Le menzogne mediatiche: un problema spirituale?

di Enrico Galoppini

mediaCi risiamo: la nuova “guerra umanitaria” della Nato, questa volta in Libia, presumibilmente si concluderà con un “successo”. Col consueto contorno, prima, durante e dopo, di “rivelazioni sulle atrocità del regime”, sui “diritti umani violati”, sui “crimini contro l’umanità” ecc.[1] Il tutto mirato alla creazione d’uno stato d’animo funzionale ad un obiettivo pratico: la distruzione di uno Stato prospero immediatamente relegato, nella persona dei suoi dirigenti, al rango di associazione a delinquere. Con qualche ‘progresso’ propagandistico, rispetto alle versioni precedenti, quando a dover suscitare “commozione e indignazione” erano i kosovari, i curdi, “le donne afghane”: questa volta i “buoni” hanno ammesso sin da prima dell’intervento armato occidentale in Libia che alcune “notizie” erano state inventate di sana pianta, dalle “fosse comuni” ai “bombardamenti sui manifestanti” (ovviamente “pacifici”) serviti da scusa “umanitaria” per l’intervento armato[2].

Eppure, come se nulla fosse, sono andati avanti secondo un piano preordinato, grazie ad una pretestuosa “risoluzione dell’Onu”[3], con la “no-fly zone” d’irachena memoria imposta per facilitare bombardamenti mirati non a “proteggere i manifestanti” (in realtà ribelli armati e nient’affatto “spontanei”), bensì a ridurre la Libia nelle condizioni in cui versa l’Iraq da quando è stato oggetto dell’invasione e del saccheggio occidentale. Già che ci siamo, prima di passare all’argomento dell’articolo, è il caso di osservare che con l’Iraq “liberato” è stata inaugurata una nuova stagione rispetto a quella delle precedenti invasioni anglo-americane della Seconda guerra mondiale sul suolo europeo: a giochi conclusi, non ci si preoccupa più di costituire neppure un barlume di governo, dotato di una certa “autorevolezza”, ma solo un suo simulacro da esibire in giro nei “forum” internazionali, mentre le varie fazioni etnico-ideologico-religiose vengono aizzate una contro l’altra all’infinito (magari armandole tutte contemporaneamente!). Nel frattempo, i “liberatori” costruiscono enormi basi militari utili per la prossima guerra di conquista e pompano a pro loro tutto il petrolio, superprotetto da eventuali “attacchi terroristici” che invece devono continuare a rendere la vita della popolazione locale un inferno[4].

Ma torniamo al quadro d’insieme sulle menzogne mediatiche che hanno accompagnato e, soprattutto, coadiuvato l’aggressione alla Libia (i “media” sono un’arma a tutti gli effetti). Ad aumentare l’ottundimento e l’angoscia del tele suddito planetario[5] ci si sono messe le immagini dei “barconi” carichi di “profughi”, i quali, se davvero adesso il Nord Africa – Tunisia in primis – si fosse “liberato dai tiranni” e “democratizzato” come ci assicurano, non si capisce perché mai proprio ora dovrebbero partire a frotte! Forse i “regimi” contro i quali si è scatenata la ‘collera democratica’ rappresentavano un argine a questo fenomeno che, altrimenti, rischia di diventare un’invasione vera e propria? Non lo sapremo mai, come non sapremo mai nulla di nulla, su tutta la linea, perché certamente il compito dei “media” non è quello di dire la verità.

Non dico di “informare”, perché invece quello lo fanno egregiamente, essendo appunto la loro missione statutaria quella di “dare forma” alla mente dell’uomo, ridotto a cane di Pavlov che risponde automaticamente ad istinti preordinati. Basta trasmettere qualche fotogramma sgangherato ed ecco che “Teheran è nel caos”, “il regime siriano massacra” eccetera… Insomma, “media” e verità sono come il diavolo e l’acqua santa.

Si dirà che tv e giornali sono uno strumento, come altri, al servizio di interessi, e che pertanto è in fondo ozioso lamentarsi che non riportino le cose come stanno, innanzitutto perché essendo pagati da qualcuno dovranno per forza fare gli interessi di quel qualcuno (e già questa solare evidenza non è considerata dai più, che credono a favole quali quella dei “media indipendenti”!). I più scafati obietteranno invece che la verità a 360° non può essere mai riferita, e questo è corretto, perché bene o male – anche se si tendesse all’oggettività più pura, del resto irraggiungibile – si verrà sempre condizionati dalle proprie simpatie, desideri, preferenze ideologiche ecc. Ma da qui alla presa d’atto che i “nostri” corrispondenti hanno sin dall’inizio parlato unicamente alle spalle dei “buoni” di turno (gli “insorti libici”) c’è una bella differenza: una delle parti in gioco viene semplicemente cassata, descritta tutt’al più come un’entità fantasmagorica dai tratti malefici (il governo libico, trasformato in “fedelissimi di Gheddafi”, mentre l’esercito libico diventa “le milizie del ra’is”).

Ma anche in questo caso, in fondo, sebbene la cosa possa provocare sconcerto e disgusto, siamo nel campo della ‘ordinaria amministrazione’, perché non si vorrà certo credere che tutti questi soldi vengano profusi nei “media” per fornire un servizio “obiettivo”. Eppure va detto che anche a quest’altra storiella sono in molti a credere… in specie quando si tratta dei “media anglosassoni”, ai quali in Italia viene attribuita del tutto ingiustificatamente, per un indotto senso d’inferiorità, una “professionale imparzialità”…

Salendo ulteriormente nella scala della consapevolezza di che cosa sono i “media”, vi sarà però sempre chi, pur prendendo atto che ciascun “medium” tira l’acqua al mulino di chi ci mette i soldi e che “l’oggettività” è pura fantasia, obietta che è la sommatoria di tutti i media a fornirci un quadro della situazione quanto più possibile tendente all’oggettività (di qui le “rassegne stampa”, che all’insaputa dei più escludono i pochissimi giornali “non allineati” ad una delle ‘varianti sul(l’unico) tema’ ammesse). E questa è la favola di chi crede comunque ai benefici e alle virtù della “società dell’informazione”, dove per magia tutti possono “sapere” tutto su ogni cosa[6].

Dunque, ricapitolando, i media non possono fare altro che quello che fanno. Perché vengono pagati per consolidare gli interessi e le posizioni di dominio dei loro finanziatori, che coincidono con coloro che dominano, a tutti i livelli (materiale, mentale e (pseudo)spirituale le “società democratiche”); non per “riportare i fatti”, i quali vengono letteralmente “fabbricati”, riferiti in parte, enfatizzati, minimizzati ecc., quando non interviene l’omissione pura e semplice; omissione che rappresenta la miglior forma di traviamento del pubblico che dà credito a questa macchina di riproduzione del consenso, la quale agisce perlopiù in contesti in cui il governo, il cosiddetto “potere politico”, è un mero esecutore – a mo’ di cameriere – di interessi finanziari-speculativi apolidi, senza bandiera: i politici “camerieri dei banchieri”, li chiamava Ezra Pound, coi giornalisti che in questo festival della turlupinatura di massa costituiscono una sorta di “clero”, in assenza, dal pubblico proscenio, dei veri uomini di religione, tutt’al più coinvolti loro malgrado in questa messinscena grottesca ad esclusivo uso e consumo dell’ideologia laicista (“preti pedofili”, “Vaticano retrogrado”, “Islam medievale” ecc.), con le uniche eccezioni dei bonzi festanti e “pacifici” (i ‘bonzi per i gonzi’, strumentalizzati in funzione anticinese) e dei professionisti del “dialogo interreligioso” che inscenano il carnevale degli “uomini di pace” da contrapporre al “fanatismo” di altri.

Tuttavia la ragion d’essere di queste righe, che prendono le mosse dalle bufale della propaganda attivata per conquistare la Libia, non è una disamina delle menzogne mediatiche, dei loro perché e per come, bensì una riflessione sugli uomini che si prestano a fornire la loro opera intellettuale al servizio di un apparato di sviamento dell’intero genere umano (i grandi “media” sono “globali”). Vuole essere perciò un contributo alla comprensione del perché così tanti esseri umani si mettano al servizio di un meccanismo perverso, perché questo è davvero l’elemento che colpisce di più.

La domanda può essere formulata nel modo seguente: i magnati degli oligopoli mediatico-finanziari fanno il loro gioco, ma perché così tanti pinco pallini qualsiasi si mettono entusiasticamente a disposizione, prestando la loro opera “intellettuale”, col risultato di consolidare la posizione di dominio di questi tiranni?

La cosa più sbalorditiva è dunque come possa accadere che a cuor leggero ci si metta al servizio di un sistema fondato sull’inganno e la menzogna. Anche in questo caso possono essere sollevate delle obiezioni: il “tengo famiglia” e la correlata autocensura che uno deve imporsi, la limitata capacità di vedere la dimensione dell’inganno (unita al rifiuto di credere che sia davvero totale), la sincera condivisione dei “valori” propagandati dall’apparato mediatico (“democrazia”, “libertà”, “diritti umani”) per cui si crede di svolgere effettivamente un “servizio all’umanità” aiutando i “nostri” a “liberare” a destra e a manca.

Tralasciando il caso in cui vi è sintonia totale tra missione dei media e ‘abito mentale’ suoi operatori, vi è da dire che sovente si configura, per l’addetto ai lavori, una vita di compromessi morali per cercare di sopportare la funzione assunta, la tensione che alla fine potrebbe esplodere all’interno di chi deve prostituirsi per raccontare versioni di comodo, menzogne ciclopiche e mezze verità ancor più travianti.

Ma un uomo che si mette al servizio di un’opera così sistematica di raggiro delle coscienze non può che diventare una scatoletta vuota, un burattino disanimato pronto a bersi e a far bere ogni baggianata. Un individuo che si riduce ad un automa che per sopravvivere non si pone più domande, altrimenti se realizzasse la perversione del meccanismo malvagio che contribuisce a sostenere potrebbe cadere in depressione o anche suicidarsi[7].

A questa nullità in cui deve trasformarsi il “professionista dell’informazione” corrisponde un pubblico non meno fatuo di lui. Infatti, tutti quanti, il giornalista e il suo pubblico, accettano a monte le cosiddette “regole del vivere civile”, altrimenti detto “mondo moderno”, che prescrivono, per “fare carriera”, di vendersi letteralmente l’anima. Sì, perché dire le bugie non fa venire il naso lungo ma oscura sempre di più l’anima.

E nel “mondo moderno” non vanno per la maggiore regole che favoriscono chi intende vivere, più che si può, senza mentire. Mentire innanzitutto a se stessi, poi, di conseguenza, agli altri, anche attraverso tv e giornali. E non si tratta solo dei “media”, ma di tutto un sistema.

Si pensi a quanti mentono sui farmaci, sui “prodotti finanziari” ecc. identificandosi con gli interessi e i “valori” delle cause farmaceutiche, delle banche e delle finanziarie, e via ingannando. Difatti, che cosa si può sperare da un consulente finanziario che per non dispiacere alla banca che gli “dà il pane” racconta menzogne sulle “fantastiche opportunità” di certi fondi d’investimento estremamente rischiosi? Che cosa sperare da un “tecnico” che ti spilla sempre 100 euro (!) per un lavoretto che il più delle volte nemmeno è fatto bene? E gli esempi potrebbero moltiplicarsi indefinitamente, in questa società malata che adora solo i quattrini, tant’è che la pubblicità, manifestazione lampante della menzogna presentata da “anima del commercio”, pervade ogni angolo scorcio del panorama urbano e addirittura gli abiti che indossiamo.

Il problema, perciò, non è tanto il giornalismo in sé, ma il desiderio di cercare la Verità che è stato conculcato dall’uomo cosiddetto “moderno”, o “occidentale”, che è lo stesso. L’uomo “moderno” e “laico” è stato disabituato, facendolo vivere in un modo scellerato e inconsapevole, all’idea stessa di “verità”. Di più: l’uomo “moderno” non riesce neppure più a concepire la Verità perché si è dimenticato che la può cercare solo ed esclusivamente dentro di sé. L’uomo che fa il “moderno” non può vivere “nella verità”, questo è il punto, perché se prova a viverci non può che rifiutare tutto l’andazzo che puntella la “modernità” e la fa sembrare il “migliore dei mondi possibili” o, addirittura, “l’unico mondo possibile” .

Ma un giorno dovremo tutti rendere conto di ciò in cui abbiamo creduto e di quel che abbiamo fatto, del “signore” che abbiamo adorato e servito; ma per i più quello avrà di volta in volta preso le sembianze del direttore del tal giornale, della tal casa editrice o ente culturale, della tal banca, impresa eccetera, per non parlare di chi ha creduto fondamentalmente in “se stesso” e basta, pensando di ‘farla franca’ con la frase fatta “tanto mica ho fatto del male a nessuno”… Lo zhâlim, “l’oppressore”, è innanzitutto chi fa “torto a se stesso”, vivendo ottenebrato (zhalâm: tenebre, oscurità) escludendosi dalla Luce (an-Nûr: la Luce, è uno dei nomi divini), che è l’unica “cosa” creata che è evidente di per sé, mentre tutto ha bisogno della Luce per “manifestarsi”. L’anima di un ottenebrato è come una stanza completamente buia, all’interno della quale nulla può più essere distinto, ma se comincia ad entrare uno spiraglio di luce si comincia a vedere qualcosa dei ‘tesori’ che cela e che possono essere così contemplati per conoscere davvero il Sé divino. L’uomo è un microcosmo completo, e se si pensa ad un mondo immerso nella completa oscurità si capisce che risulta impossibile compiervi il percorso di Conoscenza indicato dal celebre hadîth “Ero un tesoro nascosto e volli essere conosciuto, così ho creato la Creazione”, provvidenzialmente “illuminata” affinché l’uomo possa contemplarla in tutte le sue parti per ascendere a Lui. Assieme ad an-Nûr, al-Haqq, il Vero, è uno dei più potenti nomi divini: ora se Allâh è il Vero, l’unico “vero”, non è possibile per l’uomo vivere secondo verità mettendosi al servizio d’imprese dedite al traviamento e all’inganno sistematico. Chi va con lo zoppo impara a zoppicare e non è possibile giungere alla meta facendosi guidare da un cieco.

Da queste poche banali riflessioni si deduce che il problema da cui trae origine la congenita falsità dell’odierno “mondo dell’informazione” è in ultima istanza spirituale[8].

Perché se solo si avesse chiaro che si deve essere profondamente veridici, “servitori del Vero” – e delle conseguenze che comporta il non esserlo! – tutte queste “menzogne mediatiche” cesserebbero di esistere, per il semplice fatto che nessuno si abbasserebbe a fungere da megafono di turpi ed indicibili interessi che fanno degradare l’uomo al livello di una bestia parlante predisponendolo ad una ben triste fine. Ma siccome è stato fatto credere che la “verità non esiste”, né ha senso cercarla, e che questo è il ‘paradiso terrestre’ da “esportare” con la forza (anche se ciò prende le sembianze delle “manifestazioni democratiche”), ecco che una certosina e sistematica azione di ottundimento delle coscienze può replicarsi quotidianamente, a dosi omeopatiche, facendo apparire i vari Goebbels, additati quali “maestri della propaganda”, come dei pivelli sprovveduti.

Per cui, prendendo atto che l’unica speranza che abbiamo è orientarsi alla ricerca della Verità (che è solo dentro di noi, mentre fuori di noi dobbiamo reclamare un ordinamento, retto da uomini devoti e timorati di Dio, che faciliti tale improrogabile compito), lasciamo pure nel loro brodo – pregando che anch’essi si ravvedano un giorno – tutti questi saltimbanchi della menzogna e il pubblico che gli dà spago; e, piuttosto, indichiamo, innanzitutto, col valore dell’esempio (che vale più di milioni di parole), che l’unica via d’uscita da questo labirinto apparentemente senza sbocchi è mostrare di amare la Verità più di ogni altra cosa, al di là di qualsiasi contingenza e convenienza.

Solo servendo il Vero (al-Haqq), come Lui ci ha indicato nel Libro e nell’esempio virtuoso del Profeta, ci si mette al riparo dalla falsità e dalla menzogna, per diventare quello che si è: haqqânî (vero, autentico). Il vero “liberato” deve passare attraverso tutti i gradi della “servitù” (o dell’umiliazione), mentre oggi turbe stravolte dal loro ego reclamano “liberazioni” scalmanandosi nelle strade e scatenandosi come degli invasati: e la ‘liberazione’ arriva, ma non dal Cielo, bensì dai bombardieri dei “liberatori”!

Se un uomo non serve il suo Signore finirà inevitabilmente (il più delle volte incoscientemente) per servire Satana. Che non dice mai la verità, mentre il Signore la dice sempre (sadaqa Llâhu l-‘azhîm, “Allâh l’Immenso ha parlato con verità”, si aggiunge dopo la recitazione del Corano)[9].

Solo disponendosi su questa ‘lunghezza d’onda’ le piccole menzogne e la grande menzogna (“la verità non esiste”) cesseranno di far presa… Infatti, l’uomo – anche il più apparentemente “perso” – alla fine cerca sempre la Verità, ma se non la trova dentro di sé, o meglio non tende verso di essa con un “retto credo” (Îmân), un “retto culto” (Islâm) e una “retta azione” (Ihsân) , andrà a cercare una delle tante “verità” fuori di sé, tentando, per giunta, d’imporla agli altri, il che è un classico indizio d’insicurezza.

Se non si sta nella Verità si resta fondamentalmente “insicuri”. Di qui la brama dei signori del “mondo moderno” di voler controllare tutto e tutti, anche coi “media”, riflesso di quello hubb ad-Dunyâ (l’amore per il basso mondo) condannato a chiare lettere dal Corano come una causa di perdizione. Una verità fasulla, al fondo della coscienza, non soddisfa, non dà pienezza, lascia del vuoto, e per questo si assiste al tentativo – che assume nella storia le forme più disparate, ideologiche o religiose – d’inculcarla a tutti quanti, utilizzando qualsiasi trucco o meschino e diabolico artificio.

NOTE

[1] Chissà perché, dal 1945, sono sempre i “cattivi” a violare i “diritti umani” e ad essere accusati (dai “buoni”!) di “crimini di guerra”. I “buoni”, autodefinitisi tali, sono mossi solo da lodevoli intenzioni e non si macchiano mai di alcun crimine!

[2] Ad onor del vero lo sbugiardamento a tempo di record è avvenuto giusto perché una tv satellitare russa ha mostrato le frottole delle reti occidentali e di Aljazeera, la ‘Bbc araba’ nel vero senso del termine.

[3] Una, purché sia: è lo stesso scenario che va preparandosi per l’aggressione ai danni della Siria.

[4] Non esiste infatti uno straccio d’economista “autorevole” che ponga la fatidica domanda: “Che fine sta facendo il petrolio iracheno?”.

[5] Sarebbe riduttivo qualificarlo solo come “occidentale”, considerata la diffusione a macchia d’olio delle medesime bufale su tutto il pianeta.

[6] Si pensi al nucleare, di cui si discetta con estrema sicurezza a un “Porta a Porta” tra politicanti, soubrette e giullari di corte, mentre chissà perché un ingegnere nucleare deve spaccarsi il cervello per conseguire una specializzazione! Gli unici “esperti” abilitati a parlare, su qualsiasi argomento, sono solo quelli organici ad un carrozzone politico, col che si capisce che nessun “esperto” viene mai interpellato per il semplice fatto di essere tale.

[7] Probabilmente la maggior parte dei ‘megafoni’ della propaganda dei “liberatori” non ha mai visto le immagini delle tantissime famiglie fatte a pezzi in Afghanistan, in Iraq, in Palestina, in Libano, in Libia… per limitarsi ai soli paesi arabo-islamici. Per essi scatta l’indignazione solo per la “Neda” di turno, per i “profughi”, per le Torri gemelle…

[8] D’altra parte ogni “problema” ha la sua radice nel dominio spirituale, ma solo per un’abitudine, o meglio un ‘velamento’, siamo abituati a considerare “problemi sociali”, “politici”, “economici” ecc.

[9] La radice sâd-dâl-qâf dà luogo a termini quali sadaqa (elemosina, carità), sadîq (amico), sâdiq (veridico, attendibile).

Quei ‘buchi grigi’ nella “mappa del debito”

di Enrico Galoppini

banchieri-truffa-debito-pubblicoA margine della “catastrofe” del declassamento del debito degli Stati Uniti, domenica 8 agosto il “Corriere della Sera” ha pubblicato una sorta di “mappa del debito”, ovvero una cartina del mondo che evidenziava, con vari colori, il grado di “affidabilità” dei diversi Stati indebitati, secondo quanto dichiarato dalle “agenzie di rating”.

In questa sede non c’interessa discutere sul perché o il per come questo o quello Stato stava al vertice o al fondo della delirante classifica, che attribuisce tre A o una D secondo criteri che onestamente ci sfuggono, considerato che Paesi maggiormente indebitati del nostro non sembrano tenuti a procedere con le fatidiche “riforme strutturali”, le “privatizzazioni” e i “tagli” allo Stato sociale (quello che oggi chiamano “welfare”)…

Non c’interessa neppure porre la fatidica domanda “con chi sono indebitati e perché?”, che nessun “economista” osa avanzare sulle pagine degli “autorevoli” quotidiani…

Non ce ne frega niente, inoltre, della valutazione AA+ affibbiata con gran pompa agli Usa (e già ritirata il 16 agosto), perché ci sta che si tratti dell’ennesima sceneggiata in combutta coi loro veri padroni della finanza allo scopo di pompare sangue da noialtri europei a loro sottomessi dal secondo dopoguerra.

Ci preme piuttosto rilevare una cosa che nessun “esperto” intervistato dallo stesso quotidiano ha avuto il buongusto di far notare.

In mezzo ad una minoranza di Paesi tinteggiati con varie sfumature di azzurro, altri di verde ed altri ancora di rosso e di giallo, sulla mappa risultavano alcuni strani ‘buchi grigi’… Stati che S&P, Moody’s e Fitch non possono collocare nella loro rassegna dei polli da spennare semplicemente perché non sono indebitati!

Per un caso del tutto fortuito… quei “buchi grigi” fuori classifica corrispondono esattamente ai cosiddetti “Stati canaglia”: Iran, Siria, Libia, Sudan, Cuba e Corea del Nord… Più altri Paesi africani che evidentemente non meritano nemmeno la lettera D perché di fatto non esistono, essendo dei simulacri di Stati tenuti in piedi giusto per dare una parvenza di legalità al metodico sfruttamento operato dalle cosiddette “multinazionali” ai danni delle risorse che invece apparterrebbero alle popolazioni locali, distolte dal loro problema essenziale tra miseria e conflitti tra bande attizzati ad arte. E poi, cosa mai possono mai “restituire” Paesi già depredati di tutto punto? Meglio battere cassa dove vi è ricchezza da mungere, come in Italia, ad esempio…

Ah, dimenticavo, sulla medesima “mappa del debito” e della relativa capacità di rifonderlo, Israele era colorato di grigio… quindi, deducete voi il perché. Affari di famiglia?

Sono invece indebitati ben bene coi soliti Banca Mondiale, FMI e altri succhiasangue i “Paesi arabi moderati”, come l’Egitto, la Tunisia e la Giordania, e anche le monarchie di cartapesta del Golfo, amiche per la pelle dell’Occidente.

C’è chi ha scritto che una delle motivazioni che hanno indotto l’Occidente all’assalto della Libia – nella quale non si soffriva affatto “la fame”, né aveva aggredito Stati limitrofi – sia stata la brama d’impossessarsi delle enormi riserve auree tesaurizzate nella banca centrale di Tripoli, per non parlare del fatto che la Libia, piena di “valuta pregiata”, stava ormai utilizzando i propri fondi sia per entrare nell’economia occidentale, sia per sostenere progetti di sviluppo continentale in tutto il continente africano, che invece dev’essere eternamente devastato dagli stessi dispensatori di “progresso” che c’impietosiscono di continuo con le immagini di bambini scheletrici con le mosche negli occhi.

Ma la Libia non è “democratica”, che diamine, quindi andava attaccata… Così, oltre a renderci un involontario servizio facendoci comprendere che gli “Stati canaglia” non sono indebitati con l’usura mondialista, il “Corriere della Sera” ha anche plasticamente raffigurato un’altra verità: che “democrazia” significa “indebitamento”.

Una nazione “democratica” è la riduzione di un popolo ad una massa di “indebitati”, che per pagare addirittura gli “interessi sul debito” (il debito non si deve restituire, altrimenti lo strozzino perde il controllo!) dovranno ipotecare la loro stessa terra, i loro figli e la loro anima. Ed i primi che se la sono venduta sono quei delinquenti della “classe dirigente”, quelli coi sorrisi smaglianti delle riunioni a Bruxelles eccetera. Logico che pretendano la stessa cosa dai loro sottoposti, col pretesto del “pareggio di bilancio”.

Le “nazioni democratiche” alla fine diventano tutte uguali: tutti gli stessi stili di vita, tutti le stesse idee in testa, tutti le medesime priorità e scale di valori. Dietro il miraggio infantile della “democrazia”, mai realizzabile, si nasconde il più concreto interesse dei padroni del danaro creato dal nulla, che succhiata dopo succhiata, riducono ad invertebrate intere popolazioni un tempo fiere e orgogliose del loro passato, della loro cultura e religione, del loro essere se stesse.

Quello è il prezzo da pagare per l’indebitamento coi signori del denari creato dal nulla. Il disastro di una nazione, come quello dell’Italia appena cominciato tra le solite grida sconclusionate di chi sa di recitare una parte di un film che non è certo a lieto fine.

La “sovranità”, questa sconosciuta

di Enrico Galoppini

tricolore_strappatoDiciamocelo francamente: nelle differenti nazioni europee, di fronte alla “crisi”, ciascuno scrive e dice la sua sul modo più adeguato per uscirne, ma pressoché inesistenti sono le voci che si ergono per rivendicare la precondizione necessaria per poter dare una parvenza di realizzabilità a qualsiasi delle ‘ricette’ proposte…

Tra costoro vi è difatti chi auspica maggiori dosi di “società civile” e di “democrazia dal basso”, chi rivendica le ragioni del “socialismo”, variamente declinato, chi sostiene invece che dovremmo “decrescere” e “tornare alla natura”, chi addirittura ci ripete che non siamo abbastanza “liberali” e “liberisti”, quindi non sufficientemente “moderni”; chi infine, considera – certo con maggior acume – che, in fondo, questa “crisi” a tutti gli effetti planetaria è “di civiltà”, ma poi, in luogo di una dottrina e un esempio di carattere spirituale, ci sciorina la sua “ideologia religiosa” scambiando la “conversione interiore”, ovvero la metanoia[1], per una facile ricetta politica che d’incanto dovrebbe risolvere tutti i mali: “la soluzione è l’Islam!”, ripetono i fautori del cosiddetto “Islam politico” che tanto da scrivere danno ai cosiddetti “esperti d’Islam”.

Tutti, certo in varia misura, hanno una qualche ragione e colgono alcuni aspetti importanti, ma nelle loro argomentazioni, che è possibile quotidianamente leggere in svariati giornali e siti internet, vi è un grande assente, caduto nell’oblio più profondo: la sovranità.

