Intervista a Antonio Messina sull’ideologia del Fascismo

Il Discrimine incontra Antonio Messina, giovane e promettente studioso del Fascismo, che ha già all’attivo alcune significative pubblicazioni [“Lo Stato Etico Corporativo”, “Riflessioni sul Fascismo italiano”] e dirige la rivista Il pensiero storico [www.ilpensierostorico.com]. Lo intervistiamo a proposito del suo studio più importante, Lo Stato etico corporativo. Sintesi dell’ideologia fascista (con prefazione di A.J. Gregor, Booksprint Edizioni 2013; 2a ed. Lulu.com 2014).

messina_stato_eticoPartiamo dal sottotitolo del tuo libro, “sintesi dell’ideologia fascista”. Come sei giunto alla conclusione che l’ideologia fosse così importante nel Fascismo? Te lo chiedo perché ci sono vari estimatori del Fascismo i quali, vuoi per convinzione vuoi per… “ideologia”, l’hanno ridotto a pura “prassi”, mentre secondo te il momento ideologico, cioè il pensiero, precede anche nel Fascismo quello attivistico, cioè l’azione. Ma come dobbiamo interpretare correttamente il termine “ideologia” quando ne parliamo in relazione ad un fenomeno così poco “ideologico” (scusa il bisticcio di parole) come il Fascismo? “ideologia”, per i più, si riduce ad una “idea fissa” da tradurre in realtà, costi quel che costi: un’idea depositata in un qualche “testo sacro” (si pensi al Capitale di Marx, ma anche ai “classici” del Liberismo e del Liberalismo).

Sostanzialmente si può definire l’ideologia come un sistema coerente di idee, di credenze e di valori in grado di orientare l’azione di un movimento politico e – più in generale – i comportamenti sociali, economici e politici di una comunità organizzata. L’ideologia è uno schema concettuale di riferimento che comprende: (1) un sistema di valori; (2) un sistema di generalizzazioni sulla natura, l’uomo e la società; (3) direttive, norme e divieti che hanno carattere imperativo. Il Fascismo fu un’ideologia perché dotato di un proprio sistema di valori, di una filosofia sociale e politica con cui pretendeva di orientare lo stile, il carattere e i comportamenti di milioni di italiani, sistematicamente inquadrati nelle organizzazioni di quel “grande pedagogo” che era il Partito Nazionale Fascista. Mussolini e Gentile scrivevano che il fascismo è «azione a cui è immanente una dottrina», indicando con ciò che le azioni fasciste non erano frutto  di mera improvvisazione, ma il risultato di una determinata visione del mondo. Fino agli anni Settanta era opinione diffusa nella storiografia che il fascismo non avesse un’ideologia, e che fosse un guazzabuglio di idee confuse, e pertanto confinato da intellettuali come Bobbio nell’alveo dell’anti-cultura.

gentile_origini_ideologia_fascistaQuando nel 1975 lo storico Emilio Gentile scrisse il suo Le origini dell’ideologia fascista, fu accusato da Guido Quazza di voler riabilitare il fascismo. Nel 1975 sostenere che il Fascismo avesse un’ideologia faceva nascere il sospetto che un libro del genere fosse un tentativo di glorificare il Fascismo. Bastava attribuire al Fascismo un’ideologia, per far considerare chi sosteneva l’esistenza di una ideologia fascista un sospettabile revisionista parafascista.

Negli anni successivi tutto si è capovolto, e da allora una serie di studiosi di grande valore ci dicono che l’essenza del Fascismo consiste principalmente nella sua ideologia e che se vogliamo capire il Fascismo dobbiamo comprendere la sua ideologia.

È singolare come intorno al Fascismo si pongono molto spesso delle questioni che non si pongono per nessun altro fenomeno politico. Stranamente solo per il Fascismo si parla di un movimento senza ideologia, di un movimento che ha un’ideologia che non corrisponde poi alla sua azione, di azione senza idee che non costruisce nessun tipo di sistema politico perché ha solo degli espedienti e degli opportunismi, di un totalitarismo imperfetto, addirittura di un regime semifascista. Tutto questo perché è da tempo in corso una tendenza alla “defascistizzazione” retroattiva: essa consiste nel togliere al Fascismo gli attributi che gli furono propri e che ne caratterizzarono l’individualità storica. La “defascistizzazione” del fascismo si manifesta in varie forme: negando, per esempio, che vi sia stata un’ideologia fascista, una cultura fascista, una classe dirigente fascista, un’adesione di massa al Fascismo, un totalitarismo fascista e perfino un regime fascista. Qualche studioso, infatti, ha affermato che il regime di Mussolini non fu veramente fascista ma “semifascista”. Qualcun altro è arrivato a chiedersi quasi ironicamente “ma è esistito il fascismo?”.

