La crociera del “Britannia”. Intervista a Michele Rallo

Il Discrimine incontra Michele Rallo, storico, opinionista e deputato al Parlamento, nei ranghi di Alleanza Nazionale, per due legislature (sito personale e di studi: http://www.europaorientale.net/). Gli abbiamo posto alcune domande su un suo recente opuscolo dedicato alla Crociera del “Britannia” (sottotitolo: I retroscena delle privatizzazioni italiane ricostruiti attraverso quattro interrogazioni parlamentari, Centro Studi Dino Grammatico, Custonaci (TP) 2014).

Locandina-Britannia-1Per prima cosa, ti ringrazio per aver accettato quest’intervista.

Vorrei cominciare con un inquadramento storico-politico del problema. Il 2 giugno 1992, un gruppo selezionato di esponenti del mondo politico, economico, finanziario e culturale italiano viene invitato a bordo del panfilo personale della Regina d’Inghilterra, in acque territoriali italiane, per presenziare ad un “seminario” in tema di “privatizzazioni” tenuto da esperti della City. Ci sono rappresentanti del mondo della borsa e delle banche d’affari inglesi che, a detta dei partecipanti, si limitarono ad esporre le loro idee in materia.

Ma meno di quattro mesi prima era scoppiato lo scandalo del Pio Albergo Trivulzio, che avrebbe prodotto il ciclone politico-giudiziario denominato “Mani Pulite”. Sappiamo tutti com’è andata: i “gioielli di famiglia” sono stati privatizzati ed una classe politica più attenta all’interesse nazionale è stata spazzata via.

Quanto alla tanto sbandierata “moralizzazione” della politica, beh, lasciamo stare.

Quali furono le motivazioni che ti spinsero a chiedere delucidazioni al governo su questo specifico argomento, ovvero la cosiddetta “crociera del Britannia”? E quali risposte ottennero le tue interrogazioni?

Innanzitutto, voglio precisare una cosa. Quelle quattro interrogazioni vennero presentate una prima volta, sul finire dell’XI Legislatura, dall’onorevole Antonio Parlato; il quale, poi, impossibilitato a ripresentarle perché nominato Sottosegretario al Lavoro nel I° governo Berlusconi, le passò a me ed al collega Landolfi, che le ripresentammo all’inizio della XII Legislatura.

La motivazione che mi spinse ad “adottarle” – se così posso dire – era quella di ottenere notizie su un episodio di grande rilievo. Nella convinzione – aggiungo – che la nuova coalizione di governo (di cui faceva parte il MSI non ancora diventato Alleanza Nazionale) avrebbe fornito risposte chiare ed inequivocabili, peraltro assumendo in tema di privatizzazioni una posizione nettamente diversa rispetto a quella dei precedenti governi. Cosa che, invece, non avvenne. Né, tantomeno, il mio partito di allora svolse una funzione moderatrice in tema di privatizzazioni. Quanto alle interrogazioni, naturalmente, non ebbero risposta.

 

ralloQuesto ci fa già capire quali siano i supposti “poteri” del Parlamento, quando c’era qualcuno che si prefiggeva di “aprirlo come una scatoletta” per poi scoprire che la “scatoletta” è vuota…

Ma passiamo alle cose serie, maledettamente serie.

Possiamo infatti affermare, senza alcun pericolo di essere smentiti, che a partire da “Tangentopoli” gli italiani hanno perso, un pezzo dopo l’altro, consistenti e significativi elementi che configuravano la loro sovranità, seppur nel quadro di un Paese uscito sconfitto da una guerra ma che nel bipolarismo Usa-Urss aveva saputo ritagliarsi discreti spazi di manovra, conquistati con le unghie e coi denti (omicidi Mattei, Moro ecc.).

Poi, cambiando gli equilibri di potere internazionali, anche l’Italia avrebbe dovuto riposizionarsi, perché se guardiamo alla storia, alla geografia e alla cultura nel senso più ampio del termine avremmo dovuto chiudere una volta per tutte con l’atlantismo, l’occidentalismo, e volgerci finalmente verso la Russia. Ma chi ci tiene sotto scacco ha pensato bene di non mollare la presa sull’osso (cioè l’Europa occidentale), così ha avviato a ritmi accelerati il “processo d’integrazione europea” che altro non s’è rivelato se non un progressivo inglobamento nell’alveo occidentalista.

Se l’analisi è corretta, quale ruolo hanno avuto gli ambienti della finanza apolide basati nella City, e che cosa ha significato, simbolicamente e concretamente, il seminario sulle privatizzazioni tenutosi sul panfilo di Sua Maestà britannica?

La tua analisi mi sembra corretta. Quanto al convegno sul “Britannia”, secondo me fu una sorta di avviso ai naviganti. Come a dire: fino ad oggi in Italia si è soltanto parlato di privatizzazioni; da oggi in poi si farà sul serio. Messaggio recepito supinamente dalle forze politiche italiane; forse non immediatamente dal MSI, ma sicuramente, un paio d’anni dopo, dalla sua erede Alleanza Nazionale.

Certo, quello delle privatizzazioni era solo un aspetto della completa acquisizione dell’Italia al dominio coloniale dell’unica superpotenza sopravvissuta alla guerra fredda. D’altro canto, dopo la morte di Moro, Berlinguer e Almirante, e dopo la liquidazione politica di Craxi e Andreotti, non c’erano più politici in grado di opporsi al disegno americano.

Naturalmente, concordo anche con il giudizio sul cosiddetto “processo d’integrazione europea”. In realtà, un processo anti-europeo, finalizzato a spalancare le porte dell’Europa alla globalizzazione pro-americana.

Adesso sarebbe interessare parlare dei partecipanti al famigerato convegno. Ovviamente si trattava di “invitati”, quindi di personaggi ritenuti in un modo o nell’altro ricettivi rispetto ai “consigli” elargiti dagli esperti di finanza e privatizzazioni. Alcuni di questi partecipanti ce li troviamo oggi in posti di rilievo delle cosiddette “istituzioni”, nazionali ed europee. Sono quelli che forniscono “direttive”, impongono “austerità”, passano per salvatori della patria con “iniezioni di liquidità”. È inutile persino nominarli, tanto sappiamo tutti chi sono. A mio avviso sono solo dei vili traditori, che in un mondo normale dovrebbero guadagnarsi la fine che spetta a questa infame categoria. Purtroppo non viviamo in un mondo normale, pertanto non desta alcuno scandalo – a partire dalla cosiddetta “libera stampa” – che alcuni politici, economisti e funzionari dello Stato si mettano a disposizione di privatissimi interessi, per giunta stranieri.

Ma nel muro di gomma della “stampa libera” all’epoca si aprì una falla. Puoi parlarci di come trapelò la notizia del convegno del “Britannia”? Quali furono le reazioni politiche? E quali, nello specifico, quelle della parte politica che in qualche modo era vicina alle posizioni del settimanale che rivelò lo scandalo? Un settimanale che non avrebbe avuto vita lunga…

venezianiLa prima notizia – che mi risulti – fu data dalla “Executive Intelligence Review”, la rivista di di Lyndon La Rouche. La Rouche (più volte candidato “minore” alla nomination democratica per la Presidenza degli Stati Uniti) è il capofila degli ambienti americani che si oppongono alla politica USA di colonizzazione dell’Europa e di aggressione alla Russia. In Italia la notizia venne rilanciata con grande evidenza da “L’Italia settimanale”, la rivista diretta da Marcello Veneziani. Il deputato missino Antonio Parlato ne fece oggetto di una serie di interrogazioni e, successivamente, argomento di un polemico intervento in Commissione Finanze nel corso di una audizione di Mario Draghi, all’epoca Direttore Generale del Tesoro.

Poi – come già detto – nella successiva Legislatura le medesime interrogazioni vennero ripresentate dal collega Landolfi e da me. Naturalmente, neanche noi – come in precedenza Parlato – ricevemmo risposta dal governo, che all’epoca era il primo gabinetto Berlusconi. Intanto, “L’Italia settimanale” subiva una serie di fatti spiacevoli: dalla giubilazione di Veneziani alla cessione della testata ad un editore uruguayano, poi fallito.

Quanto ai partecipanti, nelle interrogazioni si citavano i nomi che erano stati fatti dai giornali. Su tutti spiccavano quelli di un politico e di un tecnico, rispettivamente il senatore Beniamino Andreatta e il dottor Mario Draghi. Il primo era un esponente di punta degli ambienti italiani pro-privatizzazioni, nonché padrino politico di Romano Prodi. Il secondo (che preciserà di aver svolto soltanto l’intervento introduttivo) era l’ex Direttore generale della World Bank, da un anno Direttore generale del nostro Ministero del Tesoro; i suoi successivi incarichi sono noti: Vicepresidente della Goldman & Sachs, poi Governatore della Banca d’Italia e, infine, dominus incontrastato della Banca Centrale Europea.