Sovranità “nazionale” o “continentale” (la differenza non è di mero dettaglio), qui, ai fini del discorso che intendiamo svolgere, poco importa[2]. In primo luogo, manca nella maggioranza delle persone, in Europa, nel cosiddetto “Occidente”, l’anelito ad essere signori sulla propria terra; a non dover rinunciare, a beneficio di estranei, a questa prerogativa; a detenere insomma il possesso delle “chiavi di casa”!

Il nocciolo della questione del “comandare a casa propria” non sta però negli sbrigativi e roboanti termini posti da movimenti “identitari” sorti un po’ dappertutto in Europa dopo la fine del blocco sovietico. Sebbene non sia il caso di liquidare le loro rivendicazioni con la classica spocchia del “radical chic” che ostenta un ‘monopolio della moralità, va detto che tutto il loro infuriarsi contro lo “straniero” è tutto fumo e niente arrosto, perché alla prova dei fatti, anche dove governano loro (vedasi l’Italia, con la Lega Nord) la patria vede crescere esponenzialmente la presenza di stranieri sul proprio territorio, né – ed è la cosa più grave per chi ripete di continuo “padroni casa nostra”! – dice mai mezza parola sulla presenza del suolo patrio di oltre cento basi ed installazioni Usa/Nato. Mai mezza parola, il che è strano davvero, perché non si vorrà certo credere che in Italia, ad esempio, comandino i marocchini (o gli “islamici”, termine appositamente coniato per rinfocolare l’islamofobia)!

Ma questi, come tutti gli altri, sono i politici, gente navigata per tutte le stagioni, che fiuta la rogna insita nel sollevare il problema “basi Usa/Nato in Italia”, per non parlare di tutta quell’influenza a vari livelli stabilita tramite “corporation”, finanza, media e, non ultime, le ambasciate (come dimostrato in questi giorni in Siria, dove il locale ambasciatore statunitense è stato pescato in combutta coi “manifestanti”).

Stabilito che non è né giusto né sostenibile alla prova dei fatti un afflusso di stranieri quale quello che viene sopportato dalle nazioni europee[3], e rilevato che agli occhi dell’immigrato l’Italia, la Spagna, la Francia eccetera esistono solo come “opportunità”, né provoca il lui alcuno sgomento l’attuale condizione di servilismo verso interessi antitetici rispetto a quelli della comunità nazionale che lo ospita (l’ultimo scandalo, in ordine di tempo, è la partecipazione all’aggressione alla Libia), vi è da dire che tutto il bla bla che si fa sulla “uscita dalla crisi” non porterà assolutamente a nulla se non si affronterà per prima cosa l’istanza che sta alla base di un’azione politica fattiva ed incisiva: la questione della sovranità.

Chi dovrebbe però sollevarla una volta per tutte? I politici no di certo, perché in questa situazione ci sguazzano alla perfezione, visto che, quand’anche l’attuale “crisi” si trasformasse in uno “tsunami” essi cadrebbero sempre in piedi, poiché le ricette “lacrime e sangue” sono sempre a carico del gregge da tosare e non a loro carico, rappresentando la tipica casta di “nababbi” rimpinzati a dovere dai loro padroni (la finanza apolide) affinché svolgano fedelmente il compito assegnato loro[4].

Né gli immigrati, come detto, per i quali il problema non sussiste. Vengono in Europa per trarne i maggiori benefici economici e sociali possibili, ma se poi l’Italia o altre nazioni sono delle mere entità geografiche villaneggiate da tutto e tutti ciò non li turba affatto. Anzi, buona parte di costoro s’illude di essere sbarcata nel Paese di Cuccagna della “libertà”, della “democrazia” e dei “diritti umani”, finendo per credere alla propaganda degli stessi che hanno affamato le loro patrie e creato così le premesse per la loro emigrazione!

Rimane, pertanto, l’autoctono, l’italiano, il greco, lo spagnolo, il portoghese eccetera che però è stato “educato” con dosi da cavallo di “antifascismo”, che scavando nel profondo provoca vergogna di se stessi e di quel che di buono è stato fatto, se non addirittura “odio di sé” e delle proprie origini[5]. Il prodotto di un simile certosino condizionamento induce i più a credere che la pretesa di vivere in una nazione sovrana ineluttabilmente proporrebbe una riedizione del “male assoluto” dell’era contemporanea… In questo clima malato, siamo certi che un governo che, chissà per quale miracolo, riprendesse le redini della politica monetaria e delle sue forze armate verrebbe immediatamente tacciato di “fascismo”, eppure ciò è una cosa ben strana, perché tra le prerogative della sovranità vi sono appunto il “battere moneta” e il “monopolio della forza”! Invece, nelle odierne liberal-democrazie la moneta è in mano a noti – e ripetiamo noti – privati che la prestano allo Stato ad interessi usurai, mentre le forze armate, con la scusa della “guerra al terrorismo” (“islamico”!), sono utilizzate da un capo all’altro del mondo – con costi sempre più elevati per la comunità nazionale – a difesa degli interessi della medesima genia di sfruttatori del genere umano che campa sull’usura. Attività che, è doveroso ricordarlo, è stata interdetta da tutte le tradizioni ortodosse, compresa quella islamica, ed è anche per questo che si dannano così tanto per presentare male l’Islam e il Corano…

Rebus sic stantibus, Italia, Spagna, Grecia, Portogallo eccetera sono delle mere finzioni, o convenzioni, dato che nessuno governo “italiano”, “spagnolo”, “greco”, “portoghese” eccetera è in grado – quand’anche lo volesse – di far valere la sovranità nazionale, in qualsiasi campo d’interesse pubblico. Questi “governi nazionali” convenzionali sono insediati (votati dagli allocchi e da chi ha un interesse clientelistico) solo per far sì che la massa bovina venga vessata dalla mattina alla sera, spolpata con tasse e balzelli sempre più esosi, ingabbiata con una rete capillare di leggi sempre più incomprensibili e promulgate ad un ritmo parossistico; il che, se si aggiunge allo scollamento sociale provocato anche dall’eccesso di immigrati sul suolo nazionale (ma anche dal disastro di civiltà in atto), configura una situazione in cui non è eccessivo affermare che i “governi nazionali” sono messi lì per fare sistematicamente la guerra alle popolazioni da essi “governati”.

E se anche un sussulto di dignità provenisse da un “pazzo” emerso dalla servile classe dirigente, subito il circo mediatico, questa autentica macchina da guerra in mano agli stessi potenti apolidi usurai, si metterebbe a screditarlo come “fascista”. Quel che è più tragico, è che buona parte della popolazione autoctona, come anzidetto “educata” a dovere, si accoderebbe volentieri alle lagnanze dei “media internazionali”, di cui esiste sempre una voce in loco pronta a recepirne le grida.

Eppure, a tutti costoro, “campioni di moralità”, andrebbe una buona volta ricordato come sia impossibile realizzare alcunché – anche i loro strampalati deliri utopistici – se manca il prerequisito necessario per svolgere un’azione politica fattiva: la sovranità.

S’immagini infatti un corpo umano in cui alcune parti venissero in qualche modo eterodirette: la mente dice di fare una cosa (“prendi il bicchiere”), ma la mano destra lo prende e lo getta a terra perché è governata da altri. Che cosa accadrebbe? Un uomo ridotto a questo livello impazzirebbe in poche ore. Oppure si pensi ad una persona che prima di fare qualsiasi cosa debba rispondere ad un’altra: se tra queste vi fosse anche il respirare e quella glielo impedisse, certamente soffocherebbe all’istante. Oppure, per cambiare metafora, parimenti calzante, si pensi a una casa nella quale ci appassioniamo per la scelta del mobilio, della tappezzeria e del colore delle pareti (le elezioni e le “opinioni politiche”, in pratica), ma di cui non possediamo le chiavi!

Tutte situazioni palesemente assurde, per chiunque, ma quando si tratta di passare alla politica, analoga constatazione non desta alcuno scandalo. Ciò in parte è dovuto ai condizionamenti “culturali”: decenni di “rieducazione” hanno scavato in profondo; per di più la “brutta fine” di chi ha provato ogni tanto ad alzare la testa non induce all’eroismo… Inoltre, il “clima” liberal-democratico infonde uno stato d’animo alieno rispetto a qualsiasi aspirazione alla sovranità, perché – come più volte ho rilevato – una civiltà la si misura essenzialmente nel “tipo umano” che essa forgia.

E qui ci avviciniamo al punto centrale della “questione sovranità”. Il mondo moderno, quello della liberal-democrazia (libertà, democrazia, diritti umani) è per prima cosa un sistema di vita informato secondo valori atei, che prescindono dall’esistenza di un Principio assoluto, dunque invertiti rispetto a quelli che sono i cosiddetti “valori tradizionali”. L’uomo moderno, che si compiace della sua “modernità” è un tipo umano che per prima cosa diverge da se stesso, per questo cerca costantemente il di-vertimento.

Ora, divergere da se stessi significa abdicare da quell’imprescindibile compito che il Principio, il Creatore di tutte le cose, Allâh, ha indicato all’uomo nel Libro sacro (il Corano) e nell’esempio virtuoso[6] del Suo Inviato (Muhammad) affinché egli possa fare ritorno a Lui, ed in pratica conoscere se stesso: “Chi conosce se stesso conosce il suo Signore”, recita un noto hadîth. L’uomo realizzato è essenzialmente sovrano.

Ma a chi interessa oggi essere sovrani di se stessi? Giungere a questo punto significa annullare il proprio sé egoistico, ridursi a uno zero, come concordano tutti i saggi dell’Islam, e non solo, per realizzare l’Uno. Questa “grande vittoria” è alla portata solo di pochissimi eletti, ma tutti gli altri – me compreso! – hanno quantomeno il dovere di tendere verso questo scopo, che è la signoria, la sovranità interiore. Sayyid, letteralmente “signore”, da cui Sayyidî (o Sîdî, “mio Signore”) è appunto il “santo dell’Islam”, perché egli ha conosciuto il suo Signore, pertanto solo questo “vero uomo” ha le credenziali per essere chiamato a sua volta “mio signore” dagli altri.

Intendiamoci, non si tratta di una passeggiata, perché l’ascesi è quanto di più selettivo possa esserci, il resto potendosi contraffare in tanti modi: la vera “élite” è difatti solo spirituale, mentre le altre “élite”, da quella del denaro a quella della “cultura” eccetera, sono solo contraffazioni consone all’epoca “oscura” in cui viviamo.

Certamente, un’epoca abitata da uomini che non ne vogliono sapere di conoscere il loro Signore, di ripristinare la signoria interiore, ma anzi si “ribellano” pervicacemente, non può distinguersi per un anelito alla sovranità della propria patria: l’indifferenza verso la sovranità politica è specchio di quella per la sovranità interiore…

Oggi, la maggioranza degli uomini cosiddetti “moderni” preferiscono mettersi una delle innumerevoli “maschere sociali” e recitare così una “parte” per tutta la loro vita; ma i sîdî, i mawlâ[7], hanno smesso ogni maschera scoprendo la loro vera essenza.

Perciò, un sano anelito alla sovranità (nazionale, o continentale) non può sorgere da individui in preda alle proprie passioni, immersi nel mondo della dispersione dalla mattina alla sera (e anche quando dormono!), ma solo da coloro che hanno realizzato la loro sovranità interiore per “vivere nella verità”. E certo non promana dalla verità il vivere perennemente sotto un giogo straniero, per di più se esso porta le insegne dell’usura e del traviamento degli esseri umani finalizzato a trasformare in carbone per l’Inferno le loro esistenze…

Ma quanti sono, oggi, i “signori”, i sîdî? Pochissimi, certo, né il loro compito è quello di far “politica”, così com’è inteso oggi il termine. Essi devono solo guidare gli altri uomini, indicare loro la “via”.

Tuttavia, se un numero sempre maggiore di persone, di fronte al nulla del “mondo moderno”, si renderà conto che così non è possibile andare avanti, ma è necessario affidarsi ad una “guida” per scoprire il cammino che conduce alla signoria interiore, ciò avrà senz’altro delle implicazioni anche sulla sovranità esteriore, perché la l’anelito all’autorealizzazione e l’accettazione delle convenzioni e delle falsità che sostengono l’attuale “mondo moderno” non possono andare d’accordo. Tra queste falsità vi è appunto l’idea che non si possa vivere in una nazione sovrana (preludio di uno spazio sovranazionale) senza precipitare nuovamente nel “male assoluto”.

È tempo di svegliarsi. Di uscire da quest’illusione senza speranza. È ora di smettere di aver paura e di essere finalmente uomini. Ma per far ciò bisogna affidarsi a chi è uscito dallo stato di sonno nel quale noialtri, gente comune, siamo immersi. Questa è la precondizione per far sì che anche un sano anelito alla sovranità esteriore, nei suoi aspetti fondamentali e, in fondo, “tradizionali”[8], possa riecheggiare nei nostri cuori e nelle nostre menti, facendo piazza pulita degli “idoli” del mondo interno, prima, del mondo esterno, poi (la “democrazia”, la “libertà”, i “diritti umani”, l’America, l’Occidente…)[9].

NOTE

[1] Conversione spirituale, ravvedimento unito a pentimento, che implica un cambiamento radicale di vita.

[2] Non è questa la sede per entrare nel dettaglio, ma basti osservare che anche una rapida osservazione di tipo storico e geopolitico degli eventi del passato c’insegna che “sovrane” possono diventarlo sono le entità sovranazionali di carattere imperiale, perché sono le sole a poter disporre dei fattori di carattere politico, demografico, economico, militare e, soprattutto, spirituale, che configurano un’autentica sovranità rispetto alle entità confinanti. Anche nell’epoca moderna, gli espansionismi di iniziali Stati-nazione moderni come l’Inghilterra, la Francia o l’Italia si sono risolti nella formazione (o nel tentativo frustrato da una sconfitta militare) di entità sovranazionali di tipo imperiale. Questo per dire che la mera “sovranità nazionale” può essere solo una base, ma non è sufficiente per risolvere la questione della sovranità stessa, altrimenti dovremmo dar ragione a tutti quegli indipendentismi sempre più diffusi nel mondo che per ogni “popolo” rivendicano un effimero “Stato indipendente e sovrano”.

[3] I soloni che pontificano sulle virtù della “società multietnica” abitano quasi tutti in zone altolocate e nient’affatto “multicolori” delle varie città europee.

[4] Dall’arabo nâ’ib (pl. nuwwâb): “rappresentante”, “colui che fa le veci”, “sostituto”, quindi “deputato”; il che ci riporta all’India dominata e rovinata dall’Inghilterra, dove a gestire gli affari locali per conto della City di Londra venivano posti compiacenti “signorotti” indiani adeguatamente pasciuti; questo, in pratica il tanto decantato “governo indiretto” britannico (indirect rule) addotto ad esempio di “efficienza”: lo stesso massimo risultato col minimo sforzo raccolto nelle nazioni europee conquistate dopo il 1945, dove i militari statunitensi e gli agenti della City non si fanno accuratamente vedere in giro per non destare sospetti.

[5] L’opera di condizionamento sistematico delle popolazioni “occidentali” è infatti di tipo psicologico: di qui il trionfo della psicanalisi e l’adozione di tecniche di condizionamento mentale in ogni campo, non ultimo quella della cosiddetta “informazione”, prodotta da squadre di esperti che conoscono bene le tecniche di manipolazione psicologica.

[6] Il termine “virtuoso” deriva dal latino vir, “uomo”: il vero “uomo”, l’uomo “virile”, è quello che, attraverso le “virtù” (che coincidono con le qualità dei 99 Nomi Bellissimi di Allâh!), ha realizzato la perfezione, giungendo alla Stazione più elevata cui possa aspirare. Gli altri possono solo seguirne l’esempio, rivivificato da quello dei Maestri viventi.

[7] Per una spiegazione del termine mawlâ, importante anche nella logica di questo discorso sulla “sovranità”, rimando al mio La via dell’Inferno è lastricata di “proteste”: https://www.ildiscrimine.com/via-dellinferno-lastricata-proteste/.

[8] S’è mai visto un “Califfato”, un “Impero di Mezzo” o un qualsiasi altro Impero concepito come un’entità non sovrana?

[9] Il simbolismo della distruzione degli idoli contenuti nella Ka‘ba – simbolo del “cuore” – da parte del Profeta dell’Islam, una volta conquistata Mecca, è eloquente. Prima il jihâd interiore, poi quello esteriore, e la riconquista, a tutti gli effetti, della sovranità in entrambi i domini.

La via dell’inferno è lastricata di… “proteste”

di Enrico Galoppini

SCUOLA: STUDENTI MEDI IN CORTEO NEL CENTRO DI ROMALe vibranti proteste che in questi giorni stanno mettendo a ferro e fuoco la capitale della Grecia, sul cui collo si sono piantati i canini dell’usurocrazia mondialista, inducono a riflettere sul tipo di azione da intraprendere da parte di chi intende esprimere il proprio dissenso nei confronti di politiche e situazioni a dir poco scandalose.

Le immagini proposteci sono ogni volta le stesse: sassaiole, cassonetti in fiamme, vetrine infrante, contro lacrimogeni e cariche della polizia, con la variabile del morto che ogni tanto ci scappa. Da una parte, perlopiù ragazzi incappucciati o col casco, armati di pietre, spranghe, estintori; dall’altra, agenti che somigliano sempre più a dei “terminator”; gli uni e gli altri in un gioco delle parti dall’esito scontato, come quello del palestinese armato di fionda che sfida il carro armato israeliano…

Sin dalla prova generale di tutte queste situazioni, il G8 a Seattle del 1999, la scena è inderogabilmente la medesima, così alla fine chi protesta torna a casa gonfio di botte, anche se oltre vent’anni d’esperienza pare non abbiano giovato a molto dato che la scena non cambia mai.

Le tv leccapiedi del potere hanno quindi buon gioco nell’inondare le case di “perbenismo”, additando “i violenti” e facendo intendere che “non si fa così”. In effetti, in qualche caso ci rimette anche qualche “poveraccio” che non c’entrava nulla e che si trova la macchina distrutta… ma non è questo il punto.   Altrimenti dovremmo dare credito ai politici che, all’unisono, “condannano le violenze”, come se bombardare l’Afghanistan, l’Iraq o… la Libia non fosse una “violenza”! Questi individui senza dignità quando si mettono a fare i moralisti sono semplicemente vomitevoli.

Per cui diciamo, sin dal principio e a scanso di equivoci, che non intendiamo in alcun modo giustificare i professionisti dell’usura e chi tiene loro bordone nelle redazioni dei giornali o nei salotti della “cultura”. Questi personaggi e il mondo che essi plasmano a loro (illusorio) beneficio meritano tutto lo sdegno possibile perché si tratta di oppressori e sfruttatori del genere umano.

Che la soluzione alla corruzione da essi sparsa sulla terra non consista però nello scendere in strada per “spaccare tutto” non lo dico io, ma lo dimostrano per prima cosa gli esiti di queste manifestazioni, le quali, a parte una “memorialistica” su cui si specula all’infinito (i famosi “fatti di Genova”, ad esempio), non conducono mai ad un risultato apprezzabile e risolutivo, non mettendo neppur lontanamente in crisi i bersagli delle contestazioni. Anzi, riconosciamo tranquillamente che si tratta di vere punture di spillo. Quello che Lorsignori volevano fare prima lo fanno esattamente né più né meno anche dopo. Addirittura, pare che queste “violenze” da essi ostentatamente ed ipocritamente deprecate vengano strumentalizzate per giustificare la pretesa “bontà” dei loro propositi: “Se questi sono gli oppositori, sporchi, brutti, cattivi… e violenti, meglio senz’altro stare con noi, no?”.

Considerando poi queste azioni di contrasto, di dissenso e di protesta che sovente sfociano in “guerriglia urbana” dal punto di vista della loro efficacia, vi è da rilevare che, a parte l’espressione netta e plateale di un “rifiuto”, è assente del tutto o quasi la parte propositiva, che è quella essenziale. Si dice di voler distruggere tutto ma non si sa bene cosa costruire; si urla “no” a squarciagola,ma non si ha idea per quale “sì” valga la pena battersi.

Pertanto, se si escludono i triti e ritriti slogan “rivoluzionari” più o meno ‘aggiornati’, vi è da chiedersi che cosa emerga di propositivo da parte di chi scende in strada per inscenare “proteste sociali”. Diciamocelo in tutta franchezza: non può emergerne alcunché di concreto ed attuabile, poiché di fatto e, ormai sempre più, di diritto, è praticamente proibito intraprendere un’azione politica che ristabilisca quel che essenzialmente manca alle nostre nazioni: la sovranità.

La sovranità, più precisamente la sua inesistenza nelle differenti nazioni europee sottoposte a ‘terapie d’urto’, è la grande assente dagli ordini del giorno dei recenti movimenti di protesta. Essa, infatti, dopo la fine della Seconda guerra mondiale è stata artatamente associata dai pappagalli (e mi scuso coi pappagalli veri) della “cultura” al “bieco nazionalismo”, allo “sciovinismo”, al “razzismo”, per far largo a fumosi concetti quali la “società aperta”, la “cittadinanza del mondo”, “la governance (!) globale”. “Cultura”, intrattenimento, scuola hanno martellato a più non posso le giovani generazioni, che così si son trovare nell’impossibilità di riavvolgere il bandolo della matassa ed arrivare a monte del problema, almeno su un piano “politico”.

Questi giovani che protestano mettendo a soqquadro interi centri cittadini ed ingaggiando rituali ed impari tenzoni con Polizia e Carabinieri, perciò, non lo fanno per reclamare la sovranità della propria nazione (in primis monetaria e militare), senza la quale null’altra libertà politica, economica, culturale e sociale è praticabile , ma si agitano in nome di un “ribellismo” e di un “rivoluzionarismo” senza capo né coda e che sempre più sta sfociando in una riedizione del “tutto è permesso” di sessantottina memoria, tanto che schiere di “neofemministe” (“se non ora quando?” eccetera) e di pervertiti stanno sempre più baldanzosamente assaltando quel poco che resta di “normalità” nel cosiddetto “Occidente”.

È vero che non tutti quelli che vanno in piazza per protestare sono dei ‘rottami ideologici’, poiché in queste “violenze” sfacciatamente “condannate” da tutto il sistema che conta vi è anche una buona dose di “disperazione” per un orizzonte che si fa sempre più scuro, quando non è già il presente ad essere ben poco roseo…

Eppure, gli stessi che con argomenti sensatissimi (“come faremo a farci una famiglia?”) si associano alle proteste contro le “misure”, i “tagli” e le “riforme” (di governi-fantoccio del potere finanziario, ma non lo capiscono???), sono al tempo stesso imbevuti di quella stessa propaganda che promana dai megafoni dei loro occasionali avversari: nessun interesse per la “sovranità”, e, anzi, richieste di sempre maggiori “diritti”!

Questa fisima dei “diritti”, tra cui quello, che li compendia tutti, di “vivere come si vuole”, è davvero tipica di questa fase finale del presente ciclo dell’umanità, che, dati tradizionali alla mano (v. G. Georgel, Le quattro età dell’umanità. Introduzione alla concezione ciclica della storia, trad. it. Rimini 1982, ma l’opera in francese è del 1949), dovrebbe chiudersi intorno al 2030 tra immani sfaceli, tra cui cataclismi e una devastante “Terza guerra mondiale” di cui già si scorgono le prime inquietanti avvisaglie.

Dunque – ed è già grave – gli attuali “oppositori” ufficiali del sistema, non solo insistono nello schierarsi in nome di ideologie già fallite alla prova della storia, ma reclamando ulteriori “diritti” vanno esattamente nella direzione voluta da quegli stessi vampiri dell’usura che pianificano “lacrime e… sangue”, per l’appunto.

Quindi, per ricapitolare, la situazione in Europa (la “zona euro”, la chiamano…) è effettivamente preoccupante, ed è necessario rendersene conto, ma da qui a “ribellarsi” tanto per fare ce ne corre, perché per ribellarsi bisogna anche sapere che cosa si mette in moto con la propria ribellione. D’altra parte la storia recente c’insegna che in nome del “ribellismo” (il cosiddetto “Sessantotto” del “tutto è permesso”) si è precipitati ancor più negli abissi dell’Età Oscura, il cui fondo evidentemente non è ancora stato toccato, visto che vi sono tutti i segnali che indicano come la prossima spallata a quel che resta di “normale” (il virgolettato non è in nome di un ingiustificato relativismo!) sarà la diffusione – dietro il paravento delle “coppie di fatto” – dei matrimoni tra persone dello stesso sesso, con conseguente possibilità di avere dei figli (anche se adesso il solito facilone dirà che “no, non è possibile…”).

Ebbene, anche questa semplice mostruosità, che va ad assommarsi ad altre quali l’aborto e – entro certi limiti – il divorzio, entrambi praticati ‘per sport’ nel “progressista Occidente” (per non parlare delle donne aggiogate al “mondo del lavoro”, coi bambini che, povere creature, subiscono una violenza senza limiti), non viene in alcun modo messa in discussione dai moderni protestatari, che in sintonia con l’andazzo imperante chiedono in fondo non una società sana, rispettosa delle leggi della natura perché donate misericordiosamente dal loro Creatore, ma un festival grottesco in cui dare sfogo alle loro pulsioni malsane inoculate da demoni preposti allo scopo.

Di tutto l’armamentario “rivoluzionario” rimane dunque solamente il “bel gesto” romantico di chi va a far le “barricate”, ma se andiamo ad analizzare quale ordine – o meglio dis-ordine – auspicano gli attuali “rivoluzionari” c’è di che strapparsi i capelli.

Stabilito dunque che qui non è in questione la “violenza” di questo o quello, dato che quella delle bombe al fosforo bianco o all’uranio impoverito è decisamente più biasimevole, anzi schifosa nella sua vigliaccheria, è necessario sottolineare che il mio disaccordo con questo modo di esprimere “dissenso” emerge dalla constatazione del fatto che, in prima istanza, esso è controproducente poiché viene presentato regolarmente come uno sfogo di “violenti”; in seconda istanza, perché tali manifestazioni non sono lo specchio di un sano anelito di un popolo alla sovranità, né – ed è molto peggio – della presa d’atto che agli assatanati (ed è il caso di dirlo) che stanno pervertendo il mondo va opposta, per così dire (poiché non si tratta di “opposizione”), una posizione di tipo tradizionale, in linea cioè coi dettami del Creatore di tutte le cose, Che ci ha informati in maniera chiara su come dovremmo vivere per aspirare alla tanto agognata “felicità”.

Per spiegarmi, svolgerò un’apparente divagazione, il cui spunto mi è stato fornito dal messaggio d’un corrispondente, nel quale, in sintesi, egli adduceva, quale spiegazione “profonda” della situazione nella nuova nazione finita sotto le grinfie delle belve finanziarie, che “gli dei hanno abbandonato la Grecia”.

