Intervista a Giacomo Gabellini, autore di “Ucraina. Una guerra per procura”, Arianna Editrice, Bologna 2016

Il Discrimine incontra Giacomo Gabellini, ricercatore di economia e geopolitica, collaboratore di “Eurasia – Rivista di Studi geopolitici“ e del giornale telematico “L’Indro“, nonché autore di vari libri (Eurocrack. Il disastro politico, economico e strategico dell’Europa, Anteo 2015), l’ultimo dei quali si intitola “Ucraina. Una guerra per procura“, pubblicato nel maggio di quest’anno da Arianna Editrice e prontamente presentato al Salone del Libro di Torino.

ucraina_gabellini_copertinaLa cosiddetta “crisi ucraina“ è, fra tutte quelle in corso, la più esplosiva e foriera di sviluppi devastanti per il futuro dell’Eurasia, eppure il panorama editoriale in lingua italiana non è molto ricco di pubblicazioni in merito. Si pensi invece a quanti libri – perlopiù inutili – sono usciti sull’Isis… Perché l’Ucraina è così “poco interessante“?

Paradossalmente, la ragione fondamentale dell’oscuramento mediatico cui è soggetta la crisi ucraina è data proprio dalla sua importanza incommensurabilmente maggiore a conflitti pur gravissimi e anche più sanguinosi come quello mediorientale. L’Ucraina tira in ballo il rapporto dell’Europa con la Russia e il posizionamento geopolitico del “vecchio continente“, tocca da vicino gli interessi vitali del Cremlino, coinvolge potenze nucleari e investe la stessa sicurezza energetica europea. Conflitti come quello siriano, meno cruciali in ordine di importanza, possono invece facilmente essere strumentalizzati in chiave religiosa, specialmente da coloro che intendono demonizzare l’Islam a vari scopi. Le librerie pullulano di libri inneggianti a tesi costruite sul concetto assai discutibile dello “scontro di civiltà“ per distogliere l’attenzione dalla vera natura dei conflitti mediorientali e dagli interessi geopolitici che sono in gioco. In Ucraina, al contrario, mettere in atto campagne mistificatorie altrettanto efficaci è molto più difficile, perché ogni analista con un briciolo di competenza sa che all’origine di tutto c’è l’avvicinarsi della Nato ai confini russi. Se la narrazione non è confacente agli interessi delle élite occidentali, meglio non parlarne.

 

ucrainaQuesta “crisi“ non nasce dal nulla, ma è per così dire il punto di arrivo, ed il trampolino per nuovi eclatanti sviluppi, di oltre un ventennio di lotta per la supremazia in quello strano Paese dai confini così mal definiti. Il sottotitolo del tuo libro recita infatti: “Una guerra per procura“. Chi sono gli attori coinvolti nel conflitto ucraino oltre all’Ucraina stessa e ai “separatisti“ filo-russi? Ed è corretto chiamare questi ultimi semplicemente “separatisti“ alla luce delle angherie che un governo ucraino completamente etero-diretto dagli occidentali stava perpetrando ai loro danni?

Gli attori principalmente coinvolti nella crisi ucraina sono la Russia, gli Stati Uniti e la Germania. Su un piano leggermente inferiore si colloca l’Italia, che nutre enormi interessi economici verso la Federazione Russa. È poi stata segnalata la presenza di guerriglieri islamisti provenienti da Cecenia, Georgia, Azerbaijan, Paesi del Golfo Persico, Pakistan, Turchia… Quasi tutti questi “combattenti stranieri“ sono schierati a fianco dell’esercito ucraino e delle forze paramilitari neo-fasciste, mentre i separatisti del Donbass sono supportati da numerosi ex spetznatz e soldati russi in congedo. Su un piano formale è corretto definire “separatiste“ le forze russofone e russofile del Donbass che si oppongono alle autorità di Kiev, perché il loro obiettivo è quello di ottenere una totale indipendenza dallo Stato in cui si sono comunque riconosciute fino al 2014 e di cui rappresentano tutt’ora la minoranza più numerosa e vivace.

Russia-wants-warsQuesta situazione ricorda per certi versi il 1939, quando le “grandi democrazie“ proclamarono che si dovesse assolutamente “morire per Danzica“… Possiamo vedere nell’azione russa in Ucraina, ed altrove tutto intorno a lei, il tentativo legittimo, da parte di Mosca, di ricostituire lo spazio sovietico già della Russia zarista? Ci vuoi spiegare in sintesi il contesto geopolitico della “questione ucraina“?

Mosca è impegnata da anni a riportare, sotto il profilo politico, economico e strategico, lo spazio ex sovietico sotto la sfera egemonica russa, attraverso progetti come la Shangai Cooperation Organization (Sco), Razvitie e l’Unione Doganale Eurasiatica. L’obiettivo di Putin non è però quello, come denunciò scioccamente Hillary Clinton, di procedere a una “ri-sovietizzazione“, quanto a saldare i legami tra Russia ed Europa, con particolare riferimento alla Germania. Da un’alleanza tra Mosca e Berlino scaturirebbe un blocco geopolitico formidabile, in grado di relegare a un ruolo secondario la potenza statunitense attualmente soggetta a un palese declino, per quanto relativo. Dal punto di vista di Washington, il modo più facile per scongiurare questo pericolo è inserire una serie di cunei in Europa orientale e di integrarli in un secondo momento nelle strutture politiche e militari euro-atlantiche, vale a dire l’Unione Europea e la Nato. In questo modo non solo si strappano a Mosca porzioni fondamentali del suo spazio geopolitico – e anche spirituale –, ma si crea una frattura tra Russia e “vecchio continente“ da cui dipende la sopravvivenza dell’ordinamento unipolare fondato sulla supremazia Usa.

La "partita" tra Germania ed Ucraina non è solo calcistica...
La “partita” tra Germania ed Ucraina non è solo calcistica…

Al riguardo del ruolo della Germania che cosa si può dire? Esiste una continuità con la spinta “verso oriente“ perseguita anche dal Terzo Reich?

Il Drang nach Osten è un concetto geopolitico tuttora molto presente nella mentalità tedesca. Per accorgersene è sufficiente dare un’occhiata al blocco geoeconomico costruito meticolosamente da Berlino nel cuore dell’Europa. A partire dal crollo del Muro, la Germania ha sviluppato una struttura geografica del commercio estero abbastanza simile a quella che era riuscita a creare negli anni che precedettero la Prima Guerra Mondiale, includendo tutte le aree industriali limitrofe – Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria e Romania – in una rete produttiva efficientissima e perfettamente integrata. Si può quindi concludere che la “spinta verso est“, messa in atto in vari modi e forme nel corso dei decenni, precede al Terzo Reich e rimane tuttora una delle priorità fondamentali della leadership tedesca.

La Turchia, l’Arabia Saudita e, più in generale, l’“islamismo militante“, che ruolo hanno in tutta questa storia?

Fin dalla guerra in Afghanistan del 1979-1989 che ha contrapposto l’Armata Rossa sovietica ai mujahidin, l’islamismo è sempre stato uno degli strumenti di cui gli Usa e i loro alleati mediorientali si sono serviti come forza d’urto contro gli interessi russi. All’epoca, gli Usa e l’Isi pakistano misero in piedi, grazie al denaro messo a disposizione dai sauditi e ai proventi del traffico di eroina, una colossale rete di reclutamento di fondamentalisti attiva in tutto il mondo musulmano. Tali estremisti venivano quindi addestrati dai servizi di Islamabad e inviati in Afghanistan a combattere l’esercito agli ordini del Cremlino. La teoria dell’“arco di crisi“ elaborata da Zbigniew Brzezinski, conformemente alla quale occorreva volgere il mondo islamico della Russia meridionale e del suo estero vicino contro Mosca, non è mai passata di moda. Un filo rosso islamico – o meglio “islamista“ – lega il sanguinoso scontro del Nagorno-Karabakh, le guerre cecene, il conflitto georgiano del 2008 e l’attuale crisi ucraina; in tutti questi casi, i jihadisti erano schierati contro la Russia, e a fianco delle forze appoggiate dagli Usa.

Un libro degli anni Trenta ancora attualissimo...
Un libro degli anni Trenta ancora attualissimo…

Qual è il peso della “guerra per l’energia“, alla quale hai significativamente dedicato il quinto capitolo?

L’energia è la più visibile e “pesante“, quantomeno in termini economici, delle questioni tenute in sospeso dalla crisi ucraina. Dall’ascesa al potere di Vladimir Putin, la Russia ha sfruttato gas e petrolio per stringere con l’Europa un rapporto di interdipendenza favorevole ad entrambi. Secondo il disegno del capo del Cremlino, gli europei avrebbero ricevuto l’energia necessaria a soddisfare il proprio fabbisogno interno e la Russia il denaro con cui ricostruire l’economia nazionale messa in ginocchio da El’cin e dai “programmi di aggiustamento strutturale“ raccomandati dal Fmi. Questa situazione “win-win“ avrebbe inoltre consentito a Mosca di gettare le basi per intensificare l’interscambio commerciale e attivare un rapporto di collaborazione in tutta una serie di settori, con l’obiettivo di istituire un legame indissolubile tra la Russia e l’Europa. Gli Usa, intimoriti dalle indiscutibili abilità strategiche di Putin, hanno cercato in tutti i modi di contrastare questa politica fondata sull’energia, sabotando il progetto relativo al South Stream e lanciando una serie di avvertimenti alla Germania (casi Volkswagen e Deutsche Bank) al fine di indurla a recedere dal potenziamento del Nord Stream.

cinnella_ucrainaAdesso proviamo a fare l’avvocato del diavolo. Gli ucraini ebbero a soffrire non poco sotto l’Urss, anche se la “grande carestia“ del 1932-33 con i conseguenti milioni di morti per fame non è nota al gran pubblico edotto su altri “genocidi“ (è comunque recentemente uscito “1932-33 Ucraina. Il genocidio dimenticato“, di Ettore Cinnella). Che cosa dovrebbero temere gli ucraini occidentali (gli orientali, semplificando, sono filo-russi) da un ritorno della potenza russa a Kiev?

Russi e ucraini hanno alle spalle una storia travagliata e indubbiamente molto difficile da dimenticare. Ma gli ucraini farebbero bene a liberarsi da questi anacronistici retaggi del passato e concentrarsi sulla natura del loro Stato. L’Ucraina è per sua natura geografica un ponte tra la Russia e l’Europa, ed è nelle condizioni di trarre il massimo vantaggio da questa posizione strategicamente vantaggiosissima. Se gli ucraini vorranno rendere la loro nazione efficiente e pienamente funzionante non potranno che ripristinare un rapporto di collaborazione con il Cremlino, che presuppone una sostanziale neutralità in ambito geopolitico. Devono rendersi contro che la Russia non potrà mai tollerare che i suoi interessi economici e la sua stessa sicurezza nazionale vengano calpestati in maniera così palese come stanno facendo gli Stati Uniti e i Paesi della “nuova Europa“. L’annessione della Crimea è stata la naturale, inevitabile risposta del Cremlino al tentativo Usa di ridurre la proiezione navale russa attraverso la chiusura dell’importantissimo porto militare di Sebastopoli. Chissà come avrebbero reagito gli Stati Uniti se nel 1960 il Messico fosse entrato a far parte del Patto di Varsavia. Si è visto, in compenso, cosa hanno fatto per rimuovere Fidel Castro.

I "nuovi governanti" ucraini prendono istruzioni dai capi
I “nuovi governanti” ucraini prendono istruzioni dai capi

L’attuale Stato ucraino è il classico Failed State tenuto su, a fondo perduto, con l’unica funzione di provocare la Russia. Chi sono, in “soldoni“, i suoi principali sostenitori? Puoi raccontarci qualche aneddoto sull’impresentabilità dell’attuale “governo ucraino“?

A favore del presidente Porošenko e della deriva neo-fascista dell’Ucraina vi sono una serie di oligarchi del “clan di Dnepropetrovsk“ asserragliati dietro a Igor Kolomojskij, magnate della finanza e dei media dotato di passaporto israeliano che ambisce a usare le istituzioni statali e le forze paramilitari – da egli stesso finanziate – inquadrate nella Guardia Nazionale come strumenti per eliminare gli oligarchi legati alla vecchia industria pesante dell’est, storicamente legata alla Russia. Molti altri oligarchi, come Viktor Pinčuk, vantano strettissimi rapporti con la famiglia Clinton al punto da finanziare generosamente la campagna elettorale di Hillary – non è un caso che siano proprio gli ucraini i maggiori finanziatori stranieri della campagna elettorale della Clinton. Il principale sostenitore di “questa“ Ucraina è però indubbiamente George Soros, che da sempre anela a ridurre la Russia all’impotenza.  Ed è proprio il caso di citare una vicenda che ha visto il coinvolgimento di Soros per dare un’idea della tempra del governo ucraino. Lo scorso anno, dietro forti pressioni di Washington e del Fmi, le autorità di Kiev hanno incaricato la Renaissance Foundation, un ente finanziato proprio da Soros, di stabilire il meccanismo di selezione dei 185 stranieri dotati delle competenze necessarie a prestare servizio nell’esecutivo ucraino, in qualità di ministri o funzionari, che erano stati “individuati“ dalla società Usa Pedersen & Partners e Korn Ferry, specializzata a scovare “talenti“. Alla fine, sono stati selezionati la statunitense Natalia Jaserko, ex amministratore delegato di un fondo speculativo facente capo ad Horizon Capital, piazzata al Ministero delle Finanze; il banchiere lituano Aivaras Abromavičius, ex funzionario del Dipartimento di Stato Usa, finito  al Ministero dell’Economia; alla Salute è stato nominato il georgiano Alexander Kvitashvili, già ministro in patria nel governo guidato da Mikheil Saakashvili. I tre, dichiarati cittadini ucraini subito dopo la cerimonia d’investitura con un atto straordinario del presidente Porošenko, si erano distinti nel corso della loro carriera per la loro marcata vocazione anti-russa.

"Democrazia Export" a Odessa
“Democrazia Export” a Odessa

A proposito di “orrori“ e “barbarie“ che l’Occidente condanna a geometria variabile, quali sono state le peggiori stragi perpetrate nel corso di questa guerra? Qual è stata la posizione delle altisonanti “istituzioni“ internazionali che, in altre situazioni, hanno fermamente condannato l’accaduto perseguendo i “criminali di guerra“?

Di stragi a danno dei civili ne sono state perpetrate a decine in tutto l’est ucraino, ma la più spaventosa è stata indubbiamente quella di Odessa del 2 maggio 2014. Si è trattato di un episodio di vera e propria macelleria messicana che ha visto membri del battaglione Dnepr torturare ed assassinare decine e decine di manifestanti filo-russi che erano intenti a raccogliere firme a sostegno di un referendum per l’applicazione di un modello federalista al Paese. L’eccidio è stato perpetrato all’interno del Palazzo dei Sindacati, poi dato alle fiamme dagli stessi miliziani per cercare di coprire l’accaduto. Nonostante centinaia di prove e testimonianze inchiodassero i paramilitari alle loro tremende responsabilità, il «Wall Street Journal» ha fornito immediatamente il proprio supporto al governo di Kiev impegnato a nascondere la dinamica dei fatti, cercando di far ricadere la paternità del massacro sui ribelli filo-russi. Assai significativo, sotto questo aspetto, risulta il commento di Dmytro Jaroš, il quale ha salutato entusiasticamente il massacro come «un altro giorno luminoso nella nostra storia nazionale». Un altro episodio impressionante, documentato con dovizia di particolari dal britannico «Daily Mail», è quello relativo al corso di addestramento alle basilari tattiche di combattimento di ragazzi in età giovanissima (da sei anni in su), da inquadrare nella Guardia Nazionale, organizzato

Questi col bollino blu della Nato sono "nazisti buoni"
Questi col bollino blu della Nato sono “nazisti buoni”

dal battaglione Azov. Durante il corso, i membri di questa forza paramilitare neo-nazista hanno consegnato a ciascuno dei ragazzi giunti al campo di addestramento una maglietta con stampate in primo piano due sagome di giovani uomini armati di fucile e con indosso l’uniforme recante l’emblema delle Schutz-Staffeln das Reich, mentre sullo sfondo troneggiava l’inquietante immagine del “sole nero“, caposaldo dell’iconografia esoterica nazista. Naturalmente, all’insegnamento delle tecniche di combattimento gli istruttori hanno affiancato un meticoloso lavoro psicologico teso ad inculcare nelle giovani menti ucraine l’odio per i russi, nel quadro del programma di “educazione nazional-patriottica“ annunciato dal ministro dell’Istruzione Sergeij Kvit. Il che ha indotto il professor Michel Chossudovsky a concludere che il ritiro estivo rappresenti in realtà il primo stadio di un sistema di reclutamento ed indottrinamento che il governo ucraino cercherà di istituzionalizzare quanto prima. Nessuno ha avuto niente da eccepire rispetto a questi allucinanti episodi: né l’Unione Europea, né gli Stati Uniti, né le decine di Ong impegnate a vigilare sulla tutela dei diritti umani. È inoltre scontato che nessuno dei responsabili di stragi come quella di Odessa verrà mai chiamato a rispondere dei suoi crimini di fronte a qualche tribunale. La legge, come si sa, per i nemici si applica mentre per gli amici si interpreta.

