudi Arabia decades ago, notably during Afghanistan’s wars against the Soviet Union from 1979 to 1989. IS also embodies the Islamic world’s two major extremist movements: the Salafist Saudi movement and the International Brotherhood movement. Salafist Wahhabi extremism merged with the Brotherhood’s political Islam and created the phenomenon of al-Qaeda, IS and other similar groups.

Fonte: Al-Monitor.com, 8 gen. 2015

 

 

Prodromi dell’Apocalisse

di Enrico Galoppini

bomba_atomicaSiete proprio “de coccio”? Non volete capire?

Allora, dopo la “manifestazione oceanica” di Parigi “per la libertà” e “i nostri valori”, ve lo spiega la televisione israeliana, citando fonti d’intelligence statunitensi che però non forniscono “elementi concreti di rischio” (come dire: guardate, il Vesuvio sta per esplodere, ma nessuno è in grado di stabilire come, quando e perché).

L’importante è il messaggio che deve imprimersi bene nelle menti dei sudditi mediatici: “Charlie Hebdo, dopo Parigi è il Vaticano il prossimo obiettivo dei terroristi Isis”.

Il sottotitolo punta a stabilire chi sono i “buoni” che avvertono il Papa: «Televisione di Stato Israele: ‘servizi Usa hanno avvertito la Santa Sede’». E la didascalia della foto non lascia spazio a dubbi: “Il Vaticano è il prossimo obiettivo dei terroristi ISIS” (citazioni dalla pagina Ansa.it visionata alle ore 11.45 del 12 gennaio 2015, poiché l’agenzia – come spesso fa – nel corso della giornata potrebbe cambiare titolo, foto e testo).

Capperi! Una svolta epocale: questi campioni di premura filo-cattolica e di sollecitudine verso la Chiesa, cioè gli Usa, solo gli stessi che si adoperano in ogni modo per far associare nell’immaginario collettivo occidentale (quello “cristiano”, se serve a fare “la guerra all’Islam”) la Chiesa cattolica alla pedofilia e la tacciano di ogni orrore e nefandezza (Papa compreso, se non fa come dicono loro); con la loro “intelligence” (cioè quella che produce le “prove” delle suddette accuse) citata come fonte “credibile ed autorevole” dai loro compagni di merende israeliani che non solo accusano Gesù e la Madonna di essere (come minimo) dei volgari ciarlatani, ma accusano la stessa Chiesa di aver “taciuto” di fronte al “Male assoluto” (l’Olocausto e i “silenzi di Pio XII”), e non fanno assolutamente nulla per impedire le reiterate provocazioni che, in Terrasanta, vedono protagonisti “pii giudei” intenti, tra le altre cose, a sputacchiare sulle porte delle chiese e scrivere sui loro muri le frasi più oscene.

dabiq4Ma d’altra parte il sigillo a queste “minacce” le ha messe niente meno che Isis/Iside, sul numero 4 del suo fantomatico “magazine”. Talmente raro da trovare su internet che l’unica ricerca che dà esito positivo è quella che porta al Clarion Project, organizzazione statunitense ovviamente “indipendente” e “no profit” fondata nel 2006 per presentare i pericoli dell’estremismo islamico e che si prefigge di “combattere l’estremismo” e “promuovere il dialogo”.

Una discreta parte dell’attivismo di questo “progetto” è dedicata alla produzione di film che promuovono sicuramente “il dialogo”: Iranium, che mette in guardia dagli scenari che possono aprirsi “qualora il regime radicale iraniano venisse in possesso delle più potenti armi al mondo”; The Third Jihad, che “allerta” gli americani sui pericoli dell’Islam radicale “e per l’intera civilizzazione occidentale”; Obsession, che non è un rifacimento dell’omonimo film neorealista italiano, ma un “insider’s view” sull’odio dei “jihadisti” e la loro volontà di fare esattamente quello che perseguono l’America e i sionisti: “dominare il mondo”.

A questo punto, tutto è pronto per “la guerra finale contro l’Islam”.

Basta solo che un “elemento di rischio” si “concretizzi” e ci troviamo immersi in una guerra devastante i cui esiti sarebbero assolutamente tremendi.

A chi giova tutto questo? A noi, “gente comune”, no di certo, anche se facciamo una gran fatica a staccarci dalle catene di sudditi mediatici. A loro, cioè a tutti questi soggetti apparentemente in guerra tra loro, sicuramente molto.

Il “progetto” è senz’altro apocalittico, e d’altra parte, prima della fine bisogna che qualcuno soffi sul fuoco. O nella chiarina (clarion) del Giudizio.