cultura-fascistaIn questo marasma culturale è assolutamente necessario tornare alle fonti ideologiche principali. Solo attraverso lo studio dei documenti ideologici prodotti dai fascisti noi possiamo infatti stabilire che cosa fu effettivamente il Fascismo, al di là di tutte le storture che si sono susseguite a partire dal dopoguerra.

Col mio lavoro ho cercato di mettere un ordine in tutto questo, e credo che il modo più semplice e più modesto fosse quello di cercare di rispondere alla domanda “che cosa è il Fascismo?”, cercando nella risposta di sintetizzare al massimo quello che è stato il risultato di anni di ricerche e di riflessioni. Chi scrive non condivide le interpretazioni che negano al fenomeno fascista una propria individualità, e ritiene che la tendenza alla “defascistizzazione” del Fascismo, in tutte le sue varie manifestazioni, sia una falsificazione della realtà storica. Con la mia opera storiografica ho inteso restituire al Fascismo la sua individualità, rappresentandolo senza demonizzazioni e senza indulgenze, per quel che esso è stato storicamente: un fenomeno politico moderno, nazionale e universale, rivoluzionario e totalitario, corporativo e imperialista, deciso a distruggere la civiltà democratica e liberale, proponendosi come un’alternativa radicale ai principi di libertà e di eguaglianza attuati nel processo storico di affermazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, iniziato con l’Illuminismo e con le rivoluzioni democratiche alla fine del Settecento.

La differenza tra l’ideologia fascista e tutte le altre ideologie (compresa quella marxista) sta nel carattere anti-edonistico del Fascismo: mentre tutte le ideologie promettevano la felicità terrena, il raggiungimento e la realizzazione di un “paradiso terrestre”, il Fascismo dichiarava apertamente che la vita è una perpetua lotta e sacrificio, che la ricerca della felicità è assurda ed impossibile, che l’essenza della vita è il combattimento. Il Fascismo insegnava che la vita è un perpetuo sacrificio, ed era anti-edonistico. Il motto di Mussolini era “siamo contro la vita comoda”.

Antonio Messina (Mazara del Vallo, 1989)

Antonio Messina (Mazara del Vallo, 1989)

Restiamo ancora sui contenuti del libro. Esso si compone di tre capitoli intitolati in maniera molto significativa: Lo Stato etico; Impero, razza e civiltà; Il Corporativismo. Cominciamo con lo Stato etico. Oggi, ufficialmente, lo Stato – che rimane in vita come elemento coercitivo-impositivo (tra l’altro “legittimando” la storica rivendicazione degli anarchici!) – è agli antipodi rispetto a quella “guida”, a quell’elemento ordinatore e “formatore” che, secondo i teorici fascisti, doveva essere lo Stato fascista. La sola idea di “Stato etico” oggigiorno fa venire i brividi ai fautori dello Stato “leggero”, anche se, a ben guardare, ci si accorge che dietro la patina della “neutralità” (o “indifferenza”) dello Stato rispetto all’etica si nasconde, emergendo progressivamente sempre più impositiva e – diciamocelo francamente – totalitaria (!), una nuova ed affatto inedita “etica”, naturalmente invertita rispetto a quell’etica che per secoli ha informato ogni società. Che cosa voleva lo “Stato etico” fascista e qual è dunque la fondamentale differenza con lo “Stato” delle moderne democrazie?