Presentazione di "Ucraina. Una guerra per procura", Bologna, 16 maggio 2016 (al centro, Giacomo Gabellini)
Presentazione di “Ucraina. Una guerra per procura”, Bologna, 16 maggio 2016 (al centro, Giacomo Gabellini)

La classica domanda che si fa ad un “esperto“ della questione: come andrà a finire questa “crisi“?

Si tratta di una domanda che spaventa qualsiasi studioso, ma a cui è d’obbligo provare a rispondere. L’Ucraina non potrà resistere a lungo alla situazione di degrado economico e decomposizione istituzionale alla quale è soggetta. Il Fmi non potrà tenere collegata in eterno la spina dei finanziamenti a fondo perduto, e le autorità di Kiev dovranno prima o poi dar conto della loro incompetenza e corruzione ad un popolo sempre più frustrato e impoverito. Il tempo non gioca dunque a favore di Kiev, e di questo Putin e i suoi fidati collaboratori sono pienamente consapevoli. Allo stesso tempo, però, la Russia non ambisce affatto ad annettersi il Donbass e il resto dei territori che si estendono fino alla sponda orientale del Dnepr, ma punta a far ottenere ai ribelli una larga autonomia dal governo centrale. Prevedo quindi che si arriverà a una soluzione di compromesso; l’Ucraina diverrà uno Stato federale collocato su una posizione di neutralità, e in cambio il Donbass continuerà a costituire parte integrante della nazione. L’Europa revocherà finalmente le ucraina-guerra-per-procura-retrosanzioni alla Russia – rivelatesi finora del tutto stupide e controproducenti – e verranno lentamente ripristinati i rapporti di cordialità che i Paesi della “vecchia Europa“ avevano costruito con Mosca. Le ambizioni e la spinte anti-russe della “nuova Europa“ subiranno un netto ridimensionamento, ed è possibile che la marcata vocazione anti-russa del nuovo esecutivo polacco tenda a mitigarsi fortemente a causa della palese ostilità mostrata da Beata Szydło, Jarosław Kaczyński e tutti gli altri membri del partito Prawo i Sprawiedliwość nei confronti dell’Unione Europea. Si tratterebbe di una parabola molto simile a quella dell’ungherese Viktor Orbán, che da russofobo di prim’ordine si è trasformato in pochi anni nel più stretto alleato che Vladimir Putin ha in Europa. La Russia, in buona sostanza, sembra avere le carte in regola per far valere efficacemente i propri interessi e vincere questa pericolosa battaglia che la vede impegnata sul delicato fronte europeo, mentre anche sul versante mediorientale si registrano scosse telluriche (avanzata delle forze assadiste, rafforzamento dell’Iran, ricadute strategiche del fallito golpe a danno di Erdoğan) che tendono a indebolire la logora architettura geopolitica edificata dagli Usa nella regione. Il processo che conduce al multipolarismo sembra ormai diventato irreversibile.

(intervista a cura di Enrico Galoppini)

Islam ed Europa. Intervista a Claudio Mutti

Intervista a cura di Ali Reza Jalali

Il tema della convivenza tra modelli culturali diversi è sempre al centro del dibattito politico e religioso dei vari paesi, soprattutto all’interno dell’Europa, visto l’aumento massiccio negli ultimi anni della popolazione immigrata nei vari Stati del vecchio continente. Soprattutto la convivenza tra la cultura europea e la comunità islamica desta particolare attenzione tra gli studiosi. Per cercare di comprendere meglio il problema abbiamo deciso di contattare Claudio Mutti, studioso, editore e direttore della rivista “Eurasia”.

Gentile prof. Mutti, lei è stato tra i primi in Italia a occuparsi di Islam, pubblicando alcuni testi quando ancora la presenza musulmana qui non era così visibile. Come è cambiato il rapporto tra Islam ed Europa oggi rispetto agli anni ’70-’80, ovvero rispetto a quando è iniziata la prima ondata migratoria musulmana non europea verso il vecchio continente in epoca contemporanea?

muttiFino agli anni Settanta, molti tra gli Europei che volevano conoscere l’Islam erano animati, nella loro ricerca, dal desiderio di trovare un’alternativa al materialismo esistenziale dell’Occidente e dall’intenzione di intraprendere un cammino di realizzazione spirituale. Il primo approccio era per lo più teorico e consisteva generalmente nella lettura della bibliografia accessibile; tuttavia non mancavano i contatti diretti instaurati nel corso di viaggi in terra d’Islam né le relazioni personali intrattenute con gl’immigrati musulmani già presenti in Europa e variamente distribuiti nei nostri Paesi. Nei decenni successivi, l’arrivo massiccio di immigrati musulmani sul suolo europeo ha cambiato notevolmente le cose: la popolazione autoctona ha visto in loro i rappresentanti dell’Islam ed ha creduto di poter individuare nella loro cultura religiosa le cause dei loro comportamenti. Non vorrei esagerare, ma credo di poter dire che la più efficace propaganda antislamica sia stata svolta proprio da immigrati originari del mondo islamico; d’altronde, molti di coloro che hanno abbandonato il Paese musulmano in cui sono nati e cresciuti lo hanno fatto proprio perché attratti da un tipo di vita, quello occidentale, che viene ritenuto più favorevole a un miglioramento delle condizioni materiali d’esistenza ed esente da ogni impaccio morale di tipo tradizionale. Comunque sia, con l’intensificarsi delle ondate migratorie il rapporto tra Islam ed Europa si è fatto più teso, poiché la popolazione autoctona associa l’Islam alla stragrande maggioranza dei nuovi arrivati e lo percepisce come l’ideologia ispiratrice dell’invasione allogena.

Esiste una differenza di approcci in seno al mondo musulmano verso la cultura europea, o tutti i musulmani hanno lo stesso punto di vista riguardo al rapporto tra Islam ed Europa?

de_stefano_federicoIIEsiste tra i musulmani, come d’altronde è logico che sia, un ampio spettro di posizioni nei confronti della cultura europea, anche se in questa sede non è possibile esporle se non semplificandole in modo estremamente schematico ed incompleto. Da una parte, dunque, vi sono alcune interpretazioni zelote dell’Islam che, quando non liquidano ottusamente in blocco la cultura europea come “pagana”, “politeistica” e “idolatra”, in maniera altrettanto ottusa la ritengono condizionata dalla religione dei “crociati” e intimamente connessa a quest’ultima. Ci sono poi tutte le varianti e le gradazioni di una prospettiva “riformista”, che, essendo collegata alle correnti del cosiddetto “modernismo islamico”, ritiene compatibili con l’Islam o addirittura coincidenti coi suoi precetti quei princìpi e quegli orientamenti che in Europa si sono manifestati col venir meno della visione tradizionale del mondo e della vita (scientismo, laicismo, democrazia, diritti umani, femminismo ecc.). Ma esiste anche una prospettiva opposta, condivisa in particolare da quegli Europei che hanno abbracciato l’Islam per effetto dell’opera di René Guénon o magari anche di Henry Corbin: si tratta della prospettiva in cui l’Islam converge con gli aspetti della cultura europea originati dalla saggezza tradizionale e li ripresenta in una forma adeguata alla nostra epoca.

 

Accanto alla moltitudine dei musulmani non europei residenti qui, c’è una categoria particolare di musulmani che vivono una situazione speciale. Mi riferisco ai cosiddetti convertiti, musulmani europei a tutti gli effetti. Questa categoria vive in una sorta di limbo, a cavallo di due mondi, oppure può essere definita una realtà completamente inserita nel panorama europeo o italiano?

La categoria dei musulmani d’origine europea o, se si preferisce, degli Europei di confessione islamica, non costituisce un fenomeno nuovo nella storia dell’Europa: tale categoria è apparsa a partire dall’VIII secolo, prima producendo “il magnifico universo della cultura moresca di Spagna” (Nietzsche), poi, qualche secolo più tardi, fornendo un contributo fondamentale alla costruzione dell’ “Impero Romano turco-musulmano” (Toynbee). Nella situazione attuale, che da una parte vede un’Europa americanizzata e stravolta nella sua identità e dall’altra un Islam disorientato, diviso e in preda allo sconvolgimento, i musulmani europei devono guardarsi dal pericolo mortale di contrarre le malattie che affliggono l’Europa e il mondo musulmano.

Si può quindi, secondo lei, essere musulmani ed europei allo stesso tempo, senza essere accusati di “tradimento” da parte degli europei (e lo stesso vale per i musulmani)?

libro_jevolella_particolare_copertinaL’opinione ufficiale pretende che le radici dell’Europa siano essenzialmente “giudaico-cristiane”. In realtà, le più antiche radici dell’Europa sono quelle greche e romane. A queste si aggiungono, certo, le radici cristiane. Ma l’Europa ha anche radici islamiche, poiché l’influsso esercitato dall’Islam sull’Europa è stato fecondo di enormi conseguenze: il primo Rinascimento europeo fiorì nella Spagna musulmana, con qualche secolo di anticipo sulla Firenze di Lorenzo il Magnifico. Perciò accusare di tradimento l’Europeo di fede islamica sarebbe come accusare di tradimento l’Europeo di confessione cristiana. Era forse un traditore Wolfgang Goethe, autore fra l’altro di un West-östlicher Divan ispirato ai temi della poesia sufica, un grande Europeo che si rivelava musulmano allorché, in una lettera del 20 settembre 1820 all’amico Carl Friedrich Zelter, confidava che cercava di “restare nell’Islam”?

Sarà possibile un giorno vedere musulmani e non musulmani in Europa vivere pacificamente, senza paure reciproche e diffidenze, o ciò è solo una utopia irrealizzabile? E se si può concretizzare tale speranza, quali sono le premesse necessarie?  

Perché diventi possibile una prospettiva di pluralismo confessionale equilibrato e legale, l’Europa dovrebbe essere in grado di recuperare, in una forma rinnovata e adeguata alla nostra epoca, quel modello imperiale che già in età romana garantì la pacifica convivenza e la libertà di culto a comunità religiose diverse. Ma una proposta di questo genere presupporrebbe un cambiamento di mentalità che oggi è difficile da immaginare, una vera e propria rivoluzione culturale, tale da far piazza pulita della concezione dello “Stato laico”, ossia di quel tipo di Stato che per principio ignora il fatto religioso oppure nasconde dietro la maschera della “tolleranza” la propria indifferenza nei riguardi di esso, riducendolo comunque ad una questione personale e privata.

Religione Romana e Islam: convergenza o divergenza? Intervista a Claudio Mutti

Prof. Mutti, è nota l’avversione degli studiosi accademici, così come quella degli “esclusivisti” di tutte le religioni, a considerare la fondamentale “unità trascendente delle religioni”, corroborata dagli studi dei vari esponenti del cosiddetto “tradizionalismo”. Gli elementi addotti da questi ultimi, tratti dalle tradizioni religiose più diverse, non sono derubricabili come le invenzioni di ambienti interessati a creare una sorta di ideologia (come sostengono i loro detrattori), anche perché nessuno di loro ha mai dichiarato che per partecipare alle influenze spirituali di cui ogni tradizione è veicolo ci si possa esimere dall’aderire, come credo e pratica, ad una specifica “via”, seppure con tutti gli adattamenti dovuti alle condizioni ‘ambientali’ ed individuali nelle quali ciascuno si trova. È così o sbaglio?

funzione_guenonNessun esponente dell’ortodossia tradizionale ha mai sostenuto che sia possibile beneficiare delle influenze spirituali insite in una forma della tradizione senza accettarne la rispettiva dottrina e senza praticarne i riti. Nell’articolo intitolato Necessità dell’exoterismo tradizionale (diventato un capitolo di Iniziazione e realizzazione spirituale) René Guénon osserva che, prima di costruire un edificio, bisogna gettarne le fondamenta, le quali dovranno sorreggere tutta quanta la struttura, comprese le parti più alte; le fondamenta resteranno sempre, anche quando l’edificio sarà terminato. Con questa immagine, Guénon vuol significare che l’adesione ad un exoterismo tradizionale costituisce una condizione ineludibile per avere accesso all’esoterismo corrispondente e che il ricollegamento iniziatico, una volta ottenuto, non dispensa affatto l’iniziato dalla pratica exoterica. Perciò il cosiddetto “pensiero tradizionale” (che alcuni con un orribile neologismo d’origine anglosassone chiamano “perennialismo”) non utilizza gli elementi provenienti dalle diverse forme tradizionali al fine di costruire una propria sincretica dottrina, bensì per mettere in luce, attraverso le analogie sostanziali e significative riscontrabili fra gli elementi suddetti, la comune provenienza delle varie forme tradizionali da un’unica fonte, e quindi la loro essenziale unità.

Se gli studi di Guénon, Coomaraswamy, Schuon, Burckhardt, Vâlsan (ed altri che ci vorrà ricordare) sono ricchi di stimoli che inducono a riflettere sulle analogie tra le tradizioni viventi dell’Eurasia e perciò sulla loro sostanziale unità, manca quasi del tutto una comparazione tra quelle tradizioni ancora vive ed operanti e la religione romana antica, anche se pure su quest’ultima hanno fornito spunti interessanti (vedasi R. Guénon, Simboli della scienza sacra). Perché questa lacuna? Si tratta forse di un’omissione volontaria per non mettere in crisi un “sistema” (sempre facendo eco alle obiezioni dei detrattori)? Oppure questi autori non avevano un’adeguata conoscenza della religione romana?

lovinescu_colonna_traianaBenché gli autori da Lei menzionati abbiano fornito una messe abbondante di prove circa la famosa “unità trascendente delle religioni”, sono rare le occasioni in cui qualcuno di loro si è occupato della religione romana antica e della sua essenziale convergenza con altre tradizioni religiose presenti nel continente eurasiatico. È vero che circa la religione romana esistono preziose considerazioni di Guénon nei Simboli della Scienza sacra (ma anche nelle sue recensioni di alcuni studi di Arturo Reghini e di Károly Kerényi); è vero che temi attinenti all’antichità romana sono stati affrontati da qualche autore di formazione guénoniana (penso al Vasile Lovinescu della Colonna Traiana); nondimeno resta il fatto che nessuno di loro si è mai impegnato in uno studio specifico che inquadri nella tradizione universale la religione di Roma o anche solo un suo aspetto particolare. Ciò probabilmente si spiega col fatto che questi autori hanno preferito utilizzare i dati disponibili presso forme tradizionali ancora in vita, perché più sicuri e più facilmente verificabili.

Passiamo all’individuazione dei punti di contatto tra la Religione romana e l’Islam, il quale, com’è noto, si autorappresenta come il compimento dell’intero ciclo di Rivelazioni che la presente umanità ha ricevuto dal Signore di tutti gli uomini, e pertanto come sintesi di tutte, nonché, adattata alla presente fase, come ritorno all’origine, a quella Tradizione Primordiale postulata da tutti i “tradizionalisti”. Neppure Evola o De Giorgio, che pure hanno indagato a fondo la Romanità, ci hanno illuminato al riguardo. Specialmente il secondo, che aveva una diretta conoscenza della tradizione islamica, avrebbe potuto lasciarci pagine su cui meditare… Può avere avuto un peso il fatto che la Religione romana, almeno apparentemente, non conterebbe più “adepti” e pertanto una comparazione tra quella tradizione, “morta”, e le altre, “vive”, sarebbe stata priva di significato?

de_giorgio_tradizione_romanaPer quanto riguarda Julius Evola, nel capitolo di Rivolta contro il mondo moderno dedicato a La grande e la piccola guerra santa (che troverà un seguito nella celebre conferenza sulla “dottrina aria di lotta e vittoria” e in una cospicua serie di articoli sulla “metafisica della guerra”) l’autore assegna una funzione paradigmatica alla dottrina islamica del duplice “sforzo” (al-gihâd al-akbar e al-gihâd al-asghar), presentandola come esemplare in rapporto alla concezione tradizionale dell’azione quale via di realizzazione spirituale. In questo contesto Evola indica la perfetta corrispondenza della mors triumphalis con l’ingresso in Paradiso promesso dal Corano a “coloro che vengono uccisi sulla via di Dio”. Quanto a De Giorgio, egli ritiene opportuno “esprimersi islamicamente e con un termine arabo che aderisce perfettamente al concetto” allorché indica in Roma la qibla dell’Europa; viene così stabilita un’implicita analogia tra Roma e Mecca, che però non trova sviluppo nell’opera di questo scrittore. Anche in questo caso, vale probabilmente la spiegazione già ipotizzata circa la preferenza data dai tradizionalisti allo studio delle tradizioni viventi.