Tutto ciò può essere semplicemente “un caso”? Direi proprio di no, se consideriamo Tangentopoli e l’ondata di privatizzazioni e dismissioni del patrimonio pubblico – oggi ancora in corso – che alla fine degli anni Novanta poteva dirsi completata per quanto riguarda i capitoli principali.

A mio modesto avviso, il nostro problema, di Italiani, è che sono in pochi quelli che vogliono effettivamente bene al loro Paese. La maggioranza di chi fa politica o di chi regge le redini dell’industria e della finanza o è preda di suggestioni della sua epoca (“liberalizzare”, “privatizzare” ecc.) o, molto più plausibilmente, è un cacasotto, che capisce l’antifona e perciò s’adegua; per non parlare di chi, coscientemente, vende la sua Nazione per un tornaconto personale.

Che cosa è possibile fare oggi, concretamente, a parte informare, una volta che il danno è stato in gran parte fatto? Ci sono uomini in grado di invertire la tendenza? Pensi che le giovani generazioni – a differenza di chi, allegramente, si bevve la favola della “moralizzazione” – possano comprendere il livello del crimine realizzato, oppure siamo un popolo senza speranza che si rassegnerà a vivere da schiavo?

Personalmente oscillo tra momenti d’ottimismo ed altri di pessimismo: da un lato, mi sembra che “la fine delle ideologie” abbia aperto la possibilità di una comprensione migliore anche del passato, ed inoltre oggi esiste, su molti siti internet, un’informazione meno irreggimentata; dall’altro, però, la forza del condizionamento operato attraverso i consueti canali come la scuola e la cultura (compreso il cinema), nonché il modo di vita che va imponendosi sempre più anche in Italia, non giocano a favore di una “riscossa” di cui ci sarebbe un estremo bisogno.

Certo, la tentazione del pessimismo è forte. Vedere come quasi tutte le forze politiche – di cosiddetta destra e di cosiddetta sinistra – si adeguino agli ordini di scuderia che arrivano dall’alto è una cosa che fa schifo: tutti “moderati”, tutti atlantisti, tutti a pendere dalle labbra della BCE o del Fondo Monetario Internazionale, tutti a spalancare le porte di casa nostra alla marea migratoria, tutti pronti a privatizzare, tutti pronti a sostenere le “riforme” che hanno sotterrato il nostro benessere, dalle pensioni al Jobs Act.

Eppure, un elemento di speranza c’è: un movimento di rivolta che va crescendo e che si concretizza nelle urne, con il successo di nuove formazioni che, a destra come a sinistra, sembrano voler seriamente opporsi al “suicidio assistito” dei paesi europei… assistito dagli americani, s’intende. Qualche cosa comincia a muoversi, anche in Italia. Io spero molto in Salvini e in Landini, senza dimenticare le cose interessanti che dice Grillo quando non gioca a fare il Robespierre in sedicesimo. Spero molto nella reazione democratica, elettorale degli italiani e degli europei. Perché è solamente nelle urne che il disegno antieuropeo targato Unione Europea può essere battuto. Spero che la gente smetta di astenersi e vada a votare, e che impari a votare bene. Naturalmente, non penso ad una alleanza Salvini-Landini-Grillo, ma piuttosto ad un patto di non aggressione, ad una intesa per contrastare – ognuno dalle sue posizioni – le porcherie del fronte collaborazionista.

witaliaIl fattore fondamentale – al di là del “coraggio” e dell’abilità politica di ciascuno di questi personaggi – sarà quello della buonafede di costoro. Abituati come siamo a tradimenti e giravolte, bisogna stare sempre col ‘fucile puntato’ contro chi si presenta in un modo ed in realtà agisce in un altro. Proprio chi proviene dall’Msi, poi An, dovrebbe saperlo bene…

Quanto all’astensionismo, l’ho sempre trovato funzionale agli interessi che ci dominano, tant’è vero che in America va a votare una metà circa (quando va bene) della popolazione e la “democrazia” non ne soffre affatto. Anzi, dicono che quella è una “democrazia matura”.

Oltretutto, la stessa storia italiana ci offre un chiaro esempio di come, per via elettorale, e perciò “legale”, si possa “fare la rivoluzione”. Naturalmente mi riferisco al Fascismo. Anche se dobbiamo essere coi piedi per terra e considerare che oggi, a differenza di allora, non c’è una generazione reduce dalle trincee…

Adesso ti voglio fare l’ultima domanda, forse al limite della fantascienza, ma di sicuro attinente alla “fantapolitica”.

Stabilito che, in nome delle “riforme”, il grosso del danno è stato fatto, quali sarebbero le necessarie misure che un governo italiano sinceramente patriottico dovrebbe prendere una volta insediatosi col favore del consenso elettorale per ribaltare la nefasta tendenza avviatasi simbolicamente (e non solo) a partire dal convegno sul Britannia?

Ci ho pensato spesso. Quando questo sistema imploderà (è solamente questione di tempo) bisognerà iniziare la “ricostruzione”, come dopo una guerra. Allora – è il mio personalissimo parere – si dovranno abbandonare definitivamente le nostre vecchie industrie, peraltro proprietà degli stranieri, ed iniziare a costruirne altre, mettendovi dentro – se così posso dire – l’inventiva, l’intelligenza, la capacità che i nostri padri avevano riversate nell’imprenditoria del dopoguerra. Dovremmo lasciare agli stranieri i vecchi marchi, i contenitori svuotati del genio italiano, e dovremmo crearne di nuovi, dove profondere tutte le energie di un Paese rinato. Naturalmente, penso anche ad altro: penso ad un sistema bancario nazionalizzato, che possa essere di supporto alla “rinascita”; e penso alla fine – non soltanto alla attenuazione – della folle politica di “accoglienza” praticata oggi.

Quando sarà possibile tutto ciò? Quando la nostra crisi economica e sociale avrà raggiunto e superato i livelli di quella greca. E quando la situazione sarà diventata a tal punto insostenibile da indurre gli italiani a preferire l’incognita dell’uscita dall’euro piuttosto che la certezza di una morte per asfissìa. Certo, dovremo affrontare un momento assai difficile (anche perché i poteri forti ci bersaglieranno) ma, superato quel momento, potremo iniziare la ricostruzione economica, sociale e morale della nostra Nazione.

(intervista a cura di Enrico Galoppini)

 

 

 

 

Patria e Socialismo. Intervista a Socialismo Patriottico

Il Discrimine incontra Luca Tentori, uno dei dirigenti di Socialismo Patriottico, una giovane formazione politica che sin dal nome si prefigge di coniugare i valori del Socialismo e del Patriottismo.

Socialismo Patriottico: a qualcuno potrebbe sembrare un ossimoro… E invece? Quali sono le ragioni per cui avete scelto questo nome?

siriaSPIl termine “socialismo patriottico” può apparire come un ossimoro soltanto nei paesi occidentali, dove le organizzazioni ed i partiti socialisti non hanno mai ricoperto un ruolo di guida di uno Stato. Sono pertanto rimasti legati ad una concezione falsa di patriottismo: ossia quella dello sciovinismo borghese che usa una retorica patriottarda per difendere i propri interessi di classe e spingere i popoli a massacrarsi a vicenda. Ma questa concezione risale al periodo remoto in cui la difesa della nazione e del capitale coincidevano. Oggi, la vecchia borghesia nazionale è quasi scomparsa, soppiantata da una borghesia compradora, apolide, cosmopolita, mondialista, nemica giurata di ogni forma di patriottismo.

Vedere una contraddizione tra questi due termini sembrerebbe invece assurdo nei paesi del ex-COMECON, in Asia o in America Latina.

In Cina, Vietnam, Corea Popolare, Cuba, URSS e via dicendo, il socialismo si è affermato attraverso un forte sentimento patriottico che ha condotto i popoli di quei paesi ad una vittoriosa lotta di liberazione nazionale contro nemici sia interni che esterni. Dopo queste lotte è stato possibile costruire il socialismo. Quindi la conquista della sovranità nazionale è un presupposto indispensabile per l’edificazione socialista. Per di più in ciascuna di queste realtà l’elemento socialista si è sovrapposto alla preesistente identità nazionale senza soluzione di continuità. Ci sono stati tentativi di cancellare la storia preesistente o le tradizioni nazionali da parte di alcune correnti più estremiste, ma hanno causato solo gravi danni e comunque si sono risolti in un fallimento. L’identità nazionale è incancellabile: il socialismo può al massimo valorizzarne gli aspetti migliori.