La differenza tra la concezione di Stato fascista e quella delle moderne democrazie risiede tutta nella pretesa eticità del primo: se nelle democrazie liberali lo Stato ha il compito di garantire e tutelare la libertà e i diritti degli individui, concedendo ad essi la maggiore sovranità possibile, nella concezione fascista lo Stato era considerato una “personalità morale”. Il suo fine era quello di nazionalizzare le masse attraverso l’educazione e la formazione pedagogica affidata al partito totalitario, di addivenire alla nascita dell’“uomo nuovo fascista”, il cittadino-soldato-lavoratore dedito anima e corpo a lavorare e combattere per la grandezza della propria comunità nazionale. Mussolini era ossessionato dalla “rivoluzione antropologica”. Voleva forgiare una nuova razza, dei nuovi italiani: i “romani della modernità”. Vedeva nello “spirito borghese”, impregnato di egoismo e individualismo, il germe della decadenza morale dei popoli. Voleva che gli italiani fossero un popolo glorioso, degno del passato romano, capace di affrontare le sfide della modernità con tenacia, coraggio e con saldi valori morali. Lo Stato fascista faceva appello ai doveri degli individui, piuttosto che ai diritti. Mentre le concezioni politiche scaturite dal giusnaturalismo pensavano che il fine dell’azione politica fosse la mediazione tra i fini particolari dei singoli individui o dei vari raggruppamenti politici, i fascisti pensavano che la conservazione e lo sviluppo della specie può essere in contrasto con i fini dei singoli individui, e che lo Stato fosse l’incarnazione della volontà ultima della nazione. Al contempo i fascisti accusavano le democrazie di essere in realtà delle “plutocrazie”, che illudevano il popolo di essere sovrano, quando invece la vera sovranità risiedeva in pochi individui raccolti attorno a varie lobby economiche.

gilDurante il Regime tutti gli italiani, sin dalla più tenera età, erano inquadrati nelle organizzazioni politiche del Partito, educati secondo i dettami e le finalità del Fascismo. Mussolini aveva puntato tutto sulla formazione spirituale dei giovani, credeva che la rivoluzione non fosse qualcosa di immediato, ma il risultato di un lungo ricambio generazionale. Il popolo e la nazione dovevano essere forgiati dallo Stato. I fini dello Stato erano considerati superiori alla vita stessa dei singoli individui. Lo «Stato etico» così come concepito da Mussolini e Gentile era non solo il creatore della nazione, ma il creatore di una nuova forma di civiltà: arte, letteratura, scienza, sport ed ogni altra espressione del “genio italico” doveva esplicarsi e prosperare all’interno dello Stato, nonché coincidere con i suoi fini politici.

L’Impero è un’altra di quelle cose che fanno “impazzire” i moderni. Ma hai spiegato bene nel tuo libro che l’Impero rappresenta, nell’ideologia fascista, il naturale e logico trascendimento del Nazionalismo. Questo passaggio, lungi dall’essere un qualche cosa di meramente “quantitativo” è in realtà di tipo qualitativo, l’Impero non essendo questione di estensione (o almeno non essendo l’estensione territoriale il fattore determinante). In altre parole hai spiegato bene, forse senza rendertene conto, che la Nazione incapace di darsi l’Impero è come quell’individuo che perennemente sguazza nella palude del suo piccolo “io” illusorio e limitato. Ecco perché l’Impero è fondamentalmente una categoria spirituale. L’Impero, inoltre, lungi dall’essere sinonimo di “tirannia”, ha molto più a che vedere con le tanto dibattute questioni della “convivenza” e della “diversità” di quanto non si pensi comunemente.

Ogni nazione, volente o nolente, è costretta ad entrare in rapporti con le altre nazioni. Questi rapporti sono materia di diritto internazionale. I fascisti auspicavano la revisione del diritto internazionale in senso comunitario, rigettando perciò la liberale “Società delle Nazioni”. Così come all’interno, così anche all’esterno si pensava alla creazione di una grande comunità europea di nazioni unite e affratellate non solo in termini economici, ma soprattutto in termini etici e spirituali. Si pensava che l’idea fascista, universalizzandosi ed esprimendosi oltre gli angusti confini nazionali, avrebbe attecchito nel cuore degli altri popoli ed offerto un modello comune di riferimento. Di qui l’imperialismo spirituale fascista, che credeva nella possibilità di realizzare un Impero «senza bisogno di conquistare un solo chilometro quadrato di territorio». Nella visione del nuovo ordine mondiale fascista, l’Italia avrebbe esercitato un ruolo di primo piano in virtù della “civiltà” di cui era promotrice.