Studiosi come Eliade e Dumézil, pur non appartenendo al filone del “tradizionalismo”, ci hanno comunque fornito elementi importanti per comprendere il “sacro” anche da una prospettiva “tradizionalista”. Questo per dire che non è necessario mantenersi esclusivamente entro l’alveo del “tradizionalismo” per ricavare spunti di riflessione suscettibili di essere rielaborati per ricavarne una sostanziale continuità tra la Religione Romana e l’Islam. A quali autori possiamo fare riferimento, e a quali opere, per ricavare utili spunti di riflessione e perciò di raffronto?

medrano_islam_europaDue autori che hanno abbozzato qualche raffronto tra aspetti particolari dell’Islam e della religione romana sono lo spagnolo Antonio Medrano e il francese Yves Albert Dauge. Secondo Medrano (Islam ed Europa, Quaderni del Veltro, 1978) la dottrina islamica dello Stato e l’idea della “guerra santa” possono rappresentare preziosi punti di riferimento in un’azione di ricostruzione tradizionale dell’Europa, in quanto, egli sostiene, l’Islam riattualizza la nostra eredità più antica. In questa ottica, Medrano ritiene che con l’istituzione della khilâfa (la “luogotenenza”, la “reggenza” esercitata in nome e per conto di Dio) riemerga “dal fondo inaccessibile della metastoria” il principio dell’imperium e che l’idea del gihâd riproponga la possibilità di un’azione guerriera culminante nella mors triumphalis. Quanto a Yves Albert Dauge, il suo “essai d’ésotérisme comparé” (Virgile. Maître de Sagesse, Arché 1984) offre diversi spunti per mettere a fuoco la parziale affinità esistente fra tradizione romana e tradizione islamica. Ad esempio, dal confronto di un hadîth con un passo di Cicerone (De haruspicum responso 19) ed un verso di Virgilio (Aen. XII, 839) Dauge deduce che è comune alla romanità ed all’Islam il concetto di una “razza” (nel senso evoliano di “razza dello spirito”) fondata sul valore della pietas (at-taqwah secondo il lessico coranico) e che questa fondamentale virtù costituisce, in entrambe le tradizioni, il criterio atto a stabilire la superiorità di una comunità rispetto alle altre.

Alla luce delle Sue pluridecennali e multidisciplinari ricerche, ma anche della Sua adesione alla Tradizione islamica, quali sono le analogie che ha ravvisato tra la concezione del divino nella Religione Romana e quella dell’Islam ortodosso?

ya_malik_al-mulkIl formale “politeismo” della religione romana, con la sua moltitudine di “persone” divine, ci rinvia a quella molteplicità di aspetti e di qualità della Divinità che l’Islam rappresenta invece mediante i “nomi bellissimi” di Allah (al-asmâ’ al-husnà). Compreso ciò, si vedrà che alla figura di Giove quale “rex deorum hominumque” corrispondono i nomi divini al-Malik e Mâlik al-mulk; a Giano, dio degl’inizi, corrisponderà il nome al-Mubdi‘; ad Apollo, in virtù dell’interpretazione etimologica suggerita nel De E apud Delphos da Plutarco, al-Ahad. Altre divinità trovano totale o parziale riscontro in figure di angeli o di profeti: è il caso di Mercurio, che in quanto messaggero svolge una funzione simile a quella di Gabriele, mentre per via del suo nome greco, Hermes, è stato identificato col profeta Idris, patrono delle scienze ermetiche. Anche il puer dell’enigmatica IV ecloga virgiliana, incaricato dal Cielo di instaurare una nuova età aurea nel mondo, si ripresenta nell’escatologia islamica: il Mahdi atteso al termine del presente ciclo di umanità, infatti, secondo la versione sciita può manifestarsi al fedele in preghiera per lo più nelle sembianze di un fanciullo.

Vi sono, dal punto di vista “essenziale”, anche degli elementi significativi nel culto di entrambe le tradizioni?

enea_anchise_louvreÈ interessante notare che i nomi Muhammad ed Aeneas, portati dai personaggi centrali delle due tradizioni, possiedono il medesimo significato: “lodevole, degno di lode”. A questa omonimia essenziale esistente tra il Messaggero di Allah e il figlio della dea Venere si aggiungono altre interessanti analogie, che evidenziano due vite quasi parallele: entrambi sono costretti a fuggire dalla città natale, entrambi sono protagonisti di vicende belliche, entrambi sono vittoriosi, entrambi visitano i mondi ultraterreni ecc. Inoltre, i due eroi fondatori epifanizzano quel principio che René Guénon, adattando un termine desunto dalla terminologia islamica (al-insân al-kâmil, cioè “l’uomo perfetto”), chiama “Uomo Universale”. Fra gli altri elementi comuni alle due forme tradizionali mi limito a citarne un paio, che, benché meno rilevanti, rivestono tuttavia un importante significato. Il primo è l’aniconismo, che nella Roma dei primordi era dovuto (secondo quanto scrive Dumézil in Les dieux des Indo-Européens) al “sentimento di ineguaglianza che avrebbe separato la rappresentazione e l’essere rappresentato” e che nella civiltà islamica procede da una visione analoga: “e non c’è uno uguale a Lui” (“wa lam yakun lahu kufuwan ahad“, Cor. CXII, 4). Il secondo elemento è un gesto rituale che significa la totale dedizione del fedele alla Divinità: la prosternazione. Eseguita regolarmente nel corso della salât, questa postura trova puntuale riscontro nell’atto di adorazione attribuito da Ovidio a Deucalione e Pirra: “Come giunsero ai gradini del tempio, si prosternarono entrambi – proni al suolo” (“Ut templi tetigere gradus, procumbit uterque – pronus humi“, Met. I, 375-376).

E per quanto riguarda la centralità della Legge a Roma e nell’Islam, che cosa possiamo dire?

fascio_littorioNella civiltà romana il latino fas (da una radice indoeuropea che significa “parlare”) indica la Parola divina, che la legge umana deve recepire. Perciò il diritto, riflesso della volontà divina nella coscienza degli uomini, non può essere altro che diritto divino. La concezione islamica è esattamente identica: il diritto (al-fiqh) costituisce l’aspetto pratico della dottrina contenuta nel Corano e nella Sunna del Messaggero di Dio, cosicché risulta piuttosto arduo stabilire una distinzione tra ciò che è “giuridico” e ciò che è “religioso”. Non è un caso che i testi di giurisprudenza islamica (quelli in cui troviamo le norme della famigerata sharî‘a) comincino coi capitoli relativi alle abluzioni, alle preghiere canoniche, al digiuno, al pellegrinaggio ed alle altre pratiche rituali.

Ci può chiarire eventuali analogie tra la funzione dell’Imperatore (Pontefice Massimo), da un lato, e del Califfo, dall’altra?

Il pontifex maximus, che presiedeva un’accolta di esperti del diritto sacro incaricata di conservare le tradizioni religiose, era la suprema autorità della religione romana. Per quattro secoli (dal 12 a.C., anno in cui Augusto venne insignito di questo grado, fino al 375 d.C., quando Graziano lo depose) la carica di pontefice massimo fu rivestita dall’Imperatore, il quale riunì nella propria persona gli attributi supremi del sacerdozio e dello Stato. Ciò confermò ulteriormente quell’unità di autorità religiosa e di potere politico che era caratteristica dell’antica Roma fin dai suoi primordi, ad onta degl’ignoranti che pretenderebbero di attribuire alla civiltà romana un grottesco carattere di laicità. Risulta perciò evidente l’intima analogia della figura dell’Imperatore romano con quella del Califfo islamico, vicario (khalîfat) del Profeta nella guida della comunità musulmana. D’altronde proprio Lei ha fatto notare, in un saggio apparso una decina d’anni fa su “Eurasia”, la compresenza del ruolo “regale” (imâra) e di quello “sacerdotale” (imâma) nella funzione del Califfo, ricordando che questi, in quanto garante dell’applicazione della legge divina e sottoposto ad essa, dirige il rito dell’adorazione comunitaria e guida il Pellegrinaggio alla “Casa di Dio”, ma è anche il comandante in capo delle spedizioni militari.

A Suo parere, perché a livello accademico – e conseguentemente nella vulgata più o meno “colta” – persiste l’uso di classificare alcune tradizioni come “monoteiste” ed altre come “politeiste”?

altheim_deus_invictusChe una forma tradizionale autentica sia propriamente politeistica, ossia che ammetta una pluralità di princìpi considerati del tutto indipendenti, è semplicemente impossibile, poiché ogni vera tradizione afferma innanzitutto l’unità del Principio Supremo, dal quale tutto deriva e dal quale tutto dipende. Laddove esiste politeismo, vi è incomprensione della realtà riguardante gli attributi divini, che vengono erroneamente considerati come entità a sé stanti. Invece il pensiero filosofico antico, dopo aver esordito nella ricerca di un’arché una ed unica, culmina nell’individuazione di una causa causarum, chiamata Sommo Bene da Platone, Motore Immobile da Aristotele, Lógos dagli Stoici. Per quanto concerne il mondo romano, nel Somnium Scipionis Cicerone definisce questa Causa prima come “il Dio sovrano, che regge tutto il mondo” (Princeps deus, qui omnem mundum regit). Più tardi, nel quadro di quel “monoteismo solare” che con Aureliano diventa religione ufficiale dell’Impero romano, la figura di Apollo viene identificata con Helios, il cui nome latino, Sol, riecheggia significativamente l’aggettivo solus, “unico”. A parere di Franz Altheim, questo “monoteismo solare” non fu privo di relazione col monoteismo islamico. “Il messaggio di Muhammad – leggiamo in Der unbesiegte Gott – era incentrato sul concetto di unità ed escludeva che la divinità potesse avere un ‘compagno’, ricalcando così le orme dei precursori e conterranei neoplatonici e monofisiti. L’impeto religioso del Profeta riuscì quindi a far emergere con accresciuta forza ciò che altri prima di lui avevano sentito e a cui avevano anelato”.

È completamente fondata l’idea che lo spirito di Roma sia stato compiutamente rivivificato dal Cattolicesimo? Quest’ultima domanda non ha alcun intento polemico contro il Cattolicesimo, sia chiaro, ma vorrei capire se proprio l’insistenza sulla dicotomia monoteismo/politeismo sia servita anche ad inserire l’Islam nel filone per così dire “abramitico”, che originerebbe pertanto da una radice cosiddetta “ebraica”, col risultato che per tal via la Religione Romana e l’Islam finirebbero per non avere più punti di contatto.

storia_pietra_neraNella prospettiva greco-romana ed in quella islamica la figura di Abramo si presenta nella medesima luce. Flavio Claudio Giuliano, imperatore e teologo, scrive che Abramo, Isacco e Giacobbe erano “caldei, quindi di stirpe sacra e versata nella teurgia (…) e venerarono un Dio che fu sempre benevolo verso di [lui] e verso coloro che lo venerano come lo venerava Abramo” (Contra Galilaeos 354B). La posizione del Corano è coincidente: “Abramo non era né giudeo né cristiano, ma era puro monoteista sottomesso a Dio e non era degli associatori” (“mâ kâna Ibrâhîmu yahûdiyyan wa lâ nasrâniyyan wa lâkin kâna hanîfan musliman wa mâ kâna min al-mushrikîn“, Cor. III, 67). Il luogo comune della “famiglia abramica” rivela qui tutta la sua debolezza. In ogni caso, inserire l’Islam in questa “famiglia” equivale a limitare gravemente l’originalità, l’autonomia e l’universalità dell’Islam stesso, rendendolo subalterno rispetto ad altre forme religiose e restringendolo entro ristretti limiti razziali e regionali.

(intervista a cura di Enrico Galoppini)

Perché l’identità sessuale fa paura? Intervista a Enrica Perucchietti

“Il Discrimine” incontra Enrica Perucchietti, giornalista e scrittrice, autrice di numerosi saggi sui temi dell’occulto e della manipolazione delle coscienze, tra i quali Unisex, pubblicato con Gianluca Marletta per i tipi di Arianna Editrice. Un libro che abbiamo già recensito e che ora esce in una nuova edizione ampliata ed aggiornata.

unisex_2a_edizioneQuesto libro, se è giunto già alla seconda edizione, ha incontrato evidentemente il favore di molti lettori. Ciò significa che non tutti hanno mandato il cervello all’ammasso e che in fondo persiste in parecchie persone, malgrado il bombardamento propagandistico e le pressioni indotte, una sana normalità che a sentire i mass media sembrerebbe consegnata ad un’era lontana… Come mai, allora, i mezzi d’informazione “ufficiali” fungono incessantemente da cassa di risonanza di un unico punto di vista, ovvero quello mirante a diffondere nelle masse la rispettabilità della cosiddetta “ideologia di genere” e l’ineluttabilità del suo inveramento? Qual è il nesso profondo tra questa ideologia sovversiva e disumana e i poteri che ci governano?

Credo che sia proprio questo il punto. Non tutte le persone sono ancora “allineate” e livellate al pensiero unico dominante. Quindi il potere necessita in continuazione di affinare le strategie di manipolazione di massa, anche rischiando di “esagerare” e ottenere l’effetto contrario. Semplicemente l’uomo della strada non ha ancora capito che cosa sia la teoria di genere, quale sia la sua storia e l’orizzonte finale: è bombardato da notizie che lo in-formano e confondono, a cui guarda con curiosità e sospetto. Ma qualcosa si muove sotto la cenere dell’apparente oblio delle coscienze.

Ne abbiamo avuto qualche esempio proprio in Italia dove finalmente sono uscite allo scoperto le femministe sottoscrivendo un appello contro l’utero in affitto: il documento ha raccolto le firme di personaggi noti, dalla Sandrelli alla Maraini, bollando inequivocabilmente come “mercificazione” la trasformazione del corpo femminile in macchina sforna figli. Ciò significa che sotto l’apparenza di un pensiero monolitico e dominante pro gender si muove invece qualcosa. Il problema è semmai la violenza

John Money
John Money

con cui i movimenti LGBT sostengono le loro cause e la frenesia con cui vogliono che certe questioni (offerte al volgo come “diritti”) vengano chiuse in fretta. Come testimoniamo nel nostro saggio, dati alla mano, il potere si fa portatore di queste istanze perché la teoria del gender offre una mutazione antropologica dell’individuo, l’abbattimento della natura per la creazione di un individuo spersonalizzato, confuso persino nella sua identità sessuale, quindi più facilmente controllabile e manipolabile. Sono gli stessi padri del Gender, Alfred Kinsey e John Money, ad aver agognato la creazione di una democrazia sessuale in cui tutti gli orientamenti siano promossi e legalizzati compresa la pedofilia, e in cui l’ipersessualizzazione infantile venga sdoganata fin dalla più tenera età in modo da sciogliere la componente aggressiva della persona. Mentre Kinsey sosteneva che i rapporti tra bambini e adulti non recassero necessariamente danni psichici negli infanti previo consenso, Money espresse il suo disappunto per la mancanza di strutture deputate all’educazione sessuale dei bambini. Anche questi aspetti rientrano nella teoria del gender (per quanto negati dai suoi attuali sostenitori) per il semplice fatto che sono stati espressi dai suoi “padri” fondatori.

Quella cui ci troviamo di fronte, dunque, è una rivoluzione senza precedenti, perché mirante a colpire e trasformare non “un aspetto fra i tanti” dell’esistenza umana, ma ciò che l’essere ha più di profondo e irrinunciabile: la propria natura. L’abbattimento, il tentativo prometeico di cancellare la natura rientra ovviamente nelle derive del transumanesimo tanto care a certi esponenti del potere.

 

Hai fatto cenno ai movimenti GLBT. Al di là delle parole d’ordine sulla “tolleranza” e del consenso che sono in grado di estorcere tra la gente, perché a tuo avviso sono così “potenti”? Perché riescono ad imporre la loro “agenda” persino all’interno delle istituzioni? Si tratta solo di ambienti per così dire manipolati essi stessi, e perciò sfruttati al fine di destabilizzare le coscienze sul piano sessuale in un progetto più ampio di disorientamento generalizzato, oppure siamo di fronte ad un’occupazione delle istituzioni stesse, nonché degli ambienti nei quali si produce “cultura”, da parte di militanti della “causa genderista”? Oppure ancora, un mix di entrambe le cose, col risultato che la “rivoluzione (pan)sessuale” procede a ritmi travolgenti, a tutto detrimento, evidentemente, dell’integrità dell’essere umano. D’altra parte, tu stessa, hai citato il transumanesimo…

Immaginare che la “forza” del Gender dipenda dalla mera capacità di pressione esercitata da movimenti minoritari o di nicchia, per quanto agguerriti e ideologicamente determinati, sarebbe ingenuo e irrealistico. Da un lato alcuni movimenti LGBT sono essi stessi delle lobby o sono intrinsecamente legati a lobby per diversi interessi, economici ma anche ideologici. Pensiamo ad esempio al fatto che le opere di Alfred Kinsey vennero pubblicate grazie al supporto pubblicitario ed economico di una fra le più potenti lobby di potere del mondo occidentale, ovvero la Fondazione Rockefeller, nella persona del suo fondatore, John D. Rockefeller senior, che ne curò persino la pubblicazione.