Oggi è più che mai necessario avere una formazione politica social-patriottica in Italia perché il nostro paese ha prima di tutto bisogno di riconquistare la propria sovranità nazionale e recuperare la propria identità nazionale, da decenni succube degli Stati Uniti d’America. Solo in questo modo potremo essere liberi di fare le scelte necessarie in politica estera, economia, stato sociale, sicurezza, etica e via dicendo. Abbiamo scelto questo nome proprio per rompere l’assurdo tabù di cui parlavamo all’inizio sull’incompatibilità tra amor patrio e volontà di giustizia sociale. È necessario recuperare l’eredità dei padri fondatori nella nostra Patria, i protagonisti del Risorgimento Italiano, il cui obiettivo era far sì che gli Italiani potessero vivere in una nazione sovrana in cui vedessero soddisfatte le proprie rivendicazioni sociali, arricchendola con gli insegnamenti che la storia del nostro e di altri paesi ci ha lasciato.

Detto questo, quali margini di manovra, a suo avviso, vi sono in Italia per svolgere un’azione politica in grado d’incidere e che non si risolva pertanto in una “testimonianza” ai margini delle “stanze dei bottoni”? E quali iniziative avete messo in opera per avvicinare il vostro potenziale bacino d’utenza?

Terni Socialismo Patriottico UcrainaIn teoria Socialismo Patriottico avrebbe enormi margini di manovra, ma purtroppo la politica italiana presenta diversi problemi. Uno è che continua ad essere ostaggio di tabù e dogmi dei quali uno è quello di cui ho parlato nella precedente risposta, per cui vi sono alcune tematiche che vengono considerate di “destra” o di “sinistra”, per cui vengono boicottate o sostenute a prescindere. Un altro problema è che ci sono formazioni politiche che cavalcano alcune giuste cause non ponendosi come obiettivo la loro risoluzione, ma il mettersi in mostra e cercare facili consensi; per questo non accettano che altre formazioni politiche si accostino a quella causa bollandole come “infiltrati”, “sabotatori” o “ingannatori”. Questa porta ad una grave dispersione di forze e spesso all’insuccesso di quella causa. Ultimo problema è la permanenza di formazioni politiche cosiddette moderate ed altre estremiste: mentre le prime vivono nell’inerzia e hanno come obiettivo la propria auto-conservazione, le seconde abbinano un frasario d’impatto ad azioni eclatanti dal forte clamore, ma di misera efficacia. Vanno incontrate invece le istanze di quella parte di popolazione, che è la stragrande maggioranza, che non ha barriere ideologiche precostruite e che chiede concretezza e pragmatismo, ossia garanzie: uno Stato sociale efficiente, sicurezza lavorativa, abitativa e personale, possibilità di studiare, creare una famiglia, dedicarsi alle proprie passioni, infrastrutture di buon livello, un ambiente sano. Noi agiamo focalizzando le tematiche sensibili, organizzando eventi che permettano di informare correttamente le persone per renderle coscienti ed organizzarle, valutando le cause e le soluzioni ai problemi: generalmente conferenze, presidi, manifestazioni o altri canali di informazione. In seguito attiviamo quanti più contatti utili possibile con le necessarie competenze e possibilità di intervento mirando ad una soluzione realistica. Nel mentre accresciamo il numero di militanti e miglioriamo la loro competenza ed esperienza in modo da costruire una formazione politica solida ed affidabile alla quale gli Italiani potranno affidare la responsabilità di prendere decisioni dall’interno di quelle che lei ha definito “le stanze dei bottoni”.

Effettivamente, il problema di molte formazioni politiche minori è che sono come degli eserciti composti solo di generali. Tutti sono “ideologi” e nessuno vuole tirare la proverbiale carretta, ma soprattutto vi è un preoccupante vuoto per quanto riguarda le competenze. Come si fa, per l’appunto, ad intercettare una richiesta politica che non trova sponda senza poter offrire alcunché di concreto? La famosa “gente” non vive di conferenze o “analisi”, importanti, per carità, ma che si rivolgono essenzialmente ad un pubblico più selezionato e motivato dal punto di vista ideologico. Vogliamo allora parlare dell’esperienza di Terni a fianco degli operai delle acciaierie?

terniSPNell’esperienza di Terni va detto che c’era un fatto che in parte veniva in nostro aiuto: i nostri militanti della sezione ternana “Luigi Trastulli” partivano da una preesistente presenza sul territorio grazie alla loro associazione “Primidellastrada” che si occupava di attività sportiva, politica e promozione sociale mentre molti di loro lavorano all’interno dell’acciaieria. Chi li conosce li stima e ha fiducia in loro: questo sicuramente è un vantaggio. Determinante però è stato il realismo ed il pragmatismo che li ha contraddistinti. Gli operai sono persone concrete che chiedono fatti concreti, non discorsi altisonanti da circolo culturale radical-chic. Da una parte i sindacati si battevano con gli scioperi, le manifestazioni, le riunioni e via dicendo, ma questi strumenti nella realtà attuale sono meno efficaci che un tempo. Come dicevo prima, oggi abbiamo di fronte una borghesia compradora, grosse società multinazionali di cui spesso nemmeno si sa di chi sia precisamente la proprietà: qualcosa di molto diverso dalla vecchia fabbrica locale con il suo padrone. In questo caso la ThyssenKrupp mira a disfarsi della sua fabbrica ternana, mentre i nostri politici liberisti si disinteressano della questione. Quindi chi danneggia quello sciopero, quel picchetto o quella manifestazione? Di certo non gli interessi della ThissenKrupp, per cui quella forma di lotta può andar bene per organizzare le forze, far udire la propria voce – ed infatti i nostri militanti hanno partecipato a tutte queste iniziative e alle riunioni sindacali – ma alla lunga non sortirà altri risultati. I nostri militanti ternani invece hanno proposto una soluzione veramente socialista e rivoluzionaria: la Public Company e l’azionariato popolare, tramite il quale gli operai potrebbero divenire comproprietari della fabbrica stessa: si salverebbe così la produzione, i posti di lavoro di centinaia di persone, una città intera. Questa proposta ha dimostrato di trovare ampio gradimento da parte degli operai perché realistica e dalle alte probabilità di successo. Ci sono sempre degli estremisti che storcono il naso, criticano, pongono sempre le questioni ideologiche (o i loro interessi) al primo posto, ma così facendo dimostrano ipocrisia e poco buon senso. Come detto in precedenza, la situazione ternana aveva qualche presupposto favorevole rispetto ad altre realtà in altre parti d’Italia, ma se l’iniziativa di Terni avrà il successo sperato, la stessa strategia si potrà adottare in tutte le analoghe situazioni. È stato quindi creato un precedente importantissimo. La vicenda del birrificio Messina è molto simile e si è risolta con gli operai che si sono costituiti in cooperativa, scongiurando il fallimento della propria fabbrica ed anche lì operano nostri militanti. In questo modo possiamo farci conoscere e trovare nuovi militanti e renderli sempre più preparati, competenti ed accreditati, ma ripeto, lo scopo delle nostre iniziative non è “farci belli” agli occhi di qualcuno, ma ottenere dei risultati reali per i lavoratori.

Non c’è dubbio che per affrontare con un approccio socialista e patriottico la grave crisi che l’Italia sta attraversando (in specie nel mondo del lavoro) si debbano cambiare gli strumenti di lotta da adottare nelle situazioni concrete. In questo, i sindacati storici sono fermi alla preistoria, imbalsamati nelle solite “vertenze” che tutt’al più portano a casa il classico piatto di lenticchie. Quali altri situazioni in tal senso “promettenti” state seguendo con un interesse particolare? Mi pare di percepire che la questione dei trasporti sullo Stretto di Messina vi stia particolarmente a cuore, anche perché è evidente la sua rilevanza dal punto di vista strategico.

messinaSPSocialismo Patriottico cerca di seguire tutti gli aspetti della realtà nazionale ed estera. Per quanto riguarda la situazione di crisi dell’Italia le vie d’uscita a nostro avviso passano per un rilancio dei settori strategici dell’industria, dell’agricoltura e del commercio, con una forte presenza pianificatrice dello Stato in questi campi. La politica neo-liberista ha portato solo danni, ma la storia ha dimostrato che anche uno statalismo totale irrigidisce l’economia con effetti parimenti deleteri.

Perché questo rilancio avvenga è necessario avere libertà di agire in questo campo secondo i nostri interessi, quindi ciò è un motivo fondamentale per riconquistare la nostra sovranità. Lo sviluppo passa per forza di cose dalle infrastrutture e dai trasporti: avere una buona produzione e una buona rete di commercio è inutile se i trasporti sono lenti e costosi. Faccio un esempio lampante: uno dei motivi che ha indotto l’atteggiamento di ThissenKrupp verso l’AST di Terni è proprio la scarsa rete viaria che serve la città umbra.