Ad una mentalità moderna (atea) qual è quella della maggioranza dei “protestatari” ciò può sembrare una “follia”, ma non lo è e mi spiego. “Gli dei hanno abbandonato la Grecia” significa che i greci hanno tradito se stessi, o meglio la missione che gli dei, appunto, avevano assegnato loro. Il discorso può allargarsi a tutte le popolazioni cosiddette “occidentali”, che a partire da questo “tradimento”, preferendo seguire i sussurrii del demonio (i loro “desideri”: de-siderio, è ciò che ci esclude dalle stelle), hanno costruito prima il loro illusorio “benessere” ed ora se lo vedono togliere, pertanto non ci stanno e “protestano”. Ma per caso i loro “dei” avevano promesso il “benessere” oppure avevano promesso la “vita eterna” se si fossero attenuti alle leggi da Essi elargite loro misericordiosamente?

Gli uomini (e qui il discorso travalica i confini greci) hanno scelto il “basso mondo”, il “patto col diavolo” per impadronirsi (illusoriamente) della tecnica; hanno preferito l’accumulo di beni materiali… ed ora ecco la mazzata che li/ci attende! Ma a chi non concepisce altra via d’uscita che la “politica” (quando va bene, ma si è visto che non è neppure permesso farla!) o i “diritti”, non resta che “protestare”, e poiché non si trova più il bandolo della matassa, che non sta in qualche ideologia né in qualche “originale” (non nel senso dell’Origine!) “pensiero” o “nuova sintesi”, non rimane che darsi alla “guerriglia urbana”.

Se, invece, il problema centrale è (come credo) che gli “dei” hanno davvero abbandonato la Grecia, la soluzione, in situazioni simili, sta nell’orientarsi letteralmente di nuovo verso costoro. Ma come, si dirà, verso Giove, Poseidone, Apollo eccetera? No, perché quelli, con quella precisa connotazione, sono effettivamente “morti”… Non hanno più una “potenza” perché la Tradizione ellenica non può più vantare una catena ininterrotta di maestri. Quindi i greci, e noi con loro, sono senza speranza? No di certo!

Gli “dei” sono in fondo sempre gli stessi, da sempre, e solo una lettura dettata da disinformazione e ostilità preconcette può far ignorare che anche nell’Islam, che viene definito per comodità “monoteista”, vi sono gli “dei”, tant’è che “Allâhumma”, invocato in determinate preghiere, gli corrisponde, essendo la sommatoria degli attributi divini, che altro non sono che le “divinità”. Il “divino” che l’uomo, impegnato in un percorso di “ritorno all’Origine” (al-jihâd fî sabîli Llâh), potrà esperire già in questo mondo sviluppando in sé quelle qualità divine, i Bellissimi nomi di Dio che l’Islam enumera in 99 (il centesimo è il “nome supremo”, inesprimibile), per realizzare “l’Uomo universale” (al-insân al-kâmil). La differenza è questa: la “tradizioni morte” non dispongono più di Maestri “realizzati”, ma solo di “cultori di esoterismi”…

Non esistono affatto differenze sostanziali tra “spirito indoeuropeo” e “spirito semitico” (tutte fandonie elaborate nell’Ottocento da interessati “studiosi” per inculcare insanabili “dicotomie”), tra “monoteismi” e “politeismi”… anzi, questi ultimi non sono mai esistiti! Si chieda ad un indù per credere… Solo che l’uomo dei tempi ultimi – particolarmente incline alla “dispersione nella molteplicità” –  ha bisogno provvidenzialmente di una particolare insistenza (specie nel dominio “essoterico”) sul “monoteismo”… Sull’unicità e unità del Principio, perché il disconoscimento di ciò porta a tutti gli altri disastri, esistenziali, sociali ecc. Altro che la “felicità” sbandierata persino nella Costituzione degli Stati Uniti!

Pertanto, anziché pensare a “manifestare”, in situazioni gravi come le presenti dovrebbe ergersi il più “devoto”, il più “puro” di un popolo, a dire le cose come stanno e a farsi seguire dalla sua gente. Ma da questo punto di vista tutto tace. E tace anche nel mondo islamico, dove sta andando tutto a scatafascio mentre nessun “sapiente” parla con chiarezza e agisce di conseguenza. E non lo fanno perché – sebbene vi siano da quelle parti delle vere ‘enciclopedie viventi’ – non hanno evidentemente consuetudine col “vivere secondo verità”. Si pensi che in Egitto stanno ancora addirittura chiedendosi quando si faranno le “elezioni”! Quando invece dovrebbero prendersi come capo il più “retto” tra i loro correligionari/connazionali!

Tutto ciò è davvero significativo, a maggior ragione perché le “proteste”, sia in Europa che nel mondo arabo-islamico non presentano la benché minima figura di “capo”. Forse credono i “protestatari” di non averne bisogno? Che si tratti di una “spontanea sollevazione democratica”?

Nell’Islam si dice che “chi non ha un maestro, Satana è il suo maestro”. Che dire di “movimenti” e “proteste” senza un capo? Di “ribelli” che non ne vogliono sapere delle leggi che il Signore ha donato all’umanità affinché realizzi davvero la felicità in questo mondo e nell’altro?

Fa certo riflettere che, nella tradizione islamica, Satana, macchiatosi del peccato d’orgoglio rivoltandosi contro il suo Signore, sia il capo dei “ribelli”… Egli ci mette sistematicamente alla prova, sviandoci dalla retta via, e rimpolpando così i ranghi di coloro che sono indotti a “ribellarsi” per farli fallire dal loro imprescindibile scopo, che è quello d’incontrare il loro Signore. Il “mondo moderno” ha invece fatto della “ribellione” quasi una ragion d’essere, tant’è che l’uomo, sin da bambino, viene illuso – ad ogni fase della vita – di essere “anticonformista”, “ribelle”… a che cosa, poi? E tutti questi singoli “anticonformismi” confluiscono in un unico enorme conformismo… che non è certo la conformità alle leggi di Allâh!

L’uomo, nella concezione islamica (che è poi la stessa di tutte le tradizioni ortodosse…), è un “servitore” (‘abd) che deve solamente servire fedelmente il suo Signore: così come solo il “fedele servitore” viene “liberato” dal suo padrone, così solo il “realizzato”, “l’uomo universale” è “mawlâ”, “liberto”… E non a caso i Maestri nell’Islam son chiamati “mawlâ”, tradotto spesso con “signore”, “padrone”, ma che significa anche “schiavo liberato”: perché hanno ‘risolto’ la loro condizione di servitudine dopo averla esperita per intero, perciò sono d’esempio e guida per gli altri che vi sono ancora immersi.

Il che non significa che a loro modo anche i Maestri non siano stati dei ‘ribelli’. Ma non come oggi s’intende, bensì, ciascuno nella propria epoca, per rivendicare, contro l’empietà dei corruttori sulla terra, gli unici “diritti” che l’uomo può sensatamente ‘rivendicare’ per assicurarsi la felicità: i “diritti di Allâh” (huqûq Allâh). Il che getta una luce sinistra sui “diritti” anelati da una massa desiderante e belante che s’espande a macchia d’olio sul pianeta…

Senza una guida salda ci s’illude di perseguire il “bene” e si combinano solo disastri, per se stessi e il mondo in cui si vive: se la via dell’Inferno è lastricata di “buone intenzioni”, certamente tra queste non mancano le odierne “ribellioni” e “proteste” senza guida né riferimenti saldi e sicuri.

L’americanizzazione che avanza: il “patriottismo senza patria” e la militarizzazione dell’immaginario

di Enrico Galoppini

bandiere_italia_usaQuando ho sentito per la prima volta, l’anno scorso, che le istituzioni stavano organizzando i “150 anni dell’Unità d’Italia”, di prim’acchito ho pensato si trattasse del consueto gorgo in cui far sparire, un bel po’ di soldi pubblici, alla faccia della “crisi”, con l’abituale condimento di retorica insulsa; ma quando quest’anno è scattata l’aggressione militare alla Libia, e Roma, malgrado il Trattato di amicizia e collaborazione con Tripoli (ostentato come un fiore all’occhiello fino al giorno prima), ha subitamente aderito, mi si è chiarito il perché di tanta enfasi su questa “ricorrenza patriottica”…

Siamo in guerra ma non lo si può ammettere, questa è la verità. Siamo in guerra al fianco dell’America e dell’Occidente (non mi stancherò mai di ripetere che si tratta di sinonimi, per indicare la civiltà dell’ateismo e del “regno della quantità”). Ma come ci siamo scivolati in questa situazione che solo vent’anni fa sarebbe stata impresentabile?

La musica è cambiata un po’ per volta, a partire dalla prima Guerra del Golfo (1991): l’Italia che “ripudia la guerra” (art. 11 della Costituzione) è ormai un pallido ricordo, poiché di fatto oggi la sua “classe dirigente” non fa nulla per evitare di finirvi dentro, né di fiancheggiarla o di giustificarla, se a volerla sono i “nostri alleati” (altrimenti è “condanna senza se e senza ma”: mi pare di sentirlo un Frattini che condanna uno “Stato canaglia”!). Abbiamo poi assistito in tutti questi anni post-Urss ad un progressivo protagonismo militare del nostro Paese, dalla partecipazione allo sbarco in Somalia con tanto di riprese in diretta all’ignobile attacco all’ex Jugoslavia, fino alle decine di costosissime “missioni di pace”, dal Libano (dove peraltro c’eravamo già stati nei primi anni Ottanta, ma con altre motivazioni perché non eravamo così impelagati con Nato & soci) all’Iraq, all’Afghanistan, dove – colmo della mistificazione – manderemmo i nostri “scarponi” a far da “sentinelle della democrazia” e della “ricostruzione” (dopo che gli “alleati” hanno volutamente ridotto quella terra a un cumulo di rovine!) .

Per carità, non sono così fesso da pensare che ogni volta l’Italia partecipi entusiasticamente (siamo o non siamo una colonia americana? ad ogni ordine bisogna battere i tacchi! e chi non lo fa è morto); o che nelle recondite pieghe di qualche tentennamento o attacco ai nostri contingenti (v. la famosa “strage di Nassiriyya”) non si nascondano chissà quali “pugnalate alle spalle” da parte di quelli che la propaganda presenta invariabilmente come “amici”. Non sono neppure così ingenuo da ritenere che alla fine un qualche vantaggio, talvolta, vi sia più nello “starci dentro” che nel “rimanere fuori”… Ma con questa giravolta libica – l’ennesima della nostra disonorevole storia nazionale – si rende davvero un’impresa disperata presentare la cosa in termini di “interesse nazionale”.

Infatti non avevamo alcun interesse ad associarci a quest’ennesimo odioso crimine, di cui siamo ragguagliati ancor meno di quanto ci illusero di sapere in occasione delle precedenti “guerre democratiche” degli ultimi vent’anni. Siamo passati da Peter Arnett della CNN e la guerra tipo videogioco sul cielo di Baghdad alla sparizione pura e semplice di ogni notizia, tant’è che la Libia è passata in secondo o terzo piano, messa dopo le trite scaramucce centro-destra e centro-sinistra, le notizie relative ai disastri meteorologici e il periodico caso di cronaca nera sul quale i notiziari indugiano morbosamente con ogni dovizia di particolari sempre più scabrosi e inquietanti. Dell’aggressione alla Libia ci fanno vedere solo e sempre la solita scena dei “ribelli” che al “ciak si gira” dell’operatore televisivo si mettono a sparare a vanvera in aperta campagna… tanto le pallottole le paghiamo noi!

Stavolta hanno deciso che è decisamente meglio non parlarne proprio, così sembrerà che il problema non sussiste. Ed il risultato è assicurato perché la gente, in giro, non alcuna cognizione del fatto che a pochi chilometri noi anche i “nostri ragazzi” sganciano bombe addosso a persone che non ci hanno fatto alcun male, né avevano minacciato di farcene.

La vergogna è troppo grossa per andare in giro orgogliosi di questo ‘capolavoro’. E cosa di meglio, per velare questo scempio, della retorica patriottica per i “150 anni dell’Unità d’Italia”? Ecco che ogni occasione è buona per propinarci l’eroismo dei “nostri ragazzi” e l’efficienza delle nostre Forze Armate, coi balconi di alcune città-simbolo della pretestuosa ricorrenza – Torino su tutte – addobbati fino all’inverosimile col tricolore, come neppure s’era visto per la vittoria ai mondiali di calcio!

Ma basta pensare all’Italia e agli italiani di oggi, sempre più abbrutiti e istupiditi, per realizzare la dimensione della presa in giro in corso, che consiste nell’infondere loro un “patriottismo senza patria”, esattamente come quello dell’America. Il “patriottismo americano” è quello della tipica villetta col barbecue e la bandiera issata, che infatti ora possiamo ammirare anche qua: un senso d’appartenenza non ad una terra e ad una stirpe, ma ad una “idea” e a un “sistema di valori” globale inoculato dalle centrali della globalizzazione e del mondialismo che puntano all’instaurazione del “Regno della quantità”. L’America non è, infatti, una “terra degli avi” (quelli, poveretti, sono stati sterminati!), ma un’ideocrazia, la ‘terra promessa’ in cui realizzare il “mondo perfetto” della “democrazia”, della “libertà” e dei “diritti umani”. Dell’uomo “troppo umano” che non guarda più al Cielo, ma solo alla sua trippa e al suo delirante mondo psichico che lui chiama “le mie idee”… Si tratta in definitiva, dell’uomo ridotto alle sue mere facoltà animali, degradato dalla sua funzione di “vicario di Allah sulla terra” a quella di tubo digerente che con un “hot dog” in una mano e la bandiera nell’altra pensa di aver raggiunto il più elevato grado di felicità!

Finché gli italiani si percepivano come stirpe, e l’Italia era la “loro terra”, il tricolore (che ha pure le sue origini giacobine e massoniche, ma di necessità si può far virtù!) era letteralmente un tabù, patrimonio solo dei “fascisti” o quasi. Si cominciò ad aver il ‘coraggio’ di esporlo solo se affiancato alla bandiera dell’Unione Europea (che continua ad avere il medesimo numero simbolico di stelle malgrado aumentino gli Stati!), operando per tal via una sorta di ‘esorcismo’ al fine di renderlo sostanzialmente innocuo. Con questa nuova concezione della bandiera nazionale non si rischiavano più “derive nazionaliste”: la si sventola come una sorta di “bandiera della democrazia”… ed il cerchio si chiude, perché bandiera ideologica era e bandiera ideologica è tornata ad essere dopo qualche ‘incidente di percorso’, il più grave dei quali è stato il Fascismo, se lo intendiamo come l’anelito di un popolo-nazione ad essere “portatore di civiltà” (che poi ciò sia corrisposto o meno alla realtà è un’altra cosa, ma l’importante è rilevare l’anelito, il tentativo messo in atto). La questione-bandiera, per quanto riguarda l’Italia e le altre nazioni “occidentali” oggi sta così: “Adesso potete usare la vostra bandiera a piacimento perché come nazione libera, sovrana e indipendente non esistete più!”.

Non vogliamo apparire dei Bastiancontrario per partito preso: quello ostentato per i “150 anni” è un patriottismo senza senso perché senza patria, ridotta a prateria dove scorrono branchi di sciacalli… a “terra di nessuno” preda di lupi travestiti da agnelli: avete mai sentito uno che conta che non dice di volere “il bene dell’Italia”? A quest’ora, con questo esercito di ‘benintenzionati’ l’Italia dovrebbe essere il Paese di Cuccagna! Tutto va a scatafascio, la patria è svenduta, l’onore e la dignità persi… e che s’inventano? Un’orgia di celebrazioni tutto fumo e niente arrosto, da massa amorfa quali gli italiani stanno diventando, senza un barlume d’approfondimento e di riflessione (Mazzini, Pisacane… chi sono costoro?), con un ventennio della nostra storia addirittura espunto dai “150 anni” come “parentesi negativa della storia d’Italia” (potrebbero allora festeggiare i “130 anni”, no?).

Quello che interessa ai nostri dominanti, con tutta evidenza, è formare una nuova “coscienza nazionale” che non crei problemi ai fautori della globalizzazione e del mondialismo, perciò questo nuovo sentimento “patriottico” deve scaturire da persone che, mentre si vergognano per quello che sono stati i loro nonni nell’unico ventennio in cui almeno è stato tentato di “pensare in grande”, vanno fieri per i “nostri ragazzi” in giro per il mondo ad “esportare la democrazia” e a crepare per la cupidigia di vampiri assetati di sangue umano.

Per fomentare questo nuovo orgoglio patriottico in una patria che da “terra degli avi” viene ridotta a “occasione di lavoro” per gente fatta arrivare da tutto il mondo, e che per giunta andremmo ad “aiutare” a casa loro aggredendola militarmente (!), viene imbastita una serie d’iniziative volte a rendere familiari le Forze Armate: dalla settimana dei Bersaglieri a quella degli Alpini, da quella dei Granatieri di Sardegna a quella dei Carabinieri… mancano solo i Sommozzatori e i Guardaboschi (ma forse me li sono persi); con regolare esposizione, nelle principali piazze, di mezzi militari blindati che i genitori coi loro figli possono toccare ed ammirare, mentre un gazebo distribuisce materiale promozionale che spiega la bontà delle nostre (?) “missioni di pace”! Che cosa vi sia di “pacifico” nell’aggredire la Libia, davvero non lo so…

Come se tutto ciò non bastasse, ci si mettono le “porte aperte” alle caserme, dove le scolaresche (comprese quelle delle elementari!) vengono accompagnate a familiarizzare coi nostri “esportatori di democrazia”. Prima la Play Station forgerà ben bene la mente del bambino/ragazzo, poi, da grande, trovatosi senza lavoro per merito dell’esercito di ‘salvatori della patria’ di cui sopra, ed educato alla visione di quei filmetti a serie che esaltano le virtù dei corpi militari statunitensi, andrà in Afghanistan a mettersi una microcamera sull’elmetto per caricare su YouTube, condite da musica spaccaorecchie, le proprie ‘eroiche gesta’, in un miscuglio indistinguibile e inquietante tra realtà e finzione, in cui il “cattivo”, che prima si disintegrava nei pixel dello schermo, dopo si liquefa in una pozza di sangue davanti ai suoi familiari…

Per di più, oggi si rende evidente che l’eliminazione della leva è stata funzionale a quello che è stato definito il “nuovo modello di difesa”. A fare gli ascari in giro per il mondo non si poteva mandare dei “figli di mamma” impreparati anche a sparare coi fulminanti, ma professionisti del mestiere, anche se a dire il vero non ci risparmiano, ogni qualvolta che uno di loro ci rimette la pelle, lo strazio dei parenti, con dovizie di particolari sulla “moglie incinta” eccetera. Per carità, non sono così insensibile dal non considerare che anche costoro non abbiano affetti, o accecato dall’odio dal ritenere che si tratti dei peggiori “tagliagole” in circolazione; né mi sento – come fanno alcuni fanatici “contro” per partito preso in nome di uno dei vari deliri ideologici – di esultare se un italiano muore in Iraq o Afghanistan… Piuttosto, mi chiedo come si sentono quelli che ce li mandano, che mentre li infarciscono di retorica “patriottica” e “democratica” da quattro soldi, sanno bene come stanno le cose… Ecco, quelli sono i veri delinquenti, che i familiari di turno in lacrime per il congiunto scomparso per primi dovrebbero prendere a calci.

Purtroppo anche questi ragazzi (e ragazze: le “donne soldato” meritano un articolo a parte!), alle prese con una situazione nient’affatto rosea dal punto di vista occupazionale e delle prospettive (si faccia caso che la maggioranza è del sud Italia), come se già non bastasse l’indottrinamento “democratico” (scuola, Play Station, film eccetera) vengono illusi assieme alle loro famiglie sulle sorti magnifiche e progressive di un mondo “libero” di cui si sentono gli “alfieri”… E va ancora bene quando si tratta dell’esercito, dove ancora circolano dei “valori”, ché anche qua in Italia – come saltò fuori anni fa in Iraq – sta prendendo piede la moda dei “contractors”, ovvero dei mercenari strapagati disposti a tutto, tipo quelli della tristemente nota Blackwater.

Il militare italiano moderno, perciò, va assomigliando sempre più a quello americano: carne da macello adescata nei modi più subdoli e ingannevoli. Non colui che nobilmente difende la patria, sul limes (come facevano gli Alpini quando avevano un senso), dalle possibili invasioni straniere, bensì un soldato (da “soldo”) mandato di qua e di là, da Timor Est ai Balcani, dal Libano all’Afghanistan, a combattere in nome di altisonanti “ideali”, ma in realtà sfruttato ad esclusivo beneficio dei vampiri senza patria dell’usura mondiale e degli adepti del “Regno della quantità”.

La progressiva americanizzazione ed occidentalizzazione della nostra Patria passa dunque anche per questa trasformazione delle Forze Armate: da “nazione in armi” in caso di estremo ma logico bisogno, a onnipresente e pervasiva realtà di un’Italia costretta sempre più nella camicia di forza di un ideologico “patriottismo senza patria”.

Caro Ban ki-moon, non siamo sulla “stessa barca”…

di Enrico Galoppini

Ban Ki-moon“Per favore mantenete le frontiere aperte a qualsiasi rifugiato, e per favore proteggete i loro diritti umani”. D’acchito, leggendo queste parole, uno potrebbe pensare che si tratta d’un accorato appello del Papa o di qualche prelato, di un “no global” o di un esponente dell’associazionismo “di sinistra”… E invece no, è una citazione dall’intervento del segretario dell’Onu Ban ki-moon durante un convegno, tenutosi a Roma alcuni giorni fa, sul tema della “città interetnica”[1].

Queste parole, nella loro immancabile vaghezza (che permette di astrarre dal contesto), suonano in effetti incredibili, pronunciate da un signore sud coreano[2] che dovrebbe sapere a menadito come mai arrivano in Italia così tanti “profughi” al giorno, visto che tre delle stesse potenze che dettano legge all’Onu, e che perciò gli garantiscono lo stipendio, sono le protagoniste dell’aggressione alla Libia. Aggressione coperta dalle solite motivazioni “umanitarie” già viste nella ex Jugoslavia, e che, almeno ufficialmente, volendo credere ad un rapporto di causa-effetto, sarebbe all’origine del continuo afflusso di “profughi” in Italia.

Diciamo “ufficialmente”, perché a rigor di logica ci si attenderebbe l’arrivo di “profughi” libici. Ma qua per la razionalità non vi è più posto, così per dare la misura dell’assurdità di quanto proferito da Ban ki-mon e di quel che ci vogliono far digerire, riportiamo un’altra citazione dal suo discorso: “Non solo l’Italia, ma anche paesi come Tunisia ed Egitto”… Ora, chiunque sa che questi “profughi” in arrivo a Lampedusa sono soprattutto tunisini, pertanto come faccia la Tunisia ad “accogliere” i tunisini stessi resta un mistero non meno insolubile di quello delle origini dell’universo[3].

Citiamo ancora dall’Ansa: “L’Italia è stata eletta membro del consiglio dei diritti umani dell’Onu ed è firmataria di numerose convenzioni sui diritti umani”. Ed è proprio questo il problema, perché mi risulta che gli Stati Uniti e il loro alleato Israele non abbiano mai firmato alcuna “convenzione” – non con-venendo affatto con gli altri -, né quella sulle armi nucleari, né quella sulla tortura ed il rispetto dei prigionieri; né riconoscono il Tribunale Penale Internazionale che di volta in volta, in ‘stile Norimberga’, mette alla gogna il ‘cattivo’ (sconfitto) di turno[4]. Insomma, una griglia fittissima, di obblighi, convenzioni, accordi (si fa per dire) stabiliti grazie a cessioni progressive di sovranità nazionale per le quali i nostri rappresentanti (?) non hanno mai ricevuto dal “popolo sovrano” (?) alcuna delega, e tutti ammantati da strati di retorica sui “diritti umani”, appositamente architettati per noialtri fessi tranne che per le vere “nazioni elette” del pianeta ed i loro dirigenti, che possono tranquillamente farsi un baffo dei vari “tribunali” che configurano una tirannia di tipo giudiziario[5].

Citiamo ancora il segretario dell’Onu perché davvero merita la ribalta: “Apprezziamo, nonostante le difficoltà, ciò che sta facendo il governo italiano per proteggere i diritti umani e dare assistenza a tante persone”. Cosa siano questi “diritti umani”, se non sono quelli ad una casa senza svenarsi con mutui e prestiti presso enti privati usurai; ad un lavoro stabile, in sicurezza e retribuito in modo da garantire una vita dignitosa ad una famiglia quand’anche volesse mantenere la moglie a casa ad accudire i figli; ad un’istruzione gratuita o alla portata di tutti, i cui contenuti incoraggino l’elevazione spirituale e morale della persona; alla possibilità di ricevere cure professionali, a costi calmierati, preferibilmente secondo una medicina che consideri l’essere umano un tutto in armonia col cosmo e non una sorta di macchina da riparare coi ‘pezzi di ricambio’; cosa siano davvero, visto che nella retorica e negli intendimenti occidentali non corrispondono a tutto ciò, è davvero arduo stabilirlo.

Per di più, nell’essenziale, questi quattro diritti summenzionati sono garantiti – come già rilevato in passato[6] – proprio negli “Stati canaglia”, quelli che a turno vengono messi sotto pressione, embargati e aggrediti dall’Occidente. Ma si fa finta di non saperlo, raccontandosi che in tutto il pianeta i “diritti” per antonomasia sono quelli di “dire la propria” (compreso l’insulso “diritto di voto” a beneficio di candidati che una volta eletti non vedrai più al mercato a racimolare simpatia) e di sbandierare oltre i limiti della decenza e dello scandalo – sì, dello scandalo, termine quanto mai desueto – i propri “gusti sessuali”: per questo le campagne dirittumanofile vertono perlopiù sui “blogger” e i “gay”, – senza dimenticare “le donne” , “oppresse” per definizione! – che verrebbero vessati dalla Cina alla Russia, dalla Siria all’Iran eccetera[7]. Poi, se dopo l’aggressione – preparata mediaticamente grazie al lavorio di questi paladini dei “diritti umani”, quando non si tratti di agenti camuffati, o tutt’e due insieme[8] – l’ex “Stato canaglia” diventerà un luogo in cui farsi una casa sarà l’impresa di una vita, sua e dei suoi parenti, avere un lavoro garantito sarà una chimera, formare una famiglia un’impresa ai limiti del temerario, essere curati un autentico miracolo (anche il pronto soccorso vien fatto pagare dove vigono i “diritti umani”!), ricevere un’istruzione per non morire abbrutiti comporterà l’indebitamento dei genitori; bene, tutto ciò non turberà affatto i sonni delle “anime belle”, poiché tale “danno collaterale” verrà ritenuto abbondantemente compensato dai “gay pride” e dal bla bla inconcludente su ogni cosa da parte di personaggi sulfurei ed inconsistenti che credono di poter esprimere la loro idea su ogni cosa perché s’intendono di tutto!