Marcha-orgullo-buenos-airesCapire la “forza” del Gender, la sua capacità di influenzare oggi la cultura e persino le scelte politiche di interi governi, significa domandarsi innanzitutto da dove provenga il sostegno (e più concretamente, da dove giungano i “fondi”) che hanno permesso di portare alla ribalta quella che, fino a pochi anni fa, poteva apparire solo come l’ideologia minoritaria di qualche gruppo marginale. Senza questi cospicui “appoggi”, infatti, sarebbe impensabile, al giorno d’oggi, “un’agenda politica” come quella di certi paesi occidentali, per le quali il Gender sembra essere divenuta una priorità assoluta da proporre o imporre mediante leggi d’ogni tipo, riprogrammazione dei corsi scolastici, sanzioni amministrative e penali e, persino, attraverso una rielaborazione del linguaggio stesso. Pur non escludendola del tutto, l’ipotesi economicistica non sembra spiegare un tale sostegno pubblico. Il supporto delle oligarchie finanziarie ed economiche alla “causa gay” è infatti una costante da anni, come dimostriamo ampiamente nel nostro saggio.

L’invasione del Gender, in realtà, è comprensibile solo a partire da una chiave di lettura ben più ampia, che è quella che vede le grandi oligarchie occidentali alle prese con la realizzazione dell’ultima e forse più grande utopia della modernità: la creazione di un “uomo nuovo” totalmente manipolato e coerente con le prospettive egemoniche del mondialismo e della globalizzazione. Un uomo che si vuole senza identità, cultura, religione, famiglia; un uomo che si vuole “monade” solitaria, senza sicurezze, spiritualmente e socialmente “precario”, insicuro di fronte all’esistenza, privo della mediazione dei corpi sociali intermedi, e reso in tal modo servo di desideri, bisogni e idee indotte. Un individuo omologato e omologabile, facilmente controllabile fin nei suoi più profondi bisogni e desideri, totalmente allineato al pensiero unico dominante. Ed è proprio nell’ottica dell’ideologia mondialista, a nostro parere, che bisognerebbe vedere la ragione di questo impegno senza precedenti dei Poteri Forti allo scopo di demolire quelle “vecchie” identità (siano esse sociali, religiose, politiche o culturali) che potrebbero, in qualche modo, rappresentare un ostacolo all’omologazione globale. Così l’Ideologia Gender, rendendo “nebulosa” e ambigua persino quella dimensione basilare che è l’appartenenza sessuale, può essere un formidabile ingrediente nel processo di creazione necessario dell’uomo nuovo: un uomo nuovo che si vuole confuso, ambiguo, letteralmente a-morfo, senza forma. Inoltre, con la sua carica ideologica dissolutiva, la dottrina del Gender è anche, per sua natura, violentemente “corrosiva” nei confronti d’ogni tipo di mentalità “tradizionale” e di ogni tipo di religione. Essa, infatti, proclama che tutti gli “antichi culti” sono indistintamente discriminatori e falsi, retaggio di un passato che si vuole oscuro e destinato all’annientamento nel più classico “stile” proprio a tutte le ideologie moderne. Le velleità prometeiche e “controiniziatiche” vengono analizzate proprio nei capitoli finale della riedizione del nostro saggio. Non è un caso che Kinsey fosse morbosamente attratto dalla figura del mago Aleister Crowley…

la-fabbrica-della-manipolazione-libro-73835Che cosa si può fare per invertire questa tendenza? Tu e Gianluca Marletta, avete senz’altro apportato un importante contributo, redigendo questo saggio che, a mio parere, andrebbe – questo sì – diffuso quanto più possibile nelle scuole e discusso nei luoghi in cui si affrontano “temi culturali”. Eppure, scrivere, denunciare, indicare dove sta l’inganno e destrutturare le tecniche di manipolazione non è ancora sufficiente. Secondo me, per venire a capo di questo disordine è necessario porsi il problema di ciò che è “in ordine”. Per focalizzare ciò che è innaturale e marginalizzarlo – per prima cosa rispetto a se stessi – è imprescindibile stabilire che cosa è “naturale”. Per non finire in qualche modo ingannati da Satana, in ogni sua forma, è assolutamente necessario porsi sotto la guida e la protezione divine e cercare di conformare la propria vita secondo “la Via” che Iddio ha tracciato con le tradizioni religiose ortodosse. In questo e negli altri libri che avete scritto insieme (Governo globale e La fabbrica della manipolazione) credo traspaia bene il problema delle influenze dissolventi che in questi tempi definiti da più parti come “ultimi” stanno sciamando praticamente dappertutto, persino negli ambienti che per “missione” sono preposti a svolgere la funzione di “muraglia”. Non vi sentite, affrontando simili argomenti, come investiti di una notevole “responsabilità”?

Premesso che non si può mai essere realmente “obiettivi” ma solo cercare di esserlo genuinamente, ognuno di noi proietterà sempre delle proprie “credenze” nel lavoro che fa. Detto ciò, Marletta ed io abbiamo sempre cercato di essere obiettivi e il nostro lavoro si è sempre focalizzato su un piano storico e “giornalistico”. Se la prima versione di Unisex era stata volutamente realizzata in modo “asettico”, la riedizione è più filosofica e tradisce volutamente un certo trasporto: non è un controsenso, il cambiamento è stato voluto. Soprattutto i capitoli di chiusura curati da me sono “appassionati” e citano anche autori quali René Guénon. Questo approccio non cela però alcuna motivazione religiosa, confessionale, politica. Semmai rabbia e paura per il futuro nel vedere concretizzarsi man mano le distopie immaginate da George Orwell ma soprattutto da Aldous Huxley. Ribadisco, però, che non c’è alcuno scopo religioso o politico nelle nostre opere e soprattutto non siamo mai stati “dogmatici”. Altrimenti si avrebbe semplicemente uno scontro di ideologie, la nostra contro la loro, e sarebbe ipocrita. Nessuno ha la verità in tasca per quanto possa crederlo.

Aldous Huxley
Aldous Huxley

Abbiamo rivestito semmai il ruolo della Cassandra, che mette in guardia da certe derive cercando di guardare oltre il proprio naso. Un articolo o un libro non cambierà certo il punto di vista del lettore; potrà semmai fare riflettere e spingere ad approfondire quell’argomento.

Le derive che il postumano offre rientrano a mio dire nel campo della mutazione antropologica dell’uomo stesso e sono evidenti e riscontrabili con facilità. Siamo nel campo della filosofia e dell’antropologia semmai. I discorsi iniziatici li lascio a chi è più preparato di me, mentre i messaggi “religiosi” o le chiamate alle armi spirituali dovrebbero venire dai puri di cuore e di spirito, dagli eletti insomma. Non avendo la presunzione di rientrare in queste due categorie posso solo cercare di fare informazione con modestia e tentare di manipolare nessuno. Non a caso mi piace sempre citare una frase di Popper: «il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza». Credo che sia compito di tutti noi vigilare sulla “libertà”, mentre la nostra anima e la nostra “vita spirituale” rientrano nella sfera divina. Per questo invito a sviluppare la coscienza critica, a osservare, diffidare, dubitare. Il dubbio è il primo mezzo per divenire critici e per emanciparsi da chi ci vuole imporre il proprio giogo. Se ci manipolano è perché serve il nostro consenso. Possiamo non abdicare alle nostre responsabilità e al nostro libero arbitrio. Ed essere in qualche modo, “liberi da”.

(intervista a cura di Enrico Galoppini)

“Storia del Marocco moderno”: intervista a Stefano Fabei

Intervista rilasciata a Franco Reale dell’Associazione «Metamorphosys» di Umbertide il 28 novembre 2015, in occasione di “Marocco: Arte, Eleganza, Cultura e Tradizione”, festa della comunità marocchina alla presenza del Console onorario e del corpo diplomatico del Marocco presso la Santa Sede.

 

Storia-del-marocco-moderno-198x300Dal 1974 nessuno ha scritto un libro di storia dedicato esclusivamente al Marocco. Oggi abbiamo il piacere di conoscere e incontrare l’autore del saggio Storia del Marocco moderno edito da Irfan. Stefano Fabei, nato a Passignano sul Trasimeno, insegna materie letterarie presso l’Istituto d’Istruzione Superiore «Giordano Bruno» di Perugia. Una forte passione per la storia lo ha portato a sviluppare ricerche e studi per regalarci questo strumento di conoscenza del passato recente e comprendere l’attualità politica del Paese arabo da cui proviene una delle più numerose comunità straniere in Italia. Nel saggio sono ripercorse le tappe del nazionalismo marocchino e della lotta per l’indipendenza condotta dai movimenti di liberazione nazionalisti, islamici e laici, e dalla monarchia, istituzione che sembra godere di un prestigio garantito dalla sua capacità di coniugare tradizione e progresso, preservando il Paese da fenomeni dall’esito incerto, come le cosiddette “primavere arabe”.

 

Quanto conta e quanto ha influito nella storia del Marocco moderno la figura del sovrano?

Franc-Argento-MaroccoMolto, senza dubbio. L’influenza della monarchia in Marocco è stata ed è determinante, per il ruolo storico svolto nel cammino verso l’indipendenza e per la funzione di garanzia cui il re assolve contro ogni salto nel buio. Protettorato francese come la Tunisia, fino all’indipendenza del 1956 il Marocco fu retto da sultani esautorati dalla dominazione coloniale. La particolarità consiste però nel fatto che mentre Muhammad V fu eroe e simbolo per il suo popolo e le organizzazioni nazionaliste, in Tunisia il bey non volle o non seppe porsi alla testa del movimento rivendicativo e infatti fu deposto dopo l’acquisizione dell’autonomia. Il Marocco rivendicò la continuità secolare della sua monarchia dal carattere volutamente islamico; la Tunisia diventò una repubblica presidenziale. Da ciò emerge il diverso carattere dellavia marocchina alla riconquista della libertà. Se il movimento nazionalista tunisino fu essenzialmente laico, quello marocchino non rinunciò mai a rivendicare le sue radici religiose, a partire dalla rivolta del Rif negli anni Venti.

Il 2 marzo 1956 una dichiarazione franco-marocchina pose fine al regime di protettorato e in aprile anche la Spagna riconobbe l’indipendenza del Marocco. La vittoria fu il risultato della collaborazione tra sovrano e movimenti di liberazione. Diversamente da altri Paesi alla ricerca dell’indipendenza, nonostante i contrasti e l’eterogeneità della sua società, il Marocco non cercò di rompere con il suo passato per impegnarsi nella ricerca di un nuovo destino. Lo spirito nazionale si identificò nel sultano, capo politico e religioso, consapevole dei particolarismi locali.

Come la Seconda guerra mondiale ha costituito uno spartiacque nel cammino verso la liberazione del Regno del Marocco?

marocco_colonialeIn modo non diverso da quanto avvenne in altri Paesi arabi, lo scoppio della Seconda guerra mondiale fu salutato anche in Marocco come l’occasione per ottenere l’indipendenza. Mentre l’Europa viveva momenti critici, per i nazionalisti marocchini iniziò un momento di ripiegamento e, insieme, di nuove esperienze. La guerra fu il momento chiave del nazionalismo, durante il quale si realizzarono e presero corpo quegli elementi che avrebbero determinato gli sviluppi successivi e le modalità stesse dell’indipendenza: adesione del sultano al movimento nazionalista, configurazione dei rapporti tra partiti e classi sociali, rivendicazione a livello emerso dell’indipendenza. Ciò sullo sfondo dell’urto tra potenze nazifasciste da una parte e potenze colonizzatrici e alleate dall’altra. Quando la guerra determinò una larvata disubbidienza tra i marocchini, il sovrano, fino allora impassibile spettatore ma forse da tempo in contatto coi nazionalisti, entrò in azione, muovendosi in autonomia dalla Residenza e dalla volontà francese in alcune circostanze. Quando gli Alleati sbarcarono a Rabat, il sultano rifiutò il consiglio francese di non essere presente. Ricevendoli invece senza il tramite del residente generale, che non glielo avrebbe consentito, poté organizzare un incontro con il presidente americano ottenendo formali promesse d’indipendenza nello spirito della Carta atlantica, dando inizio al mito di Muhammad V, capace in futuro di condizionare ogni sviluppo costituzionale e politico. Le varie alleanze internazionali, con la volontaria indeterminatezza delle loro promesse, non concessero niente al Marocco ma il movimento nazionalista riuscì a trovare un capo, il cui peso sul popolo e sulla Francia iniziò a farsi sentire.

Da anni molti leader arabi, fra cui Shakīb Arslān e il Gran Mufti di Gerusalemme, avevano manifestato simpatia per la Germania da cui si attendevano un appoggio alla loro causa. Si è parlato a lungo, spesso senza obiettività e superficialmente, dei cedimenti arabi verso l’Asse. Spesso se ne è trattato con atteggiamento polemico e ricattatorio nelle dispute postbelliche tra colonizzati e colonizzatori; talvolta si è cercato di ridimensionare il fenomeno riportandolo entro i limiti di una non corretta valutazione politica delle possibilità e dei mezzi per giungere all’indipendenza. Il problema riguarda anche il Marocco per la presenza nella zona settentrionale non solo della Spagna franchista ma, fin dall’inizio, dei tedeschi, con cui alcuni, come Ibrāhīm al-Wazzānī, collaborarono in modo aperto. Diverso il discorso per ‘Abd al-Khāliq Torrēs che si attivò nell’attività di propaganda per la liberazione del Marocco e per l’unificazione delle due zone, pensando di poter ottenere tutto ciò dalla Germania, scartando la Spagna. I nazionalisti furono tentati dalle possibilità che una vittoria dell’Asse avrebbe potuto offrire, eliminando le potenze coloniali. Se nella zona spagnola il problema fu semplificato e risolto in modo negativo dall’alleanza tedesco-spagnola, nella zona francese la tentazione non raggiunse mai la concretezza, essendo i nazionalisti fedeli al sultano.

Egli scelse di giocare la carta della fedeltà alla Francia perché era convinto che il Marocco non avesse niente da guadagnare da una vittoria dell’Asse e che una Germania vittoriosa, dopo aver diviso la metropoli, avrebbe imposto una legislazione più dura nei protettorati di cui temeva volesse impossessarsi. Per lui solo nel caso di una vittoria francese in Marocco la situazione avrebbe potuto migliorare, considerato il debito di riconoscenza per il sostegno alla causa comune e per il contributo offerto in uomini e mezzi.

muhammadV_tombaMuhammad V fu un eroe e un simbolo per il popolo e per le organizzazioni nazionaliste. Il Marocco rivendicò la continuità secolare della sua monarchia dal carattere islamico. La riconquista della libertà non trascurò affatto le proprie radici religiose, a partire dalla rivolta del Rif dell’emiro ‘Abd al-Krīm negli anni venti che avrebbe potuto portare alla nascita di uno Stato musulmano, di una repubblica islamica ante litteram e invece…?

La ribellione violenta iniziò nel 1921 fra le montagne del Rif dove ‘Abd al-Krīm costituì nel febbraio del 1922 la Repubblica delle tribù confederate del Rif. Da qui la resistenza berbera, iniziata contro la Spagna, si estese alle regioni sotto controllo francese e la lotta durò fino al 1926 quando i guerriglieri dovettero arrendersi di fronte all’azione coordinata delle due potenze europee. L’obiettivo all’inizio era l’unità del Rif da cui sarebbe nato uno Stato indipendente che, una volta consolidatosi, avrebbe proceduto alla liberazione dell’intero Marocco. L’esempio offerto dai berberi si sarebbe imposto all’attenzione di tutti gli altri popoli sottoposti al dominio coloniale. L’emiro, a chi gli rimproverava di predicare il jihād, rispondeva che i tempi delle guerre sante erano passati e che lui e il suo popolo volevano essere liberi e governati solo da Dio; per questo lottavano. Riconosciuta l’impossibilità di far fronte con qualche ottimistica prospettiva all’attacco cui le sue forze erano sottoposte, per evitare un ulteriore e inutile versamento di sangue ‘Abd al-Krīm decise di arrendersi il 27 maggio 1926. Rifiutò la possibilità di fuggire offertagli dagli inglesi, come le allettanti proposte della Spagna, desiderosa di vederlo capitolare davanti ai suoi ufficiali superiori; volle deporre le armi solo davanti ai suoi veri vincitori. Si presentò quindi, coi principali collaboratori e la propria famiglia, al colonnello Corap, confidando in una generosità che non ci fu. Dopo tre mesi a Fès, fu esiliato per vent’anni.

La resistenza nel Rif e in altre regioni del Paese continuò. L’immagine e il prestigio di ‘Abd al-Krīm diventarono leggenda. Aveva dimostrato che lottando con fierezza un giorno sarebbe stato possibile raggiungere l’indipendenza. La guerra del Rif favorì la presa di coscienza del fatto coloniale e dette impulso al movimento di liberazione. ‘Abd al-Krīm diventò «il faro nella notte della resistenza» per i marocchini ‘Abdas-Salām Bennūna, ‘Abd al-Khāliq Torrēs, Muhammad ibn al-Hasan al-Wazzānī, ‘Allāl al-Fāsī e Ahmed Belfareğ, ma anche per Ferhat ‘Abbās, Ahmed ben Bella, e altri come Messālī Hājj e Habīb Bū Rqība (Bourghiba).