In Italia ogni volta che si deve creare una “grande opera” è il caos. E non parliamo di monumenti o realizzazioni meramente estetiche, ma di strutture utili a tutti. Che si tratti di centrali elettriche (nucleari o termoelettriche, ma anche eoliche o idroelettriche), impianti per lo smaltimento dei rifiuti, strade o ferrovie è lo stesso: non vanno fatte perché inutili, costose, dannose per l’ambiente o perché il politico, l’industriale o il boss mafioso di turno ci fanno speculazioni. Capiamoci: sono tutte ipotesi realistiche che in passato si sono purtroppo realizzate. Però la soluzione non è non far nulla. Pensiamo, se si fosse sempre ragionato in questo modo, anche solo dal dopoguerra ad oggi: saremmo a livello di un paese del quarto mondo! Basterebbe questa considerazione a chiudere ogni discussione. Tra l’altro il dissesto idrogeologico del nostro territorio che ha causato centinaia di morti e fatto danni miliardari non è dovuto a grandi opere (con alcune eccezioni tipo la tragedia del Vajont), ma a costruzioni ordinarie fatte scriteriatamente, ma poco pubblicizzate e che ben pochi hanno contestato.

matteiSPIl ponte sullo Stretto di Messina, come altre opere simili, è fondamentale per accorciare tempi, distanze e costi. Alla sua realizzazione, come per tutte le opere che ho elencato, si oppongono organizzazioni decrescentiste, intrinsecamente reazionarie. Gente, cioè, che vorrebbe che tornassimo a vivere come nel neolitico, ma che al contempo vorrebbe godere di tutte le comodità moderne: un’ipocrisia totale. Le grandi opere vanno valutate attentamente, sorvegliate in ogni passaggio da istituzioni indipendenti. È chiaro che la criminalità e la corruzione possono infiltrarsi facilmente, ma non è che nei paesi esteri vada sempre meglio, anzi! Eppure tali opere le hanno realizzate. In realtà dietro queste organizzazioni operano interessi contrari all’Italia, che vorrebbero ridurci ad una colonia americana al 100%: una sorta di Cuba pre-socialista, una “penisola del piacere”, per gli stranieri ovviamente, con un’economia fatta di terziario, agricoltura, turismo e, al massimo, piccolo artigianato. In particolare, la Sicilia dovrebbe rimanere la portaerei statunitense nel Mediterraneo per eccellenza: arretrata, isolata, con un’amministrazione prona e corrotta, ma piena di installazioni americane, di cui il famigerato MUOS è solo l’ultimo orrore. In pratica la stessa funzione che svolge la Corea del Sud per l’Asia, con l’aggravante, per la Sicilia, del sottosviluppo. In tale chiave vanno visti anche certi movimenti “autonomisti”, che, in buona o cattiva fede che siano, sostengono questo disegno. Noi siamo quindi favorevoli a quest’opera come alle ferrovie sia normali che ad alta velocità, alle vie d’acqua e ad altre opere che servono a sostenere l’economia. Tutto questo naturalmente non significa che bisogna trascurare altri problemi impellenti, o la manutenzione ordinaria delle strutture pubbliche, che sono altrettanto fondamentali.

Riassumendo, Socialismo Patriottico è per l’avocazione allo Stato dei settori d’importanza strategica, come i trasporti e le telecomunicazioni, ma anche – presumo – dei servizi essenziali come la sanità, e, ovviamente, la grande industria, che per gli investimenti di cui abbisogna non può essere lasciata alla sola iniziativa privata (che invece è benemerita – a patto che non sia parassitaria – quando esalta il genio individuale e beneficia tutta la collettività). I risultati, da quando hanno smantellato i famosi “carrozzoni” di Stato trasformandoli in S.p.A., sono sotto gli occhi di tutti. Eppure, sullo sfondo, esiste un problema cruciale, senza la cui soluzione non è possibile mettere mano a nulla: la proprietà della moneta. Una delle due prerogative fondamentali della sovranità (l’altra è quella militare, delegata alla Nato). Che cosa pensano i vertici di SP al riguardo? Hanno intenzione di affrontare seriamente il problema della sovranità anche dal punto di vista monetario?

manifestoSP1Il problema della sovranità monetaria va senza dubbio affrontato. Il primo punto del nostro programma economico è la nazionalizzazione della BCE e, in caso di rifiuto da parte degli altri membri dell’UE, l’uscita dall’eurozona e nazionalizzazione di Bankitalia. Quest’ultima via porta sicuramente più benefici che svantaggi. Basti pensare che ogni anno il nostro paese perde 100 miliardi versati alle banche che comprano i nostri Titoli di Stato per pagare gli interessi sul debito pubblico. I paesi dell’eurozona comprano denaro dalla Banca Centrale Europea pagandone non il valore tipografico (0,20 euro), ma quello nominale a cui vanno aggiunti i 100 miliardi di interesse. Per di più queste banche mettono a passivo le cifre che prestano agli stati indicandone sempre il valore nominale finendo con i conti “in rosso” e pretendendo sempre nuovi versamenti da parte degli stati che così finiscono per indebitarsi. Per ovviare all’indebitamento si impongono le politiche di austerità che peggiorano ulteriormente la situazione causando la contrazione dell’economia, oltre che danni sociali spaventosi, e creando un circolo vizioso. È necessario quindi uscire gradualmente da questo sistema. È possibile fondare una nuova moneta nazionale che sarebbe svalutata di circa il 20% per allinearsi alla nostra economia. Essendo la nostra economia fortemente dipendente dalla esportazioni, soprattutto di manufatti, prodotti agroalimentari e altri beni di pregio molto richiesti, questa svalutazione non farà che favorire le esportazioni con conseguente crescita economica ed occupazionale, cosa che compenserebbe ampiamente la maggiore onerosità delle importazioni di materie prime, il cui costo incide per una percentuale relativamente bassa sul costo del prodotto finito. I conti correnti, rimasti in euro, verrebbero comunque gradualmente convertiti nella nuova moneta che, a causa dell’alta richiesta, si rivaluterebbe comunque. Parlando di costo delle merci, questo verrebbe adeguato alla nuova moneta, quindi ridotto, senza causare perdite del potere d’acquisto. Quindi una situazione molto diversa da chi paventa scenari catastrofici uscendo dall’euro. Naturalmente la sovranità monetaria non è la panacea a tutti i mali, ma solo un tassello di una strategia economica più ampia che passa anche dalla ricerca di partner economici e finanziari più vantaggiosi rispetto a quelli impostici dai burocrati europei.

Adesso vorrei sapere qual è la linea di Socialismo Patriottico al riguardo del tema caldo del momento, l’immigrazione. Un tema che è in grado di scaldare le persone in un senso o nell’altro, spesso per partito preso, perché vi si vanno a coagulare e a scontrare elementi ideologici e sentimenti i più disparati, che uniti alla “crisi”, alle notizie sempre più allarmistiche al riguardo del “fondamentalismo islamico” e all’oggettiva condizione d’insicurezza generale, producono una crescente insofferenza verso l’immigrazione, alla quale altri oppongono argomenti tratti dall’armamentario dell’universalismo astratto e dei “diritti individuali” che, per inciso, sono parte integrante della visione del mondo capitalistica e liberalistica che ha prodotto la “globalizzazione”.

SPSocialismo Patriottico rifiuta qualsiasi approccio al problema di tipo razzista o xenofobo. La nostra organizzazione collabora con organizzazioni di tutto il mondo indipendentemente dalla nazionalità, dalla cultura o dalla tradizione. Il nostro patriottismo è amore per la nostra Patria, il nostro popolo, la sua cultura e la sua identità, ma allo stesso modo portiamo il massimo rispetto per tutte le nazionalità del mondo. Noi ci schieriamo sempre al fianco di tutti coloro che difendono i propri paesi da ogni genere di aggressione, anche se queste dovessero provenire dal nostro Paese. Rifiutiamo altresì qualsiasi pretesa di superiorità da parte di una cultura su di un’altra, cosa che è stata e sta tuttora alla base di molte ideologie imperialiste.

Il vero razzismo è sostenuto da coloro che vorrebbero annientare le culture nazionali, anche con la violenza, per imporre un modello di società fotocopiato da quello statunitense. Questo modello è lo stesso a cui oggi mirano le classi capitaliste di tutto il mondo. Chi oggi sposa l’ideologia dell’accoglienza illimitata, del mondo senza confini e dei “diritti universali” (da “esportare”, magari con guerre e colpi di stato), non fa che il gioco dei capitalisti. Questi sono ben contenti di avere un grande bacino di immigrati disposti a svendersi per cifre ridicole, un conflitto sociale sempre aperto con i lavoratori nazionali e problemi di sicurezza dilaganti che colpiscono sempre le classi produttrici.