Forse però il signor Ban ki-moon è particolarmente impreparato sull’Italia e le condizioni in cui versa la sua popolazione, altrimenti avrebbe parlato in modo diverso… Gli italiani, a parte quelli con la “pancia piena” e gli altri da essi plagiati che pare si nutrano di “bei discorsi”, non ne possono più di vedersi fregare sistematicamente su tutta la linea, dal lavoro all’asilo, dalla casa popolare agli assegni familiari. Giusto ieri m’è capitato di parlare con un giovane di venticinque anni il quale è praticamente disperato perché anche per distribuire i volantini nelle cassette della posta le agenzie di “lavoro interinale” (v. sfruttatori legalizzati) preferiscono fare contratti (capestro) agli stranieri. Era letteralmente sconvolto, perché giorno dopo giorno scopre che la sua (?) classe dirigente lo sta ingannando, o meglio, sta lì appositamente a fare la guerra a quelli come lui, che sono la maggioranza, mentre i vari politicanti da tre soldi passano il tempo ad ingraziarsi minoranze vanitose, influenti e prepotenti d’ogni tipo, proprio per opprimere la maggioranza “normale”.

In poche parole Ban ki-moon è venuto a dirci che sebbene qua non vi sia più “trippa per gatti”, coi vari istituti di statistica che quotidianamente delineano un’Italia – specie giovanile – al collasso, ci possiamo permettere il lusso di dare “accoglienza” e “assistenza” a tutto il Nord Africa, ovviamente in nome dei “diritti umani”! Chissà com’è che Ban ki-moon non rileva alcuna violazione di questo feticcio della nuova religione mondiale parodistica che riduce tutto all’umano nell’aggressione ad uno Stato che non aveva fatto del male a nessuno! Che cosa pensi poi Ban ki-moon delle invasioni di Afghanistan ed Iraq, o dei bombardamenti israeliani del Libano è meglio non saperlo per non farsi venire direttamente un’ulcera. Siamo in effetti di fronte a personaggi senza scrupoli, che per compiacere i loro padroni farebbero anche bombardare i propri connazionali.

Il segretario generale dell’Onu, ritornando un minimo in sé e riferendosi finalmente ai libici, ha poi ricordato come mezzo milione di persone siano scappate attraverso il confine tunisino “in cerca di un posto più sicuro”. Ma va!? Da quando in qua un posto è sicuro se viene bombardato a tappeto? Ed ha aggiunto, questo distrattone: “Ho chiesto a tutti i leader della regione, ai paesi vicini alla Libia in Africa e ai punti d’entrata dei migranti in Europa, come Italia e Malta, di mantenere i confini aperti”. Non solo faranno questo, ma già in Europa – Italia compresa – si stanno impegnando a creare una sorta di “collocamento” nei Paesi nordafricani per selezionare a monte il “fabbisogno di manodopera”, così si capisce che al di là delle “posizioni antitetiche”, inscenate a beneficio del pubblico di gonzi, tutto questo arrivo di barconi rientra in uno spettacolo che deve innescare una serie di reazioni umorali, in un senso e nell’altro, quando invece si tratta di una sceneggiatura già scritta[9].

Quello che poi letteralmente ignoravo, e che scopro grazie all’ineffabile Ban ki-moon, è che le nostre città, nella neolingua di questi personaggi, fossero diventate degli “hub”[10]: ”Le citta’ sono hub, magneti, centri di azione dove si convive e si collabora” e ”nel 2030 cinque miliardi di persone vivranno nelle grandi città”. Quale tipo di città abbiano in mente Ban ki-moon e i suoi padroni è chiaro sin dal titolo del convegno in Campidoglio, “La Città interetnica”, pertanto prepariamoci ad una catena interminabile di destabilizzazioni, aggressioni e rapine ai danni di mezzo mondo, e non ad un futuro di rapporti pacifici tra i popoli, di equità e d’incoraggiamento, per ciascun popolo, a vivere sulla terra degli avi nel modo che più predilige. Macché, in nome dei “diritti umani” va in scena la seconda puntata del colonialismo, con la differenza, rispetto alla prima, che gli occidentali stavolta non vanno neppure più a “colonizzare” , ma anzi incoraggiano l’afflusso dei colonizzati nei paesi occidentali stessi, col risultato di una “società multietnica globale” senza volto e forma alla quale, successivamente, quando i veri pupari dell’operazione si sentiranno sufficientemente forti, verrà somministrata la religione parodistica invertita, di cui già si scorgono gli elementi costitutivi nei differenti dominî.

Ci sono “molte divisioni – è stata la considerazione finale di Banki-moon, che non ha lesinato le trite rievocazioni sull’Italia paese d’emigrazione – ma vedo una crescente realizzazione che siamo tutti nella stessa barca”. Sì, quella dell’Occidente – e dell’Italia, che ha avuto l’ardire di ospitarlo – che sta affondando giorno dopo giorno! Oppure il suo pensiero oramai atrofizzato e unidirezionale correva ai panfili dei vari paperoni che è aduso frequentare, neppure immaginando che la maggioranza tira la carretta, o meglio la barchetta – per proseguire la metafora nautica – con una fatica sempre più intollerabile… Eh già caro Ban ki-moon e chi ti sta a sentire con le labbra penzoloni: la maggioranza della stessa popolazione italiana si “barcamena” letteralmente, lo sai o non lo sai?

Il gran finale dell’intervento del signore sudcoreano è stato poi tra il tragico e il comico: ”Le Nazioni Unite – ha concluso – sono di per sé una città interetnica. Costruiamo un mondo che sia migliore per tutti”. Un discorso che fa acqua da tutte le parti, come la “barca” del mondo in cui lui e i suoi padroni ci stanno facendo naufragare.

NOTE

[1] Ansa.it, 3 giugno 2011 (http://ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2011/06/01/visualizza_new.html_842381355.html).

[2] Si noti come il segretario dell’Onu, un ente mondialista creato – come l’antesignana Società delle nazioni – per minare la sovranità delle nazioni e dare copertura “legalitaria” ad ogni tipo di soperchieria delle potenze “vincitrici” della Seconda guerra mondiale, venga sempre scelto tra nazionalità che non contano nulla: abbiamo così un egiziano (Butros Ghali), un peruviano (De Cuellar), un ghanese (Annan)… a svolgere servizievolmente il ruolo di commesso viaggiatore delle potenze mondiali.

[3] Ovviamente da un punto di vista scientista moderno, poiché l’Islam ha una spiegazione: “Ero un tesoro nascosto e volli essere conosciuto, pertanto creai la creazione”, riferisce un hadîth qudsî (tradizione profetica in cui Allâh parla per bocca del Suo Inviato), dal che si evince che la creazione (khalq), l’universo (al-‘âlam – “mondo” – della stessa radice di ‘ilm – “sapere”, “scienza”), sono il provvidenziale campo d’indagine offerto da Allâh all’uomo affinché possa ri-conoscere il suo Signore (“Conosci te stesso”…). Di qui – sia detto per inciso – si evince la pervicacia degli “scienziati” moderni, che pur indagando la creazione da un punto di vista esteriore, meccanicistico e quantitativo, non si “meravigliano” affatto di fronte al suo “miracolo” e non ne traggono la necessaria conseguenza che una perfezione simile, la perfezione del Tutto – del visibile e dell’invisibile – non può essere spiegata con i mezzi e i metodi d’indagine “razionale”.

[4] Hanno smesso di additare il presidente sudanese al-Bashir perché ora sono impegnati con Gheddafi, colpevole – ovviamente – di “crimini contro l’umanità”, che è quanto di più vago si possa affermare, poiché se le parole hanno un senso “crimine contro l’umanità” sarebbe anche l’assassinio di un singolo essere umano, mentre costoro si sbizzarriscono allegramente a giocare con termini quali “strage”, “massacro”, “genocidio”: l’uccisione, in tre settimane, di 1.400 palestinesi e il ferimento di altre migliaia da parte di Israele non rientra nelle suddette definizioni, e lo stesso dicasi per l’assalto in acque internazionali alla nave turca di aiuti in rotta per Gaza, ma il “bombardamento di civili”, per giunta già ammesso come falso, da parte della Libia basta e avanza per aggredire uno Stato sovrano che non ha minacciato nessun altro Stato. Inoltre, adesso, i “giudici mondiali” possono divertirsi con la gogna all’ex generale dei serbi di Bosnia Mladic, visto che è in trattativa – previa l’imposizione, pardon, “accettazione”, delle condizioni capestro, pardon, ”riforme strutturali” – l’adesione della Serbia all’Unione Europea, alla Nato ecc. Non risulta tra l’altro che nessun altisonante “tribunale” abbia mai perseguito un solo atto di militari americani o britannici, bombe atomiche sul Giappone comprese.

[5] I “popoli eletti” chiaramente sono solo quelli che si autodefiniscono tali e che mettono in opera – con strumenti d’ogni tipo, soprattutto quelli di carattere “culturale” – un’opera di convincimento dei “non eletti” a tributare loro un riverito ed eterno omaggio: si tratta essenzialmente dei sionisti, degli americani e degli inglesi (coi tedeschi infatuatisi per un certo periodo allo stesso modo), del cui ego collettivo spropositato han sofferto popoli certamente più civili di loro.

[6] E. Galoppini, Arrivano i diritti umani, si salvi chi può!, “Luci sulla città”, a. II, n. 5, mag.-giu. 2006 (http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=3821).

[7] In Iran vige la seguente legislazione: in base al Sacro Corano, per cui in natura esistono il maschio e la femmina, un omosessuale viene prima aiutato psicologicamente a prendere “consapevolezza” della sua condizione, poi, al termine del percorso, deve decidersi se essere maschio o femmina, e nel caso scelga di cambiare sesso procederà con una operazione chirurgica, non essendo ammesso il restare “coi piedi in due staffe”. Pertanto, com’ebbe a dire il presidente Ahmadinejad alla Columbia University alcuni anni fa, in Iran vi sono solo maschi e femmine.

[8] V. l’ultimo caso di “Amina”, la “blogger lesbica siriana oppressa”, rivelatosi l’ennesima pataccata; il che non servirà a far scoppiare di vergogna tutti quei farabutti che a causa di questo “crimine” già invocavano bombe sulla Siria. Nulla ferma la loro malafede: adesso sosterranno che comunque il blog raccontava cose “verosimili”!

[9] Si noti che i barconi pieni di “profughi” arrivano a Lampedusa, che è una sorta di avamposto italiano in terra d’Africa, e da lì trasferiti sul continente, pertanto – sceneggiata nella sceneggiata – non ha alcun senso tutto questo accalorarsi sulla “situazione a Lampedusa”, come se, una volta sistemata quella, il problema più grave di come sistemare tutte queste persone fosse finalmente risolto. Ci penseranno le agenzie di “lavoro interinale”? I preti? Le “anime belle”?

[10] Il termine viene solitamente utilizzato per gli scali aeroportuali maggiori e i grandi centri commerciali, da cui si evince la funzione meramente utilitaristica teorizzata dai fautori del “villaggio globale”, dove ogni città sarà un “luogo” come un altro consacrato al via vai di gente da ogni dove intenta al soddisfacimento di bisogni meramente materiali, per di più immaginati ovunque come i medesimi.

“Non si tratta di una guerra all’Islam…”… ma siamo sicuri?

di Enrico Galoppini

bin_laden_presunta_morte_foto_twitter_anonymousE tutti vissero felici e contenti… Si potrebbe chiosare così, dopo dieci anni di tormentone, ascoltando la serie di commenti entusiastici e trionfalistici che hanno fatto séguito all’annunciata eliminazione, da parte delle forze speciali statunitensi, del “ricercato numero uno” al mondo, lo “sceicco del terrore”, il simbolo odierno del “male assoluto”, Osama bin Laden.

Già, perché a questo punto, se la “guerra al terrorismo” aveva per obiettivo la cattura o l’uccisione del “superterrorista”, la faccenda potrebbe dichiararsi conclusa. Così, almeno, fu promesso a suo tempo dai dirigenti dell’America[1], che con la scusa della “caccia a Bin Laden” hanno prima invaso l’Afghanistan, poi l’Iraq, annunciando successivamente d’aver avuto notizia della presenza del capo della cosiddetta al-Qa’ida in vari paesi musulmani, tra cui l’Iran, che per questo semplice motivo entravano automaticamente a turno nel mirino dell’America e dell’Occidente (i due termini sono di fatto equivalenti, essendo l’Occidente una “America allargata”, per così dire).

Adesso, a dar retta a tutto quel che è stato sostenuto dai fautori stessi di “Enduring Freedom”, le truppe occidentali dovrebbero far ritorno a casa ed abbandonare il Vicino e il Medio Oriente. Ma ovviamente ciò non avrà luogo, per vari motivi: per prima cosa ci sarà da catturare il Mulla Omar!

Al di là delle battute, le campagne militari occidentali all’assalto del “Vecchio mondo” (Europa, Asia e Africa), e, nello specifico di questa fase, dei Paesi arabo-musulmani, andranno avanti perché questo impone il progetto d’instaurazione di un “Nuovo ordine mondiale” di stampo ateo e, perciò, satanico. E che tutto ciò non possa subire battute d’arresto perché l’industria delle armi è troppo potente, perché gli speculatori hanno il potere, perché c’è da arraffare tutto il petrolio eccetera eccetera è tutto vero; ma si tratta pur sempre di dettagli rispetto al motivo principale dell’azione occidentale guidata dagli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna, e ora anche dalla Francia, col resto della banda a far da comprimari più o meno convinti[2].

Azione occidentale che da qualche mese, sulla falsariga delle “rivoluzioni colorate” (Serbia, Georgia, Ucraina ecc.), si è notevolmente differenziata anche per quel che concerne i Paesi arabo-musulmani, senza per questo disdegnare il vecchio e sempre utile strumento militare (v. l’attacco alla Libia, dove i “manifestanti” non sono mai esistiti!). A ciò si aggiunga la pirateria, storico strumento anglosassone, come sta avvenendo con rinnovato vigore al largo delle coste somale, dove chissà perché non vengono mai attaccate, da questi novelli Drake, navi americane…

La guerra alla conquista del mondo dunque procede, come prima e più di prima, bin Laden o non bin Laden.

Soffermandoci velocemente sullo spettacolo mediatico della “eliminazione di Osama bin Laden”, va detto quanto segue. Che corrisponda al vero o meno, è del tutto ininfluente, perché quel che conta è la verità che viene fatta credere[3] a chi dà credito all’America e all’Occidente. Se una massa beota avviluppata nelle bandiere a stelle e strisce scende in strada a New York impazzita di gioia, ciò non cambia di una virgola la questione; tutt’al più la “popolarità” di Obama schizzerà alle stelle, quindi il presidente più mediatico della storia dell’umanità sarà quasi certamente rieletto.

Quel che più importa è invece il senso di tutto ciò alla luce delle sommosse indotte da qualche mese in tutto il mondo arabo-musulmano. Dopo dieci anni di telenovela, il ‘Che Guevara dell’Islam’ aveva fatto il suo tempo, infatti si è passati direttamente alle “rivoluzioni dei gelsomini”, alle sovversioni degli agenti che lavorano attraverso Twitter e Facebook, alla vecchia farsa dei “dissidenti”, già consolidata in epoca di guerra fredda Usa-Urss, che da Beirut c’informano sui “bagni di sangue” in Siria…

Al mito del ‘guerrigliero barbuto’ che da una grotta dell’Afghanistan ordiva complotti contro il “mondo libero” non ci credeva più nessuno e, soprattutto, questa storiella per allocchi non serviva più.

Quando Gheddafi, all’inizio dell’attacco alla Libia, ha parlato di “drogati sobillati da al-Qa’ida”, voleva semplicemente dire che si trattava di bande armate (e rifornite di bandiere fresche di sartoria!) al servizio dei trafficanti di droga che operano per conto della vera grande Cupola specializzata in questo turpe affare, quella di Capitol Hill. Non dimentichiamoci, infatti, che alla base dell’invasione dell’Afghanistan vi è l’essenziale controllo dei campi di produzione del papavero da oppio, che il “terribile” Mulla Omar aveva, coerentemente col suo credo, deciso d’estirpare. Altro che “eroe dei diseredati” del mondo islamico… Qui si è di fronte a mercenari a libro paga!

La ‘telenovela bin Laden’ è poi finita con l’ennesimo campionario di assurdità; le agenzie hanno battuto una “notizia” che ha dell’incredibile anche per chi ha sostenuto un esame di Islamologia nell’università più scalcinata del mondo: “In base al rituale islamico, il corpo di Osama bin Laden è stato sepolto in mare”! A quanto mi risulta, mi pare d’aver visto questo genere di ‘sepoltura’ solo nei film di pirati, o di averne sentito solo in caso d’epidemie a bordo di una nave; inoltre, il luogo in cui il capo della fantomatica organizzazione terroristica sarebbe stato ammazzato non è qualche lido balneare pachistano, bensì una regione frontaliera settentrionale tra Afghanistan e Pakistan! Sinceramente non so che dire al riguardo di simili uscite mediatiche, ma non è escluso che si tratti di test per saggiare il livello d’intruppamento delle menti, in primis dei giornalisti delle testate “autorevoli”, nessuno dei quali osa proferire un dubbio su simili amenità.

Ma veniamo a cose un tantino più serie. Può anche darsi che questo coniglio dal cilindro sia uscito per giustificare una “reazione di al-Qa’ida”. Ci siamo capiti. Quella darebbe nuovo vigore alla campagna di attacchi militari, sovversioni ecc. di cui è preda l’intero mondo arabo-musulmano[4]. Basterà dire che l’attacco è partito dal paese X e subito vedremo in riga vari “volenterosi” ministri-marionetta, più i loro pappagalli-media. Staremo a vedere, perché se così sarà non dovremo attendere molto.

Oppure l’Occidente potrebbe aver intenzione d’incolpare il Pakistan d’aver dato protezione al “nemico pubblico numero uno”: è forse per questo che insistono sul fatto che il “(lussuoso!) covo” di bin Laden si trovava nei pressi di un centro militare pakistano? In effetti è plausibile che il prossimo obiettivo della campagna di ridefinizione del “Nuovo Medio Oriente” sia proprio il Pakistan (ormai ridotto ad Af-Pak – Afghanistan più Pakistan – nella toponomastica del Pentagono e della Cia), dal quale s’intende staccare la regione abitata dai Beluci, creando poi un “Belucistan” con una porzione d’Iran abitata dalla medesima etnia, allo scopo di farne l’ennesimo Stato fantoccio modello Kossovo.

Oppure, a voler credere alle favole “pacifiste” dell’America stessa, che senza aggressioni al resto del mondo non sa assolutamente vivere, fin dall’inizio[5], qualcuno potrebbe credere che la “eliminazione di bin Laden” preluda ad un “disimpegno” in Afghanistan. O meglio, ufficialmente potrebbero approfittare del grande evento mediatico per rilanciare gli “impegni a ritirarsi” (è da quando è cominciata questa storia che dicono di volersi “ritirare”, eppure sono sempre lì).

Su un piano generale, d’immagine, questo “colpo grosso”, serve a rilanciare l’immagine dell’America come “onnipotente”: “vedete? Noi promettiamo e manteniamo!”. Quindi tutti gli altri, da Gheddafi ad al-Asad, da Ahmadinejad ad al-Bashir, sarebbero avvisati. E, già che ci siamo, ne hanno approfittato per rilanciare in gran pompa il “mito dell’11 settembre”, col solito profluvio di trasmissioni agiografiche e strappalacrime[6].

Vi sarebbero poi da fare altri commenti, ma tutti su dettagli più o meno importanti[7]. Ma non è più il tempo di perdere tempo dietro i dettagli. Consideriamo invece l’essenziale.

Obama ha tenuto a precisare, anche questa volta, che “non si tratta di una guerra all’Islam”, bensì di “guerra al terrorismo”.

Su questo punto è invece bene ripetere che si tratta di una guerra all’Islam eccome. Intanto, perché lo sconquasso totale viene portato in grande stile da almeno dieci anni nei Paesi arabo-musulmani, mentre l’Occidente, a parte due o tre “attentati”, tra cui l’ipermediatizzato big-bang del XXI secolo dell’11 settembre 2001, resta illeso[8].

L’Obama melodrammatico che ricorda i circa tremila morti dell’11 settembre può ingannare solo i fessi[9]. Che dire allora delle centinaia di migliaia di morti afghani e pakistani? E dell’oltre milione di morti in Iraq? E di quelli, adesso, in Libia? Per non parlare di quelli in Palestina e in Libano a cura del killer in loco Israele? Non vale la pena di spendere altre parole per questi record d’ipocrisia ributtante. Certamente, questo signore “di colore”, questo ‘papa nero laico’, coi suoi modi melliflui e suadenti è certo più insidioso del ‘pistolero’ Bush…

Eppure non è essenzialmente questo il punto, perché a questo livello del discorso – un livello diciamo geopolitico – è più corretto parlare di “guerra al mondo musulmano”, “l’Islam”, inteso nel suo senso intimo, etimologico, essendo cosa qualitativamente diversa da un generico “mondo musulmano”. Difatti, non tutti coloro che vivono nei Paesi arabo-musulmani e che si professano “musulmani” sono realmente tali[10], poiché chiunque vada oltre la scorza della “curiosità” e/o dell’erudizione – ma anche della “militanza religiosa” – può rendersi conto che l’Islam è una “via”, solo al termine della quale si è realmente “musulmani”, ovvero sottomessi al Decreto del Signore di tutte le cose, avendo esperito per intero la propria condizione di “servitù”; dopo di che, e solo a quel punto, ci si può considerare “liberati”. L’Islam – e ciò può sbalordire solo i fautori dell’esclusivismo religioso, oltre a chi considera le religioni come “fatti culturali” – non è “un modo di vita” come un altro e una “credenza” alla quale ‘attaccarsi’, ma è essenzialmente – ci si perdoni l’espressione poco “islamica”, ma che permette di essere meglio compresi da un pubblico “occidentale” – un “percorso iniziatico”, di “reintegrazione” nel Principio. Senonché ci hanno abituati a vedere solo “bonzi”, “fachiri” e “guru”, in grado di ottenere la “liberazione”, la “grande Liberazione”, perché così dev’essere in un ambiente, quello “moderno”, che rema sistematicamente contro l’uomo ed il suo imprescindibile compito. Questo è un livello del discorso da tenere sempre a mente quando si sente dire da un Obama o da un altro rappresentante della “guerra al terrorismo” e della “esportazione della democrazia” che “non si tratta di una guerra all’Islam”…

Ma su un piano del discorso foriero di equivoci e che suscita animosità a non finire, quello delle “identità”, la campagna cominciata all’indomani dell’11 settembre 2001 viene vissuta dalle popolazioni del mondo musulmano come “guerra all’Islam” in quanto l’Islam per la maggioranza di costoro è un “fattore identitario”, “sociale”, “culturale” e “religioso”, sempre con un qual che di politico e militante[11]. Eppure la riduzione dell’Islam ad un’ideologia da parte di certuni che si proclamano e sinceramente si considerano musulmani – che comunque, entro i limiti della loro comprensione, seguono e praticano la religione dell’islam – è anch’essa un “segno dei tempi”. Quando la religione viene infatti vissuta unicamente o prevalentemente come fattore identitario per stabilire un “noi” e un “loro”, per attribuire ai seguaci, anche onesti, di altre religioni – quando è addirittura il caso di altri musulmani! – l’etichetta di “apostata”, “miscredente” ecc. con l’intento di farsi belli a parole e di forzarli alla “vera religione”, si è del tutto fuori strada. Detto questo, va altresì sottolineato con forza che tale atteggiamento esclusivista ed ottuso è ben rappresentato tra i partigiani dell’Occidente (“Libertà”, “Democrazia”, “Diritti umani”), che in alcune delle loro varianti innalzano anche il simbolo della Croce, col “Cristianesimo” riassorbito quale elemento identitario della “modernità”…

Dunque, mentre il canarino Obama canticchia che “non vi è guerra all’Islam”, la maggior parte dei musulmani del mondo gli crede o meno, interpretando però le sue parole in senso identitario. Ma lo scontro tra identitarismi – tipico fenomeno degenerativo – dovrebbe appassionare ben poco chi cerca di non farsi invischiare dalle sabbie mobili del “mondo moderno”….[12].

Il punto essenziale, invece, che ragionevolmente fa parlare di “guerra all’Islam” – e non dall’11 settembre! – è un altro. A costo di sembrare ripetitivo (non si deve per forza essere ‘originali’ ogni volta), è opportuno mettere sull’avviso sul pericolo della diffusione della cosiddetta “modernità”, di cui l’America, l’Occidente ecc. sono i veicoli preferiti. Essa può essere definita lapidariamente come un mondo senza Dio, in cui “Dio è morto”, abitato da uomini che dimentichi del Principio a cui tutte le cose appartengono e ad esso fanno ritorno, e che per questo hanno eluso il problema della morte facendo di “questo mondo” l’unico orizzonte possibile e concepibile. Tutto il resto – dai disastri ambientali alle “guerre” che tanto addolorano gli “ambientalisti” e i “pacifisti”, dalla “crisi della famiglia” alla “perdita di senso” dell’esistenza – dipende da questo punto essenziale[13].

Non c’è da dire altro. Uomini che abdicano al motivo per cui sono stati creati e sono venuti perciò a trovarsi – per un atto di misericordia[14] – in “questo mondo”, non possono sperare di combinare alcunché di buono, tanto meno di opporre una qualche resistenza alle forze sataniche, sia nella loro esistenza individuale che collettiva. Figuriamoci poi quando un’armata ipertecnologica[15] – che dispone dei più sofisticati mezzi di traviamento (i media, il cinema, la “cultura”), e che conduce attacchi su ogni piano, da quelli abituali con le armi a quelli finanziari, passando per quelli biologici e psichici – sprigiona tutto il suo potenziale distruttivo.

L’unica cosa da fare, in questi frangenti, è letteralmente orientarsi verso il Principio, Allah, e farsi suo tramite. Far sì che ogni nostra azione sia conforme alla Sua volontà, nei limiti delle nostre capacità, e a Lui piacendo. Solo chi punta, coi mezzi – le “influenze spirituali” – che una religione, una “tradizione”, gli mette a disposizione, alla “reintegrazione nel Principio”, al ‘ritorno a casa’, può sperare ormai di fare qualcosa di buono, di bello e di vero per sé e la sua comunità. “Siate veridici!”, proclamano i maestri di saggezza di ogni tempo… Dunque di cosa dovremmo aver paura? Di tutte le armate del Demonio? No, se s’indossa una corazza imperforabile. Tantomeno si deve tremare di fronte ai servi sciocchi del Demonio, ovvero tutti quegli uomini traviati che – solo perché non siamo abbastanza ‘fiduciosi’ ed ‘abbandonati’ – provano a metterci paura coi loro bei discorsi, le loro minacce, la loro protervia fatta di dominio politico, economico, culturale e militare.

“Musulmano”, muslim (sottomesso, al Decreto divino), è una parola molto impegnativa, perché per essere davvero “musulmani” – come osservato poc’anzi – ci vuole uno sforzo (jihâd) davvero troppo grande per la stragrande maggioranza degli uomini. Ma l’importante è provarci, e solo così si può attuare una “resistenza” – che non è fare le barricate né andare in piazza a scazzottarsi con chicchessia, né tantomeno mettere le bombe! – contro le forze che sono state scatenate nel mondo per far fallire l’uomo dal suo improrogabile compito.