Abd_el-Krim_khattabiLa guerra del Rif fu l’evento da cui sembrò iniziare il movimento nazionalista. Finita la rivolta, cominciata sette anni dopo l’instaurazione del protettorato nella convinzione che non esistessero né potessero esistere obiettivi comuni tra colonizzatori e colonizzati, ebbe inizio un processo di elaborazione del pensiero nazionalista. Alcuni storici hanno voluto vedervi la prima, debole, manifestazione del nazionalismo marocchino moderno, mentre altri hanno considerato la rivolta solo come un periodo di gestazione di quest’ultimo. È indubbio che questa ribellione separatistica, autonomistica e a sfondo religioso, esercitò una notevole suggestione su alcuni giovani che sarebbero poi diventati i capi del nazionalismo marocchino. ‘Abd al-Krīm apparve l’iniziatore e il primo leader del movimento di liberazione, l’erede dei sultani che in passato si erano opposti agli europei.

Malgrado la realizzazione di alcune infrastrutture e l’inizio di un certo sviluppo economico, l’ostilità contro gli europei crebbe negli anni Venti. Pertanto nel 1930 dal regime di protettorato si passò all’amministrazione diretta: il Sultano conservò solo poteri religiosi, Parigi diventò il centro politico decisionale, mentre fu portata avanti l’esautorazione delle autorità musulmane nelle zone berbere.

Tra il 1912 e il 1934 – gli anni della pacificazione francese – emerse l’esistenza di una coscienza unitaria e nazionale più profonda di quanto l’Europa avesse fino allora pensato. La Francia fu sempre più costretta a fronteggiare la crescente ostilità e la resistenza del popolo marocchino che, al di là delle particolari tradizioni culturali, trovò nell’Islām il più importante fattore di coesione.

Il Marocco è governato da re Muhammad VI, che da alcuni anni ha promosso una politica di riforme politiche, economiche e sociali, assicurando una certa stabilità e riducendo le possibilità di manovra dei gruppi integralisti vicini ai salafiti. Il sovrano, figlio di Hassān II, è ritenuto dai sudditi il garante della pace, forse anche in considerazione del fatto che alla monarchia non sembrano esserci alternative praticabili, senza cadere nel fanatismo e nell’intolleranza registrati altrove. Quanto e come il movimento per l’indipendenza ha influito positivamente sull’attuale situazione del Marocco?

muhammadVILa monarchia ha preservato il Paese dall’instabilità caratterizzante altri Stati sconvolti dal fenomeno denominato «primavera araba». Nel febbraio del 2011 ci sono state proteste determinate sia dall’insofferenza di una minoranza nei confronti del potere del sovrano, sia dal desiderio di riforme costituzionali per bloccare la prassi per cui il monarca continua ad assegnarsi il potere decisionale su diverse questioni, pur disponendo di un governo e un parlamento. La contestazione ha assunto un profilo più moderato rispetto a quelle di altre nazioni grazie anche al consenso per un sovrano che ha annunciato la disponibilità a procedere sulla via delle riforme politiche, economiche e sociali. Ciò ha impedito ai gruppi integralisti di costituire una minaccia per il Paese.

A seguito del referendum costituzionale del giugno 2011, il re è tenuto a indicare come Primo ministro il leader del partito di maggioranza relativa. Le elezioni parlamentari del novembre successivo hanno visto per la prima volta il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, formazione islamica moderata, guadagnare la maggioranza relativa, seguito dall’Istiqlāl [“Indipendenza”] e dal Raggruppamento nazionale degli indipendenti, in calo, e dalla forte affermazione del nuovo partito filomonarchico dell’Autenticità e della Tradizione. Muhammad VI ha cercato e cerca di coniugare istanze religiose e democrazia; ciò lo rende amato e rispettato dai sudditi che vedono in lui il garante della pace.

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stefano_fabeiStefano Fabei, docente di Materie letterarie e Storia all’Istituto di Istruzione Superiore «Giordano Bruno» di Perugia, è uno scrittore appassionato di storia, collaboratore di varie riviste come «Studi Piacentini», «Treccani Scuola», «I sentieri della ricerca», «Eurasia», «Nuova Storia Contemporanea», «Rassegna Siciliana di Storia e Cultura», «Storia in rete». Saggista, dal 1988 ha pubblicato una ventina di volumi: La politica maghrebina del Terzo Reich, Guerra santa nel Golfo, Guerra e proletariato, Il Reich e l’Afghanistan, Il fascio, la svastica e la mezzaluna, Una vita per la Palestina, Mussolini e la resistenza palestinese, I cetnici nella Seconda guerra mondiale, Carmelo Borg Pisani: eroe o traditore?, La legione straniera di Mussolini, Operazione Barbarossa. 22 giugno 1941, I neri e i rossi. Tentativi di conciliazione nella repubblica di Mussolini, Fascismo d’acciaio. Maceo Carloni e il sindacalismo a Terni (1920-1944), Il generale delle Camicie nere, «TAGLIAMENTO» La legione delle Camicie nere in Russia (1941-1943), Storia del Marocco moderno, Les arabes de France sous le drapeau du Reich, Le faisceau, la croix gammée et le croissant.

Per ulteriori informazioni visitare il sito www.stefanofabei.it

Convegno “Macchina del caos”. Intervista a Enrico Galoppini sul ‘terrorismo’ strategico di Stato

galoppini-carletti-28-11-2015BOLOGNA – Sabato 28 novembre, alle ore 16:00 presso la sede del centro sociale G. Costa, in Via Azzo Gardino 48, si terrà il convegno ”Macchina del caos: importazione di popolazioni”. L’incontro sarà presieduto da Martina Carletti, responsabile di ARS, Associazione Riconquistare la Sovranità, e da Enrico Galoppini, redattore del giornale in rete ”Il Discrimine”, al quale abbiamo posto alcune domande.

Fonte: “Crudiezine – Magazine and Activism“, a cura di Chris Barlati.

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Da un anno a questa parte gli attacchi del Califfato Islamico hanno riguardato esclusivamente la Francia. Secondo logica del terrore, USA, Germania e Inghilterra sarebbero dovute essere gli obiettivi primari di questa strategia, avendo avallato per la maggioranza i bombardamenti in Medio Oriente. Perché invece non è così?

cooleyEvidentemente i su elencati Paesi non sono oggetto del cosiddetto “terrorismo islamico” perché… sono solidali con esso, o meglio lo utilizzano per i loro obiettivi strategici!

Comunque, bisogna premettere che alla fine non possiamo mai essere sicuri dell’identità dei mandanti di questi atti oggettivamente terroristici, specialmente quanto il terrorismo è diventato a tutti gli effetti uno strumento privilegiato in questa situazione tesissima che se ancora non sfocia in una classica guerra poco ci manca.

Uno infatti potrebbe obiettare che anche gli Stati Uniti e l’Inghilterra sono state oggetto del “terrorismo islamico”. Fatta salva l’ipotesi degli auto-attentati sfruttati da settori della politica, dell’esercito e dei servizi segreti per produrre determinati effetti (tipici sono gli attacchi dell’11 settembre 2001), bisogna riconoscere che anche all’interno delle “alleanze”, specialmente quella occidentale della Nato e dei suoi partner, esistono degli attriti irrisolti ed irrisolvibili. Non dimentichiamoci che paesi come la Germania e l’Italia sono e restano a tutti gli effetti obbligati ad essere “alleati”, in quanto sono stati sconfitti settant’anni fa, ma anche la Francia, in questo secondo dopoguerra (specie dopo il Sessantotto), ha visto cambiare parecchio il suo posizionamento nei confronti degli Stati Uniti.

La Germania per ora s’è salvata dalle stragi, ma è stata comunque attaccata in un altro modo, con lo “scandalo” della Volkswagen. La guerra oggi, non esclude alcuno strumento: guerra dell’informazione, guerra economica, guerra delle valute e, perché no, guerra condotta agitando a comando idee, come quella “ambientalista”, fatte penetrare nelle coscienze di molte persone. La Germania, inoltre, s’è anche coperta le spalle accettando una marea di “profughi siriani”, e non dimentichiamoci del fatto che tra Germania e Turchia esiste un’alleanza di lungo corso che non si spiega solo con la geopolitica ma va indagata anche a livello delle “affiliazioni” e delle “obbedienze”. Quindi, la Turchia, che è tra i principali sponsor della “ribellione” in Siria, non ricerca attriti con la Germania, la quale a sua volta è anche garantita da un accordo, o meglio una cointeressenza, con Israele, perché è evidente che l’accettazione acritica di una “colpa collettiva” ed inestinguibile ha a che fare più con gli affari e le ingerenze nella regione mediorientale piuttosto che con i “pentimenti” e le “crisi di coscienza”.

nazemroaya_natoDetto questo, la Francia sconta il fatto di essersi aperta troppo a due elementi che combinati insieme sono risultati esplosivi: la Nato e l’immigrazione incontrollata. Ora, mentre la seconda per la Francia non è certo una novità (l’immigrazione di algerini è oramai più vecchia di un secolo), la prima lo è nella misura in cui essa ha rotto con il Gaullismo, in maniera eclatante da quando Sarkozy mise piede all’Eliseo. La Nato ed i suoi apparati di sovversione (a questo serve la Nato, fondamentalmente, mica ad evitare che i Cosacchi abbeverassero i loro cavalli in San Pietro!) non si sono fatti sfuggire la possibilità di manipolare alcuni elementi immigrati, anche di “seconda” o “terza generazione”. Ci vuol poco: basta individuare qualche tipo frustrato, tendente all’esaltazione, assolutamente neofita in fatto di religione, ed il gioco è fatto.

Ma consideriamo anche che senza la connivenza di apparati dello Stato francese e dei suoi servizi di sicurezza non sarebbe possibile una situazione come questa. Quindi le ipotesi sono varie e tutte una più inquietante dell’altra per i poveri “cittadini” che dovrebbero stringersi a… coorte attorno ai loro “governanti” quando con ogni probabilità è proprio tra questi ultimi che si dovrebbe indagare!

Va poi riconosciuto che la Francia persegue una sua “grandeur”, pertanto non è da escludere che tutti questi attentati servano come pretesto per intervenire dove altrimenti sarebbe più complicato e meno giustificato di fronte alle opinioni pubbliche. Che poi questi interventi si possano risolvere in un impantanamento è un altro paio di maniche, perché non è escluso che a monte della catena di comando dell’operazione “sovversione della Siria” si cerchi di impelagare in Siria la Francia o la Turchia, che mentre perseguono quello che ritengono il loro interesse possono benissimo trovarsi invischiate in una guerra per procura con la Russia e l’Iran.

Già che ci siamo, colgo l’occasione per far notare che l’Italia è rimasta immune da questo “terrorismo” sul suo territorio. Ci sono delle avvisaglie preoccupanti (l’attentato al consolato del Cairo, l’uccisione dei turisti al museo del Bardo), ma per ora certi equilibri nel nostro Paese tengono. Un Paese che tra l’altro ha subito fortissime pressioni per intervenire nel “caos libico”: una situazione che certamente non ha voluto l’Italia… Per il momento, questa nuova “strategia della tensione” ha scelto la Francia. Ma non si esclude che vada a colpire anche altrove, qualora qualcuno trovasse utile una strage d’inermi.

Numerose inchieste internazionali mostrano come tra le fila dell’esercito jihadista siano presenti dei mercenari precedentemente ospitati ed addestrati dai ”ribelli moderati”. Chi li avrebbe assolti e perché?

nemici_siriaQuesta storia dei “ribelli estremisti” o “moderati” è davvero una delle fandonie più eclatanti che capita di sentire da troppo tempo. Se s’insorge in armi contro un governo, quale differenza corre tra i combattenti delle differenti fazioni? La “moderazione” non è un criterio serio per giudicare movimenti di guerriglieri e mercenari!

Secondo me, che non capisco nulla di queste strategie militari, l’unica discriminante sensata è quella relativa agli obiettivi politici perseguiti dall’una o dall’altra fazione. Per “obiettivi politici” qui s’intende il mandato della o delle potenze che foraggiano la tal fazione e, perché no (se vogliamo riconoscere una buonafede in chiunque), anche il tipo di ordinamento dello Stato e della società che dovrebbe imporsi una volta conclusa con successo la “ribellione”.

Dal punto di vista dei “ribelli”, la situazione creatasi in Siria ricorda molto quella della Guerra di Spagna, dove i comunisti non andavano d’accordo con gli anarchici eccetera, anche se tutti erano contro Franco ed i suoi alleati. Diciamo che i “moderati”, per ammissione stessa dell’America, sono non tanto quelli che essa sostiene per davvero, quanto quelli vuol far credere che unicamente sostiene, in maniera da passarci bene ed in posizione distinta dagli “estremisti” dai quali platealmente e farisaicamente prende le distanze ogni giorno per bocca del “Nobel (preventivo) per la Pace” Obama.

Poi, lo spauracchio dell’Isis – che alcuni “esperti” macchiettistici che purtroppo imperversano anche in televisione indicano come “creatura di Assad”! – serve anche ad un sacco di operazioni di condizionamento mentale del pubblico occidentale che deve digerire eventualmente prima l’attentato terroristico e dopo l’intervento militare delle sue truppe.

E qui veniamo al punto dolente ed estremamente pericoloso di tutta questa storia: gli “scarponi” sul terreno. Sono in corso delle pressioni tremende per farceli mettere a questo o a quell’“alleato” dell’America, che stavolta non sembra affatto intenzionata (così come l’Inghilterra) a coinvolgersi direttamente come in Afghanistan ed in Iraq.

de_grossouvreSarà opportuno ricordare che nel 2003 milioni di europei manifestarono contro l’invasione dell’Iraq, ed ancor più rilevante, col senno di poi, sarà rammentare l’Asse Parigi-Berlino-Mosca che di fatto condusse l’Angloamerica a cavarsela da sola se proprio voleva prevenire quei famosi “attacchi con l’antrace” che l’Iraq avrebbe architettato contro il “mondo civile”…

Per ora – fatta salva la presenza di “consiglieri militari” e di contingenti più o meno camuffati – sul terreno si affrontano l’Esercito siriano e le varie milizie “ribelli” che – ripeto – quanto a “moderazione” possono vantare ben poco, mentre invece possono senz’altro essere ricollegate a questa o a quella potenza che ha un interesse nella destabilizzazione della Siria.

Notoriamente sentiamo parlare dei pozzi petroliferi gestiti dagli estremisti. Come può un’organizzazione terroristica priva di un’aviazione, di un’intelligence e di un apparato burocratico stipulare accordi commerciali con acquirenti internazionali? E chi sono questi acquirenti?

Intanto non è vero che i “ribelli”, e tra questi quelli dell’Isis, siano privi di un’intelligence e di un apparato burocratico. Non credo che passino il tempo solo a crocifiggere e a tagliare teste, il che sarebbe davvero un insulto alla nostra integrità mentale! La copertura aerea, poi, gliela forniscono i loro sponsor. Com’è possibile che da anni gli occidentali, con l’America in testa, facciano “la guerra all’Isis” e nessuno si accorga di nulla? Non stiamo parlando di noccioline, ma di petrolio, che viene trasportato da autobotti che qualcuno, come i famosi fuoristrada equipaggiati con le mitragliatrici, avrà pur fornito.

Allora la domanda è: che cos’è davvero l’Isis? O si fa finta che sia solo un “califfato” con un territorio a cavallo tra Siria ed Iraq, oppure si prende atto che l’Isis è una sorta di “società”, dove qualcuno fornisce le armi, qualcun altro compra il petrolio, e qualcun altro manda i quattrini (per non parlare di chi – ufficialmente “preoccupatissimo” – cura i feriti nei suoi ospedali!): mettiamo tutti assieme questi soggetti ed otteniamo la “santa” alleanza che per impedire una pacifica integrazione eurasiatica non trova di meglio che aizzare conflitti giustificati con motivi etnico-confessionali…

Numerosi esponenti del Governo statunitense hanno ammesso che in passato gli USA hanno favorito la nascita di organizzazioni moderate in Medio Oriente, allo scopo di favorire i cosiddetti processi di ”democratizzazione”. Qualora ciò non dovesse accadere in Siria, quali sarebbero le eventuali conseguenze?

libro_macchiSi tratta delle cosiddette “Organizzazioni non governative” (Ong), il cui ruolo preparatorio della “Primavera araba” è spiegato benissimo, con dovizia di particolari, in un ottimo libro di Alfredo Macchi, Rivoluzioni S.p.A. Chi c’è dietro la Primavera araba, che ho recensito sul fascicolo 3/2015 di “Eurasia – Rivista di studi geopolitici”. Stiamo parlando di un inviato delle reti Mediaset, non di un free lance “antiamericano pazzo”. Bene, in questo libro si ricostruiscono tutte le mene ed i finanziamenti elargiti da “istituzioni” e “fondazioni” legate al governo degli Stati Uniti a favore di “attivisti” e “blogger” che hanno svolto in più d’un caso la funzione di utili idioti della sovversione.