L’Italia è oggi sottoposta ad una crisi economica che causa molti danni sociali ben noti a tutti. Chiedere ad uno Stato in crisi di sobbarcarsi l’ulteriore fardello di un’immigrazione di massa significa contribuire al suo collasso. Allo stesso modo, con le sue politiche neocolonialiste, imperialiste e guerrafondaie, l’Occidente causa danni enormi ai paesi da cui l’immigrazione proviene, spesso già di loro arretrati, turbolenti e governati da classi politiche predatorie od incapaci. In realtà lo scopo è proprio questo: sfruttare al massimo e destabilizzare, creare masse di disperati in fuga, scontro sociale e collasso delle strutture nazionali.

Quindi l’approccio sciovinista e xenofobo al problema, che parla un linguaggio nazionalista senza contestare il sistema politico-economico capitalista, si rivela vuoto ed ipocrita, così come quello dell’accoglienza universale.

Socialismo Patriottico propone un severo controllo alle frontiere per tutelare la sicurezza nazionale e la nostra classe lavoratrice da tutti i rischi tra cui il terrorismo e la criminalità, ma anche il collasso dei servizi pubblici, la disoccupazione e la sottoccupazione. Allo stesso modo proponiamo la sottoscrizione di accordi bilaterali sul modello del Forum sulla Cooperazione Cina-Africa, con reciproco vantaggio di tutte le parti, la fine delle politiche imperialiste, la lotta al terrorismo e alle tratte di esseri umani sostenendo le forze ed i governi locali affidabili. Il problema dell’immigrazione non si risolve con gli slogan demagogici, ma con il pragmatismo, difendendo il nostro paese, combattendo le politiche imperialiste, collaborando attivamente per lo sviluppo delle realtà più arretrate ed instabili.

In ultimo vorrei aggiungere l’esperienza dei paesi socialisti che componevano il COMECON, ma anche la Cina o la RDP di Corea che hanno sempre avuto quote di immigrazione bassissime e composte unicamente da persone che potevano inserirsi senza alcun problema nel sistema economico e sociale esistente senza divenire fonte di problemi.

L’ultima domanda che vorrei farti riguarda i vostri canali di comunicazione. Che cosa si può fare per restare aggiornati sulle vostre attività? E se si volesse fare qualcosa di più, come si può collaborare con il vostro movimento?

manifestoSP2Il nostro canale di comunicazione principale per ora è quello informatico, attraverso il nostro sito internet, il nostro giornale on-line e le nostre pagine sui social network. Consultando questi canali chiunque può rimanere aggiornato sulle nostre attività, iniziative ed analisi o mettersi in comunicazione diretta con noi. Anche la partecipazione alle nostre iniziative è un buon canale per mettersi in contatto con noi.

Socialismo Patriottico è da sempre aperto alla collaborazione con enti, associazioni o movimenti su tematiche di interesse comune. Per quanto riguarda la militanza, essendo la nostra organizzazione intenzionata a svilupparsi costituendo una rete sul territorio nazionale, accogliamo di buon grado le richieste di persone interessate a collaborare.

Chi vuole entrare nella nostra organizzazione deve inoltrare la richiesta, comunicarci alcuni dati e prendere visione del documento che illustra le regole a cui devono attenersi i nostri militanti, chiarire a cosa si è interessati o si è in grado di fare, ed in che misura ci si può dedicare all’attività politica compatibilmente con gli impegni e le possibilità che ciascuno ha per quanto riguarda la salute, la sua attività lavorativa o di studio, e gli obblighi di famiglia. In base alle competenze e le possibilità, a ciascuno vengono assegnati dei compiti di collaborazione nell’ambito più adatto all’interno di una sezione locale. Questo periodo di collaborazione si protrae fino al momento in cui il capo-sezione presenta la candidatura del militante, che può essere approvata o disapprovata, ed in ciò consiste la selezione dei militanti. Accennando ai criteri di selezione, è importante essere persone disponibili, disciplinate, che abbiano una condotta etica e pubblica integra e che si attengano a quanto espresso nel nostro manifesto e programma politico. Per quanto riguarda le competenze, queste non sono un fattore discriminante ai fini di selezione, ma sono sicuramente utili. Possono essere di ambito tecnico-scientifico, umanistico, giurisprudenziale, oratorio, illustrativo, ecc. Molto utile è anche la possibilità di avere contatti o la capacità di coinvolgere persone od organizzazioni utili ad affrontare una determinata causa, informare su di essa o risolvere un problema.

(intervista a cura di Enrico Galoppini)

Dove va la “crisi ucraina”? Intervista a Alessandro Lattanzio

Il Discrimine incontra Alessandro Lattanzio, redattore della rivista di Studi geopolitici “Eurasia” ed autore di varie monografie su temi di geopolitica e politica internazionale, tra cui l’ultima, intitolata Battaglia per il Donbass (con F. Bovo e M. Greco, per Anteo Edizoni). Lattanzio è anche il curatore del sito “Aurora“.

Ci vorresti spiegare sinteticamente qual è il problema di fondo della cosiddetta “crisi ucraina”? Perché l’Ucraina è diventata così importante?

ukraine-crimea-mapLe ragioni sono diverse, ma si coagulano intorno allo scontro tra asse atlantista (USA e UE) e blocco delle potenze emergenti BRICS. Per gli USA significa sottrarre allo spazio sovietico e inglobare nella NATO la terza repubblica ex-sovietica per dimensione, e la seconda per popolazione; l’Ucraina appunto.

Inoltre, il piano di Washington prevedeva l’annessione della Crimea, che avrebbe escluso Mosca dall’area del Mar Nero, e permesso alla NATO di agganciare la repubblica di Georgia, creando una contiguità fisica tra Europa orientale, sotto controllo della NATO, e il Caucaso, bypassando la Turchia e riattivando la guerra coperta, tramite i mercenari islamisti arruolati sul posto.

E a proposito, proprio ieri è stata smantellata nella rossa Rimini una filiera criminal-politica che espatriava in UE decine di ‘profughi politici’ provenienti da Cecenia e Daghestan, un nuovo ramo del terrorismo islamista, che si collegherebbe alla filiera ‘umanitaria’ che supporta in realtà il terrorismo islamista, e che viene scoprendosi oggi con le indagini sulla vicenda della due cosiddette ‘cooperanti’ italiane ‘rapite’ dai terroristi integralisti in Siria (in realtà probabilmente la vicenda s’è svolta in territorio turco).

Un altro aspetto è di carattere economico-energetico: con il golpe a Kiev, Washington intendeva staccare i flussi energetici tra Russia e UE, che passano in parte per la rete dei gasdotti ucraina, e riavviare il defunto progetto Nabucco, permettendo d’isolare Mosca dal mercato energetico europeo, facendo ricorso ai giacimenti di idrocarburi in Azerbaigian, Tukmenistan e Kurdistan. In tale ambito rientra il sabotaggio al gasdotto russo South Stream, per mano del governo-fantoccio della NATO in Bulgaria.

Infine, per la Francia, e soprattutto, per la Germania, l’Ucraina rappresenta l’ultima grande riserva finanziaria, economica, produttiva e industriale da saccheggiare tramite il sistema dell’eurozona, permettendo al baraccone ideologico-speculativo, noto come Unione Europa (UE), di sopravvivere qualche anno ancora, mentre esaurisce e devasta le economie dei vari Paesi che vi hanno aderito; soprattutto Paesi come Portogallo, Grecia, Romania, Bulgaria, ecc.

Una volta chiariti gli elementi fondamentali, quali potrebbero essere gli sviluppi della situazione? Ritieni che vi siano delle analogie con quanto già accaduto nella ex Jugoslavia?

lattanzioGli sviluppi non sono prevedibili, tranne che di certo l’Ucraina non esisterà più, o diverrà uno Stato federale, con tendenze centrifughe sempre più accentuate nelle regioni centro-orientali, man mano che si consoliderà l’Unione Economica Eurasiatica, mentre le regioni occidentali, dominate dai filo-atlantisti, diverranno un peso per l’UE e fonte di tensioni con i Paesi confinanti, soprattutto con Ungheria, Slovacchia e Polonia, oppure semplicemente imploderà, portando all’adesione nell’UEE/Federazione Russa di gran parte delle regioni ucraine. I paragoni con la Jugoslavia, non sono proponibili, non foss’altro che il quadro politico internazionale è radicalmente differente rispetto agli anni Novanta.

Su questo non c’è dubbio: la Russia del 2015 non è il fantasma di se stesso del 1999. Volevo solo osservare che, anche stavolta, si cerca di individuare una “città martire” (per esempio Kramatorsk) per poi giustificare, davanti alla propria opinione pubblica, un intervento militare di tipo “umanitario”. Senonché, a quel punto, lo scontro non potrà ripetersi, in forma così squilibrata come nel 1999, con la sola Jugoslavia – o meglio ciò che ne restava – da una parte, e la Nato dall’altra. Qui si rischia un conflitto di proporzioni immani, che comunque i globalisti della Nato tentano di scatenare già da qualche anno, se si pensa alla provocazione georgiana del 2008 subitamente sedata dalla dirigenza russa.