impero_fascistaCol senno di poi, è facile ravvisare nel nascente “imperialismo fascista” il riscatto di una comunità politica che si sentiva accerchiata e minacciata dalla tracotante presenza di Grandi Potenze industrialmente più avanzate. Il Fascismo era giunto al potere in una nazione economicamente arretrata e sottosviluppata, che si era vista tagliata fuori dalle spartizioni territoriali stabilite dai vincitori al termine del primo conflitto mondiale. Il Fascismo fece subito appello al dovere, alla disciplina e al sacrificio per coordinare tutti gli sforzi e le energie nazionali nel rapido sviluppo economico del paese, al fine di prepararsi alla grande sfida contro le “plutocrazie”. Ma le “plutocrazie” disponevano di enormi imperi e di immense estensioni territoriali. Era quindi logico, in termini geopolitici, l’acquisizione di nuovi territori strategici nel contesto dello “scontro di civiltà” tra i vecchi imperi in decadenza e l’ascesa dei nuovi imperi proletari. Di qui l’intervento militare in Etiopia e in Albania, quale contraltare degli avamposti britannici in Africa e nel Mediterraneo.

Nella sua corsa all’Impero, l’Italia fascista si trovò ad affrontare un modello di convivenza con le popolazioni autoctone. In Libia si attuò lo stesso progetto totalitario previsto per la nazione, si integrarono le popolazioni libiche nelle organizzazioni del partito, si trasformarono alcune regioni in province nazionali e si istituì per i musulmani libici una speciale cittadinanza italiana in base a particolari requisiti stabiliti dallo Stato. Nel ’39 fu istituita l’«Associazione mussulmana del littorio» con il compito di «curare l’elevazione morale e civile dei nativi mussulmani» [all’epoca “musulmano” si scriveva sovente con due “s”, NdR] delle province italiane, che avessero acquistato la «cittadinanza italiana speciale». Processi analoghi avvennero in Albania, dove fu concessa una rappresentanza politica nella Camera dei Fasci e delle Corporazioni a esponenti del Partito Fascista Albanese. Non possiamo dire a cosa avrebbero portato questi sviluppi se non fossero stati bruscamente interrotti dalla repentina caduta del Fascismo.

Boccasile - FabbroVeniamo all’ultimo capitolo, dedicato al Corporativismo. Ci vuoi spiegare la fondamentale differenza tra un ordinamento corporativo ed uno di tipo partitico-parlamentare? Quale dei due “rappresenta” meglio (e contempera) gli interessi di tutti quanti?

L’ordinamento partitico-parlamentare si enuclea attorno una rappresentanza elettorale: nelle due Camere siedono coloro che sono stati eletti per suffragio universale. L’ordinamento corporativo fascista, viceversa, presupponeva una rappresentanza delle diverse categorie produttrici. Nella Camera dei Fasci e delle Corporazioni sedevano rappresentanti del mondo sindacale e corporativo, oltre che esponenti del Partito e dello Stato. I fascisti sostenevano di voler realizzare uno “Stato del lavoro”, facendo cioè del lavoro il soggetto dell’economia e la base dello Stato. Per raggiungere questo obiettivo erano convinti che il lavoro dovesse avere un peso politico all’interno dello Stato. Tutti i vari settori dell’economia dovevano agire di comune intesa per attuare l’interesse supremo dello Stato fascista: potenziare l’economia italiana. Per attuare questo obiettivo Mussolini parlò della costruzione di un “piano regolatore” dell’economia italiana. Le varie categorie produttrici avrebbero potuto legiferare su questioni ad esse pertinenti grazie alla rappresentanza ad essi concessa all’interno della Camera corporativa. Avrebbero legiferato in linea con quello che era considerato l’interesse superiore della nazione, mettendo da parte i propri interessi particolari, così come era sostenuto nella Carta del Lavoro.