La Siria oramai sta ben lungi dall’essere riassorbita nello schema della “democratizzazione” in stile tunisino. Che ci vuol fare, ha la “colpa” di aver resistito, ed infatti le summenzionate macchiette attribuiscono al suo governo la “responsabilità” morale persino degli attentati in Francia… Che faccia tosta! Che impudenza!

Qui – a meno che la Russia non accetti un “compromesso” a mio modo di vedere suicida – siamo di fronte ad una situazione che dovrà vedere prima o poi un vincitore ed un vinto. Ma non stiamo parlando del governo siriano e dei ribelli, bensì delle potenze che stanno dietro alle due parti che si combattono. La possibilità che, in seguito, i rapporti di forza mondiali non siano più gli stessi è perciò assai elevata.

Dopo Parigi è “guerra” all’Islam? Intervista ad Enrico Galoppini

Giovanna Canzano ha intervistato per il quotidiano “Rinascita” ed altre testate Enrico Galoppini, studioso del mondo arabo-islamico e redattore di “Eurasia – Rivista di studi geopolitici”.

Parigi il giorno dopo. Il secondo attentato. Ma questa volta è guerra?

Per poter parlare di “guerra” bisogna sapere per prima cosa chi ce la sta dichiarando e a chi la si vuol fare. E qui cominciano i dolori. Perché a sentire le esternazioni dei politici (si noti che il primo in assoluto, prima ancora di Hollande, è stato Obama!) sembrerebbe una guerra dichiarataci dall’Isis, cioè dal “terrorismo islamico”. Ovvero da un generico “terrorismo” e… in definitiva, dall’Islam tout court!

islamofobiaOra è chiaro che tutto questo rimestare in un minestrone di parole dal quale deve saltare fuori “l’Islam” come “nemico pubblico numero uno” è un inganno spaventoso, oltre che una cosa assurda. Vogliamo fare la “guerra all’Islam”? Ah sì, e allora facciamo la guerra ad oltre due miliardi di persone? Vogliamo dichiararla agli Stati che, ufficialmente, sono più “islamici” di altri? Ma quelli sono gli alleati di ferro dell’Occidente! Intendiamo allearci allora con quegli stati arabi (ed islamici) che combattono da anni il cosiddetto “terrorismo islamico”? Manco per idea, perché gli occidentali han fatto di tutto per sovvertire il governo siriano e gioivano quando in Egitto erano andati al potere i Fratelli Musulmani. Gli stessi inqualificabili e scellerati che hanno distrutto la Libia ed ora si atteggiano a vittime del “terrorismo islamico” e si mostrano disperati di fronte al numero incalcolabile di “profughi” in marcia dalle stesse regioni devastate!

Dunque, per parlar chiaro, non sarà “guerra” con nessuno, o, se lo sarà, si tratterà di una cosa che logicamente non avrà alcun nesso con la pretesa causa scatenante. Un po’ come per l’11 settembre 2001, quando per rispondere ad una “guerra” portata all’America da terroristi per lo più sauditi della famigerata al-Qa’ida (che nessuno ricorda più) è stato invaso l’Afghanistan!

Più verosimilmente ancora, mentre a parole si scateneranno nuove “crociate”, nei fatti avverrà che chi deve “capire” capirà. E si adeguerà al messaggio in stile mafioso portato da questa nuova strage di gente inerme. I cui familiari, sia chiaro, non riceveranno mai alcuna compensazione per il duro colpo subito, esattamente com’è successo a tutte le vittime del “terrorismo” negli anni della “strategia della tensione”… A tutte queste persone non potrà mai essere gabellata per “giustizia” una serie di bombardamenti massicci su chissà quale area del Medio Oriente, ma i nostri cosiddetti governanti, purtroppo, più di questo non sanno o non riescono a fare.

L’ISIS avanza in Europa?

L’Isis non avanza in alcun modo perché semplicemente non esiste così come ce lo raccontano. Questo spauracchio serve ad un sacco di cose, tra le quali – non ultima – un’esigenza estrema di tenere lontani gli occidentali dalla spiritualità tradizionale islamica. La quale, come si stanno sforzando di provare anche alcuni rari onesti commentatori che hanno accesso alla stampa più o meno ufficiale, è assolutamente inserita in quel filone sapienziale che origina dalla notte dei tempi e sul quale s’innestano tutte le tradizioni ortodosse. Tra queste ed ogni fenomeno modernista esiste un’inconciliabilità di fondo, perché ogni “riformismo” altro non è che concessione all’errore, anche se a questi sedicenti “fondamentalisti” piace tantissimo affibbiare ai musulmani tradizionali l’accusa di bid‘a (“innovazione”, cioè “eresia”), se non addirittura quella di kufr (“negazionismo”, ovvero il misconoscimento dei fondamentali dell’ortodossia).

schuon_unita_trascendente_religioniL’Islam, nella sua accezione più ampia, ovvero quella di fenomeno anche politico e sociale, ha inoltre molto da insegnare agli occidentali per quanto riguarda problemi che li attanagliano e che non trovano soluzione. Penso a quelli della rappresentanza politica o della corruzione, per non parlare della politica monetaria e fiscale, dato che le indicazioni dottrinali al riguardo sono assai chiare sull’assenza di una moneta emessa “a debito” (o moneta-merce) e la tassazione dei soli patrimoni fermi anziché dei redditi. Gli occidentali, invece, vengono ammaestrati ad impietosirsi per il Charlie Hebdo, solo perché vengono raggirati di continuo e non sanno più distinguere quale abisso di degrado rappresenti certa “libertà di satira”, che peraltro prende di mira i simboli più sacri della tradizione religiosa cristiana. La quale, secondo una certa retorica “neo–crociata”, costituirebbe un caposaldo della “civiltà occidentale”!

In altre parole, gli europei devono smetterla di concepirsi “occidentali” se vogliono ritrovare se stessi e, diciamocelo chiaramente, vivere una vita meno disanimata e più a misura d’uomo. In questo, l’Islam può essere per l’Europa un esempio ed una valida fonte d’ispirazione. L’alternativa è quella di sprofondare nel nichilismo che travolge alla fine anche la stessa religione prevalente, mentre se gli europei riscoprissero una loro religiosità autentica non potrebbero essere stretti nella tenaglia dell’occidentalismo (americanismo) e del fondamentalismo islamico. I quali si affrontano sul ring ma si somigliano parecchio, mentre nel mezzo ci finiamo noi.

Quelli dell’ISIS sono strumenti di un ‘meccanismo’ ormai senza controllo?

No no, credo invece che, fatti salvi i sempre possibili “cani sciolti”, questi individui rispondano a precise catene di comando, altro che “fuori controllo”!

bombe-gazaAffermare che gli attentatori sono elementi “fuori controllo” significa ammettere che essi colpiscono mossi unicamente dall’“odio per l’Occidente”, il che è esattamente ciò che vuol farci credere la propaganda occidentale stessa. Questi atti terroristici, che seminano morte tra persone intente nelle loro abituali attività, puntano al contrario ad obiettivi studiati molto freddamente. Sono, sotto un certo aspetto, atti di una guerra che, altrove, ha visto e vede ancora famiglie intere straziate da armi sofisticate che fanno meno orrore di una cintura esplosiva solo perché con la tecnologia i moderni hanno un rapporto che li ha resi insensibili ai suoi esiti più distruttivi. A Gaza o a Baghdad, a Kabul o a Beirut, le persone hanno fatto il callo alle bombe che dovevano portare la “democrazia” ed invece hanno solo ampliato i cimiteri ed aumentato il desiderio di vendetta di chi, poi, viene considerato “pazzo” se poi, un giorno, sceglie di fare il “terrorista”.

giornale_israeleIl discorso non si esaurisce qui, ma anche questi sono aspetti che andrebbero considerati. Perché non è serio pubblicare prime pagine con titoli come “Israele ha fatto bene” mentre su Gaza piovono razzi da ogni parte e poi fare gli offesi con altri titoli “scandalosi” come l’ormai celebre “Bastardi islamici”. Poi si meravigliano se un giorno qualcuno, esasperato, fa una strage in redazione, ma sinceramente chi s’imbarca in una guerra, anche solo dell’informazione, quando l’informazione è un’arma che fa le sue vittime, deve prendersi le sue responsabilità. Insomma, un conto è “Charlie Hebdo”, che in un certo senso – se è vero che s’è trattato di un “commando jihadista” eccetera – se l’è cercata, mentre ovviamente dei turisti o degli spettatori d’un concerto non hanno alcuna responsabilità, ed anzi tra essi si potrebbe trovare anche chi è molto critico nei confronti delle stesse dirigenze occidentali che questi “terroristi” vorrebbero punire (mentre ammazzano solo gente innocente).

Tutto questo, ovviamente, non tiene conto della possibilità che in alcuni casi si tratti di totale manipolazione e malafede, perché sotto un “jihadista” che colpisce in una città europea si può celare qualsiasi cosa, tra cui elementi eterodiretti che non sanno alla fine a quale mulino portano acqua e addirittura soggetti che di arabo ed islamico hanno ben poco, tanto nessun tele-suddito saprà mai nulla davvero sulla reale identità degli attentatori (l’11 settembre 2001, sotto quest’aspetto, è emblematico).

 

ISIS solo ‘braccio’ armato dell’Islam, oppure niente di questo?

distruzione_tomba_sufiAl riguardo dell’Isis come ultima incarnazione di una tendenza modernista ed antitradizionale mi sono già espresso in vari scritti, ai quali rimando il lettore di quest’intervista [Il “Grande Medio Oriente” e il momento islamico dello “scontro di civiltà” (il caso italiano); Da Bin Laden al “Califfo”. La guerra finale contro l’Islam (per colpire l’Eurasia); Chi manovra i “modernisti islamici”?]. Non è possibile comprendere questo fenomeno se non lo s’inquadra storicamente (specialmente dalla metà del XVIII secolo) e se non si fa lo sforzo di coglierne l’intima natura “sovversiva” di tutto ciò che è stato l’Islam tradizionale per oltre quattordici secoli. È una china che, con esiti in parte simili, ha vissuto anche il Cristianesimo, con la nascita della cosiddetta “Riforma”, in tutte le sue varie declinazioni. Ovunque essa s’è imposta, fin dall’inizio, ed ovunque si sono affacciati i prodromi di essa, i risultati sono stati “guerre di religione” e una concezione del sacro impoverita e ridotta ad un freddo moralismo, che nell’Islam, così come nel fondamentalismo ebraico, si associa ad un “legalismo” altrettanto freddo e sterile.

L’ISIS in Italia? Sono già presenti nel nostro territorio e pronti a tutto?

Questo non lo devo sapere io, ma gli apparati preposti alla sicurezza di tutti e che tra l’altro paghiamo per questo servizio. Con questo intendo anche dire che ogni volta che si verificano gravi attentati come quelli di Parigi sono innanzitutto i servizi di sicurezza e di spionaggio a fare una figura barbina. Capisco che è praticamente impossibile controllare tutto e tutti, ma proprio per questo sarebbe importante smetterla di fare le pulci a cosa scrive un pincopallino qualsiasi su Facebook e concentrarsi su chi, perché e per come entra in un paese. Mentre mi pare che al riguardo la situazione sia parecchio preoccupante, se è vero – com’è stato documentato – che entrano “siriani” con passaporti taroccati che anche dei giornalisti d’inchiesta si sono procurati con una cifra relativamente contenuta.

jihadi_johnQuanto ai giovani di famiglie musulmane nati e cresciuti qua, il problema è irrisolvibile, perché ci sarà sempre chi tenderà ad autoghettizzarsi pensando di aver subito, a torto o a ragione, una grave ingiustizia, che risale al momento in cui i suoi genitori o i suoi nonni sono emigrati e che poi è proseguita con una storia di emarginazione e sradicamento. L’emigrazione, volenti o nolenti, si porta dietro anche percentuali di persone che, in un misto di rivalsa e frustrazione, assieme al desiderio di sentirsi finalmente “qualcuno”, abbracciano qualche ideologia – e ribadisco “ideologia” – nella quale la religione è un puro pretesto per sfogarsi.

Certi giornalisti si sbalordiscono nel constatare che un ex “rapper” possa dedicarsi al taglio di teste in nome di un delirante “islam” (la minuscola, qui, è voluta), ma ciò non è affatto strano perché è proprio l’aver reciso i ponti con la tradizione autentica che conduce a certi gravi fraintendimenti, sui quali andranno poi a lucrare gli apparati d’intelligence di mezzo mondo che non vedono l’ora di attivare un “attentato islamico”.

Quest’attentato è una svolta?

Non saprei proprio, ma di sicuro qualche decisione la Francia dovrà prenderla, perché non fare nulla significa dare il segnale sbagliato che le si può combinare di tutto. Vede, la Francia è un paese che non è del tutto “occidentale”, nel senso che non è affatto conquistata all’americanismo e al suo modello. Parigi è una “città globale”, e come tutte queste città rappresenta la vetrina nella quale inscenare la finzione di una “classe media globale” che vuole solo divertimenti e bella vita.

manif-pour-tous-itineraire-parcours-horaire-2-fevrier-2013La Francia vera la si vedrà presto al voto, quando, se non interverranno manipolazioni e forzature, il Front National, che non è un partito “regionale” come la Lega Nord, sbaraglierà l’attuale pariglia d’inetti. La Francia vera non può digerire a cuor leggero un’abnormità come il TTIP, il trattato di “libero scambio” tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea. La Francia vera si ribella contro i matrimoni omosessuali e la cancellazione, dall’alto, dell’identità sessuale.

O la Francia ritrova se stessa, rigetta l’occidentalismo, smette di omaggiare il “Charlie Hebdo” e si rimette ai suoi eroi come Giovanna D’arco, oppure merita di vagolare nell’angoscia indotta da questo “terrorismo” ufficialmente “islamico” ma in realtà senza volto perché così lo vuole chi l’ha coltivato e foraggiato.

Adesso pare di capire che la Francia s’impegnerà di più in Siria. Ma che vuol dire? È dall’inizio che la Francia è intenta a sovvertire la Siria, quindi? Vogliamo credere che questa famosa “terza guerra mondiale” nominata anche dal Papa vedrà da una parte l’Isis e dall’altra tutto il “mondo civile”? Suvvia, sarebbe come credere che una partita di calcio dal risultato incerto si giocasse tra una squadra di amatori e una selezione dei migliori campioni mondiali!

Allora si abbia il coraggio (e soprattutto la creanza) di parlar chiaro e si dica a chi si vuol fare la guerra. La si vuol fare ai paesi islamici che sostengono il cosiddetto “Stato islamico”? E come la vogliamo mettere quando questi stessi sponsor sono partner più che appetiti per fare affari? Per quanto tempo racconteranno la favola della “cellula” composta da “reduci della Siria”? E che atteggiamento vogliamo tenere con il famoso “grande alleato” a sua volta alleato dei finanziatori “islamici” dell’Isis?

Gli italiani convertiti all’Islam si sentono in qualche modo vicini all’ISIS?

giazairi_via_musulmano“Convertiti italiani all’Islam” vuol dire ben poco. Ci sono italiani che si sono avvicinati alla religione islamica vedendovi un ideale di giustizia sociale, e questi sono quelli più “politicizzati”. Non dico che necessariamente debbano sviluppare una visione che conduce ad una simpatia per l’Isis, ed anzi bisogna riconoscere in costoro un forte impegno a migliorare le società nelle quali vivono. Fatto sta che in qualche caso ci sono quelli che tendono a fanatizzarsi ad un punto tale che tutto ciò che non è “islamico” (e cioè non collima con la loro particolare ideologia religiosa) è da sopprimere con la violenza. Tra questi possono allignare gli elementi oggettivamente pericolosi (in combutta con altri, immigrati), ma credo che gli apparati di sicurezza li tengano già tutti d’occhio. Così come dovrebbero tenere d’occhio altri ambienti frequentati da teste calde, o, peggio ancora, che si dimostrano “amici” ed “alleati” e poi tramano per crearti continuamente problemi. Ripeto: o l’intelligence lavora nell’interesse del suo paese o è una burla che sta alle calcagna di qualche “imam fai da te” ma non vede che altrove si tessono trame assai pericolose per l’incolumità di tutti i cittadini.

Poi vi sono anche “convertiti italiani all’Islam” che hanno un atteggiamento alieno da ogni politicizzazione e pertanto vivono questa loro esperienza come un’occasione di rigenerazione spirituale. Senza voler dare patenti di “musulmano buono” o “cattivo”, credo di poter dire che quest’atteggiamento sia quello in grado di dare i migliori frutti, perché senza fare troppo clamore agisce come una provvidenziale influenza rettificatrice di un ambiente – quello occidentale – che ha un nemico più insidioso di ogni altro: il nichilismo, che tutti questi “nostri valori” per i quali dovremmo andare a combattere un fantomatico “califfo” non riescono in alcun modo a mascherare.