L’America, l’Occidente, in questa fase, è la punta di lancia del tentativo – destinato al fallimento in via generale, ma al successo, per quando riguarda l’esito della vita di molti uomini – d’instaurare un mondo “senza Dio”, checché ne dica il suo ultimo rappresentante mediatico, che invece di invocare le “benedizioni” di Dio sull’America stessa, il loro “Ente collettivo”, dovrebbe – ed è già questo un marchio di fabbrica – concludere i suoi interventi con una semplice Lode al Signore, il Signore di tutti gli uomini, di tutte le creature e di tutti i mondi, quindi anche dell’America!

L’avevamo già osservato, ma giova ripeterlo: dove arriva la “modernità” l’uomo oblia la sua Origine e dimentica che deve ‘tornare a casa’, pensando invece di trovarsi tanto bene qua e solo qua… Dove c’è, proprio per questo, l’America, la “modernità”, con le sue “libertà” e “giustizia” parodistiche, pronta a gettare chi le ‘crederà’ nella Fornace che s’alimenta delle vite sprecate a causa delle illusioni di “questo mondo”.

In questo senso, ed essenzialmente solo in questo, la campagna per la “esportazione della democrazia”, accelerata dall’11 settembre 2001, è una vera e propria “guerra all’Islam”, intrapresa per distogliere quanti più uomini dal grande sforzo che sono attesi a compiere nella loro breve esistenza. Basti vedere che tipo di società si diffonde dove arrivano l’Occidente e la “modernità”: brama di arricchirsi, accumulo di beni e trionfo dell’avere sull’essere; arrivismo sociale, maldicenza e guerra di tutti contro tutti; delinquenza, vizio e devianza; egoismo, dissoluzione della famiglia e maleducazione dilagante; sfiducia, incertezza sul futuro e problemi psichici; predominio della borsa e della banca; diffusione di droghe e debilitazione della gioventù; sofisticazioni alimentari e distruzione dell’ambiente; truffe d’ogni genere e chi più ne ha più ne metta… Questo sarebbe il “paradiso in terra” che andrebbe “esportato”?

La cosa tragica è che a forza di traviare, si è giunti al punto in cui la maggior parte delle persone non concepisce neppure più che vi sia una via d’uscita certa, una concreta possibilità: per illuderle ancora – in specie i giovani – ecco apparecchiato il circo delle “utopie”, dei “mondi migliori possibili”, dei “laboratori di idee” in cui si dovrebbero “elaborare” delle “nuove sintesi”, “nuovi paradigmi”, “nuove forme di convivenza” ecc. Un brodo rancido di astrazioni, e perciò sataniche proprio perché rimestano nell’illusione mentale, per velare la semplice, ed apparentemente complicata, realtà: che una volta riconosciuto che tutto, compresi tutti noi, con le “nostre idee”, i “nostri progetti”, addirittura la “nostra identità”, al Principio apparteniamo e ad esso facciamo ritorno, per cui altro non vi è da fare se non “orientarsi” correttamente e mettersi in cammino, secondo le ‘istruzioni’ che possono essere date solo da precisi riferimenti che risiedono e nei libri sacri e nei maestri viventi che li hanno saputi porre in essere.

L’ambiente in cui si vive facilita oppure ostacola tale improcrastinabile compito, ma esso, comunque, va portato a compimento, e solo chi giunge al termine, chi ‘percorre tutta la strada’, reintegrando il proprio piccolo “sé” nell’Essere, può dirsi “musulmano”, muslim. È questo il grande messaggio insito nell’Islam, così come in ogni altra tradizione ortodossa. Ed il “mondo moderno”, rappresentando l’esatta antitesi dell’Islam, apparecchia delle condizioni per cui il ‘lavoro spirituale’, l’Opera, diventa sempre più difficile da compiere.

Questo ‘lavoro’, è evidente, non riguarda solo chi vive nel “mondo musulmano”. Riguarda tutti. L’unica differenza è che in Iraq, in Siria ed altri Paesi islamici vi sono ancora dei veri Maestri e vi si trovano le “tombe dei santi”; di coloro che, nella tradizione dell’Islam, hanno percorso il ‘viaggio’ di cui sopra e che sono ancora in grado di fungere da ‘corda’ verso il Cielo. In questo senso, le invasioni occidentali nel “mondo musulmano” costituiscono un pericolo assoluto, perché – come già osservato in una precedente occasione – dove arriva la “modernità” o si diffonde un tipo umano “laico” o uno “esclusivista religioso” fanatizzato, entrambi solidali nell’ignorare quella che è l’unica possibilità a disposizione del’uomo per uscire dalla triste condizione in cui si trova.

L’attacco ai Paesi arabo-musulmani, per prima cosa – a parte le motivazioni d’ordine strategico, politico, economico eccetera che senz’altro vi sono – è stato sferrato per ridurre al minimo determinate possibilità di reintegrazione da parte di uomini consapevoli del compito cui abbiamo accennato e dello sforzo che esso comporta, e che in un ambiente reso “moderno” diventa un’impresa al limite dell’impossibile.

Questa è, in definitiva, la “guerra all’Islam”, pardon al “terrorismo”!, che l’America e l’Occidente hanno dichiarato.

NOTE

[1] Per “dirigenti” s’intende qui quelli apparenti, quelli che “ci mettono la faccia” e che la massa ritiene essere davvero i “potenti”, i quali alla bisogna possono essere gettati nel cestino da altri che contano più di loro ma che opportunamente si mantengono dietro le quinte.

[2] Gli Stati, quali soggetti della (geo)politica, hanno fatto il loro tempo, se mai sono stati tali. Men che meno oggi, quando le due principiali prerogative della sovranità – battere moneta e il monopolio della forza – sono in mani private e/o straniere! In poche parole, “la Francia”, “la Germania”… “l’Italia” (!) non esistono, se non nelle manifestazioni di “patriottismo senza patria” che ci vengono propinate ad un ritmo sempre crescente. Si faccia caso al “tricolore”, esposto ormai senza sosta, in vero stile americano, mentre quel che davvero vien fatto di buono “per la patria” risulta in costante declino, sotto ogni punto di vista… Ma tant’è, gente in media dai 50-60 anni in su (perché in Italia sono gli unici “soddisfatti”) espone orgogliosamente una bandiera se “i nostri ragazzi” vanno a combattere in qualsiasi parte del mondo per motivi ai più oscuri (ufficialmente è per “la nostra sicurezza”!), ma se in patria lo sfacelo, politico, economico, sociale e culturale procede a gonfie vele ciò non turba il “patriottismo” di questi “americani all’amatriciana”.

[3] Intendiamoci, tutti i politici fingono di credere a quel che conviene, tant’è vero che stavolta, in occasione dell’attacco alla Libia, poiché sono a rischio importanti interessi italiani, anche chi in passato aveva dato mostra di credere a tutto – comprese le lettere all’antrace! – ha sollevato dubbi in maniera articolata, per una volta tanto dimostrandosi “intelligente”.

[4] Su tutto il complesso argomento rimando a questo mio recente articolo: “Primavera araba” o “fine dei tempi”? – https://www.ildiscrimine.com/primavera-araba-dei-tempi/.

[5] La prima oltreoceano, pochi lo sanno, è già del 1805, proprio in Tripolitania…

[6] Citiamo il caso una rete italiana, che per l’occasione ha modificato il palinsesto serale, propinando per l’ennesima volta un film sull’11/9.

[7] Alcuni fanno notare il sincronismo con la beatificazione di Giovanni Paolo II. Alla mossa d’immagine del Vaticano, sotto attacco con vari pretesti (il più recente quello del “preti pedofili”) per screditare sempre più il Cattolicesimo, gli Stati Uniti avrebbero risposto con un “evento mediatico” più forte, cosicché, tv e giornali, che certo non tifano in maggioranza per la Chiesa, hanno passato in secondo piano l’afflusso di folle oceaniche in San Pietro.

[8] Qua – come ho spiegato nel libro Islamofobia – il “nemico” sono le cosiddette “quinte colonne di al-Qa’ida”, da individuare tra i musulmani che vivono nei paesi occidentali (che significa “laici”, cioè atei ufficialmente e, soprattutto, di fatto, col tipo di società e di tipo umano che configurano). In Italia siamo ad un punto tale che la costruzione di una moschea è un “problema di ordine pubblico”… ma non lo sono le oltre centro installazioni Usa/Nato!

[9] Mi giunge proprio oggi la notizia della pubblicazione di un libro che narra la storia delle cavie umane (perlopiù militari) che nell’ordine delle centinaia di migliaia sono state usate dal governo degli Stati Uniti – il loro stesso governo che li celebra quando sono “vittime del terrorismo” – nel quadro di esperimenti nucleari…

[10] Il che non significa che il “vero musulmano” debba attenersi al ‘galateo’ fatto intendere da tutti i predicozzi che vengono fatti affinché l’Islam venga inteso come una delle varianti della “religione dell’umanità”…

[11] Si tratta, ad esempio, di coloro che scendono in piazza inferociti per innalzare foto di bin Laden e bruciare bandiere occidentali. Gesti di per sé non “spregevoli” (è certo più spregevole bombardare della gente nelle proprie case!), ma sostanzialmente inutili e, talvolta, controproducenti.

[12] Ricordo per l’ennesima volta che gli entusiasti della diffusione della “civiltà moderna”, tra cui i “puritani” anglosassoni, si trovano d’accordo con “sceicchi” ed “emiri” con le rubinetterie d’oro e le collezioni di Ferrari. Ad altri livelli di cooperazione, i professionisti dell’addestramento militare e della “intelligence” occidentali lavorano a braccetto con i loro omologhi “islamici” quando ve n’è bisogno per motivi strategici (in Afghanistan contro i “sovietici”, negli anni Ottanta; ex Jugoslavia, Cecenia, e oggi in Libia, dalla parte degli “insorti”).

[13] Cosicché, si capisce che persone “di sinistra”, “di destra”, “filosofi” e “religiosi”, tutti, al di là del “problema” che hanno individuato come “principale”, potrebbero tranquillamente trovarsi d’accordo se solo facessero uno sforzo, senonché anch’essi, nelle loro ‘maschere sociali’ sono un prodotto dell’illusione particolarmente insidiosa di questi “tempi ultimi”.

[14] In arabo, rahim (utero) ha la stessa radice di rahma (misericordia)…

[15] Si noti en passant che tutta la tecnologia a disposizione della massa è una versione adattata di applicazioni di carattere militare e affini: dai videogiochi (pilotare un drone non è poi così diverso) alla musica sparata nelle orecchie (uno strumento di tortura), fino allo stesso internet che oggi possiamo capire per quale motivo è stato diffuso.

“Primavera araba” o “fine dei tempi”?

di Enrico Galoppini

Ancora violenza in Piazza TahrirDa quando è cominciata la cosiddetta “primavera araba”, vari amici e conoscenti mi hanno scritto per sapere il mio punto di vista in merito. Per quello che può contare ciò che pensa il sottoscritto, e stabilito che per quanto riguarda le cose del mondo non si può mai essere certi di nulla, proverò a rispondere a tutti attraverso quest’articolo, nel quale esporrò il mio parere sulla base degli elementi che ho raccolto e rielaborato, cercando di ipotizzare dove si andrà a parare, sia dal punto di vista delle relazioni internazionali sia da quello, più complessivo, del “senso” di tutto ciò.

Proponendo in un certo senso già la fine del ragionamento, secondo la mia modestissima opinione non esiste alcuna “primavera araba”, che già nella definizione tende ad evocare un clima da “primavera di Praga”[1]… Ma partiamo dall’inizio di questa recente storia.

Senza voler scomodare la genesi e lo sviluppo del cosiddetto “mondo arabo moderno” (il che andrebbe pure fatto)[2], Il ‘big bang’ dell’odierna catena di sommovimenti – ed ora anche di guerre, diciamo così per convenzione[3] – è stata la “rivoluzione dei gelsomini” tunisina, alla quale ha fatto seguito quella egiziana, che ha preso come simbolo la piazza Tahrîr (“liberazione”: un nome, un destino). Il virgolettato è d’obbligo, poiché, stabilito che non di rivoluzione in senso etimologico si è trattato[4], neppure si è verificata una rivoluzione nel senso corrente e distorto del termine, ovvero un radicale cambiamento degli assetti di potere vigenti in Tunisia e in Egitto.

“Finita la festa, gabbato lo santo”, si dice dalle mie parti, così dopo la sbornia di piazza e mediatica, da Aljazeera alla Cnn, passando per le ‘nostre’ Ansa ecc., che, in nome delle immancabili parole d’ordine “democrazia”, “libertà” e “diritti umani”, ci ha dato l’impressione che colà tutto stesse cambiando, l’unico risultato è stata l’eliminazione dei due presidenti[5] Ben ‘Ali e Mubarak; il primo praticamente smaterializzatosi, forse riparato in qualche Paese del Golfo, e talvolta addirittura dato per morto; il secondo svanito nel nulla – forse in un carcere segreto – dopo una breve opposizione da lui intentata per non mollare la poltrona, assieme ai miliardi che avrebbe rubato in trent’anni. Arrestati, passati a miglior vita o magicamente passati allo stato volatile, non è dato sapere più nulla sulla sorte dei due ex potentissimi personaggi che sino al giorno prima venivano omaggiati dei più lusinghieri complimenti, tra cui quello davvero ambìto di “moderato”[6].

Ma quel che conta per esprimere un giudizio è: adesso, in Tunisia e in Egitto, il famoso “popolo” (che si vorrebbe sempre “protagonista” della storia)[7] sta meglio o peggio di prima? È felice di com’è andata? Anche in questo caso, mistero totale, perché l’importante, pare, è che abbiano trionfato la “democrazia”, la “libertà” e i “diritti umani”, veri idoli del mondo al contrario che va rapidamente apparecchiandosi, sempre più dimentico di Dio e dei Suoi diritti. Tra l’altro, sia in Tunisia che in Egitto, a gestire il potere vi è, anche quando veste giacca e cravatta, la casta militare, la quale è campata letteralmente dall’Occidente, Stati Uniti in testa[8]; il che mette la classica pulce nell’orecchio su chi sia stato il direttore d’orchestra della sinfonia andata in onda sui media e specialmente sui vari Twitter e Facebook, le versioni tecnologicamente aggiornate di “Radio Londra”…

Ad un osservatore minimamente scafato, la prima domanda che poteva venire in mente era: come mai hanno deciso simultaneamente di rovesciare i due leader tanto rispettati perché “moderati”? Premessa: in quelle realtà il presidente accentra molti più poteri rispetto ai loro omologhi occidentali, checché ne dicano i vari adoratori del ‘divo Obama’, che al pari dei suoi predecessori viene celebrato come “l’uomo più potente del mondo”. Cioè, mentre Obama conta come il due di picche essendo un mero prodotto pubblicitario[9], nel suo contesto un Mubarak conta eccome, anche se si tratta di “democrazie parlamentari” (a partito unico, di fatto o di diritto), con tanto di Costituzione, pertanto la sua defenestrazione, al pari di quella di Ben ‘Ali, dev’essere stata pianificata in simultanea sulla base di una valutazione generale, quanto meno ad un livello mediterraneo, e non limitata ai singoli scenari tunisino ed egiziano. La gente, si sa, viene abituata a considerare uno scenario, un problema alla volta, per impedirle di mettere insieme tutti i pezzi e farsi perciò un’idea più chiara, d’insieme. Ecco che nella mente dei più esistono, percepite separatamente, la “crisi libanese”, la “guerra in Libia” e… classico dei classici, la “questione palestinese”, che è invece completamente collegata a quanto sta accadendo, non limitandosi affatto ad un limitato conflitto “israelo-palestinese” o “arabo-palestinese”…

Ma torniamo alla cosiddetta “primavera araba”. Si è letto di “contagio”, di “emulazione”, di “vento della libertà”. Tutte fandonie. Operazioni simili vengono pianificate da dentro e da fuori, e la massa ‘telegenica’ viene fatta confluire nelle piazze in un modo o nell’altro, per esempio facendo artatamente innalzare vertiginosamente i prezzi dei cereali, la cui “borsa valori” non certo è in mano ai contadini tunisini o egiziani, ma a gente senza scrupoli che ci propina anche gli ogm (“Monsanto”… un nome, un programma). Altri, meno rincitrulliti e/o ingenui, argomentano che si tratterebbe di un “risveglio nazionale”, quasi una seconda puntata della storia cominciata con la creazione di quel “moderno mondo arabo” al quale accennavo in nota, il quale – è bene ribadirlo – originò dalla distruzione pianificata dell’Impero Ottomano prima, durante e dopo la Prima guerra mondiale (la quale ebbe lo scopo principale di cancellare tutti gli imperatori di “diritto divino” – Absburgo, Hohenzollern, Romanov, Ottomani – ed ingabbiare una parte del mondo conquistato nella democratica e contro-iniziatica Società delle Nazioni, poi proseguita nell’Onu; la Seconda guerra mondiale – una specie di seconda puntata della prima – avrebbe completato il lavoro svolto con la Prima, tant’è che sortì anche la fine dell’Impero del Sol Levante nonché l’occupazione statunitense di parte dell’Europa)[10].

E che dire dei tentativi di rovesciare il governo esperiti anche in Paesi non “arabi” come l’Albania… e del rischio costante che gli agenti professionisti della sovversione che operano dietro i “social network” e le liste di numeri di telefono da contattare si attivino di nuovo per scatenare la cosiddetta “società civile iraniana”? Addirittura l’India, nei primi giorni di caos generale, aveva visto forti proteste… Quanto ai poveri “pigs”, i ‘maiali’ d’Europa, sono già stati sconvolti, o meglio giugulati, dai vampiri della finanza apolide al servizio di Mammona: Grecia, Irlanda, ed ora, in totale sordina, il Portogallo. Poi toccherà presumibilmente alla Spagna, a completare l’acronimo, che denota una volta di più, se mai ce ne fosse il bisogno, la considerazione nella quale il mondo puritano-sionista anglosassone che punta al dominio planetario tiene le nazioni dell’Europa mediterranea, tra l’altro a maggioranza cattoliche o ortodosse[11]. E taciamo sul terremoto in Giappone per non sembrare “complottisti”[12]: qual è ora l’unico risultato? Che il mondo intero non vuole l’energia nucleare[13], con sommo gaudio del cartello delle famose “sette sorelle” anglo-americane (nessuno ricorda più il disastro petrolifero nel Golfo del Messico causato dalla “buona” BP?). La Francia, intanto, se ne frega altamente della “psicosi” da nuova Chernobyl e tira diritto col suo nucleare, ed anzi la spara grossa con la guida dell’attacco alla Libia per arraffare pure il suo petrolio (e sottrarlo agli altri)! E noi qua, in Italia, completamente rincitrulliti al punto che si pensa di poter andare avanti – beninteso, se vogliamo mantenere l’attuale “standard di vita materiale”, il che si può anche ridiscutere – coi pannelli solari e l’eolico[14]. Per non parlare delle “ispezioni” alle quali l’Iran dovrebbe sottoporsi per il suo programma nucleare ad uso civile, mentre nessuno si sogna (l’ex direttore dell’Aiea el-Baradei in testa, mandato in Egitto a fare un po’ di ‘colore democratico’) di imporle agli Stati Uniti, alla Francia o a Israele! Insomma, ci sono già sufficienti elementi per gridare alla ‘sagra dell’ipocrisia’…

Così, siamo partiti dalla Tunisia e dall’Egitto, e pian piano, passando per vari scenari, si arriva in Italia e alla “guerra per il petrolio” (o per le fonti di energia in generale)[15], tanto per aggiungere una “i” al club dei ‘maialetti’ da cucinare nel forno dell’usurocrazia che in cambio di “aiuti” pretende la svendita degli ultimi “gioielli di famiglia” e le mitiche “riforme strutturali”[16]. E cosa c’entra – si dirà – l’Italia con la Tunisia e l’Egitto? C’entra e parecchio (anche con l’Albania che si voleva mettere a soqquadro nei primi giorni della “primavera”), perché in entrambi i Paesi nordafricani (il secondo è in realtà ben di più, costituendo il ponte strategico tra Asia e Africa) il volume degli affari italiani è davvero considerevole. E si giunge così alla Libia…

Una parentesi sul “nuovo Egitto”, però. Dopo la cosiddetta “rivoluzione egiziana”, ci si attendeva una mossa, simbolica e sostanziale: l’apertura della frontiera con la Striscia di Gaza dal lato egiziano di Rafah, onde porre fine di fatto al blocco che ne strangola la popolazione da oltre quattro anni (ricordiamoci che nel frattempo vi sono stati la strage di “Piombo fuso” e la Freedom Flotilla)[17]. E invece nulla, tranne i consueti permessi col contagocce… Evidentemente chi vota Hamas e si prende la sua regolare dose di bombe in testa dalla “unica democrazia del Medio Oriente” non merita tutto l’entusiasmo riservato per le “lolite di Teheran” o i “giovani democratici di piazza Tahrir” o “di Damasco”…

Torniamo ora alla Libia, perché qua la l’operazione-quadro messa in atto dalle “potenze occidentali” per conto dei loro committenti usurocrati mondiali risulta di una chiarezza lampante. Prima hanno mozzato la testa dell’Egitto e della Tunisia, poi hanno fatto il ‘panino’ con la Libia. Dal primo, che confina con la Cirenaica in rivolta, sono entrate forze speciali e addestratori britannici (prima dello scoppio della “crisi”!), assieme a vari professionisti della “guerra santa” (Afghanistan, Bosnia ecc., ma anche Algeria, dove fecero fuori molti aderenti al Fis), cioè i “combattenti per la libertà” di rambesca memoria; dalla seconda hanno cominciato a inviare in Italia un profluvio di cosiddetti “migranti” (com’è che invece non arrivano “profughi” in fuga dalla Libia? altro mistero…)[18]. Perché, mettiamocelo bene in testa, tutta questa storia è anche un attacco all’Italia.

L’Europa intanto – se mai è esistita come “Unione Europea” – frana sotto i tentativi smaccati di Francia e Gran Bretagna[19], aiutate dalla solita America che con Obama il “buono” sta defilata[20], di farci le scarpe in Libia. Nella migliore delle ipotesi, il nostro governo deve aver dovuto per ora fare buon viso a cattiva sorte (eravamo il partner commerciale privilegiato della Libia), così ha messo a disposizione le basi, questo scandalo degli scandali che non agita i sonni di nessun politico “alternativo”, dall’estrema destra all’estrema sinistra, né all’italiano medio, il quale probabilmente si sente soprattutto “occidentale”, pertanto “difeso” (da cosa, non si sa)dalle oltre cento basi ed installazioni Usa/Nato presenti sul nostro (?) territorio! Che poi la direzione delle operazioni si sposti al cosiddetto “ombrello” (meglio sarebbe dire “paravento”) della Nato, gestito da Napoli, dove ha sede il comando Africom, destinato alle operazioni in Africa, dimostra che l’obiettivo principale della manovra mirata a sfasciare lo Stato libico è la conquista dell’Africa. Non a caso, si comincia dalla Libia, il Paese-guida dell’Unione degli Stati Africani, quindi Gheddafi, che quest’ultima ha curato particolarmente, deve essere tolto di mezzo. La Libia, inoltre, come avevano spiegato alcuni geopolitici italiani degli anni Trenta (quando la geopolitica veniva praticata perché avevamo una politica estera degna di tal nome) è il naturale ponte dell’Africa nel Mediterraneo, per mettere in comunicazione l’Africa, fino alla regione del lago Ciad, con l’Europa, a partire dalla penisola italiana[21]

Per quanto riguarda le motivazioni dell’aggressione ad uno Stato sovrano che non ha minacciato né tantomeno attaccato nessun altro Stato (non esiste nemmeno la foglia di fico della “invasione irachena del Kuwayt” del 1990), stendiamo un velo pietoso: si sono già rivelate delle bufale e le “fosse comuni” e i “bombardamenti dei manifestanti” (Aljazeera – che per anni ha fatto da cassa di risonanza della pseudo al-Qa’ida ed ha costruito letteralmente il “personaggio” Bin Laden già prima dell’11 settembre 2001 – è scandalosamente unilaterale pro-ribelli armati dall’Occidente)[22]; per di più, a riprova che si tratta di un’impostura, basti pensare al Bahrein e allo Yemen, dove dei veri manifestanti disarmati sono stati trucidati, ma nessuna Onu ha tuonato, né alcun “pagliaccio” alla Sarkozy s’è ‘scandalizzato’ facendo alzare in volo l’aviazione militare[23]. In Libia, dunque, si è trattato di una ribellione violenta di una parte della popolazione, di una secessione in armi di una parte del territorio nazionale, avvenuta, ripetiamolo ancora, dopo aver fatto sparire Ben ‘Ali e Mubarak ai due lati (si è capito ora a cosa è servito il “festival democratico di Piazza Tahrir” o “dei gelsomini”, di cui adesso nessuno più riferisce?), per meglio preparare la sovversione: in questi casi ogni Stato ha o non ha il legittimo diritto di reagire? cosa farebbe quello italiano con una “Padania” in cui insorgessero “camicie verdi” armate? o quello spagnolo alle prese con dei Baschi indipendentisti in assetto paramilitare? o quello francese con dei bretoni armati fino ai denti? Non osiamo immaginare cosa farebbe il governo Federale degli Stati Uniti in caso di secessione armata del Texas o della California… Si verificherebbero le reazioni che avrebbe un qualsiasi Stato a tutela della sua integrità territoriale…[24].

I media, in tutto questo bailamme, fanno il loro consueto gioco sporco per il quale sono stati inventati, rappresentando l’arma per eccellenza della guerra psicologica. Nessuno racconta la versione del governo libico, pertanto – per chi ha la possibilità di seguire programmi in lingua araba – risulta interessante seguire in diretta la tv libica (http://www.ljbc.net/home.php : i quattro loghi nella colonna di destra danno l’accesso a quattro canali tv), giusto per controbilanciare l’unilateralità di Aljazeera, solo e sempre con gli “insorti” (che non sono “manifestanti”, ficchiamocelo bene in mente). Invece, per sapere qualcosa su quanto avviene in Bahrein, Arabia Saudita e Yemen, dove i “manifestanti” non meritano una “guerra umanitaria” in loro “soccorso”, è consigliabile seguire i canali iraniani (tra cui, in arabo, al-Alam: www.alalam.ir; e, in inglese, PressTv: http://www.presstv.ir )[25].

Quanto alla “stampa ufficiale” per noi più accessibile – quella liberaldemocratica “di destra”, “di centro” e “di sinistra” che si trova nelle edicole e viene commentata nelle “rassegne stampa”[26] – per trovare qualche barlume d’informazione e, soprattutto, notizia attendibile riguardo alla “crisi” in corso, bisogna leggere quei giornali (pochi, sebbene molti pensino il contrario) vicini al governo, come “Il Giornale” (articoli di Marcello Foa ed altri) e “Libero”, che ha pubblicato varie pagine per sbugiardare la retorica di questa “guerra dell’Onu”. Non sono un lettore di questi giornali (né di altri ad essi “opposti”, a dire il vero, poiché sono tutti fondamentalmente delle perdite di tempo), ma se proprio in questi giorni si vuol sapere qualcosa dalla “stampa ufficiale” è consigliabile consultare quei due quotidiani. Il resto è solo un campionario d’ipocrisie disgustose, come quelle di un noto “fabbricante di opinioni” spesso ospite in tv e la cui missione professionale ed esistenziale pare sia attaccare Berlusconi, il quale critica la “destra” perché “pacifista”, in quanto il suo elettorato , che ha capito in parte – a differenza di quello di “sinistra” accecato dalla ‘obamania’ e dalla retorica dei “diritti umani”- la portata dello scontro in atto, non vorrebbe quest’aggressione alla Libia, che in pratica si risolve in una perdita secca per gli interessi italiani, o meglio in un altro tassello di quell’aggressione all’Italia che mira proseguire l’opera di rapina del patrimonio nazionale condotta con la cosiddetta stagione di “Mani Pulite”[27]. La cosiddetta “opposizione” – la quale rivela definitivamente il motivo per cui esiste in Italia la dinamica governo-opposizione – sta approfittando meschinamente dell’occasione per compiacere i padroni (cioè l’America), ed abbattere così l’odiato Berlusconi… da essa visto come un ‘Gheddafi nostrano’.