Un aspetto molto trascurato è – paradossalmente – il carattere fascista del corporativismo. Ci fu chi tra le fila del Fascismo spinse per una radicalizzazione del corporativismo (Spirito) e chi dopo la guerra ne lamentò il fallimento (Bottai e Pellizzi). La verità è che il corporativismo era concepito come un mezzo, e neppure necessario, per l’attuazione dell’unità economica dello Stato fascista. Costamagna polemizzava contro i fautori del “corporativismo integrale”, arrivando a sostenere che il principio corporativo è per sua natura centrifugo «laddove il principio fascista è centripeto, ed ha per obiettivo l’interesse del popolo nella sua indivisibile unità», questo perché il corporativismo per Costamagna «è sempre il principio del pluralismo, del decentramento, della coordinazione federale, mentre sideri_umanesimo-nazionale-di-carlo-costamagnail Fascismo reclama la concentrazione gerarchica delle iniziative pubbliche e private secondo la formula della democrazia organizzata, centralizzata, autoritaria dichiarata da Mussolini». Queste parole non volevano ovviamente costituire una negazione del corporativismo, bensì conferivano ad esso una legittimazione solo all’interno dello Stato fascista. Mussolini stesso affermò che il corporativismo, per funzionare bene, aveva bisogno di «un partito unico, per cui accanto alla disciplina economica entri in azione la disciplina politica e ci sia al di sopra dei contrastanti interessi un vincolo che tutti unisce in una fede comune». Per Costamagna era fuori luogo «la pretesa di voler definire lo stato nuovo creato dal Fascismo, cioè lo stato fascista, come stato corporativo omettendo la qualificazione fascista», in quanto il corporativismo non era che un singolo aspetto del Fascismo. Per teorici come Costamagna non era ammissibile il tentativo intrapreso di assolutizzare il corporativismo e di riferirsi ad esso come essenza stessa dello Stato fascista, perché esso trascendeva il motivo economico e materiale. Anche in ciò è possibile ravvisare una notevole differenza tra il Fascismo storico e quel neofascismo dalle velleità socializzanti e socialisteggianti.

Il tuo libro, che a prima vista potrebbe sembrare alieno da ogni tipo di “interventismo culturale”, a mio avviso qualora giungesse tra le mani dei giovani (giovani, s’intende, desiderosi di conoscere) potrebbe risvegliare in loro la capacità di valutare la Storia e la Politica in base a categorie non astratte, non in base ad “utopie”, bensì secondo ciò che di più radicato e aderente ai suoi bisogni vi è nell’essere umano. In altre parole, lo Stato, l’Impero, il Corporativismo rispondono ad esigenze innate nell’uomo, mentre l’anti-Stato, il “localismo” e la partitocrazia sono nient’altro che la traduzione, in linguaggio politico, di un vero suicidio collettivo. Oggigiorno non funziona più nulla, ma gli uomini, pervicacemente attaccati a certe suggestioni ritornate alla carica e contro le quali il Fascismo aveva cercato di porre un argine, insistono invano nel trovare una “soluzione” in tutto ciò che è etimologicamente e sostanzialmente “antifascista”, il che li porta perennemente a sbattere la testa contro fallimenti uno più cocente dell’altro. Ti senti, insomma, un “interventista” della cultura?

stato-fascistaIl problema politico italiano è assai vecchio ed affronta radici lontane, in quella frammentazione politica che – trascinatasi per secoli – ha impedito la creazione di una coscienza unitaria nazionale. All’unificazione territoriale del 1861 non seguì mai una unificazione morale e spirituale degli italiani, così come auspicava Mazzini. I governi liberali si disinteressarono del problema e non diedero vita ad alcuna religione civile. Si può dire che la creazione di una coscienza nazionale italiana ebbe inizio con la Grande Guerra e proseguì col Fascismo quale “compimento” del Risorgimento. Toccò il suo apice con la proclamazione dell’Impero e terminò con la débâcle militare italiana nel secondo conflitto mondiale.

A questo problema di fondo, che ha impedito una piena maturazione politica degli italiani, si aggiungono le classiche aporie del sistema democratico: l’individualismo, il particolarismo, la nascita di interessi egoistici tra loro contrapposti, la partitocrazia e lo snaturamento dello Stato etc. Alcuni teorici come Charles Taylor hanno cercato di risolvere il problema propugnando una nuova corrente filosofica, il comunitarismo, per correggere le debolezze e i difetti dei sistemi democratici. I comunitaristi si richiamano al pensiero di Aristotele e considerano l’uomo un animale politico e sociale. Pongono l’accento sulla comunità piuttosto che sull’individuo. Tuttavia anche il comunitarismo ha i suoi limiti, e sovente cade nel materialismo.

La ricetta per uscire da questo vuoto politico e culturale è già scritta nel DNA dell’Italia: basterebbe attingere al meglio di quanto espresso dalla tradizione del “genio italico” in oltre duemila anni di storia, dando vita ad una nuova sintesi di pensiero. Proprio per questo la cultura svolge oggi un ruolo cruciale, deve aprire gli animi e indirizzare verso la strada del cambiamento e della sollevazione morale.