Scacco matto della Russia in Siria? Intervista a Stefano Vernole

Stefano Vernole, Resp. Relazioni esterne del CESEM, è stato inviato della rivista “Eurasia” a Damasco nel novembre 2011.

putin_onuLa Russia, dopo la Francia e gli Stati Uniti, ha fatto sapere di aver cominciato dei raid aerei sulle postazioni dell’ISIS in Siria.

Che rapporto c’è tra quest’ultima mossa di Mosca e i recenti incontri all’Onu?

La Russia all’ONU ha soltanto comunicato ufficialmente alla Comunità Internazionale l’autorizzazione ricevuta dal Governo di Damasco per il suo intervento in Siria, ma la decisione dell’attacco era già stata presa. Non si poteva indugiare ancora vista l’attuale congiuntura internazionale che vede Obama sempre più debole perché in scadenza di mandato e l’Europa sempre più divisa a causa delle sanzioni economiche contro Mosca e il flusso incessante di “migranti”. La Russia è sempre stata molto attenta a non confondere politica USA e politica europea, ma oggi differenze non se ne vedono più in effetti… Vladimir Putin ha dimostrato tutto il suo carisma e una capacità comunicativa perfetta: tutti gli spettatori occidentali, da mesi “terrorizzati” dalla minaccia mediatica dell’ISIS, vedono ora nel capo del Cremlino l’unico leader mondiale in grado di fermarlo. Uno scacco matto perfetto alla Casa Bianca!

Non le pare un po’ “particolare” che tutte le grandi potenze affermino di voler fare la guerra allo “Stato Islamico”? C’è effettivamente bisogno di uno spiegamento di forze congiunto così massiccio? Cosa c’è dunque oltre queste unanimi “dichiarazioni”?

Si tratta di una mistificazione perché finora non è stata fatta nessuna “guerra allo Stato Islamico”, almeno da parte delle potenze occidentali della NATO e da parte dei loro alleati turchi ed arabi. Se davvero avessero voluto, l’esercito dell’ISIS sarebbe stato distrutto in pochi mesi di bombardamenti massicci; quelli che gli USA hanno condotto per ben due volte contro l’Iraq di Saddam Hussein sarebbero stati più che sufficienti. Gli unici che finora hanno combattuto davvero l’avanzata dello Stato Islamico sono stati iraniani e libanesi (Hezbollah) in Iraq e l’esercito regolare di Bashar al-Asad in Siria. Qatar, Turchia e Stati Uniti non solo hanno favorito nascita e crescita dell’ISIS, ma hanno contribuito alla sua fortuna economica rivendendone il petrolio rubato dai pozzi iracheni e siriani sul mercato internazionale. Non è un caso che in queste ore le cancellerie occidentali siano terrorizzate non solo dagli attacchi russi in Siria ma ancor di più dal raggiungimento dell’accordo a cinque: Baghdad, Beirut, Damasco, Teheran e Mosca per combattere lo “Stato Islamico” in Iraq. La Russia torna ad essere protagonista assoluta della politica mediorientale, difendendo non solo la propria base di Tartous ma aprendone addirittura una nuova a Latakia, sulla costa mediterranea della Siria.

siria-russiaUn’altra cosa “strana” è che l’ISIS ha visto i suoi albori in Iraq, ma tutti adesso dicono di volerlo combattere in Siria… Perché?

Perché Damasco, più del debole Governo di Baghdad, ha sempre rappresentato l’alleato strategico iraniano nell’area. È evidente che l’accerchiamento atlantista di Russia e Cina preveda un cambio di regime a Damasco, ultimo avamposto strategico di Mosca e Pechino in Medio Oriente; se al-Asad cadesse, l’Iran e i suoi alleati libanesi si troverebbero circondati da forze ostili e sarebbero costretti pian piano ad arrendersi all’influenza statunitense. Da questo punto di vista, il massiccio intervento russo di queste ore, approvato perfino dal Presidente egiziano al-Sisi, deve essere risolutivo. Non sottovaluterei però la situazione irachena per le sue possibili conseguenze e l’effetto domino che riveste per molte altre questioni, quella curda innanzitutto. L’atteggiamento di Ankara e perfino di Riyad potrebbe anche cambiare se le cose dovessero mettersi male per l’ISIS.

Veniamo ai “profughi siriani”. C’è il legittimo sospetto che quest’emergenza (a quattro anni dai primi disordini) sia stata orchestrata per porre le popolazioni europee di fronte al “problema siriano” che, guarda caso, sta prendendo una piega molto pericolosa. Che ne pensa?

In effetti l’attacco francese, chiaramente indirizzato contro al-Asad e non contro l’ISIS, farebbe pensare ad un’ipotesi del genere. Allo stesso tempo non mi sembra che la posizione di Parigi goda di grande consenso, per ora, presso gli altri paesi europei. Non vi è comunque dubbio che l’accelerazione degli sbarchi dei “migranti” faccia parte di una precisa strategia di destabilizzazione dell’Europa orchestrata d’Oltreoceano, così come dichiarato alcune settimane fa dallo stesso Putin e dai servizi segreti austriaci: le ONG di George Soros sono state mobilitate a tal scopo. Dopo il decennale attacco culturale ed finanziario condotto dagli Stati Uniti contro l’Europa, mancava solo il caos immigratorio che rischia di degenerare in conflitti etnici pericolosi e devastanti per tutti.

scenari_internazionali_cina_n1La Cina, in tutto questo, che posizione tiene?

La Cina è per eccellenza l’attore più responsabile delle attuali relazioni internazionali e si comporta da anni come deve fare la vera guida economica del Pianeta. I suoi progetti sulla Cintura economica della Nuova Via della Seta terrestre e Marittima, la Banca dei BRICS e la sua Banca Asiatica di Investimento per le Infrastrutture rappresentano l’unica reale speranza di rilanciare lo sviluppo mondiale, con benefici enormi per tutti gli scambi commerciali. Non dimentichiamo che a causa delle inaccettabili pretese di Washington sulla Corea e sul Mar Cinese Meridionale, Pechino ha subito durissime provocazioni ma è stata molto abile a sottrarsi al conflitto. Tuttavia, come ha recentemente dichiarato il famoso generale cinese Qiao Liang, “gli USA hanno sbagliato a scegliere la Cina come avversario”. Pechino si è sempre più stretta intorno a Mosca e si prepara anch’essa a sbarcare in Siria, avendo individuato uno stretto legame tra il fondamentalismo salafita dell’ISIS e quello dei gruppi islamisti terroristici nello Xinjiang cinese. Come sempre la Cina agirà in silenzio, in maniera pragmatica ed efficace.

Quali sono le responsabilità occidentali nella degenerazione della situazione in Siria? L’Europa, intesa come UE, ha una sua “posizione” oppure ciascun paese si sta muovendo per conto suo?

Esistono dei concreti rischi che la situazione evolva verso un conflitto più grave nel quale non si combatterà più per interposta persona? E in che posizione si troverebbero i militari italiani di stanza in Libano?

Le responsabilità occidentali sono evidenti nell’approvazione della strategia del caos statunitense: “rivolte arabe”, golpe e bombardamenti atlantici hanno favorito negli ultimi cinque anni il diffondersi del terrorismo in Siria contro il legittimo Governo di al-Asad. La UE ovviamente non funziona da nessun punto di vista, a maggior ragione perché non esiste a rigor di trattato un Ministro degli Esteri europeo: ogni paese si muove più o meno per conto suo, ma nei limiti dell’occupazione atlantica. I militari italiani di stanza in Libano sono a rischio come qualsiasi altro contingente internazionale in zona di guerra; i tentativi “tricolori” di portare avanti un rapporto autonomo in quell’area hanno ricevuto un brusco stop dopo l’omicidio statunitense di Nicola Calipari. Difficile che ora l’Italia abbia la forza di condurre una politica differente da quella degli Stati Uniti d’America: se Washington affonderà, Roma cadrà insieme a lei.

Intervista a cura di Enrico Galoppini

La vergogna dell’8 settembre 1943: intervista a Pietro Cappellari

“Il Discrimine” ha posto alcune domande a Pietro Cappellari, storico (*), sul significato di una data simbolica e nefasta per i destini della nostra patria, l’8 settembre 1943.


Che cosa è, nei fatti, l’8 settembre 1943? Come si arriva al cosiddetto “armistizio” e al cambio di alleanze?

badoglio8settembreL’8 Settembre è esattamente la “morte della Patria”, ossia la fine della Nazione italiana come Stato avente una propria missione e un primato da esercitare, la fine di un comune sentimento di Patria nel popolo italiano. Una rottura tragica ed epocale che affonda ovviamente le sue radici nel colpo di Stato del 25 Luglio 1943 (arresto di Mussolini e fine del Regime fascista), di cui sono corresponsabili la Monarchia, le alte sfere militari e la destra interna al PNF (che sperava in una successione al Duce, ma venne poi esautorata). Il processo scatenante del colpo di Stato è ovviamente la crisi militare irreversibile iniziata dopo la sconfitta di El Alamein (Novembre 1942) e resasi drammatica dopo l’abbandono della Tunisia (Maggio 1943). La destra fiancheggiatrice il Regime (circoli di Corte, militari, ma anche Confindustria e Chiesa cattolica) cercarono allora di salvare il salvabile, ossia se stessi, liquidando il Fascismo, provocando però un collasso morale che – per incapacità e vigliaccheria dei nuovi “amministratori” dell’Italia – condusse all’8 Settembre.

Si può parlare unicamente di “tradimento” oppure anche chi si arrese aveva le sue ragioni, visto l’andamento negativo della guerra? O non si deve pensare, piuttosto, all’esito finale di una manovra che parte da lontano e che durante tutto il conflitto tese a sabotare scientificamente l’operato delle nostre Forze Armate? Che idea ti sei fatto studiando a fondo quegli anni?

cosiddetto_armistizioNon fu un armistizio, assolutamente no, ma una resa incondizionata che contemplava il passaggio al nemico (senza nemmeno dichiarargli guerra). Il che corrisponde, quindi, a un tradimento di carattere epocale. Oltretutto, esponeva i soldati italiani (abbandonati a loro stessi) al rischio di venir considerati franchi tiratori, con tutte le drammatiche conseguenze che Badoglio conosceva benissimo e che in diversi casi furono attuate (cfr. Cefalonia). È ovvio che valutando serenamente gli avvenimenti tra il 1940 e il 1943, si ha un quadro della situazione disarmante. Parte delle Forze Armate italiane, penso prima di tutto alla Regia Marina, non vollero combattere e fecero di tutto per sottrarsi allo scontro. Se a ciò si aggiunge che diversi Alti Ufficiali italiani erano sul libro paga degli Angloamericani (cfr. i famosi “Articoli 16”) non ci vuole poi molto a capire come l’Italia sia crollata militarmente, nonostante – questo non bisogna mai dimenticarlo – l’eroismo dei suoi soldati, cancellato dai libri di scuola perché mai nessuno potesse affermare che gli Italiani si batterono con onore. Per la sinistra italiana dovevano essere dipinti solo come “miserabili” mandati a morire da Mussolini. La storia non è questa, ovviamente.

Che cosa rappresenta oggi, nella vita concreta degli italiani, il retaggio degli avvenimenti che ebbero luogo settant’anni fa? Quali conseguenze paghiamo ancora? Te lo chiedo perché molti ritengono che si tratti solo di questioni ormai superate, mentre a mio avviso la nostra sudditanza agli interessi occidentali ed atlantici deriva in prima istanza dalla nostra sconfitta bellica. Tutto il resto è stato un lento ma consequenziale sviluppo di quella catastrofe.

italia-bananaCon la sconfitta militare dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale la nostra Nazione non ha subito solo danni irreparabili nel prestigio o immediati, come la mutilazione dell’Istria e della Dalmazia e il conseguente sterminio degli Italiani di quelle terre con l’estinzione della civiltà italiana nell’Adriatico Nord-Orientale. L’Italia è divenuta una “colonia”, sotto il controllo statunitense. Non ha mai avuto una vera e propria politica estera degna di questo nome e i Governi democratici che si sono succeduti nel corso dei decenni – vera e propria longa manus di poteri d’Oltreoceano – hanno puntato ad una progressiva denazionalizzazione, privando lo Stato italiano dei suoi presupposti naturali, quali i confini e, addirittura, la Sovranità, ceduta ad organizzazioni internazionali prive di legittimità popolare quali la NATO, l’ONU, l’Unione Europea, ecc. Se si eccettua il breve scatto d’orgoglio di Craxi (cfr. questione di Sigonella), i Governi democratici italiani hanno proceduto alla liquidazione dell’Italia come Nazione. Gli effetti di questa politica sono oggi sotto gli occhi di tutti. La crisi economica e solo l’aspetto più evidente del collasso morale in cui è stata precipitata l’Italia.

Quest’anno le “autorità” della cosiddetta Repubblica Italiana non hanno ritenuto opportuno calcare troppo la mano nel “commemorare” positivamente l’8 settembre così come in occasione del 25 aprile (e anche del 25 luglio). Complice il malcontento che monta tra la gente?

Credo essenzialmente che oggi ben pochi sanno cosa sia avvenuto l’8 Settembre 1943. L’imbarazzo di molti esponenti di questa repubblichetta davanti agli eventi storici è a dir poco colossale. Si preferisce sorvolare su episodi su cui, prima di tutto, regna un’immensa ignoranza. Bastano motti e parole d’ordine false – finanziate con soldi pubblici – per stendere una fitta nebbia sull’evento e pensare immediatamente ad altro.

sbarcoNettunoChe cosa ti senti di consigliare ai giovani e a tutti coloro che, al di là delle loro idee politiche, sono sinceramente orientati verso la conoscenza della verità storica? Ci sono delle fonti storiografiche, recenti e non, particolarmente consigliabili?

Oggi si può accedere a una vasta mole di studi revisionisti che permettono di orientare il giovane ricercatore verso la realtà storica. Quello che consiglio sempre è spogliarsi di ogni ideologia o visione del mondo e cercare con le proprie forze documenti e riscontri oggettivi su un dato evento. Affidarsi agli altri è solo un falso punto di partenza.

Pensi che un giorno l’Italia riuscirà a superare il trauma dell’8 settembre? Per come la vedo io ciò sarà impossibile fintantoché durerà la nostra settantennale occupazione, ma non vedo affatto inutile cercare e divulgare la verità storica, perché sono sicuro che un giorno, quando questa situazione deprimente finirà, verranno finalmente riconosciute le ragioni di coloro che, ostacolati e vilipesi da questo regime di marionette (compresi quei politici che alla fine si son dimostrati come tutti gli altri…), hanno tenuto duro per tutto questo tempo.

Nessuno può dire cosa ci riserverà il futuro, anche se i tristi e gravi scenari di guerra che si profilano all’orizzonte non fanno pensare a nulla di buono. L’invasione di immigrati che metterà a repentaglio le nostre identità nazionali e minaccerà come mai la stessa civiltà romano-germanica dalla quale nacque l’Europa pone delle scelte radicali e coerenti. Solo chi rimarrà in piedi sulle rovine potrà guidare la rinascita dei popoli europei.

(intervista a cura di E. Galoppini)


cappellari(*) Pietro Cappellari è nato a Latina nel 1975, risiede a Nettuno (Roma). Ufficiale riservista dell’Esercito Italiano, laureato in Scienze Politiche presso l’Università “La Sapienza” di Roma, Master dell’Istituto “Enrico Mattei” di Alti Studi sul Vicino e Medio Oriente, Laurea Magistrale in Storia e Società; vincitore del premio di laurea “Tullio Zuliani” dell’Istituto Storico della RSI (2002); del 2° premio in Scienze Storiche “Prof. Marco Balzarini di Lusingano” (Premio Internazionale “Giuseppe Sciacca” – L’Aquila, 2004); del Premio Letterario “Ettore De Franchi” (Anzio, 2010).

È stato Responsabile culturale del Comitato Pro 90° Anniversario della Marcia su Roma (Perugia 2012), del Comitato Pro 70° Anniversario dello Sbarco di Nettunia (Anzio-Nettuno 2014) e del Comitato Pro 70° Anniversario della RSI in Provincia di Rieti (Leonessa 2014). Docente in Storia Contemporanea dell’Accademia Delia, ha collaborato con la West Virgina University (USA) e la Fondazione della RSI – Istituto Storico. Attualmente è Responsabile culturale del Comitato Nettunese Pro Gabriele d’Annunzio e del Comitato scientifico della Herald Editore.

Ha curato la mostra Fiume-d’Annunzio-Nettuno. Il Poeta armato e le sue città (Nettuno, Settembre 2013).

È autore di Illustri nettunesi (2004); I Legionari di Nettunia. I caduti della Repubblica Sociale Italiana di Anzio e Nettuno (2009); Lo sbarco di Nettunia e la battaglia per Roma (2010); Santità, chi è stato? Bombe angloamericane sul Vaticano (2011); Nettunia, una città fascista (2011); La “Fatima della RSI”. Maggio 1944: le apparizioni mariane di Ghiaie, tra speculazione politica e realtà storica (2011); Carabinieri in Africa Orientale Italiana. Immagini da un Impero (2013); La Guardia della Rivoluzione. La Milizia fascista nel 1943 (2013); e Il fascismo ad Anzio e Nettuno (2015).