In effetti, le divergenze rispetto alla situazione in Jugoslavia sono forse maggiori delle similitudini. Che dire, per esempio, del diritto alla “autodeterminazione” della Novorossia assolutamente negato dagli stessi che, quindici anni fa, non hanno esitato un attimo a garantire “i diritti” degli albanesi del Kossovo?Perché, se la Nato è intervenuta per sostenerli militarmente e politicamente, lo stesso non potrebbe fare la Russia, per giunta con un popolazione vicina con la quale condivide praticamente ogni cosa, dalla religione alla lingua? Sono veramente ridicoli questi commentatori quando condannano l’ingerenza della Russia nella questione ucraina, mentre non trovano nulla di strano nella presenza di personale militare e politico della Nato a Kiev!

anti-putinLasciando da parte i ‘commentatori’ (giornalisti, esperti, accademici) tutti pagati per elogiare i crimini della NATO e giustificare le aggressioni a Paesi e movimenti che vi si oppongono, è ovvio che non siamo più nel 1999, quando la Federazione russa era debolissima (devastata da una potente crisi economica nel 1997) e la Cina ‘non era vicina’. Non esistevano Patto di Shanghai, BRICS, ALBA, Chavez era appena stato eletto e in Italia la sinistra social-colonialista impazzava su tutto lo spettro mediatico, ancora lontana dalla crisi che l’ha mortalmente ferita con la turlupinatura della ‘Primavera araba’.

Oggi, la popolazione del Donbass, etnicamente russa, può contare sull’appoggio di una Federazione russa quasi completamente disintossicatasi dall’infatuazione occidentalista istigata dalle cerchie politiche eterodirette di Gorbaciov e Eltsin.

La dura realtà dei meccanismi politico-ideologici ed economici-sociali dettati dalla NATO e dalle sue propaggini internazionali (Banca Mondiale, FMI, ONG, Hollywood, CNN, ecc.) hanno risvegliato un popolo, quello della Federazione russa, fatto oggetto di un tentativo di sterminio demografico, culturale e morale vero e proprio. Inoltre, la reazione della popolazione del Donbass rientra appieno nella recente storia dell’Ucraina, quando, nel 1918, si formò una repubblica sovietica che rivendicava la separazione dall’Ucraina; a sua volta, in realtà, prodotto artificiale del processo di formazione dell’impero zarista, dai tempi dello Zar Pietro I, e sistematizzato da Lenin e dal PC(b)R con la Costituzione sovietica del 1924, la quale creava la Repubblica socialista sovietica di Ucraina anche per rispondere alle pretese dell’intelligentsija di Kiev.

In realtà, venuta meno l’unità dell’URSS, che garantiva a sua volta l’unità dell’Ucraina, le vecchie fratture tra le varie regioni ucraine emergeva, venendo quindi inasprite dall’invadenza interventista delle succitate ONG, proprio perché ogni Stato sponsor delle cosiddette ONG pretendeva, tramite tale mezzo, imporre la propria influenza ed i propri interessi in ogni regione che reputava di sua spettanza (qui parliamo di Svezia, Polonia, Germania, Israele); oltre, ovviamente, all’onnipresenza delle ONG statunitensi, che bramavano a ridurre l’Ucraina a protettorato ‘portoricano’.

Le contraddizioni interne all’Ucraina, quindi, dato tale status, non potevano che esplodere con una crisi durata dieci anni, dal 2004 al 2014. Qui, si arriva al conflitto tra aspirazioni esasperate delle regioni ucraine più influenzate dalla NATO e dall’UE, e le regioni russe dell’Ucraina, le quali, oramai, spezzatosi l’arco costituzionale ucraino, preferiscono seguire l’esempio della Crimea e rientrare a pieno nell’ambito della sfera d’influenza di Mosca. Quindi non credo, per tale serie di ragioni, che l’Ucraina attuale avrà un futuro.

Effettivamente, chi segue la politica internazionale non faticherà a ricordare il clamoroso ribaltone delle elezioni presidenziali del 2004, quando con la “rivoluzione arancione” pilotata dalle Ong americane e sioniste venne imposto Yushenko al posto di Yanukovich, accusato di “brogli”. Lo stesso Yanukovich che stavolta è stato costretto ad andarsene dal golpe di Majdan.

Dicevi che l’Ucraina come attualmente la conosciamo non avrà futuro. Come vedi l’attuale “classe politica” che governa a Kiev? Si può dire che si tratta di marionette americane e sioniste come, del resto, era la Timoshenko? E cosa pensa la maggioranza del popolo ucraino di costoro? Pare di capire che il loro gradimento sia in caduta verticale, perché “si stava meglio quando si stava peggio”… Inoltre non sembra che gli ucraini muoiano dalla voglia di andare a sparare ai loro fratelli del Donbass. Circolano infatti diversi filmati nei quali si vede che i militari di Kiev inviati a reclutare nuove leve nelle province vengono presi a male parole dalle mogli di quelli che dovrebbero andare a morire per… Yatseniuk, Poroshenko, il Fondo Monetario Internazionale e le varie istituzioni globaliste che oltretutto stanno speculando sul debito ucraino declassando, con le loro “agenzie di rating”, un Paese sull’orlo della bancarotta.

-Non esiste una classe dirigente in Ucraina, semplicemente non c’è mai stata, indice che l’Ucraina, in quanto entità indipendente, non esiste, non può esistere, perché non ha quegli aspetti culturali che glielo permetterebbero. Di conseguenza i golpisti di Kiev non hanno un programma, una politica, una prospettiva da attuare o perseguire. Esisteva una leadership quando aderiva all’URSS, dopo, con l’indipendenza, si è vista tutta la pochezza del sistema politico-imprenditoriale ucraino.

La popolazione cosa farà? Il fatto è che le popolazioni delle regioni occidentali e centrali sono oramai influenzate dalla propaganda e dalla macchina mediatica occidentali, dalle ONG atlantiste, e i partiti esistenti sono mere espressioni dei ministeri degli Esteri di Paesi come Svezia, Polonia, Germania, Israele, USA e Canada. Quindi difficilmente ci sarà una rivolta organizzata in quelle regioni. In compenso, senza i finanziamenti occidentali, l’apparato di dominio majdanista crollerebbe in ventiquattr’ore, ed è qui che si colloca la funzione del FMI e dell’UE, che è finanziare finché possibile il baraccone di Majdan rappattumato, che non ha capacità tecniche e ideologiche per riattivare lo Stato ucraino, e che al massimo eseguirà ottusamente le direttive degli organi finanziari e diplomatici occidentali. Basta vedere chi sono i governanti ucraini impostisi con il golpe della CIA di un anno fa: estremisti e xenofobi, elementi settari religiosi come il battista Turchinov o lo scientologo Jatsenjuk, squadristi e mercenari con turbe psichiche come Jarosh, Biletskij o Semenchenko, oppure oligarchi mafiosi come ad esempio Igor Kolomojskij o Julija Timoshenko, o il braccio destro di Timoshenko, un ex-premier dell’Ucraina, che oggi langue in un carcere degli USA condannato a trent’anni.

Una sfilza di casi umani coccolati ed elogiati dal circo mediatico-politico occidentale, in Italia soprattutto dal PD, e supportati dal blocco occidentale al solo scopo di perseguire la ‘visione’ di Brzezinski, il massimo ‘stratega’ di Washington, di staccare l’Ucraina dalla sfera d’influenza della Russia. Un’operazione impossibile, e che difatti sta fallendo con gravi costi per la popolazione ucraina, che ne soffrirà seriamente, soprattutto se resterà al di fuori della ricostruzione dello spazio ex-sovietico riattivato da Mosca.

Per portare l’Ucraina fuori dall’influenza della Russia, i mondialisti occidentali non stanno lesinando alcun mezzo, compreso quello militare, anche se i loro apparati mediatici affermano che è la Russia a volere la guerra. Siccome questi ultimi non sono affidabili, come possiamo sapere qualcosa di più credibile sull’andamento delle operazioni militari? Quale profilo terrà l’Italia in caso di peggioramento delle posizioni delle truppe di Kiev? E come andrà a finire, secondo te?

Per fortuna oggi esistono diversi mezzi per informarsi, innanzitutto internet, dove sono presenti diversi siti e blog d’informazione assai affidabili, sia governativi novorussi che di analisti e studiosi, russi, francesi, italiani ed anche statunitensi:
http://alawata-rebellion.blogspot.fr/; http://www.vineyardsaker.net/; http://english.pravda.ru/; http://http://novorus.info; http://02varvara.wordpress.com/; http://warindonbass.ru/; http://www.russiesujetgeopolitique.ru/; http://cassad.net/; http://fortruss.blogspot.it/; http://gaideclin.blogspot.fr/; http://infobeez.com/; http://novoross.info/; http://novorossia.su/; http://novorossia.today/; http://russeurope.hypotheses.org/; http://russia-insider.com/en; http://vineyardsaker.blogspot.it/; http://voicesevas.ru/index.php; http://www.sputniknews.com/; eccetera.