Giovanni Gentile (1875-1944)

Giovanni Gentile (1875-1944)

In appendice del tuo libro hai ripubblicato tre documenti importantissimi: La dottrina del Fascismo; La filosofia del Fascismo; I fondamenti ideali del Corporativismo. I primi due recano la firma di Giovanni Gentile, figura molto cara sia a te che al prof. Gregor. Ci vuoi parlare del fondamentale apporto di Giovanni Gentile alla definizione di una “ideologia del Fascismo” ed abbozzare alcune ipotesi sul perché oggigiorno Gentile è un filosofo dimenticato (persino dalla stessa gioventù che, in un modo o nell’altro, guarda positivamente al Fascismo)?

Giovanni Gentile è senza ombra di dubbio il filosofo del Fascismo. Quando il suo attualismo fu inglobato nella sintesi di valori operata dal nascente Fascismo, molti elementi di pensiero che Gentile aveva maturato sin dagli inizi del Novecento divennero importanti capisaldi della dottrina fascista: la concezione dello «Stato etico» e quindi della nazione quale espressione dello Stato, l’idea che il Fascismo fosse una concezione religiosa e che il suo compito fondamentale fosse quello di rifare l’uomo sin dal suo carattere. Più in generale, il Fascismo fece propria l’intera pedagogia gentiliana che assegnava allo Stato il compito di educare e promuovere la vita spirituale di tutto il popolo.

Il pensiero di Gentile influenzò tutta la cultura rivoluzionaria e totalitaria dell’Italia della prima metà del secolo. Persino gli avversari fascisti di Gentile, che mal digerivano il suo attualismo, quando dovevano impegnarsi a difendere il sistema fascista utilizzavano espressioni tipicamente gentiliane. A mio avviso Gentile non è stato un filosofo dimenticato, ma un filosofo rimosso perché scomodo a tutti: scomodo all’antifascismo, che non poteva tollerare la sua pericolosa influenza sulla cultura italiana, e che non poteva di certo ignorare il suo prestigio; scomodo al neofascismo radicaldestrorso che si rifaceva al pensiero di Julius Evola, da sempre un irriducibile avversario di Gentile; scomodo a tutta la filosofia italiana ed europea che aveva tutto l’interesse ad abbandonare l’idealismo per approdare verso un empirismo di matrice anglosassone.

Il fatto che Gentile sia scomparso per decenni dai manuali scolastici di filosofia non fu solo il risultato dell’ostracismo antifascista, ma anche la convinzione che il suo «idealismo» fosse una filosofia eversiva e pericolosamente rivoluzionaria. Gentile si appellava alla fede, alla volontà e alle «forze responsabili dello spirito» per il compimento di una vera e propria “rivoluzione nazionale”. Che risultati avrebbe potuto avere la sua predicazione filosofica in una Italia laica, mercé del capitalismo materialista e del libero mercato, privata della sua sovranità e della sua libertà?

Oltre alle opere di Gentile, quali sono, in base ai tuoi studi, le migliori fonti dell’epoca per la comprensione dell’ideologia fascista? Le si possono affiancare alcuni studi affidabili redatti dopo il 1945 sia in Italia che all’estero? In altre parole, ci potresti fornire una breve bibliografia di riferimento?

La Bibliografia orientativa del Fascismo curata da Renzo De Felice nel 1991 per la casa editrice Bonacci. Un'opera che andrebbe senz'altro aggiornata.

La Bibliografia orientativa del Fascismo curata da Renzo De Felice nel 1991 per la casa editrice Bonacci. Un’opera che andrebbe senz’altro aggiornata.

La bibliografia utile per la comprensione dell’ideologia fascista è vasta e sterminata, e sarebbe impossibile adesso elencarla tutta. Per le fonti d’epoca consiglio G. Gentile, Origini e dottrina del fascismo, Che cosa è il fascismo, L’Essenza del fascismo, La filosofia del fascismo, La Dottrina del fascismo. Tutti questi documenti ed altri di non minore importanza sono stati raccolti da H. A. Cavallera nei due volumi Politica e cultura, pubblicati dalla casa editrice Le Lettere. Di G. Gentile è fondamentale la lettura di Genesi e struttura della società. I documenti ideologici pubblicati dal Partito Nazionale Fascista sono altresì importanti, in particolare consiglio Venti anni e il Dizionario di Politica. Importanti per le mie analisi sono stati La Dottrina del Fascismo di Carlo Costamagna e la Teoria Generale dello Stato Fascista di Sergio Panunzio. Per le fonti attuali consiglio La rivoluzione in camicia nera di Paolo Buchignani, tutti i libri di Emilio Gentile, la Storia della cultura fascista di Alessandra Tarquini, la defeliciana biografia su Mussolini, la Nascita dell’ideologia fascista di Zeev Sternhell e L’ideologia del fascismo di A. James Gregor. Altre opere importanti di riferimento sono gli studi di Ernst Nolte, Pierre Milza, Stanley G. Payne, Roger Griffin, Alessandro Campi, Roger Eatwell, Domenico Settembrini e Augusto Del Noce.