Ha curato la pubblicazione di Una Patria, una Nazione, un Popolo. Il Risorgimento italiano dai moti per l’Unità alla Repubblica Sociale 1831-1945 (2011); e Marciare su Roma. Atti del Convegno di Studi Storici del Comitato Pro 90° Anniversario della Marcia su Roma (2013).

Su alcuni aspetti dell’opera di René Guénon. Intervista a Claudio Mutti

René Guénon, con la sua provvidenziale opera, ha contribuito a fecondare ambienti culturali innegabilmente eterogenei. Nonostante i concetti a cui Guénon fa riferimento siano estremamente limpidi nella loro esposizione, non è raro riscontrare qualche incomprensione in merito ad alcune “nozioni chiave” – soprattutto negli ambienti meno ortodossi – su cui varrebbe la pena di soffermarsi. Ringraziamo il professor Mutti, fondatore delle Edizioni all’Insegna del Veltro, per aver gentilmente contribuito, con le sue risposte, a chiarire i malintesi più diffusi in merito agli scritti del metafisico francese. Il professor Mutti ha pubblicato per la sua casa editrice due titoli di Guénon (La metafisica orientale e Recensioni), un libro di Vâlsan su alcuni aspetti dell’opera guénoniana (La funzione di René Guénon) e, infine, un proprio studio sull’influenza esercitata dall’opera di Guénon in Romania (Eliade, Vâlsan, Geticus e gli altri).

                                                                Cristina Gregolin

 

Guénon scrisse molto poco sull’Islam, tradizione che alla fine scelse sopra le altre come propria via. Qual è stato il motivo di questa scelta?

guenon1La parte dell’opera di Guénon specificamente consacrata ad argomenti islamici è costituita da quei saggi che sono stati raccolti sotto il titolo complessivo di Aperçus sur l’ésotérisme islamique et le Taoïsme, anche se non bisogna dimenticare che un libro fondamentale come Le Symbolisme de la Croix, dedicato “alla venerata memoria dello Shaykh Abd er-Rahman Elish al-Kebir”, ispiratore di importanti sviluppi dell’esposizione metafisica di Guénon, è considerato da alcuni un vero e proprio testo di metafisica islamica. In ogni caso, dopo la tradizione indù, è l’esoterismo islamico la fonte più utilizzata da Guénon per la sua esposizione delle dottrine metafisiche. Per quanto concerne il motivo che indusse Guénon ad integrarsi nella tradizione islamica, occorre prendere in considerazione quelle caratteristiche che, in generale, rendono praticabile l’Islam anche ad un Europeo. Infatti l’Islam, oltre ad essere geograficamente contiguo all’Europa, con la quale ha storicamente intrattenuto relazioni di natura spirituale, non pone pregiudiziali relative all’appartenenza etnica o areale, diversamente da quanto avviene nel caso di altre forme tradizionali, cosicché le modalità iniziatiche offerte dall’esoterismo islamico si conformano abbastanza bene alle possibilità di un Europeo che sia in possesso delle qualifiche necessarie.


Spesso si dice che “lo Spirito soffia dove vuole”. C’è una possibilità di ascesi spirituale e di salvezza al di là della Tradizione?

Con la frase “Spiritus ubi vult spirat” il Vangelo di Giovanni afferma la perfetta libertà dell’ispirazione divina e la sua completa autonomia dalla volontà dell’uomo, per cui quest’ultimo non la può costringere in nessun modo. Tale frase non può rappresentare un alibi per chi sostenga la possibilità di una realizzazione spirituale che prescinda dall’insegnamento tradizionale, perché ciò equivale ad ignorare quelle vie che sono state provvidenzialmente istituite affinché l’uomo sia messo in grado di accogliere l’ispirazione divina e a farla fruttificare.


Che bisogna pensare del sincretismo? In quali forme si manifesta? Può essere considerato un caso di sincretismo, ad esempio, la pratica simultanea dello yoga e dei riti islamici?

Il sincretismo è un procedimento profano che consiste nel riunire dall’esterno elementi appartenenti a forme tradizionali diverse, considerati in se stessi e per se stessi, separandoli dal loro principio e quindi dalla loro vera ragion d’essere. Ciò avviene senza che vi sia la comprensione di ciò che tali elementi rappresentano nel contesto d’origine e senza che essi siano unificati da un principio d’ordine profondo, come sarebbe invece nel caso di una sintesi autentica. Come esempi tipici di sincretismo, Guénon cita il teosofismo e l’occultismo, che, in quanto contraffazioni della tradizione, recano per l’appunto un marchio controiniziatico. Per quanto riguarda in particolare lo Yoga, dovrebbe essere superfluo ricordare che non si tratta di una ginnastica da camera, bensì di una disciplina tipicamente ed esclusivamente indù, la quale ha come obiettivo quella “unione” (dell’io col Sé universale) che l’Islam persegue coi suoi mezzi specifici.


funzione_guenonPotete esporre qualche considerazione in relazione all’élite spirituale a cui Guénon fa spesso riferimento? Quali sono le qualificazioni richieste?

Guénon afferma che le qualificazioni richieste a coloro che in Occidente dovranno costituire l’élite sono quelle stesse che vengono richieste per l’iniziazione, dal momento che l’élite da lui auspicata è un’élite iniziatica, la quale dovrebbe per di più costituire il punto d’incontro con le élites dell’Oriente tradizionale. Le qualificazioni richieste, quindi, non hanno nulla a che vedere con l’istruzione e con l’erudizione profane, ma riguardano la pura capacità intellettuale. D’altronde l’élite delineata da Guénon è essenzialmente un nucleo intellettuale, al quale viene assegnata la funzione di costituire da tramite per ricondurre la mentalità generale verso le fonti autentiche dell’intellettualità. Solo la creazione di un’élite di questo genere, secondo Guénon, potrebbe salvare l’Occidente dalla caduta nella barbarie, anche se lo stesso Guénon dichiarava di non sapere in quale modo l’élite si sarebbe costituita ed aggiungeva che, nel caso, si sarebbe trattato di un futuro lontano e che comunque era bene non farsi troppe illusioni. Certo, qualora riuscisse a costituirsi prima della scomparsa definitiva della civiltà occidentale moderna, l’élite intellettuale svolgerebbe la stessa funzione dell’arca al tempo del diluvio.


Quale consiglio potrebbe dare Guénon – se fosse ancora presente in questo stato di manifestazione – ai contemporanei che ancora vedono la realizzazione spirituale come una necessità esistenziale? Cosa direbbe invece a tutti coloro che vedono nell’iniziazione soltanto un passatempo?

L’aspirazione alla realizzazione spirituale presuppone la consapevolezza del fatto che l’individualità umana è solo uno stato nella serie indefinita degli stati dell’essere totale, per cui la situazione di chiusura nel mondo umano può apparire come la prigionia all’interno di un carcere; in altri termini, la limitazione nell’ambito individuale, separato dagli stati sopraindividuali e dal Principio in cui risiede il vero Sé, non può non presentarsi come una sorta di mutilazione. Quindi l’iniziazione, che ha lo scopo di superare le possibilità dello stato umano, rendendo possibile il passaggio agli stati superiori e perfino il superamento di ogni stato condizionato, non corrisponde al desiderio di raggiungere una meta ambiziosa o di conseguire un grado socialmente prestigioso, ma piuttosto alla necessità fondamentale di conseguire un rimedio in grado di rimettere le cose al loro posto.


muttiIn cosa consiste, al giorno d’oggi, quella che Guénon identificò col termine “controiniziazione”?

Come è noto, Guénon chiama “controiniziazione” la forza che svolge nei confronti della “controtradizione” una funzione analoga a quella svolta dall’iniziazione nei confronti di una tradizione. Si tratta quindi di una contraffazione parodistica, la cui origine, secondo lo stesso Guénon, si ricollegherebbe alla perversione di qualche antica civiltà situata in un continente scomparso nel corso dell’attuale manvantara. Al giorno d’oggi, perciò, la controiniziazione non può essere altro, di per sé, se non ciò che essa è stata in precedenza. La novità, se mai, riguarda il fatto che nei tempi ultimi la controiniziazione è destinata a produrre la parodia di una vera tradizione, ovviamente nei limiti che ogni contraffazione comporta. Per quanto riguarda le particolari produzioni contemporanee in cui è possibile scorgere un marchio controiniziatico, a colpire l’attenzione sono quelle in cui è evidente la contraffazione di una concezione tradizionale. Si pensi, tanto per citare un paio di esempi, a forme di culto parodistiche e invertite quali la cosiddetta “religione olocaustica” o l’idolatria dei “diritti umani”.


La psicanalisi può essere considerata una pratica controiniziatica?

Come altre pratiche in cui è evidente il marchio della controiniziazione, così anche la psicanalisi presenta i caratteri tipici di una contraffazione parodistica. Essa costituisce infatti una parodia profana di quel descensus ad inferos che precede le fasi preliminari dell’iniziazione; solo che, diversamente dal processo iniziatico, qui si tratta di una discesa alla quale non fa seguito alcuna risalita. D’altronde ritroviamo nella psicanalisi un altro aspetto inquietante, tipico delle contraffazioni ispirate dalla controiniziazione, ed è l’obbligo dello psicanalista di essere a sua volta psicanalizzato, se vuole che gli sia trasmessa, attraverso una “catena” di cui rimane oscuro l’anello iniziale, l’influenza psichica necessaria all’esercizio della professione. Infine, un carattere che Guénon definisce “satanico” è intimamente connesso alle interpretazioni psicanalitiche del simbolismo o di ciò che viene considerato tale, poiché tali interpretazioni sono caratterizzate da un sovvertimento totale. Quanto all’applicazione della psicanalisi a scopo terapeutico, Guénon ne denuncia l’elevato livello di rischio, sia per chi pratica tale “terapia” sia per chi la subisce. Essa infatti può solo portare alla superficie la cloaca psichica di un essere che, essendo psichicamente debole e incapace di resistere all’azione di sovvertimento, rischia di sprofondare nel fiume infernale cui si richiama programmaticamente lo stesso Freud col motto da lui preposto al libro sui sogni: “Flectere si nequeo Superos, Acheronta movebo”.


considerazioni_via _iniziatica_guenonPuò essere considerata “controiniziatica” la pratica
rituale seguita nell’iniziazione se non si ha il permesso di esercitarla?

Il valore di un rito iniziatico esercitato senza il necessario permesso dell’autorità tradizionale è nullo. L’intenzione di praticarlo è condizione necessaria ma non sufficiente, essendo indispensabile il ricollegamento ad un’organizzazione tradizionale regolare. Non si può dire, tuttavia, che nel caso in questione si configuri un comportamento controiniziatico, poiché manca quell’aspetto di contraffazione parodistica che, come abbiamo visto, costituisce il marchio tipico della controiniziazione.


Guénon evitò sistematicamente di trattare alcuni temi, che però si trovano citati nei suoi scritti. Cosa dovremmo sapere in merito a certe influenze sottili, psichiche o demoniache di cui Guénon non ha mai scritto?

In realtà nell’opera di Guénon si trovano alcune pagine illuminanti relative alle cosiddette “influenze erranti” (così chiamate dal titolo di un trattato taoista che Matgioi aveva tradotto dal cinese). Si tratta di forze sottili che in alcuni casi hanno esistenza autonoma, mentre in altri casi derivano da elementi psichici disintegrati, provenienti da organismi viventi, per lo più umani. Coloro i quali manipolano queste forze, si tratti di esseri umani o di demoni, conferiscono ad esse un’esistenza artificiale e precaria che è come un’ombra della loro propria individualità. Spesso capita che certe persone naturalmente predisposte esercitino su queste forze un’azione particolare, condensandole o dissolvendole. Si tratta per lo più di medium o di stregoni e comunque di individui di basso livello spirituale, poiché coloro i quali hanno una conoscenza completa delle “influenze erranti” in genere rifiutano di impiegarle per suscitare fenomeni che stupiscano la gente o ne soddisfino la curiosità.


re_mondo_guenonIl Re del mondo è un libro un po’ controverso; molti faticano a capire a chi se riferisca veramente Guénon. Potete darci qualche delucidazione in merito?

Il Re del mondo è essenzialmente un principio archetipico, che potremmo definire come l’Intelletto legislatore del nostro ciclo d’esistenza. Epifanizzandosi in un centro spirituale, questo archetipo viene rappresentato da una funzione (pontificale e regale) che, simile a quella dell’aristotelico “motore immobile”, reca il titolo e gli attributi del legislatore primordiale e costituisce la fonte d’ogni autorità e d’ogni potere legittimo. Guénon afferma che la dottrina concernente il Re del mondo è presente in ogni forma tradizionale. Lo dimostrano infatti concezioni come quella del Wang nella tradizione estremo-orientale, il culto di Cristo Pantocratore nel cristianesimo, la funzione califfale nell’Islam ecc.


Vi è un altro argomento che, nonostante le varie delucidazioni esposte da Guénon, mantiene una sorta di nebulosità concettuale: la reincarnazione. Potete riassumere sinteticamente il modo corretto nel quale questo termine andrebbe considerato?

Il termine “reincarnazione” (che andrebbe distinto da altri quali “metempsicosi” e “trasmigrazione”) indica l’assunzione di un’altra vita corporea dopo la morte, ossia il ritorno ad uno stato attraverso cui l’essere è già passato. Tale termine corrisponde ad una concezione che Guénon ritiene insostenibile, poiché, egli argomenta, essa comporta una ripetizione nell’ambito della Possibilità universale e quindi una limitazione di quest’ultima. In realtà, nessun essere può passare due volte attraverso lo stesso stato e quindi nulla può mai tornare al medesimo punto, nemmeno in un insieme limitato quale è il mondo corporeo. Diverso è il caso in cui elementi psichici presenti in un individuo umano passano, dopo la morte, in un altro essere vivente; ma in tal caso si tratta del trasferimento di elementi mortali, non di ciò che costituisce l’essenza imperitura della realtà umana.


regno_quantita_guenonIl regno della quantità sembra essersi realizzato. Cosa avrebbe detto Guénon in merito alle nuove tecnologie, ad un mondo immateriale e virtuale nel senso più profano del termine?

Già una settantina d’anni fa, in Le Règne de la quantité et les signes des Temps, René Guénon osservava come stesse ormai prendendo piede quella tendenza che, conducendo uomini e cose verso la quantità pura, è destinata a risolversi definitivamente soltanto nella dissoluzione del mondo attuale. Come sintomo di ciò, egli indicava il fatto che il materialismo vero e proprio avesse ormai perso terreno nel campo delle teorie scientifiche e filosofiche, al punto che la nozione stessa di materia cominciava a scomparire. Che Guénon avesse visto in maniera chiara il carattere immateriale e virtuale del mondo in cui oggi viviamo è dimostrato anche, in quel libro del 1945, dal capitolo relativo alla “degenerazione della moneta”, dove è possibile trovare questa stupefacente previsione: “si può immaginare un termine, che vieppiù si avvicina, in cui essa (la moneta, ndr) avrà perduto ogni ragion d’essere, anche semplicemente ‘pratica’ o ‘materiale’, e dovrà sparire quasi di per se stessa dall’esistenza umana”. Per quanto riguarda in particolare le nuove tecnologie, l’informatica ne costituisce un caso esemplare, poiché essa mostra in maniera evidente la dissoluzione della scrittura, la quale, dopo lo stadio rappresentato dal libro a stampa, è passata ad una forma virtuale che Guénon chiamerebbe di “volatilizzazione”. D’altronde, qualora si volessero considerare le tecnologie da una prospettiva ispirata ai riferimenti mitici e simbolici cui Guénon fa frequente ricorso, non si potrebbe prescindere dal nesso fondamentale esistente fra la tecnica e i Titani (o i Cabiri, i Dattili, i Telchini), né ignorare che, sotto il profilo spirituale, il tecnico è monocolo come i Ciclopi ed è zoppo come Efesto.


Cosa ci si deve aspettare secondo Guénon nei prossimi tempi?

Secondo Guénon, il regno della quantità è destinato a culminare nel dominio della controtradizione, che sarà contrassegnato dall’imitazione caricaturale e parodistica della tradizione e della spiritualità. Si tratterà, sostanzialmente, del regno dell’Anticristo (il “Messia Impostore” della tradizione islamica), ossia di colui che, lo si intenda come individuo o come collettività, sintetizzerà in sé tutte le potenze della controtradizione e proietterà nel mondo le influenze malefiche da lui rappresentate. L’Anticristo, la cui individualità sarà sviluppata in modo mostruoso, costituirà la sintesi di tutto il simbolismo invertito che caratterizza la controiniziazione: anziché realizzare la fusione nell’Unità principiale, realizzerà la confusione universale. Pur essendo l’essere più lontano dal Centro, assumerà i simboli del Cristo, ma assegnerà ad essi un valore diametralmente opposto.

Fonte: “Heliodromos”, n. 25-26, Equinozio d’Autunno-Solstizio d’Inverno 2014, pp. 37-44 (per gentile concessione della Rivista).