In tutta questa bella mostra di miserie umane, s’inserisce anche l’indecente e penoso balletto del governo italiano, che, capita l’antifona, invece di prendere decisamente posizione in qualche modo (compresa addirittura un’azione militare a guida italiana per fregare chi ci vuol fare fuori su tutta la linea, a costo di mettersi in guerra con gli altri occidentali) s’è messo a dare pugnalate nella schiena a quello che il giorno prima era l’“alleato libico”. Che figura meschina!

A noi non è dato sapere cosa sia realmente avvenuto nei “palazzi del potere”[28]; se si sia trattato dell’ennesima pagina di vergognoso tradimento italiano (con gli “Accordi di Londra” del 1915 e l’8 settembre 1943 pensavamo di aver già dato il massimo) o di una presa d’atto che, dietro minacce di fronte alle quali il “caso Ruby” sembrerebbe un buffetto, c’era da ingoiare il rospo e barcamenarsi… Di sicuro c’è che mentre a casa la gente vien fatta andare in brodo di giuggiole per la “democrazia”, la “libertà” e i “diritti umani”, anche l’ultimo dei politicanti da strapazzo con la faccia da scemo sa che la partita è essenzialmente (come sempre, del resto) strategica, geopolitica, nello specifico determinata dagli esiti sgraditi alle lobby occidentaliste del “trattato di amicizia italo-libico”, che di fatto ci poneva in condizioni di assoluto privilegio per quanto riguarda l’utilizzo delle fonti energetiche libiche, con grave scorno di Francia, Gran Bretagna, America… Idem per quanto riguarda una gestione minimamente sensata dei flussi migratori, e puntualmente sta avvenendo l’invasione che il “trattato” (ma anche gli accordi col precedente governo tunisino) aveva sin qui evitato: e sottolineiamo che stanno arrivando tunisini, non libici in fuga dai teatri dei bombardamenti, il che solamente potrebbe avere un senso.

Quel che sembra certo, è che alla fine di questa storia, che non si profila affatto breve (“L’alba dell’Odissea” è la corretta traduzione dell’operazione… non “Odissea all’alba”!) perché coinvolge l’intero Mediterraneo… alla fine di questa storia, l’Italia, con un’economia già disastrata ed un tessuto sociale già degradato, ne uscirà presumibilmente conciata male, alla faccia di chi agita specchietti per le allodole già visti in occasione dell’aggressione a Belgrado. Già che ci siamo giova ricordare che i serbi, dopo quella “guerra umanitaria”, non sono andati affatto a stare meglio, tant’è che ancora oggi (vedasi le polemiche calcistiche, che riflettono di norma le tensioni politiche) i serbi sono dipinti come i “cattivi d’Europa”[29].

Qualche parola la meritano anche questi famosi “insorti” o “ribelli” dietro i quali scodinzolano le nostre (?) inviate in carriera[30]. Abbiamo già accennato al fatto che si tratta di “islamici atlantici di servizio”, che dopo il compito svolto o vengono messi in loco a gestire per conto dell’Occidente degli “Stati islamici” fantoccio come il Kosovo o vengono direttamente spostati altrove, poiché trattasi di un’accolita di mercenari pronti all’uso, dal Caucaso ai Balcani[31]. E che cos’è questa Senussia di cui si sente tanto parlare? Va ricordato che la dinastia senussita fu inventata dalla Gran Bretagna nel 1951 per gestire in suo favore il petrolio e garantire la presenza di sue basi militari, che poi Gheddafi avrebbe fatto smantellare, alla faccia di chi lo dipinge come un “pupazzo dell’Occidente”. Questo per mettersi sull’avviso su quale bandiera agitano i “rivoltosi”, i quali, secondo il copione delle “liberazioni” sventolano anche vessilli francesi e americani, nientemeno come gli albanesi del Kosovo nei giorni della loro “indipendenza” di cartapesta[32]. Per capire di che si tratta, citiamo il fatto che quando l’Italia preparò la cosiddetta “impresa di Libia” nel 1911 (governo Giolitti), emissari di quest’ultimo vennero inviati diversi anni prima al Cairo per preparare il terreno diplomaticamente, ma anche a livello di “ordini contemplativi” (le cosiddette “confraternite”, le turuq), tant’è che sono comprovati i rapporti di Enrico Insabato[33] – colà inviato appositamente – con lo Shaykh ‘abd ar-Rahmân al-‘Alîsh, la stessa autorità “akbariana”[34], e personalità di al-Azhar, che conferì l’iniziazione a René Guénon[35], e che scrisse anche sulla rivista italo-araba fondata dal primo, “an-Nâdî/Il Convito”[36]… C’è da chiedersi che cosa potessero avere in comune un emissario del governo italiano, sebbene islamofilo come minimo, ed un’autorità spirituale dell’Islam in vista di un’occupazione italiana della Libia[37], ma forse a chiarire alcune stranezze può servire la seguente considerazione: la confraternita della Senussia, da cui i britannici trassero la suddetta dinastia, rifiuta l’ijmâ‘, ovvero il consenso dei dotti, dei fondatori delle quattro scuole giuridiche, perorando la necessità dell’apertura di un nuovo “ijtihâd” (lett. “sforzo” sui testi, in primis Corano e Sunna) per ricavare una giurisprudenza “al passo coi tempi”: il che in una parola sola significa “modernismo”, o meglio “fondamentalismo” nel vero senso del termine, se tutto il lavoro, divinamente ispirato, dei grandi sapienti (‘ulamâ’) che sistematizzarono l’edificio della giurisprudenza islamica, fosse da rigettare; il che ricorda in maniera impressionante il punto di vista dei vari al-Afghânî e ‘Abduh, e del loro continuatore Rashîd Ridâ’[38], che col loro “riformismo” col quale avvelenarono l’Impero Ottomano del sultano ‘abd el-Hamîd II, intendevano, in senso protestantico (il fedele quale “interprete della Rivelazione”), minare alle basi il “consenso” su cui si regge la comunità islamica pur nella diversità di opinioni[39]. Alla luce di questi pochi essenziali elementi (ai quali potranno aggiungersene altri, più in dettaglio), si evidenzia anche il ruolo svolto dal “terribile colonialismo italiano” in Libia, sviluppato soprattutto negli anni Trenta col governatore Italo Balbo, talmente “terribile” che un’eminente autorità del Sufismo, e al tempo stesso patriota egiziano e panislamico che avversava la dominazione inglese camuffata da “protettorato”[40], preferiva la presenza italiana a quella degli antenati degli odierni “combattenti per la libertà”, il cui referente spirituale, chissà perché, si dichiara un “liberale” e risiede, come tutti i suoi omologhi dell’”Islam politico”, in quella capitale rinominata ‘Londostan’. Meditino gli sprovveduti che in nome dell’anticolonialismo dogmatico o della ‘tifoseria islamica’ sempre e comunque hanno inteso coprire con strati di ridicolo la consegna della “Spada dell’Islam” a Mussolini nel 1937…

Come se tutto ciò non bastasse, aggiungiamo che in Sudan, promossa dall’Occidente, è pronta la secessione del sud. Pochi anni fa, governo e ribelli secessionisti, avevano trovato un accordo formale, siglato a Nairobi, ma a quel punto l’Occidente s’è scatenato per rinfocolare il conflitto, speculando sulla “tragedia del Darfur”, che tutti ormai hanno orecchiato perché è un continuo gridare interessato al “massacro”, dai radicali a certi preti. Siccome dopo quegli accordi non sapevano più come fare, sono passati – come in Libano – al “colonialismo giudiziario”, così il presidente sudanese al-Bashir è stato dichiarato colpevole, da parte del tribunale-farsa dell’Aja che giudica a senso unico, di “crimini contro l’umanità” (il primo caso di un presidente in carica!). Il Sudan è un paese strategicamente importantissimo per l’Egitto (che non può non essere preoccupato per la questione della gestione delle acque del Nilo), con una notevolissima penetrazione cinese, la quale sta interessando l’intero Corno d’Africa (già oggetto dei piani geopolitici dell’Italia quando aveva una politica estera, non a caso). Mubarak avrebbe accettato anche questa “secessione”? Magari no, quindi meglio ‘tagliare la testa’ all’Egitto mentre si prepara un altro scenario esplosivo in Sudan, già oggetto di bombardamenti statunitensi col solito pretesto della “presenza di Bin Laden”, il cui presidente, come detto, è oggetto di un ridicolo “mandato di cattura internazionale” (perché Bush o Blair, oppure Olmert o Tzipi Livni, non dovrebbero allora essere perseguiti?) concepito nelle stesse stanze in cui si trama per uscirsene con una sentenza che incolpi Hezbollah per l’assassinio dell’ex primo ministro libanese Rafiq Hariri… E sai che ridere se, qualora si volesse rendere “esecutiva” una sentenza anti-Hezbollah, scoppiasse una guerra nel sud del Libano, feudo di Hezbollah, in cui è di stanza il contingente italiano… faremmo guerra anche a Hezbollah pur di compiacere gli “alleati” (cioè gli stessi che ci stanno fregando in Libia)?

L’esempio del Sudan ci offre lo spunto per sottolineare dove vogliono andare a parare coloro che stanno fomentando la “primavera araba”. Non c’è molto da lambiccarsi il cervello per capirlo, poiché, come al solito, sono sempre molto chiari al riguardo, senonché si fa fatica a credergli e ci si vuol convincere che no, “non è possibile”… Lo “scontro di civiltà” l’hanno voluto e d ottenuto, e lo stesso dicasi per il progetto di “Nuovo Medio Oriente”, che con Obama va avanti né più ne meno rispetto a quando alla Casa Bianca c’erano i Bush. Detto più precisamente si tratta di un progetto di cantonizzazione etnico-confessionale del Vicino e Medio Oriente, noto anche perché uno studioso incaricato dal governo sionista lo espose sinteticamente già nel 1982 su una rivista israeliana[41]. Da allora, la linea-guida non è mai cambiata, ma siccome tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, hanno dovuto nel frattempo eliminare quegli ostacoli che si frapponevano alla sua realizzazione, ovvero quegli Stati-nazione della regione troppo forti ed in grado di coagulare un sentimento patriottico arabo ed islamico. Ecco perché oggetto delle cure dei fautori del divide et impera secondo linee etnico-confessionali è stato innanzitutto l’Iraq, oggi ridotto ad uno spezzatino e completamente innocuo dal punto di vista della potenza occidentale (la Giordania – prima Transgiordania – è stata concepita come Stato-cuscinetto sin dall’inizio)[42]. Adesso, analoga cura andrebbe somministrata alla Siria, che si presta ottimamente ad essere divisa vari pezzi, previa eliminazione della dirigenza ba‘thista. E non ci si faccia abbindolare dal fatto che l’Iraq era nemico dell’Iran mentre la Siria gli è alleata, perché tanto analoga sorte attende, secondo i piani dei mondialisti, anche l’Iran, che andrebbe spezzettato in una serie di staterelli (Arabistan, Balucistan ecc. con vari pezzi che andrebbero ad ingrossare realtà limitrofe). Pertanto si giunge al punto da capire bene, ed al quale abbiamo già accennato all’inizio, quando abbiamo ricordato il senso della Prima Guerra Mondiale e della Seconda, che di quella fu la prosecuzione perché il ‘lavoro’ non era finito… Quando i mondialisti decisero di eliminare l’Impero Ottomano dividendosene le spoglie non avevano fatto i conti con il sentimento nazionalista arabo (e in parte islamico), il quale ha per così dire un doppio volto: in una prima fase era servito a minare dall’interno l’Impero Ottomano e a diffondere una concezione dello Stato di tipo “laico”[43]; poi, però, alcuni di quegli stessi Stati originati dalla divisione dell’Impero Ottomano erano andati in mano a dirigenze che non si sottomisero ai piani mondialisti (v. ad esempio l’Egitto di ‘abd el-Naser, l’Iraq ba‘thista), così per evitare ogni pericolo venne deciso di suddividere ulteriormente quegli Stati-nazione su cui comunque gravava il ‘peccato originale’ della fine dell’Impero Ottomano. Quale modo migliore per governare popolazioni altrimenti riottose al “Governo unico mondiale” che suddividerle in una serie di piccole patrie tutte in lotta tra di loro rinfocolando di continuo il settarismo e il fanatismo etnico e confessionale? Va osservato che il sistema è lo stesso messo in opera in Europa, dove alla fine degli Imperi fece seguito l’era degli Stati-nazione (mentre s’affermava il “laicismo”…), ma visto che anche in questo contesto alcuni s’erano dimostrati troppo pericolosi per i fautori del “Governo unico mondiale”, ecco che con l’Unione Europea – una sorta di super-Stato centralizzato burocratico-bancario – è stata simultaneamente incentivata la tendenza alla parcellizzazione sul tipo delle “piccole-patrie”, che vediamo all’opera anche in Italia… Di modo che, mentre ciascuno si baloccherà con la sua insignificante “indipendenza”, i padroni del vapore potranno tranquillamente procedere per la loro strada indisturbati.

Tornando all’Egitto, e a proposito di gruppi islamici poco chiari, vi è da dire che desta qualche sospetto la sentenza di condanna a morte proferita dal ‘mufti di Aljazeera’ (completamente pro-ribelli, col Qatar che è stato il primo Stato della Lega araba a riconoscere i ribelli libici quali “unico governo della Libia”), lo shaykh Yusuf al-Qaradawi, il quale, nei giorni delle adunate di piazza al Cairo, senza troppi giri di parole ha detto che “Gheddafi va ammazzato”. Ma che cosa sono questi “Fratelli Musulmani”? Bella domanda, che probabilmente trova una risposta nella repressione operata nei loro confronti da ‘abd el-Naser, di cui tutto si può dire ma non che sia stato amato dall’Occidente![44] E guarda caso troviamo questa “fratellanza” dietro le quinte del subbuglio che va agitandosi in Siria, proprio dalla città frontaliera di Der‘a, con la Giordania che resta miracolosamente incolume dal vento della “primavera araba”… Come se lì la “fame”, addotta a pretesto delle prime rivolte, non esistesse, e come se si trattasse di un’isola di “democrazia”, “libertà” e “diritti umani”, tanto per citare le “questioni di principio” che tanto appassionano gli occidentali e, pare, anche gli arabi impazziti dietro Twitter e Facebook[45]. Dicevamo che trattasi di una strana “fratellanza” perché nell’Islam si è già “fratelli” nella fede per il fatto di aver riconosciuto il Messaggio di Allâh e del suo Inviato (ciascuno vi si conformerà nella misura delle sue capacità e secondo la Grazia che Allâh vorrà accordargli), mentre esiste una “fratellanza” di tipo più ristretto – ma non esclusivista, bensì complementare alla prima – se si aderisce ad una tarîqa (lett. “via”) regolare; quello che alcuni, estrapolando dal lessico moderno, definiscono “esoterismo islamico”, il quale – cogliamo l’occasione per questa precisazione – non ha alcun motivo d’essere considerato tale perché è il Messaggio dell’Islam stesso, trasmesso nel Corano e nell’esempio virtuoso del Profeta (Sunna), e sistematizzato nel lavoro dei sapienti (ijmâ‘)ad essere al tempo stesso “interiore” ed “esteriore”, tanto più che Allâh è azh-Zhâhir e al-Bâtin (Colui che appare e Colui che si nasconde)… Il Corano e la Sunna sono suscettibili di una serie indefinita di interpretazioni, sempre più profonde e sempre più incomunicabili razionalmente, che non ha alcun senso parlare di “esoterismo islamico”. Né di “fratellanza musulmana”, se se ne fa un uso settario, come ‘un di più’ rispetto alla “umma” (la comunità dei credenti), quasi a far credere che l’Islam sia un’ideologia di cui un qualsiasi partito o movimento politico può arrogarsi l’esclusiva rappresentanza ed “ortodossia”.

E così veniamo alla conclusione di questa disamina, che non ha alcuna pretesa di sistematicità né intende rappresentare “la verità unica e indiscutibile”, trattandosi solo di quel che ho rielaborato sulla base degli elementi raccolti, dell’esperienza fornitami da situazioni analoghe e da una valutazione generale sullo stato dell’attuale “civiltà”.

Che vengano rovesciati i vari Gheddafi, gli al-Asad ecc., così come sono scomparsi i Ben ‘Ali e i Mubarak in un batter d’occhio, è certamente importante dal punto di vista delle popolazioni da essi governate, e anche da quello dell’analisi geopolitica più generale, ma la questione più rilevante resta sempre la valutazione in termini “islamici”, “di civiltà”. Nel senso che si tratta di personaggi che con l’Islam hanno a che fare ben poco, per non dire nulla. Se sono autentici “sottomessi” questo lo sa solo Allâh, nel segreto dei loro cuori[46]. Che essi incoraggino dei modi di vita islamici, delle società che offrano delle condizioni favorevoli ad uno sviluppo spirituale delle singole persone, non è però facile negarlo con il frettoloso ‘anatema’ scagliato dai fondamentalisti. Soprattutto perché bisogna fare molta attenzione a non fare dell’Islam un’ideologia politica, un “sistema concluso”, perché su questa china praticamente diventano tutti “islamicamente deviati”, per non dire dei kâfir[47]. Al peggio non c’è mai fine, e a questi personaggi potrebbero fare seguito altri ancora peggiori, che da una parte potrebbero mettersi ad aizzare le lotte settarie infraislamiche, con annessi attacchi ai cristiani[48], tanto per dirne una che accelererebbe la sindrome da “scontro di civiltà”. Se si considera la Siria degli al-Asad, non si potrà certo dire che viga un “ordinamento islamico”, ma neppure si può sostenere che l’Islam, colà, non sia possibile viverlo… La situazione potrebbe insomma peggiorare, in mano a dei fanatizzati, con gli ultimi rappresentanti regolari della tradizione islamica che si troverebbero davvero a mal partito. Per non parlare dell’altro esito eguale e contrario di questa “primavera araba”, quello della diffusione di un tipo umano “democratico”, perciò “laico” (o meglio laicista) e che “crede solo a se stesso”[49]. “Musulmani” come i “cristiani della domenica”, poi solo da “Pasqua e Natale”, infine completamente dimentichi del loro Creatore e inebriati dalle illusioni di questo mondo.

Al di là dei risvolti geopolitici e di come potrà finire per l’Italia (male), la domanda essenziale su tutti questi rivolgimenti è: quale tipo umano uscirà prevalente dalla “primavera araba”? Come in diversi ormai cominciano a realizzare sulla loro pelle nella stessa Europa vagheggiata quale nuovo ‘Eldorado’, la “democrazia” è un veleno interiore, più che altro[50]. Se anche quelle popolazioni si  “democratizzeranno” ed “occidentalizzeranno”, vorrà dire che si distoglieranno sempre più dal Cielo per invischiarsi nel “mondo”… e questo non è un bene, in termini assoluti. Il che non differisce, nella sostanza, da un esito “islamico” in senso fondamentalista letteralista.

Ma chi conosce i piani di Allâh? Noi di certo no! Quindi, in un certo senso, comunque vada, andrà sempre “bene”… L’importante è non “preoccuparsi” inutilmente e prepararsi a quel che verrà, ‘lavorando sodo’[51]… Perché se anche l’ultima “civiltà” che teneva a freno l’espansione del modello occidentale laicista venisse a collassare per la prevalenza dei valori edonistici e materialistici (oppure di un “Islam” fondamentalista letteralista), non è affatto peregrino prefigurare l’approssimarsi dei “tempi ultimi”, che non saranno esattamente ‘primaverili’… A quel punto, non essendo più in vista alcun “raddrizzamento” parziale o “aggiustamento” prima della fine del ciclo della presente umanità[52], non basterà più una partecipazione ‘passiva’ (“religiosa”) alle verità principiali, ma solo una identificazione ‘attiva’, realizzata, delle stesse. Chi ha orecchie per intendere, intenda, prima che sia troppo tardi.

NOTE

[1] Curiosamente, in entrambi i casi, il ‘cerino’ che ha innescato la “primavera” è il suicidio di un dissidente che si dà fuoco (nel 1969, il cèco Jan Palach).

[2] Il “mondo arabo moderno” è l’esito della spartizione delle spoglie dell’Impero Ottomano, una compagine sovranazionale in grado di rappresentare l’ultima espressione visibile dell’unità della umma (la comunità dei credenti dell’Islam), tramite l’istituto del “califfato ottomano”. Tale spartizione venne perseguita lentamente, ma metodicamente, dalle potenze occidentali, sin dalla seconda metà del Seicento, soprattutto dall’Ottocento, e poi realizzata dopo la Prima guerra mondiale. Il passo immediatamente successivo fu la “abolizione del Califfato”, con la connivenza dei contro-iniziati “Giovani Turchi” (già al potere dal 1909), la quale comportò la fine di un istituto che riveste una funzione eminentemente spirituale, e solo subordinatamente ‘religiosa’ e ‘politica’. Per alcune note sul Califfato, e una ricca bibliografia, rimando al mio Considerazioni sull’istituto del Califfato e la “Giustizia” nell’Islam, “Eurasia”, 4/2007, pp. 35-44.

[3] La guerra, ormai, per vergogna, ipocrisia e viltà non la si dichiara più a nessuno, tant’è che tutti gli Stati odierni hanno dei “ministeri della Difesa”. Si legga, a proposito, il provocatorio ma lucido saggio di M. Fini, Elogio della guerra, Marsilio, Venezia 1999.

[4] http://www.etimo.it/?term=rivoluzione.

[5] Ra’îs significa “presidente”, sebbene venga ripetuto con tono terrificante (a mo’ di “Fuehrer”) dai ‘nostri’ giornalisti.

[6] Leggasi “amico dell’Occidente”, nel senso che permette alle sue banche e alle sue industrie di fare il bello e il cattivo tempo con le ricchezze e le potenzialità, materiali ed umane, del Paese governato; a condizione però che il “moderato” di turno e la sua cricca vengano lautamente rimpinzati di danari (perlopiù depositati negli stessi Paesi occidentali, che al momento opportuno possono sempre “congelare” – v. “rapinare”, ovvero “riprendersi” – i suddetti danari suddette ricchezze. Come si capisce facilmente, mantenere una cricca compiacente in un qualsiasi Paese sottomesso – “di tipo A”, scriveva John Kleeves, il cui fondamentale Vecchi Trucchi è stato appena ristampato da Il Cerchio – è un’operazione praticamente a costo zero, fondandosi sullo sfruttamento della boria e della credulità di personaggi che s’illudono di essere “onnipotenti”).

[7] Infatti, sin dal sussidiario delle elementari veniamo informati che la “Rivoluzione francese” ha il suo protagonista nel “popolo che prende la Bastiglia”!

[8] Cosicché queste commesse militari servono a mantenere fiorente uno dei pilastri della “potenza americana”, quello delle fabbriche di armi, solidale ed integrato con gli altri: speculazione monetaria e investimenti in borsa, ricerca scientifica e tecnologica (ecco perché ai giovani scienziati italiani non si devono fornire opportunità in patria) e industria petrolifera, secondo quanto spiegato benissimo da A. B. Mariantoni ne Il “tandem” Usa-Israel nel Vicino Oriente (http://www.vho.org/aaargh/fran/livres6/Mariantoni06.pdf). Ai predetti quattro pilastri va aggiunto, quale vera e propria arma di distruzione di massa d’intere società soggiogate, il traffico di droga (v. il cap. IV del suddetto “Vecchi Trucchi”: http://www.ilcerchio.it/vecchi-trucchi-nuova-edizione.html).

[9] Ed è certamente più ‘anticristico’ del precedente Bush, dal piglio e dalle movenze tipicamente bovare. Obama è invece mellifluo, suadente, accattivante, mentre concretamente porta avanti indefettibilmente l’agenda perversa occidentale…

[10] L’altra parte venne invece occupata dalla Russia (Urss), ma col senno di poi abbiamo visto che anche l’ex “Europa Orientale” è stata conglobata – ad ogni livello, compreso quello della mentalità – nel cosiddetto “Occidente”. Si noti di sfuggita che mentre si continua a parlare di “Terzo mondo” (progressivamente sostituito da “Sud del mondo”), nessuno spiega dov’è finito il “secondo”, che corrispondeva, nella logica sviluppista, ai Paesi del “blocco sovietico”.

[11] l’Irlanda è atavicamente disprezzata da costoro; l’occupazione delle sei contee del nord – l’Ulster – non viene mai citata, neppure per sbaglio, come il più scandaloso caso di occupazione in Europa.

[12] È un fatto, però, che nei mesi scorsi l’industria dell’auto giapponese – celebre per la sua precisione – ha ‘incredibilmente’ sfornato modelli “difettosi”, costretti ad essere ritirati dal mercato dietro pressioni occidentali, Stati Uniti in testa (Fiat/Chrysler alla riscossa?). Che si sia trattato di minacce per la storica riappacificazione in corso tra Giappone, da un lato, Cina e Russia, dall’altro? Per la crescente insofferenza dimostrata verso la presenza delle basi degli Usa?

[13] In Italia vi è il caso patologico della cosiddetta “opposizione” che rema sistematicamente contro il governo di turno per non far funzionare nulla quand’anche quello combinasse qualcosa di buono nell’interesse (udite udite!) degli italiani. Tanto per chiarire con chi si ha a che fare, citiamo una delle “rivelazioni” di Wikileaks, in cui si riferisce che membri della “opposizione” sono stati convocati dall’ambasciatore degli Usa in Italia per prendere istruzioni su come far cadere Berlusconi!

[14] Per giunta bloccato in Sardegna dalla solita “magistratura” per non far funzionare nemmeno quello, poiché la regola numero uno in Italia – come detto – è che non deve funzionare nulla.

[15] Per comprendere il peso del fattore “fonti d’energia” nello scatenamento delle guerre moderne, si leggano tutte le opere di Anton Zischka, soprattutto La Guerra segreta per il petrolio (trad. it. Bompiani, Milano 1936; ripubblicato nel 1942 col titolo La guerra per il petrolio). Fondamentale anche il suo Le alleanze dell’Inghilterra, (trad. it.) Casa Editrice Mediterranea, Roma 1941.

[16] Queste ultime vengono clownescamente richieste con voce ancor più assordante dalle “opposizioni”, che a rigor di logica, se si “opponessero” al governo in carica come dicono, dovrebbero protestare perché tali “riforme” vengono già sin troppo imposte. Forse protestano – sempre per bocca del suddetto ambasciatore americano – perché il governo fa “troppo poco”?