L’Italia è decisamente schierata con la giunta golpista di Kiev; l’attuale rappresentante PESC, (Politica Estera e di Sicurezza dell’Unione europea) Federica Mogherini, nominata a tale incarico dal premier Matteo Renzi, già nel febbraio 2014 visitò Kiev per esprimere sostegno ai golpisti di Majdan, che tra l’altro le dissero che stavano preparando la repressione violenta contro gli oppositori al golpe ed anche l’aggressione armata contro le repubbliche popolari che chiedevano l’autonomia dal governo illegittimo installatosi a Kiev con il golpe organizzato da CIA e Gladio. Inoltre, la nave-spia italiana Elettra venne inviata nel Mar Nero a sorvegliare le comunicazioni delle forze di difesa della Novorossija, e il governo attuale ha anche proposto l’invio di un contingente italiano per sostenere delle pretese del governo golpista ucraino sul Donbass. Quindi Roma seguirà i dettami di Washington nei confronti dell’Ucraina.

Non mi hai però detto come andrà a finire, secondo te. Per “fine”, intendo: l’Ucraina come miccia di una conflagrazione mondiale come prevedono i più catatsrofisti, oppure uno stillicidio di morti e distruzioni in una guerra a “bassa intensità” come le altre che, in tutto il “Vecchio mondo”, i mondialisti scatenano a ritmo sempre più serrato perseguendo la “geopolitica del caos”?

BiocbwsCcAEmZzJ.png largeNon ci sarà nulla del genere, l’Ucraina è alle porte di Mosca, non di Washington, e Washington non scatenerà di certo, per uno Stato fallito come l’Ucraina di Majdan, una guerra termonucleare globale totale di cui vanno cianciano vecchi tromboni, profeti di apocalissi finali ogni sei mesi; no, il risultato vedrà la Federazione Russa recuperare il controllo sulle regioni russofone e industrializzate dell’Ucraina (di certo, l’UE distruggerà l’economia ucraina, e le aziende locali troveranno agibile il mercato russo e non quello europeo), mentre Bruxelles sarà azzoppata e gravata dal peso di dover mantenere lo Stato fallito ex-ucraino. Washington si volgerà ad altri lidi che trova ben più cruciali per i suoi interessi strategici, come Asia-Pacifico e Medio Oriente, avendo il vantaggio che l’Unione europea, occupata a riprendersi dall’attuale sua politica estera suicida, l’infastidirà assai meno sul piano della concorrenza finanziario-economica.

La guerra civile ucraina finirà con una netta sconfitta della NATO che, come i pavoni, fa la ruota esibendo un’esile brigata di fanteria meccanizzata statunitense che sfreccia, a bandiere spiegate, a 300 metri dal confine tra Estonia e Russia. Una gran consolazione per gli ‘strateghi del golpe di Kiev’. Oltre a spedire truppe e mezzi ad esercitarsi nel Baltico, la NATO istiga una micro-corsa agli armamenti nei Paesi del Baltico, ma ciò, combinato con l’entrata nell’eurozona, potrà solo danneggiare l’economia di tali Paesi.

Alla fine, tale spinta andrà in senso contrario alle intenzioni. In definitiva, la politica di Mosca ha tempi e ritmi dettati da interessi consolidati, e non ha necessità di passi immediati e azzardati. In Occidente invece, i governi non solo sono quasi totalmente sottoposti agli interessi d’Oltreatlantico, ma hanno tempi e ritmi dettati dalla macchina mediatica che non solo è infiltrata dalla CIA, ma che è anche più screditata e ridicolizzata che mai. Tutto ciò impedisce alle cosiddette leadership europee di distinguere i veri interessi dell’Europa, e di trovare il modo di raggiungerli al meglio.

(intervista a cura di Enrico Galoppini)

Il pericolo del “takfirismo”: intervista all’Hujjatalislam Abbas di Palma

a cura de Il Discrimine

Il 23-25 novembre 2014 si è tenuta, a Qom (Iran), una Conferenza Internazionale sui pericoli del “takfirismo”. Il Discrimine ha presentato la relazione inviata per l’occasione da Enrico Galoppini. Per saperne di più sulla conferenza e gli argomenti affrontati, abbiamo posto alcune domande all’Hojjatalislam Abbas Di Palma.

L’Hujjatulislam Abbas Di Palma si è laureato in “scienze islamiche” presso l’Islamic College for Advanced Studies di Londra ed ha studiato le scienze islamiche tradizionali presso le hawzat ‘ilmiyya (circoli sapienziali o più semplicemente seminari) di Londra, Damasco e Qom. È attualmente presidente dell’Associazione Islamica “Imam Mahdi” e responsabile del Centro Islamico “Imam Mahdi” a Roma. È stato autore e traduttore di vari testi sull’Islam, alcuni dei quali sono attualmente in fase di stampa.

conferenza_takfirPurtroppo in giro vi sono idee assai confuse sull’Islam e le sue contraffazioni. Può spiegare al lettore non specialista quali sono i caratteri salienti dell’ideologia “takfirita”?

Il “takfirismo” è un’ideologia che, come dice il nome, si basa sulla pratica del “takfîr” o perlomeno che la ritiene una componente essenziale del proprio credo e assetto ideologico nonché del modo di agire dei suoi adepti. Il “takfîr” [nome verbale del verbo kaffara: ritenere qc. miscredente, NdR] è un termine arabo che viene utilizzato per indicare una ‘scomunica’ che viene applicata nei confronti di un soggetto dichiaratosi appartenente ad una religione diversa dall’Islam dopo esser stato musulmano. Come è noto, in ambito islamico, non esiste una chiesa così come viene intesa in termini cattolici e di conseguenza la suddetta dichiarazione non possiede alcun valore canonico. Detto questo, è pur vero che nell’Islam, così come nel disegno del monoteismo e della profezia più in generale, esistono dei parametri entro i quali il credente è tenuto ad identificarsi. La mancata identificazione con questi parametri, però, non legittima la scomunica arbitraria proveniente da parte di un settore della comunità islamica. Ciò significa che il soggetto avente gravi problemi dottrinali viene di fatto escluso dalla comunità dei credenti “per principio” e non per mezzo delle inferenze e espressioni azzardate degli uomini. Purtroppo la pratica del “takfîr”, sostenuta e sobillata dai paesi occidentali ormai da qualche secolo, è penetrata in alcuni ambienti della comunità islamica facendo proselitismo tra le masse ignoranti delle società musulmane e questo ha portato ad orrende conseguenze quali decapitazioni di innocenti, stupri e massacri di ogni genere.

 

La confusione regna sovrana anche al riguardo di altri termini come “salafita” e “wahhabita”. Ed anche “fondamentalista” e “integralista” vengono usati un po’ a casaccio. Per non parlare di “jihadista”. Potrebbe sinteticamente fare chiarezza al riguardo e, se possibile, stabilire se il “takfirismo” è un esito implicito delle suddette posizioni?

Il problema della terminologia è assai preoccupante in quanto è anche attraverso di esso che i centri di potere riescono ad inculcare le masse con idee e nozioni da questi premeditate. Ogni termine, ovviamente, ha un’etimologia, un origine e un significato ben precisi; comunque l’utilizzo che ne viene fatto spesso diverge dall’intenzione avuta durante la sua coniazione in ispecie quando il suddetto utilizzo è vincolante per gli scopi politici di grandi potenze. Ancora più inquietante è quando l’utilizzo di un dato termine è stato denudato di un significato sacro, come può essere il caso dei termini “Islâm” e “Jihâd” da cui si sono ricavati i beceri aggettivi di “islamista” e “jihadista”, poiché ciò non comporta soltanto una contraffazione del significato originale e quindi un semplice inganno, ma anche un’inversione di percorso, non più mirato agli obiettivi beati e celesti delle sfere più nobili dell’esistenza di cui i termini sacri ne sono un’indicazione palese, ma che si allontana sempre di più da essi lasciando girovagare l’uomo nella perdizione e dannazione ben lungi da pace, felicità e serenità. Il takfirismo è stato il mezzo principale usato in ambiente islamico atto a distorcere la sacralità e, di conseguenza, la finalità, dei termini religiosi. È possibile che molti aderenti a questo movimento abbiano agito in tal senso inconsciamente e che essi siano stati usati solo come una pedina nelle mani della vera arroganza mondiale che purtroppo proviene dal nostro mondo, geopoliticamente parlando, ma ciò non giustifica l’ignoranza in alcunché. Iddio ha fatto dono dell’intelletto a tutti e non è un caso che una nobile tradizione reciti: “Due unità di preghiera di colui che sa valgono più di settanta unità di preghiera di colui che non sa”.

locandinaPerché l’ideologia del “takfirismo” costituisce un grave pericolo per tutti i musulmani?