Che cosa pensi delle varie interpretazioni del Fascismo formulate praticamente sin dal suo sorgere, ma soprattutto dopo la sua caduta? Con quale (o quali) ti senti maggiormente in sintonia? Alcune, a mio parere, pur individuando un elemento di verità (ma nemmeno preponderante) sono delle autentiche canagliate, che purtroppo hanno fatto (e fanno) danni nelle menti degli Italiani contribuendo a ridurli a quell’impotenza che non è difficile vedere. Penso all’interpretazione che verte sul “regime reazionario di massa” (si sa, per gli snob della rivoluzione “le masse” sono buone solo se si adeguano alle loro teorizzazioni); a quella sull’alleanza col “gran capitale” (che denota, oltre che falsità, in quanto alla fine si è visto chi hanno appoggiato i “grandi capitalisti”, un’incapacità di andar oltre lo schema della “lotta di classe”); o quella della “malattia morale” veicolata da un Benedetto Croce che pure all’inizio aveva appoggiato il movimento mussoliniano e che comunque non ha mai avuto da patire alcunché durante il Ventennio.

de_felice_interpretazioni_fascismoLe interpretazioni per così dire “classiche” del fenomeno fascista, quelle liberali intese a presentarlo come una “malattia morale”, quelle marxiste-leniniste tendenti a presentarlo come una reazione antiproletaria e quelle impegnate a considerarlo come una conseguenza di deficienze psicologiche e patologiche, hanno ormai concluso il loro ciclo storico e non godono più di alcuna seria credibilità scientifica in sede storiografica. Di tutte le interpretazioni proposte, le più valide, serie ed intuitive sono quelle concernenti il Fascismo quale via italiana al totalitarismo (E. Gentile), quella del Fascismo quale revisione antimaterialista del marxismo (A. Del Noce – Z. Sternhell), quella intesa a presentarlo come una ideologia rivoluzionaria e palingenetica (R. Griffin) ed infine quella del Fascismo quale dittatura protesa allo sviluppo e alla modernizzazione del paese (A. J. Gregor). Ciascuna di queste interpretazioni è a modo suo valida, e qualora si adoperasse un’interconnessione delle stesse si potrebbe arrivare a comprendere il Fascismo in maniera univoca e globale. Merito di Emilio Gentile è stato quello di aver “riscoperto” la natura totalitaria del Fascismo, confutando le interpretazioni che tendevano a presentarlo come una mera “dittatura da operetta”, vedendo nel partito nient’altro che un passivo strumento nelle mani di Mussolini, privo di potere e di funzione politica. Il totalitarismo ha tra i suoi principali obiettivi la cosiddetta sacralizzazione della politica e la rivoluzione antropologica, entrambi affidati al partito totalitario. Di qui l’importanza del Partito Fascista caratterizzato dal mito della rivoluzione permanente, ossia dall’incessante lotta continua contro tutti gli ostacoli frapposti alla realizzazione della sua ideologia palingenetica. Ed è proprio sul nucleo palingenetico dell’ideologia fascista che ha insistito Griffin, cioè «la visione dell’imminente rinascita della nazione dalla decadenza». Un rinnovamento ed una rinascita radicale della sua vita sociale, politica e culturale. Gregor ha focalizzato la sua indagine sul rinnovamento economico di una nazione sottosviluppata, che vede nel Fascismo un’ideologia rivoluzionaria profondamente legata alla modernizzazione e allo sviluppo per opporsi all’egemonia delle “plutocrazie”. Le interpretazioni di Del Noce e Sternhell hanno un carattere più filosofico e focalizzano la loro indagine sul passaggio dal “socialismo scientifico” ad un socialismo etico, idealista e sindacalista, più interessato al rinnovamento morale e spirituale delle classe proletaria piuttosto che ad una redistribuzione della ricchezza. Quando questo socialismo etico e volontarista finisce con l’abbracciare il nazionalismo, il produttivismo e l’attualismo di Gentile, compie la trasmutazione definitiva nel Fascismo. Tutte queste interpretazioni sono suggestive, ed ognuna di esse è importante per comprendere l’essenza del Fascismo.