[17] Un’abbondante messe d’informazioni in merito è consultabile sul sito “Infopal.it” (www.infopal.it).

[18] Qui si rasenta l’onirico. Si vedano le seguenti immagini, a partire dalla 7, e si giudichi se non si tratta, a questo punto, di un autocompiacimento per lo sfacelo totale di cui sono preda gli italiani: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2011/03/18/visualizza_new.html_1534187903.html?idPhoto=7; in quale Stato degno di tale nome potrebbero accadere simili situazioni, per giunta in una marea di retorica (o buonista o tutto fumo e niente arrosto) perché tanto tutto è già stato deciso?

[19] È fondamentale ricordarsi che esiste un’inossidabile ultracentenaria “Entente cordiale” tra i due Paesi, firmata nel 1904 e rinnovata in gran pompa nel 2004.

[20] Si tratta sempre della stessa America dei golpe e delle predazioni planetarie, ma stavolta ha cambiato registro, al punto che organizza i colpi di Stato e contemporaneamente li critica! Vedasi il caso recente dell’Honduras del legittimo presidente Zelaya, defenestrato senza che i soliti Onu e compagnia bella abbiano trovato da ridire.

[21] Il controllo del Corno d’Africa è invece fondamentale nel quadro del sistema di comunicazione Mediterraneo-Oceano Indiano-Golfo Persico: ecco che dopo “Mani Pulite” anche le nostre posizioni in Somalia sono andate irrimediabilmente perdute. Importanza basilare riveste poi il controllo dell’Etiopia per il sistema idrico nilotico; quindi si drizzino bene le antenne quando qualche paladino dei “popoli in via d’estinzione”, mandato avanti da qualche ong britannica, viene a perorare la causa di qualche tribù perché a “rischio siccità”…

[22] Lo riconosce, correttamente, anche un commentatore di Rainews 24, Zouhair Louassini, nei suoi frequenti interventi sull’emittente italiana.

[23] La prova provata che le “questioni di principio” sono una messinscena è data dalla pluridecennale serie di angherie operate ai danni della popolazione palestinese, nei confronti della quale nessun “alfiere della democrazia” ha mai preso un’iniziativa.

[24] Il che non vuol dire che qualsiasi azione di uno Stato sia giustificabile, ma comprensibile sì, alla luce delle prerogative di ogni entità statuale (in primis la sovranità territoriale), la quale – se valgono le cosiddette “questioni di principio”, incarnate nella “democratica” Onu – non dovrebbe diventare oggetto di attacchi da parte di altri Stati mentre è intenta a ristabilire l’ordine interno!

[25] Per quanto riguarda invece l’informazione su siti e riviste che analizzano la situazione, è utile leggere per prima cosa il sito della rivista di studi geopolitici “Eurasia” (www.eurasia-rivista.org), il cui approccio geopolitico si distingue da quello perlopiù ideologico delle varie testate “politiche”, per le quali vale più decifrare con le categorie di “destra” e “sinistra”, “libertà” e “dittatura”, “laico” e “confessionale” eccetera ciò che piuttosto va visto come una partita a scacchi di livello regionale, mediterraneo, ma in ultima analisi planetario, poiché ogni singola “crisi”, in questi frangenti, risulta connessa alle altre, dato che i grandi interessi in gioco, al di là delle partite che si giocano localmente, sono gli stessi ovunque. Interessante anche il blog Byebyeunclesam (http://byebyeunclesam.wordpress.com/), che ci ragguaglia sul fatto che se l’operazione sarà a guida Nato (come, non si sa, visto che Germania e Turchia sono contrarie), il centro delle operazioni sarà in provincia di Ferrara: fa bene ricordarsi che cos’è l’Italia… una capillare rete di basi ed installazioni militari Usa/Nato! Molto utile per smascherare la propaganda in atto anche il blog http://blogghete.altervista.org/joomla/.

[26] Dalle quali viene escluso un unico quotidiano a tiratura nazionale, “Rinascita”, per motivi che è facile comprendere se solo si va a leggere il suo sito: http://www.rinascita.eu/.

[27] Su “Mani Pulite” si consulti A. Venier, Il disastro di una nazione. Saccheggio dell’Italia e globalizzazione, presentazione di B. Craxi, Padova, Edizioni di Ar 1999.

[28] La posizione defilata della Germania c’è chi la spiega con accordi energetici presi con la Russia, e la posizione tedesca spiegherebbe anche quella della Lega Nord.

[29] Guarda caso, nei primi giorni della “crisi libica”, Gheddafi s’è fatto intervistare proprio dalla tv serba…

[30] C’è da chiedersi quale credibilità abbia un’inviata che, appena “i ribelli perdono Ras Lanuf” fa fagotto con loro e batte in ritirata… Che cosa aveva da temere restando lì e svolgendo il suo lavoro? Già, in effetti, avrebbe potuto raccontare “i massacri del regime di Gheddafi”… invece, ha creduto bene di darsela a gambe con la soldataglia armata e stipendiata da Londra. Un bel servizio informativo, non c’è che dire!

[31] Questi intrepidi “combattenti per la fede” si guardano bene dall’attaccare una banalissima Giordania, per preparare un successivo attacco a Israele; attaccano invece la Russia, prima con la scusa del “comunismo ateo”, poi non si sa più perché, ma l’importante è che ciò serva gli interessi strategici occidentali.

[32] Non è inutile rammentare che in Kosovo ha sede la più grande base statunitense d’Europa, Camp Bondsteel.

[33] Enrico Insabato, filo-islamico di tendenza anarchica, svolse prima, durante e dopo la Seconda guerra mondiale una costante opera di avvicinamento tra l’Italia e il mondo arabo-musulmano, testimoniata anche in numerose opere a stampa. Su Insabato si leggano C. Gotti Porcinari, Rapporti italo-arabi (1902-1930) dai documenti di Enrico Insabato, E.S.P., Roma 1965; A. Scarabel, Una rivista italo-araba d’inizio secolo: an-Nâdî (Il Convito), “Oriente Moderno”, a. LVIII, nr. 1-3, gennaio-marzo 1978, pp. 51-67.

[34] Con ciò s’intende prosecutore dell’opera dello shaykh Muhyî d-Dîn ibn al-‘arabî (1165-1240).

[35] Cfr. M. Vâlsan, La funzione di René Guénon, (trad. it.) Ed. all’insegna del Veltro, Parma 1985.

[36] Con ogni probabilità, edita non solo nel quadro delle mere attività ‘diplomatiche’ dell’Italia nel mondo arabo-islamico, ma anche – sfruttando la posizione centrale dell’Egitto all’interno dell’ecumene islamica – nell’ottica di quel lavoro di “ricostituzione di una élite occidentale” (e di una corrispondente “intesa” con l’élite “orientale”) di cui già René Guénon parlava sin dall’inizio degli anni Venti.

[37] Cfr. A. Baldinetti, Orientalismo e colonialismo. La ricerca di consenso in Egitto per I’impresa di Libia, Istituto per l’Oriente “C.A. Nallino,”, Roma 1997. La Libia, governata direttamente dall’Impero ottomano dal 1835, nel 1911 era sì ancora ottomana formalmente, ma dal 1908-1909 a Istanbul spadroneggiavano i “laicisti” nazionalisti Giovani Turchi, che avevano messo a mal partito il sultano ‘abd el-Hamîd II, che tanto si era prodigato per il sostegno in favore del “panislamismo”, onde non disperdere i musulmani di tutto il mondo in tante ‘piccole patrie’ come poi sarebbe accaduto.

[38] Guarda caso in contrasto con lo shaykh al-‘Alîsh sulla questione di una moschea al Cairo intitolata al re d’Italia Umberto I, definita da quello come “strana innovazione”. Cfr. A. Scarabel, art. cit., p. 62.

[39] Fî l-ikhtilâf rahma (“nella diversità [di pareri] vi è una misericordia”), asserì il Profeta.

[40] Lo shaykh al-‘Alîsh fu coinvolto direttamente nella rivolta di ‘Urâbî Pascià (1882), l’ultimo sussulto di dignità egiziano prima del dominio diretto britannico.

[41] Cfr. O. Yinon, Una strategia per Israele negli anni Ottanta del Novecento, “Kivunim”, n. 14, febbraio 1982, trad. it in AA.VV., Sul terrorismo israeliano, Graphos, Genova 2004, pp. 68-82.

[42] Così come il Kuwayt esiste per l’unico scopo di togliere all’Iraq un decente sbocco sul Golfo Persico/Arabico. Ma è tutto il cosiddetto Medio Oriente contemporaneo ad essere un colossale imbroglio geopolitico, storico, diplomatico e politico, a partire da tutti quegli “emirati” dove si scia dentro un centro commerciale o si va ad abitare su un’artificiale “isola mondo”. Perciò una cosa deve essere chiara: che esso meriti di sparire, non c’è dubbio, ma siccome al peggio non c’è mai fine vi è la possibilità concreta che alla situazione generata dopo la fine dell’Impero Ottomano ed ereditata grosso modo fino ad oggi (Stati Nazione d’importazione) vada a sostituirsene un’altra sempre congeniale agli interessi occidentali, quando invece sarebbe auspicabile ben altra riscossa…

[43] Questa definizione va però presa con le molle in realtà diverse da quella europea. La Siria attuale è sì uno “Stato laico”, ma non “laicista”! Quello che vogliono gli occidentali, invece, è il lacismo, con trionfo del corrispondente tipo umano.

[44] All’epoca, tanto per cambiare, il presidente egiziano era presentato dagli occidentali come il “nuovo Hitler”.

[45] Che ha chiuso su richiesta del governo israeliano – fa sapere Alarabiya (un attimo meno schierata di Aljazeera) – la pagina sulla quale dei “giovani palestinesi” stavano convocando una “terza Intifada”…

[46] È degno di nota sottolineare come Mu‘ammar al-Qadhdhâfî (Gheddafi) sia stato il finanziatore, nel 1976, del più celebre film sulla vita del Profeta dell’Islam e la comunità islamica delle origini, ar-Risâla (Il Messaggio): http://it.wikipedia.org/wiki/Il_messaggio.

[47] Il kufr è la forma più grave di “miscredenza”, ovvero la negazione del tawhîd, ovvero l’Unità e l’Unicità divine. Il kâfir pertanto è colui che si rende colpevole del kufr.

[48] Vi è già chi mette sull’attenti per quanto riguarda i cristiani di Siria… Cfr. In Siria un milione di cristiani rischia un nuovo Iraq: http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2011/4/5/IL-CASO-In-Siria-un-milione-di-cristiani-rischia-un-nuovo-Iraq/164867/.

[49] Significativamente, gli angloamericani si trovano perfettamente a loro agio anche con situazioni governate da musulmani che applicano la religione “alla lettera” (gli Stati della penisola araba sono tutti una loro creazione). Si tratta della normale intesa tra “puritani”, visto che il puritanesimo è innanzitutto uno stato d’animo, un atteggiamento generale, marcato da moralismo ed ipocrisia. Non casualmente il “puritanesimo” letteralista nella versione islamica si afferma in situazioni caratterizzate da notevole opulenza.

[50] Abbiamo già affrontato quest’argomento nei due precedenti articoli pubblicati su questo sito.

[51] Per capire il senso di quest’espressione ci si riferisca al contenuto illuminante di Lettera a un discepolo, di al-Ghazâlî, (trad. it.) Sellerio, Palermo 1992.

[52] Cfr. R. Guénon, Il regno della quantità e i segni dei tempi, (trad. it.) Adelphi, Milano 1982.

“Nei loro cuori v’è una malattia…”. L’islamofobia nasce dalla paura dei “moderni” di fare i conti con se stessi e di trarne le necessarie conseguenze

di Enrico Galoppini

islamofobia2“Salve professore, volevo chiederle una cosa… forse a Lei posso chiederla, dato che è un esperto di lingua araba… Mi sa dire qual è la traduzione corretta del nome Muhammad?”.

“Salve, ah certo, Muhammad, da una radice araba che veicola il significato di ‘lode’, ‘lodare’ ecc. può essere reso con ‘il Lodatissimo’”.

“A me però hanno detto un’altra cosa…”.

“Cioè? Beh, sa, a volte le traduzioni che circolano per la maggiore sono un po’ approssimative… comunque quella che le ho riferito è precisa”.

“Ma me hanno detto che Muhammad vuol dire ‘maiale’”.

Il professore, per quanto provi a trattenersi, fa una faccia a dir poco allibita… e replica: “Ma è sicuro che le hanno detto così? Ma chi gliel’ha detto? Mi sembra davvero strano… Ad ogni modo quella che le ho dato è una traduzione precisa”.

L’altro però non mostra alcun cenno di accogliere il parere dell’esperto al quale si era rivolto… : “Eppure mi hanno detto così”.

“Scusi, è una provocazione?”, risponde l’esperto…

“No no, mi hanno assicurato che vuol dire proprio ‘maiale’!”.

“Arrivederci!”, taglia netto il professore.

Questo dialogo che ho appena riportato non è tratto da una scena di un film di Hollywood con Chuck Norris o Bruce Willis, ma è quello che può accadere ad un professore di lingua araba (il sottoscritto). La vicenda, per quanto marginale la si voglia considerare, ben si presta ad una serie di considerazioni sul tema dell’islamofobia, che qui – dopo il primo intervento su questo sito[1] (e l’omonimo libro)[2] – andremo a sviluppare ulteriormente.

Innanzitutto, la prima cosa che si evidenzia da una situazione del genere è che ci sono delle persone che hanno subito letteralmente un lavaggio del cervello da parte dei media (tv, radio, giornali e testate in rete ad alta diffusione) e della cosiddetta “cultura”, che specialmente da dieci anni (dal ‘big bang’ dell’11 settembre) ci bombardano con suggestioni mirate a suscitare terrore e odio verso l’Islâm. Una cosa che non ci deve affatto sorprendere, altrimenti non si spiegherebbe l’ammontare incalcolabile di tutte le risorse, materiali e non, impiegate dai centri di potere che sovvenzionano tali media incaricandoli di martellare a senso unico (nel rispetto del “pluralismo”!) un pubblico per sua natura sprovveduto e senza alcuna capacità critica, perché non ha né il tempo né lo stimolo per andare a cercare qualcosa di meglio per informarsi. Per non parlare di “cercare la verità”, che è cosa ormai chimerica nell’orizzonte dell’uomo “occidentale” soddisfatto dalla “modernità” (“occidentale” e “moderno” sono in pratica sinonimi). D’altra parte questi stessi media rispondono esattamente alle aspettative di un certo pubblico desideroso di essere rinforzato nelle sue convinzioni, pertanto si tratta di un circolo vizioso senza via d’uscita, perché i media danno forma alla mente delle persone e le medesime persone richiedono dai media una conferma dei loro pregiudizi e delle loro fissazioni. Fin qui, tuttavia, si è scoperta la classica acqua calda. I media e suoi guitti (tra cui gli “esperti” sono i più perfidi, messi lì apposta a non far capire come stanno le cose) sono dei pappagalli che cantano come gli impone il padrone (chi ci mette i soldi), e il pubblico impara a ripetere la filastrocca.

Per entrare appena più in profondità, ci si soffermi sul fatto che – come evidenziato dall’aneddoto – gli ammorbati da questa propaganda velenosa che esce dai media e da una “cultura” che è eufemistico definire velenosa, non prendono di mira solo “l’arabo”, “il marocchino” ecc., ma hanno elevato il livello dell’insulto e della maldicenza, rendendo più evidente lo scopo ultimo di tale propaganda, fino a definire ‘maiale’ il Profeta dell’Islâm, l’Inviato di Dio esempio di virtù per oltre un miliardo di fedeli. Infatti, fintantoché si attacca “l’arabo” o “il marocchino”, fondamentalmente si ha di mira l’immigrato, ed ancorché si possa essere d’accordo o meno è legittimo – sempre che non si generalizzi a tutto e tutti e non ce la si prenda con l’ultimo anello della ‘catena migratoria’ – non essere entusiasti della “società multietnica”: in parole povere, chi non vuole “il marocchino” non vuole neanche “il romeno”, “il negro” o “il muso giallo”. Si tratta, in questo caso, di un punto di vista su cui si può essere d’accordo o meno (il che risulta democraticamente indifferente per chi detiene le leve del potere), senonché, bisognerebbe anche sapere in nome di che cosa ci si oppone a tutto ciò, o meglio focalizzare la radice del “problema immigratorio”, perché l’impressione è che – esulando dal vago discorso moralista sulla “società multietnica” proclamato dai soddisfatti del sistema e che evita come la peste gli argomenti economici perché quelli non danno scampo – l’impressione – dicevamo – è che intervenga una componente essenzialmente ‘satanica’ nel determinare l’atteggiamento di avversione verso “l’islamico”, che non è più semplicemente il bersaglio di un vago pregiudizio nei confronti del “diverso”. Difatti, nella vulgata da osteria in voga, “islamico” sta per “musulmano”, “colui che segue e pratica la religione dell’Islam”, ma se per un po’ questo ha fatto il pari con “marocchino” o “arabo”[3] progressivamente va connotandosi come un attributo squalificante, quasi un insulto, per il solo fatto che chi ne viene investito diventa esecrabile in quanto essere umano che segue e pratica una religione. Un essere superstizioso uscito dal passato, dal “medioevo”![4]

Inoltre la propaganda in cui siamo immersi non dice mai – vi si faccia caso – che la “società multietnica” è un problema perché dove l’hanno già sperimentata è fallita (ad es. gli Stati Uniti, Obama o non Obama) o perché dati economici alla mano si può sostenere che più stranieri si fanno entrare più vengono sfruttati anche i nazionali. Macché, dovremmo invece tremare alla sola vista dei minareti o di qualche barba più lunga del consentito dalla pubblicità del “nuovo Gillette”! Per non parlare del fatto che è davvero assurdo permettere l’ingresso di stranieri e poi dargli addosso se seguono la loro religione, come se la mitica “integrazione” prevedesse l’adesione all’ateismo (di fatto) di questo sistema inadatto anche per gli animali[5]. Ma, lo sanno bene i fabbricanti di opinioni, gli argomenti “identitari” fanno presa sulla massa di cui si cerca il consenso, cosicché il tutto si riduce a mera tifoseria, sterilizzando sul nascere ogni possibile e sensata critica di tipo economico-sociale per buttarla sulla gazzarra da stadio del tipo “noi contro loro”.

Si tenga poi presente un punto importante: che il “no all’Islam” viene sempre inalberato in nome dei “nostri valori”. In via di principio anche quest’atteggiamento non farebbe una piega, altrimenti dovremmo condannare, per esempio, anche Toro Seduto che in nome dei “suoi valori” si era opposto ai “visi pallidi” e che invece aveva ragioni da vendere (il senno di poi gli ha dato ampiamente ragione). Ciascun popolo, se lo ritiene sacrosanto, ha tutto il diritto di difendere la terra, l’onore, i suoi “dei”…

Ma quali sono i “nostri valori”? Il punto è questo, ed invito – come ho fatto nel precedente articolo – a soffermarsi sulla parola “nostri”.

Ci viene inculcato dalla mattina alla sera, dalla culla alla bara, che quella europea è una “civiltà cristiana” (o meglio, “giudaico-cristiana”… giusto per escludere dal trio dei cosiddetti “monoteismi”, a livello di percezione, proprio l’Islâm!), pertanto uno potrebbe pensare che i “nostri valori” siano di tipo religioso. Che dunque la nostra “civiltà” ruoti attorno ad una religione: un credo, un rito, una morale, ed incoraggiamento, da parte di chi detiene le leve del potere perché è qualificato per questo compito[6], dei “valori” che rendono una vita degna di essere vissuta, quindi non sprecata, perché conforme all’Ordine, che non è certo di questo mondo: basti solo per un attimo osservare la volta celeste in aperta campagna… può l’essere umano aver creato tutto ciò?

Ma i “nostri valori” sono quelli di Buffalo Bill e del 7° Cavalleggeri, che dalla carica a cavallo è passato ai bombardamenti al fosforo e all’uranio impoverito di nuovi sventurati “selvaggi”, questa volta con la kefia al posto delle piume, ma che hanno il medesimo ‘difetto’: la loro vita, sopra ogni altra cosa, ha un orientamento preciso, immutabile, e i “loro valori” non cambiano perché la fonte da cui traggono la ragion d’essere è immutabile ed è percepita giustamente come tale. Ecco, questo manda fuori di testa i fautori dell’Occidente: com’è possibile che dopo quindici secoli questi “selvaggi”, questi “superstiziosi”, non abbiano sentito l’esigenza di “ammodernare” (renderlo “alla moda”, “al passo coi tempi”) il loro libro sacro? Che scandalo! Dovrebbero senz’altro procedere ad una “esegesi”… dovrebbero estrapolare il “Corano spirituale” da quello “legalistico”, dovrebbero basarsi sulle “traduzioni” eccetera eccetera…

Questa immutabilità del Libro sacro dell’Islâm sulla quale anche tutte le legioni di demoni schierate in assetto da guerra non riescono ad intervenire diventa perciò insopportabile agli occhi di chi s’è innamorato della “modernità”, perché è facilmente comprensibile che chi esteriormente sfodera tutta questa spavalderia e sicumera nell’avere il mondo in mano, sotto sotto invidia chi, invece, mentre arriva il terremoto, non si dà alla fuga come un’anatra impazzita (con tutto il rispetto per le anatre), ma resta fermo sulla sedia intento a rimettere l’anima ad Allâh (visto su una tv pachistana), o chi mentre è mezzo macellato con una gamba staccata dalle bombe dichiara che “Non vi è altra divinità se non Iddio e Muhammad è l’Inviato d’Iddio” (visto su Aljazeera). E dall’invidia all’odio il passo è consequenziale.

Eh già, l’occidentale moderno (ovvero chi aderisce alla visione del mondo in cui non c’è posto per una religione vera[7]) è come un malato, un malato di tipo particolare, un malato nell’anima, in termini spirituali (fî qulûbi-him maradun… “Nei loro cuori v’è una malattia”, Cor. II, X), ma come tutti i malati non va trattato con altro male bensì trattato con dolcezza, proprio perché l’occidentale, il “moderno”, fondamentalmente ha solo bisogno di sperimentare l’Amore ed uscire così dalla spirale d’odio in cui s’è cacciato per colpa dei demoni ai quali ha prestato ascolto. Effettivamente la sua vita – alla quale crede di tenere così tanto che la chiama “la mia vita” – è tutta un’antologia di violenze, che informano i rapporti di lavoro, debordano dai media, fluiscono nelle strade, s’insinuano anche nelle case… Ma lui, poveretto non capisce da dove provenga tutto questo bombardamento, né – come detto sopra a proposito del pubblico sprovveduto sottoposto al bombardamento mediatico e “culturale” – possiede gli strumenti per difendersi, e, soprattutto, non sa a chi rivolgersi per curarsi quand’anche avvertisse d’esser giunto ad un punto in cui il dolore è diventato insopportabile…

Ma ricordiamoci dei media, di chi li finanzia… i padroni di questo sistema, servitori del Principe di questo mondo… Sono come i trafficanti di droga, perché dopo averti avvelenato ti danno pure la “medicina”, cioè altra droga ancora, magari sotto forma di tonnellate di donnine che sgambettano, di “divertimenti” a iosa, di sport televisivo a dosi da cavallo… di sempre nuovi desideri che prendono la forma di una macchina nuova, di un capo “firmato”, di un ultimissimo modello di telefonino ecc. Ma non basta mai, perché tutte queste sono fonti di felicità effimera, dietro la quale si nasconde il vuoto dell’esistenza senza una bussola, un orientamento, e allora ancora giù con altra droga psichica… A quel punto qualcuno di questi drogati potrebbe tentare di rivolgersi ad una “comunità di recupero”, no? E allora che fa il Capo di tutta l’operazione di depistaggio? Agita tutti i suoi burattini più o meno consapevoli[8] per presentare alla maggioranza l’Islâm come la “religione dei terroristi”, quella di chi vuole distruggere “i nostri valori”, il Male assoluto. Quelli che vengono a rovinarci la festa, ovvero a toglierci la droga del “mondo moderno” e a renderci perciò “infelici”. Quindi ancora altro avvelenamento anti-islamico, a dosi sempre più massicce, che prendono le forme del burqa, di Bin Laden, di “Allâhu Akbar” ecc.[9] “Ci vogliono imporre i loro valori!”, “ci vogliono invadere”, “ci vogliono convertire tutti!”. A completare questo giochetto che sembra perfetto (ma non lo è, perché alla fine Allâh ordisce trame migliori…), questa diga senza possibilità di falle, ci si mettono pure i musulmani fanatizzati, e non mi riferisco a chi difende la sua terra (come vuole, con ogni mezzo, perché ne ha tutto il diritto), ma a chi si pone come esempio, come “rappresentante dell’Islam” senza avere i titoli per farlo… a chi pensa di difendere “la causa” facendosi ritrarre con le bave alla bocca e con l’immancabile bandiera americana o israeliana bruciata, come se bastasse ciò per far ritornare nell’inferno da cui sono uscite le forze che hanno dato forma al “mondo moderno”. Anch’essi, a modo loro, sono dei drogati psichici, ma su questo – se Allâh vuole – torneremo in un prossimo intervento, perché è bene dire anche qualcosa su quei musulmani che non rendono certo un bel servizio alla ‘causa dell’Islâm’, risultando onestamente odiosi nel loro fanatismo identitario unilaterale.

Gli europei, ma anche gli americani, identificatisi nell’ideocrazia occidentale, stanno arrivando al fondo della disperazione, della crisi esistenziale di chi ha smarrito la retta via perché abbagliato dagli specchietti della molteplicità; di chi ha rinunciato a puntare al Paradiso, la dimora della grande Pace, dove la mente smette di governare per conto del demone interiore egoico, preferendo perdersi – ingannato – in mondi artificiali governati dallo psichismo in ognuno dei quali ciascuno si sente un “re” (il peccato più grande del Diavolo è quello di orgoglio), mentre al fondo della sua coscienza (perché di quella un barlume resta sempre) qualcosa gli dice che la sua non è vera regalità, e per questo si scaglia verso se stesso e poi gli altri con tutto l’odio che questo provoca… Il mondo, così, da quel ‘paradiso’ che potrebbe essere, pur con la sua imperfezione, ascoltando le ‘sirene’ dell’ego diventa piuttosto un inferno in cui l’uomo non si vuole più bene, si punisce drogandosi, e poi passa ad infierire su ciò che è esterno a lui, fino a non concepire più nemmeno la possibilità che esista una via d’uscita; e se per ‘miracolo’ (che non è “il caso”, ma una possibilità che viene concessa per Misericordia celeste) ciò gli si prospetta, subito interviene un sortilegio architettato per velarla con l’inganno, perché l’Ingannatore sta lì proprio per questo. Anche per far credere che l’Islâm è la “religione dei kamikaze” (con tutto il rispetto per i veri kamikaze giapponesi, esempi di eroismo e sacrificio di sé, che come Toro Seduto sapevano che dopo la sconfitta un mondo sarebbe scomparso)[10], della “oppressione femminile”, del “fanatismo” e di tutto ciò che non è in linea coi dettami della “modernità”, la quale prescrive una religione civile parodistica e di conformarsi ad un modello organico a quella (una sorta di di ‘Sharî‘a non codificata’ invertita)[11].