Il takfirismo è un pericolo per tutti i musulmani è questo è evidente dopo aver testimoniato le aberrazioni disumane perpetrate dai suoi aderenti le quali hanno sbalordito il mondo intero, anche se nei fatti, senza voler fare nomi, qualcuno prima di loro ha compiuto oscenità analoghe che però non sono mai state trasmesse completamente attraverso mezzi di informazione. Sconfessare un musulmano in nome dell’Islam e senza alcuna autorità legittima, dichiarare lecito versare il suo sangue e appropriarsi dei suoi beni finendo col trattarlo peggio di una bestia destinata alla macellazione, che comunque nell’Islam necessita anch’essa di gradi di rispetto, sono tutti fattori che dovrebbero stimolare un minimo di coscienza in un essere umano degno di tale nome. Quello che purtroppo succede in alcuni soggetti è che la loro anima vuota si maschera con il volto dell’esuberanza, magari motivato dalla ricerca di quella soddisfazione mancata e ricercata in atti di culto vuoti di spirito e carenti di vera guida; l’esuberanza si muta poi in follia giungendo così ad un punto di non ritorno sia per corpo, mente e spirito. Il grande pericolo per i musulmani è dunque non solo l’isteria omicida che viene coltivata in questi individui, ma anche la diffusione delle sue cause interiori ossia un’adorazione d’Iddio scevra di contenuto reale ma contaminata da elementi psichici ed emotivi di svariata provenienza.

Quali sono stati i contributi più rilevanti della Conferenza di Qom?

La conferenza sul takfirismo tenutasi nella città santa di Qom è stata sicuramente un’occasione benedetta per la riflessione e il confronto contro questo morbo, proveniente dall’esterno, che ha infettato la comunità islamica. Credo che ivi ci siano stati interventi molto utili ed interessanti, soprattutto quando si è detto che il takfirismo non è un semplice movimento politico poiché ha delle basi dottrinarie e quindi deve essere combattuto anche dottrinalmente. Non si può semplicemente relegare il fenomeno del takfirismo ad un movimento storico o politico, ma se ne devono considerare anche le deviazioni dottrinarie, le quali vengono utilizzate come giustificazione per legittimare ‘scomuniche’, decapitazioni e quant’altro. Gli interventi del grande Ayatollah Makarem Shirazi e del grande Ayatollah Ja’far Subhani hanno colto questo importante punto parlando anche di principi teologici quali l’intercessione divina, la conoscenza dell’occulto e la visita alle tombe e ai mausolei, concezioni rigettate dai takfiriti, seppur accettate per secoli dai musulmani sin dall’alba dell’Islam, le quali rappresentano alcune cause intermedie delle loro uccisioni nei confronti di altri musulmani. Degna di nota, oltretutto, è stata la menzione di un versetto coranico citato da molti relatori ove è detto: “Chi uccide intenzionalmente un credente avrà il compenso dell’inferno dove rimarrà in perpetuo; su di lui l’ira e la maledizione d’Iddio e avrà un doloroso castigo” (4:93). È chiaro dunque che l’unica via di uscita per un takfirita onde giustificare le proprie malefatte sia la ‘scomunica’ nei confronti dell’altro ed è per questo che in essa viene riposta molta enfasi da parte dei suoi fautori.

 

makarem_shiraziPerché, secondo Lei, una simile iniziativa è stata patrocinata da ambienti religiosi sciiti iraniani? Che risposta c’è stata negli ambienti sunniti?

L’iniziativa di questa conferenza, la prima del genere tenutasi nella città santa di Qom, è stata patrocinata direttamente dal grande Ayatollah Makarem Shirazi, noto teologo, giurista ed esegeta sciita, ma l’affluenza di sapienti provenienti dal mondo sunnita è stata comunque massiccia. Ciò a dimostrazione del fatto che il mondo sunnita differisce dal takfirismo, che è stato invece condannato categoricamente da tutti i presenti alla conferenza. Grazie a Iddio nella Repubblica Islamica dell’Iran è possibile tenere questo tipo di eventi ad alto livello internazionale, cosa che purtroppo è difficile fare dalle nostre parti in quanto la situazione culturale, sociale e politica sono un’aggravante non indifferente per l’organizzazione di simili eventi. In generale, la risposta avuta dagli ambienti sunniti innanzi alla presente crisi è stata più che soddisfacente a Qom, città sciita per eccellenza; lo stesso purtroppo non possiamo dire delle autorità vaticane, soprattutto dopo aver constatato le dichiarazioni del Pontefice il quale ripetutamente ha esortato i sapienti musulmani a prendere una ferma posizione contro il terrorismo e a difendere le minoranze cristiane nel Vicino Oriente come se non lo avessero mai fatto. Con rammarico abbiamo letto queste dichiarazioni ben coscienti del fatto che i musulmani hanno difeso non solo i loro correligionari ma anche i villaggi cristiani liberandoli dalle mani dei terroristi ovunque sia stato possibile, donando il proprio sangue e le proprie vite. Quello che ci aspettiamo da un’istituzione religiosa e millenaria come la Chiesa è un po’ più di coerenza e di vicinanza con “coloro che riconoscono il Messia in Gesù figlio di Maria”. Si tratta di una critica fatta senza spirito polemico ma speriamo serva a qualcosa.

 

Qual iniziative educative, in ambito islamico, potrebbero essere intraprese per evitare il proselitismo di “cattivi maestri”?

Quando si offre alle persone acqua sporca, questi la berranno per colmare la propria sete, ma se si offre loro sia acqua sporca che pulita, questi prenderanno l’acqua pulita. Presentare il puro Islam è interesse di tutti, musulmani e non-musulmani, ma quando ciò non avviene si lascia ingresso libero alle predicazioni degli ignoranti e questo è quanto è avvenuto sotto agli occhi di tutti. Certo, l’Islam fa paura a chi lo detesta e allora si cerca di presentarlo e diffonderlo in una guisa ben lontana dalla realtà affinché le masse lo abbiano in odio. Tale tranello ha quindi contribuito alla diffusione del takfirismo e alla presentazione dei suoi fondatori ufficiali, dei sostenitori, degli apprendisti e dei veri e propri militanti. Per risolvere il problema, cercare l’aiuto di realtà spiritualmente morte è abbastanza autolesionista poiché risiede proprio lì la radice del problema. D’altra parte è anche vero che cercare di presentare la spiritualità in una società che cerca in tutti i modi di ucciderla rimane comunque impresa ardua. Innanzi alla suddetta situazione non vi è altra scelta che riconoscere la propria incapacità, affidarsi a Iddio, avere pazienza ed agire con una saggezza proveniente dall’alto, non per mezzo di noi stessi. Se vi fosse anche una piccola élite in grado di sviluppare questa coscienza fino in fondo, forse si potrebbe fare qualcosa pure su larga scala. Se non è possibile, non è concesso darsi per vinti ed è doveroso continuare con la preservazione della dottrina e della prassi islamica con i mezzi a disposizione possibili e necessari.

 

Ritiene che il “takfirismo” costituisca un problema anche per la giovane comunità islamica italiana?

Il takfirismo è un problema per tutti noi, uomini e donne, giovani e anziani, religiosi e non-religiosi. È sicuramente un problema anche per la nostra comunità islamica italiana che si trova minacciata da questo fenomeno alquanto moderno. È un dato di fatto però che nel nostro paese, come nel resto mondo, il livello culturale e intellettuale si sia di gran lunga abbassato. Se una volta era assai normale e comune parlare di problemi esistenziali, delle origini e della fine della creazione, del senso della vita, eccetera, oggi le discussioni di rilievo vertono più su temi quali democrazia, diritti umani, immigrazione e così via. Quando si perde il contatto con la realtà intesa in senso assoluto e universale, è il livello ontologico degli uomini che viene a meno, l’essere umano non è più colui che è ma colui che vuole, non è più colui che è benedetto presso Iddio e gode di codeste benedizioni ma colui che mangia, beve e dorme, niente di più. In un tale contesto, è facile inculcare idee devianti ed erronee al primo che capita per il semplice fatto che alle genti è stata strappata la loro identità. Non è dunque troppo difficile anche in Italia imbevere qualcuno, specialmente i giovani già in balia di sofferenze psicologiche di vario tipo, di ideologie pericolose come il takfirismo. Se vogliamo testimoniare un futuro accettabile dobbiamo farlo attraverso lo spirito e noi musulmani credenti, in Italia o altrove, guardiamo a Gesù e all’Imam Mahdi, su di loro la pace, come fonte di grande ispirazione nonché di vera e propria forza nel momento della loro nuova venuta pubblica sulla terra, ed è in tal senso che sin da adesso dobbiamo agire.

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