gentile_dottrina-fascismoL’ultima domanda sorge quasi spontanea. A chi ti rinfacciasse che “tra il dire e il mare c’è di mezzo il mare” (per esempio la catastrofe della guerra persa), che cosa ti sentiresti di dire? Stabilito che l’azione non può mai corrispondere esattamente al pensiero, ma ribadito che è importante affermare un “retto” pensiero perché altrimenti l’azione risulterà “dis-ordinata”, come risponderesti a questo tipo di detrattori ispirati ad uno “storicismo” strumentale e a geometria variabile? Si ricordi quanto è stato scritto, in termini giustificazionisti, sulla differenza tra l’ideologia comunista ed il “Socialismo reale”… Per non parlare delle teorizzazioni liberali, se paragonate alle loro pratiche realizzazioni…

Il Fascismo è stato una delle ideologie più coerenti del XX secolo, perché aveva edificato un sistema politico perfettamente simbiotico con le sue enunciazioni teoriche. Mentre i socialisti parlavano di scomparsa ed estinzione dello Stato, Lenin e Stalin creavano un formidabile organismo statale con una forte vocazione totalitaria. Mentre i socialisti deprecavano il nazionalismo ed inseguivano il sogno di una “internazionale proletaria”, l’Unione Sovietica fomentava il nazionalismo e l’imperialismo attraverso sanguinose guerre di conquista (si pensi l’attacco alla Polonia e alla Finlandia). Mentre i socialisti sognavano una società senza classi e il potere agli operai, Stalin perfezionava il predominio del partito totalitario e della sua capillare burocrazia su ogni aspetto della vita sociale e politica.

A differenza dei socialisti, i fascisti sono sempre stati coerenti con le loro enunciazioni. Sin dalla nascita del Fascismo si erano resi chiari gli obiettivi totalitari dello stesso. Mussolini diceva apertamente di voler distruggere la democrazia e il liberalismo per affermare la volontà della nazione e dello Stato su tutto e tutti. I fascisti non furono mai demagogici, non promisero mai il paradiso in terra, non cercarono di sedurre le masse con false utopie irrealizzabili. Al contrario chiamarono gli italiani al combattimento, al sacrificio e al lavoro per l’affermazione della potenza nazionale.

Vilfredo Pareto (1848-1923)

Vilfredo Pareto (1848-1923)

Mussolini e i teorici fascisti, influenzati dalla sociologia di Mosca e Pareto, erano convinti che le masse non avessero le capacità politiche per governare, e che quindi fossero uno strumento nelle mani di una élite, di una “aristocrazia della volontà e della intelligenza”. Compito di questa aristocrazia era quello di integrare le masse nelle strutture dello Stato, di mantenerle in perenne stato di mobilitazione, e di guidarle attraverso l’ausilio di miti politici verso i sogni imperiali promossi dal partito.

Affermare la coerenza dell’esperimento totalitario fascista non equivale a sostenere che la “rivoluzione fascista” sia riuscita a creare il sistema politico perfetto. Come già accennato, Mussolini concepiva la rivoluzione come un processo graduale che perennemente e costantemente doveva realizzare la “conquista della società”. Se analizziamo l’iter legislativo del Governo fascista ci possiamo rendere conto di come la costruzione dello “Stato etico corporativo” fosse un processo lento ma graduale. Tasselli importanti di questo processo furono la creazione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (1923), l’istituzionalizzazione del Gran Consiglio del Fascismo e le attribuzioni delle prerogative sulla Corona (1928), l’istituzione delle Corporazioni (1934), l’istituzione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni (1939). Quando scoppiò la guerra, la rivoluzione fascista era ancora in corso.

In conclusione è lecito affermare che tutta l’azione legislativa del Regime fascista era indirizzata all’attuazione dello Stato etico corporativo, e che solo i disastrosi eventi bellici ne interruppero bruscamente l’esperimento.

(intervista a cura di Enrico Galoppini)

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