L’uomo per sua natura “crede”, e se non crede nella giusta maniera finisce per credere ad una serie indefinita di ‘idoli’, che possono assumere le più svariate forme, ma riconducono sempre a “credere in se stessi”; che non è un messaggio pubblicitario, ma il sottile inganno dell’istikbâr (l’orgoglio) di chi crede di bastare a se stesso e di avere la possibilità di tenere tutto sotto controllo. L’inganno è sottile perché il “conosci te stesso” di delfica memoria va in tutt’altra direzione e porta, se ben guidati, se Dio vuole (in shâ’a Llâh), verso la Meta, il Principio. Tutte le dottrine tradizionali, e tra queste l’Islâm, affermano che al Principio appartiene il divenire: li-Llâhi l-masîr, che non è il “destino”, ma letteralmente il divenire, perché tutte le cose devono riconfluirvi… Chi non s’abbandona a questa evidente verità (è questo – ripetiamo – il senso di “Islâm”) scegliendo di “remare contro”, continui pure questa battaglia contro i mulini a vento, si droghi e spacci la sua droga psichica agli altri, si convinca pure che “Muhammad” significa “maiale”… ma si renda conto un giorno che così facendo sta ingannando innanzitutto se stesso (ma non Allâh!), sprecando un’occasione unica ed irripetibile d’intraprendere il viaggio al di là della ribellione inconcludente verso il Creatore di tutte le cose, dell’opposizione alla vita e dell’odio che genera: al jihâd fî sabîli Lllâh, lo sforzo, la lotta spirituale sul sentiero che conduce a Lui.

[1] Cfr. E. Galoppini, L’islamofobia è una forma dell’odio verso la religione e della ribellione verso il Creatore di tutte le cose. Osservazioni propedeutiche ad una trattazione dettagliata dell’ostilità verso l’Islam (28 dic. 2010). https://www.ildiscrimine.com/lislamofobia-forma-dellodio-verso-religione-ribellione-verso-creatore-tutte-cose-osservazioni-propedeutiche-ad-trattazione-dettagliata-dellost/.

[2] E. Galoppini, Islamofobia. Attori, tattiche, finalità, Ed. all’insegna del Veltro, Parma 2008 (scheda sul libro: http://www.insegnadelveltro.it/catalogo/metropoli/galoppini_islamofobia.htm).

[3] Che possono destare avversione se: vengono percepiti come troppi; diversi di loro vivono di espedienti illeciti; si comportano in maniera incivile; con la loro presenza, adattandosi a condizioni di lavoro inaccettabili dai locali, provocano un progressivo impoverimento economico ai danni delle fasce sociali meno abbienti ecc. (tutti argomenti “proibiti” che in un mondo che si autoproclama “libero” e che assicura di voler esportare la “libertà d’opinione” dovrebbero potersi discutere senza destare isterismi, mentre pare invece che l’unica cosa che si può insultare a piacimento sia la religione, in un delirante tentativo di ribellarsi al proprio Creatore e alle Sue leggi).

[4] Si faccia caso al fatto che il musulmano semplicemente ‘anagrafico’, che non pratica la religione, che beve alcolici, che si rade la barba ecc. ecc., che si “integra” conformandosi all’ateismo imperante (chiamato “laicismo”) vaneggiando tutt’al più di qualche indefinita ‘spiritualità islamica’, bene, quello è ben gradito e non fa paura, tanto che non lo si infama con l’epiteto di “islamico”. Si tratta del cosiddetto “musulmano moderato”, che qualcuno ha definito il “musulbuono”.

[5] Che non chiedono né la “democrazia” né il “libero mercato” né i “diritti umani”, ma, anzi (si pensi agli uccelli), all’ora della “preghiera dell’alba”, si mettono a cantare le lodi del Signore…

[6] Ovvero incarna al meglio, facendosene testimonianza vivente, i “valori” che proclama. Non è un caso che i musulmani considerino il Profeta Muhammad alla stregua di un “Corano vivente”, tant’è che la sunna (il suo esempio virtuoso) è la seconda fonte del diritto dopo il Libro sacro, in quanto modello comportamentale aderente al dettame coranico. In parole povere si tratta della classica distanza tra il “dire” e il “fare”, che negli “esempi” del mondo moderno è diventata praticamente sterminata. Ma l’uomo ha bisogno di esempi coerenti, da parte di altri uomini, non di vane chiacchiere “democratiche”.

[7] Per rispondere all’obiezione per cui ogni religione che si proclama tale sarebbe da mettere sul medesimo piano (l’America, si noti, è il luogo in cui sorgono le più disparate e parodistiche ‘religioni’!), potremmo aggiungere che un “retto credo”, una fede ortodossa, è quella che rende in linguaggio razionale i dati della metafisica, che è una per sua essenza, senza contraddirli. Su un altro piano, possiamo dire che una religione è “vera” quando vi sono uomini che si conformano ad un punto tale ad essa che la loro individualità è scomparsa, per lasciare spazio all’Oceano dell’Infinito, che è solo Amore perché ha risolto ogni opposizione: Islâm non vuol dire forse “abbandono”, “resa” (all’Ordine, al Decreto divino)? Ove, invece, si propongano alla guida di una religione personaggi letteralmente in dis-ordine, si può dire che quella non è una “religione vera” poiché significa che la sua operatività ha cessato di agire, quand’anche nella dottrina vi si ravvisino elementi d’ortodossia.

[8] Piena consapevolezza non vi è mai in costoro, altrimenti si ritrarrebbero inorriditi perché sono i primi candidati all’Inferno.

[9] Un classico del telegiornale: “I manifestanti islamici si sono scesi nelle strade al grido di ‘Allàhu akbàr’” [con accento rigorosamente sulla seconda “a”!], come a dire “ehi, tu a casa, ti stanno gridando tutto l’odio che provano per te, che al contrario di lui ami tanto il genere umano!”.

[10] Perché, altrimenti, gli Stati Uniti avrebbero fatto proclamare alla radio all’Imperatore che egli non era affatto il figlio del Cielo? Il “mondo moderno”, dove arriva, non scherza: punta dritto al cuore, perché trafitto quello l’organicità e la connessione col Cielo di un “corpo”, anche collettivo qual è quello di un popolo, vengono irrimediabilmente corrotte.

[11] Anche su questo, se Iddio vorrà, torneremo in un prossimo articolo.

L’islamofobia è una forma dell’odio verso la religione e della ribellione verso il Creatore di tutte le cose. Osservazioni propedeutiche ad una trattazione dettagliata dell’ostilità verso l’Islam

di Enrico Galoppini

Islamofobia1Tra le forme del pregiudizio e dell’ostilità[1] attualmente diffuse fra gli italiani e gli altri popoli europei, quella contro l’Islam e i musulmani è senz’altro la più radicata e viscerale. Per rendersi conto di ciò, basti un confronto con altre storicamente note forme del pregiudizio e dell’ostilità: contro i neri, i rom, gli ebrei, gli omosessuali, solo per fare alcuni esempi: certamente esistono oggi persone che nutrono sentimenti negativi verso le suddette categorie, ma tutti costoro o quasi tendono a mascherare, in pubblico, i loro reali pensieri.

Un politico, un giornale o un intellettuale che osasse proferire una parola anche vagamente negativa nei confronti di neri, rom, ebrei ed omosessuali si vedrebbe presto costretto a fare marcia indietro in ossequio al politicamente corretto, pena la rovina professionale e personale. Men che meno, in nessuno dei casi summenzionati improntati al “rispetto” si assiste ad un incoraggiamento al pregiudizio, più o meno diretto, da parte degli esponenti del mondo della politica, dell’informazione e della cultura, i quali, anzi, ci spingono a sentimenti assolutamente positivi verso gli ebrei, Israele e la sua politica, gli omosessuali e le loro “rivendicazioni” in quanto gruppo lobbistico organizzato, i rom che hanno diritto alle case popolari eccetera.

Il motivo ufficiale per cui oggi nessuno può permettersi il lusso di criticare pubblicamente quelle categorie che storicamente, in Europa, sono state oggetto del pregiudizio e dell’ostilità, è che “dobbiamo evitare che si ripetano gli orrori del Novecento”. Eppure gli stessi che “vigilano” in un senso, approvano, giustificandole in ogni modo, analoghe discriminazioni e sopraffazioni che oggi prendono la forma dell’aggressione armata, e culturale, verso intere popolazioni del pianeta e i loro modi di vita. Se si presta infatti attenzione alle linee di politica estera dell’Unione Europea, in un’Europa sede di centinaia di installazioni militari Usa e Nato, e al tipo di “società aperta”, “fluida”, che i suoi dirigenti incoraggiano, ci si rende conto che il forzato rispetto per certune categorie e il disprezzo per altre, incoraggiato per giunta da quasi tutto l’apparato politico-mediatico-culturale, dipende da una precisa scelta di campo ‘civilizzazionale’.

L’omosessuale, infatti, con le sue “rivendicazioni”, viene utilizzato per scardinare l’istituto della famiglia, mentre lo sperticato “rispetto” per tutto quel che riguarda gli ebrei ed Israele serve a porre nettamente l’Europa nel campo “occidentale” isterilendo sul nascere ogni anelito di rinascita perché gli europei devono vivere in un eterno ed irrimediabile “senso di colpa”. La famiglia, infatti, secondo un luogo comune moderno, avrebbe fatto il suo tempo, sostituita da qualsiasi altra forma di aggregazione in nome della “libertà individuale”, mentre l’Occidente – col Sionismo che ne costituisce l’avamposto strategico e ideologico – sarebbe il quadro di riferimento, politico e sociale in cui far crescere questo esperimento che rappresenta un unicum nella storia del genere umano oltre il quale, tra l’altro, non vi sarebbe più “storia”, poiché la sua “modernità” segnerebbe la fase finale ed ‘escatologica’ al termine di un percorso evoluzionistico (l’uomo deriva dalla scimmia ecc.) e progressista (tutte le epoche precedenti, in ogni dove, sono state peggiori dell’attuale).

Il fine implicito di tutto ciò sarebbe la “liberazione” dell’uomo da ogni vincolo e costrizione. Liberazione sociale (fine della famiglia) e politica (Occidente “democratico” da esportare a tutti i costi). L’uomo “liberato” che si crede Dio, o che può farne a meno, il che è lo stesso.

Questo punto è importante per capire come mai gli stessi che predicano la “tolleranza” e il “rispetto” sempre o comunque, facciano eccezione solo per la religione, che può essere sbeffeggiata, derisa e presentata alla stregua di un “retaggio”, nel migliore dei casi, di una follia, nel peggiore. Infatti, se vogliamo essere osservatori onesti, non è che il Cristianesimo venga rispettato molto dal mondo della politica, visti i provvedimenti che adotta, i quali, dando forma ad un determinato “modello”, ostacolano in maniera insormontabile chi vuole vivere in linea coi principi del Cristianesimo stesso; né viene rispettato dal mondo dei media: si pensi all’insistenza monomaniacale sui “preti pedofili” e sugli “scandali del Vaticano”; e che dire del mondo della “cultura”, con le sue incomprensioni dettate da un laicismo nichilista senza speranza e le sue insolenti banalizzazioni di ciò che non riesce proprio a comprendere (sempre più la figura del comico linguacciuto si mescola a quella dell’intellettuale).

E se questa è la situazione per quel che concerne la religione che ci si attenderebbe essere rispettata e incoraggiata in Europa e in Italia, figuriamoci cosa viene riservato all’Islam e ai musulmani, che qua sono minoranza, per giunta proveniente perlopiù da fuori. L’Islam, infatti, grazie al lavorio complementare di politica, media e cultura finisce per essere percepito dai più come la “religione dei terroristi”, né più né meno, versione aggiornata dei “turchi”, dei “saraceni”, dei “maomettani” adoranti una specie di demonio.

Sì, perché “terroristi” sono di volta in volta i libanesi, i palestinesi, gli afghani, gli iracheni, gli iraniani… in poche parole tutti i musulmani, tranne quelli che si mostrano entusiasti verso il “modello occidentale” e che non vedono l’ora di conformarsi in tutto e per tutto a quello. Quando si tratta di occuparsi dell’Islam e dei musulmani, tutto quel che valeva come “questione di principio” per gli omosessuali, gli ebrei eccetera diventa opinabile e ci si può tranquillamente sbracare nell’insinuazione (“ma lei è dalla parte dei kamikaze?”), nella provocazione (escrementi sul terreno di un’erigenda moschea ecc.), nell’insulto gratuito (“Maometto pedofilo!”).

Come detto, l’atteggiamento di fondo della politica, dell’informazione e della cultura occidentali è ostile a qualsivoglia tipo di religione, perché una religione integra nei suoi elementi essenziali (un credo, un rito e una morale) rappresenta agli occhi di chi difende la “modernità” (da tradursi: “io sono legge a me stesso”) la prova vivente che tutta questa “tolleranza” e “rispetto” sono degli artifici retorici per nascondere dove invece si vuole andare a parare: la creazione di un tipo umano che si ritiene scollegato dal Principio, ma pronto invece per andare dritto all’Inferno quando finirà la sua breve vita terrena perché ingannato (e sottolineiamo ingannato) sul fatto che poteva “godersela” e fare “come gli pare”. In verità, chiunque sia dotato di un minimo di discernimento può constatare che nessuno, soprattutto tra la cosiddetta “gente normale”, può fare “come gli pare”, ma anzi viene sottoposto a continue coercizioni e sottomissioni a questo o a quel potere illegittimo, che prendono la forma di persone, istituzioni, regole, suggestioni sociali e culturali (gli “idoli”, insomma, che non sono delle statuine dalle forme antropomorfe!), col risultato che la vita dell’uomo occidentale è ridotta ad una schiavitù verso una serie indefinita di cose che concorrono alla sua dispersione nella molteplicità, mentre in realtà l’uomo è solamente sottomesso al suo unico Creatore (che lo riconosca o meno non cambia il dato oggettivo, ma la differenza sta nel corretto uso della facoltà di libero arbitrio di cui siamo stati dotati). Quest’uomo completamente schiavizzato, che insegue solo i suoi appetiti terreni abbindolato com’è da ogni sirena, vive immerso in una concezione relativista dell’esistenza, per cui egli s’illude che ogni cosa equivalga all’altra, che non vi sia un alto e un basso, che ogni comportamento vada bene perché “ognuno fa come gli pare” (fintanto che “non dà fastidio a nessuno”, secondo la formula autoassolutoria più in voga).

Bene, tutto ciò è l’esatto contrario di quel che dice la religione e nello specifico l’Islam, che postula l’esistenza di un Principio (Allah) che ha creato tutte le cose e da cui tutte le cose (uomini compresi) dipendono e verso il quale tutto deve fare ritorno. Ma il problema è il in quali condizioni ciascuno vi farà ritorno… Così, si delinea il ‘marchio di fabbrica’ di ciò che agisce coloro che, in buona o in malafede, con lo spauracchio dell’islamofobia si ergono a difensori dell’Occidente, della “modernità”, dei “nostri valori”… Naturalmente, per far credere che si tratti dei “nostri valori” bisogna aver prima rescisso ogni saldo approdo e riferimento, riducendo l’uomo ad una specie di naufrago, e fatto tabula rasa di ogni concezione ordinata verso l’alto e il sovrasensibile. Vogliamo ancora credere la maggior parte di questi cantori del nulla che occupano ogni spazio della politica, dei media e della cultura astiosi verso l’Islam solo perché non hanno mai avuto l’occasione propizia per comprenderlo, perché altrimenti realizzerebbero che non ha senso prendersela con l’Islam se davvero si sentono cristiani; oppure, una volta risvegliatisi dall’incantesimo del laicismo “liberatore”, si renderebbero conto che quello li stava portando dritti al fallimento in questa vita e nell’altra. Una minoranza degli islamofobi invece è in malafede, o meglio, anch’essa non ha avuto modo di comprendere che la via verso la verità non è lastricata di relativismo, ma si presta, convinta, come per una sorta di patto col diavolo (o magari un patto vero e proprio!), a gettare tutto il fango possibile sull’Islam, in quanto vi individua a ragione il pericolo principale che incombe sugli pseudo-principi della “modernità” e del relativismo ai quali hanno giurato fedeltà incondizionata. L’autoidentificazione con le idee fasulle del mondo moderno, fa il resto, pertanto chi si reputa orgogliosamente “occidentale” pensa di mettere a repentaglio tutto se stesso, fin nell’intimo, se concede un seppur minima apertura delle pareti del suo cervello, ma soprattutto del suo cuore, all’Islam e al suo messaggio.

Tutto quanto precede non è una digressione sul tema dell’islamofobia, ma rappresenta la premessa necessaria per capire da dove prende le mosse tutto il variegato quotidiano stillicidio di allarmismi, scandali, paure mirate a fomentare la sensazione di un incombente “pericolo islamico”. Che cosa di più “terribile”, infatti, tanto per fare un esempio, di un modo di vita che prescrive cinque momenti quotidiani, in sintonia col movimento apparente del sole, dedicati al raccoglimento e alla preghiera. Un momento per tornare in quiete, in mezzo all’agitarsi delle acque delle occupazioni quotidiane. Non a caso, tra gli indefiniti pretesti per far polemica, viene messo in conto anche il desiderio, da parte del musulmano, di poter interrompere per pochi minuti l’attività lavorativa in maniera da svolgere il rito della preghiera. Apriti cielo! Tutto un discettare sull’assurda pretesa di interrompere i “ritmi della produzione”, come se quella non fosse – certo ricondotta alle normali esigenze – al servizio dell’uomo, mentre, al contrario, è diventata un giogo al quale tutti sono stati assicurati come degli schiavi. I “nostri valori”, evidentemente, prevedono la riduzione dell’esistenza terrena ad un girone infernale nel quale si praticano sacrifici umani in onore delle divinità “produzione”, “mercato”, “prodotto interno lordo”. Per non parlare del “digiuno”, o meglio “astinenza” del mese di Ramadan, percepito dagli entusiasti difensori dei “nostri valori” come un attentato al “benessere” (infatti Bourghiba, entusiasta assertore dello “sviluppo”, chiese una volta al gran mufti di Tunisia di emettere una fatwa anti-Ramadan in nome della lotta al “sottosviluppo”!)… Eh già, l’astinenza e la rinuncia, evocano la “miseria”, come quella dei racconti, ripetuti come una litania, di chi ha vissuto gli anni del dopoguerra in cui “si pativa la fame”. Guai a parlare di sobrietà, quindi, guai a rinunciare a qualcosa, perché l’uomo occidentale non intende privarsi di nulla. Eppure, in un dato momento dovrà rinunciare a tutto, ma proprio a tutto, compreso se stesso, quindi tanto vale abituarsi all’idea, no? Ma l’uomo “occidentale” crede di appartenere a se stesso, anzi, di essere il centro del mondo, invece anche lui non ha alcun potere né su se stesso né sul mondo esterno a lui, perché anche votandosi a tutti i demoni del mondo non potrebbe posticipare di un milionesimo di secondo l’istante della sua dipartita verso un’altra dimensione che, comunque la si voglia chiamare, è pur sempre una forma di “vita”. Preghiera e astinenza sono l’esatto contrario di quel che predicano i ‘sacerdoti’ del mondo moderno, di destra, di centro e di sinistra, tutti uniti appassionatamente nella riduzione dell’uomo a “elemento della produzione”, assieme al “capitale” e al “lavoro”, tutt’al più distinguendosi tra opzioni individualiste e collettiviste dalle quali, però, l’orizzonte della trascendenza è stato scelleratamente espunto.

Che dire poi della solidarietà sociale? Ciascuno tira fuori dal cilindro la propria originale soluzione, col risultato però che aumentano gli ospizi (“case di riposo”…) e gli asili nido, segno che i vecchi per la “modernità” sono da buttare e i bambini, sin da quando vedono la luce, sono considerati come un peso di cui sbarazzarsi. Vecchi e bambini, infatti, vengono percepiti nel mondo moderno senza Dio come un ostacolo alla propria “realizzazione”, una “perdita di tempo” ecc. Eppure basterebbe dare ascolto a quel che l’Islam ha da dire sul rispetto per i genitori e sulla complementarietà funzionale del maschio e della femmina. Ancora apriti cielo! Macché, la donna “deve lavorare” (non “può”: è obbligata) perché deve “realizzarsi” e perché “i soldi non bastano mai” (per pagare l’asilo nido ecc.). Innanzitutto “i soldi non bastano mai” perché da una parte vige un sistema oppressivo che ha imposto una vita che richiede disponibilità di denaro per fare ogni cosa, dall’altra perché nessuno, come detto, non intende rinunciare a nulla. Che poi la donna si “realizzi” sul lavoro è puntualmente smentito dall’esperienza della maggior parte di esse, sull’orlo di una crisi di nervi tra responsabilità e pressioni lavorative e impegni familiari, col risultato che proliferano le “tate” e i “nidi”, mentre le famiglie scoppiano perché le tensioni sono troppe. Quanto ai vecchi, il disinteresse che questa società dimostra loro, deriva anche in un certo qual modo dal non rappresentare più, com’è stato per millenni, un “esempio”: in una società normale, ovvero orientata verso l’alto e il trascendente, chi arriva ad un’età avanzata è anche progredito nel suo cammino spirituale, per cui i giovani non hanno che da imparare (shaykh, in arabo, non casualmente significa sia “vecchio” che “autorità spirituale”), per non parlare dell’assurda rigida divisione tra “bambini”, “giovani”, “adulti”, “vecchi” che vige in questa società moderna: tutti siamo stati bambini, poi diventeremo giovani, poi magari adulti e chi vivrà di più anche vecchio, quindi ciascuno di noi solo illusoriamente crede di essere, in una certa fase, “giovane”, o “vecchio”, coi suoi specifici “problemi”, ai quali l’apparato pubblicitario mirato a creare sempre nuovi “bisogni”, dà certamente man forte. Nell’Islam non esiste quest’assurda parcellizzazione in fasce di età e la riprova la si ha nei gruppi di preghiera e meditazione, sotto la guida di maestri, che riuniscono uomini e donne di ogni età proprio perché la “domanda essenziale” è la stessa per tutti.

Questi sono solo alcuni degli innumerevoli spunti suscitati dal confronto tra le imposizioni, le violenze (quelle vere, che entrano nel profondo, altro che gli scontri di piazza!) della “vita moderna” e l’accettazione di una vita in sintonia coi ritmi della natura, di una natura che è sempre stata la stessa perché regolata da leggi immutabili. Attenzione, stiamo parlando dell’Islam, ma potremmo operare il confronto con qualsiasi tradizione sacra che postuli, come fa quella islamica, certo in forme diverse ma analoghe, che “non vi è altra divinità se non Allah”, ovvero il Principio che ha tutto ha creato, a cui tutte le cose appartengono e al quale tutte fanno ritorno. Che poi le varie società islamiche presentino difformità tra i principi e la realtà non deve costituire un pretesto, come fanno i professionisti dello scetticismo e della disillusione, per non impegnarsi a dare forma a una società a misura d’uomo, cosa che, con ogni evidenza, non interessa in alcun modo a chi difende i “nostri valori” quali l’iperproduzione, il “benessere”, il relativismo e il nichilismo. Quei “valori” non sono mai stati patrimonio di alcuna società sana, perché una società composta da persone che non credono a nulla se non a se stesse pone le premesse per una vita d’inferno, assaggio di quello che sperimenteranno dopo l’ineluttabile trapasso.

Ecco un’altra cosa che spaventa a morte chi s’è incaponito nel prendersela con l’Islam ad ogni occasione: la credenza nella vita dopo la morte. Gli stregoni della “modernità”, infatti, abbindolano gli uomini facendo credere loro che tutto si risolve qui, e che questa è la prima e l’ultima ‘occasione’ che abbiamo; quindi, “dopo di me il diluvio”, con conseguenze devastanti sia a livello spirituale, individuale, che d’ordine sociale. Anche questo è un unicum nella storia dell’umanità perché tutte le civiltà che ci hanno preceduto non hanno mai perso la fede nell’oggettività di una realtà celeste che trascende il piano meramente umano. Per cui la guerra dichiarata che i padroni dell’Occidente – i capi dell’usura che strozza l’esistenza degli uomini, sia come individui che come nazioni – hanno dichiarato all’Islam come concezione del mondo e sistema di vita, ma soprattutto come via verso la “salvezza” e, per i più puri (ecco la vera “gerarchia”!), verso la “liberazione”, ha l’obiettivo di confondere l’uomo, di non fargli capire chi realmente è e perché è stato creato, facendone un burattino in preda di una serie indefinita di pulsioni egoistiche che lo manderanno dritto verso la rovina. Gli esponenti del mondo della politica, quello dei media e quello della cultura vanno solo al carro di impulsi che non sono farina del loro sacco, anche se essi, boriosi come normalmente sono, ritengono un dovere sacrosanto mettere in guardia contro l’Islam e difendere “i nostri valori” perché è nel “nostro interesse”.

Il nostro interesse, invece, è capire che questa cosiddetta “civiltà” sta andando sparata come un treno senza macchinista verso la distruzione. Una distruzione di cui si vedono già le prime macerie delle frustrazioni, delle psicosi e delle crisi depressive, della violenza e della disgregazione sociale, della mancanza di un progetto di vita in comune in grado di porre finalmente l’uomo al centro, perché l’uomo deve appunto “centrarsi” per non fallire. Ma non l’uomo “troppo umano” delle varie ideologie fallimentari e delle filosofie – come quella dei “diritti umani” – che, sotto il velo del laicismo, lasciano intravedere i tentacoli di una visione del mondo invertita come i crocefissi dei satanisti; bensì l’uomo creatura divina, fatto a Sua immagine, la cui esistenza terrena è un’occasione unica ed irripetibile che è un peccato (in tutti i sensi) sperperare in cose ed aspirazioni futili che ad un momento che per tutti deve arrivare si riveleranno senza alcuna consistenza.

Con queste osservazioni, senza alcuna pretesa di completezza, si spera di aver posto una premessa chiara alla trattazione della questione dell’islamofobia; di aver fatto intendere quali ragioni profonde, più che quelle di ordine sociale, economico, culturale o politico, stanno alla base del pregiudizio e dell’ostilità dimostrate verso l’Islam dai fautori dell’Occidente e della “modernità”. In seguito, si spera di poter proseguire, nei dettagli, con la spiegazione del problema che – dovrebbe essere evidente – si risolve, per chi vive immerso in una crisi totale di riferimenti saldi e di valori, in un autogol, in una forma di autolesionismo simile a quella di chi, mentre affonda la nave, sceglie di mandare alla deriva anche le scialuppe di salvataggio perché così gli è stato suggerito di fare.

NOTE

[1] Pregiudizio ed ostilità sono, ovviamente, due cose distinte ma correlate. Il primo è un giudizio che prescinde da una reale conoscenza, la seconda è un sentimento di avversione che può tradursi in atti; sentimento di avversione che può nascere dal pregiudizio, ma anche – non siamo ipocriti al punto dal sostenere che ci deve per forza andare bene tutto – da una conoscenza approfondita!